20.5.19

Un rivoluzionario nel Palazzo. Intervista a Umberto Coldagelli (Francesco Erbani)

Umberto Coldagelli, che fu un alto funzionario della Camera dei deputati tra il 1963 e il 1992, si è poi affermato come uno dei più acuti studiosi di Tocqueville, curando l'edizione di molte sue opere per Bollati Boringhieri. Nel 2016 gli è stata conferita la cittadinanza onoraria del Comune di Scheggia, in Umbria, dove era nato, nel 1931. Trovo fra i ritagli una sua vecchia intervista, che non ricordavo, ma che può presentare anche per altri, oltre che per me, qualche motivo di interesse. (S.L.L.)


Roma
Una camicia di maglina blue, jeans e sandali francescani. Per quanti sforzi si facciano, è difficile immaginare persona più distante dal cliché dell'alto funzionario statale. Umberto Coldagelli è stato vicesegretario generale della Camera e per trent'anni, dal 1963 al 1992, ha vissuto nel cuore dell'istituto più rappresentativo di una democrazia, ha visto da dietro tutto quello che è sfilato di piatto sotto gli occhi di ognuno di noi. Ha lavorato in disparte, assistito i parlamentari dal centrosinistra all'imboccatura della seconda Repubblica, gomito a gomito con i presidenti di commissione e poi con chi ha guidato l'assemblea, Sandro Pertini, Nilde Iotti e soprattutto Pietro Ingrao. Un giorno di due anni fa venne presentato a Irene Pivetti, da poco salita sulla più alta poltrona di Montecitorio. Lui era già in pensione. "Gli dissero chi ero. Mi tese mollemente la mano, strizzò gli occhi senza neanche vedermi, sfoggiò un sorrisetto di sovrana circostanza e si allontanò senza dire una parola".
Coldagelli ha maneggiato tanta, tantissima politica, la politica che sta fuori dalla zona dei riflettori, che si concentra sulle scelte più che sullo spirito di fazione. E ne ha afferrato, dice, "la dimensione drammatica, la difficoltà di contenere gli interessi, di coniugare le volontà". Vista da questo luminoso salotto con alcuni mobili liberty e tanti libri d'arte, la politica sembra molto diversa da un tempo. Le sue funzioni sono sbriciolate e l'idea d'una qualche dedizione al bene comune è un rottame sulla via dell'ammasso. "Sono tornato in Transatlantico dopo le elezioni del 1994: non conoscevo nessuno, quelle sale d'un tratto mi sono parse estranee, osservavo una tipologia umana diversa, più vistosa. Suonavano i cellulari. Ora l'immagine si è riequilibrata, ma non solo perché c'è una maggioranza dell'Ulivo. Anche gli altri hanno preso ad atteggiarsi diversamente. Ma su questo, mi raccomando, non mi faccia dire banalità".
L'abbigliamento di questa afosa mattinata di luglio c'entra fino ad un certo punto con il fatto che Coldagelli sia tanto lontano dal figurino del Grande Funzionario. Nel 1963, quando ha partecipato al concorso ("che purtroppo ho vinto", chiosa), era un brillante studioso di storia e di filosofia. Ed era comunista, un comunista particolare; uscito dal Pci nel 1957 dopo aver firmato l'appello dei 101 intellettuali contro l'invasione sovietica d' Ungheria, era entrato nel gruppo dei Quaderni rossi, insieme a Raniero Panzieri, Alberto Asor Rosa, Mario Tronti. Era un estremista, un extraparlamentare che varcava la soglia di Montecitorio, il luogo più alto di una democrazia "borghese". Dopo Quaderni rossi, fu la volta di Classe operaia, poi di Contropiano, le riviste ponderose dell' operaismo che fra mille torcimenti sondavano come fare una rivoluzione vera nell'area dove il capitalismo era molto maturo e aveva integrato tutto e tutti. Fra i collaboratori figuravano Massimo Cacciari, Rita Di Leo. E Toni Negri. Un giorno, quando diventò deputato con i radicali, Negri lo abbracciò con calore in pieno Transatlantico, il corridoio che chiamano dei passi perduti, sul quale si affaccia l'aula e che, solcato dai parlamentari, sembra il corso di un paese durante la festa patronale.
Imbarazzo? "Nessuno. Negri aveva preso una strada molto lontana dalla mia, ma il suo cervello era di prima qualità. Anche Lucio Colletti era mio carissimo amico. Avevo frequentato i suoi seminari e non credo di esagerare se dico che le sue scelte politiche mi hanno procurato grande dolore. L'ho rivisto dopo tanti anni qualche settimana fa alla Camera, usciva dall'aula: la sola cosa che ci teneva a dirmi era che aveva appena fatto un bel discorso". Coldagelli è un testimone di traverso, un osservatore senza entusiasmo. Ha servito la Repubblica (sia concesso lo svarione retorico) con poca vocazione, essendo sbarrate, dopo la morte del suo professore, Federico Chabod, le porte dell'accademia, ma con rigore inflessibile, imparziale dedizione. Ha fatto carriera, ma non quanta ne avrebbe meritata. Dopo essere stato per molti anni capo dello staff di Ingrao, era matura la nomina a vicesegretario generale. Ma le più alte cariche di Montecitorio erano precluse a un funzionario comunista. Raccontano, ma lui si ritrae quando glielo riferiscono, che neanche Nilde Iotti impiegò molte energie per violare quel tabù: solo nel 1987 la presidente riuscì nell'intento. "All'inizio nessuno conosceva le mie idee. Non mi mettevo in evidenza, sdegnavo le ambizioni. Forse mi giudicavano un po' strano. Fino a che arrivò Cosentino alla segretaria generale". Francesco Cosentino, uomo potentissimo, un democristiano il cui nome finì nelle liste di Licio Gelli, il prototipo del grande mandarino di Stato. "Era scostante, sprezzante, eppure riusciva a mantenere buoni rapporti con tutti benché non abbia mai rivelato il suo pensiero. Lui sapeva chi ero".
L'ambiente non era confortevole. Si diventa funzionari parlamentari dopo un concorso fra i più duri. Bisogna avere competenze giuridiche, storiche, di dottrina politica ed economica, dominare la procedura parlamentare. "I consiglieri hanno di sé una grande opinione, spesso esagerata e non poche volte ridicola. Molti si sentono parte di una struttura eterna, discettano all' infinito sul proprio status e guardano con supponenza i parlamentari, una specie di casuale passeggero nel palazzo. Io non mi sono mai identificato nel corpo". Un isolato? "In parte sì, anche se avevo molti amici fra i miei colleghi, Giuseppe Carbone, che ora presiede la Corte dei Conti, il costituzionalista Gianni Ferrara, Beniamino Placido e altri ancora".
Negli spazi liberi Coldagelli leggeva e studiava Tocqueville. "Ero entrato alla Camera mentre si esaurivano le tensioni rivoluzionarie, restavano i grandi temi di una società democratica e Tocqueville mi accompagnava quando mi imbattevo nella difficoltà di far coincidere gli istituti di una democrazia e il processo democratico, gli interessi dell'homo democraticus". Ora del grande teorico francese è uno dei più profondi conoscitori, ne ha curato gli scritti e i discorsi in un volume di Bollati Boringhieri e sta raccogliendo alcuni saggi per riunirli in un libro. Coldagelli esce dall'ombra nel 1975, quando diventa presidente Pietro Ingrao. "L'avevo conosciuto vent' anni prima, nel 1956. Era venuto a sostenere le posizioni del vertice comunista sull'Ungheria nella mia sezione universitaria. Io non intervenni, ma la nostra mozione critica verso i dirigenti fu approvata e subito dopo la sezione venne normalizzata. L'anno successivo non mi iscrissi più al Pci. Ci tornai nel 1970, insieme a Tronti". E ora è nel Pds? "Non credo di avere la tessera...". Non capisco, o ce l'ha o non ce l'ha... "L'ho presa, ma forse non l'ho mai rinnovata".
Torniamo a Ingrao... "Quando venne eletto, mi chiamò a guidare la sua segreteria". Com'era Ingrao presidente, l'Ingrao comunista, assertore di una politica che nasceva nei movimenti? "Diede il meglio di sé ed ebbe riconoscimenti unanimi. Ogni volta che incontro Scalfaro, che allora era il suo vice, mi ricorda 'i bei tempi con il presidente' . Era esigente, probo negli impegni. Ha riformato la struttura interna della burocrazia, e più la Camera aumentava i terreni di legislazione, più voleva che crescessero la documentazione e la ricerca, che quello che si realizzava in aula e nelle commissioni fosse comunicato all'esterno, perché in qualche modo arrivasse fuori la verità della politica". È vero che quell'incarico a Ingrao fu una specie di esilio comminatogli dal suo partito? "No, assolutamente. Si arrivò a lui in seconda, forse in terza battuta dopo che Pajetta e Amendola rifiutarono. Il Parlamento non contava quasi più nulla, schiacciato dai partiti e dal governo: e invece Ingrao lo ha rimesso al centro del circuito istituzionale". Eppure Ingrao raccoglieva l'eredità di Pertini... "Sì, ma molte cose in Pertini si risolvevano nel personaggio, nel terrore che certe sue sfuriate incutevano nei collaboratori". Ci alziamo per scegliere delle foto. Ne mostra un paio, il taglio delle giacche e i colori delle cravatte le riportano alla fine degli anni Settanta. "Le scattarono a un convegno intitolato La città politica. Al Quirinale c'era Pertini, a Montecitorio Ingrao, in Campidoglio sedeva Giulio Carlo Argan. Tutto sembrava si potesse risolvere, ogni cosa pareva a portata delle nostre capacità: discutevamo con gli urbanisti degli spazi che una città doveva destinare alle funzioni politiche. Erano in questione il decentramento dei ministeri, l'allargamento del Parlamento. Oggi i problemi sono gli stessi, ce li troviamo davanti tali e quali. Sono stati fatti dei tentativi, ma, cosa vuole, la politica quotidiana prende alla gola".

“la Repubblica”, 28 luglio 1996

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