2.2.12

Capolavori: "Il sogno della camera rossa" (di Aldo Natoli)

Aldo Natoli, medico antifascista, dopo la Liberazione fu uno dei più prestigiosi dirigenti del Pci romano e nazionale. Fu poi, nel 1969, tra i fondatori de “il manifesto” e si appassionò al maoismo e alla Rivoluzione culturale. Letterato fine, si interessò anche della storia e della letteratura cinesi. Da collaboratore del “manifesto” e di “Repubblica” recensì più di una volta testi che provenivano dall’Estremo Oriente. Qui si confronta con un capolavoro assoluto, uno del “quattro romanzi classici” della Cina, Il sogno della camera rossa e lo fa con puntualità e con sensibilità, senza la spocchia dei critici letterari di mestiere o di certi sinologi. Il ritaglio da "la Repubblica" onde ho ricopiato l’articolo è dei primissimi anni Ottanta, ma non c’è data. (S.L.L.)

Il sogno della camera rossa, il grande romanzo cinese del XVIII secolo, capolavoro incompleto di Ts'ao Hsueh-Ch'in, stampato per la prima volta nel 1792 in una versione portata a compimento dal contemporaneo Kao Ngo, viene ora offerto al pubblico italiano in una versione a cura e con introduzione di Edoarda Masi: un nome che fornisce al lettore la massima garanzia di fedeltà al testo, fin nelle sottili sfumature e ambiguità peculiari della lingua classica cinese (Utet, 3 volumi, oltre 1200 pagine, s.i.p.).
Il più celebre dei romanzi classici cinesi (su di esso si è alimentato in Cina un dibattito interpretativo e critico che dura tuttora), fu scritto all'inizio della seconda metà del secolo XVIII, fra il 1752 e il 1763, anno della morte dell'autore: dunque sotto la dinastia dei Ching, che sopravviverà fino al 1911, quando crolla l'impero. Il romanzo è un affresco grandioso, popolato da oltre 400 personaggi, di cui almeno una quarantina di primo piano. Attraverso il prisma della vita quotidiana di una grande famiglia di aristocratici funzionari imperiali, un fascio di luce rivelatore viene proiettato fin nelle più intime pieghe della società «feudale» cinese; e, anche se nel testo manca qualsiasi preciso riferimento temporale (ovvio riserbo dell'autore), ad ogni passo si
avverte che un'antichissima civiltà stancamente ha già cominciato a franare su se stessa, soffocata dalla propria, pur ricchissima, tradizione culturale, estenuata dallo sperpero della propria opulenza.
Ma nessuno si aspetti un romanzo «sociale». Il microcosmo della famiglia patriarcale-feudale vive e soffre delle sue tensioni interne, e queste si coagulano volta a volta nelle passioni dei personaggi. Sono passioni smisurate o meschine, ma tutte impossibili, quindi fatalmente votate ad uno sbocco di tragedia quando si scontrano con la rigidità dell'ordine familiare-sociale, scandito dalla inviolabile tradizione confuciana.
La famiglia-clan è un organismo estremamente complesso, ricco di diramazioni collaterali, prolungato nelle schiere innumerevoli di servi, schiavi affrancati e non (i «famigli»). Il padre detiene il potere supremo e assoluto, ma distante per le sue occupazioni pubbliche (gli affari di Stato, la Corte). Depositaria del potere di fatto è la madre («domina» ), reminiscenza forse di un passato matriarcato. Tutti i componenti la famiglia occupano un proprio spazio, delimitato" come in una scacchiera: in esso si vive e si muore senza possibilità di trasgredirlo. I riti segnano il destino delle persone, e nel contrasto è la fonte della tragedia; ma questa è l'eccezione (allora sì mortale), non la regola. La regola è la benevolenza dei superiori, la raffinata cortesia fra uguali, l'eleganza nei trattenimenti, la profusione incredibile di stanze adorne, di giardini, di fiori, di stagni, di poesia e di sogno negli otia squisiti, e fino a un certo punto comuni, di padroni e servi.
La vita sembra fluire armoniosa come nella favola più delicata fino a quando tutti e ognuno si attengono alle regole custodite dal potere supremo; i colpevoli, veri o presunti, saranno immediatamente colpiti con crudeltà e spietatezza, fino alla morte, ma più spesso a questa perverranno come ad una liberazione: dai vaghi stagni gremiti di fiori di loto si ripescano i cadaveri dei suicidi.
Se queste sono le due facce — luna e 1' altra implacabili — dell'ordine familiare (e sociale) regolato dai «riti», si comprende come ogni impulso di trasgressione debba risultare eversivo e autodistruttore. Il contrasto fra i sentimenti personali, forse si potrebbe già dire la libertà della persona, certamente l'amore, e, dall'altra parte, i «riti», ecco, questa può essere una delle chiavi per afferrare almeno una parte dei messaggi trasmessi da questo romanzo straordinario.
Secondo questa interpretazione,  Il sogno della camera rossa sarebbe anzitutto un grande romanzo d'amore. Al centro di esso, due indimenticabili personaggi, sbalorditivi nella modernità delle loro nevrosi un giovane rampollo della famiglia aristocratica, Pao-yu , e una ragazza orfana e povera proveniente da un ramo collaterale della famiglia. Romeo e Giulietta in Cina?
Due personalità anticonformiste, eterodosse perché letteralmente intolleranti dell'ortodossia. Pao-yu che non vuole seguire gli studi prescritti dalla sua casta, che non vuole sottoporsi agli esami, che non vuole seguire la carriera di funzionario cui è destinato, ingannato e impedito nel suo amore per la «sorellina», esprimerà il suo rifiuto del sordido mondo che gli si vuole imporre fuggendone la vanità nel verbo dei monaci buddisti e taoisti. Alla «sorellina» Tay-yu , delicata autrice di versi finissimi, fragile creatura, portatrice di un amore sublimato, non resterà che lasciarsi morire nel profumato giardino della dimora gentilizia.
La vicenda dei due amanti infelici si intreccia entro una trama fittissima dove affiorano i cupi fantasmi che annunziano la decadenza e lo sfacelo dell'impero, la corruzione dei funzionari, l'oppressione dei miseri, la violenza mascherata dal paternalismo, il moralismo dei riti fonte di ipocrisia, inganno, universale sfiducia. A quei processi di decomposizione della famiglia tradizionale (e della società) il romanzo non offre alcuna via di uscita, se non il «grande Vuoto», l'abbandono della vanità; del mondo.
Certo, può apparire come una forzatura parlare di «lotta delle classi» o di «iniziale transizione dall'ortodossia feudale al primo pensiero democratico», come fa oggi certa «critica» marxista-leninista a Pechino. Rimane il fatto che Pao-yu, se finirà monaco, è già un ribelle ed annunzia le generazioni di ribelli che popoleranno la storia della Cina fino alla caduta dcll'impero  ed oltre. Rimane il fatto che, come acutamente aveva visto Lu Xun, al di là dei si gnificati occulti che sono stati cercati e che certamente sono celati nel romanzo, Il sogno della camera rossa, al suo apparire, e sempre più in seguito, costituì «una rottura» con le vecchie convenzioni, ne avviò la dissacrazione, fu uno stimolo alla ricerca di nuove vie di liberazione della persona.
Grande romanziere e poeta, testimone e precursore, Ts'ao Hsueh Ch'in schiude la soglia della Cina moderna. Che il lettore italiano la varchi con fiducia. alla scoperta di uno dei capolavori della letteratura mondiale.

Mosca, 1924: "Abbasso il pudore" (dai diari di Michail Bulgakov)

Michail Bulgakov cominciò a compilare i suoi diari subito dopo il suo arrivo a Mosca, sul finire del 1921. Una sera di maggio del 1926, due funzionari della polizia politica bussano alla sua porta e, dopo una persecuzione accurata, li portano via insieme al manoscritto di Cuore di cane. Sono stati pubblicati nel 1991, venuti fuori ad opera di un funzionario del Kgb, verosimilmente un ammiratore di Gorbacev. Il settimanale “Avvenimenti”, nel numero del 19 giugno 1991, ne pubblicò qualche pagina (altre ne diffuse dal diario dell’ultima moglie di Bulgakov, Elena Sergeevna, relative agli anni Trenta, anch’esso di recente pubblicazione moscovita) per la cura e la traduzione di Daniela Di Sora. La Di Sora insieme a Lucetta Negarville curò in quello stesso un volume dal titolo Mosca la città del Maestro, che conteneva buona parte dei diari. I brani che qui riporto, ripresi dal settimanale, sono relativi al 1924 e sono relativi alla vita quotidiana: la stampa, la coabitazione coatta, le condizioni della letteratura e, molto da lontano, la politica. (S.L.L.)
2 agosto, sabato
Sabato Ieri è arrivata la notizia che la carrozza di Kalinin (era da qualche parte in provincia) è stata colpita dal fulmine. Il cocchiere è morto, mentre Kalinin è rimasto illeso.
Il bottegaio Jarozlavcev ha finalmente fatto uscire il suo almanacco «Vozrozdenie» (“Rinascita”, ndr), in cui c'è la prima parte di «Appunti sui polsini» fortemente deturpata dalla censura.
S. ha raccontato che il battaglione della Gpu (la polizia politica, ndr) andava alla manifestazione con l'orchestra che suonava «Tutte le ragazze lo adorano».

9 agosto, sabato
Sabato A Mosca sono apparsi degli autobus; il percorso: Tverskaja-centro-Kalancevskaja. Per il momento sono pochi. Sono molto belli, massicci e nello stesso tempo eleganti. Di colore marrone con le cornici dei finestrini gialle. Ad un piano, ma enormi.

3 settembre, mercoledì
Sono stato dallo scrittore Lidin. Gli hanno requisito una stanza. Ha chiesto agli agenti del Mur (Polizia giudiziaria moscovita, ndr) : «E dove scriverò?». Gli hanno risposto: «Puoi scrivere qui». E Lidin ha raccontato che un signore si è sposato con una signorina conosciuta per caso per la strada, solo perché questa andasse a vivere da lui. Un altro caso del genere lo conosco io personalmente: l'ebreo Rawinov ha chiesto oggi (nel negozio Raduga) che gli presentassero qualcuna da sposare immediatamente e (...) promettendo persino di mantenerla, purché vada a vivere da lui.

12 settembre, venerdì
Giornata chiara e soleggiata. Una novità: in questi giorni a Mosca sono apparse delle persone (maschi e femmine) completamente nude, con una fascia a tracolla con su scritto «Abbasso il pudore». Sono saliti su un tram. Il tram è stato fermato, il pubblico si è indignato.

18 ottobre, sabato
Oggi ho perso tutto il giorno nel tentativo di farmi dare 100 rubli al “Nedra” (la rivista “Il sottosuolo”, ndr). Ci sono grandi difficoltà con il mio racconto grottesco “Uova fatali”. Angarskij ha messo in evidenza almeno venti passi che bisogna cambiare per considerazioni censorie. Chissà se passerà? Nel racconto la fine non è buona, l'ho scritta troppo in fretta.
La sera sono stato all'Opera di Zimin (ora Teatro sperimentale ndr) e ho visto il “Barbiere di Siviglia” in una nuova messa in scena. Splendido. Scene che si muovono, mobili che corrono.

Notte tra il 20 e il 21 dicembre
Ho di nuovo trascurato il diario. E con mio grande dispiacere, dal momento che negli ultimi due mesi sono successi molti importantissimi avvenimenti. Il più importante è, naturalmente, lo scisma del partito, provocato dal libro di Trockij dal titolo “Le lezioni dell'Ottobre”; l'attacco condotto all'unisono da tutti i capoccioni del partito, con in testa Zinov'ev; l'esilio di Trockij al sud sotto il pretesto della malattia e poi il silenzio. (…) Barzelletta: “Lev Davidovic, come va la sua salute?”. “Non lo so, non ho ancora letto i giornali di oggi”. (allusione ai bollettini sulla salute di Trockij, spesso involontariamente comici, ndr)

L'ultimo caffé. Una poesia di Luigi Pirandello

Non poter dormire,
pe’ vecchi, brutto segno
di morte vicina:
vuol dire
che il congegno
vitale si scombina.

Solo
sul tetto
della vecchia casa dirimpetto
esala un fumajolo
a spire
nell’alba
umidiccia e scialba
un lieve fumo.
Là dirimpetto
abita un buon vecchietto
che certo è in cucina
per il suo caffè.

(Vicina
la morte
a chi non può dormire.)

Curvo sul fuoco
soffia il vecchietto forte;
poi la bianca tazza
solita
prepara: tre pezzetti
di zucchero, che amaro
gli sa sempre il caffè.
Schizza faville il fuoco.

(Vecchietto caro,
tu forse non m ’aspetti.
Tra poco
pur verrai con me.)

Su la vasta piazza
dorme ancor l ’ombra bassa;
qualche mattiniero
nero
vi passa.
Languida qualche stella
dal cielo occhieggia ancora.
Salutan la novella
squallida aurora
da presso e da lontano
i galli. Eccolo: dietro
il vetro
del balcon, pian piano
ora
sorseggia il buon vecchietto
caldo il suo caffè.
Prima che tragga il sorso,
vi soffia; chiude gli occhi:
chi sa che mai ricorda!
Forse gli sciocchi
sogni di questa notte.

Venivano
da bianche tombe
lontane
tante colombe
a frotte.
Di sotto il guanciale
sgusciava una serpetta
che gli dava un morso
sul cuore
senza fargli male.

Ancora, ancora un sorso,
vecchietto, non dar retta.
Perché ti guardi attorno?
Silenzio. Batton l ’ore.
Le cinque. Chi t ’aspetta?
È giorno, vedi? è giorno
già chiaro.
Finisci il tuo caffè.

(Poi, vecchietto caro,
fa’ cuore,
te ne verrai con me.)

Postilla
La poesia fu pubblicata su la rivista "La Riviera ligure"N.6, 1912. Modifiche si trovano in una successiva stesura tra i manoscritti di Pirandello. Nella forma ultima, seppure probabilmente non definitiva ("la vita - diceva l'Autore - non conclude"), è stata ripubblicata nel VI volume dell'opera omnia del drammaturgo girgentano (Mondadori, 1960) (S.L.L.)

1.2.12

L'Opus dei. La "massoneria bianca" di Papa Wojtila (Juan Arias, 1985)

Il “manifesto”, a metà degli anni Ottanta, usciva la domenica con un blocco di pagine di approfondimento intitolate, appunto, “la domenica”. Su quelle pagine è possibile ritrovare molte firme esterne, spesso prestigiose, per collaborazioni assai spesso gratuite. L’apertura de “la domenica” il 19 maggio 1985 fu affidata a Juan Arias, corrispondente da Roma del quotidiano spagnolo “El Paìs”: il tema era l’Opus Dei, che aveva ottenuto da papa Wojtila la cosiddetta “Prelatura Personale” e che mostrava anche in Italia la sua potenza. Della Masoneria blanca si ricostruivano le origini, la storia, il potere, fino appunto agli anni Ottanta. E’ una lettura utilissima anche oggi, anche per valutare il significato e la natura del “papato polacco”, a cui in buona parte si deve l’attribuzione ai seguaci di Escrivà di un potere, che il pastore tedesco oggi al vertice del Vaticano non solo non ha scalfito, ma tende a confermare. (S.L.L.)

In Spagna, prima della sua approvazione come “Prelatura Personale” e quindi del suo riconoscimento papale definitivo veniva chiamata «Masoneria blanca» per la segretezza che circondava questo Istituto religioso e perché il suo Fondatore si era ispirato, per l'organizzazione interna del suo piccolo esercito, agli statuti della massoneria. Il suo "life motive" era: «Ciò che viene adoperato per il male può anche essere usato al contrario per il bene».
In Italia è stata chiamata invece «La Santa mafia di Wojtyla», alludendo alle simpatie che da sempre aveva dimostrato il papa polacco per l'opera di José Maria Escrivà de Balaguer, considerandola come il suo esercito di attacco personale in lenta ma chiara sostituzione dei figli di Sant'Ignazio che per secoli erano stati la punta di diamante della difesa del Papato.
In realtà il suo vero nome completo è «Società sacerdotale della Santa Croce e dell'Opus Dei». Generalmente viene chiamata semplicemente «Opus Dei» ed in Spagna «la Obra», mentre il fondatore, oggi in procinto di beatificazione, viene chiamato «el Padre».
Fino a qualche anno fa dell'Opera di Escrivà di Balaguer si sapeva ben poco anche in Spagna. La norma era che i membri, anche quando erano ministri o direttori di banca o preti, dovevano mantenere il segreto. E se era necessario potevano negarlo apertamente.
Si sapeva solo che era una organizzazione cattolica fondata nel 1928 da un prete spagnolo che sarebbe diventato più tardi Marchese di Peralta. Un piccolo libretto che aveva le pretese di diventare il nuovo «Kempis» o «Imitazione di Cristo», chiamato «Camino», lo rese famoso in tutto il mondo perché la forza dell'organizzazione riuscì a farlo tradurre in più di quaranta lingue.
Quel libro è tuttora una sorta di guida ideologica e spirituale per i suoi militanti. Ancora oggi Giulio Andreotti afferma di leggere ogni giorno qualche pensiero di Camino, con notevole profitto spirituale.
Ma la verità è che soprattutto dopo il Concilio quel libricino, e con esso la spiritualità dell'Opus Dei, sono stati duramente attaccati dai nuovi teologi che, in qualche passaggio, credettero di rintracciare addirittura gravi errori dottrinali. Diventò celebre la frase in cui Escrivà, parlando dei due tipi di membri del suo Istituto, gli sposati ed i celibi, afferma, con un certo disprezzo, che i primi sono «la truppa» ed i secondi i veri «generali» del suo esercito.
C'era stata sempre una grande curiosità, negli ambienti spagnoli, di conoscere la vera portata di un Istituto religioso che non assomigliava a nessun altro esistente. Nel suo seno c'erano insieme sposati e celibi, sacerdoti e laici, uomini e donne. Non erano religiosi come i gesuiti o i carmelitani o i salesiani ma allo stesso tempo erano un' opera della Chiesa. Erano gente consacrata, con voti di castità, povertà ed ubbidienza, però rivendicavano il diritto di intervenire nel «secolo». Ciascuno poteva continuare, anzi doveva continuare, ad esercitare la propria professione: medico, architetto, giornalista, ministro, direttore di banca, e così via. Il loro motto: «la santificazione personale nel proprio lavoro».
Ma nei primi tempi era nata una certa ostilità da parte dei vescovi nei confronti dei membri dell'Opus Dei, per la loro pretesa di essere autonomi ed indipendenti in alcune occasioni con alcuni vescovi ci furono delle vere e proprie lotte. Più di un vescovo si rifiutò di accettarli nella sua diocesi. L'Opus veniva accusato di voler essere «una chiesa nella chiesa».

Con Franco
Al tempo del Franchismo, l'Opus Dei, antimarxista per natura e fortemente conservatore in campo religioso, balzò subito sul carro del vincitore. Roma approva l'Opera come «Istituto secolare» ed i figli di Escrivà di Balaguer cominciano ad interessarsi in modo particolare alle élites sociali ed economiche. Diventano subito una potenza economica e vanno alla caccia dei giovani più dota-
ti intellettualmente offrendo loro possibilità di studio dentro e fuori la Spagna in cambio dell'accettazione delle severe regole dell'Istituto.
Tre saranno i campi più coltivati dall'Opus: l'Università, l'economia ed i mezzi di comunicazione sociale. E si può dire che dal 1956 l'Opus, pur sostenendo di essere un istituto religioso al di sopra di ogni ideologia politica, diventa uno dei gruppi di pressione più forte del regime franchista.
Quando arriverà la crisi economica, il Caudillo che sentiva parlare di questi curiosi «religiosi» esperti in banche ed economia e che, con l'autorizzazione della Chiesa, potevano conciliare la loro vita di penitenza e povertà personale con l'interessarsi dei problemi temporali, non tardò a chiamarli. E così membri dell'Opus Dei, più o meno conosciuti pubblicamente come tali, cominciano ad arrivare ai posti chiavi dello Stato, ai ministeri, all'Università. Perfino di Carrero Blanco, braccio destro di Franco, assassinato dall'Eta, si diceva che fosse uomo dell'Opus Dei.
E' in questo frangente, con nelle loro mani i ministeri chiavi delle finanze, che l'Opus diventa un'Istituzione ricca ed influente. Se nel 1960 si poteva parlare del solo banco «el Popular» controllato dall'Opus Dei, nove anni più tardi si poteva considerare che ben 14 istituti finanziari, sotto le sigle «Banco Popular», «Banco Atlantico» e la holding «Rumasa», fossero dell'Opus. Più tardi si saprà che più di venti banche appartenevano all'Opus Dei nella sola in Spagna e che la più grande multinazionale, quella di Ruiz Mates, contraddistinta dal segno dell'ape, la stessa che finanziò il viaggio di Papa Wojtyla in Spagna, era collegata all'Opus Dei. Questa holding di Rumasa è stata poi momentaneamente nazionalizzata dall'odierno governo socialista di Felipe Gonzalez ed il suo fondatore, Ruiz Mates, finì in carcere, dopo essersi rifugiato all'estero accusato di bancarotta.
Franco, che si era fidato dei membri dell'Opus Dei per consegnare loro le finanze considerandoli «sicuri», restò deluso quando scoppiò a Barcellona lo «scandalo Matesa» che vide coinvolto indirettamente l'Opus Dei in una colossale truffa ai danni dello Stato.
E' difficile sapere quale sia oggi il peso reale dell'Opus Dei in una società spagnola profondamente secolarizzata. Perché, anche dopo l'approvazione papale come «Prelatura personale» rimane in loro il vecchio vizio della segretezza.
C'è chi assicura che il vero peso politico sia molto ridimensionato anche se per altri lo è solo in apparenza. Basti pensare che nel Parlamento creato dopo Franco si calcola che ci siano non meno di settanta deputati dell'Opus Dei, distribuiti nei partiti di centro destra, e che Rafael Termes, presidente della banche private, ma vera potenza in Spagna dove praticamente non esiste banca pubblica, è un membro «effettivo» dell'Opus Dei.
Questo solo in Spagna senza considerare che l'Opus Dei ha avuto un grande sviluppo all'estero, specialmente in America Latina.
Solo nel novembre del 1979 l'opinione pubblica mondiale ebbe la possibilità di conoscere la mappa segreta delle attività reali dell'Opus Dei nel mondo grazie alla rivelazione del carteggio segreto fra il successore del Fondatore, l'ingegnere Alvaro del Portillo ed il cardinale Baggio, allora Prefetto della Congregazione dei Vescovi. Quelle lettere segrete, che dovevano essere pubblicate dalla rivista cattolica spagnola «Vida Nueva» se non gli fosse stato vietato, furono rese note dal quotidiano indipendente «El Pais» che le aveva ricevute da un'altra fonte.
Quei documenti non potevano essere più ufficiali perché si trattava delle informazioni che Alvaro del Portillo offriva al cardinale Baggio perché questi le trasmettesse a Papa Wojtyla. Al papa si chiedeva l'approvazione dell'Opus come «Prelatura Personale» e quindi l'autonomia di una diocesi mondiale sotto la giurisdizione del Generale che acquistava così la qualifica di «Prelato». Secondo quelle lettere l'Opus in cifre a quella data era cosi strutturata: 73.475 membri fra uomini e donne, preti e laici, celibi e sposati. Sparpagliati in 87 nazioni diverse.
La loro presenza viene registrata in 479 università e scuole superiori nei cinque continenti; in 604 giornali, riviste e pubblicazioni scientifiche; in 52 emittenti televisive e radiofoniche; in 32 agenzie d'informazione e 12 case produttrici e distributrici cinematografiche.
Questo accadeva sei anni fa. Ed in questi ultimi anni l'espansione dell'Opus Dei si considera molto importante grazie all'appoggio incondizionato che papa Wojtyla ha dato ai figli di Escrivà di Balaguer con il regalo fatto loro di una sistemazione giuridica come la sognavano da anni e che era stata loro rifiutata invece sia da papa Giovanni sia da papa Montini, quest'ultimo considerato dall'Opus Dei la pecora nera del papato nei loro confronti. Accomunato a Paolo VI fu anche il suo sostituto, il defunto cardinale Giovanni Benelli, fino alla sua morte nemico irriducibile della «Obra», che aveva conosciuto molto bene nei suoi anni di Nunziatura a Madrid da dove fu espulso, come non gradito, dal regime franchista.

Il dono del papa
Si è molto discusso sulle vere ragioni che hanno spinto questo papa, contro la volontà di tanti vescovi, a cominciare da una buona parte degli spagnoli, a dare all'Opus Dei, se non la «prelatura nullius cum propio populo», come avrebbero desiderato, almeno la «Prelatura personale» con la quale l'Opus diventa autonomo per quanto riguarda la creazione di seminari propri dove preparare, con la sua impostazione spirituale, i suoi preti, (i quali rappresentano tuttavia solo il 2% del totale dei membri) che così non dipenderebbero più dalla Congregazione dei Religiosi molto severa nel controllo interno degli Istituti che fanno i voti religiosi di povertà, castità ed ubbidienza.
Probabilemente le ragioni della decisione del papa sono diverse. In primo luogo l'Opus risponde in parte all'idea di Papa Wojtyla di creare un esercito di «laici» che siano allo stesso tempo consacrati e capaci di agire nel mondo temporale sotto il controllo di Roma. Piace il loro attivismo; il loro anticomunismo; la loro compattezza interna dove non esiste pluralismo di idee ; piace la loro totale sottomissione a Roma, come una volta accadeva con i gesuiti.
Piace in questo momento il fatto che dall'Opus Dei non uscirà mai la neppur minima contestazione al pontificato del primo papa polacco, del quale si assicura che fosse, prima di essere papa, membro d'onore dell'Opus Dei. E non c'è dubbio che l'Opus aveva sempre coccolato l'arcivescovo di Cracovia Karol Wojtyla, lo aveva aiutato a girare il mondo, e quindi a prepararsi per il suo pontificato, e gli aveva aperto tutte le sue istituzioni culturali, offrendogli la possibilità di tenere conferenze in tutto il mondo.
Ma c'è una cosa che probabilmente a Papa Wojtyla è particolarmente piaciuta dell'Opus: un certo tipo di attività «segreta», come lascia intendere una nota della lettera di Alvaro del Portillo al cardinale Baggio che così dice-«Tutto ciò senza contare l'apostolato di penetrazione che attraverso e con occasione di normali attività professionali corsi di specializzazione e cambi culturali» incontri internazionali e congressi, inviti a operatori economici, tecnici, docenti ecc.) si cerca di sviluppare in nazioni sottopostee a regimi totalitari di carattere anticristiano o ateo o comunque di acceso nazionalismo, i quali rendono difficili e spesso impossibile, de iure o di fatto, l'azione dei missionari e dei religiosi, e persino una presenza organizzata e attiva ella Chiesa come istituzione».

L'esercito laico
Forse questa possibilità di penetrazione segreta e camuffata in quei regimi «vergogna dell'umanità» (come vengono chiamati nell'ultimo documento del Sant'Ufficio, approvato dal Papa Wojtyla) offerta dall'Opus ha convinto Giovanni Paolo II a dare la sua approvazione ancor più di quanto non abbia fatto la possibilità di aiuto economico, che comunque l'Opera non farà certo mancare alle denutrite casse vaticane.
La spiritualità dell'Opus Dei, è stata molto criticata dai teologi moderni come «anticonciliare» e certi suoi metodi di lavaggio di cervello avevano preoccupato tempo indietro lo stesso cardinale inglese Basile Hume che aprì un'inchiesta nella sua diocesi, per accertarsi sulle accuse gravissime fatte all'Opus da alcuni membri importanti che avevano lasciato l'Istituto con tanta paura da non osare di dire pubblicamente i loro nomi.
Il fondatore Escrivà di Balaguer in realtà si era ispirato per l'organizzazione dell'opera alla massoneria e per la struttura spirituale alla dottrina tradizionale del fondatore dei gesuiti, il capitano dell'esercito Ignazio di Loyola, che aveva un concetto dell'ubbidienza alla gerarchia e soprattutto al Papa «come un cadavere». Ed infatti i membri dell'Opus hanno norme rigidissime per quanto riguarda l'ubbidienza ai loro superiori. Pare che siano costretti addirittura ad accettare il direttore spirituale imposto dall'alto.
Ma è curioso che Padre Arrupe fosse solito dire parlando dell'Opus Dei che per i gesuiti la «Obra» era «come uno specchio dove vediamo i riflessi di quello che siamo stati e di ciò che non dovremo più essere».
Padre Arrupe si riferiva all'ansia dell'Opus di accaparrarsi i giovani «migliori», per entrare nelle alte sfere della società, per avere collegi soprattutto per i ricchi ed al desiderio di essere una «potenza» dentro la Chiesa.
Oggi però a Papa Wojtyla piace più questa «potenza» dell'Opus Dei, così desiderosa di metterla al servizio incondizionato della Chiesa che non le aperture progressiste dei figli di Sant'Ignazio ed il loro pluralismo.
E' rimasta celebre a questo riguardo la frase di papa Wojtyla detta al Generale dei salesiani Egidio Vigano. Quando il Papa seppe che erano quasi centomila in tutto il mondo esclamò: «Ma allora siete più potenti dell'Opus Dei che ne ha 70.000».
Al che Vigano rispose : «Noi non siamo potenti ma umili ed inquieti lavoratori». Ma papa Wojtyla rispose: «No, no, per realizzare il bene ci vuole potere».
Ed io sono convinto che l'Opus Dei a questa concezione wojtyliana crede fermamente, come ho avuto occasione di capire parlando con alcuni dei suoi membri; molti di loro, per essere sinceri, persone veramente squisite, aperte, disponibili e simpatiche dal punto di vista umano. Noi giornalisti che abbiamo seguito questi anni il Papa nei suoi viaggi abbiamo potuto ad esempio riconoscere la qualità umana e l'innegabile simpatia del collega dell'Opus Dei spagnolo Joaquin Navarro, medico, oggi direttore della Sala stampa vaticana.
Solo quando viene toccato il tasto «religioso», quando scatta il loro integrismo, anche le persone più deliziose dal punto di vista sociale ed umano si irrigidiscono fino a far paura. Un solo esempio potrebbe essere emblematico. Mi trovavo a Istambul la vigilia dell'arrivo di papa Wojtyla. Il clima da parte delle autorità era piuttosto freddo ed ostile.

Una cronaca proibita
Nella sala stampa dell'albergo dove ci ospitavano non c'erano ancora né un telefono né un telex. Alcuni di noi giornalisti, arrivati prima del Papa, erano disperati. Alla fine ho potuto sapere che l'albergo aveva un vecchio telex che metteva a nostra disposizione solo per spedire qualche riga. Mi precipitai e trovai lì l'allora corrispondente in Italia dell'agenzia Europa Press, un membro dell'Opus Dei, sposato e padre di cinque figli. Stava finendo il suo pezzo e gli chiesi la cortesia di battermi venti righe perché non conoscevo quel vecchio telex. Premetto che era un caro amico che si era appena rivolto a me per fargli trovare una camera nell'albergo. Mi guarda e mi dice: «Ma io devo prima leggere il testo». Non capivo. Credevo avessi paura che io potessi dare al mio giornale una notizia che lui non aveva. Ed aggiunse: «Perché se non è 'cattolica' la tua cronaca io non te la posso battere, sarebbe contro la mia coscienza, sarebbe collaborazionismo». Continuavo senza capire. Cosa voleva dire una cronaca «cattolica»?
Gli do il pezzo. Aveva solo la notizia che il terrorista turco Ali Agcà era fuggito dal carcere di massima sicurezza e che aveva minacciato di ammazzare il papa. Pura notizia presa dalla stampa locale senza commento. Il collega dell'Opus Dei legge il foglio e dice: «Mi dispiace ma non posso aiutarti. La tua cronaca è tendenziosa. E' contro il papa perché fai capire che lo vogliono ammazzare».
Quando il 13 di maggio del 1981 Ali Agcà sparò al Papa sul serio pensai a quel mio collega che non era più in Italia. Spero che il fatto lo abbia aiutato a riflettere che una notizia è sempre una notizia e niente di più. Spero che almeno professionalmente si sia pentito di non aver dato allora la notizia.
A mio avviso è questo integrismo dell'Opus la cosa che più spaventa. Molto più che certe critiche a volte veramente superficiali e maldestre, gratuite, inutili e penso anche false ed ingenerose, come quando si cerca di coinvolgerli nella drammatica morte di Roberto Calvi, perché in realtà l'Opus con Marcinkus mai ha avuto dei buoni rapporti.

Lo scioglimento del Pci a Palermo (di Franco Padrut)

Il 26 gennaio 2011 nelle pagine siciliane di “Repubblica” si leggeva quello che – credo – fu l’ultimo articolo di Franco Padrut, una rievocazione dello scioglimento del Pci a Palermo. Ne ripropongo qui un ampio stralcio per ricordare un carissimo compagno a un anno dalla morte. (S.L.L.)
I passaggi che portarono allo scioglimento del Pci non furono indolori. Si lacerarono famiglie. Intere sezioni che erano un luogo di solidarietà umana e civile divennero luoghi di divisione e di conta. Rapporti di amicizia fraterna si incrinarono. Ciascuno di noi può raccontare i drammi familiari vissuti e i conflitti fra generazioni che emersero. Quello dei traumi familiari è solo lo specchio di ciò che avviene nelle sezioni. Qui le divisioni fanno emergere le varie anime che convivevano da tempo nel Pci e che eufemisticamente venivano chiamate "sensibilità". Non si può comprendere il Congresso di scioglimento, che a Palermo si celebra il febbraio 1991, di per sé abbastanza notarile, senza fare la cronaca del congresso precedente. Col XIX° congresso si celebra la morte del centralismo democratico. Si scopre il bisogno di costituirsi in correnti: i miglioristi, gli occhettiani, gli ingraiani, i cossuttiani. Ognuna con i suoi capi e leader locali. La corrente più organizzata è quella migliorista: ha una consolidata presenza nelle organizzazioni di massa, nelle istituzioni, nei luoghi di gestione delle attività economiche e sociali che sono cresciute dalla seconda metà degli anni Settanta. E dispone di un gruppo dirigente autorevole nei confronti della base che rappresenta. La corrente occhettiana è maggioritaria negli apparati di partito e fra gli iscritti, ma ha un gruppo dirigente diviso, travagliato da un conflitto generazionale nascosto dalla voglia di opporsi ai miglioristi. Nel bene, come nel male, è quella che ha sostenuto il peso del sostegno incondizionato ad Orlando. Le correnti di Ingrao, Natta, Cossutta, con l' eccezione della Sezione Centro, raccolgono compagni che si potevano definire di destra e che non a caso, per tutta la fase che precede la scissione, faranno fronte comune con i miglioristi contro l' armata brancaleone degli occhettiani. Gli iscritti tendono a seguire l' orientamento dei gruppi dirigenti. La Sezione Orcel, la Sezione Arenella, la cellula del Cantiere navale, si schierano compatte con Natta, Ingrao e Cossutta. L'antiorlandismo è il collante che le unisce contro la mozione della maggioranza.
Alla sezione Togliatti, culla dell'orlandismo, la sezione in cui si riuniva il Coordinamento antimafia e in cui fu scritta la famosa lettera contro Leonardo Sciascia, prevalgono i rinnovatori. Finalmente ci si liberava di quella zavorra che ormai era diventato il Pci. Il nuovo che nasceva non doveva riprodurre la forma Partito, ma costituire un movimento: parola magica, sinonimo di rinnovamento, con la quale ci si risparmia il compito arduo di comprendere i mutamenti profondi intervenuti nella società italiana, anche grazie all' azione riformatrice delle forze democratiche.
Nella sezione Zisa Lenin si registrano i più drammatici dissensi con un gruppo di vecchi compagni che non si rassegnano alla svolta. Vince il No, ma si compromette definitivamente il rapporto del Partito con i giovani.
La Sezione Noce, grazie al compagno Careri e alla presenza di giovani come Sergio Infuso si schiera con la mozione Occhetto e vede nel Pds lo sbocco della storia del Pci. Dopo una fase di transizione che Franco Miceli, primo segretario del Pds, si assume l' onere di guidare, lo scontro fra le varie anime del vecchio Pci, si concluderà drammaticamente con la decimazione del vecchio gruppo dirigente e l' emergere di una nuova leadership che, troncherà ogni legame con la storia del Pci palermitano.

Eolie 71. L'isola di Filicudi contro Badalamenti e la mafia (di Marcello Sorgi)

L’articolo da cui è tratto il brano che segue, di Marcello Sorgi, pubblicato da “La Stampa” l’estate scorsa, trovò occasione nel quarantennale dell’evento narrato e nell’uscita di un libro che lo raccontava. Nel 1971, inopinatamente, l’isola di Filicudi, nell’arcipelago delle Eolie, viene scelta come luogo di confino per un gruppo di boss mafiosi fino ad allora sfuggiti alla condanna: Sorgi rappresenta con rapidità, efficacia e vivacità la reazione della popolazione e la risposta dello Stato. Davvero un bel leggere. Unica obiezione: alcuni cari amici nati nelle Eolie come il grecista Antonucci negano fieramente di essere "siciliani" (men che mai calabresi). Afferrmano che i nativi di quelle isole, pur senza velleità indipendentiste, si considerano e sono eoliani e basta. (S.L.L.)
Filicudi 71. L'arrivo nell'isola di Gaetano Badalamenti
Quarant'anni fa, nella sperduta isola di Filicudi delle Eolie, per la prima volta un gruppo di cittadini eoliani - e siciliani - si ribellarono contro la mafia. Si era ben lontani, allora, all'inizio della lontana estate del 1971, dalla presa di coscienza e dalla reazione civile che seguì alla terribile guerra di mafia degli Anni Ottanta e Novanta. Ma l'arrivo di quindici dei più famosi boss dell'epoca - tra cui spiccavano Gaetano Badalamenti, poi destinato a finire i suoi giorni in un penitenziario americano da cui mandava obliqui messaggi ad Andreotti, Giovanni, «John», Bonventre, potente «capodecina» della famiglia Bonanno di New York, e Mario Brusca, padre di quel Giovanni che vent'anni dopo avrebbe premuto il telecomando per azionare l'esplosivo usato nella strage di Capaci contro Giovanni Falcone - bastò a sorpresa a sollevare l'intero popolo delle Eolie, affluito in massa a manifestare la propria solidarietà ai cugini filicudari, e dopo un massiccio quanto sconclusionato intervento dello Stato per sedare la rivolta, incredibilmente esiliato nell'isola più grande, Lipari. Così lo Stato, del tutto impreparato, riuscì nel capolavoro di reprimere ed evacuare gli isolani che si erano ribellati alla mafia, mentre circondava di mille attenzioni i mafiosi. Ci volle un mese, dal 24 maggio al 24 giugno, prima che la normalità potesse essere ristabilita e i boss trasferiti all'Asinara. Il diario di questi trenta giorni epici rivive nel bel libro dello storico Giuseppe La Greca (Le giornate di Filicudi pag. 205, 15 euro), edito a cura del Centro Studi Eoliano di Lipari. Nel tragico 1971 della rivolta, l'antefatto che aveva portato un drastico giro di vite contro i mafiosi a piede libero era stato l'assassinio, il 5 maggio, del procuratore capo della Repubblica di Palermo Pietro Scaglione, primo di una lunghissima serie di delitti eccellenti di una Cosa Nostra ormai votata a una guerra frontale contro lo Stato. Di qui la decisione della magistratura di concentrare i boss al confino, per meglio controllarli e per limitare l'attività che molti di loro, benché inviati al soggiorno obbligato lontano dalla Sicilia, conducevano indisturbati grazie a una rete nazionale di complicità e a grandi mezzi economici, ricavati già allora dal traffico intercontinentale di droga. La scelta di Filicudi si rivelò subito infelice perché le Eolie erano già state a lungo utilizzate come penitenziario per confinati durante il fascismo, subendo pesanti danni economici, e si erano da poco tempo risollevate dedicandosi al turismo. Pur non essendo tra le più frequentate dell'arcipelago, Filicudi poteva contare da un decennio su un paio di migliaia di turisti affezionati, che la presenza dei mafiosi avrebbe sicuramente allontanato. Di qui la rivolta. Che dilagò guidata dal sindaco liparoto Checchino Vitale e dai consiglieri Renato De Pasquale e Spartaco Persiani, e coinvolse in breve tutta o quasi la popolazione eoliana, in prima fila i giovani e le donne, arrivati con barche e ogni mezzo a Filicudi. Di fronte a loro lo Stato ebbe una reazione abnorme e per certi versi tragicomica: una nave con centinaia di militari a bordo venne mandata in un'isola in cui, va detto, non esisteva una spiaggia ne' un molo a cui attraccare e in cui i viaggiatori venivano portati a terra a bordo su scialuppe a remi. Il rifiuto della popolazione, meno di duecento persone, sparse su uno scoglio senza strade, nè acqua o luce, di dare assistenza agli sgraditi ospiti, fu contrastato in modo minaccioso e con inutili prove di forza da polizia e carabinieri.
«Ogni tanto i mafiosi uscivano dal capannone in cui avevano trovato precario riparo - raccontò Persiani -. E bisognava vederli quei figli di puttana, imperturbabili, eleganti come clienti di alberghi a cinque stelle. Lo Stato inviò navi da guerra, mezzi blindati, ma provi a sbarcare con quegli scogli. Un piroscafo portò 300 carabinieri dalla Sicilia. Il tenente colonnello dichiarò: ''Signori, sono sceso con un fiore al fucile, non costringetemi a cambiare atteggiamento''». Effettivamente, come si ricava dalle foto dell'epoca, Badalamenti, Brusca, Bonventre e la dozzina di scampati alla galera grazie a sentenze di assoluzione per insufficienza di prove in cui la mafia non veniva neppure nominata, assomigliavano in modo impressionante all'immagine poi tramandata di loro in film come Il padrino o Goodfellas: benché costretti in una situazione di disagio, vestivano di tutto punto, camicie bianche e abiti stirati, portavano sempre occhiali da sole, e interrogati dai giornalisti - tra cui, in prima linea, il grande inviato della Stampa Gigi Ghirotti -, rispondevano tranquillamente che la mafia non esisteva, era solo un'invenzione, e si presentavano come «benefattori» della povera gente, a cui lo Stato prima o poi avrebbe dovuto dare un riconoscimento! Alla fine tanto inutili rigore e durezza delle forze dell'ordine contro gli eoliani riuscirono a produrre l'effetto opposto. Tocco' a Emilio Colombo, capo democristiano di uno dei tanti «governi balneari», rendersi conto che la situazione era diventata esplosiva, e in tutto il mondo, ormai, grazie ai servizi di tv e giornali stranieri, rischiava di diffondersi la storia di un gruppo di mafiosi, che con l'aiuto del governo italiano erano riusciti a sfrattare una pacifica popolazione contadina dalla propria isola. Dopo il trasferimento dei boss all'Asinara, il ministro dell'Interno Restivo si presento' in Parlamento. Se non altro per dire, con un linguaggio assai sorvegliato, che la brillante idea di mandare in villeggiatura i boss a Filicudi era stata della magistratura e non del governo.

Borges come Robinson.

Su “la Repubblica” del 15 gennaio 2011 veniva pubblicato un breve scritto di Jorge Luis Borges, una sorta di risposta argomentata al gioco dei tre libri in un’isola deserta. Ne riprendo una parte. (S.L.L.)

Non è imprudente supporre che arriverà il giorno in cui qualche giornale divulgherà la seguente domanda: quali sono i tre libri che lei si porterebbe su un´isola deserta?, seguita da un´infinità di risposte più o meno ternarie. André Gide ha confessato di amare questo gioco e ha ripubblicato alcuni dei suoi cataloghi - eminenti cataloghi ragionati, dove non si trovano solamente i nomi, ma anche il perché di ogni predilezione... Io ho provato a fare quel gioco più di una volta, con caratteri di corpo diverso, e ho preso a tal punto l´abitudine a quelle triplici ripartizioni di gloria che in mancanza di un altro che mi inviti a farlo, mi ci invito da solo.
[…]
Parlare dei tre libri che uno si porterebbe su un´isola deserta, non significa parlare dei tre libri più importanti dell´universo e nemmeno dei tre libri più memorabili nell´esperienza personale. Né la storia generale della stirpe né la biografia dell´individuo sono in gioco. L´importanza del Corano è indiscutibile, ma l´inferno promesso nelle sue pagine è meno atroce di un´isoletta senz´altra biblioteca se non un esemplare del Corano. Il Martín Fierro è ammirevole, ma lo so quasi a memoria, e poi a che serve portarsi un volume già assimilato, già consustanziale con il mio spirito?
In questi cataloghi di tre libri per tutta la vita c´è l´usanza di includere qualche famoso romanzo o qualche libro di versi. Quelli che fanno così non si sono immaginati il terrore e la solitudine dei giorni uguali di Robinson. Per quel tragico uomo in isolamento nulla è pericoloso quanto il ricordo. Libri di passione, libri di rapporti umani, non otterrebbero altro che farlo disperare. Niente libri che implichino il rapporto uomo-uomini; unicamente libri che implichino il rapporto uomo-Dio, uomo-numeri, uomo-Universo. Niente libri che si lascino leggere facilmente e subito si esauriscano; unicamente libri che è necessario conquistare poco a poco e che possono popolare gli anni identici.
Propongo finalmente questa lista:
1) Un libro matematico (forse la Introduzione alla filosofia matematica di Bertrand Russell, o altrimenti qualche buon testo di algebra, con molti esercizi).
2) Un libro metafisico (forse Il mondo come volontà e rappresentazione di Arturo Schopenhauer).
3) Un libro di storia sufficientemente remota (forse Plutarco, forse Gibbon, forse Tacito).

Postilla
Il manoscritto borgesiano La biblioteca di Robinson Crusoe proviene dall´Harry Ransom Center, centro di ricerca per gli studi umanistici dell´Università del Texas, che colleziona diversi manoscritti originali di scrittori: da James Joyce ad Arthur Miller. La traduzione è di Luis E. Moriones con la collaborazione di Francesca Caruso.

Dioniso, Ampelo e il dono dell'ebbrezza (di Roberto Calasso)

Il primo amore di Dioniso fu un ragazzo. Si chiamava Ampelo. Giocava con il giovane dio e i Satiri sulle rive del Pattolo, in Lidia. Dioniso osservava i suoi capelli lunghi sul collo, la luce che emanava dal corpo mentre usciva dall'acqua. Era geloso, quando lo Vedeva lottare con un Satiro, e i loro piedi si intrecciavano. Allora volle essere il solo a condividere i giochi di Ampelo. Furono due «atleti erotici ». Si rovesciavano per terra, e Dioniso si deliziava quando Ampelo lo abbatteva e montava il suo ventre nudo. Poi si toglievano polvere e sudore dalla pelle, nel fiume. Inventavano nuove gare. Ampelo vinceva sempre. Si incoronò la testa con un intreccio di serpi, come vedeva fare l'amico. E lo imitava anche quando indossava un chitone maculato. Imparava a trattare con familiarità orsi, leoni e tigri. Dioniso lo incoraggiava, ma una volta lo mise in guardia: non devi temere nessuna delle belve, guardati soltanto dalle corna del toro spietato.
Dioniso era solo, un giorno, quando vide una scena che gli sembrò un presagio. Un drago cornuto apparve fra le rocce. Sul dorso portava un capriolo. Lo rovesciò su un altare di pietra e affondò un corno nel piccolo corpo inerme. Sulla pietra rimase una pozza di sangue. Dioniso osservava e soffriva, ma alla sofferenza si mescolava un invincibile riso, come se il suo cuore fosse diviso in due. Poi ritrovò Ampelo e continuarono a vagare, sempre in caccia. Ampelo si divertiva a suonare uno zufolo di canne, e suonava male. Ma Dioniso non si stancava di lodarlo, perché intanto lo guardava. Talvolta, Ampelo ricordava l'avvertimento di Dioniso riguardo al toro, e sempre meno lo capiva. Conosceva tutte le belve, ormai, tutte gli erano amiche: perché mai il toro doveva sfuggirgli? E un giorno, mentre era solo, incontrò un toro fra le rocce. Era assetato, e gli penzolava la lingua. Il toro bevve, poi fissò il ragazzo, poi ruttò, e una bava gli fiottò dalla bocca. Ampelo provò ad accarezzargli le corna. Si fece una frusta di giunco e una sorta di briglia. Poggiò sulla groppa del toro una pelle maculata e lo montò. Per qualche attimo sentì un'ebbrezza che nessuna belva gli aveva mai dato. Ma Selene, gelosa, lo vedeva dall'alto e gli mandò un tafano. Il toro, innervosito, cominciò a galoppare, fuggendo quel pungolo odioso. Ormai Ampelo non controllava più la bestia. Un'ultima scossa lo precipitò a terra. Si udì il suono secco del suo collo che si spezzava. Ora il toro lo trascinava col corno, che affondava sempre più nella carne.
Dioniso ritrovò Ampelo insanguinato nella polvere, ma ancora bello. I Sileni, in circolo, cominciarono il lamento. Ma Dioniso non poteva unirsi a loro. La sua natura non gli consentiva le lagrime. Pensava che non avrebbe potuto seguire Ampelo nell'Ade, perché era immortale: si riprometteva di uccidere con il suo tirso l'intera stirpe dei tori. Eros, che aveva preso ['aspetto di un irsuto Sileno, gli si avvicinò per consolarlo, gli disse che il pungolo di un amore poteva essere guarito soltanto dal pungolo di un altro amore. Perciò guardasse altrove. Quando un fiore è reciso, il giardiniere ne pianta un altro. Eppure Dioniso ora piangeva, per Ampelo. Era il segno di un evento che avrebbe cambiato la sua natura, e la natura del mondo.
A quel punto le Ore si affrettarono verso la casa di Helios. Si preannunciava una scena nuova sulla ruota celeste. Occorreva consultare le tavole di Armonia, dove la mano primordiale di Fanes aveva inciso, nella loro sequenza, gli eventi del mondo. Helios le indicò, affisse a una parete della sua casa. Le Ore guardavano la quarta tavola: c'erano il Leone e la Vergine, e Ganimede con una coppa in mano. Lessero l'immagine: Ampelo sarebbe diventato la vite. Colui che aveva portato il pianto al dio che non piange avrebbe anche portato delizia al mondo. Allora Dioniso si riebbe. Quando l'uva nata dal corpo di Ampelo fu matura, staccò i primi grappoli, li spremette con dolcezza fra le mani, con un gesto che sembrava conoscere da sempre, e si guardò le dita macchiate di rosso. Poi le leccò. Pensava: Ampelo, la tua fine prova lo splendore del tuo corpo. Anche morto, non hai perso il tuo colore rosato. Nessun altro dio; non certo Atena col suo sobrio ulivo, e neppure Demetra col suo pane corroborante, avevano in loro potere qualcosa che si avvicinasse a quel liquore. Era appunto ciò che mancava alla vita, che la vita aspettava: l'ebbrezza.

Fiorente di giovinezza, nel rombo del suo corteo, Dioniso irruppe a Nasso dinanzi ad Arianna abbandonata.

Da Le nozze di Cadmo e Armonia, Adelphi, 1988

Bartali e Malaparte. La strana coppia (Fabio Sindici)

Gino Bartali è uno dei miei miti sportivi. 
Sono nato troppo tardi per gioire nell’immediatezza delle sue vittorie, ma il fatto che fosse nato il 18 luglio del 1914, esattamente un giorno prima del mio papà, me lo rendeva simpatico, e le interviste che rilasciava da esperto nei dopotappa del Giro, prima alla radio poi nei magnifici televisivi processi di Zavoli, con le loro ficcanti arguzie, aumentava la simpatia. 
Solo dopo, da giovane comunista, appresi della leggenda del Bartali che, con le sue imprese al Tour, aveva evitato una guerra civile nei caldi giorni che nel 1948 seguirono l’attentato a Togliatti. Pensavo che il freno agli scontri, rappresentato dall’entusiasmo che Bartali aveva scatenato, era stato – tutto sommato – un bene per tutti, anche se “Ginettaccio” simpatizzava per l’Azione Cattolica e per papa Pacelli. A noi figiciotti ancora in fasce i vecchi trasmettevano anche un’altra leggenda su quei giorni, di un Togliatti in fin di vita che a Longo, Secchia, D’Onofrio raccomandava di non perdere la testa e mantenere la calma. A me sembrava che tra l’asso del ciclismo e il capo del comunismo italiano si fosse realizzata in quella circostanza una provvidenziale sinergia che aveva evitato il peggio per l’Italia.
Rileggo ora, su un ritaglio da “La Stampa” del 2 gennaio 2011, Fabio Sindici, che informa come e qualmente tra le carte di Curzio Malaparte si siano ritrovate, strutturate in articoli, le “memorie” di Bartali. L’articolo lascia credere che siano nate da un qualche connubio tra il ciclista e lo scrittore, giacché dentro di esse si avvertirebbe sia la presenza di Gino (della sua memoria e della sua arguzia) sia quella dell’autore di Kaputt (della sua immaginazione e della sua scrittura). Del pezzo “posto” qui uno stralcio insieme al frammento che “La Stampa” riporta, molto “bartaliano”. (S.L.L.)


«Quel naso triste come una salita, quegli occhi allegri da italiano in gita». Il naso di Gino Bartali, come lo ha cantato con orgoglio commosso Paolo Conte, in realtà era un trucco. «Pochi conoscono il mio vero volto, perché i miei lineamenti sono stati ricostruiti dal chirurgo del maresciallo Balbo». E' lo stesso campione a parlare, e la sua voce arriva a distanza, come una sorpresa, uno scherzo di Ginettaccio, da pagine abbandonate a lungo in un cassetto. «Il naso di Gino Bartali è truccato» motteggia. 
La storia in parte è nota, ma qui il campione la racconta in dettaglio. «Sono stato raccolto sulla strada, a Grosseto, il 24 maggio 1934, durante una corsa che si chiamava Coppa Vecchioni. Poi sono rimasto incosciente per diversi giorni. La mia faccia, a causa dell'incidente, era frantumata ed ero irriconoscibile. E' stato solo un mese più tardi che il chirurgo personale del maresciallo Balbo mi sottopose a un'operazione molto delicata dalla quale dovevo riuscire tale come sono». 
I fogli sembrano le bozze di articoli di giornale. Hanno titolo e sottotitolo. Sono battuti a macchina, in francese. Firmati Gino Bartali. E, cosa singolare, sono stati ritrovati, durante una vendita privata, in un gruppo di carte appartenute a Curzio Malaparte. Ci sono lettere indirizzate allo scrittore e le bozze del romanzo satirico Don Camaleo. I fogli dattiloscritti - una cinquantina, divisi in undici capitoli, o articoli - sono accanto a una serie di ritagli di giornali sportivi francesi, sui successi e la rivalità tra Gino Bartali e Fausto Coppi. Le memorie a puntate iniziano all'indomani della seconda vittoria di Bartali al Tour de France del 1948. Per poi andare a ritroso. Sembrano destinate a una rivista, francese o belga. Altra coincidenza curiosa, Malaparte nel '47 aveva scritto una serie di articoli su Coppi e Bartali, le «due facce dell'Italia» per il giornale Sport Digest, poi raccolti in un libro (ripubblicato in Italia da Adelphi).
E' possibile che queste pagine inedite siano frutto di una collaborazione tra lo scrittore e il ciclista, uniti da simpatia e amicizia? «La carta, giallina, sembra la stessa utilizzata in quegli anni da Malaparte, e anche i caratteri della macchina da scrivere corrispondono» dice Matteo Noja, che cura l'archivio dello scrittore di Prato e che ha potuto vedere parte di queste memorie. «E' strano però che Malaparte, con il suo carattere da protagonista, abbia accettato di fare da scrittore-ombra al campione» aggiunge. Amici e mattatori entrambi, i due toscani. Anche Andrea Bartali, figlio di Gino, ha esaminato alcune pagine. «Riconosco molti aneddoti e anche il tono, la voce di mio padre» dice. Insomma, un piccolo mistero letterario.
A tratti, nel primo articolo, pare di sentire il ritmo della penna di Malaparte: «L'alba e' fresca. Ho appena aperto la mia finestra sul Palais Royal. Mi hanno detto, ieri sera, che questo era il cuore di Parigi. Un amico italiano, che è anche molto parigino, mi ha raccontato che davanti alle mie finestre, nel XVIII secolo, nel mezzanino, abitavano le cortigiane. Ci si divertiva, al primo piano. Guardo il mio orologio. Sono le 5. Fa le 5 l'orologio di Gino Bartali, ragazzo di Toscana, che viene da una vittoria al Tour de France». In altre pagine è la voce di Bartali che si fa sentire, come quando discute della sua rivalità con Coppi, che gli fa tornare la voglia di vincere, dell'insofferenza per la stampa sportiva italiana, o quando racconta di un'udienza da Pio XII al quale regala una bicicletta nera, da donna…


Dalle “memorie” inedite di Gino Bartali
rintracciate tra le carte di Curzio Malaparte.
1946. Al Giro contro Fausto Coppi
Vi voglio raccontare un episodio che è tra i più impressionanti della mia carriera. Avevamo fatto tappa a Pescara [nel Giro d'Italia del 1946, ndr]. Avevo mangiato del pesce che mi aveva attorcigliato gli intestini. L'alba mi sembrava crudele. Coppi doveva essere stato informato. Non avevamo fatto ancora dieci chilometri di una tappa che avrebbe dovuto essere calma, che Coppi lanciò il suo attacco. Filava come un diavolo!... come uno di quegli enormi pesci dei Mari del Sud, che niente può distogliere dalla loro traiettoria. Vivevo l'istante drammatico. Vedevo la gambe di Coppi girare a un ritmo folle. Il suo corpo non si muoveva, ma il suo assetto incurvato, la sua schiena tesa come un arco rivelava lo sforzo di una violenza eccezionale. La macchina Coppi girava alla perfezione, neanche il minimo cedimento. [...]
Sentivo le mie ginocchia indurirsi, nello sforzo di stare attaccato alle sue due ruote che continuavano a divorare la strada in souplesse. Poi, come delle tenaglie mi presero alle caviglie. Udii una voce nelle mie orecchie: «Lascia... e' piu' forte... lascia che vada...». In quel momento preciso, l'insensibile macchina Coppi ridivenne miracolosamente umana. Coppi spezzò il suo sforzo, tanto rigido quanto una sbarra d'acciaio, per constatare il risultato del suo lavoro. Girò la testa, io ero lì nella sua scia.. . e nessuno dietro di noi. Non so quale ispirazione mi fece articolare queste parole: «Allora sei già stanco?... Il traguardo e' ancora lontano...».  

Stalin e Zivago. Una lettera di Boris Pasternak (1941)

Il primo volume dell’epistolario di Boris Pasternak, l’autore del Dottor Zivago, fu pubblicato in Italia nel 1987, col titolo Le barriere dell’anima, dall’editore Garzanti nel 1987. Raccoglie la corrispondenza dello scrittore con la cugina Olga Frejdenberg, filologa classica di grande valore. Dall’anteprima pubblicata da “L’Espresso” il 29 novembre 1987 trascrivo una lettera del 1941, che precede l’aggressione nazista all’Urss. Vi si legge di Stalin, non nominato ma chiaramente indicato, e delle scelte letterarie del suo regime. (S.L.L.)
Boris Pasternak

Mosca, 4 febbraio 1941
Cara Olja!
Non riesco a immaginarmi come possiate tirare avanti, tanto tutto è diventato difficile. Scrivimi sinceramente, come mi sono meritato, se non hai bisogno di denaro.
Tu dici che sono in gamba, e invece proprio ora sto cedendo alla disperazione. Come sai l'atmosfera si è fatta di nuovo pesante. Il nostro Benefattore ritiene che fino ad ora siamo stati troppo sentimentali e che è tempo di ricredersi. Pietro il Grande ormai non è più un riferimento adatto. La nuova infatuazione apertamente dichiarata è per Ivan il Terribile, la spietatezza. Su questi temi si stanno scrivendo nuove opere, drammi e sceneggiature cinematografiche. E non per scherzo. Negli ultimi tempi non faccio che passare da un insuccesso all'altro, e se non fosse per i resti di un certo rispetto del quale ancora oggi godo nella parte non ufficiale della società, quella ufficiale mi farebbe morire di fame.
Hai detto all'Achmalova che sarei occupato a scrivere in prosa. Fosse vero! A stento sono riuscito a ottenere di poter dedicare il mio lavoro non originale, l'unico che mi sia ancora consentito, a qualcosa che ne valga la pena come Romeo e Giulietta, altrimenti mi avevano proposto di tradurre degli autori teatrali di secondo piano delle repubbliche nazionali. Comunque da vivere, anche nel migliore dei casi, non mi rimane molto. Ho dentro di me qualcosa, qualche cosa so e so fare qualche cosa, ma tutte queste potenzialità rimangono inutilizzate. Scusami se a tratti in questa lettera forse ti rattristo, non lo farò più.
tuo Borja

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