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30.8.19

Neuroni specchio. Lo psicoterapeuta Giancarlo Dimaggio intervista lo scopritore, Giacomo Rizzolati


I neuroni specchio sono stati scoperti circa 20 anni fa, grazie a Giacomo Rizzolatti: si attivano non solo quando viene effettuata un’azione, ma anche quando si vede qualcun altro svolgere un’azione simile e sembrano avere un ruolo anche nelle interazioni sociali, aiutandoci a capire scopi ed emozioni di un'altra persona. Per la “Lettura” del Corsera, in occasione della pubblicazione di un nuovo libro, che Rizzolatti ha scritto insieme al suo collega Corrado Sinigaglia, lo ha intervistato lo psicoterapeuta Giancarlo Dimaggio, dialogando con lui soprattutto sulle implicazioni delle sue scoperte di neurofisiologo nel campo della psicologia sociale e della psicologia dello sport. L'articolo risulta molto interessante anche per i non specialisti. (S.L.L.)

Giacomo Rizzolatti

Viviamo immersi negli scambi sociali, decodifichiamo in diretta gli scopi delle azioni degli altri. È un’operazione che sembra richiedere un impegno cognitivo enorme. Il ragionamento è troppo lento, ci servono meccanismi più veloci. I neuroni specchio costituiscono la base per sapere all’istante cosa vuole l’altro, che emozione prova e come vive l’esperienza. Daniel Stern parla di forme vitali, i modi del sentire: una stretta di mano energica o fiacca, un’ira fredda o esplosiva. Come le intuiamo? Grazie ai neuroni specchio l’altro agisce in un certo senso dentro di noi. Nell’ultimo libro: Specchi nel cervello. Come comprendiamo gli altri dall’interno (Raffaello Cortina 2019), Rizzolatti e Sinigaglia mostrano come gli stessi neuroni ci permettono di intuire velocemente cosa l’altro prova e come.

Professor Rizzolatti, innanzitutto, ci può dire in modo semplice cosa sono i neuroni specchio?
Circa 20 anni fa abbiamo scoperto dei neuroni, motori, che si attivavano non solo quando la scimmia agiva, ma anche quando vedeva lo sperimentatore fare un’azione simile. La sorpresa era questa: i neuroni motori sono motori, quelli visivi sono visivi. Questi invece erano sia motori che visivi e soprattutto rispondevano selettivamente allo scopo dell’azione. In un esperimento, ad esempio, la scimmia afferrava un oggetto con la mano, ma il suo neurone specchio sparava anche se lo sperimentatore lo afferrava con la bocca: capiva ‘afferrare’. Trasformava una rappresentazione sensoriale (vedere) in una motoria.

Ci sono neuroni specchio anche in altre specie?
Sì, sono presenti nell’uomo, nei ratti, nei pipistrelli, negli uccelli. Indipendentemente dalla posizione nella scala evolutiva, sembra un meccanismo molto efficiente. Capire gli altri mediante un modello interno che hai tu.

Un modello interno pre-esecutivo, non solo rappresentazionale. Il corpo si prepara ad agire mentre capisce?
Sì e no. Se io vedo che uno afferra il cibo e sono a cento metri non mi preparo ad afferrare. Per capire gli altri devo avere un modello interno dello scopo della loro azione. Immagini di osservare un giocatore di pallacanestro che tira un tiro libero. Chi capisce più velocemente dove andrà a finire la palla sono i campioni. Gli esperti, ma non ex-giocatori, sono meno precisi, i non esperti ancor meno. Chi ha giocato ha un modello interno dell’azione più accurato e lo chiama in causa per comprendere il gesto che osserva come se lo eseguisse in prima persona.

Sembrerebbe giustificare la presenza di un telecronista che ha praticato quello sport a fianco del commentatore.
Concordo. Io sono appassionato di calcio e trovo molto intelligenti, ad esempio, i commenti di Giuseppe Bergomi.

Mi ha divertito la scoperta dei neuroni specchio nelle cosiddette place cells, le cellule di posizione.
Ha sorpreso anche noi vedere come capiamo la posizione degli altri riferendoci a una nostra eventuale posizione in quel punto.

Negli sport di squadra agiscono aree che ci fanno risuonare con gli altri del team.
Certo. Le applicazioni allo sport sono tante. Pensi a un’atleta che si prepara a saltare con l’asta. Si concentra? No, sta girando nella sua mente i movimenti che deve fare e lo fa utilizzando i neuroni specchio. Questi si attivano sia quando vedi fare quell’azione, sia quando la pensi.

Tornando al funzionamento in gruppo, mi vengono in mente gli studi di Michael Tomasello sulle origini del sistema cooperativo, che coordina l’intenzionalità congiunta. Per esempio nella caccia collettiva credo che i neuroni specchio abbiano un ruolo fondamentale.
È coerente con i nostri lavori, vero. Secondo Ramachandran i neuroni specchio sono i neuroni della cultura. Immagini un geniale uomo primitivo, circa 100.000 anni fa quando si stavano ancora formando i neuroni specchio per l’imitazione, che fabbrica un coltello efficientissimo. Se nessuno lo sa imitare, quel coltello si perde con l’inventore. Sviluppatisi i neuroni specchio per l’imitazione il coltello viene riprodotto, perfezionato, trasmesso nel tempo. La novità del nostro libro riguarda però la comprensione delle azioni e le emozioni, non l’imitazione.

E l’empatia.
Sì. Noi la definiamo non come il comportarsi bene con l’altro, tu stai male e io ti aiuto, ma un esperire assieme. Tu e io siamo nello stesso stato: tu hai male e io male, tu sei felice e io felice.

Uno aspetto dello studio mi colpisce: se tu provi disgusto la mia insula reagisce. Se tu sei divertito il mio giro cingolato reagisce e genera il riso. Se tu soffri, mi si attiva una porzione diversa del cingolo, ma non mi fa soffrire, mi prepara ai guai!
Esatto. C’è un’area che non abbiamo studiato per ora che forse “risuona” con la tristezza altrui, ma la sua interpretazione è corretta: vedo che l’altro soffre e mi preparo ad agire. Prima si pensava che fosse un reagire al dolore dell’altro, ma in realtà è come se il soggetto pensasse qualcosa come: “Non so perché ma devo andarmene”.

Avete investigato un concetto caro a noi psicoterapeuti, le forme vitali.
Stern ne ha parlato nel 1985 e per 30 anni i neuroscienziati se ne sono disinteressati! Il nostro Di Cesare le ha studiate a fondo e mi dispiace perché i suoi studi, accurati ed originali, sono poco citati.

Lo citerò presto in un mio articolo
Mi colpisce che lei consideri le forme vitali importanti.

Lo scambio psicoterapeutico si basa sulla sintonia con la forma vitale del paziente: sento quello che dici e capisco come lo dici: gentile, brusco, deluso. Sono processi di sintonizzazione relazione di tipo pre-cognitivo, concorda?
Assolutamente. Alcuni studiosi pensavano fosse un aspetto di simulazione, ma invece credo siano processi pre-consci, la simulazione implica cognizione, ti vedo fare così e provo a farlo. Anche l’empatia è pre-cognitiva: intanto esperisco quello che provi senza ragionare, poi decido il da farsi, se valuto che sei amico ti aiuto, se sei nemico ti attacco.

I neuroni specchio non garantiscono precisione nel comprendere l’altro. Dovrebbero per esempio favorire la cosiddetta sovra-attribuzione di similarità. Ti sento, risuono e concludo che siamo simili anche se magari non è così.
Corrado (nda: Sinigaglia, co-autore del libro) ed io ne abbiamo discusso molto. Bisogna distinguere la comprensione basilare dell’azione – che investighiamo noi – dalla comprensione intellettuale che recluta altri processi di ragionamento. Io vedo uno che afferra un bicchiere e capisco immediatamente senza alcuna cognizione che lo fa per bere, ma non posso concludere che è un beone o lo fa perché la moglie lo tradisce. Forse alcuni psicologi si erano infastiditi perché pensavano che volessimo spiegare tutto, ora c’è pace.

Il neurone specchio spara sia quando la persona sta per compiere l’azione sia quando la osserva. Ma anche in una terza condizione: quando la immagina.
Sì. Marc Jeannerod ha osservato che i neuroni specchio sono gli stessi che si attivano nell’immaginazione motoria. Fare un gesto gentile o maleducato, osservarlo o immaginarlo innescano le stesse aree. La stessa area si attiva se osserva Federer, se sta per colpire la palla o immagina di colpirla. Però deve immaginare di essere lei a colpire, non si attiva se immagina Federer colpire, lì è un altro tipo di immaginazione, di tipo visivo.

La Lettura - Corriere della Sera, 5 maggio 2019

31.3.18

La camicia rossa di Garibaldi

Durante la rivolta della Repubblica Uruguaiana contro la dittatura argentina, Garibaldi comprò a buon prezzo uno stock di camicie rosse originariamente destinate agli operai degli stabilimenti di macellazione per farne la divisa della Legione Italiana da lui comandata.
In realtà il colore rosso serviva a mimetizzare le macchie di sangue del macello, ma in battaglia divenne simbolo di audacia e coraggio, in quanto rendeva ben visibili al nemico.

21.3.18

Carlo Cattaneo. Un lombardo sfortunato (Nicola Tranfaglia)


Il convegno scientifico che si chiude oggi a Milano nei locali dell'Umanitaria su Carlo Cattaneo e il Politecnico. Scienza, Cultura, Modernità merita attenzione e qualche riflessione; non soltanto perché ha ospitato relazioni di studiosi attenti e significativi del grande lombardo (da Piero Treves a Ettore Rotelli, da Giuseppe Armani a Luigi Ambrosoli, da Luciano Cafagna a Carlo Tullio Altan e a Giorgio Cosmacini, per citarne alcuni) ma anche perché ne trae le conclusioni Norberto Bobbio, che al creatore del Politecnico ha dedicato uno studio durato mezzo secolo e costante nel tempo. Per di più, il seminario ha analizzato in particolare il lavoro svolto da Cattaneo negli anni in cui pubblica la rivista presa a modello nel dopoguerra da Elio Vittorini e in cui chiarisce assai bene il suo metodo e la sua concezione del mondo. Qualche mese fa, infatti, l'editore Bollati Boringhieri ha ripubblicato integralmente Il Politecnico, 1839-1844 con un ampio saggio introduttivo di Luigi Ambrosoli, e si è ripetuta ancora una volta una storia consueta nel nostro paese: grandi lodi per il lombardo, ma scarsa attenzione da parte della stampa quotidiana e settimanale e, nella sostanza, vera e propria indifferenza per i bellissimi volumi della casa editrice torinese. Una prova ulteriore, se ce ne fosse stato bisogno, di quello che Bobbio diceva già ventun anni fa pubblicando in Una filosofia militante (Einaudi) i suoi saggi su Cattaneo e sulla sua sfortuna in Italia. Di fronte a quest'ennesima prova della scarsa compatibilità tra la cultura italiana contemporanea (o almeno tra le sue correnti prevalenti) e il filosofo milanese, gli interrogativi che vengono spontanei sono almeno due; e si sono riproposti più volte in questi anni senza che le risposte siano mai risultate del tutto persuasive. La prima domanda è ovvia: perché questa incompatibilità che dura da più di un secolo pur con il passaggio delle ideologie e delle mode che di volta in volta caratterizzano e affliggono i nostri intellettuali? Rispondendo a una domanda dell'“Espresso” l'8 agosto 1982, proprio Bobbio diceva che la responsabilità della sfortuna di Cattaneo è stata di tanti e in particolare dell'idealismo astratto e metafisico prima, e in seguito del marxismo, che lo trattò, a torto, come l'ideologo della borghesia. Niente da dire sulla diagnosi di Bobbio, che condivido; ma quel che non è chiaro è perché quella sfortuna sia proseguita anche in questi ultimi anni, dopo che l' idealismo e il marxismo sono entrati in una crisi profonda, si è affermata una tendenza neopositivista e sono stati riscoperti autori che hanno da dire assai meno di Cattaneo a tutti noi. La seconda domanda che si porrà il lettore riguarda l'attualità o meno di un autore che qualche volta i giovani incontrano a scuola o all'università, ma che di rado nel dibattito culturale corrente viene richiamato o indagato, almeno sui grandi mezzi di comunicazione (non penso solo a quotidiani e settimanali, ma anche alla radio e alla televisione). Anche qui le risposte non mi hanno mai convinto: non è vero, infatti, come hanno scritto molti che non lo conoscono, che la sua vita fu piena di studi e povera di avvenimenti o di ideali. Né è vero che i metodi che egli usò nell'indagine scientifica e nelle sue pubblicazioni siano superati e poco interessanti. Al contrario, a me pare che da Cattaneo gli italiani abbiano molto da imparare, e che ancora una volta Bobbio abbia colto nel segno nella sua tenace e subalpina insistenza. Vorrei spiegare brevemente perché, nonostante gli evidenti limiti di spazio, e magari di pazienza del lettore. Procederò per punti, riferendomi in particolare ai volumi del Politecnico appena ripubblicati, che contengono in abbondanza esempi del modo di scrivere e di ragionare del lombardo.
Primo punto, forse il più importante. Cattaneo è un autore che rifugge dall'astrattezza e dall'accademia, due mali ancora tenacemente diffusi nella nostra cultura. La rivista che diresse negli anni Quaranta dell'Ottocento è piena di esempi di questo genere: Cattaneo prende a pretesto sempre episodi o personaggi precisi, magari poco importanti, per analizzare, chiarire, approfondire problemi generali che altrimenti sarebbero ostici per i suoi lettori. Voglio dire che parte dalle notizie, come fanno i giornalisti che conoscono il loro mestiere. Volete un suggerimento? Ebbene, andate a leggere un articolo dall'apparenza dimessa come la Notizia economica sulla provincia di Lodi e di Crema e vi troverete un modello di analisi interdisciplinare che interessa nello stesso tempo chi vuol capire la storia della Lombardia e chi è appassionato al carattere dei lombardi o ai loro costumi. E così via dicendo.
Secondo punto, non meno importante. Cattaneo crede al progresso e alla scienza. Qualcuno gli ha rimproverato di non essersi reso conto del fatto, sperimentato da noi uomini del tardo Novecento, che il progresso scientifico e tecnico spesso non va di pari passo con quello morale, come dimostra il caso per fare un esempio di quel che avvenne nella Germania di Hitler. Ma si tratta, senza alcun dubbio, di una critica anacronistica, giacché Cattaneo, al pari dei suoi contemporanei, non ebbe modo di osservare le contraddizioni della società industriale. Resta il fatto, tuttavia, che egli intuì con grande chiarezza che sempre più si imponeva la prospettiva di una società aperta, pluralistica, in due parole democratica. E in questo mostrò di essere uno degli scrittori più avanzati e consentanei alle tendenze del futuro, anche di quello più lontano.
Terzo ed ultimo punto. Lo stile di Cattaneo è l'esplicitazione più chiara e conseguente della sua concezione del mondo e del suo metodo scientifico e culturale. Cattaneo odia le perifrasi, gli incisi lunghi, i discorsi indiretti. La sua prosa, a distanza di quasi un secolo e mezzo (pur con tutti gli inevitabili arcaismi di uno scrittore che si era formato nei primi vent'anni del diciannovesimo secolo), regge alla prova: è una lettura che consiglierei senza esitazione a uno studente di Lettere che si prepari alla tesi di laurea e non sappia come scriverla. Se infatti legge con attenzione gli articoli e le notizie del Politecnico, quello studente potrà impararvi la sobrietà necessaria per arrivare rapidamente al punto, la limpidezza del pensiero che non ama i fronzoli e fa seguire concetto a concetto verso la conclusione del discorso, la competenza tecnica adatta a parlare di economia, di filosofia, di storia, di geografia senza far sentire al lettore che si passa da una disciplina all'altra, da un ramo del sapere all'altro. E questo perché Cattaneo, a differenza degli uomini del Novecento, ma anche di molti del suo secolo, sa che il sapere è unico e siamo noi, per ragioni che all'inizio erano didattiche e poi sono diventate accademiche, a sminuzzarlo il più possibile.
A questo punto, però, devo tornare alle domande iniziali e offrire un mio modesto tentativo di spiegazione al perché Cattaneo continui ad avere sfortuna in Italia e al perché non lo si consideri attuale. È mia convinzione, ormai, che non siano stati tanto l'idealismo e il marxismo a impedire che Cattaneo diventasse un autore non solo stimato, ma studiato e conosciuto a fondo. Ho l'impressione (potrei sbagliare, s'intende), che esista una ideologia italiana che si sovrappone o sottostà alle varie ideologie che si succedono e che è davvero incompatibile con il pensiero del grande lombardo. E non sto a descriverla perché chi mi ha seguito finora non può non aver capito che l'ideologia italiana è fatta principalmente delle cose che in Cattaneo non si trovano: di una grande retorica e di una grandissima spocchia, per incominciare. Quanto al non ritenerlo attuale, l'idea nasce, a mio avviso, dal fatto che si mette l'accento sui contenuti contingenti piuttosto che sul metodo o sullo stile: che invece a me sembrano gli aspetti più importanti dell'opera cattaneana, a centocinquant'anni dalla sua pubblicazione.
Che aggiungere a queste sparse considerazioni? Nient'altro, salvo la convinzione che, anche dopo l'importante convegno di Milano, la sfortuna di Cattaneo continuerà senza interruzioni. Sono troppo pessimista? Spero proprio di sì.

“la Repubblica”, 25 novembre 1989

15.2.18

«Il popolo comprenda la sua forza e i suoi diritti». Citazioni di Carlo Pisacane

Chiunque io mi sia, sono uno il quale desidera ardentemente che il popolo comprenda la sua forza ed i suoi diritti, e faccia la rivoluzione per proprio conto e non già per conto altrui; e che questa rivoluzione non sia per cambiare i ministri o riunire una Camera, ove parlano molto ed operano poco, ma per far sparire dalla società i ricchi oziosi e i poveri che mancano del pane, e fare che ogni cittadino possa godere i frutti dei propri lavori senza assoggettarsi ad altri, e che nessuno più viva oziando nei ricchi palazzi col sangue della povera gente che lavora. (1852)

La miseria e la ignoranza sono gli angeli tutelari della presente società, sono i sostegni sui quali il dispotismo s’incastella restringendo in picciol giro l’ampio cerchio dell’universale cittadinanza. La miseria e l’ignoranza debbono sparire. (1851)

Indipendenza assoluta di vita, ovvero completa proprietà del proprio essere. Donde: l’usufruttazione dell’uomo per l’uomo abolita; [...] il frutto del proprio lavoro sacro e inviolabile. (1851)

da “Il calendario del popolo”, Aprile 1976

13.2.18

Polemiche letterarie. Pascoli: “D'Annunzio è un microbo che rovina l'arte” (Sergio Palumbo)

Giovanni Pascoli e Gabriele D'Annunzio
Gabriele d’Annunzio? Un “microbo” che rovina l’arte, specie quando si atteggia a cantore della patria. È il liquidatorio giudizio di Giovanni Pascoli riservato al più giovane e famoso poeta, al quale riconosceva grande talento ma rimproverava gli eccessi mondani e soprattutto la faciloneria con la quale attingeva all’opera dei suoi “colleghi”. La stroncatura di Pascoli emerge dalla corrispondenza (1904-12) con il giornalista milanese Augusto Guido Bianchi rinvenuta nell’archivio del poeta a Castelvecchio dalla ricercatrice Manuela Montibelli, autrice di uno studio consegnato all’Accademia Pascoliana di San Mauro.
Da tempo impegnato nella stesura dei “poemetti della patria”, di cui più volte la stampa dell’epoca aveva offerto indiscrezioni, Pascoli spiegava all’amico Bianchi di volerne ritardare la pubblicazione per paura degli “imitatori” e dei “critici”. Ma c’era, soprattutto, la speranza inconfessata che alla fine il lungo lavoro di limatura gli avrebbe consentito di superare i versi patriottici di d’Annunzio, e “ciò per una ragione d’alta estetica”.
L’autore del “Fanciullino”, già nell’autunno del 1907, precisava al giornalista di essere impegnato nella stesura dei Poemi dei Risorgimento, “un gran poema nella forma che la modernità soltanto permette: un poema di poemi a sé”. Ma alle insistenze di Bianchi perché venissero anticipati alcuni versi, Pascoli oppose un deciso rifiuto, facendo precise allusioni al pericolo che d’Annunzio tentasse di utilizzarli in qualche opera da par suo: “Darne fuori alcuno a parte, si danneggia l’effetto dell’insieme. [...] E poi si suscitano gli imitatori che sono i microbi della putrefazione dell’opera d’arte”. Ironia della sorte, quei “poemi” tanto amati usciranno postumi, nel 1915, per di più incompiuti.
Il timore che d’Annunzio potesse riprendere gli stessi temi risorgimentali appare più volte nel carteggio con Bianchi. “A me ripugna di vedere la concorrenza o il concorso in simili argomenti”, affermava Pascoli nell’aprile 1907 rivendicando di essere stato il primo a scrivere un “accenno epico alle gesta di Garibaldi”, anticipando di molto d’Annunzio. Eppure la critica - si sfogava il poeta romagnolo - questo primato non glielo aveva riconosciuto, arrivando talvolta addirittura a fare illazioni sul suo conto: “Tristo destino passare per imitatore de’ suoi imitatori! E m’è già toccato altre volte. E vorrei non mi toccasse più. Ché per un poeta questo è il destino più tristo”.

"Poesia", IX, 122, Novembre 1999

2.7.17

Risorgimento tra storia e metafora (Alessandro Portelli)

Molti anni fa, in un’intervista in cui si parlava d’altro, una signora mi raccontò la seguente storia. Il giorno del suo matrimonio, mi disse, dopo essere andato a casa con la sposa, mio bisnonno uscì per andare a comprare da mangiare. Mentre era in strada, passò di lì Garibaldi con la sua truppa. Mio bisnonno si scordò della spesa e della sposa, si aggregò a loro, andò a liberare l’Italia e tornò a casa solo quattro anni dopo.
Il 17 marzo, in una trasmissione radiofonica sull’unità d’Italia, si parlava del rapporto fra storia e metafora, e a me è venuto in mente che tutta la narrazione di questi giorni si regge su una metafora: Risorgimento - qualcosa che torna a vivere. E allora ho pensato anche a quello che dice Toni Morrison: ogni cosa morta che torna a vivere duole. Non capiamo il significato stesso della parola “risorgimento” se non ci domandiamo dov’è che questa cosa, tornando a vivere, duole.
In questo ci può aiutare la memoria – non tanto quella consolidata di libri, celebrazioni e musei (che vanno benissimo) ma quella più sotterranea e inafferrabile che passa per le famiglie, per le narrazioni private e familiari. Un’altra signora, anche lei discendente di garibaldini: mio nonno si doveva fare prete, e venne via dal convento. Si dette alla macchia, stava nel bosco e per il bosco passò Garibaldi, e andò con Garibaldi”. In ogni “nascita di una nazione” c’è un momento di rottura e un momento di ricomposizione – è la dinamica americana di rivoluzione\costituzione, e forse anche la nostra, risorgimento\unità. In tutte le narrazioni familiari che ho ascoltato, andare con Garibaldi comincia con una rottura – con la famiglia (due fratelli ternani “si arruolarono con Garibaldi di nascosto dai genitori: lasciarono una lettera e andarono tutti con Garibaldi”), con la chiesa (la figlia di un partigiano ucciso alle Ardeatine raccontava di un nonno anche lui scappato dal seminario per andare con Garibaldi), con l’ordine costituito: il parroco che mi fece la prima comunione mi disse anni dopo che i garibaldini erano “gente un pochino esaltata, senza regolarità di cose”, seguaci di “un brigante fortunato”. Una pronipote mi spiegava che in famiglia sono molto fieri delle amicizie del bisnonno con Mazzini e Garibaldi, ma tendono a minimizzare il fatto che per queste amicizie fece anni di galera. Un antenato eroe va bene, un antenato galeotto un po’ meno; ma – ed è questa la dialettica della nascita delle nazioni – si è galeotti e briganti prima di essere eroi.
Ogni nascita di nazione è costituzione di un nuovo ordine ma anche traumatica rottura e violazione di un ordine precedente; e come spesso nei traumi, la coscienza si organizza per esorcizzarlo. Qui ci aiuta anche quella forma speciale di memoria che è la letteratura. Il vero racconto della rivoluzione americana è Rip Van Winkle di Washington Irving, in cui il protagonista si addormenta prima della rivoluzione e si sveglia vent’anni dopo, a cose fatte. Ma una storia del genere c’è anche nella letteratura italiana: si chiama Mastro Domenico (1871), dello scrittore toscano di Narciso Feliciano Pelosini, e racconta di un personaggio che si addormenta del Granducato di Toscana e si sveglia anni dopo nel Regno d’Italia. Da un ordine a un ordine, esorcizzando il trauma del doloroso e disordinato ri\sorgimento.
In tanti di questi racconti familiari Garibaldi “passa di lì”. È stato ascoltandoli che ho capito perché non c’è luogo dove non ci sia una lapide con scritto “qui ha dormito Garibaldi”: perché Garibaldi l’Italia se l’è fatta davvero tutta, da Quarto al Volturno, da Roma a Ravenna, dall’Aspromonte a Bezzecca. Quest’eroe brigante in viaggio che aggrega seguaci estemporanei è davvero un personaggio “on the road”, e pure coi capelli lunghi (ha scritto Omar Calabrese che la figura letteraria che più gli somiglia è Sandokan – un pirata, appunto, e un combattente antimperialista). Poi gli fanno il monumento, ma varrà pure la pena di ricordarci che “Garibaldi fu ferito”. E da chi.
Delle tre R maiuscole che scandiscono la nostra storia – Rinascimento, Risorgimento, Resistenza – solo la resistenza, non è una metafora (anche se hanno provato a negarla con un’altra metafora, quella della “morte della patria” l’8 settembre), perché i partigiani hanno resistito letteralmente. E infatti in questi giorni dovremmo tenere ben presente che quelli che a riempirsi la bocca di Patria sono stati proprio quelli che nel 1943 l’hanno spaccata in due, fra Brindisi e Salò. Per rimettere insieme l’Italia ci sono voluti i partigiani: li chiamavano banditi (“siamo i briganti della montagna”); ma tanti di loro si chiamarono “garibaldini”.

il manifesto 18 marzo 2011

4.3.17

Piemontesi in Sicilia. Sul pamphlet di Francesco Ingrao (Andrea Camilleri)

Mi è capitato più volte di dichiarare, e di scrivere, che non ho testa di storico e difatti appena mi trovo davanti a qualche vecchia carta che suscita il mio interesse, invece di tuffarmi in biblioteche e archivi per ricercare pezze d’appoggio, conferme e smentite, parto per una tangente d’invenzione e di fantasia che niente ha da spartire col doveroso rigore storico. Allora perché mi trovo a parlare, a modo mio s’intende, di Francesco Calogero Ingrao? In primo luogo perché egli appartiene a quei siciliani che tentarono di cambiare con lo scopo dichiarato di cambiare veramente tutto e non a quelli che dicevano di cambiare per non cambiare niente del tutto, secondo l’idea che il nipote Tancredi esprime al principe di Salina e che avrà fortuna mondiale.
A tentare di cambiare veramente non sono i nobili siciliani. Il loro tragicomico agire durante lo sbarco dei briganti garibaldini, rappresentando questi nobili il vero potere basato sulla ricchezza, farà si che la Sicilia uscirà quasi subito dal flusso della Storia. In quello splendido romanzo che è I vecchi e i giovani di Luigi Pirandello, una specie di summa della delusione storica e culturale post-risorgimentale in Sicilia (ma anche in Italia), viene narrato che il principe don Ippolito Laurentano, per attestare la sua fedeltà al Regno delle Due Sicilie, allo sbarco di Garibaldi s’asserraglia nel suo feudo di Colimbetra guardato da venticinque uomini in divisa borbonica comandati da un caporale promossosi capitano, Sciaralla. Quando questo Sciaralla usciva da Colimbetra a cavallo di una decrepita giumenta bianca, uno scapestrato giovane gli cantava dietro:
Sciarallino, Sciarallino,
dove vai con tanta boria
sul ventoso tuo ronzino?
Sei scappato dalla Storia,
Sciarallino, Sciarallino?

Ecco, su quella decrepita giumenta dalla Storia non scappava solo Sciaralla, ma scappavano tutti i principi, i marchesi, i duchi, i baroni siciliani, tutta la nobiltà scappava dalla Storia rifiutando di contribuire a ogni possibile sviluppo, a ogni possibile progresso. Quelli che non montarono sulla giumenta e disperatamente tentarono di cangiare lo stato delle cose non erano nobili, ma appartenevano qualche volta alla media e assai più spesso alla piccola borghesia, erano avvocati, medici, piccoli proprietari.
Essi si trovarono a combattere su più fronti. Contro i borbonici di sempre, contro i preti che perseguivano una loro costante e sotterranea politica antitaliana, contro i disillusi postunitari per le mancate attuazioni delle promesse di Garibaldi (Grotte, il paese di Francesco Ingrao, voleva cambiar nome e chiamarsi Garibaldi, ma il prefetto, o quello che era, non autorizzò), contro il governo e le sue forze dell’ordine, contro la dissennata politica economica del governo italiano, che nei riguardi della Sicilia si traduceva in un costante ampliamento della povertà da una parte e, dall’altra, politicamente, in un rigurgito di sentimenti antiunitari.
Il cahier des doléances non è un quaderno, ma un tomo alto e spesso, nel quale si può cogliere fior da fiore. Scegliamone qualcuno.
Il raddoppio dell’imposta fondiaria, appena cinque anni dopo l’Unità, dal 10 al 20%. Il che comportò, tanto per fare un esempio, che a Chiaromonte Gulfì, in un solo anno, andarono all’asta ben 129 medie e piccole proprietà e che a tutti i contadini insolventi anche per cifre inferiori a lire 5 vennero espropriati e messi all’asta i campicelli, gli orti che erano la loro unica fonte di sopravvivenza. Il dazio sui consumi, dopo appena un decennio, pesò sui cittadini dei comuni siciliani il 6,22% (in Lombardia si fermò al 2,88). La tassa di famiglia in Sicilia rese allo Stato, nel 1880, 1.528.000 lire. Dalla Lombardia invece vennero solo lire 637.000. La tassa sulle bestie da soma dalla Sicilia rese, nello stesso periodo, 653.000 lire. Dalla Lombardia lire 17.000 (sid). L’odiata tassa sul macinato, che Garibaldi si affrettò ad abolire appena messo piede a terra a Marsala, venne ripristinata la settimana appresso, riabolita, rimessa e aumentata. In meno di un decennio, gli oltre quattromila telai in funzione si ridussero a meno di un terzo.

Poi ci fu la faccenda gravissima dell’introduzione della leva obbligatoria, inesistente coi Borboni. La leva obbligatoria, dalla quale era esentato chi era in grado di corrispondere una congrua cifra e che durava anni, si risolveva sostanzialmente in un’altra gravosa tassa sulla povera gente e sul bracciantato agricolo. Alle famiglie venivano portate via braccia-lavoro preziosissime perché nel pieno delle forze. Un grafico riportato nella Storia economica della Sicilia di Di Stefano e Oddo, visibilmente dimostra lo spaventoso decremento delle nascite: non si facevano più figli perché tantose li pigliava lo Stato. I coscritti erano accompagnati al Distretto dai familiari vestiti a lutto come per un funerale.
Poi c’era la continua provocazione, non saprei come altrimenti chiamarla, dello stravolgimento delle leggi che potevano portare un minimo di beneficio ai contadini. Un esempio lampante ne è la legge preparata da Friscia in base alla quale i terreni di proprietà ecclesiastica, sui quali era stata applicata l’enfiteusi forzosa, venivano assegnati ai contadini in base al sorteggio. Nella discussione alla Camera, prevalsero invece le tesi di Ugdulena e di Corleo, siciliani si badi bene, i quali sostennero testualmente che la proprietà terriera non era buona per coloro che non avevano i mezzi per coltivarla e che non si poteva dar terreno a basso costo ai nullatenenti. E così il provvedimento, concepito come strumento popolare a favore dei contadini, si stracangiò in uno strumento borghese di arricchimento e di accumulazione.
Poi ancora c’era, e violenta, la repressione del cosiddetto brigantaggio. Non mi dilungo sull’argomento, ma uno specchietto del 1865, a cura del Comando di Capua, specifica la condizione sociale dei ‘briganti’ giudicati (degli oltre 1500 ammazzati non fa parola). Studenti ed esercenti arti liberali: condannati 19, assolti o rimessi ad altra giurisdizione 43. Operai: 73, 248. Negozianti: 18, 220. Contadini: 717, 2420. Possidenti: 93, 947. Cocchieri, facchini: 14, 62. Religiosi: 50, 5. Senza professione: 42, 465. Vi par proprio che sia 1 ideale composizione di bande di briganti? Va ripetuto che i cosiddetti briganti nella gran parte non arrivarono a giudizio, vennero fucilati prima senza processo, secondo l’ordine di Minghetti ai suoi generali di spargere nel Sud, e non solo in Sicilia, un «salutare terrore. E l'ordine del generale Dalla Chiesa (il nonno di Carlo Alberto Dalla Chiesa) ai suoi uomini è, su questa linea repressiva, illuminante: «Mettete a fuoco le case dei contadini, dentro vi troverete più fucili che pane».
Scrive e sintetizza così Pirandello, sempre ne I vecchi e i giovani, quello che capitò in Sicilia negli anni della ribellione e dell’attività cospirativa di Francesco Calogero Ingrao: “E qual rovinio era sopravvenuto in Sicilia di tutte le illusioni, di tutta la fervida fede, con cui s’era accesa alla rivolta! Povera isola, trattata come terra di conquista! Poveri isolani, trattati come barbari che bisognava incivilire! Ed eran calati i continentali a incivilirli, calate le soldatesche nuove, quella colonna infame comandata da un rinnegato, l’ungherese colonnello Eberhardt, venuto per la prima volta in Sicilia con Garibaldi e poi tra i fucilatori di lui ad Aspromonte, e quell’altro tenentino savojardo Dupuy, l’incendiatore, calati tutti gli scarti della burocrazia, e liti e duelli e scene selvagge, e la prefettura del Medici, e i tribunali militari, e i furti, gli assassinii, le grassazioni, orditi ed eseguiti dalla nuova polizia in nome del Real Governo e falsificazioni e sottrazioni di documenti e processi politici ignominiosi, questo il primo governo della Destra parlamentare!”.
Vorrei anche aggiungere che l’altro motivo che mi ha spinto a parlare di Francesco Ingrao è che il suo secondo nome è Calogero. Non è il caso di sorridere: anche il mio secondo nome è Calogero. San Calogero è, da tempo immemorabile, il santo più amato dalla povera gente, da quella miserrima, malata, senza speranza, in tutta la provincia di Agrigento (ai tempi di Francesco Calogero, Girgenti). Dare al proprio figlio, quale secondo il nome di san Calogero, significa per lo meno vocarlo a una particolare attenzione ai diseredati, agli umili, agli oppressi. Non mi dilungherò nell’a-giografia, vi dirò solo che dal 1946, al mio paese, Porto Empedocle, la statua del santo è tenuta non in Chiesa, ma nella Casa degli scaricatori portuali e da lì esce per essere portata in chiesa nel giorno d’inizio della sua tumultuosa, popolarissima festa. Nei primi anni del secondo dopoguerra il simulacro del santo, di pelle nera, stava tra due ritratti: quello di Stalin e quello di Giuseppe Di Vittorio.
§
Francesco Calogero Ingrao nasce nel gennaio 1843 da una famiglia borghese di idee «cautamente democratiche», come scrive Cantarano nel suo saggio introduttivo, a Grotte, in provincia dell’allora Girgenti. Grotte, con i limitrofi Comitini, Favara, Aragona, faceva parte, a metà dell’Ottocento, del più grande bacino zolfifero siciliano. Un’inchiesta di Vittorio Savorini sulle Condizioni economiche e morali dei lavoratori nelle miniere di zolfo, che risale a quando Ingrao è nel pieno della sua attività politica, ci dice che nelle 72 miniere prese in considerazione lavorano 69 capi-mastri, 110 tra catastieri, pesatori e scrivani, 956 picconieri, 2626 carusi, 114 donne. La media dei salari giornalieri era la seguente: capimastri lire 3, picconieri lire 2, donne 0,70 centesimi, carusi da 7 a 15 anni centesimi 0,85 (ma alcune miniere pagavano anche 0,35 centesimi o lire 1,25 oltre gli undici anni d’età).
I carusi erano bambini, in gran parte dai 7 ai 12 anni, che dalle profondità delle gallerie portavano a spalla fino all’aperto, al posto di fusione, i sacchi contenenti lo zolfo estratto. Essi erano uno strumento del picconatore (pirriaturi, in dialetto) alla stessa stregua del piccone e della pala. Questi bambini schiavi venivano ceduti dalle famiglie ai picconatori con un sistema detto «soccorso morto», consistente nell’anticipare al massimo cento o duecento lire alla famiglia avendone in cambio l’uso del bambino. Scrive Savorini: “È a causa di questo preesistente debito che il caruso non riceverà altro che acconti e quel che è peggio quasi sempre in natura, che sono tra gli zolfatai chiamati spesa, e consistono in farina di grano, in olio e spesso in solo pane. E questi generi, sempre di pessima qualità, sono poi conteggiati a un prezzo superiore.
Dal lavoro in miniera, il caruso resterà segnato per tutta la vita. Oltre a subire innumerevoli abusi sessuali non denunziati e violenze d’ogni tipo, lo schiavo caruso comincia a patire di malattie agli occhi, di rachitismo, di deviazione della colonna vertebrale. Riporto una tabella dal Savorini che riguarda la leva del 1875 nei quattro paesi che ho citato, Grotte, Favara, Comitini, Aragona. Iscritti alle liste: 482; zolfatai 203; Abili 81; Inabili (tutti appartenenti al distretto minerario): 6 per gracilità, 6 per deviazione della colonna vertebrale, 52 per rachitismo. Gli altri, rivedibili. Un altro specchietto interessante dello stesso periodo ci fa conoscere che a Grotte quelli che sanno leggere e scrivere anche rudimentalmente sono il 17,07%, a Favara il 22,06, a Comitini il 33,03 e ad Aragona il 14,09.
Questo il contesto nel quale opera l’impegno politico di Francesco Calogero Ingrao, mazziniano, massone, cospiratore. Nel 1863, ventenne, fonda col fratello e altri studenti liceali a Girgenti una società segreta massonica, «I Discepoli di Dante». Giustamente Cantarano sottolinea nel saggio introduttivo come nel documento costitutivo della società sia particolarmente sottolineata l’attenzione da riservare alle donne e ai fanciulli, «nonché — scrive Cantarano — al ruolo che l’educazione può svolgere per il progresso sociale e civile del popolo». E i fanciulli che Ingrao ha in mente sono certamente i carusi delle miniere. Non gli usciranno più dalla memoria, cercherà per loro ogni mezzo di riscatto. Ancora nel 1884 sottoscriverà una proposta lanciata da un giornale di Comitini, «La Sigaretta», per la costituzione di una banca privata che possa impedire la vendita dei carusi elargendo modeste somme alle famiglie, fatto l’obbligo, però, che questi fanciulli possano studiare, invogliati anche da piccoli premi in denaro.
Dunque il giovanissimo studente cospiratore pone al centro del suo interesse la promozione del ruolo della donna nella società e la fondamentale importanza dell’istruzione: due temi che, assieme al suffragio popolare tornano interi nel libro che scrive nel 1876, La bandiera degli elettori italiani, quando oramai non è più un rivoluzionario ricercato dalla polizia ma il sindaco riformista di Lenola, il paese dove ha messo su famiglia. Voglio dire, in altre parole, che lo sguardo di Francesco Calogero Ingrao è uno sguardo che non si limita al presente, ai problemi contingenti, ma spazia con lucidità e coerenza, al possibile futuro delle classi più povere. E non con modi astratti o utopistici. Francesco Calogero Ingrao, a differenza di altri, si muove con i piedi per terra. Cerca subito i collegamenti giusti, si lega d’amicizia col medico Saverio Friscia, figura prestigiosa della sezione siciliana dell’Internazionale e futuro deputato al Parlamento.
La vita di Ingrao sembra essersi svolta in due parti.
La prima contempla cospirazioni, latitanze, arresti, accuse anche gravi quali «congiurare la forma di governo ed eccitare i cittadini contro i poteri dello Stato» e di «omicidio volontario consumato e omicidio volontario mancato» per l’uccisione di un carabiniere e il ferimento di un altro. La seconda parte è una sorta di distacco dalla politica che non significa però disimpegno. Caduto Minghetti e andata al potere la sinistra, il neopresidente Depretis pronuncia il suo primo discorso e sembra accogliere quasi tutte le istanze di Ingrao: abolizione della tassa sul macinato, istruzione elementare gratuita, estensione del suffragio popolare, più ampia autonomia alle amministrazioni comunali. Talché l'Apostrofe alla Sinistra, che chiude La bandiera degli elettori italiani, oltre ad essere una sorta di intenso memorandum sui compiti che attendono la Sinistra, è una specie di passaggio del testimone. «Una calma è sottentrata negli animi agitati - scrive Ingrao - e ogni amico del progresso sente il dovere di attendere e sperare.»
Quanto sarà stata lunga l’attesa d’Ingrao? Quanto forte la speranza? Che accade intanto nella sua Sicilia dove continua a battere il suo cuore? Cito ancora Pirandello, da I vecchi e i giovani. “E poi era venuta la Sinistra al potere, e aveva cominciato anch’essa con provvedimenti eccezionali per la Sicilia, e usurpazioni e truffe e concussioni e favori scandalosi e scandaloso sperpero del denaro pubblico; prefetti, delegati, magistrati messi al servizio dei deputati ministeriali, e clientele spudorate e brogli elettorali, spese pazze, cortigianerie degradanti, l’oppressione dei vinti e dei lavoratori, assistita e protetta dalla legge, e assicurata l’impunità agli oppressori...”.
No, meglio proteggersi da nuove e forse non più sopportabili disillusioni, meglio non sentire che nella sua Grotte più di mille minatori hanno fatto sciopero, sono scesi in piazza, meglio far finta di non sapere che sempre nella sua Grotte si è costituito il Fascio dei lavoratori, il diciannovesimo tra i 177 Fasci siciliani. Meglio immergersi e perdersi nella concretezza quotidiana dell’amministrazione comunale, meglio, assai meglio, dare gratis ai bambini poveri di Lenola i libri di scuola perché, almeno loro, possano studiare, imparare, crescere, vivere da uomini.

“la rivista del manifesto”, n. 20, settembre 2001 - Il testo riproduce la presentazione del volume di Francesco Ingrao (La bandiera degli elettori italiani, Sellerio 2001) pronunciata da Andrea Camilleri, il 26 giugno 2001, alla Casa delle Letterature, in Roma.



5.2.17

Battaglie. Custoza 1866, un'opera buffa (Marco Scardigli)

dal sito del Ministero della Difesa
La battaglia di Custoza del 1866 è una delle meno presenti nella storia patria e c’è il motivo. Fu una sconfitta (non sono mai belle da ricordare) che si avverò con modalità grottesche: un catalogo dei difetti italiani che ancora oggi possiamo trovare immutati ogniqualvolta si tratti di elaborare una leadership, decidere strategie, governare uomini. Non per nulla uno dei migliori libri sull’argomento, Custoza 1866 di Gioannini e Massobrio (Rizzoli) ha come sottotitolo La via italiana alla sconfitta. E il Guinness dei fiaschi militari (Mondadori) dell’inglese Geoffrey Regan la definisce «opera buffa» in cui i vari protagonisti «confusero tutti compresi se stessi e trasformarono in farsa cose alquanto serie». Perché critiche tanto spietate da diventare sberleffo?
Innanzitutto 150 anni fa non c’era nessuna idea di fare guerra all’Austria. Fu la Prussia di Bismarck, che stava perseguendo la sua politica di unificazione della Germania, a coinvolgerci. Dopo parecchie esitazioni, Alfonso Lamarmora, che era sia primo ministro, sia capo dell’esercito, accettò la proposta, attirato dal miraggio di una facile vittoria. Tutto faceva pensare a una occasione imperdibile, da cogliere al volo con italica furbizia: la guerra avrebbe avuto come campo di battaglia principale la Germania, mentre il fronte italiano sarebbe stato secondario. Inoltre voci credibili da Vienna facevano sapere che il Veneto sarebbe stato dato all’Italia indipendentemente dal risultato del conflitto. E i numeri sembravano mettere al riparo da sorprese: gli italiani schieravano 175 mila uomini contro i 75 mila dell’impero.
Tutto facile? Non per gli impennacchiati generali italiani. Il piano di guerra prevedeva una doppia linea d’attacco: un distaccamento dall’Emilia doveva attraversare il Po e minacciare gli austriaci da sud, mentre il grosso assaliva il nemico da ovest, nelle zone infauste della sconfitta del 1848. Però alla testa dell’armata del Po c’era il generale Enrico Cialdini, che non sopportava, ricambiato, Lamarmora: il primo tanto fece e tanto brigò che alla fine ottenne di comandare un vero esercito in maniera autonoma: 70 mila uomini e 300 cannoni. Più di quanti ne avesse Napoleone ad Austerlitz. Poi c’era il re, che non godeva di grande considerazione da nessuno dei due generali, ma che voleva essere in linea e non glielo si poteva certo impedire. La sua presenza aumentò ulteriormente la confusione su chi comandasse per davvero. Infine c’era una miscellanea di generali: piemontesi, ex borbonici, garibaldini, toscani, emiliani. Tutti con motivi di diffidenza e sospetto reciproci.
Fu questo esercito che all’alba del 24 giugno 1866 si mise in marcia verso le linee austriache. A fare che? Questo è il problema. Forse a cercare battaglia; forse per una sorta di ricognizione in forze. Forse per attirare gli austriaci a ovest e lasciare il campo sgombro a Cialdini per passare il Po. Qualsiasi cosa fosse, fu fatta male. Le fanterie avanzarono come per una parata, alcune con la fanfara in testa, mentre la cavalleria, che avrebbe dovuto essere davanti a esplorare il terreno, era in coda, imbottigliata nel caos dell’attraversamento dei ponti.
Dall’altra parte il comandante austriaco, l’arciduca Alberto, aveva elaborato un piano coraggioso: aveva lasciato solo un esile velo di truppe sul Po, spostato tutte le forze a ovest e nella notte aveva varcato l’Adige e si era portato verso il Mincio. Risultato fu che gli italiani si trovarono a urtare contro posizioni forti, del tutto inattese e trovandosi per di più in inferiorità. Infatti tra le truppe lasciate a Cialdini, quelle di guardia alle fortezze austriache di Peschiera e Mantova e quelle tenute di riserva, la superiorità numerica italiana si era volatilizzata. Intanto, intorno a Villafranca, due divisioni erano state attaccate dagli ulani: resistettero bene in quadrato (c’era anche il principe Umberto), ma l’effetto della sorpresa fu tale che non si mossero più per tutta la giornata.
Fin qui una battaglia slegata e improvvisata, ma nulla di irreparabile, se non fosse che il panico prese i comandi. Lamarmora era irreperibile: forse per emulare lo stile di Garibaldi, era andato nelle prime linee a cercare di rimediare alla situazione, col risultato che nessuno sapeva dove fosse. Senza ordini superiori gli altri generali si guardarono dal prendere iniziative. Verso metà giornata, nel caotico quadro generale, con unità in rotta e altre ferme, che non sapevano cosa fare, si delineò una possibile linea d’azione vincente. Uno dei migliori generali italiani, Giuseppe Govone, portò la sua divisione ad attaccare al centro dello schieramento nemico, presso Custoza. La mossa ebbe successo e il paese venne conquistato: Govone chiese rinforzi per proseguire lo sforzo, ma non arrivarono. Con un altro assalto conquistò anche le alture circostanti: la vittoria sarebbe stata probabilmente a un passo, ma ancora una volta non giunse nessun aiuto. A pochi chilometri di distanza c’erano le due divisioni ferme a Villafranca, le armi al piede; la risposta del loro comandante, Della Rocca, alle richieste di aiuto furono: «Ca s’rangi». Che si arrangi. Della Rocca era soprannominato Macigno, probabilmente per la sua duttilità mentale, e non sopportava Govone, detto Professorino o Picozzino per la sua ostinazione in quello che credeva. Picozzino non poté nulla per smuovere Macigno e a metà pomeriggio, a fronte di un imponente contrattacco imperiale, dovette cominciare a far retrocedere i suoi: la giornata era definitivamente perduta.
A ben vedere si era trattato di una battaglia storta, non una sconfitta decisiva: l’esercito italiano era ancora superiore per uomini e cannoni, gli austriaci avevano avuto più perdite e Cialdini non aveva davanti nessuno che potesse ostacolare la sua avanzata. Ma invece di cercare di rimediare, i vari comandanti preferirono gettarsi la colpa addosso l’un l’altro e Cialdini, per non rischiare di essere immischiato nella rotta, ritirò le sue truppe senza nemmeno sparare un colpo.
Le alte sfere impiegarono una decina di giorni a recuperare la situazione e quando sembravano pronte a riprendere la campagna arrivò la notizia ferale: il 3 luglio a Sadowa i prussiani avevano sbaragliato l’esercito austriaco, mettendo in campo capacità all’opposto di quelle mostrate dagli italiani: pianificazione, efficienza, innovazione. Per evitare che la guerra terminasse con l’annessione del Veneto, ma senza una vittoria italiana, si cercò di ottenerla sul mare. A Lissa si ebbe la replica marinara di Custoza: gli italiani, in superiorità per numero e qualità di navi, si fecero sconfiggere per incapacità di comando superiore (l’ammiraglio Persano poi fu condannato per incompetenza) e ignavia dei comandanti inferiori. Tegetthoff, l’ammiraglio austriaco, poté constatare con orgoglio che «uomini di ferro su navi di legno avevano sconfitto uomini di legno su navi di ferro».
Alla fine l’unico a ottenere una mezza vittoria fu il solito Garibaldi a Bezzecca: un altro schiaffo per i militari sabaudi. Il commento più triste e profetico lo scrisse Govone (nel frattempo ostracizzato dagli altri generali perché in battaglia si era dato troppo da fare!) in una lettera a un amico: «Perdemmo per inabilità l’occasione di avere il Tirolo e forse Trieste! Dio ci perdoni e ce lo perdonino i posteri». Verrebbe davvero da chiedersi come sarebbe stata la storia italiana con Trento e Trieste conquistate nel 1866, senza la necessità di entrare in guerra nel 1915 e con una nazione che una vittoria avrebbe reso meno frustrata e lacerata, più sicura dei propri mezzi.


“La lettura – Corriere della Sera”, 22 maggio 2016

1.9.16

Su Carlo Cattaneo. Un'intervista a Norberto Bobbio (Cristina Mariotti)

Ritratto di Carlo Cattaneo
“L'Espresso”, nell'agosto del 1982, in pieno centenario garibaldino, pubblicò con il titolo L'Antigaribaldi, una conversazione con Norberto Bobbio dedicata alla figura di Carlo Cattaneo e alle ragioni della sua scarsa popolarità in Italia, curata da Cristina Mariotti che corredò l'intervista con una scheda dedicata al grande intellettuale democratico dell'età risorgimentale. “Posto” qui l'intero servizio. (S.L.L.)
Carlo Cattaneo in un disegno del 1817
Nella kermesse di celebrazioni garibaldine tende a sbiadire la figura di un altro protagonista del nostro Risorgimento, Carlo Cattaneo, eclettico illuminista (si occupò di economia e di scienza, di lingue e di diritto), pragmatico ammiratore della civiltà di stile anglosassone, uomo di pensiero quanto Garibaldi fu uomo d'azione. Fino all'esperienza napoletana, nel 1860 i due personaggi non ebbero contatti, anche se Cattaneo ammirava il generale: «Sa chemise rouge est un signe de justice et de rédemption, comme jadis la croix de Christ » (la sua camicia rossa è un simbolo di giustizia e di redenzione, come una volta la croce di Cristo) scrisse di Garibaldi, lui che era così parco e spesso così duro nei giudizi. Eppure Cattaneo era un repubblicano, e un federalista, credeva che solo gli Stati Uniti d'Italia, una federazione di repubbliche, avrebbe potuto contenere l'invadenza di un potere centrale, garantire le libertà locali. Nella storia dell'unità d'Italia le idee di Cattaneo hanno perduto, e hanno vinto le azioni di Garibaldi. Ma basta questo a spiegare la sfortuna del pensiero di Cattaneo? Secondo Norberto Bobbio, che del pensatore lombardo è ammiratore ed esegeta, « egli fu interprete di un'Italia laica, industre, cittadina e moderna ». Forse un'Italia che, in parte, deve ancora nascere.
Oggi comunque Cattaneo è trascurato quanto Garibaldi è popolare. È un bene? È un male? E perché? Ne parliamo con Norberto Bobbio, che si definisce un "cattaneano", in questa intervista.

BOBBIO. È normale che Garibaldi incontri il favore popolare: era un condottiero, un uomo pieno di fascino, un eroe. Cattaneo era un intellettuale originale e isolato, un antieroe. Anzi, rifuggiva dall'azione, battersi non corrispondeva alla sua vera natura. Valoroso protagonista delle 5 giornate di Milano, nel 1948, subito dopo sente quasi il bisogno di giustificare il suo coinvolgimento e così scrive all'amico Gustavo Modena: « Sappiate dunque, mio caro Modena, che io non avevo mai fatto il politico. Torto o ragione, era così. Avevo sempre atteso a cose più alla mano e più pronte da friggere ». Per inciso, questa è un' espressione che è capitata anche a me di usare spesso a proposito di intellettuali che dovrebbero occuparsi di cose più concrete, "più pronte da friggere", appunto. Ma scrive ancora Cattaneo: « Se m'avvolsi in quel diavolezzo di cinque giorni fu per lo sdegno che mi fece la dappocaggine dei maggiorenti... ». E' un atteggiamento tipico dell'uomo di studio che accetta di essere coinvolto nei grandi eventi storici solo per obbligo morale, ma poi torna ad appartarsi... La mia generazione ha conosciuto assai bene questa esperienza: il partito d'azione, nel quale ho anch'io militato, era un partito di intellettuali, eppure ha contato moltissimo nella Resistenza. La maggior parte, finita la guerra partigiana, è tornata però ai suoi studi, alle sue occupazioni. Insomma, la filosofia dell'azione fatta propria da Cattaneo è la stessa di Giaime Pintor quando scrive al fratello nell'ultima lettera prima di morire che vi sono momenti in cui « musicisti e scrittori debbono rinun-
ciare ai loro privilegi per contribuire alla liberazione di tutti ».
L'ESPRESSO. Così restio all'azione pure Cattaneo accettò di farsi coinvolgere una seconda volta e giusto con Garibaldi, a Napoli nel 1860. Perché?
BOBBIO. Forse per il grande ascendente di Garibaldi. E perché anche quella volta sentì che era un suo dovere morale: «Per un atto di fiducia al generale Garibaldi », scrive il 16 settembre 1860,
poco prima di partire per Napoli, agli amici del "Politecnico", la rivista da lui fondata, «mi trovo onorato di una missione che rompe d'improvviso le solitarie mie consuetudini». Ed ecco la motivazione: «Voi vedete che quando mille e mille generosi apportano alla Patria in dono le loro floride vite, non potremo noi ricusarle quell'ultimo lembo d'utile età che la sorte ci ha lasciato...». Subito dopo però, rassegnandosi a «quella irresistibile volontà», la volontà di Garibaldi, esprime la speranza che la missione di Napoli sia solo «un appello momentaneo», e che «il generale medesimo sarà tanto sagace e tanto giusto da riconoscere che i modi di giovare alla Patria non sono i medesimi per tutti e che quello che da tanti anni ormai purtroppo irrevocabilmente ho scelto è infine quello più consono alla mia natura, e perciò il meno inefficiente». Capisco bene il suo sentimento. Anche per me la Resistenza, il coinvolgimento nell'azione, è stato "un appello momentaneo", anch'io ho preferito tornare ai miei studi. Personalmente sono convinto che sarebbe stata anche la scelta di Giaime Pintor, se fosse vissuto...
L'ESPRESSO. Nonostante l'ammirazione per Garibaldi, Cattaneo non si trovò bene a Napoli, e non fece molto...
BOBBIO. Non avrebbe potuto. Fu chiamato a Napoli dall'amico Agostino Bertani che in una lettera a Garibaldi lo presenta come « l'uomo più illustre della scienza politico-amministrativa d'Italia ». Difatti, nel ruolo di grande consulente tecnico del generale, Cattaneo si occupò in quei giorni di ferrovie e di contratti con varie imprese. In quanto alla speranza politica, che era quella di riuscire a frenare il generale sottraendolo all'influenza del governo regio di Torino, era troppo tardi. Garibaldi stava ormai con Cavour. E Cattaneo, che è repubblicano, federalista e anticavouriano (l'8 ottobre scrive alla moglie: «quell'orribile Cavour si bea di diffamare ciò che non può corrompere...») si sente a disagio, come un pesce fuor d' acqua. Garibaldi lo stima ma non lo capisce. A Napoli Cattaneo non si fermò molto, poco più di un mese, e con una gran voglia di tornare al più presto ai suoi studi. Trova persino che il golfo di Napoli è meno bello del lago di Lugano e che le donne napoletane sono brutte « con mammelle lunghe come quelle di una capra ». Ma forse era un modo per comunicare alla gelosissima moglie inglese la sua nostalgia di casa.
L'ESPRESSO. Perché la stagione del nostro più moderno pensatore risorgimentale, non è mai fiorita?
BOBBIO. La responsabilità è di tanti. Prima di tutto di quella cultura che potremmo definire idealistica nella sua accezione gentiliana. È una cultura di tipo speculativo, astratta e in fondo retorica, lontanissima dalla concretezza pragnatica di un Cattaneo che all'“empireo dei concetti” preferisce la ricerca scientifica del vero, che allo sdegno e all'invettiva oppone la filosofia del “problemismo”, vale a dire la prassi umile e tenace di risolvere i problemi attraverso lo studio. Un metodo di lavoro più vicino al liberalismo di un Constant, che alle "scole braminiche" della cultura italiana. Poi c'è la responsabilità del marxismo, negli anni in cui si è cristallizzato in una dottrina, che ha liquidato Cattaneo come "l'ideologo della borghesia", tralasciando di approfondire la ricchezza dei suoi contributi nei vari campi del sapere. Liberista in economia e filosofo della libertà, Cattaneo ebbe una visione della società che oggi si potrebbe dire pluralistica. Distingueva le società in sistemi chiusi, ispirati da un unico principio, e perciò dispotiche, e in sistemi aperti, dove più principi sono in conflitto tra di loro, e per questo destinate al progresso. Cattaneo credeva nel potere di una borghesia illuminata, che non è mai stata una forza storica reale nel nostro paese.
L'ESPRESSO. Di Garibaldi si sono appropriati di volta in volta comunisti (dalle brigate Garibaldi della Resistenza fino alle esperienze del fronte popolare nel 1948), i socialisti, i repubblicani... E di Cattaneo? Chi rivendica oggi la sua eredità?
BOBBIO. I repubblicani, i quali infatti sono stati i più convinti fautori del regionalismo, come forma più avanzata del decentramento oolitico. Personaggi come Einaudi, Salvemini e anche Gobetti (che fu un liberal-rivoluzionario) si sono richiamati a Cattaneo. Piccoli gruppi, dunque, e gli eterni eretici di tutte le ortodossie: ecco il pubblico di Cattaneo, che perciò non poteva avere grande risonanza. Cattaneo è piaciuto a quegli intellettuali che della loro diffidenza verso "la fede che trascina all'azione" hanno fatto un modo di esistere. Salvemini, per esempio: dapprima fu socialista, ma per poco, poi fece parte per se stesso e finì col parlare a gruopi sempre più ristretti... Come pure Gobetti. Erano personaggi fuori degli schieramenti politici, un po' appartati, che combattevano battaglie solitarie e perdenti.
L'ESPRESSO. Cattaneo fu un riformatore, ma il riformismo, come lei ha scritto, era destinato a una vita grama in un paese « troppo vecchio e troppo in ritardo, capace solo di piccole rivoluzioni e di lunghe controrivoluzioni »...
BOBBIO. E l'ultima di queste piccole rivoluzioni è stata proprio la Resistenza: moto di liberazione nazionale, ma anche di emancipazione sociale, e in questo senso fallito. Il riformismo, che rifugge dall'approssimazione di tanta nostra politica, è stata per lungo tempo una strada lunga, difficile, impopolare. Ha scritto Cattaneo a proposito delle riforme: « Meglio delle proteste in cui svampa lo sdegno... varranno gli studi pazienti e diligenti ». È un motto, un programma, un metodo. Meglio delle proteste in cui i nostri intellettuali firmatari di manifesti eccellono, varrebbero — dico io — serie e concrete proposte di riforma...
L'ESPRESSO. Nel 1945 lei credette che fosse arrivato il momento di Cattaneo, pilastro del « ponte da lanciare sopra la palude »; in base a quale analisi?
BOBBIO. Mi sbagliavo. Dopo 1' orgia retorica del fascismo che pure aveva trovato dei buoni precursori in molti grandi italiani, compreso Garibaldi (ma non in Cattaneo), mi sembrava tempo di riscoprire un autore che il regime aveva sommerso... Il mio libro Gli Stati Uniti d'Italia dedicato al federalista Cattaneo non ebbe però alcuna fortuna, e finì invenduto sulle bancarelle... Nessuno dei due schieramenti dominanti era interessato al recupero di Cattaneo: troppo anticlericale per i cattolici della Democrazia cristiana; troppo illuminista per i marxisti del Pci. E certamente non poteva essere capito, e dunque recuperato nel 1968, quando tornarono a trionfare tutti gli ideologismi astratti del passato recente...
L'ESPRESSO. Che cosa è ancora attuale del pensiero di Cattaneo?
BOBBIO. Mi sembra superata la fede ottocentesca che tutti i problemi siano risolvibili grazie alla scienza, e cioè che il sapere è potere. Oggi la società è infinitamente più complessa. Ancora valide invece le idee di Cattaneo sulla pluralità dei centri di potere (il federalismo), la lotta contro ogni tipo di accentramento e di potere dall' alto (il "napoleonismo"), e la convinzione, ripresa dal Machiavelli, che sulla sua libertà il popolo deve «tenerci sopra le mani», vale a dire che è necessario un controllo da parte della gente sul potere. Ma l'idea più attuale di tutte è la fede nelle società aperte, quali sono e quali desidereremmo che fossero sempre meglio le democrazie occidentali di oggi, e la condanna delle società chiuse, regolate da un principio unico, e delle quali Cattaneo, se rivivesse, vedrebbe un esempio nell'Unione Sovietica.

Scheda
L'UOMO DEL "POLITECNICO"
Figlio di un orefice, Carlo Cattaneo nasce a Milano nel 1801, studia nei seminari di Lecco e di Monza, poi al liceo milanese di Sant'Alessandro. Più tardi si dedica all'insegnamento ginnasiale, e frequenta la scuola di diritto di Giuseppe Romagnosi. Nel 1824 si laurea in giurisprudenza. Alla vigilia degli anni '30 inizia la sua attività giornalistica: diventa redattore degli "Annali universali di statistica". Tra il 1836 e il 1837 pubblica i primi scritti di ampio respiro tra cui "Interdizioni israelitiche". Nel 1839 fonda "Il Politecnico", il mensile di "Studi applicati alla prosperità e cultura sociale". Tra le opere degli anni successivi, due sono celebri: "Notizie naturali e civili della Lombardia" (1854) e "La città considerata come principio ideale delle storie italiane" (1858). Avverso ai moderati e ai rivoluzionari mazziniani, nel 1848, quando a Milano scoppiano i moti antiaustriaci, Cattaneo costituisce un consiglio di guerra per la difesa degli insorti. Ritornati gli austriaci, fugge a Lugano e di qui a Parigi con il compito di spiegare al governo francese le ragioni degli insorti. Poco dopo pubblica "L'insurrection de Milan en 1848". Accetta di tornare a Milano nel 1860, candidato al Parlamento subalpino; ma non prende mai parte ai lavori parlamentari. Decide invece, sempre nel 1860, di andare a Napoli, presso Garibaldi, pronunciandosi con fermezza ma inutilmente contro l'annessione immediata dell'ex regno borbonico. Da quell'anno data la seconda serie de "Il Politecnico". Muore a Castagnola in Svizzera, vicino Lugano, nel 1869.


L'Espresso - 8 Agosto 1982

4.8.16

Garibaldi. Pane e formaggio prima dell'incontro di Teano (Rocco Moliterni)

L'altro ieri si festeggiavano i 150 anni dello storico incontro di Teano. Che peraltro non si è certi sia avvenuto a Teano, ma più probabilmente quindici chilometri prima, per la precisione nel comune di Vairano Patenora, in località Taverna della Catena (certo che se sui libri di storia si leggesse che l'Italia unita è nata a Vairano Patenora sembrerebbe meno poetico). L'ora si sa invece con buona approssimazione: erano circa le sette e mezzo del mattino. Come si conosce lo storico scambio di frasi: «Saluto il primo re d'Italia», disse Garibaldi. «Saluto il mio miglior amico» gli rispose Vittorio Emanuele.
Con certezza si sa invece che Garibaldi e il Re di Sardegna non fecero colazione insieme.
Il Generale in attesa dell'incontro pare abbia mangiato sugli scalini di una chiesetta pane e formaggio e anche alcuni fichi che un contadino della zona gli offrì. L'eroe dei due mondi aveva gusti frugali e amava il pecorino, che nel futuro esilio a Caprera produrrà in proprio. Il pane è probabile sia quello casereccio dell'alto casertano. E può darsi che sia stato solo un gesto di cortesia l'accettare i fichi «normali», perché lui andava matto per quelli d'India.
Cosa abbia mangiato Vittorio I Emanuele non lo sappiamo, forse delle «uova alla Bella Rosin» (è un piatto semplice che gli preparava l'amante Rosa Vercellana: uova sode e prezzemolo). Improbabile che abbia mangiato pizza: stavano facendo l'Unità d'Italia, mica pizza e fichi.


Dalla rubrica Fratelli di teglia, La Stampa, 28 ottobre 2010

18.3.16

Il platano dei cento bersaglieri (Tiziano Fratus)

Caprino Veronese, Il Platano dei cento bersaglieri
Se c’è un albero che può essere considerato il re delle città italiane è il platano. Decora alberate, viali, giardini, piazze, spunta nei parchi più antichi quanto nelle residenze storiche, trionfa negli orti botanici, lungo la sponda dei laghi come nei sagrati dei paesi dell’Appennino.
Ne esistono tre specie. C’è il Platanus orientalis, quello più antico, importato dai greci e dai romani, di cui parlavano già Teofrasto e ancor più Plinio il Vecchio nel dodicesimo libro del suo Naturalis historia, segnalando che i primi vennero piantati sulla tomba di Diomede, sulle isole oggi chiamiate Tremiti: qualsiasi platano più vecchio di 300 anni è di questa specie. Più raro è il Platanus occidentalis, o Sicomoro americano, arrivato Nordamerica, mentre la specie più diffusa è il Platanus acerifolia o Platanus hybrida, detto Platanus hispanica, in quanto le due specie erano e messe a fianco per la prima volta nel corso del XVII secolo in Spagna.
I due platani più grandi d’Italia si trovano nel profondo Sud, a Curinga, in Calabria, e nel profondo Nord, a Caprino Veronese, e sono ovviamente della specie orientalis. Il tronco del primo ha alla base una circonferenza di 20 metri di circonferenza e 18 a petto d’uomo: c’è chi dice abbia mille anni e sia stato messo a dimora da un monaco dell’Eremo di Sant’Elia nel corso dell’XI secolo.
Il secondo, 15 metri di circonferenza di tronco, è stato invece messo a dimora nel XVI secolo e si trova nel Veronese. Si esce a Peschiera del Garda, si costeggia il lago e si sale verso Lazise e Bardolino, ci si inoltra nelle gentili colline che conducono a Caprino, lo si supera e si raggiunge frazione Platano, lungo la costa di un rivo spesso in secca. È un possente gigante panciuto, rilassato sul tronco, segnalato da un cartello che sottolinea la monumentalità dell’albero. È chiamato Platano dei cento bersaglieri poiché nel 1937, durante le manovre dell’esercito italiano, altrettanti bersaglieri hanno trovato riparo sotto le sue fronde.
Dal tronco si aprono due colossali branche che crescono a V, espandendosi in una chioma che supera i 20 metri di altezza. Ho fatto una bella fatica a girarci intorno per misurare la reale circonferenza, il metro e 30 di altezza qui è praticamente impossibile da individuare. Ce l’ho fatta, scivolando quelle cinque o sei volte. Mi sono seduto sulla sua base, ho aspettato che il sole si inclinasse oltre il profilo delle colline facendomi brillare addosso quella luce dorata che soltanto in certe giornate la natura ci regala. Anche i grandi alberi sospirano davanti a certi spettacoli.

“La Stampa”, 10 agosto 2012

26.9.15

Un Che Guevara dell'Ottocento. Il testamento politico di Pisacane

Nel momento d’avventurarmi in una intrapresa risicata, voglio manifestare al paese la mia opinione per combattere la critica del volgo, sempre disposto a far plauso ai vincitori e a maledire ai vinti.
I miei principi politici sono sufficientemente conosciuti; io credo al socialismo, ma ad un socialismo diverso dai sistemi francesi, tutti più o meno fondati sull’idea monarchica e dispotica, che prevale nella nazione: esso è l’avvenire inevitabile e prossimo dell’Italia e fors’anche dell’Europa intera. Il socialismo di cui parlo può definirsi in queste due parole: libertà e associazione.
Io non ho la pretesa, come molti oziosi me ne accusano per giustificare se stessi, di essere il salvatore della patria. No: ma io sono convinto che nel Mezzogiorno dell’Italia la rivoluzione morale esiste; che un impulso energico può spingere le popolazioni a tentare un movimento decisivo, ed è perciò che i miei sforzi si sono diretti al compimento di una cospirazione che deve dare quell’impulso. Se giungo sul luogo dello sbarco, che sarà Sapri, nel Principato citeriore, io crederò aver ottenuto un grande successo personale dovessi pure lasciar la vita sul palco. Semplice individuo, quantunque sia sostenuto da un numero assai grande di uomini generosi, io non posso che ciò fare, e lo faccio. Il resto dipende dal paese, e non da me. Io non ho che la mia vita da sacrificare per quello scopo ed in questo sacrifizio non esito punto.
Io sono persuaso che se l’impresa riesce, otterrò gli applausi generali; se soccombo, il pubblico mi biasimerà. Sarò detto pazzo, ambizioso, turbolento, e quelli che nulla mai facendo passano la loro vita nel criticare gli altri, esamineranno minuziosamente il tentativo, metteranno a scoperto i miei errori, mi accuseranno di non esser riuscito per mancanza di spirito, di cuore e di energia... Tutti questi detrattori, lo sappiano bene, io li considero non solo incapaci di fare ciò che si è da me tentato, ma anche di concepirne l’idea. A quelli che diranno che l’impresa era d’impossibile riuscita io rispondo che se prima di combinare di tali imprese si dovesse ottenere l’approvazione del mondo bisognerebbe rinunziarvi. Il mondo non approva in prevenzione che i disegni volgari. Fu detto un pazzo colui che fece in America l’esperimento del primo battello a vapore, e si è più tardi dimostrata l’impossibilità di traversare l’Atlantico con tali battelli. Era un pazzo il nostro Colombo prima di aver scoperto l’America; e l’uomo volgare avrebbe trattato di pazzi e d’imbecilli Annibaie e Napoleone se avessero avuto a soccombere quello alla Trebbia, questo a Marengo. Io non pretendo paragonare la mia impresa con quelle di questi grandi uomini. Essa per altro loro rassomiglia in una parte: perché sarà l’oggetto dell’universale disapprovazione se fallisco, e dell’ammirazione di tutti se riesco. Se Napoleone prima di abbandonare l’isola d’Elba per sbarcare a Frejus con cinquanta granatieri avesse domandato dei consigli, il suo progetto sarebbe stato biasimato all’unanimità. Napoleone aveva ciò ch’io non ho, il prestigio del suo nome, ma io unisco alla mia bandiera tutte le affezioni e tutte le speranze della rivoluzione italiana. Combatteranno con me tutti i dolori e tutte le miserie d’Italia.
Io più non aggiungo che una parola: se non riesco disprezzo profondamente l’uomo ignobile e volgare che mi condannerà: se riesco apprezzerò assai poco i suoi applausi. Ogni mia ricompensa io la troverò nel fondo della mia coscienza e nell’anima di questi cari e generosi amici che mi hanno recato il loro concorso ed hanno diviso i battiti del mio cuore e le mie speranze: che se il nostro sacrifizio non apporta alcun bene all’Italia, sarà almeno una gloria per essa l’aver prodotto dei figli, che vollero immolarsi al suo avvenire.
Carlo Pisacane

In “Calendario del popolo”, aprile 1976

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