25.5.19

Il mafioso Giulio Andreotti (Gian Carlo Caselli)

Assolto! Assolto! Assolto!”: così urlava al telefono al suo cliente Giulio Andreotti, l’avvocato - oggi ministro - Giulia Bongiorno. Era l'avvio di una spregiudicata campagna innocentista che ha truffato la stragrande maggioranza del popolo italiano, in nome del quale le sentenze sono emesse. Una campagna che aveva e ha tuttora un obiettivo preciso: minimizzare i rapporti fra mafia e politica che hanno drammaticamente segnato la storia di questo paese.
È questo il sommario dell'articolo di Giancarlo Caselli, presidente onorario di “Libera”, contenuto nel recente numero speciale di “Micromega” intitolato Il paese dell'impunità e dedicato a Mafia, corruzione e non solo (n.3/2019). Il fascicolo è proprio da leggere, possibilmente per intero, poiché i vari articoli compongono un mosaico terrificante. Dall'articolo del giudice Caselli riprendo qui l'inizio, che ha qualche aggancio con il presente. (S.L.L.)


Le tappe del processo
Ecco, per sommi capi, lo svolgimento del processo di Palermo al senatore Giulio Andreotti, sette volte presidente del Consiglio e 33 volle ministro (nel suo curriculum anche 26 volte davanti alla Commissione parlamentare inquirente e 26 volte archiviato).
In primo grado (23 ottobre 1999) c’è stata assoluzione, sia pure per insufficienza di prove (la vicenda processuale, invece di essere valutala nella sua interezza, è stata segmentata e dispersa in mille rivoli; per cui, a fronte di vari giudizi sostanzialmente negativi su singoli gravi episodi, è mancato un bilancio conclusivo coerente). In appello (2 maggio 2003) la sentenza del tribunale è stata parzialmente ribaltata. Mentre per i fatti successivi alla primavera del 1980 Andreotti è stato nuovamente assolto per insufficienza di prove, per quelli antecedenti è stato ritenuto colpevole per aver COMMESSO il reato contestatogli (associazione a delinquere con Cosa nostra). Il reato COMMESSO è stato dichiarato prescritto, ma resta ovviamente COMMESSO.
La Cassazione (28 dicembre 2004) ha confermato la sentenza d’appello anche nella parte in cui si afferma la penale responsabilità dell'imputato fino al 1980. Processualmente è questa la verità definitiva ed irrevocabile.
La sentenza della Corte d’appello consta di una motivazione di circa 1.500 pagine e di un dispositivo di poche righe, lette come di regola in pubblica udienza (presenti quindi giudici, pm, segretari, cancellieri, avvocati, giornalisti e pubblico). Chiara e forte nel silenzio di tutti, è risuonata la parola «COMMESSO» e tutti in quell’aula l’hanno chiaramente udita. Ma pochissimi - allora e poi - l’hanno voluta capire. A partire dall’avvocato Giulia Bongiorno, allora difensore di Andreotti e oggi ministro, attenta solo a quel che le conveniva. E così, subito dopo aver ascoltato il dispositivo, eccola esibirsi spensierata e felice - in favore di telecamere in un triplice urlo: «Assolto! Assolto! Assolto!», in collegamento telefonico col suo cliente. Peccato che una parte essenziale del dispositivo ascoltato pochi istanti prima dicesse tutto il contrario. Era l’avvio di una spregiudicata campagna innocentista che ha truffato la stragrande maggioranza del popolo italiano, in nome del quale le sentenze sono emesse. Un macigno sulle spalle dell’imputato è stato sminuzzato se non dissolto a colpi di manipolazioni e insulti al buon senso. Perché la formula «assolto per aver commesso il reato» non esiste in natura. È un ossimoro da capogiro. Una contraddizione logica prima che tecnica.
La Corte d’appello (confermata, ripeto, in Cassazione) si è basata su prove sicure e riscontrate. In particolare ha ritenuto provati - insieme ad altre decisive parti dell’impianto accusatorio - due incontri in Sicilia del senatore (accompagnato da Salvo Lima e dai cugini Nino e Ignazio Salvo) con Stefano Bontade, all’epoca capo dei capi, e altri mafiosi di «rango». Negli incontri (il secondo si svolse nella primavera del 1980, la data del dispositivo della sentenza che indica il «dies ad quem» del commesso reato) si discusse di fatti criminali gravissimi relativi a Piersanti Mattarella, capo della Dc siciliana, politico onesto che pagò con la vita l’essersi opposto a Cosa nostra. Principale fonte di prova il collaboratore di giustizia Francesco Marino Mannoia (teste oculare di un incontro): un «pentito» rivelatosi sempre analiticamente preciso (già con Giovanni Falcone) e mai smentito. La Corte d’appello ha sottolinealo in particolare che l’imputato non ha denunziato le responsabilità dei mafiosi «in relazione all’omicidio di Mattarella, malgrado potesse al riguardo offrire utilissimi elementi di conoscenza». In sintesi, la Corte d’appello ha ritenuto che Andreotti abbia contribuito «al rafforzamento della organizzazione criminale», ravvisando a suo carico «una vera e propria partecipazione all’associazione mafiosa apprezzabilmente protrattasi nel tempo».
Meritano inoltre di esser ricordati alcuni specifici punti.
- Contro la sentenza d’appello la difesa di Andreotti fece ricorso in Cassazione. Ecco la prova provata, secondo una logica elementare, che non vi fu «assoluzione» per i fatti fino al 1980. Mai visto, in quasi cinquant’anni di magistratura, un difensore o imputato che ricorra contro la sua assoluzione. Non esiste.
- La prescrizione è per legge rinunziabile, ma l’imputato non lo fece, sperando di poter essere assolto anche per i fatti fino al 1980; la Cassazione gli diede però torto.
- Tommaso Buscetta (che di Andreotti non volle dir nulla a Giovanni Falcone: sennò ci prendono per pazzi...) già nel 1985 ne aveva parlato al pm statunitense Richard Martin nell’indagine «Pizza connection». Martin, che non aveva utilizzato la rivelazione su Andreotti in quanto ininfluente nella sua inchiesta, confermò la circostanza (sotto giuramento) in pubblica udienza al processo Andreotti. Con il che diventa ridicola qualunque accusa di «teorema».
- Ricorrendone tutti i presupposti, la procura di Palermo esercitò l’azione penale (obbligatoria) contro Andreotti. Non farlo sarebbe stato illegale, disonesto e vile. Nessuno ha mai pensato di riscrivere la storia d’Italia.
- Chi ha nascosto la verità sull’esito del processo di Palermo non ha voluto elaborare la memoria di ciò che è stato perché teme il giudizio storico su come in una certa fase si è (almeno parzialmente) formato il consenso; è evidente il pessimo servizio che in questo modo si rende alla trasparenza democratica del nostro paese.
Quest’ultimo punto aiuta a capire perché l’incontestabile verdetto di colpevolezza fino al 1980 sia stato sistematicamente stravolto, occultando la responsabilità penale - accertata con riferimento a un vergognoso delitto - con un «sapiente» processo di beatificazione mediatica. Fino al punto di celebrare il centesimo anniversario della nascita di Andreotti con una solenne cerimonia a Palazzo Madama, col patrocinio del Senato, alla presenza della compiaciuta e ilare presidente Maria Elisabetta Alberti Casellati. Così completando la trasformazione di un colpevole definitivo in un povero perseguitato innocente, costretto a un calvario di una decina d’anni da un gruppetto di magistrati politicizzati, sconsiderati e malvagi: giustizialisti irriducibilmente prevenuti e accaniti nei suoi confronti.

"MicroMega" 3/2019

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