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20.7.19

Ma perché parlate di Indiana Jones? Il popolo, il pubblico e gli equivoci della cultura di massa (Edoardo Sanguineti)


Qualche giorno fa, dalla “Stampa” torinese, ho appreso che a New York si sta proiettando un iperfantacolosso, che ha per titolo Aliens, e che rappresenta, così pluralizzato, la continuazione seriale del celebrato film Ridley Scott. Questo, invece, lo ha girato James Cameron, reduce glorioso da Terminator e notorio complice di Rambo 2. Il titolista riassumeva il tutto così: Donna Rambo contro Aliens. E l’articolista spiegava che una “donna molto macho” che lotta contro una specie di Alien-regina, micidiale pluriproduttrice di larve extraterrestri, difendendo la propria bambina in modi tipicamente ramboideschi.
Chi sia fresco, come fresco lo sono, della lettura degli Eroi del nostro tempo, che è una silloge di studi sopra i miti di massa, per lo più cartacei e celluloidali, del nostro ieri più recente e del nostro oggi più palpitante, organizzata presso Laterza da Ferdinando Adornato, ha già pronto il manuale per la futura decifrazione del nuovo prodotto, non appena sbarchi sopra le nostre spiagge, e potrà darsi tutta la sua buona esegesi. In particolare, Omar Calabrese, con il suo saggio sul mostro instabile e Walter Veltroni, con le sue pagine sul fattore R, cadono opportunissimi. La pellicola sarà una splendida occasione di verifica, e anche, per massmediologi in erba, un didatticissimo esercizio pilotato, con quelle egregie complicazioni combinatorie che ivi si promettono contenute.
Intendiamoci bene, sto pensando a gente qualunque, che si serva di questo 'Robinson' (è il titolo della collana laterziana in cui si pubblica) come di uno svelto 'Bignami'. Perché, come scrive proprio Calabrese, a proposito della nuova teratologia di massa, “se Spielberg non conosce le equazioni di Feigelbaum, né il teorema di Lorenz ha poca importanza”, laddove per capire la “forma interna” che governa i nuovi 'mostrini', senza cadere in grossolani equivoci, non sarà male avere un’idea chiara e distinta della teoria delle catastrofi (René Thom), della teoria dei frattali (Benoit Mandelbrot), della teoria dei sistemi dissipativi (Ilya Prigogine), nonché del vario paesaggio mentale suggerito dalle teorie del caos (Joseph Ford per tutti). In parole povere, occorre dominare. con l'intiera Enciclopedia Einaudi, il suo intiero apparato bibliografico. E poi ancora. Per fortuna, questa prospettiva può rovesciarsi, giacché in Agnes Heller, qui filosofante sopra il tenente Colombo, si riconosce il breviario semplificato di Heidegger, della dialettica negativa di Adorno e l'Anti-Edipo di Deleuze e Guattari. Perché si, è vero, “nessuna di queste dottrine è evidente nelle storie di Colombo”, e di questo non so quanto sia lecito rammaricarsi, ma “lo spirito di tutte queste”, che soffia proprio dove vuole, “è presente in modo palpabile”.
In breve, con 200 pagine dottamente interpretative, e un metaeroico supplemento fumettosamente terminale di Panebarco, di ulteriori settanta pagine, se altro non si ottenesse da codesto volume, si otterrebbe, misurata sul vivo e sul vero, una palpabile testimonianza della incredibile svolta compiuta, nel tratto che va da Adorno a Adornato, del tipo egemone di intellettuale dell’Occidente, nei confronti della famigerata industria culturale. Ma poiché questa è una vicenda complessa, e implica tutta una riflessione intorno all’etica professionale dell’uomo di cultura e all’eroe intellettuale del nostro tempo, la rinviamo a una più riposata occasione.
Qui mi accontento di notare l’opposizione che emerge, presso Goffredo Fofi riflettente sopra James Bond, tra il best seller ‘controllato', ‘programmabile' e ‘prevedibile', e il best seller ‘spontaneo', che sarebbe quello “decretato dal pubblico e solo dal pubblico, per quanto aiutato possa essere”, allorché “è davvero il pubblico che crea l’opera e il personaggio, è il pubblico il vero autore”, in quanto non soltanto seleziona e innalza e idoleggia il proprio eroe, ma ne decide per intiero la significazione mitica. Che è tutto vero, e anche più lo sarebbe, se la parola pubblico, con la sua buona faccia democratica, non occultasse qui, come suole fare, sotto “le centinaia di migliaia” di fruitori, l’indice di gradimento dei consumatori eterodiretti, e insomma, più schiettamente, l’inchiesta di mercato e, come si diceva un tempo, l’apparato induttivo e repressivo dei bisogni dell’immaginario.
Giacché il vero eroe dal mille volti, riposatamente quantificati in bilancio, annegato ogni vano tormento qualitativo in un oceano di 'effetti speciali', è proprio l’industriale della cultura, il quale sa benissimo che i suoi avi facevano un mucchio di soldi, proclamando a grandissima voce di mettersi al servizio del popolo, ma sa soprattutto che ormai, essendoci in giro molto più «pubblico» che «popolo», tanto che di «popolo» c’è un’infinita penuria, si tratta di riuscire a moltiplicarseli, i soldi, dichiarandosi a completa disposizione del capricci dittatoriali e delle smodatissime brame del signor «pubblico». Non so che cosa passerebbe in testa a Kracauer se, clonato postumo, leggesse queste robinsonate di massa. So però che, a un giovane semlologo di belle speranze, non farebbe niente male infilarsi in tasca, e soprattutto in testa, prima di ogni altro manuale, e persino prima di questo, quell’aureo libretto in cui si narrava come, una volta, partendo da Caligari, una bobina dopo l’altra, si sia pervenuti a Hitler. Posso benissimo sbagliarmi, perché errare è umano, ma il nome di quello sventurato Siegfried, in queste pagine 200 più 70, non compare nemmeno per inciso. Ma è una mania personale, e sia come non detto.
Per questa volta, piuttosto, ho il dovere di rilevare che, nella transizione da Adorno a Adomato, i saggisti in causa, da Roberto Roversi a Letizia Paolozzi, da Alberto Abruzzese a Gianfranco Pasquino, sono molto più variegati e cauti e problematici e perplessi di quanto non risulti, è ovvio, da questo mio recensivo colpo d’occhio panoramico. Anzi, se devo dirla tutta, sono cautissimi e perplessissimi. E sono peggio che prudentissimi, e si rigirano il loro oggetto le mille volte, tra le loro mani psichiche, prima di buttare via qualunque minima cosa. E poi, per essere equi assaggiatori dell'insieme, facciamo almeno un esempio evidente. E consideriamo Salvatore Veca, il quale non esita a insinuare il generalizzabile sospetto, lasciamo perdere l’eroe, ma di non trovarsi nemmeno dinnanzi a un personaggio, che sarebbe quasi una persona e talvolta persino più che una persona, bensì dinanzi a un mero «stereotipo». Non di fronte a “un punto di vista (umano) sul mondo”, ma di fronte a uno schema. Non alle prese con 'questioni di vita', ma con 'questioni di televisione'. Insomma, con il ‘consumo della distrazione'. Per me, in confidenza, è un sospetto fondatissimo. Voglio dire una cosa molto semplice, finalmente, e cioè che, se c'è sicuramente una buona ragione per tutto quanto, compreso il successo di E.T. e di Rocky, di Tex Willer e di Callaghan, niente garantisce che quella buona ragione sia davvero una ragione buona, cioè una ragione ragionevole. Piuttosto, è curioso, ma “l’eroe intellettuale di altri tempi sudava maledettamente per difendere i profondi significati, latenti e misconosciuti, di testi e immagini che il ‘popolo' sovente non amava, e in cui il 'pubblico' stentava moltissimo, e stenta molto spesso oggi ancora, a investire i propri sudati risparmi, e persino i modesti spiccioli che si ritrova in tasca, tintinnanti e ritintinnanti, in barba ai migliori Oscar e alle migliori Bur, tanto per dire.
Allora, per finire, rimanendo a Veca, mi accontento di un minimo sintomo stilistico. Nella prefazione al volume, Adornato cita largamente un articolo di Riotta, il quale aveva osservato, sul “manifesto”, che un tempo i giornalisti nominavano ostensivamente Leopardi, Manzoni, laddove oggi si inciampa, nel più normali elzeviri, in Cipputi e in Rambo: “Per spiegare il movimento degli studenti nel 1985 il nome Timberland compare quanto quello di Marcuse nel 1968”. Non indugio qui sulle conseguenze, per cui nel ’68 lo studente poteva essere indotto ad acquistare, e forse persino a sfogliare Marcuse, mentre nell’85 viene sospinto, con persuasione pochissimo occulta, a calzarsi le Timberland. E mi astengo da ogni valutazione al riguardo, poiché sono anche disposto a credere che le Timberland portate bene siano meno nocive, socialmente parlando, di un Marcuse letto male. Ma voglio almeno rilevare che Veca, per poter arrivare a menzionare “un filosofo ebreo del secolo scorso, dimenticato dopo essere stato a lungo un best seller internazionale in testa alle classifiche”, in forza di un suo ‘tema' giovanile datato 1844, si esprime con rinvii forzosi, imbarazzatamente arguti, al 'prof. William Sheakspeare', al 'prof. Wolfgang Ghoethe', e passa con un sospiro attraverso il 'professor Kant dell’Università di Koenigsberg'. Prima di concludere, molto civettuosamente, con il 'professor Berlusconi'. Nessuno più di me, lo giuro, apprezza un’amabile ironia. Voglio soltanto sottolineare che, teste Riotta, questo stile concede di datare inoppugnabilmente la pagina. È una pagina scritta per un consumatore di Adornato, non di Adorno, per un adoratore di Timberland, non di Marcuse, e insomma siamo nell’anno del signore 1988, e non certamente in quel remotissimo, mortissimo e sepoltissimo 1968.

“l'Unità”, 2 agosto 1986

18.6.19

Vita eroica di Ho Chi Minh. Con un salto da film sfuggì alla polizia (Ennio Polito)

Mozzo, fotografo, giornalista: non c è mestiere per lui sconosciuto - Un incontro con Lenin - Alla testa del suo Paese, contro i colonialisti francesi



Il Presidente Ho Chi Min, l’uomo che si è posto alla testa del popolo del Viet Nam nella lotta per l’indipendenza del paese, è un uomo piccolo e asciutto, dal viso intelligente e tranquillo. Egli ha ora sessanta anni e almeno quaranta di essi si può dire che li abbia dedicati alla lotta che ancora oggi conduce e che è giunta tanto vicina alla vittoria. La vita di Ho Chi Min, aiutante fotografo, studente, scrittore di teatro, giornalista e militante comunista è una delle più straordinarie esistenze di combattenti al servizio del popolo e passa continuamente dalla storia al romanzo e alla leggenda.
Il «Presidente Ho» è nato nei ’90, nell’Annam settentrionale, cioè nella regione più avanzata dell’Indocina, quella che ha dato le maggiori figure del movimento popolare di liberazione e che ha sempre rappresentato il centro della cultura e delle idee progressive. Il padre di Ho era stato un funzionario dell’amministrazione della provincia di Nghe An, dove Ho è nato ed era stato «liquidato » dalle autorità francesi per i suoi sentimenti nazionalisti.
Ho Chi Min partì dal suo paese che era appena un ragazzo. A diciotto anni si imbarcava clandestinamente su una nave in partenza per la Francia e dopo una lunga traversata, durante la quale si ingegnò a fare da mozzo, e da marinaio sbarcò a Marsiglia. In quest'epoca Ho Chi Min portava un altro nome, Nguyen Ai Quoc, che, vuol dire «il patriota», e con questo nome entrò nella numerosa colonia indocinese a Parigi. Abitava m una stanzetta in un quartiere di periferia e viveva ritoccando fotografie per conto di uno «studio» del centro. Intanto studiava assiduamente la lingua e la letteratura francese, assimilando la cultura del paese che da anni dominava la sua patria.

Un formidabile oratore
Il francese, Ho Chi Min lo imparò in pochi mesi, al punto di essere presto in grado di scrivere un libro sulla dominazione coloniale, libro che fece molto scalpore e che segna l'inizio dell’attività politica del giovane vietnamita. Negli anni che seguirono, l'adolescente, che aveva stupito i suoi conterranei col suo libro sui metodi coloniali in uso in Indocina, scelse decisamente una strada nuova, diversa da quella tradizionale su cui condurre la lotta per l'indipendenza.
Affermatosi come un formidabile oratore nei circoli e nei comizi popolari, nel ’21, appena due anni dopo il tuo arrivo in Francia, Ho divenne un militante del Partito Socialista Unificato; aderì quindi all’Internazionale Comunista in cui fu il primo rappresentante indocinese. A Parigi Ho Chi Min diresse un giornale — «Il Paria » — la cui divisa era la lotta contro tutti i colonialismi. Nella redazione c’erano non soltanto degli indocinesi ma dei patrioti neri della Costa d'Avorio. dei nazionalisti del Madagascar e di tutti i paesi oppressi dalla dominatone coloniale francese.
Del 1921 è il primo incontro di Ho Chi Min con Lenin. C’è una vecchia foto che li mostra insieme allo stesso banco nel primo congresso dell’Intemazionale a Mosca. Questa sua adesione al movimento operaio intemazionale lo fece immediatamente iscrivere sui registri della polizia francese come un sovversivo pericoloso: tornato ir Francia, individuato e schedato, gli resero la vita difficile a tal punto che fu costretto a lasciare il paese. Da questo momento la vita del «Presidente Ho» diventa un romanzo. Egli va in giro par tutta l’Asia, sotto nomi diversi, anche qui braccato dalle diverse polizie, finché riesce a rientrare clandestinamente in Indocina, dove costituisce il Partito Comunista. La repressione delle autorità francesi contro il nascente movimento comunista è immediata e feroce. Ho Chi Min è costretto anche stavolta a fuggire, con sospesa sul capo una condanna a morte e una imponente taglia.
La biografia di Ho Chi Min dice anche che egli fu arrestato a Sciangai dalla polizia cinese, e si salvò con un mirabolante salto e con una fuga da film di avventure. Ma ad Hong Kong, Ho Chi Min è di nuovo arrestato, questa volta dalla polizia britannica, e messo sotto chiave. Le autorità francesi si affrettarono a chiedere l’estradizione. A questo punto in tutti i paesi dell’Asia Sud Orientale si sparge la voce che il giovane rivoluzionario è morto in carcere. La polizia francese non ci pensa più e rinuncia alle ricerche. Ma Ho non è morto. E rilasciato dopo qualche mese continua il lavoro clandestino in Cina, in Malesia, nel Siam.
Finché vengono gli anni della seconda guerra mondiale, e la via dell’indipendenza del Viet Nam diventa la via della lotta contro gli invasori giapponesi. Nel '41 Ho Chi Min fonda il Viet Min (Lega per l’indipendenza del Viet Nam). il Fronte Nazionale Indocinese. che sara d'ora in poi alla testa del movimento di liberazione e nel quale i comunisti sono all’avanguardia. Nel Tonchino, zona mai espugnata dai fascisti giapponesi, sorgono maquis indocinesi in cui francesi e vietnamiti lottano fianco a fianco che porteranno in tutto il paese la guerra contro l'invasore. È nato così l’esercito di liberazione del Viet Nam che ha sconfitto i giapponesi e ha liberato il territorio indocinese.

Il tradimento imperialista
Il 25 agosto 1945 ad Hanoi liberata nasce il governo democratico provvisorio. Bao Dai, l’imperatore fantoccio dei giapponesi, lo stesso che la Francia pretende ora di restaurare in Indocina, è costretto ad abdicare. Il 2 settembre Ho Chi Min proclama solennemente la Repubblica indipendente del Viet Nam che il 6 marzo 1946 ad Hanoi il comandante delle forze francesi è costretto a riconoscere, a nome del suo governo come «libero stato con un governo indipendente, esercito proprio e propria economia nell'Unione Francese ».
In una atmosfera di grande entusiasmo del suo popolo e di grandi speranze per il ritorno della pace nel Viet Nam, Ho Chi Min torna in Francia nel luglio del 1946, per trattare con il governo di Parigi sull’assetto definitivo del suo paese, accolto con calorose manifestazioni di affetto da quegli operai francesi la cui lotta egli aveva condiviso nei primi anni della sua vita di militante comunista.
Le fotografie dell’epoca ci mostrano il presidente Ho sulla tribuna della Piazza della Bastiglia, a fianco dei membri del governo di Bidault, durante la grande parata militare del 14 luglio. Ma nei negoziati iniziati a Fontainebleau il governo francese non vede che un mezzo per guadagnar tempo e le manovre dei rappresentanti francesi fanno sì che l’accordo auspicato non giunga in porto, e che dalle trattative esca soltanto un modus vivendi provvisorio, che presume ulteriori negoziati. Tornando in patria, Ho Chi Min ha ancora parole di amicizia per la Francia e si dichiara pronto a riprendere in qualsiasi momento le trattative; ma gli imperialisti francesi non sono dello stesso avviso e pochi mesi dopo, nel dicembre dello stesso anno, in luogo della ripresa dei negoziati scatenano un’offensiva militare. La «sporca guerra» dei colonialisti francesi ha inizio appunto con questa aggressione.

l'Unità, 16/ 2 / 1950

5.6.19

Parigi 1935: il Congresso degli Scrittori per la difesa della cultura. Chi era il cane da guardia? (Nicola Tranfaglia)

Parigi, giugno 1935. La platea del Congresso degli scrittori

Poche occasioni come quella del Congresso internazionale degli scrittori per la difesa della cultura, svoltosi a Parigi cinquant'anni fa, dal 21 al 25 giugno 1935 (su cui, a partire da domani, si discuterà per tre giorni a Roma in un convegno organizzato dal Centre Culturel Français, dal Goethe Institut e dall'Istituto Gramsci) appaiono oggi tanto esemplari per riflettere su problemi quali il rapporto tra intellettuali e potere, le somiglianze e le differenze tra lo stalinismo e le dittature di destra e così via. Pensiamo solo che quel congresso si aprì nel Palais de la Mutualitè all'indomani del patto di mutua assistenza tra Francia e Unione Sovietica e alla vigilia di quel settimo Congresso dell'Internazionale comunista che avrebbe consacrato la svolta nella direzione dei Fronti popolari e delle coalizioni unitarie contro il fascismo.
Framk, Erenburg, Barbusse e Nizan 
L'iniziativa partì da un gruppo di noti scrittori francesi antifascisti come Alain, Aragon, Barbusse, Bloch, Chamson, Crevel, Dabit, Gide, Giono, Guèhenno, Malraux, Moussinac, Nizan, Rolland; ma non c'è dubbio che in essa assunse un ruolo importante il russo Erenburg, con l'appoggio e l'incoraggiamento del governo sovietico. Parteciparono al Congresso più di duecento scrittori e critici provenienti da ben trentotto paesi; alcuni di loro erano tra i più grandi del secolo, da Thomas Mann a Robert Musil, da E.M. Forster a Aldous Huxley, da Julien Benda ad Andrè Malraux, da Boris Pasternak a Tristan Tzara, da Bertolt Brecht ad Ernst Bloch. Senza contare gli outsiders, come ad esempio lo storico italiano Gaetano Salvemini e il sociologo Georges Friedmann.
Il Palais de la Mutualité
Si discute fittamente per cinque giornate fino alla mezzanotte; ma la mozione finale è di una genericità sconcertante: si dà vita a un'associazione internazionale di scrittori per difendere la cultura dall'espansione del fenomeno fascista, si elegge il comitato di dodici membri che dovrà guidarla, e si accenna vagamente alla necessità di battersi "contro ogni minaccia che sia portata alla pace e alla civiltà".
In realtà, sia l'iniziativa in sè, sia i discorsi per molti aspetti divergenti che si pronunciano nel corso dei cinque giorni di lavori rivelano il groviglio di contraddizioni, di equivoci, di contrasti profondi che dividono i convenuti, l'ansia che domina tanto i comunisti quando i democratici davanti al consolidamento del potere nazista in Germania e di fronte a una prospettiva sempre più minacciosa di guerra. Fin dal primo giorno risulta chiaramente come convivano nel Congresso almeno due anime: quella di Erenburg, della delegazione sovietica, degli scrittori iscritti al Pcf o ad altri partiti comunisti, i quali vogliono fare della manifestazione un avvenimento emblematico della nuova alleanza tra l'Unione Sovietica e l'antifascismo europeo; e l'altra, rappresentata in modi diversi dai surrealisti come André Breton (il cui discorso sarà letto da Paul Eluard), che critica l'impostazione del Congresso; da liberali come Benda, che rifiuta la concezione comunista; da democratici come Salvemini, che solleva il caso clamoroso di Victor Serge, tenuto in carcere da Stalin. Una posizione a sé assume Brecht che, durissimo nei confronti degli scrittori "borghesi", non è d'accordo con la svolta frontista e cerca inutilmente di richiamare i congressisti a un'analisi che ponga al centro non le dispute astratte, ma le strutture economiche e sociali del mondo occidentale e di quello sovietico.
Pasternak (il terzo da sinistra) al Congresso degli scrittori
Rispetto al tema centrale cui il Congresso si intitola, risulta chiaramente che i delegati non accettano (o forse non ci riescono) di discuterne e di confrontarsi con omogeneità di tesi e di argomenti. C'è chi non può parlare, come Boris Pasternak che proprio Stalin ha inviato a Parigi e che si limita a pronunciare un elogio della poesia, con generiche valenze politiche: "La poesia rimarrà sempre uguale a se stessa, più alta di ogni Alpe d'altezza celebrata; essa giace nell' erba, sotto i nostri piedi, e bisogna soltanto chinarsi per scorgerla e raccoglierla da terra; essa sarà troppo semplice perchè se ne possa discutere nelle assemblee...". E c' è chi come Forster, che sembra lontano più di tutti dall' atmosfera angosciata che l' avvento di Hitler ha suscitato in Europa, sottolinea le minacce cui gli intellettuali sono sottoposti anche nella democratica Inghilterra: "Lì, più che altrove, gli scrittori non possono scrivere liberamente di questioni sessuali...". Un' altra parte, piuttosto ampia, del Congresso è occupata dalle dispute interne alla cultura francese e alle scuole letterarie; ed è quella che, riletta oggi, appare più remota e meno interessante.
L'intervento di Gide
A ben vedere, le sorti dell'iniziativa non si giocano tanto negli interventi generici e imbarazzati delle grandi personalità chiamate a presiedere la sedute, come Andrè Gide e Andrè Malraux, quanto nei discorsi che affrontano da vicino il tema politico del Congresso. Uno tra i primi a farlo è sicuramente Julien Benda, l' autore, nel 27, del famosissimo Tradimento dei chierici. Benda ripete a Parigi le sue argomentazioni sulla differenza essenziale che passa tra la concezione comunista della cultura e quella occidentale di derivazione classica: la prima postula la dipendenza dell'attività letteraria dalla sfera economica, la seconda (che Benda preferisce) la nega. Gli rispondono in molti; ma è di particolare interesse la risposta di Paul Nizan, che tre anni prima ha pubblicato I cani da guardia, una requisitoria brillante e spietata contro gli intellettuali asserviti al potere nelle società capitalistiche. Nizan nega la distinzione introdotta da Benda, polemizza contro il mito di un "nuovo umanismo" avanzato da più parti e conclude con parole di esaltazione profetica, tipiche dell'uomo che nel 39, di fronte al patto Hitler-Stalin, abbandonerà il partito comunista e andrà a farsi ammazzare in guerra dai nazisti a Dunquerque: "In questo mondo, dove ciascuno di noi è preda della solitudine e della guerra, l'affermazione di valori comuni è possibile solo tra coloro che conducono una lotta comune... Verrà un'età nella quale gli uomini potranno accettare il loro destino... E forse parleranno di un umanismo della gioia. Noi, invece, ancor oggi noi parliamo soltanto di un umanismo limitato: limitato perché rifiuta il mondo e perché comporta l'odio; un umanesimo nel quale l'unico valore che preannunci l' avvenire è la fraternità volontaria di quanti si impegnano a trasformare la vita".
La risposta di Nizan (insieme a quella, cui abbiamo accennato, di Brecht) è l'espressione più chiara di quel mito della "patria socialista" che sarà al centro della strategia dei Fronti popolari e della resistenza contro il fascismo. Di fronte alla rivendicazione liberale dell'autonomia della cultura, il giovane si aggrappa alla speranza che il "mondo nuovo" costruito dalla rivoluzione bolscevica possa condurre non solo al superamento delle differenze di classe, ma anche alla fine dell'asservimento degli intellettuali al potere. Viene in mente, di fronte al discorso di Nizan, la scoperta che tanti (a cominciare da Andrè Gide) faranno negli anni successivi del "giro di vite" interno che Stalin attua contemporaneamente alla svolta frontista. Sarà proprio Gide, tornando da un soggiorno in Urss l'anno dopo, a scrivere che la "patria socialista" è il paese meno libero del mondo, che la dittatura c' è, ma è di Stalin e non del proletariato...
Il forum delle donne scrittrici
Nizan non cambierà idea fino al patto tra Hitler e Stalin; quando lo farà, i compagni di partito lo accuseranno di essere un "venduto" al servizio della polizia. Nella discussione sul tema centrale, si registra anche uno scontro tra esuli italiani: da una parte, Salvemini, dall'altra il comunista Ambrogio Donini. Lo storico pugliese non solleva soltanto il caso drammatico della prigionia dello scrittore rivoluzionario Victor Serge; allarga il discorso a un confronto diretto tra la situazione della cultura nei paesi fascisti e quella che esiste nell'Urss. "Non mi sentirei in diritto", dice Salvemini, "di protestare contro la Gestapo e l' Ovra fascista se mi sforzassi di dimenticare che esiste una polizia politica sovietica. In Germania vi sono dei campi di concentramento, in Italia vi sono isole adibite a luoghi di pena, e nella Russia sovietica c'è la Siberia". La risposta del giovane Donini è almeno in parte elusiva. Donini parla degli Indifferenti di Moravia come specchio della crisi della società fascista in Italia, critica Salvemini per non aver accettato la candidatura socialista a Torino nel 1913, afferma che solo l'unione tra intellettuali proletari e contadini può sconfiggere il fascismo; ma non è in grado di rispondere all' interrogativo drammatico posto sia da Salvemini, sia - su un piano diverso - da Julien Benda.
Parigi 1935, Manifestazione degli Scrittori
Cinquant'anni dopo, la situazione non è cambiata in maniera apprezzabile. I condizionamenti che agiscono sugli intellettuali nella società capitalistica sono reali e preoccupanti, le divisioni di classe sopravvivono e a volte si accentuano; ma non sono paragonabili neppure di lontano allo "stato di polizia" che caratterizza ancora oggi la patria del "socialismo reale", costringendo gli intellettuali russi ad essere conformisti o "dissidenti". Chissà che il congresso organizzato a Roma per il cinquantenario di quello parigino non possa servire a far riflettere in termini nuovi su questo problema che gli anni Trenta ci hanno lasciato in eredità. Allora, proprio allora, caddero le speranze di tanti in una società che fosse insieme socialista e democratica. E nessuno rispose efficacemente ai dubbi sollevati da Salvemini e da tanti altri. Fu proprio Salvemini, del resto, a scrivere parole che mi sembrano oggi di grande attualità: "L'intellettuale deve lottare contro ogni ingiustizia sociale accanto alle classi sfruttate che lottano per conquistare l'eguaglianza economica; ma non deve riconoscere a nessuna dottrina il monopolio legale della verità".

“la Repubblica”, 15 maggio 1985

12.1.19

1947. Perché Stalin creò Israele (Paolo Rastelli)

Ben Gurion e Stalin

«Durante l'ultima guerra il popolo ebraico ha patito tremende e indescrivibili sofferenze… Il fatto che nessuno Stato dell'Europa occidentale sia stato capace di garantire i diritti elementari del popolo ebraico e di proteggerlo dalla violenza fascista, spiega il desiderio degli ebrei di costituirsi uno Stato proprio. Sarebbe ingiusto non prendere in considerazione questa circostanza e negare al popolo ebraico il diritto a realizzare le proprie aspirazioni… ». A pronunciare questo discorso appassionato a favore del diritto degli ebrei di costituire un proprio Stato in Palestina fu Andrej Gromyko, rappresentante permanente alle Nazioni Unite e viceministro degli Esteri dell'Unione Sovietica. Era il 4 maggio 1947 e l'Urss, vittoriosa nella Seconda guerra mondiale e già impegnata nel confronto con l'Occidente, aveva identificato nel Medio Oriente, ancora nella sfera di influenza di una debolissima Gran Bretagna, uno dei settori in cui misurarsi con gli ex alleati. Sia Londra sia gli Stati Uniti, un po' per gli interessi petroliferi in comune con i governi arabi, un po' per i tradizionali (e romantici) legami che soprattutto gli inglesi, da Lawrence d'Arabia in poi, avevano con le monarchie della regione, un po' per la diffidenza che gli ebrei palestinesi imbevuti di socialismo ispiravano al dipartimento di Stato di Washington, non erano affatto favorevoli alle aspirazioni sioniste. E così Mosca fece la scelta opposta.
Per chi è nato nel dopoguerra ed è cresciuto leggendo sui giornali dei grandi scontri arabo- israeliani, soprattutto quelli del 1967 e del 1973, è difficile pensare che ci sia stato un momento storico in cui Usa e Urss avevano ruoli opposti rispetto a quelli tradizionali di sponsor, rispettivamente, di ebrei e arabi. Eppure la grande mole di documenti, alcuni dei quali inediti, raccolti dal giornalista e storico russo Leonid Mlecin nel libro Perché Stalin creò Israele (Sandro Teti Editore, pp. 207, e 17, a cura di Luciano Canfora, introduzione di Enrico Mentana, traduzione di Svetlana Solomonova) non lasciano ombra di dubbio. Il georgiano di Mosca, mentre in patria perseguitava gli ebrei (e le altre nazionalità) in nome della russificazione dell'Urss, sulla scena internazionale fu «l'ostetrico» che fece nascere Israele: furono Urss, Ucraina, Bielorussia, Polonia e Cecoslovacchia, nella votazione definitiva all'Onu, a far pendere la bilancia a favore della spartizione della Palestina in due Stati autonomi, uno ebreo e l'altro arabo. E fu Stalin a consentire a Praga, appena entrata nell'orbita sovietica, di vendere armi moderne all'Haganah, in netta inferiorità di fronte agli eserciti arabi nella guerra del 1948. «Oggi non ho più dubbi: lo scopo dei sovietici era estromettere l'Inghilterra dal Medio Oriente», scrisse Golda Meir, ambasciatore a Mosca, poi ministro degli Esteri e infine primo ministro di Israele.
La rottura tra Tel Aviv e Mosca arrivò poco dopo la vittoria degli eserciti ebraici e l'affermazione definitiva di Israele, e fu rapida, come racconta Mlecin: Stalin, sempre a caccia di nemici interni nell'orwelliana ossessione di tenere il suo popolo in perenne stato d'assedio per compattarne la volontà antioccidentale, lanciò la sua campagna contro «la cricca» dei medici ebrei e aumentò le restrizioni all'emigrazione degli ebrei sovietici. La stampa israeliana lo attaccò duramente, nonostante la prudenza del governo di Tel Aviv. Ma Stalin, semplicemente, non poteva concepire l'idea di una stampa libera e vide dietro gli attacchi la mano di Ben Gurion e dei suoi. Poi ci fu un attentato all'ambasciata sovietica di Tel Aviv, la rottura delle relazioni diplomatiche e lo scivolamento di Israele nell'orbita americana. I diplomatici israeliani lasciarono Mosca il 20 febbraio 1953. Pochi giorni dopo Stalin moriva. Ma la frattura tra Israele e l'Urss non venne più ricomposta.

Corriere della Sera 10 gennaio 2009

9.1.19

La Germania dopo la Grande Guerra (Victor Serge)



Si respirava, in questa Germania, all’indomani di Versailles e sotto il presidente socialdemocratico Ebert, con la più democratica delle costituzioni repubblicane, l’aria di un mondo che finisce. Tutto vi era tenuto correttamente, le persone erano modeste, cortesi, attive, decadute, miserabili, debosciate, esasperate. Si costruiva una grande stazione in pieno centro della città, sopra la Sprea nera e la Friedrichstrasse, gli invalidi decorati della grande guerra vendevano fiammiferi alle porte dei cabaret, dove giovani donne, da vendere come tutto il resto, danzavano nude tra i tavoli dei consumatori. Un capitalismo delirante, di cui Hugo Stinnes sembrava l’anima, raccattava immense fortune nei fallimenti. In vendita le figlie della borghesia nei bar, le figlie del popolo in strada! In vendita i funzionari, le licenze di importazione e di esportazione, i documenti di Stato! In vendita le imprese, al cui avvenire nessuno più credeva! Il grosso dollaro e le sottili valute orgogliose dei vincitori spadroneggiavano, comprando tutto e credendo persino di poter comprare le anime. Le missioni militari alleate, incaricate di un impossibile controllo del disarmo, circolavano con belle uniformi, circondate da un odio educato ma evidente; numerose cospirazioni permanenti si ramificavano all’infinito: quella dei separatisti renani, pagati dagli stranieri, quella delle leghe militari reazionarie e quella dei rivoluzionari: la nostra. Oswald Spengler annunciava in termini filosofici Il declino dell’occidente (vedere l’Egitto morto, pensare alla fine di Roma!). I poeti rivoluzionari pubblicavano Die Dammerung der Menschen (Il crepuscolo degli uomini). I ritratti di Oskar Kokoschka, linee colori e volumi, erano scossi da una nevrosi cosmica; Georges Grosz tracciava con un tratto metallico profili di borghesi porcini e di carcerieri automi, al disotto dei quali vivevano una vita larvale prigionieri e proletari smunti. Barlach scolpiva contadini istupiditi dalla paura. Io stesso scrivevo:

La vita è come una malattia:
cura adatta: il ferro rovente
ma gli si preferiscono i veleni.

Le chiesette puntute coi tetti rossi sonnecchiavano ai margini di piazze sistemate a giardinetti. Con i caschi pesanti, i soldatacci scelti della Reichswehr montavano la guardia a un Ministero della guerra dalle finestre fiorite. La Madonna di Raffaello, nella sua camera luminosa della Galleria di Dresda, offriva al visitatore il suo profondo sguardo nero e dorato. L’organizzazione era così perfetta che, nelle foreste della Sassonia e dello Harz, trovai in piena solitudine dei cestini per le cartacce e dei cartelli indicatori: «Schoner Blick.» — paesaggio raccomandato, patentato in qualche modo. Le città di notte erano sontuosamente illuminate. In confronto con il nostro squallore russo, il benessere restava stupefacente.
Nessuno, in questa Germania salassata, credeva veramente all’avvenire; pochi pensavano al bene pubblico. I capitalisti vivevano nel terrore della rivoluzione. La media borghesia impoverita vedeva svanire i vecchi costumi e le speranze della vigilia. I socialdemocratici soli credevano all’avvenire del capitalismo, alla stabilizzazione di una democrazia tedesca e persino all’intelligenza e alla benevolenza dei vincitori di Versailles! Avevano la mentalità illuminata e ottimista della borghesia liberale del 1848. La gioventù si staccava da loro. Era nazionalista e socialisteggiante. La mia impressione è che desiderasse una rivoluzione e l’alleanza con la Russia per la guerra rivoluzionaria. L'energia, vuota di pensiero, si rifugiava nelle leghe militari; quando era tinta di dottrina, si polarizzava attorno al partito comunista. Charles Rappoport, con la smorfia di un sorriso nella sua barba cinica, mi diceva: «Non ci sarà rivoluzione tedesca per la stessa ragione per cui non ci sarà controrivoluzione in Russia: si è troppo stanchi, si ha troppa fame.

Da Memorie di un rivoluzionario, E/O, 2001

19.11.18

1929-30. La “svolta” dell'Internazionale Comunista e il “socialfascismo” (Umberto Terracini)


Dalla Intervista sul comunismo difficile a Umberto Terracini, che Arturo Gismondi curò nel 1978, riprendo le pagine, importanti, sulla “svolta” dell'I.C. e del Pci nel 1929-30, sull'aberrazione del “socialfascismo”, sul dissenso dello stesso Terracini che gli procurò tante “fraterne persecuzioni” (S.L.L.)
Umberto Terracini negli anni 30 del Novecento

Che quelle posizioni (il dissenso di Terracini sulla “svolta” dell'Internazionale Comunista tra il 1928, l'anno del VI congresso in cui cominciò a delinearsi, e il 1929, l'anno del X Plenum dell'Esecutivo che ne fissò i caratteri. n.d.r.) fossero giuste, è stato poi dimostrato, in tempo non lungo, proprio dalle decisioni del VII congresso dell’Internazionale, che rovesciavano quelle del VI, e quindi contemporaneamente travolgevano le posizioni prese dal Partito comunista al momento della svolta.
D’altra parte oggi, disciolte tutte le nubi di carattere polemico o il tentativo di rivendicare posizioni allora sostenute, mi pare che non ci sia più discussione possibile su questi vari punti, e cioè: che la crisi del ’29-30 non era l’ultima e fatale crisi del capitalismo; che in Italia non era in corso e neanche avviato o preannunciato un processo di radicalizza-zione delle masse contro il regime fascista; che la socialdemocrazia non soltanto non era un equivalente al fascismo, ma ben presto sarebbe stata considerata anche dall’Internazionale comunista come un’alleata possibile e desiderabile in ogni azione che si proponesse di elevare un argine contro 1 avanzata crescente della reazione violenta. E infine, stiamo ancora vi-Ì vendo una fase intermedia fra la dittatura fascista e un regime che riceva la sua impronta principale dalle masse lavoratrici. Io, per l’appunto, sostenevo allora che vi sarebbe stato un periodo intermedio fra la dittatura fascista e la dittatura del proletariato. La stiamo ancora vivendo, questa fase!

D. Tu ritenesti allora particolarmente pericolosa l’equiparazione, teorizzata dal VI congresso dell’Internazionale e fatta propria dal Partito comunista, tra fascismo e socialdemocrazia.

R. È esatto. Io ritenni grave, fra le posizioni assunte dal VI congresso dell’Internazionale, soprattutto l’equiparazione del fascismo e della socialdemocrazia, giudicati entrambi nemici giurati, e ugualmente pericolosi, della classe operaia. E infatti, le conseguenze di queste concezioni sono state gravissime: un processo di rottura fra i partiti comunisti, socialdemocratici e socialisti europei; divisioni e lacerazioni all’interno del movimento operaio. Tutto ciò aiutò non poco, negli anni successivi, il successo del fascismo e del nazismo in tanta parte d’Europa. In realtà avvenne che nella foga della polemica l’equiparazione, già aberrante, tra fascismo e socialdemocrazia, fu superata nella pratica, e i socialdemocratici finirono per essere presentati come i peggiori nemici della classe operaia, contro i quali andavano portati i colpi più duri.
Le conseguenze più drammatiche, e anzi tragiche della guerra fratricida, si ebbero come si sa in Germania. La lotta aspra fra socialdemocratici e comunisti, fra i due più influenti partiti della classe operaia, condotta fino alla vigilia e perfino oltre la vittoria del nazismo, aprì la strada alla conquista del potere da parte di Hitler, decretando la fine della repubblica di Weimar e l’inizio di un periodo tragico nella storia d’Europa. È un’eclisse di civiltà che parve seppellire per sempre - fra le altre - ogni conquista del movimento operaio, comunista o socialista che fosse.

D. La genesi della « svolta » si fa risalire al VI congresso dell’Internazionale. Ma la polemica sul social-fascismo i comunisti italiani in qualche modo — a parte i toni, o le definizioni — l’avevano anticipata. Lo stesso Gramsci, nota Amendola, ha sempre nutrito una forte animosità contro il Psi. Perciò quando il VI congresso giunse a identificare fascismo e socialdemocrazia, dice sempre Amendola, trovò un terreno fertile nel Partito comunista.

R. La posizione di Gramsci nei confronti del Partito socialista fu certamente di severa critica, di polemica e di dura condanna. E ciò fin da prima di Livorno quando i socialisti, pur divisi tra riformisti e massimalisti, ritrovavano l’unità per combattere contro il movimento dei consigli di fabbrica e contro l’«Ordine Nuovo».
Dopo Livorno la lotta contro il Partito socialista fu poi necessaria da parte nostra per distinguerci, per identificarci di fronte ai lavoratori, ai quali il Partito socialista ci presentava come avventuristi della rivoluzione e intellettualoidi presuntuosi. E fu certo una lotta dura, non priva di aspetti ingiuriosi, ingiusti.
Ma tutto ciò non ha nulla a che fare col social-fascismo del VI congresso e della «svolta». Noi facemmo colpa al Partito socialista di non aver saputo guidare il proletariato italiano, sull’onda rivoluzionaria del biennio rosso, alla lotta per il potere, usurandone invece la combattività in vacue esercitazioni demagogiche, e coltivando l’utopia della rivoluzione senza prepararla, cedendo infine alla violenza terroristica del fascismo. E ritrovammo conferma delle nostre critiche nella crisi aventiniana, quando il Partito socialista, rifiutando di mobilitare assieme a noi le masse, si accodò ai partiti borghesi nella loro tattica di inerte attesa di una mediazione della monarchia. Tutti questi erano motivi di polemica, e di polemica aspra. Ma sfido chiunque a citare di quei tempi una frase, o un brano, che anche lontanamente anticipasse o echeggiasse la tarda bestemmia del socialfa-scismo. Soltanto dopo la « svolta » potè avvenire che Amendola, per esempio, parlando al congresso di Colonia, affermasse che « la socialdemocrazia per adempiere ai nuovi bisogni della borghesia si trasforma, adotta la politica fascista, diventa socialfascismo » e che in questa nuova veste è « più pericolosa del fascismo ».

11.9.18

Quando Lenin sbarcò a Capri (Gennaro Sangiuliano)


Strane vacanze
Il brano sotto riportato, e ripreso dal domenicale de “Il Sole 24 Ore” come queste notizie introduttive, è tratto da Scacco allo zar. 1908-1910: Lenin a Capri, genesi della Rivoluzione (Mondadori, Milano, pagg.154, €18,50). Racconta di due soggiorni di Lenin a Capri, tra il 1908 e il 1910. Proprio qui, dopo la fallita rivoluzione del 1905, si era formata una piccola colonia di esuli russi, riunitisi attorno a Gorkij, scrittore di successo e fiore all'occhiello dei bolscevichi, una cerchia di intellettuali che darà vita alla cosiddetta Scuola di Capri, vero e proprio laboratorio di formazione per rivoluzionari basato su una concezione antiautoritaria del marxismo, una pericolosa deviazione dall'ortodossia secondo Lenin. Nell'aprile del 1908 Lenin arrivò a Capri, ufficialmente per un periodo di svago ma in realtà anche per controllare questi rivali interni: vi rimarrà per alcuni mesi, ritornandovi poi nel 1910 e intrecciando relazioni con il gotha dell'aristocrazia europea: dalla potentissima famiglia industriale dei Krupp alla regina di Svezia. (S:L:L:)
Capri 2011. Lenin e Bogdanov giocano a scacchi sotto lo sguardo di Gorkij

Era l'ora del crepuscolo quando il vaporetto Principessa Mafalda, un po' ansimante, iniziava le manovre per entrare nella piccola rada di Marina Grande. L'arrivo del traghetto faceva scattare un metodico rituale: allora a Capri non esisteva ancora un molo e i barcaioli che avevano il compito di trasbordare i passeggeri a terra prendevano a gridarsi istruzioni quasi incomprensibili in dialetto napoletano: «Rema! Piano! Avvicina!».
Ad aprile gli arrivi da Napoli del traghetto postale della Compagnia di Navigazione del Golfo, una nave a vapore con ruote laterali, cominciavano a essere regolari, diversamente dall'inverno, quando spesso, a causa del mare grosso, le corse erano interrotte e Capri restava isolata dal continente. Con la navigazione tranquilla la primavera portava sull'isola i primi viaggiatori, perlopiù stranieri, che aprivano gli arrivi della bella stagione. Al comando di quel traghetto c'era il capitano Mario Cafiero, figlio di un anarchico pugliese che affermava di aver conosciuto di persona Marx ed Engels. Raccontava quella storia di frequente e i marinai, stufi di sentirsela ripetere, fingevano di ascoltarlo.
Il padre del comandante si chiamava Carlo Cafiero e proveniva da una famiglia della piccola nobiltà pugliese. Da ragazzo, a Barletta, avrebbe voluto diventare prete, ma poi, all'università, era stato attratto da un altro fervore religioso: il socialismo. Dopo la laurea in Giurisprudenza a Napoli, era finito prima a Firenze, poi a Parigi, dove aveva assistito agli strascichi della Comune, quindi a Londra, dove forse aveva conosciuto Marx e sicuramente era entrato a far parte della cerchia dei giovani socialisti vicini a Engels.
Durante la tranquilla traversata il comandante non badò a chi avesse a bordo.
Col vaporetto giungevano sull'isola i giornali, il plico della prefettura per il comune, che conteneva le ultime circolari, quello per la stazione dei carabinieri, gli ordinativi del farmacista e le merci. Per primi, però, venivano trasbordati i passeggeri.
La sera del 23 aprile 1908 il mare era particolarmente calmo e il rossore del tramonto esaltava le bellezze dell'isola. Non erano in molti ad aver fatto la traversata di due ore da Napoli, poco più di una quindicina di persone. Per raggiungere Capri era anche disponibile il battello tedesco Nixe, che salpava ogni giovedì alle nove dal molo di Santa Lucia, davanti a Castel dell'Ovo, a Napoli, per giungere a Sorrento alle dieci e a Capri alle undici, puntuale come tutte le organizzazioni tedesche. In estate c'era una validissima alternativa perché la linea era coperta anche da un bateau-salon della Norddeutsche Lloyd.
Dopo i passeggeri più frettolosi, pendolari di ritorno da Napoli che avevano urgenza di raggiungere le loro case, fu un uomo di bassa statura e dalla corporatura robusta a fare il piccolo saltello necessario per passare dalla barca alla banchina di legno. Stempiato, aveva baffi scuri e folti, una barbetta che gli contornava il mento, e calzava un cappello nero a bombetta di foggia inglese, di quelli che si vedevano nelle vie eleganti della City. Curato ma senza alcuno sfarzo, si faceva notare per una camicia a collo morbido, legato con un cordone ornato di nappine alle estremità, secondo la moda dei signori altolocati.
L'età non era facilmente definibile, probabilmente intorno ai quarant'anni, e ciò che lo distingueva dagli altri visitatori che scendevano dal traghetto era un'aria estremamente seria, rivelatrice di un carattere allo stesso tempo energico e capace di incutere timore. Non aveva certo l'atteggiamento di quei tedeschi o inglesi che giungevano a Capri in cerca di sole e di emozioni mediterranee.
Trascinava con sforzo una grande valigia rettangolare di colore marrone, anche questa di ottima fattura inglese, in pelle rinforzata da stringhe di cuoio, e un'altra borsa più piccola. Non viaggiava solo. Poco più indietro lo seguiva una donna molto elegante nei modi e negli abiti, con grandi occhi neri e capelli castani e ribelli. Oltre che per la bellezza, il suo aspetto colpiva perché suggeriva una personalità forte e ammaliatrice.
Ai viaggiatori si fece incontro una coppia: lui di statura imponente, di gran lunga superiore alla media, quasi atletico, con una nerissima e folta capigliatura e vistosi baffi; lei una signora di estrema bellezza, dalla carnagione chiara, che metteva in evidenza tratti ben diversi da quelli delle donne mediterranee del luogo, e con un portamento che indicava sicure origini nobili. Gli abiti di grande eleganza ne facevano risaltare ancora di più l'aspetto.
Non parlavano né l'inglese né il tedesco, lingue che da almeno mezzo secolo i capresi avevano imparato a distinguere anche quando non le conoscevano. I quattro cominciarono subito a salutarsi in maniera gioiosa, soprattutto i due uomini, con una cordialità che lasciava trasparire una radicata amicizia.
L'uomo appena sbarcato era Vladimir Il'ic Ul'janov, un russo originario di Simbirsk, remota città dell'Impero zarista sulle rive del Volga. Apparteneva alla nobiltà ereditaria e tutti in patria lo conoscevano come Lenin. I due che lo attendevano sulla banchina erano lo scrittore Aleksej Maksim Gor'kij e la sua compagna Marija Fedorovna Jurkovskaja, più nota col nome di Andreeva, ex attrice del teatro Chudozhestvennyj, una coppia molto famosa in Russia.
Mentre il gruppetto di amici completava i saluti, due giovani capresi, un uomo e una donna, prelevarono il bagaglio e iniziarono a seguire con discrezione i russi. Facevano parte della servitù che i coniugi Gor'kij avevano reclutato sull'isola e che li accudiva a Villa Settanni, la bella residenza dove si erano stabiliti. Qualche ora prima della traversata nel golfo, l'ospite russo era sbarcato al porto di Napoli, proveniente dalla città francese di Marsiglia. L'arrivo a Capri fu discreto, senza i clamori e l'accoglienza che avevano segnato circa un anno e mezzo prima lo sbarco dello scrittore.
Sulla banchina sostava, volutamente appartato e in borghese, il delegato della regia polizia italiana, giunto il giorno prima da Napoli: si limitava a osservare e a prendere qualche appunto. Lo chiamavano «cavaliere». Antonio Tiseo si ostinava a non ammettere di essere un poliziotto, ma tutti ne conoscevano l'identità. Per lui quel nuovo russo non rappresentava granché. Sarà stato anche un cospiratore, ma al momento non era nulla di più che un altro ospite dello scrittore. Il delegato si limitò a confrontare i tratti del viaggiatore appena sbarcato con una pessima fotografia che la polizia zarista aveva fatto pervenire a quella italiana. A prima vista i due volti, quello reale e quello sul cartoncino, non si somigliavano affatto.
Lenin era stato arrestato la prima volta nel 1895, durante gli scioperi operai a San Pietroburgo, e in quell'occasione gli era stata scattata una foto segnaletica.
Al momento il funzionario aveva concluso la sua missione: sapeva dove risiedeva Gor'kij e gli bastava aver constatato l'arrivo del russo. Del resto i suoi maggiori problemi erano la sicurezza della principessa reale di Svezia, che spesso soggiornava ad Anacapri, e quella di altri illustri visitatori, come la moglie di Edoardo VII d'Inghilterra. Dallo stesso traghetto era sbarcato il poeta boemo di lingua tedesca Rainer Maria Rilke, ma è probabile che non conoscesse il viaggiatore russo.

“Il Sole 24 ore – Domenica”, 26 febbraio 2012

10.9.18

Uno dei dieci giorni che sconvolsero il mondo (John Reed)


Nel primo anniversario dell’ottobre, all'incirca 100 anni fa, John Reed rievocò, in un articolo pubblicato sulla stampa americana, il secondo giorno della rivoluzione, che doveva in seguito narrare nel suo celebre libro, I dieci giorni che sconvolsero il mondo. L’articolo è comparso su “La Città futura”, il mensile dei giovani comunisti nel n.8 del marzo 1965, nella traduzione non firmata che qui riprendo. (S.L.L.)
Secondo congresso panrusso dei Soviet (San Pietroburgo 7-9 novembre 1917)
La seduta del secondo Congresso panrusso dei Soviet si svolge nell’ex salone da ballo ed aula magna dell’istituto Smol’nij che durante il vecchio regime era una famosa scuola alla quale avevano accesso esclusivo le fanciulle nobili, sotto gli auspici dello zar in persona. È un immenso salone bianco con due file di massicce colonne, illuminate da due lampadari di un bianco accecante, riccamente ornati e forniti di centinaia di lampadine elettriche; in fondo alla sala vi è un palco sul quale troneggiano due alti candelabri carichi di lampadine e, dietro, un’immensa cornice dorata dalla quale è stato tagliato via il ritratto dell’imperatore. Qui nei giorni di festa e alla fine dell’anno scolastico si riunivano gli ufficiali nelle loro divise rilucenti, il clero nei suoi paramenti sfarzosi, gli intimi della granduchessa.

Lo spazio fra le colonne è coperto da file di seggiole, ve ne sono circa mille. La maggioranza dei delegati ha l’uniforme di soldato semplice. Gli altri vestono le semplici bluse nere degli operai e qualche variopinta giubba contadina. Ci sono alcune donne. Qua e là balenano rare spalline rosse e oro degli ufficiali e qualche colletto bianco. Dappertutto all’intorno fra le colonne, sui davanzali, su ognuno dei gradini che portano al palco, e persino sui bordi del palco è seduto il pubblico, costituito anch’esso di operai, contadini e soldati. Tra il pubblico qua e là si ergono delle baionette.
Delle guardie rosse esauste coi nastri delle cartucce a bandoliera dormono sul pavimento presso le colonne.
La sala è riscaldata solo dal calore umano e sui vetri delle alte finestre si forma la brina. L’aria è azzurra per il fumo delle sigarette e il fiato della gente. Attraverso questa cortina azzurra centinaia di volti guardano la scena sul fondo nella quale sono raccolte bandiere rosse con scritte dorate.
Volti semplici, uguali, aperti e decisi, volti anneriti dal gelo delle trincee, zigomi alti, molte barbe e, alle volte, volti affilati, grifagni di abitanti del Caucaso o del Turkestan, molti di essi con radi baffi tartarici. Sono tutti rivolti in una direzione con una espressione di ingenuo interesse infantile. Non si sente disagio, probabilmente a nessuno viene in mente che ciò che avviene è qualcosa di eccezionale, tutto si svolge come se si fossero riuniti dei contadini profondamente interessati ad un nuovo meraviglioso raccolto.
La seduta era stata fissata per le sei di sera : sono già le dieci e non è ancora iniziata.
Oggi è il sette novembre, il secondo giorno dell’insurrezione bolscevica. Il decreto sulla terra è già stato approvato, il Palazzo d’inverno è stato preso. Nella sala della Duma municipale si riuniscono le forze della controrivoluzione: i menscevichi e i socialisti-rivoluzionari, i cadetti, i monarchici, l’unione degli ufficiali. Dicono che Kaledin si muova verso il nord e Kerenskij si avvicini dal fronte con cinque divisioni cosacche.
Al tavolo della stampa è seduto un giovane intellettuale, ben vestito, interessante, un seguace di Kropotkin che per molti anni è stato nell’emigrazione a Parigi. Egli osserva la folla rozza, e tesa con un sogghigno e un atteggiamento un po’ distaccato lanciando di tanto in tanto delle osservazioni spiritose. Gli sembra incredibile che questa gente zotica, maleducata, osi pensare di poter dirigere la grande Russia.
«Andiamo — mi dice in francese. — Mi sono seccato. Autonominiamoci comitato per la ricerca della presidenza perché questo spettacolo possa cominciare». Mentre stiamo uscendo aggiunge: «Comunque non c’è fretta. Tra quarantott’ore scapperanno a rompicollo».
Ora, a dodici mesi di distanza ricordo spesso quest’osservazione.
Camminiamo lungo il corridoio a volta debolmente illuminato, pieno di enormi figure indistinte di operai e di soldati che si muovono in fretta, e disperatamente freddo. A destra e a sinistra vi sono delle porte sulle quali sono indicati gli innumerevoli aspetti dell’attività dei Soviet: sezione internazionale, sezione soldati, la redazione delle Izvestia, il settore stampa, l’unione dei militari democratici, i sindacati, i comitati di fabbrica, la direzione dei vari partiti politici. Attraverso la porta della stanza 28 dove sono runiti i socialisti-rivoluzionari di sinistra si sentono voci di gente che discute in tono altissimo: la porta è sbarrata. La camera 18 al pianterreno è il settore di Lenin; in questa camera si accalcano alcune centinaia di bolscevichi. Sembra che non importi a nessuno che noi entriamo o no. Quando chiediamo a che ora finirà la riunione i presenti si stringono nelle spalle con impazienza. Tutti sono in preda all’entusiasmo, negli occhi di tutti c’è un’espressione decisa e trionfante. Hanno l’aspetto di gente che da molte settimane non dorme, ma gli occhi brillano.
Al piano superiore in una piccola stanzetta giorno e notte è in riunione il Comitato militare rivoluzionario, centro dell’insurrezione che si è estesa largamente. Entrano ed escono correndo delle staffette. Da questa camera giunge a noi il suono di voci basse e decise.
Andiamo nella sala dove si deve tenere la seduta.
I socialisti-rivoluzionari di sinistra sono già qui, stanchi ma eccitati. Alla loro testa sono Kamkov, Maria Spiridonova, Karelin, Kolegaev. Un attimo dopo entrano i bolscevichi che formano un gruppo compatto attorno a Lenin. Dopodiché sale sul palco la presidenza, con Aleksandra Kollontai, Martov per i menscevichi-internazionalisti, Trotzkij, alcuni menscevichi, i socialisti-rivoluzionari, Abramovic per il Bund, Kramarov che è temporaneamente presidente del gruppo Novaja Zhizri. Il presidente legge l’ordine del giorno composto, come d’abitudine, dalla presidenza. Oggi il congresso deve esaminare la questione della guerra e della pace, la formazione del governo e la difesa della capitale da Kerenskij. Ma, com’è ovvio, ci si attiene all’ordine del giorno solo in modo molto approssimativo. Iniziano lunghissimi interventi degli oratori più diversi: i soldati delegati salutano il congresso a nome dei propri reggimenti al fronte, gli ufficiali e gli intellettuali protestano contro l’insurrezione, i contadini ricchi maledicono i bolscevichi perché questi hanno arrestato il ministro Maljantovic: «è un socialista anche lui».
Con rabbia e con accanimento protestano contro l’arbitrio dei bolscevichi i rappresentanti di vari partiti politici, persino i socialisti-rivoluzionari di sinistra. Karelin racconta come le guardie rosse si sono impadronite della tipografia del giornale Znamja truda ed hanno chiuso il giornale.
Per tutta la notte la riunione con applausi e con urla esprime la sua approvazione o la sua ira: la sala mugghia come il mare in tempesta. Più volte viene proposto di limitare il tempo a disposizione degli oratori, ma tutte queste proposte vengono bocciate a maggioranza. I delegati di vari partiti protestano contro la composizione della presidenza affermando che la schiacciante maggioranza bolscevica non deve imporre tutto lo svolgimento del congresso, che la presidenza dovrebbe essere più generosa e dare anche alla minoranza la possibilità di esprimersi.
I bolscevichi hanno messo in moto ciò che noi americani chiamiamo il rullo compressore. Nelle riunioni politiche in Russia tutto il lavoro vero viene condotto fuori dalla sala, nelle riunioni private dei capi partito delle diverse frazioni. I bolscevichi sono in maggioranza. Essi non possono privare la minoranza della parola: non ci sono regole secondo le quali si può interrompere la discussione. Ma i bolscevichi hanno preso la decisione dell’insurrezione armata del popolo; essi sanno che le masse di Pietrogrado li seguono; essi sono convinti che tutta la Russia li segua; ed essi tirano diritto spietatamente e fiduciosamente.
Molto dopo la mezzanotte Lenin con voce tranquilla legge il suo appello ai popoli di tutti i Paesi belligeranti sull’armistizio e la pace. La sala ascolta tesa: le fronti degli ascoltatori sono in sudore, tanto rabbiosamente essi vogliono la pace. Lenin ha terminato. Si levano delle proteste, alcune di esse vengono accolte con un mugghio furibondo e delle grida: «Basta. Chiudi il becco!». Si vota. Persino i «moderati», i socialisti-rivoluzionari di sinistra e il gruppo Novaja Zhizri, votano a favore. Uno solo vota contro. Un’esplosione di rabbia e di risate lo costringono ad abbassare la mano.
In un unico slancio, con un unico pensiero, senza una sola parola ci alziamo in piedi, tutti, fino all’ultimo, e cantiamo l’Internazionale. Il canto si fa strada attraverso l’aria piena di fumo, straripa al di là delle pareti e vola su tutto il mondo in preda alla guerra. Vi è chi si abbraccia, le lacrime scorrono sui visi induriti, barbuti, ci colpisce un sentimento di profondissimo entusiasmo. La pace! La pace e il potere del popolo a tutta l’umanità. L’inizio della rivoluzione universale, la fine dell’ingiustizia, la nascita di un mondo nuovo! «Non dimentichiamo chi ha dato la sua vita per questa notte!» — grida una voce quando finiscono di echeggiare le ultime note.
E noi cantiamo «Siete caduti vittima», la marcia funebre, quest’inno solenne e vittorioso che tanto dice al cuore di ogni russo. Si impadronisce di noi la convinzione profonda che non si tratti di un semplice erompere di emozioni ma della manifestazione suprema del vero potere politico. Abbiamo la sensazione che forse il popolo ha veramente vinto. Ascoltate Lenin: «La rivoluzione è appena iniziata. Noi ci siamo impadroniti di Pietrogrado. Domani noi vinceremo Kerenskij. Dopodomani spezzeremo la resistenza della borghesia».
Viene proclamato il nuovo governo, «governo che poggia sui Soviet dei deputati operai, contadini e soldati». Dalla tribuna viene annunciata la composizione del Consiglio dei commissari del popolo, ed ogni nome viene salutato da applausi a seconda dei meriti rivoluzionari di chi lo porta: il nome di Trotzkij suscita un forte, disordinato battimani, e il nome di Lenin una tempesta ininterrotta di ovazioni. Ma il fatto stesso della proclamazione del governo che in occidente sarebbe il punto culminante della rivoluzione qui viene accolto come qualcosa di ovvio. Qui è il popolo che è al potere. Non hanno importanza le persone singole, è importante solo la rivoluzione.
Sono già le cinque passate quando infine usciamo. In paesi più meridionali ad oriente l’aurora sarebbe già rossa, qui ancora per quattro ore sarà notte nera. Non c’è ancora la neve ma il fango nero che copre le strade è gelato. Agli incroci, attorno a falò fiammeggianti stanno accoccolati piccoli gruppi di guardie rosse. Vedendoci ci gridano: «Viva la Russia libera»; hanno gli occhi ardenti e le loro voci sono piene di un’emozione inesauribile.
Aspettano i tram pronti a portarci per la città. Molto tempo prima, alle undici di sera, nelle strade di Pietrogrado era cessato il traffico tramviario, ma il sindacato dei ferrotranvieri manda dei vagoni con dei conduttori volontari che attendono presso lo Smol’-nij la fine della seduta del congresso dei Soviet. Ci accalchiamo sulle vetture continuando a discutere ed a gesticolare...
Lontano echeggiano a caso degli spari. Ci muoviamo e alle nostre spalle resta l’immenso Smol’nij fiammeggiante di luci e ronzante come uno sciame di api.

6.9.18

Campione della pace e della liberazione dei popoli. L'Unità in morte di Andrej Zhdanov



Con profonda commozione diamo ai lavoratori italiani la notizia della morte del compagno Andrej Zhdanov. Il dolore per la sua scomparsa va oltre i confini della terra sovietica e colpisce il cuore dei lavoratori del mondo intiero, i quali perdono nel compagno Zhdanov un grande campione della lotta per la pace e per la liberazione dei popoli da ogni oppressione.
I lavoratori di tutto il mondo conoscono l'opera valorosa del compagno Zhdanov per la redenzione della sua terra dallo sfruttamento capitalista e per la edificazione di un nuovo glorioso regime di giustizia. La lotta che Egli ha combattuto, negli anni della Rivoluzione e per una vita intiera, contro le forze della reazione e per la vittoria del socialismo, l'attività instancabile che Egli ha dato alla costruzione del Partito bolscevico e dello Stato sovietico sono nella memoria di tutti i socialisti e di tutti gli amici della libertà come un esempio di fedeltà estrema alla causa della felicità del popolo lavoratore. 1 lavoratori e i democratici del mondo intiero ricordano con particolare gratitudine la parte eroica che il compagno Zhdanov ha avuto nella difesa di Leningrado e della terra sovietica contro l'invasione nazista e il contributo decisivo che Egli ha dato in questo modo alla salvezza dell'Europa dalla furia delle belve hitleriane.
Ma i lavoratori italiani e di tutto il mondo piangono oggi nel compagno Zhdanov prima di tutto il campione della lotta contro l'imperialismo, l'animatore del movimento democratico internazionale, che, alla luce della dottrina di Lenin e di Stalin, aveva dato un contributo altissimo al rafforzamento politico e ideologico del Fronte unico socialista e antiimperialista. Le indicazioni preziose contenute nello storico rapporto alla prima Conferenza dei nove Partiti comunisti non morranno, poiché sono nel cuore e nella mente di milioni di uomini, i quali, in tutti i Paesi, si schierano contro la guerra e per la libertà dalle catene imperialistiche. La fiducia nelle forze della pace espressa in quel rapporto ha dato lena e speranza ai costruttori di un mondo nuovo e alle schiere degli oppressi sotto il regime capitalista.
Inchiniamo le nostre bandiere dinanzi alla salma del compagno Andrej Zhdanov, Segretario del Comitato Centrale del Partito bolscevico dell'U.R.S.S., campione della pace e della liberazione dei popoli. Esprimiamo al grande compagno Stalin, ai popoli sovietici e ai fratelli del Partito bolscevico la costernazione dei lavoratori e di tutti i compagni italiani. Promettiamo di continuare, nel nome del compagno Zhdanov, con più vigore la lotta per la sconfitta piena e irreparabile dell'imperialismo oppressore del nostro Paese e fomentatore di nuove guerre nel mondo.

l'Unità, 1 settembre 1948

Novecento russo. Per amore di dada (Cesare G. De Michelis)

Igor Tarant'ev, Trattato di totale oscenità

"Taci, taci,/ (femmina, nelle sue braccia/ delirasti una notte così)...": così scriveva, all'inizio degli anni Venti, Ada Negri, scrittrice già dai fieri sentimenti populisti, e come tale di buona popolarità anche in Russia. E contemporaneamente, pressappoco, ecco come un personaggio di nome Ada Negri parlava in una bislacca operetta drammatica di Nikolaj Shalimov del 1922, L'amore equatoriale ovvero la terribile vendetta di una negra: "Agiu l'chuva/ chuljanam/ pingiaru ragiuljum/ giufcha raspere...", spingendosi nel contesto dell'improbabile parlata meridionale fino a vaghe allusioni falliche: "palla polla palla/ coriambo/ cine banda/ ban ban ban/ Why son come l'ibis/ lingam fallas/ Diplodok".
Ebbene, sì: questo è il dada russo, del quale Marzio Marzaduri ci offre ora un'antologia ragionata, che è il primo contributo complessivo volto a intendere questa pagina certamente minore, ma sin troppo negletta, dei movimenti sperimentali: Dada russo. L'avanguardia fuori della Rivoluzione (Il Cavaliere azzurro, pagg. 258, lire 15.000). Sul perché "fuori della Rivoluzione" torneremo subito; ma intanto vale la pena di avanzare qualche considerazione sul rutilante intrecciarsi, e talora confondersi, dei molti gruppi e gruppuscoli dell'avanguardia russa, destinati spesso a una esistenza effimera e periferica. In proposito si può ricordare un episodio forse marginale, ma emblematico come pochi altri: c'è un testo poetico del pittore Vasilij Kandinskij, Vedere ("Azzurro. Azzurro s'innalzava, s'innalzava e precipitava. / Acuto. Sottile fischiava e si conficcava..."), le cui peregrinazioni sono ghiottamente tortuose. Apparso dapprima in tedesco nella raccolta Klange (1912), venne annoverato tra i primi testi dell'espressionismo letterario; a distanza di un anno ricomparve in russo (nella traduzione di David Burljuk) sull'almanacco Schiaffo al gusto del pubblico, e venne pertanto catalogato tra gli archetipi del cubofuturismo russo. Nel 1916 fece ancora in tempo per riapparire in tedesco su Cabaret Voltaire a Zurigo, tra i testi del nascente movimento dada. Espressionismo, futurismo, dadaismo: la storia della poesia di Kandinskij sembra fatta apposta per convalidare la nozione indistinta degli "...ismi contemporanei", di cui aveva già parlato trent'anni prima Luigi Capuana. Ma siccome l'indagine scientifica procede non già dal distinto all'indistinto, ma precisamente all'inverso, eccoci al quesito da cui prende le mosse lo stesso Marzaduri: in buona sostanza, se sia esistito un dada russo, e nel caso di risposta affermativa, perché esso si ponga non occasionalmente, ma strutturalmente, "fuori della Rivoluzione" (non contro, o accanto: semplicemente fuori). La domanda appare sensata, se non altro perché nelle svariate ricognizioni che sono state compiute sul fenomeno dell'avanguardia russa (tanto per restare in Italia, ricorderemo almeno Le poetiche russe del Novecento di Giorgio Kraiski, del 1969, e L'avanguardia russa di Serena Vitale, del 1978), di un dada russo non si fa nemmeno menzione. Tuttavia, i filoni culturali cui si rifà anche questa rassegna antologico-critica, sono ben conosciuti e presenti: in particolare, transmentali (zaumniki) e nullisti (nicevoki). Ha senso dunque convogliare gli uni e gli altri (e altri ancora) sotto la comune etichetta di dada? Il modo di procedere di Marzaduri appare in proposito sensato, anche se non dimostrativo: "L'autore - scrive - assume come plausibile la categoria di un dada russo, o transmentale. L'affermazione non è comprovabile filologicamente (...), ma appare tuttavia giustificata da una seria tradizione". In sostanza si tratta del fatto che dal tronco vigoroso del futurismo russo s'è sviluppato - tra gli altri - un ramo assai particolare, quello dello zaum' (o lingua transmentale), coltivato già prima della guerra e della Rivoluzione da Chlebnikov e Kruciònych. Trapiantato a Tbilisi (in Georgia), ebbe l'apporto di altri scrittori e pittori, russi e georgiani, dando vita alla compagnia del 41, che si fregiò, oltre quello di Kruciònych, dei nomi di Il'ja e Kirill Zdanevic, nonchè di Igor' Terent'ev.
Questo ramo dell'avanguardia russa, pur se ben noto, è rimasto piuttosto in ombra, in patria e all'estero, per il concorso di circostanze eterogenee: la sua breve esistenza, la quasi programmatica intraducibilità (o perfino illeggibilità) dei testi che produceva, la commistione di cultura russa e di cultura (e lingua) georgiana: ad esempio, il numero unico più prossimo al "dada assoluto", H2SO4 apparve nel 1924 in georgiano. L'altro ramo dell'avanguardia russo-sovietica che può legittimamente esser avvicinato al dada zurighese, è come abbiamo detto quello dei nullisti, di Rostov sul Don, che promulgarono il loro manifesto nel 1920, e ai quali fu vicino il giovane Grigorij Shil' tjan (Sciltian), prima di divenire nell'emigrazione convinto assertore della restaurazione. Episodio minore e provinciale, s'esaurì esso pure nei primi anni Venti; ha ragione insomma Marzaduri a sostenere che "tra la primavera e l'autunno del 1923 finisce il dada russo". Episodi successivi d'un'avanguardia estrema e nichilistica, pur se accusati di "dadaismo" (come fu il caso, nel 1927, degli Oberiuty di Leningrado: Charms, Vvedenskij, in parte Vàginov e Zabolotskij), escono di fatto dal quadro del fenomeno ora ricostruito e documentato da Marzaduri. L'avanguardia fuori della Rivoluzione. Episodio nato negli anni convulsi della guerra civile (e in particolare nella repubblica "socialdemocratica" di Georgia), quando il potere sovietico prese definitivamente piede, si dissolse per gran parte nell'emigrazione (le dra, quasi illeggibili, di Zdanevic, vennero proposte a Parigi); quelli che rimasero in Unione Sovietica, o finirono dimenticati (come lo Shalimov, dal quale abbiamo preso le mosse), o continuarono sempre più isolati - è il caso di Krukiònych - a coltivare una sorta di "antiquariato nostalgico" dell'avanguardia. O ancora, come lo sventurato Terent'ev finirono in un lager, a costruire il Canale del Mar Bianco: e con una epistola in versi indirizzatagli da Kruciònych si conclude anche l'antologia: davvero, "triste tombeau del dadaismo russo".

“la Repubblica”, 29 agosto 1985

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