1.9.16

Polemiche. Il piccolo mondo agricolo coltiva miti troppo antichi (Antonio Pascale)

Con cadenza pressoché regolare la Coldiretti organizza manifestazioni a sostegno dell’agricoltura. Sono colorate e allegre. Puoi vederle già da lontano, come delle boe in cielo, grandi palloni gialli, gonfiati a elio che dondolano bonariamente al vento. Gli slogan che animano la protesta in genere si concentrano su alcune caratteristiche della nostra agricoltura. E sono la qualità prima di tutto, e naturalmente la tipicità e la diversità, orografica e climatica. A seconda dell’umore tendo a prendere le suddette manifestazioni o bene o male. A volte penso che aiutino la nostra agricoltura, perché richiamano l’attenzione del cittadino sulle nostre campagne. Altre volte invece il cattivo umore si fa sentire e penso che no, con questo immaginario bucolico non riusciremo mai a rafforzare la nostra agricoltura. Ma i miei umori non fanno conoscenza.
Affrontiamo allora meglio la questione: tutti noi tecnici - e io lo sono, svolgo da 27 anni un ruolo ispettivo al Mipaf - sappiamo la verità: la nostra agricoltura è in difficoltà. E un po’ di numeri fanno capire la portata del problema. Sono dati Istat/Eurostat, si riferiscono al 2015. Un primo dato sembra promettente. È il valore della produzione agricola italiana, passato da 50 miliardi di euro dal 2005 al 57 miliardi del 2015, dunque più 14%. Per un titolista è un invito a nozze, può facilmente scrivere che la nostra agricoltura è in ripresa, poi però bisognerebbe smontare il dato e capire per esempio quali settori hanno contribuito al suddetto miglioramento. Purtroppo sono le attività extra agricole, agriturismi e simili, cose buone certo, ma non legate direttamente alla produzione.

Confronto europeo
Poi c’è una comparazione da fare, è vero che noi siamo cresciuti, ma la Ue nel suo complesso è cresciuta di più, del 22%. Poi passiamo all’occupazione agricola, è in calo da 972.000 mila (2005) a 878.000 (2014). Questo calo, lo sappiamo, è fisiologico è cominciato decenni prima con la rivoluzione verde e con l’industrializzazione. Ci sarebbero tanti fattori da analizzare, ma basta riflettere su un punto. Grazie alla rivoluzione verde siamo usciti dalla miseria - agrofarmaci, concimi, miglioramento genetico, meccanizzazione, irrigazione - la produzione è aumentata, la qualità del cibo anche. Ora con meno terra e meno braccia produciamo di più e meglio. Vuol dire che abbiamo eliminato i costi? No, per niente, nei decenni scorsi abbiamo pagato un certo uso spregiudicato dei diserbanti e degli agrofarmaci. Ci siamo lamentati e l’industria chimica ha provveduto: non c’è confronto tra un agrofarmaco di vecchia generazione e uno moderno. Dobbiamo smettere di lamentarci? Tutt’altro. Oggi il miglioramento genetico e la conoscenza più profonda del dna offrono uno strumento straordinario per rafforzare la pianta, dotarla di resistenze alle malattie e usare meno chimica. Possiamo, per fare un esempio, coltivare la lattuga anche nei nostri orti senza temere la peronospora perché nella piante sono state introdotte varie resistenze al fungo.
Andiamo avanti. Vediamo l’export. Buone notizie, da 4,1 miliardi (2005) a 6,6 miliardi (2015). Tuttavia le importazioni sono aumentate da 9,2 miliardi (2005) a 13,8 miliardi (2015). Quindi saldo commerciale import/export negativo (-7,2 miliardi). I redditi agricoli infine crescono dal 2005 al 2015 del 14%, ma nella media Ue salgono molto di più, del 40%.
L’agricoltura italiana soffre, e possiamo evidenziare tre cause concatenate. La prima è strutturale, riguarda la superficie delle aziende, in gergo: frammentazione delle imprese agricole. Prendiamo due comparti: quello agrumicolo e quello olivicolo, due vanti, due punti di forza. Le imprese agrumicole si attestano intorno a una media di 1,65 ettari di superficie agricola, molto bassa – del decennio 2000/2010 la dimensione è passata da 0,86 a 1,62, ma solo perché si è ridotto il numero complessivo delle aziende. Detta in breve, la maggior parte delle aziende agrumicole non hanno una dimensione economica tale da garantire un reddito sufficiente. La produzione viene infatti soddisfatta da poche aziende medie/grandi (le aziende superiori a 20 ettari costituiscono il 30% della superficie agrumicola italiana).
Quello olivicolo invece? E niente, solita ridottissima dimensione, siamo attorno a 1,78 ettari. Questo dato va ancora scomposto: il 38% delle aziende ha meno di un ettaro (questa classe rappresenta il 14% sul totale coltivato), mentre il 10 % delle aziende ha più di 10 ettari (e rappresenta il 34% della superficie coltivata). Nel mezzo una variegata classe di aziende con pochi ettari. Questa tipologia la potete trovare in quasi tutti i comparti.
Seconda causa: anagrafica. L’età dei coltivatori è alta, la scolarizzazione è bassa. Gli olivicoltori per esempio (ma non solo loro) stanno invecchiando. Il 41% è sopra i 65 anni, e il ricambio generazionale è bassissimo, appena il 3% ha meno di 34 anni. Quindi frammentazione e invecchiamento uguale poca o scarsa propensione all’innovazione. La verità che tanti coltivatori lo sono part time, è più un hobby o una professione?

Il paradosso olio
L’Italia è uno dei principali produttori e anche il principale importatore di olio. Dunque prendiamo dalla Spagna, Grecia, Tunisia, Turchia, Portogallo e Francia. Tutta l’area del Magreb sta imparando a coltivare l’olio, e ormai come qualità si stanno avvicinando molto agli standard spagnoli. Importiamo, tagliamo, esportiamo e siamo anche i primi consumatori d’olio ma non innoviamo, alcuni dicono che la nostra olivicoltura è un museo: qualcosa da guardare.
E qui arriviamo alla terza causa che si lega con le prime due: l’immaginario bucolico, che genera ansia nei confronti dei nuovi metodi di coltivazione. Se parliamo di innovazione dei cellulari siamo tutti contenti. Se parliamo di innovazione in agricoltura sembra un attentato alla tradizione. Pensate quante trattorie della nonna esistono in Italia. E quante poche trattorie dei nipoti, molto passato, poco futuro.
Visto tutto ciò, se proponiamo una coltivazione di olivo super intensiva - metodo che con opportune precauzioni si potrebbe, anzi si dovrebbe sperimentare - difficilmente otterremo credito. Sia nei colorati cortei sia nelle stanze del Palazzo. Già sento i commenti, vuoi mettere le olive nostrane? E quelle di una volta? Eppure, l’obiettivo auspicato è quello di innovare per diversificare, proprio a partire dal prodotto nostrano. Per esempio usando genotipi di nuova costituzione. Del resto, abbiamo germoplasma italiano e vastissimo, e qui non c’entra il campanilismo, è un modo per rispettare la speciale orografia italiana, quindi utilizzeremo e miglioreremo il materiale vegetale nostrano.

Pomodoro industriale
Io lo so c’è ancora qualcuno che rimpiange le conserve fatte in casa. Magari ognuno ha un ricordo particolare di quel periodo, e contro i ricordi si può far poco. Pensate tuttavia a questo dato. Oggi possiamo acquistare un’ottima passata di pomodoro italiano con solo un euro. Possiamo acquistare questa passata perché ci sono ottimi pomodori da industria. Il primo segreto per far un buon pomodoro da industria è l’acqua. Oggi possiamo controllare l’umidità del terreno con dei sensori e quindi stabilire quanta acqua è necessaria alla coltura, e successivamente con l’irrigazione a goccia dare la giusta quantità d’acqua.
Il secondo segreto è raccogliere i pomodori al momento giusto, né troppo verdi, né troppo maturi. Allora vengono coltivati specifici pomodori (frutto del miglioramento genetico) che maturano nello stesso momento: quindi si sceglie insieme ai trasformatori la data di messa a coltura della piantina di pomodoro, e dopo 14/16 settimane inizia la raccolta: meno costi più efficienza, meno pomodori immaturi o troppo maturi. Una volta le fabbriche di trasformazione stavano lontane, quindi si riempivano i camion all’inverosimile e si portavano i pomodori verso le industrie. Oggi campi e fabbriche sono vicini, quindi si spreca meno tempo. Terzo segreto, usare meno calore nella trasformazione, così si risparmia energia e soprattutto non si altera il sapore.
Tutta questa filiera per funzionare richiede innovazione e collaborazione costante tra produttori e trasformatori. Eppure diciamoci la verità chi parlerebbe di questo metodo di produzione come salutare e frutto dell’ingegno umano? L’industria non ci piace, ci spaventa e preferiamo raccontare delle belle e costose conserve di una volta o del contadino artigiano. È un problema di immaginario, e nell’immaginario agricolo non entra la parola innovazione.
Così pochi di noi sanno che esistono 75 mila varietà di pomodori, creati ex novo dall’uomo. Possiamo mangiare datterini e ciliegini e pomodori da insalata e da riso, da aperitivi, e appunto da conserve. Pomodori che crescono tutto l’anno e pomodori che richiedono meno agrofarmaci e meno acqua e durano di più dopo la raccolta. Il problema dell’agricoltura italiana è proprio un certo immobilismo, preferiamo le rendite di posizione, forse siamo convinti d’essere soli al mondo e non soggetti alla concorrenza. O basterebbe cambiare il punto di vista e saperlo raccontare per avere possibilità in più. Siamo passati da Pinocchio, il romanzo della fame, a Masterchef, ora dobbiamo passare a agricoltura 2.0, sostenibile, buona e giusta, e credetemi, a prescindere dai miei umori, l’innovazione è tutto, è un meraviglioso pallone a elio che ondeggia in cielo e ci indica la strada.


Pagina 99, 29 luglio 2016

Il Concordato del 1855 tra Pio IX e Francesco Giuseppe I (Luigi Urettini)

Pio IX
Pubblico qui dal sito “cattolicesimo reale”, a lungo curato da Walter Peruzzi e dopo la sua morte purtroppo destrutturato, questo saggio inedito dello storico Luigi Urettini sul concordato firmato a metà Ottocento fra l’ultimo papa re e l’imperatore d’Austria. È un utile contributo alla comprensione del clericalismo veneto degli ultimi 150 anni. (S.L.L.)
L'inperatore Francesco Giuseppe 
Ippolito Nievo nella lettera semiseria inviata al suo amico Arnaldo Fusinato (Mantova, 2 dicembre 1855) commenta, con un’ironia frammista ad amarezza, il Concordato tra la Chiesa cattolica e l’Impero Asburgico pubblicato nella “Gazzetta Uffiziale di Venezia” del 16 novembre (vedi): “A proposito di commedia, che ti pare del Concordato? – Come al capo d’anno 1855 hai fatto un tuo programma politico, così mi sembra che a quello del ’56 andrebbe opportunissimo un Credo religioso; purché la Compagnia delle Assicurazioni garantisca l’anima tua dalla scomunica e il corpo dalla tortura – Io penso di tornare daccapo a mirare ad un Canonicato. – Il pulce si salvò dai morsi del leone precisamente framezzo alle gengive.” (1)
In effetti, il Concordato del 1855 segna la fine dell’indirizzo giusnaturalistico che aveva ispirato la politica ecclesiastica dell’Austria sin dai tempi dell’imperatore Giuseppe II (1780-1790), con l’affermazione della supremazia dell’autorità regia sulla Chiesa, per un ritorno dell’influenza di quest’ultima sullo Stato.
Ne è ben consapevole Arturo Carlo Jemolo che ne analizza criticamente i vari articoli: “Riconosceva il primato di onore e di giurisdizione spettante al Papa per diritto divino in tutta la Chiesa; e ne traeva come conseguenza la libertà assoluta di comunicazione dei vescovi, del clero e del popolo con la Santa Sede, nelle cose spirituali e negli affari ecclesiastici. Del pari, era assicurata ai vescovi libera comunicazione col clero e col popolo per il ministero dell’ufficio pastorale; libertà ai vescovi di costituire vicari, di ordinare chierici, di erigere benefici minori, e, d’accordo col governo, specie per ciò che concerneva il conveniente assegno di rendita, d’istruire parrocchie, dividerle, riunirle; di stabilire preghiere, di disporre processioni, di convocare concilii e pubblicare gli atti.”
Veniva sancita ufficialmente l’influenza della Chiesa sulla scuola statale: “L’istruzione della gioventù cattolica, nelle scuole pubbliche e private, sarebbe stata non aliena dalla dottrina cattolica; i vescovi avrebbero sorvegliato all’uopo, e diretta poi l’educazione religiosa; nessuno avrebbe potuto insegnare in istituti pubblici o privati teologia o catechismo, se non con incarico del vescovo, da questo revocabile. Nelle scuole medie destinate ai cattolici, solo dei cattolici avrebbero potuto essere nominati professori. Tutti i maestri delle scuole elementari destinate ai cattolici sarebbero stati soggetti all’ispezione ecclesiastica di ispettori nominati dall’imperatore tra persone proposte dal vescovo”.
I censori ecclesiastici avevano il diritto di giudicare sulla “liceità” dei libri ed eventualmente ordinarne il sequestro: “Gli ordinari avrebbero avuto piena libertà di lettura; ma anche il governo prometteva di usare gli opportuni rimedi perché tali libri non venissero divulgati.”
I tribunali ecclesiastici vedono rafforzate le loro competenze: “Le cause ecclesiastiche, e così quelle matrimoniali, sarebbero state di competenza dei tribunali ecclesiastici: il giudice statale avrebbe solo deciso degli effetti civili del matrimonio; riguardo agli sponsali, l’autorità ecclesiastica avrebbe giudicato della loro esistenza, e degli effetti ostativi ad altro matrimonio; riguardo al patronato, il giudice laico poteva solo decidere le cause sulla successione nel patronato laicale”.
Si rinsalda la catena gerarchica della Chiesa, in particolare dei vescovi verso i preti loro sottostanti: “Liberi i vescovi di applicare censure, e di punire gli ecclesiastici anche con la detenzione in monasteri, seminari, od apposite case.”
“L’imperatore prometteva di non soffrire che la Chiesa e le sue istituzioni fossero vilipese con parole, con fatti o con scritti, e di prestare aiuto efficace ai vescovi perché fossero recate ad effetto le sentenze da loro emanate contro ecclesiastici immemori dei loro doveri”.
L’imperatore continuava ad esercitare una certa autorità sulla nomina dei vescovi, che dovevano giurargli fedeltà: “La Santa Sede avrebbe potuto erigere nuove diocesi, però procedendo d’accordo con l’imperatore. Questi avrebbe continuato a presentare o nominare i vescovi da istituirsi canonicamente dal Papa, prendendo però anzitutto consiglio dai vescovi comprovinciali. I vescovi alla loro nomina avrebbero prestato giuramento di obbedienza e fedeltà al sovrano.”
“Il modo con cui l’opinione liberale pubblica europea – conclude Jemolo (2) – senza eccezioni giudicò il Concordato, qualificato come abdicazione dello Stato alla Chiesa, era sufficiente a mostrare quale vittoria esso costituisse per Roma.”
Eppure, non tutti all’interno del mondo cattolico erano soddisfatti; alcuni rintracciavano anche nel nuovo Concordato tracce dell’antico giuseppinismo della Casa d’Austria.
E’ questo l’autorevole parere dell’abate Giambattista Pertile, professore di diritto ecclesiastico presso l’università di Padova, che nelle sue lezioni universitarie, pubblicate negli anni 1861-62, sottopone ad una serrata critica il testo del Concordato.
Le sue tesi vengono illustrate da Angelo Gambasin nel suo studio Il clero padovano e la dominazione austriaca: “Era pure evidente, secondo il Pertile, la volontà degli Asburgo di riservare alla chiesa cattolica, pur non essendo proclamata religione di stato, una posizione di privilegio fra tutte le confessioni religiose (art. I). Il concordato, oltre al riconoscimento dei privilegi papali (art. II), concedeva ai vescovi larga autonomia nel governo delle diocesi (art. IV) e numerose esenzioni alle corporazioni ecclesiastiche. Dal concordato si poteva dedurre che lo stesso lealismo politico doveva commisurarsi sul lealismo religioso (art. XVI). Ma anche sul piano dei principi, secondo il Pertile, il virus giuseppinista intaccava alle radici questo apparato di privilegi e di diritti, giustificando e consolidando, perciò, una prassi burocratica da lunga data in uso negli organi dello stato.” (3)
Entusiasta del nuovo Concordato si dichiarava invece la rivista dei gesuiti “Civiltà Cattolica” che non esita a indicarne il carattere “portentoso”, mettendolo in relazione con la proclamazione del dogma dell’Immacolata Concezione, solennemente annunciato nella Basilica Laterana da Pio IX l’otto dicembre 1854:
“Niuno può negare questo Concordato aver del mirabile, del portentoso nell’epoca in cui viviamo, e questo portento essersi operato in quell’anno appunto in cui la Vergine fu riverita Immacolata per quanto si stendono i due emisferi. Agli inni di quella Vergine fece mirabile accompagnamento l’incioccar delle catene che si spezzarono: e mentre il concistoro dal Vaticano annunziava alla Chiesa la lieta novella di sua libertà, rispondeva dalla Basilica Laterana un immenso popolo inneggiando alla Vergine Immacolata.” (Il Concordato e l’Immacolata, in “La Civiltà Cattolica”, serie II, vol. XII, anno VI, p. 552)
Per la rivista dei gesuiti il nuovo Concordato ha un’importanza storica perché segna la sconfitta delle pretese regaliste dei vari monarchi contro i “sacri diritti” della Chiesa: “L’imperatore Francesco Giuseppe insegna col fatto ai Monarchi della terra come debbano comportarsi colla Chiesa di Cristo, come debban professare la pietà conveniente ad un Principe, e dissipa col suo luminoso esempio molte di quelle ombre di cui l’animo loro era forse ingombrato. E tanto più è valevole l’esempio suo, in quanto che fu l’Austria principalmente, che nei tempi di Giuseppe II con indebite invasioni dei diritti sacri della Chiesa offuscò la mente di altri potentati europei e ne aguzzò l’appetito. D’onde adunque trasse origine il male, è giusto che derivi a medicina; e chi fu seguace nella prevaricazione è ragionevole che or imiti l’ammenda”. (Il Concordato secondo i Cattolici, in“La Civiltà Cattolica”, serie III, vol. I, anno VII, pp. 172-173)
La restaurazione dell’unione “Trono-Altare” è necessaria anche alle monarchie europee perché, come sottolinea l’articolo: “La ribellione adunque degli Stati all’autorità della Chiesa dovea infallibilmente partorire la ribellione de’ popoli all’autorità dello Stato. Tal è la legge inesorabile della logica.”
L’ammonimento era rivolto in particolare al regno di Piemonte e alla politica regalista del Cavour che voleva liberare lo Stato sabaudo dalle pastoie clericali.
Sviluppando la legislazione voluta dal guardasigilli Giuseppe Siccardi (1850) che aveva abolito i privilegi del foro ecclesiastico, Cavour propone, proprio nel 1855, l’abolizione degli ordini monastici contemplativi e l’incameramento dei loro beni, attirandosi le ire del partito dei cattolici.
Costoro cercano di fare pressione su Vittorio Emanuele II perché non firmi la legge, proclamando essere causati dalla “giustizia divina” alcuni gravi lutti familiari che lo avevano colpito; in poche settimane gli muoiono la madre, la moglie, e un fratello.
Malgrado questa campagna terroristica, alla quale collabora lo stesso don Giovanni Bosco, il 29 maggio la legge così fermamente voluta da Cavour viene approvata dal senato e controfirmata dal re.
Il 26 luglio Pio IX con l’allocuzione Cum saepe commina la scomunica maggiore, quella che può essere tolta soltanto dal papa, a quanti avevano proposto, approvato e sanzionato la legge.
La restaurazione del binomio “ Trono-Altare” voluta dal Concordato del 1855 provoca a Venezia un incidente clamoroso nel 1863, in seguito alla condanna del libro di Ernest Renan, Vita di Gesù.
Il patriarca Luigi Trevisanato pubblica una pastorale contro il “pestifero libro”, un “vero Anticristo”, e indice “nella basilica di San Marco, un solenne triduo onde paralizzare in qualche modo gli effetti di questa perniciosissima opera. Ed a conclusione di esso ne fu persino bruciata una copia nel Campo San Zulian, ma senza perturbazione della pubblica tranquillità.” (4)
Non deve quindi suscitare meraviglia se anche un veneziano moderato come Emanuele Cicogna mostrava la sua insofferenza per l’invadenza del clero: “I preti avevano così stese le ale che vorrebbero subissar tutti e porsi sotto i piedi lo stesso Impero.” (5)
Le conseguenze maggiori del Concordato si ebbero tuttavia nelle campagne del Lombardo-Veneto a causa delle norme che vincolavano in una rigida disciplina gerarchica i parroci ai loro vescovi e costoro all’autorità del papa.
Viene così ricomposta quella frattura tra alto e basso clero che aveva permesso a quest’ultimo di avere una certa autonomia nell’esercizio del suo apostolato.
I parroci diventano ora strumento di consenso dell’Austria nelle campagne, identificando il vero nemico nei liberali “senza dio”.
Ippolito Nievo ne coglie con lucidità le gravi conseguenze per le sorti dell’Italia, condannando nel contempo l’anticlericalismo dei liberali, nel suo saggio Rivoluzione politica e rivoluzione nazionale (6), scritto a Fossato nel Mantovano, dove si era rifugiato, sconsolato, dopo l’armistizio di Villafranca che aveva lasciato il Veneto all’Austria:
“Il clero campagnolo stava in mezzo fra nemici dichiarati e amici fraudolenti e venali; titubò, patteggiò, si divise – e fu suo merito. In altri paesi, con tempra diversa, e senza il buon senso comune degli Italiani, si sarebbe gettato interamente dal lato dei Vescovi, della tirannia, del gesuitismo. […] Il Governo Austriaco seppe giovarsi di cotali condizioni indotte nella nostra società da un falso zelo filosofico dei liberali. Conobbe che il clero campagnolo era astretto a far causa comune col suo nemico naturale, col clero prelatizio; si appoggiò a questo e lo favorì col concordato, persuaso che la comunanza di interessi lo avrebbe indotto ad usare a suo profitto la rinata influenza sul secondo. Infatti si vide allora lo strano tentativo di convertire i Parrochi in commissari di Polizia; né io vorrò certo scusare quei preti vigliacchi e venali che accondiscesero a questo vitupero del sacerdozio. Ma i liberali non furono meno rei di vedere in questa ignominia sola colpa altrui, sorpassando affatto ai propri eccessi che le avevano spianate”.
Il Nievo continua la sua analisi denunciando la politica di divisione tra clero rurale, contadini e proprietari terrieri liberali condotta dall’Austria: “Mentre il Governo si serviva di questo mezzo e della forza corruttrice dell’aristocrazia ecclesiastica per pervertire il clero rurale e le opinioni del loro popolo, l’aggravio straordinario delle imposte prediali cooperava in altro ordine di fatti a questo stesso fine. Probabilmente De Bruke sapeva il doppio utile che rendeva al Governo quella misura finanziaria. Sapeva che l’impoverimento dei possidenti avrebbe reso sempre più difficili i rapporti fra essi e i contadini; questi sempre più nemici di quelli, e perciò più amici a sé o meno nemici che altrimenti non sarebbero stati. Da ciò cresciute le furie dei liberali giustissime contro il dispotismo oppressore, ingiuste contro i contadini oppressi del pari, ma incitati da quell’indiretta oppressione a più fiero antagonismo contro gli oppressori immediati.”
Il Nievo conclude la sua analisi ricordando il pericolo degli “orrori della Galizia”. La regione dell’attuale Ucraina nella quale negli anni 1850- 1853 la monarchia asburgica favorì le sanguinose ribellioni dei contadini ruteni, ancora oppressi da rapporti feudali, contro i loro padroni, i nobili polacchi nazionalisti e antiaustriaci.
Furono compiuti spaventosi massacri e violenze inaudite, non solo contro i signori feudali ma anche contro la popolazione ebraica, vittima dell’atavico antisemitismo degli ucraini.
Questa strumentalizzazione in senso reazionario delle rivendicazioni dei contadini ruteni impressionò molti pensatori politici europei.
Lo stesso Karl Marx in una lettera a Weydemeyer dell’undici settembre 1851, analizzando la “questione italiana”, prospetta il pericolo di una “soluzione galiziana”: “Temo molto che il governo austriaco, in caso di estrema necessità, modificherà perfino la condizione della proprietà in Italia nel senso già fatto in Galizia.” (7)
Il Nievo arriva alla stessa conclusione: “Quando nelle ultime strette dell’agonia il dispotismo Austriaco mostrava ai campagnoli nell’avarizia dei ricchi la sola causa della loro miseria e li incitava a vendicarsene, quali altri motivi si potrebbero trovare alla loro moderazione?… Ammirate i nostri contadini se non si rinnovarono in Italia gli orrori della Galizia.” (8)
Il Concordato del 1855 tra la Chiesa di Roma e l’Impero Austriaco non dura molto nelle provincie italiane. Con la pace di Villafranca (11 luglio 1859) la Lombardia entra a far parte del Regno di Piemonte. E finalmente con la pace di Vienna (3 ottobre 1866) anche il Veneto entra nel Regno d’Italia.
La sua influenza nei confronti del clero, particolarmente veneto, è tuttavia di lungo periodo e si protrae per tutto l’ottocento, sino al primo quindicennio del novecento.
E’ un clero intransigente che, in nome dei diritti del Papa-Re conculcati con la Breccia di Porta Pia, mal sopporta il nuovo Regno d’Italia, liberale e laico.
Il suo ideale è il motto fatto proprio da Pio X, il papa veneto (1835) educato sotto l’Austria, Instaurare omnia in Christo, in una visione integralista della società che veda lo Stato al servizio della Chiesa. Per questo cerca di servirsi delle masse contadine, ancora una volta strumentalizzate in senso reazionario.
Ben lo aveva compreso don Romolo Murri, il prete modernista scomunicato da Pio X, che, riflettendo in tarda età sulla fondazione della prima democrazia cristiana, inizio novecento, (ben diversa da quella del dopoguerra) scrive: “ Tenacemente refrattario alla democrazia cristiana, fra le regioni italiane, fu solo il Veneto. Essa vi ebbe assertori generosi e piccoli gruppi fiorenti nelle città, ma non poté far breccia nelle organizzazioni ufficiali e nel clero minore, stretto da una ferrea disciplina. E tutta la campagna contro la D. C. fu cosa essenzialmente veneta: strano fenomeno di regionalismo. Veneto era il Toniolo; veneti il Paganuzzi e i suoi immediati collaboratori; veneti il Saccardo, direttore del giornale “La Difesa” di Venezia (e già lo stesso titolo è significativo) e il Sacchetti, direttore per molti anni dell’ “Unità Cattolica” di Firenze; veneti i fratelli sacerdoti Scotton che da Breganze, con la loro “Riscossa”, fulminavano settimanalmente, con i più astiosi e tristi metodi di polemica, i D. C. ; veneti i vescovi che più si distinsero nella ostilità e nelle condanne; come vedremo; veneto infine, e sopra tutti, il cardinale Sarto, poi Pio X, e veneta la piccola corte personale che egli portò con sé in Vaticano.”
Don Romolo Murri riconduce la mentalità tradizionalista e integralista del clero veneto all’educazione autoritaria e gerarchica ricevuta in epoca austriaca:
“Ora il Veneto cattolico, eccezion fatta per Rosmini, che di troppo superava con il potentissimo ingegno e con l’animo, ogni angusto particolarismo, non era mai entrato nello spirito dei cattolici del risorgimento: e nel periodo che cade sotto il nostro esame, esso, soprattutto, rappresentò l’antirisorgimento. Austriaco era il loro modo di intendere l’autorità, svoltosi in un clima di perfetto accordo fra l’autorità ecclesiastica e la civile, e di docile supina accettazione dell’autorità da parte dei sudditi: austriaca la loro inettitudine a trasferirsi sul terreno della libertà. E l’Austria, con il veto posto nel conclave del settembre 1903 alla candidatura del card. Rampolla, decise della elezione del Sarto e la improntò del suo sigillo.” (9)

NOTE
1 – Tutte le opere di Ippolito Nievo. Vol. VI, Lettere – a cura di Marcella Gorra, Arnoldo Mondatori Editore, Milano, 1981, p. 365.
2 – ARTURO CARLO JEMOLO, Chiesa e Stato in Italia negli ultimi cento anni, Einaudi, Torino 1952, pp. 174-176.
3 – ANGELO GAMBASIN, Il clero padovano e la dominazione austriaca (1859 –1866), Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1967, pp. 19-23.
4 – LETTERIO BRIGUGLIO, Lo spirito religioso nel Veneto durante la Terza Dominazione Austriaca (Fortuna di Ernesto Renan), in “Rassegna storica del Risorgimento”, anno XLII – fascicolo I – gennaio-marzo 1955, Istituto Poligrafico dello Stato – Libreria dello Stato, Roma, 1955, pp. 25-26.
5 – PIERO DEL NEGRO, Il 1848 e dopo, in Storia di Venezia – L’Ottocento e il Novecento, a cura di Mario Isnenghi e Stuart Woolf, Istituto della Enciclopedia Italiana, Fondata da Giovanni Treccani, Roma 2002, voll. 13, vol. X, p. 172.
6 – Il saggio rimarrà inedito per molti anni. Solo nel 1929 verrà pubblicato da Riccardo Bacchelli con il titolo Frammento sulla rivoluzione nazionale. Nell’edizione critica curata nel 1987 per la Liviana (Padova) Marcella Gorra ha proposto di intitolare il saggio, “in base a suggerimenti che provengono dal testo stesso, e del reperimento di una carta autografa collaterale”, Rivoluzione Politica e Rivoluzione Nazionale.
7 – KARL MARX FRIEDRICH ENGELS, Sul Risorgimento italiano, prefazione di Ernesto Ragionieri, Editori Riuniti, Roma, 1979, p. 26.
8 – IPPOLITO NIEVO, Rivoluzione politica e Rivoluzione Nazionale, a cura di Marcella Gorra, Istituto Editoriale Veneto Friulano, Udine, 1994, pp. 108-109.

9 – ROMOLO MURRI, Democrazia Cristiana, Roma, 1945, pp. 54-55

Le mille vite di Edith Piaf (Flaviano De Luca)

Per le giovani generazioni di oggi, ascoltare le canzoni di Edith Piaf, «la donna tanto piccola con una voce così forte», vuol dire probabilmente avvicinarsi a una interprete dotata e brillante, a un repertorio appassionato, al canto di una diva autentica della chanson française, a un’onda calda e travolgente (come scrisse l’amico Cocteau). Nell’anno appena concluso si celebrava il mezzo secolo della sua scomparsa, avvenuta il 10 ottobre 1963, a soli 48 anni, con alcuni volumi che hanno tentato di chiarire le numerose dicerie che hanno accompagnato la vita selvaggia e la carriera frenetica della Môme (soprannome popolare, traducibile con la ragazzina, la marmocchia).
Assai avvincente e ben scritto, Edith Piaf. La biografia (Lindau, euro 26, pg330), opera del giornalista David Lelait-Helo, ha saputo cogliere,invece, un carattere essenziale del mito della ragazzina Edith Gassion, figlia di un contorsionista ambulante e di una circense, ossia rappresentare al meglio quell’universo della povera gente, stretta tra amori infelici e mesi segnati dalle difficoltà economiche, vagabondaggi tragici e miseri bistrot fumosi, che sono stati l’ambiente tipico dove è nata e cresciuta (con inevitabili mesi in un bordello accudita dalle «signorine») questo passerotto in grado di calamitare l’attenzione con i toni scuri e melodiosi della sua voce (a sette anni già cantava in strada per qualche spicciolo, accompagnando le esibizioni del padre).
Così quel sapore della Francia di allora, del paese povero e irrequieto uscito dalla guerra mondiale, viene evocato con stile dal libro che cerca di rendere vivide tante vicende difficili, dal suo primo scopritore Louis Lepléè, direttore di un locale degli Champs Elyséè, ucciso in circostanze misteriose (e rivale con la Piaf nell’acciuffare i bei ragazzi) al sodalizio, breve e intenso, con Yves Montand, (col quale duetterà in C’est merveilleux). E poi i tantissimi amori e tre mariti ufficiali (il boxeur Marcel Cerdan, unico vero tesoro morto in un incidente aereo, Jacques Pills che la lascerà per Marlene Dietrich e Theo Lamboukas detto Sarapo, di vent’ anni più giovane di lei), alcol, droghe, la sua profonda fede religiosa, devota a Santa Teresa de Lisieux, grazie a un medico che l’avrebbe guarita, dopo il pellegrinaggio alla tomba della santa, da una cheratite da bambina che l’aveva resa quasi cieca, e da allora ripeteva spesso quel tipico gesto di accendere ceri in chiesa per chiedere ogni cosa, la grande umanità con la quale accolse e fece crescere accanto a lei personaggi come Gilbert Bécaud, Charles Aznavour e Georges Moustaki. Nel testo spesso appaiono le liriche delle sue canzoni più note, legati inevitabilmente ad alcuni periodi indimenticabili ed episodi importanti, in larga parte ispirati ad avvenimenti reali della sua vita anche se poi firmati da parolieri di professione (come L’hymne à l’amour, dove uno dei due amanti cita la morte dell’altro e chiude attendendo la propria fine, perché Dieu réunit ceux qui s’aiment , un modo di rievocare l’amore sfortunato col pugile Marcel Cerdan o Mon légionnaire, scritta per lei da Raymond Asso, autore di canzoni ed ex truppe speciali in Algeria, che le insegnerà praticamente tutto, dal vestire alla gestualità, con severa disciplina).
Altrettanto biografico è Edith mia sorella (Castelvecchi, euro 25, pg470) di Simone Berteaut, la compagna di tutta la vita, sin da bambina a dividere insieme la strada e gli ambienti malfamati, forse davvero sorella (figlia dello stesso padre ma di madre diversa), più probabilmente personaggio equivoco che ha sempre gravitato nella cerchia intima della Piaf, spesso circuendola e sgraffignandogli denaro e anche l’unica a restare dalla sua parte, nel profluvio di loschi profittatori e impresari, musicisti e famigli, ma la sua versione, cruda e tagliente, dei tanti episodi insoluti (dal coma epatico agli incidenti stradali, dal bellimbusto Eddie Costantine al ciclista campione Louis Gerardin, «mon ange», altri della lista interminabile di accompagnatori) sembra vistosamente giustificatoria e insincera.
Stesso copione per Edith Piaf (Gremese, euro 12,90, pg157) di Enrico Giacovelli, che racconta i tanti eventi della sua vita, fino alla conclusione quando piccola e ricurva, con le mani deformate dall’artrite reumatoide e con radi capelli, fa vibrare il pubblico americano. E sintetizza così nell’introduzione: «Certe vite sono come canzoni. Brevi, ma intense, vibranti piene di amore e amori. Edith Piaf ha cantato, come nessun altro, il dolore del mondo e la bellezza della vita, quasi fossero le due facce di un unico fenomeno. L’intensità del sentire». Sono oltre 400 le canzoni che ha interpretato, alcuni capolavori senza tempo come La vie en rose, Milord, Adieu Mon Coeur, Padam Padam descrivendo i colori e le atmosfere dei luoghi amati, da Montmatre alla Senna, di Paname, il soprannome di Parigi, tanto amata. La sua vita piena e sofferta ancora risuona in quelle sue famose parole, in quel ritornello vibrante «Non, rien de rien / Non, je ne regrette rien / Ni le bien qu’on m’a fait, ni le mal / Tout ça m’est bien égal ( No, niente affatto / No, non ho rimpianti / Né per il bene o per il male che ho fatto/ Per me è lo stesso)».


“il manifesto”, 4 gennaio 2014

Su Carlo Cattaneo. Un'intervista a Norberto Bobbio (Cristina Mariotti)

Ritratto di Carlo Cattaneo
“L'Espresso”, nell'agosto del 1982, in pieno centenario garibaldino, pubblicò con il titolo L'Antigaribaldi, una conversazione con Norberto Bobbio dedicata alla figura di Carlo Cattaneo e alle ragioni della sua scarsa popolarità in Italia, curata da Cristina Mariotti che corredò l'intervista con una scheda dedicata al grande intellettuale democratico dell'età risorgimentale. “Posto” qui l'intero servizio. (S.L.L.)
Carlo Cattaneo in un disegno del 1817
Nella kermesse di celebrazioni garibaldine tende a sbiadire la figura di un altro protagonista del nostro Risorgimento, Carlo Cattaneo, eclettico illuminista (si occupò di economia e di scienza, di lingue e di diritto), pragmatico ammiratore della civiltà di stile anglosassone, uomo di pensiero quanto Garibaldi fu uomo d'azione. Fino all'esperienza napoletana, nel 1860 i due personaggi non ebbero contatti, anche se Cattaneo ammirava il generale: «Sa chemise rouge est un signe de justice et de rédemption, comme jadis la croix de Christ » (la sua camicia rossa è un simbolo di giustizia e di redenzione, come una volta la croce di Cristo) scrisse di Garibaldi, lui che era così parco e spesso così duro nei giudizi. Eppure Cattaneo era un repubblicano, e un federalista, credeva che solo gli Stati Uniti d'Italia, una federazione di repubbliche, avrebbe potuto contenere l'invadenza di un potere centrale, garantire le libertà locali. Nella storia dell'unità d'Italia le idee di Cattaneo hanno perduto, e hanno vinto le azioni di Garibaldi. Ma basta questo a spiegare la sfortuna del pensiero di Cattaneo? Secondo Norberto Bobbio, che del pensatore lombardo è ammiratore ed esegeta, « egli fu interprete di un'Italia laica, industre, cittadina e moderna ». Forse un'Italia che, in parte, deve ancora nascere.
Oggi comunque Cattaneo è trascurato quanto Garibaldi è popolare. È un bene? È un male? E perché? Ne parliamo con Norberto Bobbio, che si definisce un "cattaneano", in questa intervista.

BOBBIO. È normale che Garibaldi incontri il favore popolare: era un condottiero, un uomo pieno di fascino, un eroe. Cattaneo era un intellettuale originale e isolato, un antieroe. Anzi, rifuggiva dall'azione, battersi non corrispondeva alla sua vera natura. Valoroso protagonista delle 5 giornate di Milano, nel 1948, subito dopo sente quasi il bisogno di giustificare il suo coinvolgimento e così scrive all'amico Gustavo Modena: « Sappiate dunque, mio caro Modena, che io non avevo mai fatto il politico. Torto o ragione, era così. Avevo sempre atteso a cose più alla mano e più pronte da friggere ». Per inciso, questa è un' espressione che è capitata anche a me di usare spesso a proposito di intellettuali che dovrebbero occuparsi di cose più concrete, "più pronte da friggere", appunto. Ma scrive ancora Cattaneo: « Se m'avvolsi in quel diavolezzo di cinque giorni fu per lo sdegno che mi fece la dappocaggine dei maggiorenti... ». E' un atteggiamento tipico dell'uomo di studio che accetta di essere coinvolto nei grandi eventi storici solo per obbligo morale, ma poi torna ad appartarsi... La mia generazione ha conosciuto assai bene questa esperienza: il partito d'azione, nel quale ho anch'io militato, era un partito di intellettuali, eppure ha contato moltissimo nella Resistenza. La maggior parte, finita la guerra partigiana, è tornata però ai suoi studi, alle sue occupazioni. Insomma, la filosofia dell'azione fatta propria da Cattaneo è la stessa di Giaime Pintor quando scrive al fratello nell'ultima lettera prima di morire che vi sono momenti in cui « musicisti e scrittori debbono rinun-
ciare ai loro privilegi per contribuire alla liberazione di tutti ».
L'ESPRESSO. Così restio all'azione pure Cattaneo accettò di farsi coinvolgere una seconda volta e giusto con Garibaldi, a Napoli nel 1860. Perché?
BOBBIO. Forse per il grande ascendente di Garibaldi. E perché anche quella volta sentì che era un suo dovere morale: «Per un atto di fiducia al generale Garibaldi », scrive il 16 settembre 1860,
poco prima di partire per Napoli, agli amici del "Politecnico", la rivista da lui fondata, «mi trovo onorato di una missione che rompe d'improvviso le solitarie mie consuetudini». Ed ecco la motivazione: «Voi vedete che quando mille e mille generosi apportano alla Patria in dono le loro floride vite, non potremo noi ricusarle quell'ultimo lembo d'utile età che la sorte ci ha lasciato...». Subito dopo però, rassegnandosi a «quella irresistibile volontà», la volontà di Garibaldi, esprime la speranza che la missione di Napoli sia solo «un appello momentaneo», e che «il generale medesimo sarà tanto sagace e tanto giusto da riconoscere che i modi di giovare alla Patria non sono i medesimi per tutti e che quello che da tanti anni ormai purtroppo irrevocabilmente ho scelto è infine quello più consono alla mia natura, e perciò il meno inefficiente». Capisco bene il suo sentimento. Anche per me la Resistenza, il coinvolgimento nell'azione, è stato "un appello momentaneo", anch'io ho preferito tornare ai miei studi. Personalmente sono convinto che sarebbe stata anche la scelta di Giaime Pintor, se fosse vissuto...
L'ESPRESSO. Nonostante l'ammirazione per Garibaldi, Cattaneo non si trovò bene a Napoli, e non fece molto...
BOBBIO. Non avrebbe potuto. Fu chiamato a Napoli dall'amico Agostino Bertani che in una lettera a Garibaldi lo presenta come « l'uomo più illustre della scienza politico-amministrativa d'Italia ». Difatti, nel ruolo di grande consulente tecnico del generale, Cattaneo si occupò in quei giorni di ferrovie e di contratti con varie imprese. In quanto alla speranza politica, che era quella di riuscire a frenare il generale sottraendolo all'influenza del governo regio di Torino, era troppo tardi. Garibaldi stava ormai con Cavour. E Cattaneo, che è repubblicano, federalista e anticavouriano (l'8 ottobre scrive alla moglie: «quell'orribile Cavour si bea di diffamare ciò che non può corrompere...») si sente a disagio, come un pesce fuor d' acqua. Garibaldi lo stima ma non lo capisce. A Napoli Cattaneo non si fermò molto, poco più di un mese, e con una gran voglia di tornare al più presto ai suoi studi. Trova persino che il golfo di Napoli è meno bello del lago di Lugano e che le donne napoletane sono brutte « con mammelle lunghe come quelle di una capra ». Ma forse era un modo per comunicare alla gelosissima moglie inglese la sua nostalgia di casa.
L'ESPRESSO. Perché la stagione del nostro più moderno pensatore risorgimentale, non è mai fiorita?
BOBBIO. La responsabilità è di tanti. Prima di tutto di quella cultura che potremmo definire idealistica nella sua accezione gentiliana. È una cultura di tipo speculativo, astratta e in fondo retorica, lontanissima dalla concretezza pragnatica di un Cattaneo che all'“empireo dei concetti” preferisce la ricerca scientifica del vero, che allo sdegno e all'invettiva oppone la filosofia del “problemismo”, vale a dire la prassi umile e tenace di risolvere i problemi attraverso lo studio. Un metodo di lavoro più vicino al liberalismo di un Constant, che alle "scole braminiche" della cultura italiana. Poi c'è la responsabilità del marxismo, negli anni in cui si è cristallizzato in una dottrina, che ha liquidato Cattaneo come "l'ideologo della borghesia", tralasciando di approfondire la ricchezza dei suoi contributi nei vari campi del sapere. Liberista in economia e filosofo della libertà, Cattaneo ebbe una visione della società che oggi si potrebbe dire pluralistica. Distingueva le società in sistemi chiusi, ispirati da un unico principio, e perciò dispotiche, e in sistemi aperti, dove più principi sono in conflitto tra di loro, e per questo destinate al progresso. Cattaneo credeva nel potere di una borghesia illuminata, che non è mai stata una forza storica reale nel nostro paese.
L'ESPRESSO. Di Garibaldi si sono appropriati di volta in volta comunisti (dalle brigate Garibaldi della Resistenza fino alle esperienze del fronte popolare nel 1948), i socialisti, i repubblicani... E di Cattaneo? Chi rivendica oggi la sua eredità?
BOBBIO. I repubblicani, i quali infatti sono stati i più convinti fautori del regionalismo, come forma più avanzata del decentramento oolitico. Personaggi come Einaudi, Salvemini e anche Gobetti (che fu un liberal-rivoluzionario) si sono richiamati a Cattaneo. Piccoli gruppi, dunque, e gli eterni eretici di tutte le ortodossie: ecco il pubblico di Cattaneo, che perciò non poteva avere grande risonanza. Cattaneo è piaciuto a quegli intellettuali che della loro diffidenza verso "la fede che trascina all'azione" hanno fatto un modo di esistere. Salvemini, per esempio: dapprima fu socialista, ma per poco, poi fece parte per se stesso e finì col parlare a gruopi sempre più ristretti... Come pure Gobetti. Erano personaggi fuori degli schieramenti politici, un po' appartati, che combattevano battaglie solitarie e perdenti.
L'ESPRESSO. Cattaneo fu un riformatore, ma il riformismo, come lei ha scritto, era destinato a una vita grama in un paese « troppo vecchio e troppo in ritardo, capace solo di piccole rivoluzioni e di lunghe controrivoluzioni »...
BOBBIO. E l'ultima di queste piccole rivoluzioni è stata proprio la Resistenza: moto di liberazione nazionale, ma anche di emancipazione sociale, e in questo senso fallito. Il riformismo, che rifugge dall'approssimazione di tanta nostra politica, è stata per lungo tempo una strada lunga, difficile, impopolare. Ha scritto Cattaneo a proposito delle riforme: « Meglio delle proteste in cui svampa lo sdegno... varranno gli studi pazienti e diligenti ». È un motto, un programma, un metodo. Meglio delle proteste in cui i nostri intellettuali firmatari di manifesti eccellono, varrebbero — dico io — serie e concrete proposte di riforma...
L'ESPRESSO. Nel 1945 lei credette che fosse arrivato il momento di Cattaneo, pilastro del « ponte da lanciare sopra la palude »; in base a quale analisi?
BOBBIO. Mi sbagliavo. Dopo 1' orgia retorica del fascismo che pure aveva trovato dei buoni precursori in molti grandi italiani, compreso Garibaldi (ma non in Cattaneo), mi sembrava tempo di riscoprire un autore che il regime aveva sommerso... Il mio libro Gli Stati Uniti d'Italia dedicato al federalista Cattaneo non ebbe però alcuna fortuna, e finì invenduto sulle bancarelle... Nessuno dei due schieramenti dominanti era interessato al recupero di Cattaneo: troppo anticlericale per i cattolici della Democrazia cristiana; troppo illuminista per i marxisti del Pci. E certamente non poteva essere capito, e dunque recuperato nel 1968, quando tornarono a trionfare tutti gli ideologismi astratti del passato recente...
L'ESPRESSO. Che cosa è ancora attuale del pensiero di Cattaneo?
BOBBIO. Mi sembra superata la fede ottocentesca che tutti i problemi siano risolvibili grazie alla scienza, e cioè che il sapere è potere. Oggi la società è infinitamente più complessa. Ancora valide invece le idee di Cattaneo sulla pluralità dei centri di potere (il federalismo), la lotta contro ogni tipo di accentramento e di potere dall' alto (il "napoleonismo"), e la convinzione, ripresa dal Machiavelli, che sulla sua libertà il popolo deve «tenerci sopra le mani», vale a dire che è necessario un controllo da parte della gente sul potere. Ma l'idea più attuale di tutte è la fede nelle società aperte, quali sono e quali desidereremmo che fossero sempre meglio le democrazie occidentali di oggi, e la condanna delle società chiuse, regolate da un principio unico, e delle quali Cattaneo, se rivivesse, vedrebbe un esempio nell'Unione Sovietica.

Scheda
L'UOMO DEL "POLITECNICO"
Figlio di un orefice, Carlo Cattaneo nasce a Milano nel 1801, studia nei seminari di Lecco e di Monza, poi al liceo milanese di Sant'Alessandro. Più tardi si dedica all'insegnamento ginnasiale, e frequenta la scuola di diritto di Giuseppe Romagnosi. Nel 1824 si laurea in giurisprudenza. Alla vigilia degli anni '30 inizia la sua attività giornalistica: diventa redattore degli "Annali universali di statistica". Tra il 1836 e il 1837 pubblica i primi scritti di ampio respiro tra cui "Interdizioni israelitiche". Nel 1839 fonda "Il Politecnico", il mensile di "Studi applicati alla prosperità e cultura sociale". Tra le opere degli anni successivi, due sono celebri: "Notizie naturali e civili della Lombardia" (1854) e "La città considerata come principio ideale delle storie italiane" (1858). Avverso ai moderati e ai rivoluzionari mazziniani, nel 1848, quando a Milano scoppiano i moti antiaustriaci, Cattaneo costituisce un consiglio di guerra per la difesa degli insorti. Ritornati gli austriaci, fugge a Lugano e di qui a Parigi con il compito di spiegare al governo francese le ragioni degli insorti. Poco dopo pubblica "L'insurrection de Milan en 1848". Accetta di tornare a Milano nel 1860, candidato al Parlamento subalpino; ma non prende mai parte ai lavori parlamentari. Decide invece, sempre nel 1860, di andare a Napoli, presso Garibaldi, pronunciandosi con fermezza ma inutilmente contro l'annessione immediata dell'ex regno borbonico. Da quell'anno data la seconda serie de "Il Politecnico". Muore a Castagnola in Svizzera, vicino Lugano, nel 1869.


L'Espresso - 8 Agosto 1982

Poesia civile. Come nacque "La ragazza Carla" (Elio Pagliarani)

Dal sito di Elio Pagliarani, recupero una pagina della sua autobiografia poetica. Vi si racconta la genesi de La ragazza Carla, la sua prima operazione poetica importante, degli anni Cinquanta, e i rapporti di quel testo con la successiva produzione fino alla Ballata di Rudi, una composizione a più strati che impegnò il poeta dal 1961 fino al 1995. (S.L.L.)

Incominciai La ragazza Carla a Milano fra settembre e ottobre del '54, erano da poco iniziate le scuole, non ricordo se ero ancora nel vecchio "Istituto Leonida", una scuola media privata in viale Umbria dove avevo cominciato a insegnare nel '51, o se era un'altra nuova in via Commenda, di cui ora non ricordo il nome.
Ricordo che iniziai a scrivere, a mano, durante un compito in classe di italiano che avevo assegnato alla scolaresca, di terza media, mi pare. E l'inizio del poemetto è rimasto proprio quell'inizio: "Di là dal ponte della ferrovia una trasversa di viale Ripamonti / c'è la casa di Carla..."; e mi ricordo anche che un'allieva impicciona, con la scusa di chiedermi qualcosa sul suo tema, venne a sbirciare cosa stavo scrivendo: per lei non era né una lettera d'amore, né una poesia - come forse sospettava. E deve essere rimasta delusa, suppongo.
Avevo già in mente buona parte della trama. Dall'uscita delle Cronache, nella tarda primavera dello stesso anno, ma probabilmente anche da un anno prima, mi preoccupava il peso, che mi pareva eccessivo, delle mie vicende personali sulla mia poesia e m'era diventata pesante nello scrivere la "tirannia dell'io" ; lo avevo già avvertito nel risvolto delle Cronache, scritto da me anche se anonimo, dove dichiaravo quella poesia "gravata dalla troppa, ineluttabile carità di sé e conseguente bagaglio". Quindi per lottare contro "l'ineluttabile" avevo deciso di comporre un poemetto narrativo, con la sua brava terza persona, che si occupasse di vicende contemporanee che non mi riguardassero troppo direttamente.
Teorizzai poi tutta la faccenda nel saggetto Ragione e funzione dei generi, uscito nel numero 9 di "Ragionamenti", nella primavera del 1957.
La premessa era quella della necessità dell'ampliamento del linguaggio poetico, anzi direi più rigorosamente della capacità di tutto il linguaggio, comune e non comune, di svolgere anche la funzione poetica; quindi lotta frontale al pregiudizio della "parola poetica".
Cito dal saggetto: "Solo che arricchire il vocabolario non significa necessariamente arricchire il discorso, può voler dire anche arrecare turbamento e confusione. Nessun vocabolo ha illimitate capacità di adattamento (e quante più ne ha tanto più ne è avvilito); ogni vocabolo ha i suoi precisi problemi di sintassi, si muove in una sua area sintattica. [...] I problemi di sintassi investono per definizione tutto il periodo, imprimendo una diversa tensione durata ritmo al discorso. Ma questa designazione di tonalità [...] appartiene ai generi. La reinvenzione dei generi letterari cui ora si assiste non è dunque che la necessaria conseguenza dell'ampliamento del linguaggio poetico". (Poi, aggiungevo, bisognerà tener conto dell'apporto dovuto al genere in quanto tale che, se usato con consapevolezza, significherà "reinvenzione non mera riadozione dei generi".)
Terminavo chiedendomi: "il genere deriva dall'arricchimento del vocabolario, ma la volontà-necessità dell'arricchimento sociologicamente che significa: libertà, anarchia, coralità, partecipazione più ampia o premere di nuove classi?". E concludevo: "forse è prematuro rispondere ora, forse no; in ogni caso nel confronto della produzione poetica fra le due guerre e l'attuale, appare chiaro come oggi i poeti tendano a trasferire nel linguaggio poetico le contraddizioni presenti nel linguaggio di classe, mentre la poesia pre-1945 sembrava ignorarle. Strumento di questa operazione è il genre "poemetto", il Kind poesia didascalica e narrativa - come il genre "capitolo" è stato, a suo tempo, lo strumento dell'operazione inversa, cioè di depauperamento e rarefazione della prosa stessa".
La vicenda del poemetto, cioè la moderna educazione sentimentale, cioè come si impara o non si impara a crescere, ce l'avevo già tutta o quasi: avevo scritto nel '47-'48, cioè proprio nel tempo del racconto della Ragazza Carla, quando ero impiegato come traduttore dall'inglese e dattilografo in una Società milanese di import-export, una cartella e mezzo per un'eventuale soggetto cinematografico da proporre, possibilmente, alla coppia De Sica-Zavattini. Un'idea velleitaria di un ventenne.
Il soggetto non venne recapitato a nessuno e me lo ritrovai per caso in una qualche cartella, alcuni anni dopo, quando già pensavo alla necessità di ridurre nei miei componimenti l'invadenza del mio io.
E così, quando parve che decidessimo di pubblicare il poemetto con Gianni Bosio per le Edizioni del Gallo, alla fine degli anni Cinquanta, m'ero ripromesso di scrivere una prefazione inserendovi il vecchio schema del soggetto cinematografico, dicendo che la vicenda avrebbe potuto essere raccontata in un romanzo breve o racconto, in un film o in un poemetto; e avrei voluto dilungarmi sui diversi pedali da manovrare nei tre diversi casi; nel caso del poemetto io ho usato soprattutto il pedale del ritmo, tant'è che spesso mi è capitato di dire che l'intento e la conseguente materia della Ragazza Carla consistono nel ritmo di una città mitteleuropea nell'immediato dopoguerra.
Il poemetto lo terminai il giorno di Ferragosto del 1957. Potrei dire di averlo scritto en plein air perché man mano che lo scrivevo me lo recitavo ad alta voce, misurando il verso "secondo l'orecchio", e più ancora perché ne leggevo via via dei brani ad alcuni amici, sempre ad alta voce, anche per strada o meglio nei parchi, più spesso in trattoria, anche in vere e proprie osterie, ne ricordo una in viale Umbria, vicino al Leonida, che non ci dev'essere più da molto tempo, e ricordo particolarmente quella dietro la Rinascente di piazza Duomo, vicino alla Hoepli, detta mi pare il Bottegone, dove c'era l'abitudine di suonare e/o cantare dopo i pasti e forse fui io ad aggiungervi quella di recitare versi.
Ma il ritrovo dove ci si vedeva più spesso era la trattoria di Poldo, in via Borgospesso, dove costituivamo un gruppetto abbastanza fisso e piuttosto affiatato: c'era e c'è il mio Virgilio, Luciano Amodio, guida assatanata e indistruttibile, non solo di me medesimo (per lui conobbi i Solmi, Vittorini, Fortini, Basso, Chiara Robertazzi, le tre sorelle Bortolotti, Giancarlo Majorino, Michele Ranchetti, Ettore Capriolo, Sergio Caprioglio che se n'è andato appena un mese fa, Antonino Tullier fra Dada e surrealismo, scomparso già da molto tempo) ma di tutta la giovanissima intellighenzia milanese in quegli anni, almeno così a me pareva allora e ne sono convinto ancora, e c'era Elvio Fachinelli, che non c'è più da troppo tempo, Gianni Bosio, passione e sensibilità tutt'altro che ostentate ma sicuramente smisurate, anche lui ci manca da troppo tempo, e meno male che posso ricordare anche altri ben vivi, come Livio Zanetti, Giampiero Dell'Acqua, Tonino Pitta.
Concluso il poemetto avevo il problema di pubblicarlo, e pubblicarlo in luoghi culturalmente significativi, ma il fatto è che mentre non avevo nessun pudore o timore di leggere ad alta voce il testo agli amici personali, o ad invitati degli amici, o anche a sconosciuti che si trovassero in zona, non sopportavo l'idea di sottoporre il poemetto a giudizi ufficiali o ufficiosi; decisi che avrei accettato di sottopormi solo al giudizio di Pasolini e soltanto a lui inviai il dattiloscritto (anzi, mi pare che glielo portai a Roma di persona): Pasolini lo conobbi personalmente la prima volta nella primavera del '58 in casa di Roversi, e c'era anche Leonetti, cioè tutto lo staff di "Officina", dove mi avevano invitato a discutere con loro della rivista in una specie di redazione aperta.
A Pasolini il poemetto interessò e piacque, come mi scrisse; in un altro incontro mi disse che l'avrebbe pubbicato nella seconda serie di "Officina" che stava rinascendo in quel periodo con l'editore Bompiani; poi com'è noto Bompiani decise di non proseguire con "Officina", probabilmente a causa delle reazioni suscitate dall'epigramma di Pasolini contro il Sommo Pontefice Pio XII.
Intanto passava il tempo e io rimanevo, ma senza angoscia, abbastanza tranquillamente, con il mio dattiloscritto inedito nel suo insieme; ne pubblicai però due brani, uno piuttosto ampio sul numero 14, aprile-giugno '59, di "Nuova Corrente" col titolo La Ragazza Carla nella fascetta di sovracopertina e Progetti per la Ragazza Carla nel testo, comprendente due brani assai significativi, mi pare: I (9) e III (5) che sono appunto nella stesura definitiva, e corrispondono anche nelle collocazioni a quanto pubblicato sul "Menabò 2" di Einaudi, e nelle successive edizioni Mondadori. Sul "Verri" di Anceschi apparve un altro brano, quello tutto maiuscoletto che comincia "FONDAMENTO DEL DIRITTO DELLE GENTI..." (mi sono dilungato su questi particolari, anche futili, perché in qualche sede, anche di notevole prestigio, si è creduto opportuno far notare che il mio poemetto di Milano risulterebbe posteriore a un altro poemetto su Milano pubblicato nel '59. Ma, in ogni caso, e basi dei miei interessi e del mio linguaggio, le avevo già definite abbastanza compiutamente in Cronache e altre poesie pubblicate da Schwarz nel giugno del '54).
Poi, per grande fortuna, nell'autunno del '59 Vittorini mandò Crovi a chiedermi di fargli avere il testo del poemetto (ormai sapevamo in parecchi che andavo leggendolo in giro) per il "Menabò"; Crovi glielo presentò accompagnato da una sua relazione favorevole, Vittorini lo lesse e poi decise con entusiasmo di pubblicarlo subito sul secondo numero del "Menabò", febbraio del '60. "Con entusiasmo" lo dico forse arbitrariamente, ma penso appunto all'immediatezza della pubblicazione, ed è un fatto che da allora Vittorini mi dimostrò sempre molta amicizia e interesse specifico per il mio lavoro, mi rimproverò più di una volta la mia pigrizia nel "darmi da fare", mi fece vincere nel '61 o nel '62 la Borsa Cino del Duca, di un milione di lire per progetti di lavoro, lavori in corso di opere anche appena iniziate: e io vi partecipai col progetto della Ballata di Rudi.
Ecco: mi ero dimenticato che anche la Ballata di Rudi posso in un certo senso collegarla a Vittorini. L'ho scritta tutta a Roma, nel periodo dalla primavera del '61 all'inverno '94-'95. Nel corso di questo intervallo di oltre trent'anni ne ho pubblicati diversi brani: un ampio brano uscì nel numero 18 (il penultimo) di "Quindici", nel luglio '69; ne ricordo altri su "Nuova Corrente" nel numero 51 del '70 e nel numero 7 di "Periodo ipotetico", ancora a luglio ma del '73, il quale ultimo contiene già per intero col titolo Doppio trittico di Nandi tutte le sue parti (a, b, c e a1, b1, c1) che furono poi ristampate in integrali e con altre varianti ritmiche nel volumetto della Cooperativa Scrittori intitolato Rosso Corpo Lingua Oro Pope-Papa Scienza nel gennaio '77; la più ampia raccolta di brani del poemetto, prima dell'edizione completa di Marsilio nel maggio '95, apparve nella raccolta intitolata Poesie da recita, a cura e con intensa, acuta prefazione di Alessandra Briganti, Bulzoni editore, 1985.
Mi pare che non ci sia altro da dire; ma voglio segnalare una breve recensione di Stefano Crespi apparsa sul "Sole 24 ore" del 25 giugno '95 perché in essa facendo un confronto tra questi miei due poemetti (o racconti-romanzi in versi) si anticipa per così dire la prima recensione a questa prima edizione Mondadori che mette insieme i due testi; le recensione lascia trasparire una preferenza sentimentale, vorrei dire, per La Ragazza Carla con "la figura della contraddizione tra tenerezza e ironia", mentre nella Ballata di Rudi "la tenerezza ironica si muta nel grottesco, nel non senso. Alla periferia della Ragazza Carla si sostituisce la periferia del dopo-storia, la perdita dei nomi, dei volti...". Perciò, conclude Crespi, tutto sommato La Ballata di Rudi "ha un sapore difficile, un pò agro, ma rivela un'acuta sintomaticità dell'oggi, una moralità, l'estrema consequenzialità di questo autore (perfino nello stesso riscontro della sua figura umana, tra il distacco e un'amara concentrazione). Nella radicalità di un'espressione poetica, senza illusioni, ne esce una gamma di personaggi tra il disagio, e il divertimento, la follia, la terrificante ovvietà come di una spiaggia dove non ci sono colori' ".
E certo, al tempo della Ragazza Carla non solo l'autore coltivava "svariate idee d'amore e di ingiustizia", ma anche tutto il nostro Paese: non così certamente negli anni della conclusione della Ballata, e anche prima, anche molto prima.

Cinema. L’anarchia pop dei Beatles (Flaviano De Luca)

Una immagine da "A Hard Day's Night"
Avete voglia di una corsa a perdifiato nella Beatlesmania? Cinquanta anni dopo Paul, John, George e Ringo tornano sul grande schermo con A Hard Day’s Night, il loro primo film tutto in biancoenero, datato 1964, un’esplosiva combinazione di pop music, ironia britannica, esuberanza anarchica e slang giovanile, tutto brillantemente restaurato e rimasterizzato in digitale (in lingua originale con sottotitoli italiani). Girato nelle otto settimane d’intervallo tra il tour americano e quello europeo, il loro primo film, A Hard Day’s Night, espressione buffa inventata da Ringo per intendere una sessione di registrazione notturna dopo una faticosa serie di prove (da noi venne ribattezzato Tutti per uno ma il titolo migliore fu quello brasiliano Os Reis do le-le-le) testimonia il periodo in cui i Fab Four diventano i singolari e irriverenti idoli della loro generazione, il momento magico della rivoluzione musicale dei sixties, il sapore anticonformista degli sberleffi alla grigia e repressiva società inglese, l’ottimismo di saper affrontare tutto con un sorriso contagioso.
Si comincia proprio con i quattro musicisti inseguiti da un’orda di fan urlanti e scatenati. Un’isteria collettiva che li accompagna in ogni dove, nel viaggio in treno da Liverpool a Londra per andare a registrare uno spettacolo televisivo e principalmente nei tanti esilaranti fuori programma in un teatro, in una conferenza stampa e in una stazione di polizia. I Beatles che fanno i Beatles, un musical jukebox o un finto documentario, una giornata di ordinaria follia nella vita del quartetto, posh e zazzeruto, tra gag surreali e spassosi contrattempi, stratagemmi narrativi per mostrare (ed eseguire) una dozzina di canzoni, diventate hit planetari. Come l’indimenticabile e potente accordo di Harrison che marchia la canzone del titolo, scritta da John in una sera e registrata il giorno dopo, e tutto il repertorio melodico-sentimentale da And I love her a If I Fell a I’m Happy Just to Dance with You, con la formazione schierata intorno alla batteria di Ringo, il piccoletto col naso a tromba, che scarica i complessi d’inferiorità picchiando sul tamburo, perseguitato da un vecchietto, accreditato come il nonno di Paul, imbroglione e linguacciuto (interpretato da Wilfrid Brambell, un attore famoso al tempo, proveniente dalla sitcom Steptoe and Son), assai perbene e molto piantagrane, motore dei tanti funambolici episodi della pellicola, dove compaiono anche due personaggi, Norm il manager (Norman Rossington) e Shake il tuttofare(John Junkin), ispirati dai veri assistenti personali della band di Liverpool.
«Prima di cominciare sapevamo che sarebbe stato improbabile che potessero a)imparare, b)ricordare e c)recitare con precisione una parte lunga. La struttura della sceneggiatura doveva quindi essere composta da una serie di battute – ricorda Richard Lester, il regista che si è affidato molto all’improvvisazione, conservando uno stile visivo fresco e spontaneo – questo mi ha permesso in molte delle scene di puntare una telecamera, dire loro una frase e fargliela ripetere».
Ecco così il dipanarsi di una comica con inseguimenti, sparizioni, mimica facciale, ballerine, angolazioni insolite, dai balli shake alle lunghe capigliature ondeggianti, dalle camicie con colli ampi come vele ai passatempi di una società ancora bacchettona uno dietro l’altro, lo shove ha’ penny , un classico gioco da pub, dove si lanciano delle monete su una tavoletta, le freccette, giocare a carte sul bidone di latta.
Oppure combinare una serie di pasticci come rompere boccali di birra, far cadere una signora in una buca dopo avergli messo un cappotto a terra per farla passare tra vaste pozzanghere, gesto romantico tipicamente inglese (chi ha dimenticato il mantello tagliato di San Martino?) o far apparire da una botola il nonnetto durante un’opera lirica e su tutti, il duetto tra George e Shake che non ha mai usato un rasoio a mano, sul farsi la barba mettendo la schiuma sullo specchio e raderla sulla superficie luccicante, in un gesto happening alla Man Ray.
Lester fa venir fuori l’energia trasmessa dal gruppo, corse sui prati e puntate al casinò, flirt con le truccatrici televisive e letture approfondite dei giornali, con una sfrenata vitalità, con la spregiudicata libertà creativa del Free Cinema britannico sperimentando soluzioni formali inaspettate e regalando al cinema musicale un nuovo gioiello rock. A Hard Day’s Night è ancora oggi, naif e ironico, uno dei più bei film musicali della storia del cinema e certamente una pietra miliare della generazione pop con la fotografia di Gilbert Taylor (che aveva già lavorato con Stanley Kubrick e che lavorerà quindi con Roman Polanski, Alfred Hitchcock e George Lucas), la sequenza dei brani ha spianato la strada a quello che sarebbe diventato il video musicale.
Il film venne presentato il 6 luglio 1964, al Pavillon Theatre di Londra, alla presenza della principessa Margaret e di Lord Snowden e fu subito il manifesto della rivoluzione culturale in arrivo, della swinging London mattacchiona e canterina, dell’ondata antiautoritaria internazionale. Accompagnato dall’omonimo, incredibile album dei Fab Four che raggiunse all’epoca vendite da capogiro, il film fu nominato agli Oscar, ai Grammy, ai Batfa .


“il manifesto”, 5 giugno 2014

Gran Bretagna. La ballata di Mr. Ludd e il canto operaio (Giovanni Vacca)

Se dovunque c'è stato lavoro industriale esiste una canzone operaia, come nel caso dei canti operai torinesi, non parrà strano che essa si sia manifestata in modo più evidente che altrove in Gran Bretagna, la «grande madre» della moderna industrial song: l'Inghilterra del nord, infatti, il «terreno classico» della rivoluzione industriale nelle parole di Engels, fu il luogo d'origine del capitalismo moderno e della nascita di una classe operaia che assumeva tratti specifici e peculiari. Canzoni che seguirono di pari passo la formazione della classe operaia anglosassone sono presenti dunque fin dall'inizio della sua storia, da quando cioè il regime della fabbrica e del lavoro salariato impose la duplice scansione tempo di lavoro/tempo libero e le comunità dei lavoratori cominciarono a elaborare una propria cultura popolare, fatta di società di mutuo soccorso ma anche di circoli di lettura, filodrammatiche, cori, bande musicali e «Music Hall» in un intreccio di attività amatoriali e professionismo non sempre facilmente districabile.
Ballate e canzoni popolari legate alla rivoluzione industriale e stampate su fogli volanti (i cosiddetti broadsides, del tutto simili a quelli pubblicati in queste pagine) accompagnarono lo sviluppo del settore tessile, la crisi seguita alle guerre napoleoniche e la crescita del movimento cartista, mentre il poeta Percy Bisshe Shelley scriveva dall'Italia The Mask of Anarchy, ispirato dal massacro di Peterloo avvenuto nel 1819, quando una carica di soldati a cavallo uccise undici persone durante una grande manifestazione convocata per chiedere riforme parlamentari.
Un repertorio particolarmente interessante della canzone operaia britannica è decisamente quello legato alle rivolte dei luddisti, il movimento popolare che si opponeva, con la distruzione delle macchine, alla dequalificazione dei modi tradizionali di lavoro dei tessuti dovuta alle prime forme di produzione di massa (e che non fu dunque, come comunemente si crede, una cieca e irrazionale forma di protesta contro il progresso). Con una strategia che si potrebbe quasi definire «situazionista», i luddisti, spesso mascherati, si muovevano tra i villaggi, di notte e con l'appoggio della popolazione locale, per compiere operazioni di sabotaggio e di danneggiamento e le ballate anonime che uscirono in quel periodo parlavano di un misterioso «Generale Ludd» che guidava i ribelli: si trattava, nella realtà, di un nome collettivo e fittizio, utilizzato per confondere e sbeffeggiare l'avversario ma, anche, per lasciare nell'anonimato e proteggere i capi di ogni singola banda; una sorta di «Luther Blissett» ante litteram, insomma. Le canzoni che celebrarono le gesta del generale Ludd conferirono a questo personaggio una vera e propria fisionomia mitica, ma è pur vero che la dimensione del mito non era certamente estranea al folklore industriale inglese, come prova la diffusione, sotto vari nomi, del Big Hewer, quel «grande minatore» dalle proporzioni di un gigante rabelaisiano, e dotato di uguale fame e forza, che fu il protagonista di una serie di leggende e di racconti popolari.
Un altro repertorio di grande forza espressiva dell'industria song è quello degli shanties, i canti di lavoro utilizzati sulle navi per coordinare i movimenti tra il caposquadra e i marinai allo scopo di effettuare operazioni come il ripiegamento delle vele o il tiro dell'ancora; proprio perché nati per tali operazioni, gli shanties presentano particolari caratteristiche come l'uso dello scat, per esempio, e cioè di una sillabazione priva di senso usata in funzione esclusivamente ritmica, o di melodie di piccola estensione che tendono a tornare subito al tono di base (oltre che, naturalmente, espressioni formalizzate e un notevole grado di improvvisazione).
Un altro repertorio importante, infine, riguarda gli immigrati irlandesi: impiegati in massa come manodopera per la costruzione di strade ferrate e canali, stipati in quartieri malsani in condizioni simili a quelle che saranno poi riservate, quasi cento anni dopo, ai meridionali italiani durante il boom economico italiano (e con i quali ebbero in comune anche l'estraneità all'ambiente locale e l'emarginazione di cui erano oggetto), gli irlandesi portarono con sé un'enorme quantità di street-ballad e altre ne crearono: queste «canzoni di strada», e il loro linguaggio, influenzarono la produzione inglese e in parte con essa si confusero, a cominciare da quella formula di apertura, «come-all-ye», che divenne poi quasi uno standard della ballata industriale anglosassone.
La canzone operaia inglese visse una sua seconda stagione nel folk music revival degli anni Sessanta del secolo scorso, allorché venne riscoperta (secondo i detrattori «inventata», cioè manipo lata e travisata) da personaggi co me A. L. Lloyd e Ewan MacColl, entrambi studiosi e performer, che con il loro successo imposero un taglio fortemente militante alla riscoperta della musica popolare delle isole britanniche in polemica con il dilagare del rock. Lloyd e MacColl recuperarono e riproposero canti di minatori e pescatori, tessitori e marinai forgiando il concetto di «canzone industriale» (emblematico il titolo di un album: The Iron Muse, «la musa d'acciaio») come evoluzione delle classiche ballate e folk song, rurali o cittadine che fossero. MacColl, insieme a Peggy Seeger e al regista Charles Parker, concepì poi otto programmi radiofonici di grande successo, le Radio Ballads, dedicate alle diverse sottoculture britanniche tra le quali figuravano anche quelle incentrate su alcune comunità operaie (la terza, Singing the Fishing sui pescatori dell'East Anglia, vinse anche il prestigioso Prix Italia nel 1960 e fu trasmessa in quasi cento paesi). Quest'anno, a ottobre, ricorre il ventennale della morte di Ewan MacColl e una serie di iniziative sono già in programma in Inghilterra: ne riparleremo.


“alias il manifesto”, 16 maggio 2009

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