8.4.11

Quando le radici diventano catene... Per il meticciato alimentare (Loris Campetti)

Il marchigiano Loris Campetti
I giornali,  soprattutto quelli locali, specie in occasione di fiere, mostre e importanti convegni, allegano al quotidiano inserti tematici, che spesso sono strumento per la raccolta di "pubblicità istituzionale". All'abitudine, peraltro, non si sottraggono giornali di sinistra come "l'Unità" o "il manifesto".
Obiettivo principale dell'operazione è, ovviamente, far guadagnare un po' di soldi al giornale. Ne consegue che, in molti casi, quegli inserti sono antologici, alquanto rabberciati, pieni di interviste autoelogiative dei responsabili degli enti pagatori, committenti della pubblicità.
Uno di siffatti inserti si accompagnò al "manifesto" nell'ottobre 2010, in comitanza con il Congresso internazionale dello Slow Food tenuto a Torino. S'intitolava Cotto e mangiato. Tra tanti pezzi e pezzetti assolutamente meritevoli di oblio, anche per carità di patria, ho trovato un articolo del marchigiano Loris Campetti contenente riflessioni ideologiche, politiche e gastronomiche di peso. Ne posto qui la parte che ho trovato più interessante. (S.L.L.)
Isola di San Pietro o Carloforte
Le radici, il territorio, il locale, l’identità, l’appartenenza, la tradizione. Da destra a sinistra, nella politica come nei movimenti, c’è stata una riscoperta di termini “forti” quanto ambigui che possono significare tutto e il contrario di tutto. Succede persino in cucina e dunque a tavola. Quando il baccalà mantecato, il risotto alla milanese o il brasato al barolo vengono alzati come bandiere per rivendicare improbabili superiorità culturali di un territorio nei confronti di un altro, i piatti perdono gusto e si irrancidiscono, le radici diventano catene (metalliche, non alimentari) e passa l’appetito.
Contrapporre alla polenta - su cui Bossi pretende di imprimere il sole delle Alpi – la coda alla vaccinara – che la Polverini pretende di agitare come se le appartenesse – è un’operazione a perdere che fa male alla polenta, alla coda e a tutti noi. E’ difficile decidere se sia più volgare la Polverini che imbocca Bossi o il coro degli accoliti che accompagna l’immondo evento «unitario» cantando «ce piaceno li polli/ l’abbacchi e le galline/ perché so’ senza spine e nun so’ come er baccalà».  Roba, per l’appunto, da «società de li magnacciò».
Insomma, la restaurazione identitaria messa in scena dalla politica fa male alla società perché divide e azzera le conquiste della Rivoluzione francese (libertà, fraternità, eguaglianza), ma fa male anche all’alimentazione, cioè alla cultura.
Questo non vuol dire che i piatti «nazionali» siano progressisti e la cucina regionale reazionaria. Tanto più che i piatti italiani conosciuti in tutto il mondo hanno quasi sempre una tradizione territoriale, e dunque delle radici: vogliamo parlare della pizza inequivocabilmente partenopea, o degli spaghetti al ragù che come sottotitolo hanno scritto «alla bolognese»?
Nel centocinquantesimo dell’unità d’Italia sarebbe utile tessere una tela meticcia per dare un senso, o meglio una chance, a un insieme squinternato nato su basi centralistiche e tenuto appiccicato con l’autoritarismo burocratico, senza nulla concedere alla demenza secessionista. Per restare a tavola, questa tessitura comporterebbe un’audace quanto salutare rottura delle gabbie alimentari. Esaltando i presidi, cari a Slow Food, ma liberandone le eccellenze dalle prigioni territoriali, cioè socializzandole, di conseguenza mescolandole con le eccellenze di altri presidi.
Non stiamo proponendo una versione «unitaria» della nouvelle cuisine ma una pratica antica di meticciato, diffusa in un popolo di navigatori come il nostro.
Per non portarla per le lunghe, è meglio fare qualche esempio. Uno in particolare. C’è un’isoletta nel sud della Sardegna, separata da uno spruzzo d’acqua dall’isola maggiore, che si chiama San Pietro, più nota con il nome di Carloforte. I carlofortini sono una popolazione di pescatori partiti da Pegli nel Cinquecento in cerca di fortuna; sbarcati in questo paradiso mediterraneo si dedicarono naturalmente alla pesca e anche all’agricoltura. Vissero nell’isola felice finché dal Nordafrica (“li turchi so’ sbarcati alla marina”) arrivarono i briganti tabarkini da un’altra isola, non turca in verità ma tunisina) e fecero prigionieri tutti gli infedeli pegliesi di Carloforte per deportarli come prigionieri a Tabarka. Qui restarono sognando la terra promessa finché i Savoia, nel Diciottesimo secolo, ne fecero finalmente una giusta: accolsero il disperato appello dei prigionieri e ne riscattarono la libertà pagando i tabarkini. I carlofortini tornarono alla loro isola con il mandato sabaudo di coltivarla. (Un’altra narrazione esclude che il periodo tabarkino dei pegliesi fosse legato alla prigionia e alla deportazione, nel qual caso l’intervento, questo sì storicamente dimostrato, dei Savoia avrebbe qualche quarto in meno di nobiltà). Grazie alla pesca e alla lavorazione del tonno, questo popolo meticcio è arrivato fino a oggi vivendo più che dignitosamente, orgoglioso delle sue origini così come di quel che è diventato. Di originale i carlofortini, oltre alla lingua hanno la cucina, ricchissima perché «imbastardita» da una storia di conquiste, prigionie e liberazioni. Un piatto tipico, più che italiano mediterraneo, si chiama “cascà” e altro non è che un cuscus a base di verdure, la cui origine è evidentemente nordafricana.
Un piatto tipicamente italiano, invece, è la pasta, naturalmente “alla carlofortina”: la pasta è corta, un misto di orecchiette e minchiarelli direbbero nel Salento e il condimento consiste in un sugo di tonno, neanche a dirlo locale, cotto con il pomodoro e prima di servire in tavola si dà un’ultima mescolata con qualche cucchiaio di pesto a base di basilico anch’esso locale e prodotto secondo la classica ricetta peglina. Il risultato è eccellente ed è la dimostrazione sul meticciato alimentare. […]
Non è soltanto cercando radici meticce che si può esaltare una buona, meno nota e meno identitaria cucina, anche perché la contaminazione, per fortuna, è ovunque: lo zafferano che esalta il risotto alla milanese non si coltiva propriamente lungo il Naviglio o in Brianza ma all’Aquila, o in
Medio Oriente, o in Iran, o in Sardegna. E il merluzzo da cui proviene il mitico stoccafisso cucinato all’anconetana non è stato pescato in Adriatico: il fatto è che gli anconetani sono pescatori e nei tempi dei tempi già navigavano fino ai lontani mari del nord, riempivano le reti di merluzzi e presto si posero il problema della conservazione del pesce, essiccato al sole e al vento, o sotto sale. […]
Bisogna anche avere il coraggio di mescolare ingredienti, ricette e culture diverse, senza strafare, senza voler stupire. Provate per esempio a mettere a fine cottura su un risotto agli scampi - al posto dell’insulsa manciata di parmigiano cara agli istriani che rivendicano la primogenitura di questo piatto – un po’ di zafferano e mi saprete dire.
Per concludere, spesso i piatti della tradizione regionale sono pesantissimi, unti e bisunti e non dal Signore. Qualche intervento sapiente e misericordioso, magari politicamente scorretto, può aiutare. I deliri territoriali lasciamoli alla demenza leghista e al generone romano.

La Fiat se ne va (Loris Campetti)

Marchionne è tornato in Italia con un ruolo da primo attore. Prima all’assemblea degli azionisti FIAT, poi oggi con una sorta di proclama su “La Stampa”, il giornale storico della società degli Agnelli. In un caso e nell’altro con toni da padrone assoluto. “Puzza di padrone” - dice di lui la mia amica Laura Omero. Sul “marchionnismo” come ideologia, sui suoi rapporti con il “berlusconismo”, c’è tanto da ragionare e il suo articolo sul quotidiano torinese ne offre occasione. Su una cosa invece mi pare non ci siano dubbi: le promesse condizionate sul ruolo degli stabilimenti italiani, dei lavoratori italiani, dello stesso manegement italiano, in una multinazionale a centralità nordamericana sono prive di consistenza e di sostanza: la Fiat dall’Italia se ne va. Credo che lo abbia scritto e spiegato con chiarezza e brevità il marchigiano Loris Campetti su “il manifesto” del 31 marzo. Leggere (o rileggere) per credere. (S.L.L.)


La Fiat se ne va dall'Italia, è questo il succo dell'assemblea degli azionisti che si è svolta ieri a Torino, senza neanche pagare la luce. Anzi, si frega pure le lampadine: per chiudere in bellezza 112 anni di storia patria, la coppia Marchionne-Elkann ha comunicato che distribuirà agli azionisti per lo meno 100 (cento) milioni di dividendi nel 2011 con cui potranno festeggiare l'orizzonte a stelle e strisce. E' il corrispettivo degli stipendi annuali di 8-9 mila tute blu in cassa integrazione. Perché stupirsi, se è vero che Marchionne guadagna come 1.037 suoi operai?
Adesso il manager più famoso del mondo ha detto che se faranno come vuole lui, comprese 120 ore di straordinario e rinunceranno a far pipì, anche gli operai italiani, almeno quelli di cui l'azienda avrà bisogno, guadagneranno un po' di più. Del resto, le ore di straordinario di Marchionne non si contano, neanche gliele pagano. C'è qualcosa di immorale in questa storia, ma solo la Fiom pare scandalizzarsi. Dovrebbe pensarci il sindaco uscente di Torino Sergio Chiamparino, ogni volta che va a giocare a scopone con il suo amico, l'altro Sergio.
Producono poco le fabbriche italiane della Fiat, sono sottoutilizzate. Non va bene, gli operai devono saperlo e rinunciare a ogni certezza sul futuro, al massimo cassa integrazione per i più fortunati. Di integrativo neanche a parlarne, visto che non producono. Come se fosse colpa loro se gli impianti non sfornano automobili, e non di chi della Fiat è padrone e gestore. Senza incentivi pubblici e senza nuovi modelli, di cui se va bene si comincerà a parlare a fine anno a Pomigliano con la Panda e a fine del 2012 a Mirafiori per il suv Chrysler, le automobili della pregiata ditta torinese non si vendono in Italia né in Europa. Sarà per questo che Sergio Marchionne pretende dagli operai italiani e dai sindacati carta bianca su orari, salari, organizzazione del lavoro, velocità della catena di montaggio, straordinari? Sarà per questo che cancella con atti d'imperio il diritto a scioperare, ammalarsi, eleggere i propri rappresentanti, come se la dittatura in fabbrica potesse supplire alla mancanza di automobili da vendere?
Ieri a Torino si è conclusa la storia della Fiat che abbiamo conosciuto dal 1899. Ora di Fiat ce ne sono due, una che fa (o non fa) auto e un'altra che fa camion e trattori. In sostanza, la Fiat auto non c'è più, c'è la Chrysler, salvata dalle pensioni degli operai americani, che Marchionne continua a scalare. E gli stabilimenti italiani che supereranno la cura Marchionne somiglieranno sempre più alle machiladoras messicane, fabbriche cacciavite senza libertà. Del resto, che te ne fai dell'Italia? Nel cuore degli Agnelli, non solo di Marchionne, c'è sempre stata l'America. L'ha ricordato ieri il presidente John Elkann narrando agli azionisti che il suo trisnonno senatore - quello che inaugurò Mirafiori insieme a Benito Mussolini, ma questo John non l'ha detto - già nel 1906 sbarcò a Detroit per fare affari con i fabbricanti locali di automobili. In Italia, invece, viveva con le commesse militari del governo Giolitti e costruiva autoblindo per la prima guerra di Libia.

Cesaretto. Mario Soldati prende penna.

Sulla trattoria di “Cesaretto”, in via Della Croce a Roma, ho già proposto in questo blog i ricordi di Stefano Bonilli (http://salvatoreloleggio.blogspot.com/2011/04/cesaretto-stefano-bonilli-ricorda.html).
Ora riprendo dal “Corriere della sera” di domenica 25 maggio 1980 l’articolo per il quale Mario Soldati prende penna, quasi difendere l’esistenza stessa della trattoria, minacciata di sfratto. Mi pare una pagina di ottimo livello letterario, oltre che piena di tante curiose notizie. (S.L.L.)
Ciao Giorgio.
Leggo sui giornali che a Roma, in via della Croce, c’è pericolo chiuda “Cesaretto”, una piccolissima, modesta, economica trattoria. Sarebbe, un gran peccato!
A Roma ho vissuto in vari periodi qualche volta anche molto distanziati l’uno dall’altro, ma se faccio la somma si tratta almeno di una trentina d’anni: venti in pensione o in albergo, poi dieci in casa mia. Ebbene, soffrivo di un’angoscia quotidiana: puntualmente verso sera m’accorgevo che anelavo a vivere altrove. In qualunque luogo del mondo ho sempre accettato l’idea della morte ma solo a Roma non mi sono mai sentito capace di accettare la possibilità di trovarmi a morire proprio lì: pensavo che in questa città, morta già tante volte, era come morire di più. Dal 1960, dopo che l’ho lasciata, Roma ha subito distruzioni, malversazioni, ignominiose trasformazioni: non me ne sono mai lamentato: anche se erano delitti contro il buon gusto, anche se erano novità che denunciavano odio e disprezzo per l’arte, ne godevo con una risata tragica: ma sì, che vada in malora tutto, sempre di più, abbreviamo l’agonia.
Come mai, perciò, provo oggi tanto dispiacere sentendo della fine che minaccia una piccola, modesta, economica, apparentemente anonima trattoria? Per quale mistero, a una notizia simile, non mi sfiora neppure l’ombra di quel maligno sorriso che non sono mai riuscito a nascondere quando un amico di Roma mi informava di analoghe infamie colà perpetrate?
Il dispiacere che provo per “Cesaretto” si collega ad un episodio lontano, lontanissimo, forse dovrei dire senza data. Messi in opera tutti i possibili calcoli di una filologia privata, non riesco neppure a ricordare di quale epoca si tratti. Era una vigilia di Natale ma non so di che anno. Se c’era, allora, a Roma, una sera che la gente non andava in trattoria era proprio quella …
Mezzanotte si avvicina. I pochi clienti sono già usciti. Siamo rimasti ciascuno al suo tavolo, l’ingegnere e io. L’ingegnere ha già chiamato il figlio di Cesaretto, un ragazzo sui dodici anni, e ha chiesto il conto.
Capelli bianchi pettinati con la riga, testa piccola e rotonda, occhiali d’oro, guance di colore avorio, completo di tweed verdolino, l’ingegner Giacinto Caire, funzionario dell’Azienda Comunale di Elettricità, siede al suo solito tavolo perfettamente equidistante tra la porta a vetri che dà su Via della Croce e il buio andito che comunica con la cucina. Siamo compaesani, piemontesi, lui però un montanaro della Val Varaita: non soffre il freddo come me che siedo lontano dalla strada, in fondo, all’ultimo tavolo dove arriva, dalla cucina, un fiato di calore. Do le spalle al bancone della mescita e guardo quella semplice stanza che ho sempre amato e che adesso mi sembra meravigliosa.
Le tre volte a vela intonacate a calce; il piatto di ferro smaltato che pende dal centro di quella di mezzo; la lampadina che arde solitaria lasciando nella penombra, in alto, i lunghi scaffali colmi di fiaschi bene allineati; il lucido, liscio intonaco verdechiaro, dello zoccolo; la doppia prospettiva dei tavolini, marmo bardiglio, sei di qua sei di là; lo scintillio tranquillo degli occhiali d’oro dell’ingegnere e del bicchiere d’aleatico da lui non ancora finito; l’ingegnere stesso, immobile, con la sua espressione seria e lo sguardo perduto nel vuoto: tutto questo è un quadro vivente, il capolavoro di un pittore che immagino, di un Van Gogh diverso, magro, gotico, nordico, eh sì nordico proprio perché toscano e non olandese né provenzale.
Rompe l’incantesimo il figlio di Cesaretto, Luciano che arriva con il conto. L’ingegnere esegue allora, sempre uguali, i soliti gesti di ogni sera: si toglie gli occhiali, guarda il conto dedicandovi una breve meditazione, si rimette gli occhiali, sfila dalla giacca il portafogli, depone sul tavolo il denaro; infine, con l’aiuto di Luciano, indossa il paletot. Piccolo, deve alzarsi sulla punta dei piedi per staccare dall’attaccapanni il cappello: Se lo adatta bene sulla fronte. Senonchè, di colpo, guardando Luciano, interrompe il rito: e perché? ricorda forse soltanto allora che è una sera straordinaria? ma sì, Natale, cede ad un sorriso, inclina il capo: “Be’, ciao Luciano”, lo sfiora con uno scappellotto sulla nuca, poi, seguitando lo stesso movimento a cui lo scappellotto ha dato l’avvio, svelto raggiunge la porta, la apre. I vetri tintinnano, l’ingegnere la chiude accuratamente, scompare nel buio.
Resto lì, solo, tranquillo, a contemplare il mio personale Van Gogh. Perché sono così felice? Sono solo, sono a Roma, eppure mi sento a casa, eppure mi sento felice. Perché?
Cesaretto, oppure il Buchetto, oppure il Buco di Via della Croce, o anche la Felicetta: ma soprattutto Cesaretto, così lo si cominciò a chiamare almeno dagli anni Trenta, sebbene l’insegna che ancora oggi sormonta la vetrata d’ingresso, porti la scritta “Fiaschetteria Beltramme”.
Cinquantacinque metri quadrati tutto compreso, sala e cucina. Un rettangolo lungo e stretto. Un posto non soltanto diverso da tutte le altre osterie romane, ma unico. Questa singolarità non riguarda soltanto la modestia, la parsimonia, lo stile arcaico è di un’eleganza prettamente toscana, vorrei dire macchiaiola. Ma riguarda anche – conseguenza e insieme causa del suo stile – la clientela: pittori, scrittori, giornalisti, turisti nordici e specialmente svedesi, una bohème educata, riservata, parte della quale ha davvero pochi soldi da spendere mentre un’altra parte sa come l’avarizia molte volte nasconda un gusto profondamente raffinato: scelta istintiva che coincide con il gusto di chi, nel 1889, fondò questa osteria.
Era toscano, naturalmente: anzi più chiuso, senese. Si chiamava Moscardini di cognome e Beltramme di nome. A Firenze non si dice il tram, si dice il tramme. Beltramme, forma antica e forse un po’ scherzosa del germanico Beltram. Chiaro, ci riallacciamo alla Toscana più viva e più forte, all’innesto medievale, germanico, gotico.
Non ho fatto in tempo a conoscere il vecchio Moscardini, ma nel 1927, quando, avvertito da Emilio Cecchi, per la prima volta misi piede nel locale, conobbi le due figlie del Moscardini, le quali allora avevano superato l’età di mezzo. Si chiamavano Felicetta e Elena, restarono nubili. Magre, brune, pulitissime, capelli raccolti in crocchia sulla nuca e cuffia bianca per rispetto del coperto e della pietanza. Camice bianco da infermiera dal collo alle caviglie. Guanti di filo bianco. Ricordo bene soprattutto Felicetta perché è rimasta viva molto tempo dopo la morte della sorella. Continuò a lavorare fino al 1970: sempre col camice bianco e i guanti di filo, piegata in due, sottile, silenziosa, sorridente, durissima, simile alla sagoma secca di una zeta o di un quattro.
Nulla, assolutamente nulla di romano: e meno di tutto romana la cucina che si distingue anche oggi da quella romana specialmente in una rigorosa, strenua applicazione del primo principio della cucina toscana: dare, sempre, molto maggiore importanza alla scelta dei cibi che non al modo di cucinarli. Poiché fu certamente questo il pilastro incrollabile, indefettibile su cui il vecchio Moscardini costruì la sua impresa anacronistica e perfettamente refrattaria all’ambiente in cui era destinata a operare. E fu questo l’insegnamento che le figlie del Moscardini trasmisero al giovane Cesaretto Guerra, abruzzese dell’Aquila che era venuto a aiutarle dopo la morte del padre.
Insomma, la Fiaschetteria Beltramme è una miracolosa enclave ormai centenaria, sempre validissima come cucina e sempre refrattaria anche all’inflazione. I suoi prezzi sono minimi oggi come in passato. Assurdo si debba temere per la sua improvvisa scomparsa. Il figlio di Cesaretto ha in affitto – un affitto che dura da un secolo – i suoi cinquantacinque metri quadrati. Ma un certo dottor Romagnoli recentemente ha comprato la vecchia casa che include quella piccola area e, per farne un’agenzia immobiliare, ha sfrattato il figlio di Cesaretto.
I nomi dei clienti che ricordo?
Vanno, nei primi tempi, da Emilio Cecchi a Cesare Pascarella, da Prezzolini, Soffici, Papini, Spadini, a Cardarelli, Bontempelli, Ungaretti, Donghi, Francalancia, De Chirico, fino a Luigi Einaudi quarant’anni prima che diventasse presidente della Repubblica.
E poi Poggioli, Pagliero, Napolitano, Patti, Talarico, Amerigo Bartoli, Sensani e Ghepardi, Leo Longanesi e Re Gustavo di Svezia con i suoi archeologi.
Infine i sempre vivi Mino Maccari, Arbasino, Caprioli, Bassani, La Capria, Moravia, Parise, Ruggero Orlando, Fellini, Castellani, Lucio De Caio.
Ma è necessario dissipare un equivoco. Non Vorremmo che si credesse che noi, amici di Cesaretto, cerchiamo di imbalsamarlo in qualcosa di intoccabile e prezioso. Non c’è niente di comune tra Cesaretto e altre trattorie romane che anticheggiano e antiquareggiano, fino a non vergognarsi dell’insegna “Hostaria”. E non c’è nessun rapporto neanche con locali come il Caffè Greco, rimasto fisicamente identico a quello che era in passato mentre culturalmente non esiste più. La clientela del Caffè Greco oggi è amorfa: contiene tutti i turisti e i viaggiatori sia nazionali sia stranieri, tutti curiosi, tutta la massa anonima che ogni giorno invade il centro di Roma. La clientela di Cesaretto invece è rimasta la stessa di cinquanta o sessanta anni fa: rinnovata, intendiamoci, perché costituita in maggioranza da giovani, ma da giovani il cui rapporto con l’arte e con la società è identico a quello dei clienti loro predecessori.
Tale continuità dei clienti di Cesaretto è riconoscibile da qualcosa che li accomuna non in una cultura o in una professione, ma piuttosto in una disposizione dell’animo. Perché i loro gusti intimi possono essere definiti soltanto come odio della retorica, odio delle grandiosità a buon mercato, odio di tutti i paludamenti, gli orpelli, i gridi pubblicitari e come sfoggio, semmai, di un’eleganza spirituale che veste sempre leggermente fuorimoda.
Nomi, nomi. Attraverso elenchi di gruppi con tutti i nomi famosi si potrebbe arrivare alla storia di una certa élite, di una certa intellighenzia non romana ma residente, temporaneamente o meno, a Roma. Romano-residente e romano-resistente, in ogni caso. Gli archi di tempo che chiudono questi elenchi di nomi potrebbero andare da Luigi Einaudi alla figura senza tempo tinta dell’ingegnere Caire e della sua notturna uscita di scena così dignitosa, elegante, leggera. Scrive Giulia Massari che uno degli ultimi bon mots di Ennio Flaiano era questo: “Se potessi scegliere dove morire, non avrei che un’alternativa: o Chez Maxim’s o Da Cesaretto”.
Non è proprio questo il segreto della mia misteriosa felicità, quella sera di Natale tanti anni or sono? Ero a Roma ma come se non fossi a Roma, ero pronto.
Mario Soldati

7.4.11

Ma Stalin è tutto da buttare? (di Valentino Parlato)

Nella rubrica Scritto&Parlato su “il manifesto” del 27 marzo 2011, Valentino Parlato risponde a una lettrice, che gli chiede di indicare il buono di Stalin. La risposta, che qui pubblico insieme alla lettera, non mi convince. Mi pare che il metodo di distinguere il buono dal cattivo sia superficiale e di conseguenza indulgente. Sullo stalinismo bisogna scavare a fondo per capirne la natura e liberarci dai veleni che ci ha lasciato in eredità. (S.L.L.)

Caro Valentino,
ho letto qualche giorno fa la tua risposta alla lettera del giovane diciottenne. Molto interessante sia l'una che l'altra. Ho notato che, ad un certo punto, tu fai riferimento ad alcune cose che apprezzi di Stalin. Visto che siamo strainformati degli errori e degli orrori da lui commessi, mi piacerebbe che ci dicessi qualcosa su ciò che tu apprezzi. Ho l'impressione, infatti, che sul problema dello stalinismo si sia posata una coltre pesante, omogenea e antistorica di semplificazione opportunistica che ha prodotto nel senso comune un'equazione odiosa fra Stalin e Hitler. Attendo con ansia una tua risposta.
Valentina Gramiccia
una trentenne non stalinista

Cara Valentina, trentenne non stalinista.
Provo a risponderti, anche se ho qualche dubbio sulle mie conoscenze e capacità.
Per cominciare una premessa: il gruppetto del «manifesto» è stato cacciato dal Pci, perché criticava la soggezione del Pci di allora allo stalinismo e quando a dirigere l'Unione sovietica c'era Breznev, il più opaco degli stalinisti.
I meriti - a mio parere - di Stalin? Innanzitutto avere fatto uscire la Russia dalla feudalità zarista. In secondo luogo avere fatto convivere e collaborare etnie tra loro assolutamente diverse. In terzo luogo (piuttosto importante) avere sconfitto le armate di Hitler. I tedeschi, attaccando l'Urss, pensavano di dovere fronteggiare qualcosa di analogo all'esercito zarista, clamorosamente sconfitto nella Prima guerra mondiale. E invece no: l'Armata rossa ha combattuto, ha sopportato 21 milioni di morti senza mai fare un passo indietro. Evidentemente quei soldati erano convinti di difendere a ogni costo il loro paese e il governo di Stalin.
Vorrei aggiungere che la straordinaria resistenza dell'Armata rossa nella Seconda guerra mondiale è stata anche il prodotto della vittoriosa guerra civile delle forze armate sovietiche contro quelle dei generali zaristi Kornilov, Kolciac e altri, sostenute da truppe regolari o mercenarie. Da «Il sarto di Ulm» di Lucio Magri traggo un'affermazione del Ministro degli esteri francese di allora, Pichon. Secondo Pichon, a fianco delle forze armate zariste combattevano 140mila francesi, 190mila rumeni, 140mila inglesi e 140mila serbi.
Questo è quel che mi viene di scriverti. Certo per parlare seriamente di Stalin bisognerebbe scrivere un saggio impegnativo, ma per concludere trascrivo un brano di Isaac Deutscher, storico di prestigio e piuttosto trotzkista: «Nel giro di tre decenni, il volto dell'Urss si è completamente trasformato. Il nocciolo dell'azione storica dello stalinismo è questo: esso ha trovato la Russia che arava con aratri di legno e la lascia padrona della pila atomica. Ha incalzato la Russia al grado di seconda potenza industriale del mondo e non si è trattato soltanto di una questione di puro e semplice progresso materiale e di organizzazione. Un risultato simile non si sarebbe potuto ottenere senza una vasta rivoluzione culturale nel corso della quale si è mandato a scuola un paese intero per impartirgli una istruzione estensiva». Insieme a tutto questo - come scrivi tu - ci sono «gli errori e gli orrori» che non vanno affatto trascurati o dimenticati. Grazie per la tua lettera.
Valentino Parlato
P.S.: Sembra un paradosso, ma particolarmente grati a Stalin dovrebbero essere gli israeliani: contro l'Inghilterra il voto dell'Urss fu decisivo per la costituzione dello Stato di Israele.

Cesaretto. Stefano Bonilli ricorda...

Alberto Moravia, Pier Paolo Pasolini e Laura Betti
al ristorante "Cesaretto" in una foto di Mario Dondero 
Stefano Bonilli, un tempo colonna de “il manifesto”, per presentare le foto di scrittori di Mario Dondero, ha rievocato la trattoria di “Cesaretto”, in via Della Croce a Roma, dove - a quanto racconta - lo incontrò più di una volta a partire dal 1975, quand’era giovane e squattrinato redattore del quotidiano comunista. Scrive Bonilli, nel suo blog (http://blog.paperogiallo.net/ ), che, nonostante lo si trovi ancora nelle guide, il locale non è più quello: “Luciano Guerra è stato il Cesaretto degli anni Sessanta, Settanta e Ottanta. Poi, stanco, ha affittato il locale ed è finita la storia”.
Così lo rappresenta: “Cesaretto era la trattoria di cui si legge nei romanzi: molti pittori pagavano con i loro quadri, ci si sedeva in qualunque posto libero tranne che nel tavolo vicino al bancone: lì officiavano i vecchi clienti, Flaiano & C e ci si sedeva solo se invitati. Non c'era telefono, non si poteva prenotare e non si mangiava neppure bene se si eccettuano alcuni piatti.
E allora perché lo si frequentava? Perché, in una Roma non ancora travolta da turismo e consumismo, basti pensare che via della Croce era piena di negozi, dalla polleria al negozio fico di frutta a numerosi alimentari, Cesaretto era un punto di incontro di pittori, scrittori, registi, giornalisti e personaggi vari.
Noi del “manifesto” ci siamo affacciati verso il 1975 e Luciano, liberale per cultura e voto, ci ha adottato; il che voleva dire pagare una volta al mese ovvero quando avevamo i soldi: ogni giorno lui faceva il conto e poi ce lo dava da conservare. Quando in redazione arrivavano i soldi ti presentavi col mazzetto dei conti, Luciano ne misurava lo spessore e diceva una cifra, sempre di gran lunga inferiore a quella reale, e se protestavi cominciava ad abbassarla di 10.000 in 10.000 tanto che le prime volte rimanevi spiazzato perché il mondo andava alla rovescia. La pasta e ceci era buona, il vino pessimo ma se zia Crocetta in sala e zio Rolando in cucina ti prendevano in simpatia la sera sapevi che facevi tappa a casa e per me fuorisede era la salvezza… Stiamo parlando di un'Italia che non c'è più”.
Ho avuto la gioia nell’Ottanta di pranzare da Cesaretto. Doveva essere settembre. Lo cercai perché Attilio Bertolucci su “Repubblica” (ma prima lo aveva fatto Soldati sul “Corriere della sera”) aveva denunciato il rischio che chiudesse, per le cattive intenzioni di un nuovo padrone di casa, che non voleva rinnovare il contratto d’affitto. Ci trovai molti svedesi, alcuni del “manifesto” (di sicuro Barenghi, la jena) e, guarda un po’, proprio Bertolucci. Non riconobbi altri. Mangiai solo e in fretta: non avevo molto tempo. Andai via felice, perché avevo pagato poco ed ero stato in un posto importante.
Oggi, per caso, ho recuperato un ritaglio che mi ha riportato quel tempo e ho fatto qualche ricerca nella rete. Ne ricaverò tre post. Questo è il primo.

P.s.
http://salvatoreloleggio.blogspot.com/2011/04/cesaretto-mario-soldati-prende-penna.html (secondo post su Cesaretto)

Epistolina a N.B. (di Edoardo Sanguineti)


Questa rivisitazione dell'antico genere letterario dell'epistola in versi è una delle ultime cose che il grande Edoardo Sanguineti ci ha lasciato ed è inserita nel suo ultimo volume di poesia, Varie ed eventuali, lasciato pronto per la stampa, ma pubblicato postumo. Il destinatario della poetica missiva è Nanni Balestrini, sodale nel Gruppo 63 e in altre battaglie, tema ne è la crisi dell'oggi che sembra senza alternative. A me sembra molto acuta, preveggente, bella. (S.L.L.)
(7 maggio 2010)

caro Nanni, ritorno da Bologna.
ti scrivo qui, dall’autostrada, in fretta,
non ho notizie fresche, ma che rogna
che è questa cosiddetta crisi: aspetta
un po’: guarda la Grecia, il Portogallo,
la Spagna: è una questione, qui, di giorni,
forse di ore, attenzione: guarda il gallo
con i sobborghi che esplodono, forni
ardenti, con Obama abbronzatissimo,
da nobelizzatissimo: si crede
imperatore del mondo: incertissimo
su tutto, poveretto, lui, l’erede
degli Stati sfasciati, indebitati,
nel pantano delle assicurazioni –
tra iraniani, e iracheni, e iperarmati
di Taiwan, nordcoreani, e legioni
di indiani – e pechinesi che si acquistano
(e si vendono) tutto, tra filmati
di bollynigeriani, e si conquistano
i mercati: e un mondo è morto – e soldati
per le strade del mondo: e non si arriva
per me, al 2012: e vicina,
più vicina, è la fine: e la deriva
è completa: ma ciao – viva la Cina:

Crocifisso tricolore (di Filippo Gentiloni)

Nella rubrica “Divino” su “il manifesto” del 27 marzo 2011 Filippo Gentiloni ha commentato le recenti sentenze a favore dell’affissione del crocefisso nei pubblici edifici con un articolo dal titolo originario Il silenzio dei cattolici sul crocefisso fascista, anche sulla scorta dell’ultimo libro di Sergio Luzzatto. Lo colloco qui, con altro titolo, e rimando a un mio vecchio post sul clima politico degli anni in cui l’obbligo del crocifisso alle pareti venne introdotto (http://salvatoreloleggio.blogspot.com/2010/02/il-ritorno-della-croce.html). (S.L.L.)
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Ogni tanto si torna a discutere della presenza del crocefisso sulle pareti delle scuole e dei tribunali. Una presenza imbarazzante, come conferma, e con forza, il recente volume di Sergio Luzzatto, fortemente polemico, Il crocefisso di stato. Le posizioni sono note e chiare. Da una parte, a favore del crocefisso, tutto il mondo cattolico e anche tutto il mondo che, tranquillamente, vuole mantenere le cose come stanno, senza sconvolgimenti. Insieme ai cattolici, anche la grande maggioranza dei laici.
Si legge nella recente motivazione della sentenza della Cassazione: «L'esposizione del crocefisso negli uffici pubblici può non essere affatto vissuta come un pericolo per la libertà religiosa di chi non è cristiano, né può costituire minaccia ai propri diritti di libertà religiosa».
La sentenza della Cassazione ha stabilito anche che negli uffici pubblici italiani si può esporre soltanto il simbolo del crocefisso e non simboli religiosi diversi, come qualcuno chiedeva per i simboli della religione ebraica. «Sarebbe necessaria una scelta discrezionale del legislatore che allo stato non sussiste».
Soddisfazione tranquilla da parte di tutte le autorità cattoliche, che, ovviamente, non si preoccupano di ricordare che il crocefisso viene appeso a seguito di una circolare fascista del ministero di Grazia a Giustizia del 29 maggio 1926.
Una situazione a dir poco imbarazzante. Luzzatto ricorda nel suo volume le poche voci cattoliche che nel corso degli anni si sono dimostrate preoccupate, mentre la stragrande maggioranza era soddisfatta. Fra le prime quella del senatore Gozzini, sodale di La Pira e di padre Balducci, che nel 1988 parlava di un simbolo ridimensionato nel suo significato di fede pur di farlo passare come segno della presenza cattolica nella società.
È strano che sulla questione del crocefisso non si sentano voci cattoliche che ne rivendichino la autenticità: tutti, invece, ne accettano una presenza laica, funzionale ad una società e ad uno stato nel quale il cristianesimo serve all'ordine stabilito. Il crocefisso «tricolore», come dice Luzzatto, indica più la storia d'Italia che la vita e la morte di Gesù.

Ornella Vanoni e la borghesia milanese. Che tristezza!

Ieri su fb un amico telematico, l’ottimo Alessandro Cascone, ha “postato” Tristezza, un magnifico samba  (o forse un bossa nova, non m’intendo molto di musica sudamericana) che Ornella Vanoni cantava, riuscendo – credo - a curare un po’ il suo e il nostro male di vivere. Voce pazza quella d’Ornella, maleducata, piena di dissonanze, eppure così espressiva!
Tra i commentatori della rete più d’uno lamentava la contraddizione con l’Ornella d’adesso, invecchiata male, devastata dalla chirurgia estetica e, infine, decisa a candidarsi al consiglio comunale di Milano nelle liste della Moratti.  
La contraddizione c’è. La storia umana e artistica di Ornella sembra in conflitto con questa che appare una “finaccia”. Lei, figlia di un industriale farmaceutico, educata prima dalle Orsoline e poi nei collegi svizzeri e inglesi, aveva imposto giovanissima alla famiglia d’origine la propria vocazione d’attrice e il suo rapporto con Strehler, grande direttore del Piccolo, grande anche d’età. In quel giro intellettuale un po’ brechtiano era nata la sua prima stagione di cantante, quella di Ma mi e della mala. Dopo arrivò la passione per Paoli, forse il più grande autore di canzoni d’amore del Novecento, che proprio per lei compose Senza fine e Che cosa c’è. Poi tanto altro seguì: le canzoni della e contro la depressione, il samba, il teatro leggero e quello impegnato, un femminismo un po’ borghese ma puntuto (Ricetta di una donna), una sensualità mai priva di problematicità. Una voce la sua, ed una immagine pubblica, di disobbediente, di non allineata, che rende perciò quasi incomprensibile la scelta politica di cui sopra.
Io credo che si capisce di più se si studia la parabola politico-culturale del suo ceto d’origine, la borghesia alta e media di Milano città. Non quella degli arrivati, i sciur Brambilla prima e i dottor Berlusca dopo, miserabile, provinciale anche quando non viene dalla provincia, ma quella che è consapevole di “come nasce”, che si pretende metropolitana e cosmopolita, che di quando in quando si sogna svizzera e calvinista. In quella borghesia colta e civilizzata, partecipe del “vento del Nord” della Resistenza, c’era da tempo un’ala progressista e interrogante. Nelle migliori famiglie c’era quasi sempre stato un azionista (del Partito d’azione, non di qualche Spa) e negli anni Cinquanta c’era un socialista, non di quelli di Tangentopoli, ma di quelli che, pur coltivando il dubbio, erano più “di sinistra” degli stessi comunisti. Un nome per tutti: Giovanni Pirelli.
Era quella borghesia lì, non quella volgarotta dei nuovi cummenda, ad alimentare la grande stagione culturale di Milano, di Grassi, di Strelher e del Piccolo, ma anche dei teatri più piccoli, delle cantine e dei cabaret.
Quella borghesia non c’è più. S’è venduta l’anima al diavolo, prima a Craxi e poi a Berlusconi.  Le ribellioni sono ad una ad una rientrate tutte e non ce ne sono state di nuove. Hanno vinto gl’istinti conservativi del ceto proprietario. Di questa corruzione mi pare emblematico il caso di Ornella, che, a quanto è dato di vedere, non vuole più “vivere ed amare” come un tempo e non dice più di no. Che tristezza!

I calcoli di Celso e la medicina nell'antica Roma.

Dal settimanale “L’Europeo” del 20 luglio 1985 riprendo un ampio stralcio di una recensione al Della medicina di Celso, che era stato appena rieditato da Sansoni nella storica traduzione di Dal Lungo. Breve e sugoso il pezzo contiene le informazioni essenziali sull’arte medica nell’antica Roma. (S.L.L.) 
 “Quindi il medico, dopo essersi tagliato diligentemente le unghie e unta la mano sinistra, introduce con delicatezza nell’ano del calcolitico indice e medio di tale mano; e mette sul basso ventre le dita della mano destra (sempre delicatamente perché se i diti dall’una parte e dall’altra si combinassero a premere il calcolo con troppa forza, non faccian male alla vescica)... Quando il calcolo è stato così trovato e, sempre con garbo delicato, lo si è spinto fino al collo della vescica, “deve farsi sulla pelle vicino all’ano un’incisione semilunare, appunto fino al collo, quindi un’altra trasversale, in modo che il canale dell’urina sia un po’ più grande del calcolo…”.
Vale la pena di ricordarla questa lezione di chirurgia per l’estrazione del calcolo, perché è la famosa “litotomia celsiana, o del piccolo apparecchio”, che fu preferita dagli urologi per secoli, fin quasi ai nostri giorni, per la semplicità delle pratiche successive, il limitato numero degli strumenti da impiegare (un coltello e un uncino) e il continuo richiamo alla “delicatezza” e al “garbo” con cui deve agire il chirurgo, per evitare “fistole troppo grandi, e possibili seri guasti alla vescica”.
Tutto ciò serve anche a chiarire con i fatti che questa ristampa della migliore delle traduzioni del De medicina di Aulo Cornelio Celso (quella del medico Angiolo Del Lungo, del 1904) non ha solo un valore storico: il manuale di Celso sulla medicina, vecchio di quasi duemila anni, non soltanto fu il testo più completo dell’arte medica romana nel suo breve momento di fulgore, ma si impose come un insegnamento essenziale per medici e chirurghi lungo più di 18 secoli. E Celso è ancora attuale come medico pratico e come docente della materia, per più versi: per il metodo appunto che porta il suo nome ( e per altri la riduzione dell’ascite mediante puntura dell’ombelico, i clisteri “nutrienti”, i primi interventi di chirurgia plastica su orecchie, labbra, naso), ma anche e più per la severa spinta morale che accompagna ogni sua lucida esposizione diagnostica e terapeutica.
Al medico viene continuamente ricordata da Celso l’esigenza di essere “disinteressato e non venale”, gli si ricorda di avere nelle cure “un occhio al male e l’altro alle residue forze del malato” (affinché non si ritrovi con l’operazione riuscita e il paziente morto), lo si invita a essere parco nell’uso dei medicamenti. E accanimento terapeutico, abuso di farmaci, iatrogenia (e avidità di guadagno) non sono forse tuttora i difetti da cui il bravo medico deve guardarsi?
“Ippocrate romano” fu definito Celso. Roma, in realtà. era stata priva di medici per quasi sei secoli dalla sua fondazione: i romani erano un popolo più dotato nell’arte di uccidere che in quella di medicare. e l’esercizio della medicina fu a lungo considerato spregevole, mestiere per schiavi (come tali vennero inizialmente trasferiti a Roma i grandi medici della Grecia). Nata con Asclepiade, subito decaduta, rialzatasi appunto con Celso e tornata – con la sola eccezione di Galeno – dopo di lui nell’ombra, la medicina romana non brillò né per grandi innovazioni né per duratura coerenza.
A tale disciplina Celso diede però una sistemazione analitica chiara, concreta, utile, esposta con uno stile che fu un modello esemplare di trattatistica.
Poiché nulla sappiamo di lui (tranne che visse “sotto Tiberio”: 14-37 dopo Cristo), se Aulo Cornelio Celso o invece solo un colto divulgatore resta ancora oggi un mistero. Il traduttore moderno del De medicina (che fu anche medico e storico) non ha un’ombra di dubbio. “L’opera è ricca a tal punto di pensamenti nuovi e tutti suoi propri” – scrive Del Lungo – nella prefazione – “da confermare con evidenza che il De medicina fu scritto da un eccellente medico pratico, il quale ha osservato e curato le malattie al letto degli infermi”.

Caso Tedesco. Il Pd in un "cul de sac".

Non so se sia una buona notizia. La Giunta delle immunità del Senato ha bocciato la proposta del relatore, il senatore pidiellino Balboni, di respingere la richiesta di arresto avanzata dalla magistratura nei confronti del senatore piddino Tedesco, nel quadro dell’inchiesta sulla sanità pugliese. Hanno votato a favore i 10 del Pdl, contro i 9 di Pd e Idv, non hanno votato i due della Lega.
La giunta in questione non è organismo politico-legislativo ma giurisdizionale, dovrebbe valutare carte alla mano e caso per caso l’esistenza o meno del cosiddetto fumus persecutionis e respingere la richiesta quando vi sia un sospetto anche vago (un “fumo”, appunto) di malevolenza accusatoria. E’ di conseguenza inevitabile che essa eserciti un controllo sulle motivazioni della richiesta d’arresto, una misura che la magistratura italiana utilizza ampiamente come anticipazione o surrogato di una pena che non riesce ad irrogare per le lungaggini del processo. In verità, per legge, l’arresto cautelare dovrebbe invece essere eccezionale e non legato alla gravità dell’imputazione, ma soltanto al rischio di reiterazione, ai pericoli di fuga o alla possibilità di inquinare le prove.  
In situazioni come questa, quando cioè il ruolo del parlamentare è di giudice, non ci dovrebbe essere disciplina di gruppo. Il relatore ha il compito di studiarsi gli atti, di esporre tutti gli aspetti della questione e di formulare una proposta; i membri della giunta, poi, la voteranno o la respingeranno sulla base del libero convincimento.
Ma ormai da tempo c’è uno stravolgimento: sulla base del pregiudizio che “la magistratura esorbita” (la magistratura, non questo o quel magistrato) e sulla base degli interessi concreti (le richieste d’arresto hanno quasi sempre riguardato esponenti della maggioranza) la maggioranza Pdl-Lega alla Camera come al Senato ha sistematicamente respinto in giunta tutte le richieste d’arresto (il più delle volte riguardanti parlamentari dei suoi gruppi), in genere senza una valutazione specifica. Nel caso Tedesco il relatore e i senatori pidiellini membri della giunta hanno mostrato un comportamento coerente con la prassi sin qui seguita; i leghisti invece hanno rinunciato ad ogni mascheratura garantista, esplicitando il carattere fazioso e partigiano della linea fin qui seguita: “noi dalla galera salviamo i nostri, quelli d’opposizione li salvi l’opposizione”. Io temo che, specularmente, anche nel voto dei membri della Giunta piddini e dipietristi abbia funzionato un pregiudizio politico. L’Idv, infatti, sembra avere in tali frangenti un comportamento uguale e contrario a quello dei berlusconidi sulla base del principio che “la magistratura ha sempre ragione”; nel Pd Bersani ha sottolineato la libertà di coscienza e di volto, ma poi tutti i senatori piddini nella giunta hanno votato no alla relazione, non sapremmo dire se per libero convincimento o per la paura del linciaggio mediatico verso “gli amici del corrotto”.
Ora si andrà, necessariamente al voto d’aula e a sorpresa il Pdl ha annunciato che i suoi senatori, come quelli leghisti, non si presenteranno, lasceranno che sia l’opposizione a cuocere nel suo brodo e a determinare l’eventuale incarcerazione del Tedesco. Un bell’inghippo da cui difficilmente il Pd uscirà bene. Peggio per loro – si dirà – non gliel’aveva ordinato nessuno ai suoi capi di fare eleggere l’ex assessore pugliese e un po’ di prudenza l’avrebbe sconsigliato. Condivido, ma resto preoccupato: questa vicenda non è isolata, è una delle tante in cui di fatto non funziona alcuna norma, alcuna legge, alcun principio giuridico. Quando, prima o poi, questo regime e quest’andazzo cesseranno, ricostruire sarà molto difficile.

6.4.11

Liz Taylor, la ragazza che sognava in viola (Mariuccia Ciotta)

Quelli che seguono sono alcuni passaggi del “coccodrillo” di Mariuccia Ciotta per Liz Taylor da “il manifesto”, 24 marzo 2011. (S.L.L.)
Magnetica, dagli occhi color «acino di uva schiacciato» (rischiò di perdere la vista sul set di La pista degli elefanti, William Dieterle, '54), è stata il trait-d'union tra le sexy-girl (Marilyn) e il loro contrario (come scrive Molly Haskell in From reverence to rape), corpo sfuggente alla categoria delle dive monumentali e delle esibizioniste del sesso. 
«Non sono una regina del sesso o un simbolo sessuale. Non credo proprio che sia per questo che la gente viene a vedere i miei film - scrive l'attrice nell'autobiografia - Simbolo sessuale fa venire in mente le stanze da bagno negli alberghi o cose del genere. Se siete una regina del sesso, fate degli spogliarelli, delle torte al formaggio e io non ho mai fatto nulla di simile».
Resta di lei una sottile malinconia, la Liz degli amori impossibili, stregati da una bellezza in eccesso, respingente per uomini che non tollerano i turbamenti esistenziali dietro la perfezione. Anche se lei rifiutava, insieme alla definizione di «regina del sesso», quella della sua straordinaria avvenenza: «Penso che Ava Gardner sia veramente bella... Io sono abbastanza carina. Non ho il complesso del mio aspetto, ma ho le gambe corte, le braccia troppo grosse, il doppio mento, il naso un po' storto, piedi grandi, mani grandi, e sono troppo grassa...». Eppure se ne va nel ricordo di una leggera, sottile apparizione, una scia di luce, per sempre «piccola donna» che guarda un mondo colorato di viola.

La lotta venezuelana. Parla Geraldina Urbaneja Duran.

Nel supplemento a “il manifesto” dell’ottobre 2010, dal titolo Cotto e mangiato e dedicato alle problematiche dell’alimentazione è inserita anche questa intervista all’ambasciatrice venezuelana alla FAO, raccolta da Geraldina Colotti. E’ ovvio che sia portata a cantare le lodi del suo governo, ma molti dei dati che cita sono controllati da organismi internazionali (S.L.L.)

“Garantire alla nostra popolazione l’accesso a una alimentazione adeguata, sicura e permanente è stata una preoccupazione costante del governo bolivariano”. Gladys Urbaneja Duran, ambasciatrice della Repubblica Bolivariana del Venezuela presso la Fao, spiega a “il manifesto” i passi compiuti dal suo paese nella lotta contro la povertà e la fame. A cinque anni dalla scadenza fissata dalle Nazioni unite, il Venezuela ha infatti già realizzato 6 degli 8 Obiettivi del Millennio per lo Sviluppo (Osm), proposti in occasione del vertice del 2000.
Nel 1° semestre del 2009, il coefficiente di Gini (indica le disuguaglianze nel reddito e in Italia è in netta Crescita S.L.L.) è sceso allo 0.3928: grazie a una migliore distribuzione della ricchezza e a molti programmi sociali che hanno aumentato il reddito delle famiglie, il governo di Hugo Chavez ha ridotto le disuguaglianze.
“In 11 anni di governo bolivariano – dice l’ambasciatrice -, circa 330 bilioni di dollari sono stati investiti in programmi sociali per fornire ai venezuelani cibo, lavoro, sanità, e istruzione”. E così “se nel 1999 il 70% della popolazione viveva in condizioni di povertà (49% in condizioni di povertà generale e del 21% in condizioni di estrema povertà), in 11 anni questi indici sono notevolmente diminuiti, e nella seconda metà del 2009, la povertà estrema ha raggiunto il 7,2%. Su questo ultimo punto, il Venezuela ha già soddisfatto il primo Obiettivo degli Osm”.
Per quanto riguarda il secondo degli Osm - la lotta contro la fame -, è stato quasi raggiunto, perché: “il tasso di prevalenza della malnutrizione è sceso dall’11% al 6% per il periodo 1990-1992 e il periodo 2005-2007. Tramite Casa (Corporazione per il Rifornimento e i Servizi Agricoli) e la Rete Mercal, il governo garantisce alla popolazione i prodotti di base a prezzi agevolati fino al 50%, e una varietà di carni, verdure e frutta a prezzi inferiori”.
“Questo è possibile - continua l’ambasciatrice – mediante l’integrazione diretta tra produzione e commercio. Non vi sono intermediari; gli agricoltori e le cooperative vendono direttamente i loro prodotti, e senza l’utilizzo di mezzi di comunicazione di massa per incoraggiare il consumo.
Oltre 600.000 persone provenienti dai settori sociali più vulnerabili ricevono, tutti giorni, un’alimentazione gratuita e bilanciata dalle Reti alimentari, come le Case di Alimentazione e le cucine comunitarie. Il Pae (Programma di alimentazione scolare) raggiunge oltre 4 milioni di bambini in età scolare. Come risultato di queste politiche, dal 2003 il numero di calorie disponibili per ogni venezuelano è di 2.700 al giorno, 126%, rispetto ai requisiti minimi stabiliti dalla Fao”.
Per garantire il diritto all’alimentazione e lo sviluppo agricolo sostenibile - previsti negli articoli 305 e 306 della costituzione venezuelana – il governo Chavez ha dichiarato guerra al latifondo adottando uno specifico decreto legge e, nel 2003, facendo tesoro dello sciopero degli imprenditori che aveva bloccato gran parte della distribuzione di beni alimentari, ha intensificato le politiche volte a garantire la sicurezza alimentare dei venezuelani, promulgando una serie di leggi.
“Nel 1998 – spiega l’ambasciatrice -, prima che iniziasse il processo bolivariano, le statistiche mostravano che la produzione agricola, nel decennio degli anni ’90, aveva registrato un netto calo in tutti i settori, a causa delle politiche neoliberiste, imposte dai monopoli e dalle multinazionali, che favorivano un’agricoltura di esportazione. In questi 11 anni, con l’attuazione della Legge sulla Terra e lo Sviluppo Agricolo, i piccoli agricoltori vengono sostenuti e si sono create delle imprese agricole di proprietà sociale. La superficie coltivata è aumentata del 48%, arrivando a 2,4 milioni di ettari, rispetto a 1,6 milioni del 98. Le modifiche più importanti si sono verificate nei comparti strategici, come mais, riso, soia, zucchero e caffè”. Inoltre, “con l’eliminazione della pesca a strascico, l’industria ha recuperato l’ecosistema marino, si è favorita la pesca artigianale, che è aumentata del 14%, si è sviluppata la pesca industriale alternativa, e sono state create imprese socialiste, che integrano la dieta del popolo con tonnellate di frutti di mare”.
Per garantire la sostenibilità dell’ambiente, il settimo degli Osm, il Venezuela, quinto esportatore di petrolio al mondo, ha emanato una serie di leggi e firmato numerosi impegni internazionali per la conservazione delle risorse naturali e degli ecosistemi: perché – afferma l’ambasciatrice - sebbene “la nostra principale attività economica sia quella del petrolio, abbiamo anche uno straordinario
patrimonio naturale, che consiste in acqua, foreste e biodiversità. Una Legge Organica ha favorito i progetti comunitari, e oggi il 90% della popolazione ha accesso ad acqua potabile sicura, che è un bene pubblico”.
Nel paese quinto esportatore di petrolio al mondo pare aver successo anche la promozione della parità tra i sessi: 4 dei 5 poteri pubblici sono guidati da donne, e la loro partecipazione politica è alta in tutti gli organi di governo. “Attraverso il Ministero del Potere Popolare per le Donne e l’Uguaglianza di Genere – dice ancora l’ambasciatrice -in tutti gli stati del Paese, vengono raccolte proposte per realizzare progetti di apprendimento collettivo e di organizzazione della comunità.
La creazione della Banca di Sviluppo della Donna sostiene progetti di piccole dimensioni attraverso il micro-credito. La Costituzione del Venezuela contiene l’articolo 88, che riconosce il lavoro domestico come produttore di plusvalore e lo assicura socialmente”.
Anche il terzo degli Oms – dunque – e cioè garantire una maggiore partecipazione delle donne alle attività economiche e sociali – è stato così raggiunto. Un altro tassello importante verso “una società socialista, produttiva, inclusiva e partecipata”.

5.4.11

Da "Borghesia", un mio racconto inedito. Il cinema (S.L.L.)

Quella che segue è una pagina di un mio lungo racconto dal titolo (provvisorio) Borghesia e tuttora inedito. La posto qui sperando letture se non commenti. La storia si svolge in un immaginaria località siciliana, il “paese dei Panzuti”, che vagamente somiglia a quello dove sono nato e cresciuto. (S.L.L.)

L’idea era venuta a Nenè, che pensava al teatro, e più ancora alle ballerine. Avevano preso in affitto nel ’23 i magazzini a pianterreno del palazzo del Barone, quelli che davano sulla piazza di mastro Menico, e avevano aperto, il 6 gennaio dell’anno dopo, il Cine Teatro Italia.
Spesso i grandi mutamenti, quelli che modificano abitudini, stili di vita, sogni e aspirazioni, sembrano inserirsi senza sussulti nella continuità. Il locale era quello ove da un secolo, per gentile concessione dei baroni o, in assenza, dei loro amministratori, si teneva il teatro: il Mortorio del  Giovedì Santo e le altre sacre rappresentazioni, le sporadiche recite di giovanili filodrammatiche e perfino gli spettacoli di qualche compagnia di giro.
Neanche il cinematografo era, in assoluto, una novità. Ben lo conoscevano quelli che, per coscrizione, costrizione o sfizio, avevano viaggiato, possidenti, arruolati, emigranti, ma anche in paese c’erano già state tre proiezioni, di cui due proprio lì, nei magazzini del barone, nel 1904 e nel 1919. La prima era una specie di esperimento per mostrare il nuovo ritrovato della tecnica. La seconda documentava e commemorava, ad uso dei notabili, la Vittoria ed era dovuta intervenire la forza per fermare i socialisti che fuori protestavano e volevano forzare gli ingressi. La terza l’aveva fatta un cinematografaro ambulante, in mezzo alla piazza, ma pochi lo avevano saputo per tempo e, oltre tutto, era durata meno di un quarto d’ora. Le guardie avevano bloccato tutto: pare che non fosse in regola con i permessi.
Furono i La Maglia a fare del cinema un divertimento popolare, ma il successo non fu immediato. Per qualche tempo continuò ad avere un pubblico di fedeli appassionati l’opra dei pupi, fino ad allora lo spettacolo più amato dai Panzuti. Il puparo, Luigino il Licatese, era un maestro nel suo campo. Aveva incantato spettatori di ogni ceto ed età con i suoi paladini e la voce versatile, cui il peculiare accento natìo conferiva un tocco di esotico. I licatesi, infatti, palatalizzano ed etacizzano. Chiamano ciave la chiave e dicono nostre per "nostra" e per "nostro", con una “e” molto aperta. Ma Luigino dava di più, molto di più: con una ventina di pupi e pochissimi ingredienti narrativi elaborava storie sempre diverse. Gli habitués amano di tanto in tanto rivedere e risentire le stesse pièces, ma il principio che governa l’abitudine più che l'identità è la variazione, che nulla offre di veramente nuovo (disorienterebbe) e nulla di perfettamente uguale al già visto (annoierebbe). E il Licatese era abilissimo nel combinare e variare: aveva applicato senza saperlo i principi della serialità, anticipando soap-opera e telenovelas. Andava tessendo, sera dopo sera, una trama lunga e complicata che avrebbe potuto reggere il paio con l’Orlando Furioso, se non fosse il fatto che messer Lodovico era libero di ampliare spazi, moltiplicare personaggi, inserire digressioni, mentre Luigino era soggetto a costrizioni assai più rigide.
Il cinema incuriosiva e divertiva i Panzuti, ma tante cose non le capivano, né li aiutavano le didascalie, visto che erano in gran numero analfabeti. Uno, forse un po’ bevuto, aveva presto svelato l’inghippo, rivolgendo a un pupo del lenzuolo il quesito michelangiolesco: “Perché non parli?”.
Da quel giorno Nenè si assunse il compito di leggere, tradotte in dialetto, le scritte delle pellicole. Fu un duro colpo per il Licatese. Cominciò a perdersi uno dopo l’altro gli spettatori, finché non decise di parlarne a mastro Filippo. Questi era un galantuomo e apprezzava l’arte: non gli andava giù che Luigino rimanesse in mezzo ad una strada per colpa del suo cinema. Escogitò pertanto una soluzione geniale. Lo trasformò in proiezionista e affidò a lui l’ufficio di declamare le didascalie. Ne prese in carico anche la figlia semicieca, con le stesse mansioni che aveva nell’opra dei pupi: accompagnare lo svolgimento della storia con il suono della pianola.
C’era l’inconveniente che la voce arrivava da dietro, da una fessura accanto a quella del proiettore, ma i risultati furono ugualmente notevoli. Luigino non solo mise a profitto la sua professionalità di facitore di voci, ma perfezionò le doti di rumorista già sperimentate nelle battaglie tra Cristiani e Saraceni, tra Maganzesi e Chiaramontani. A vedere il cinema così artisticamente insonorizzato venivano anche dal paese vicino, percorrendo a piedi, all’andata e al ritorno, i quattro chilometri di distanza. Solo una volta successe un incidente, nel ’25, quando si proiettava una vecchia pellicola francese, d’anteguerra, chissà come arrivata fin lì, La Signora delle Camelie, con Sarah Bernhardt.
Le storie del cinema raccontano che in Francia era stato un insuccesso: la diva eccedeva in pose teatrali e la macchina da presa ne sottolineava rughe ed anni. Ma nessuno di questi era per i Panzuti un difetto: non c’era attrice in grado di eguagliare l’enfasi che usavano le loro femmine nei gesti e nell’espressione dei sentimenti, per loro tutta la vita era teatro. Inoltre la Bernardt, per quanto attempata, era una donna e lì, tra i contadini, non esistevano (o quasi) le donne. Le ragazze si sposavano a quindici anni e, nel giro di venti mesi (o di due figli), erano già vecchie. Pertanto gli spettatori, aiutati dalla voce di Luigino, efficace anche per i ruoli femminili, dalla pianola che intensificava la potenza delle immagini con le melodie della Traviata, non s’erano solo impietositi per la sorte di Margherita, ma se n’erano perdutamente innamorati.
Quando, sul finire del film, tra le note di Croce e delizia, la protagonista esalava l’ultimo respiro, uno spettatore si rammentò di Roncisvalle. Anche lì il protagonista moriva, ma al grido di “Fallo risorgere!”  il pubblico aveva ottenuto che Orlando si levasse da terra, tornasse a combattere e con la sua Durlindana uccidesse dieci infedeli in un solo colpo. Pensò l’ingenuo che potesse ripetersi il miracolo; lanciò il grido e tutti gli fecero eco, a lungo, finché un altro spettatore, spazientito, non vi fece una giunta: “Falla risorgere, cornuto!”. Dalla porticina del retro entrò in sala Luigino che con voce cavernosa proclamò: “Chiunque tu sia, cornuto è tuo padre. Se vuoi, te la faccio rimorire”.
Quella sera i Panzuti compresero il limite fondamentale della spettacolazione filmica: manca l’interattività.

Ritratto di Nino Defilippis (di Gian Paolo Ormezzano)

Il nome del ciclista Nino Defilippis, nella mia memoria, è legato all’ascolto radiofonico della tappa (del Giro o del Tour), gioia e dolore di tanti miei infantili pomeriggi. Tifavo per Defilippis, forse perché quel cognome per me un po’ strano, con la consonante finale, mi ricordava De Amicis e il Cuore, uno dei libri che più amavo. Defilippis è morto a 78 anni, nella sua casa torinese, il 9 luglio 2010. L’indomani “La Stampa” ne ha pubblicato un ritratto, di Gian Paolo Ormezzano, che a me sembra una bella pagina di giornalismo. (S.L.L.)
Uno di quegli articoli che non si vorrebbe mai scrivere, tanto sono insieme inevitabili, assurdi, balordi, duri: e' in morte, per il male che si sa, del ciclista e amico Nino Defilippis detto il Cit, «il piccolino» in piemontese, uno che era nato campione come un altro nasce cinese, uno che ha vinto molto ma ha vinto meno di cosa avrebbe potuto e dovuto, e però ha lasciato segni assai importanti, su tutti quelli della spavalderia, del coraggio, dell'onesta' persino sfacciata. Come quando rimproverò Coppi, il suo dio, che gli chiedeva di fargli una iniezione per darsi carburante a più ottani in vista di un abbastanza piccolo impegno su pista: andò a finire che i due si divisero la siringa. Di nome all'anagrafe di Torino, dove era nato il 24 marzo 1932, faceva Nicola, ma da subito, dal 1952 del suo esordio fra i professionisti, nella Legnano di Bartali (poi passò alla Torpado, quindi alla Bianchi di Coppi), quando aveva appena vent'anni, fu Nino, da Nicola cioè Nicolino, e poi Cit, come lo soprannominò il giornalista Carlo Bergoglio detto Carlin. In quell'anno, nel suo primo Giro d'Italia, divenne, a 20 anni, 2 mesi e 15 giorni, il più giovane vincitore di tappa e il piu' giovane titolare di maglia rosa. Nino ha corso il Giro 13 volte, miglior piazzamento il terzo posto del 1962, primo alla fine Balmamion suo compagno di squadra, e fu anche il suo Giro più triste: perché proprio nel suo Piemonte, a Casale, si trovo' nelle retrovie, staccato e male accompagnato, intanto che Balmamion andava a prendersi il primato (definitivo) in classifica. Nino era il capitano, si sentì tradito, lasciò la carovana annunciando il ritiro, fu ripescato nella notte a Torino dal manager Giacotto e dal fotografo/amico Bertazzini, riprese il via indennizzato debitamente. Forse poteva vincere quel Giro, forse anche un altro se gli avessero dato indumenti giusti per la neve. Nino aveva anche vinto un Giro delle Fiandre, in volata facile sull'inglese Tom Simpson, ma al terzo e ultimo passaggio sul traguardo del circuito finale avevano spostato avanti la linea d'arrivo, lui non se ne accorse e freno' per consegnarsi agli abbracci, Simpson tirò avanti deluso e fu primo sul traguardo vero. Era un ciclismo matto, generoso, strapopolare. Il suo. Nel 1956 il Tour arrivava, per la prima volta, a Torino: il Cit andò in fuga con altri di media classifica, vinse la volata allo stadio Comunale, su terra battuta, «soffiato» davanti a tutti dal ruggito/rantolo amoroso di sessantamila persone richiamate dalle radio. Un amico di Coppi, Pino Villa, aveva comprato al buio l'incasso, a un certo punto gli mancarono i biglietti, aprì i cancelli, la notte dormì in un albergo davanti alla stazione con tanti ma tanti soldi sotto il letto, il mattino tornò alla sua Novi Ligure e si comprò un paio di appartamenti. Alle redazioni dei giornali torinesi il padre del Cit spedi' casse di agnolotti, quelli dell'industria di famiglia che in questi ultimi anni Nino aveva riproposto alla grande. Passato alla Carpano, Defilippis, doveva portare la maglia bianconera: tifosissimo del Toro, nel 1960 e nel 1962 fece di tutto pur di diventare campione d'Italia e andare quindi in corsa vestito di tricolore e non con le strisce juventine. Ha vinto corse importantissime come il Giro di Lombardia. Ha vinto anche all'estero, specialmente in Francia e Svizzera. Sue 9 tappe su 13 Giri, 7 su 4 Tour. Nel 1960 in Francia stava in Nazionale con Nencini che portò a Parigi la maglia gialla: quasi quasi si scrisse di piu' del ciarliero picaresco piemontese - suoi 2 traguardi - che del silente tenebroso toscano. L'anno dopo il Cit fu secondo al Mondiale di Berna, dietro a Van Looy. Lasciate le corse nel 1964, Defilippis ha fatto il commissario tecnico della Nazionale dei professionisti nel 1973, a Barcellona, quando Gimondi vinse una volata iridata, chiusissima a priori, su Merckx e altri draghi. Nino e Felice andavano d'accordo, parlavano e soprattutto pensavano in torinese e in bergamasco, pronuncia greve e sorella, fra di loro bastavano monosillabi. Diventando vecchio Defilippis aveva tenuto insieme, con Angelo Marello suo «fratello», tanto ciclismo piemontese, era un faro per chi voleva farsi illuminare bene Coppi, che nel Giro del 1953 gli aveva chiesto il favore di aiutarlo a strappare il rosa allo svizzero Koblet: il Cit aveva eseguito, sullo Stelvio, facendo il camoscio lui che era veltro in pianura e in volata, ariete nella vita.

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