2.4.19

L’Inter da Padre Pio (Giovanni Cataleta)


Il 24 febbraio scorso “Avvenire”, il quotidiano dei vescovi cattolici italiani, ha pubblicato, a edificazione dei fedeli e dei devoti, l'articolo che segue. Esilarante. (S.L.L.)


La doppia profezia di Padre Pio è andata in onda su Inter Tv.
Un docufilm in cui si ripercorre la stagione nerazzurra 1964-’65 in cui lo scudetto era una questione tutta milanese. Al giro di boa i rossoneri di Nils Liedholm guidavano la classifica con 5 punti di vantaggio sull’Inter del mago Herrera. Il Milan nonostante l’assenza di Altafini, rimasto in estate in Brasile per i forti contrasti con Gipo Viani, aveva fatto il vuoto grazie ai gol di Amarildo e Ferrario.
Alla seconda giornata di ritorno, il 31 gennaio 1965, i nerazzurri erano di scena allo Zaccheria di Foggia contro la matricola guidata da Oronzo Pugliese. L’Inter qualche mese prima era diventata campione intercontinentale mentre i rossoneri dauni, al primo campionato di serie A, avevano nell’entusiasmo e nel furore agonistico la loro arma principale.
Sulla carta la partita era senza storia, ma sul campo la musica fu molto diversa. Arrivata in Puglia, la squadra di Herrera andò in ritiro a San Giovanni Rotondo. La moglie del presidente Angelo Moratti, signora Erminia, devota di Padre Pio, convinse il marito ad andare al Convento e farsi ricevere dal frate delle stimmate. Arrivati al Convento, Herrera, Moratti e i calciatori lasciarono un’offerta in denaro per la Chiesa. Padre Pio nel corso del breve incontro con la comitiva interista, con il suo tipico tono burbero disse: «Che siete venuti a fare? Credete di poter comprare la partita? Domani a Foggia perderete, ma vincerete lo scudetto!».
L’incontro con Padre Pio fu un momento di alta spiritualità per i giocatori dell’Inter, che fecero il pieno di emozioni. Il difensore Guarneri ricordò lo straordinario magnetismo del frate, Burgnich l’emozione di quando i giocatori furono presentati uno ad uno a Padre Pio, Suarez non mandò giù la profezia della sconfitta a Foggia. Il portiere Sarti, assente in quella partita, ma aggregato alla comitiva, ricordò le parole dure del frate, quando li ammonì: «Che cosa volete? Avete già tutto!». Per qualcuno quell’incontro non fu sufficiente. La mattina dopo, infatti, all’alba, Sandro Mazzola scappò dal ritiro e con il capitano Picchi tornò al Convento per incontrare ancora Padre Pio e confessarsi. L’attaccante nerazzurro gli confidò di temere di aver peccato in quanto pregava Dio perché lo facesse diventare un calciatore di successo. Padre Pio lo assolse con una pacca sulla spalla e gli raccomandò solo di continuare a pregare e sperare.
Il futuro San Pio non si interessava di calcio, non conosceva l’Inter ed i suoi campioni, simpatizzava per il Foggia che ogni 15 giorni, con l’allenatore Oronzo Pugliese, era a San Giovanni Rotondo ad ascoltare la messa. Allo Zaccheria andò proprio come aveva profetizzato Padre Pio: il Foggia vinse 3-2 contro i campioni interisti. I rossoneri pugliesi, in vantaggio per 2-0 (gol di Lazzotti e Nocera), furono raggiunti dalla veemente reazione della squadra di Herrera e Moratti (reti di Peirò e Suarez). Ma a qualche minuto dal termine della gara fu ancora Nocera a regalare ai foggiani di Oronzo Pugliese la straordinaria vittoria. Quel giorno Pugliese divenne ufficialmente il Mago di Turi o il Mago del Sud, la risposta italiana a Helenio Herrera. Anche la seconda profezia di Padre Pio si avverò: dopo la sconfitta di Foggia, l’Inter era distanziata di 7 punti dal Milan, ma ingranò una fantastica rimonta nelle 15 partite rimanenti. Con 13 vittorie e 2 pareggi si prese lo scudetto.

Avvenire, 25 febbraio 2019

Cadere come una pera (Paola Mastrocola)


Ci son cascata come una pera. Mi piace quest’espressione, mi piace l’immagine della pera matura che cade. Lo dico così spesso che non so quante pere ho visto cadere, nel parlare della mia vita.
Però anche le pesche cadono.
E cadono anche le mele, le prugne, le nespole e, ancor più classicamente, le foglie.
Allora perché non diciamo mai: ci sono cascata come una pesca? Perché nel nostro linguaggio, nell’uso comune, nella tradizione dell’espressività popolare, cadono sempre soltanto pere? In questo inizio d’anno politicamente ed economicamente tormentato, dove intellettuali, giornalisti, scienziati, scrittori, attori e studiosi si dedicano a capire perché il Pil non cresce, perché la disoccupazione sale, se usciremo dall’euro e quanto siamo fascisti, io tenterei di dare una risposta al problema delle pere: diciamo così perché un tempo nelle campagne i peri erano gli alberi maggioritari, cioè i contadini piantavano in prevalenza peri? o perché ai contadini piace il formaggio con le pere, dunque in qualche modo è il loro frutto preferito, anche nel linguaggio? o perché le pere, per qualche loro strana fragilità costituzionale, cadono di più rispetto agli altri frutti?
Mi sono rivolta a un mio amico, uno studioso molto serio, il quale dopo averci pensato un po’ ha risposto: perché le pere cadono in piedi. Gli ho chiesto di spiegarsi meglio. Ha detto che la conformazione fisica della pera, il peso maggiore della sua parte posteriore, fa sì che cada in verticale, si appoggi col sedere a terra, per dirla in modo visivamente efficace. Effettivamente la pera cadendo non rotola, o rotola meno. Soprattutto non cade mai a testa in giù (ammesso che la testa sia dove spunta il picciuolo). Quindi è la più adatta ad esprimere l’analogia con l’essere umano che cade, anche lui solitamente di sedere. Poi l’amico scienziato s’è perso in un vortice di similitudini, tra le quali: “Sai, in fondo potremmo dire che la pera è come il gatto, cade sempre giusto”.
E qui mi si è disegnato in mente un gatto che cade da un’altezza considerevole e riesce ad atterrare molleggiando sulle quattro zampe. E riprende a camminare come nulla fosse, con passo elegante, ovviamente felpato.

Il Sole 24 ore, 24 febbraio 2019

Emanuele Macaluso: «Io comunista non pentito, mai aderito al Pd» (Monica Guerzoni)


Memoria storica della sinistra: «Il Partito democratico è stata una fusione a freddo di stati maggiori, senza la spinta popolare. Infatti è finita come avevo previsto»


Lo sguardo ha attraversato un secolo e punta dritto al futuro. Giovedì 21 marzo compirà 95 anni, eppure Emanuele Macaluso, «grande vecchio» e memoria storica della sinistra italiana, ha ancora l’energia, la lucidità e la passione politica per arrabbiarsi quando parla dell’Italia di oggi e indirizzare le giovani generazioni verso l’Italia di domani. Io sono in uscita dalla vita, ma guardo avanti, perché il momento è più che drammatico e mi angoscia pensare a come lascerò questo Paese. «La mia battaglia politica — ricorda col suo eterno accento siciliano — cominciò nel 1941 a 17 anni, quando entrai nella lotta clandestina. Ho cercato di dare quello che ho potuto. Ho fatto anche degli errori, ma non mi sono mai risparmiato. Ho sempre lottato per costruire la sinistra e per un Paese che contasse nel mondo. Sono preoccupato, guardo all’avvenire e mi chiedo, dove andiamo?».

Bilocale zeppo di libri
Rione Testaccio, sabato pomeriggio. Macaluso vive al quinto piano in un bilocale zeppo di ricordi e di libri: «Ne ho accumulati talmente tanti che ho dovuto foderare il garage e regalarne molti alle biblioteche. La mia casa è piccolissima». Soggiornino, camera da letto, cucina, bagno, il tutto lontano anni luce da ogni idea di casta o privilegio: «Questo non è un quartiere, è un paese. Chi abita qui non si chiama romano, ma testaccino». In tv sta per iniziare Spal-Roma e la signora Enza, la moglie dal cuore giallorosso che ha 81 anni e li porta alla grande, stacca gli occhi dallo schermo per il tempo dei saluti: «Queste riprese dentro gli spogliatoi io le detesto, non le guardo. Sono bruttissime». Macaluso ride e va a sedersi in cucina, sotto una luce fioca: «Adesso lei deve vedersi la partita, io no, non sono romanista, sono per il Napoli da quando ero un ragazzo. Perché? È una storia lunga». E tutte queste medicine? «Qualche problema di cuore, qualche problema di stomaco... Vizi di gioventù».


Padre operario delle ferrovie
Nato nel ‘24 a Caltanissetta da mamma casalinga e padre operaio delle ferrovie, si iscrive al Pci prima della caduta del regime fascista. Nel ‘47 diventa segretario regionale della Cgil, nel ‘56 Togliatti lo chiama nel comitato centrale del Pci. Eletto alla Camera dei deputati nel ‘63, sarà parlamentare per sette legislature senza mai rinnegare l’appartenenza alla corrente migliorista, la stessa di Napolitano. Giornalista, scrittore e da qualche tempo anche blogger, ha diretto “l’Unità” e “Il Riformista” e scritto per anni, come recita il titolo di uno dei sui libri, «un corsivo al giorno».

Si è pentito di aver creduto nel comunismo?
«La parola sinistra oggi suona quasi come un’offesa, per non dire del socialismo. Ma io non sono un comunista pentito. Ho capito quale svolgimento doveva avere la storia della sinistra e del Pci e penso che il modo in cui Occhetto fece la svolta della Bolognina poteva essere diverso. Ci voleva un partito che unificasse tutta la sinistra, già dopo la Liberazione bisognava costruirlo».

Ha votato alle primarie del Pd?
«Mia moglie vota, io no. Non sono iscritto e credo che le primarie vadano bene per eleggere il candidato premier, non il segretario, che in tutto il mondo è eletto dagli iscritti. Se con 2 euro e un certificato chiunque può votare, viene fuori un partito liquido. È questa la prima riforma che Zingaretti deve fare. Io non ho mai aderito al Pd, perché penso sia stata una fusione a freddo di stati maggiori, senza spinta popolare. E infatti è finita come avevo previsto nel libro “Al capolinea”. Zingaretti viene dalla sinistra, è stato segretario dei giovani del Pci e parlamentare europeo. È saggio ed è un buon amministratore».

Il nuovo segretario vuole rifare la «ditta» Pci-Pds-Ds?
«Questa parola mi indigna un po’, quando la sento mi inc... A parlare di ditta fu Aldo Tortorella per dire che noi dovevamo stare sempre dalla parte del Pci. Adesso la usano in senso spregiativo, perché non conoscono le cose. Io avrò tanti difetti, ma non sono così cretino da pensare che si possa rifare il Pci».

Lei in quale direzione andrebbe?
«Io ho 95 anni, ma chi ha l’età per battersi deve costruire un partito per le nuove generazioni, insediato nel territorio. I circoli sono quasi tutti chiusi, il Pd non fa opposizione».

Personalità come Gentiloni e Veltroni hanno ancora qualcosa da dire?
«Nel Pd ci sono persone che hanno una storia politica, ma la mia critica è molto seria e parte dalla fine dei partiti e del Pci. L’obiettivo fondamentale di D’Alema, Fassino, Veltroni e tutti gli altri era portare al governo una forza che non c’era mai stata, senza avere un disegno politico nella società. Ma un partito che non si ponga questo problema non può fare argine alla destra».

L’onda verde che parte dalla giovane Greta può risvegliare speranze?
«C’è qualcosa che sta maturando, ma qual è lo sbocco politico? Esiste una forza che offra possibilità di esprimere politicamente queste spinte sociali e civili? Una forza in grado di portarsi dietro la storia del socialismo italiano, innovandola e portandola nel futuro, ancora non la vedo. Se Zingaretti non riforma il Pd, sbaglia. Dice che l’io è finito e che ora c’è il noi. Ma questo noi deve organizzarlo, basti solo dire che il Pd non ha mai fatto un congresso. In tutto il mondo il congresso si fa sulle mozioni e sulla linea politica, non certo con le primarie. Un partito che non ha organismi dirigenti veri e propri e si basa sul leaderismo è un aggregato politico-elettorale a servizio del capo. Se Renzi ha potuto fare l’opa, è perché non c’era una struttura di partito».

Il suo giudizio su Renzi?
«È stato un problema serio. Si vanta di aver distrutto il M5S e invece ha anticipato molte cose dei grillini, dalla questione dei privilegi dei parlamentari, alle polemiche contro le istituzioni. È arrivato persino a togliere la bandiera europea e non ha mai creduto nel Pse. Infatti incontrò il leader dei Ciudadanos spagnoli, quelli che fecero l’accordo con la destra contro i socialisti. Renzi non sa cosa sia la sinistra, mentre Zingaretti lo sa».

Zingaretti può tenere testa a Salvini?
«Di certo non può essere Di Maio a fare da argine, perché sorride, sorride, ma non ha consistenza. Sono stati i grillini a dare gli strumenti del governo a uno che si mette le giubbe e fa campagna continua. Conte poi è una anomalia assoluta. Non è mai successo nel mondo che si possa entrare in politica da presidente del Consiglio. Gli unici allenati al governo sono i leghisti, a cominciare da Giorgetti, tanto che si sono mangiati il M5S».

Cosa pensa del consenso per Salvini?
«La Lega è da sempre un partito aggrappato al potere. Ora Salvini sta facendo un’altra cosa, un partito di destra razzista, che lucra consensi sulla paura. Prima in Italia i razzisti erano al 7%, ora sono al 34%, perché Salvini ha risvegliato sentimenti che le forze democratiche avevano contenuto. Quali? Il razzismo brutale e antisemita del fascismo. Questi istinti si espandono anche al sud, tra le stesse persone che i leghisti volevano seppellire politicamente grazie all’aiuto dell’Etna e del Vesuvio. Salvini ha sfondato sul terreno del razzismo e del potere. Lui è l’uomo che vince e quindi i disoccupati politici, in virtù del trasformismo, si riciclano con il vincitore. La tentazione su cui non si riflette abbastanza, è il modello Orban. E noi sappiamo che in Italia c’è stato un transito verso il fascismo».

Pensa che il fascismo possa tornare?
«No, non si ripetono i fenomeni. Mi riferisco alla democratura, alla democrazia illiberale del primo ministro ungherese Viktor Orban, alla sua insofferenza verso la libera stampa, che ha imbavagliato. Ho una preoccupazione e la debbo dire. Gli italiani considerano Salvini l’uomo forte, che decide e fa le cose. Questa tendenza è pericolosa, perché di fronte a una crisi economica e sociale può maturare».

Ma Salvini non è solo al governo, c’è Di Maio e c’è Conte.
«Il presidente del Consiglio non sa niente, l’Italia non ha una politica estera. Questo governo va a tentoni, un po’ dentro la Ue e un po’ fuori, un po’ con l’America e un po’ contro. E adesso vengono i cinesi»».

La preoccupa anche l’accordo economico sulla Via della Seta?
«Se un Paese ha una sua politica estera chiara, le scelte economiche non devono preoccupare. Ma in Italia il ministro degli Esteri cerca di barcamenarsi e il problema è che poi parlano Salvini e Di Maio e così anche le manovre economiche diventano poco chiare».

Perché gli intellettuali non fanno sentire la loro voce?
«Lo scarso impegno degli intellettuali nella battaglia politica e culturale mi angoscia molto. Dopo la guerra si impegnarono tutti, socialisti, comunisti, cattolici, azionisti. Un elenco straordinario di scrittori, pittori, registi, professori universitari. Mi vengono in mente nomi come Bobbio, Guttuso, Marchesi, De Filippo, Levi, Calvino, Moravia, Rosi...».

E adesso?
«Silenzio».

Si è fatto buio, la Roma sta prendendo «i suoi soliti gol del cavolo», Macaluso si alza e, tra icone russe e antiche madonne siciliane, indica due quadri appesi in salotto: «Quel manifesto Guttuso lo realizzò per me, quando feci una elezione in Sicilia nel ‘55».

E quel disegno?
«Sempre di Guttuso. Me lo regalò quando ero direttore dell’Unità, nel 1982, per la festa del Primo Maggio. Quando i giornali (ride, con un guizzo negli occhi) erano giornali».


"Corriere della sera", 17 marzo 2019

1.4.19

Settembre 2017. Addio a La Motta, il Toro Scatenato (Stefano Semeraro)


Contro Robert De Niro aveva boxato un centinaio di round. Tanto per fargli capire come funzionava. «Nel film sembro uno cattivo», digrignò quando “Toro Scatenato”, uno dei capolavori di Martin Scorsese, uscì nei cinema nel 1980. «Ma ho capito che è la verità. Ero un bastardo, un niente di buono. Non è così che sono, adesso. Ma allora ero così». Allora Giacobbe “Jake” La Motta aveva 59 anni. Ieri, quando il Toro del Bronx si è spento per le complicazioni di una polmonite nella casa di cura in cui era ricoverato, erano diventati 95: sporchi, travolgenti, irascibili, maleducati. Mai banali.
Prima e dopo il ring Jake la Motta è stato tante cose. Un ragazzino capace di prendere a sprangate gli adulti per strada, figlio di un immigrato di Messina con un banchetto di frutta che a sua volta picchiava lui e la madre. Comico, gestore di night-club finito in prigione per prostituzione minorile, gallina dalle uova d’oro della mafia. L’eroe di quelli che non mollano mai e l’attore di strada capace di recitare in 15 film e persino a fianco di Paul Newman, una particina, nello Spaccone.
Alla boxe che conta era arrivato in fretta, a 19 anni. Peso medio anomalo, rognoso, irriducibile. Uno stile primitivo, imparato in strada: «esci dall’angolo e colpisci, colpisci, colpisci. Prendi tutte le botte che l’altro può darti, ma resta in piedi. E picchia, picchia, picchia». Ray Arcel, uno dei più famosi allenatori di allora: «quando saliva sul ring era come se fosse dentro una gabbia a combattere per la sua vita».
A 21 anni, nel 1942, il primo dei sei match contro Ray Sugar Robinson che hanno costruito la sua leggenda di toro impossibile da abbattere (“ho incontrato tante volte Sugar che è un miracolo se non ho il diabete»). La prima sconfitta di Sugar dopo 41 match da professionista, l’unica vittoria di Jake. L’ultimo, il 14 febbraio 1951, il “Massacro di San Valentino”, con quel 13esimo round da macelleria diventato la scena madre del film: De Niro ridotto a una maschera di sangue, appeso alle corde, che irride Robinson e non va mai giù. «Era lì, con la testa che ciondolava, e improvvisamente con un gancio sinistro quasi mi spaccò lo stomaco», ha scritto Robinson nelle sue memorie. «Quella sera capii che La Motta era una specie di animale».
Quella sera Jake perse il titolo mondiale che aveva vinto nel 1949 per k.o. tecnico contro Marcel Cerdan, il fidanzato di Edith Piaf che si schiantò in aereo prima di avere la rivincita. Per arrivarci aveva regalato anche un match a Billy Fox, nel 1947. Un piacere dovuto a Blinky Palermo, il manager del suo avversario, uno dei capibastone di Philadelphia come del resto il suo, di manager, Frankie Garbo. Tutti lo davano vincente, perse in quattro round e ci rimise 1.000 dollari di multa e una sospensione di sette mesi per averla fatta troppo sporca. «Se non avessi perso non sarei mai arrivato a battermi per il titolo», ammise nel 1960 davanti alla commissione antimafia del Senato.
Nel 1950 il titolo lo difese senza mai rischiare contro Tiberio Mitri, il suo doppio italiano – belle donne, jet set, galera – al Madison di New York. Dopo la mattanza con Robinson arrivò il declino. Passò ai Massimi leggeri dove nel 1952 rimediò l’unico k.o. della sua carriera, contro Danny Nardico.
Nel 1954 si ritirò, con un record di 83 vittorie (30 k.o.) 19 sconfitte, 4 pareggi, continuando però a collezionare mogli, sei in totale, una, Vikky, la bionda del film, ancora adolescente. E poi accuse, denunce, condanne. Si trasformò in showman, una mezza icona pop con il naso appiattito dalle botte. «Non c’è verso che io vada giù, con nessuno», diceva. «E in tutta la carriera nessuno mi ha veramente fatto male. Le uniche che mi hanno fatto male sono state le mie mogli».

dl sito "Curiosi di sport"

Una restituzione di risorse comuni. Dal Belgio la più completa e argomentata difesa del reddito di cittadinanza (Elena Granaglia)

Su un numero dell'anno scorso de “l'Indice” trovo questa recensione di un libro sul reddito di cittadinanza (quello vero, cioè incondizionato, non il pastrocchio che oggi in Italia è presentato come tale). Elena Granaglia, che insegna scienza delle finanze all’Università di Roma Tre, che ottimamente ne sintetizza alcune proposte ed argomentazioni lo presenta come un libro importante, utilissimo al dialogo democratico. Resto “lavorista” e perciò contrario a una ipotesi che mi è sempre parsa coerente con il “liberismo” dominante, ma mi procurerò il libro e lo leggerò con la dovuta attenzione, visto che – per quel che mi è dato di capire – non è caratterizzato da eccessivi tecnicismi. (S.L.L.)

Philippe Van Parijs

Dopo il seminale lavoro del 1995, Real Freedom for All (Oxford University Press), Philippe Van Parijs torna a offrire un importante contributo sul reddito di base, Basic Income. A Radical Proposal for a Free Society and a Sane Economy (Harvard University Press, 2017). Il volume, scritto con Yannick Vander-borght, è oggi disponibile anche in lingua italiana, Il reddito di base. Una proposta radicale (pp. 488, € 29, il Mulino, Bologna 2017). Il nuovo contributo si contraddistingue dal precedente per l’intento più nettamente politico: l’obiettivo è convincere i cittadini, non solo altri studiosi, sull’importanza di un reddito di base, ossia, di un trasferimento individuale erogato a tutti indipendentemente dalle risorse detenute e dalla disponibilità a lavorare. Centrale, nell’opera di convincimento, è la messa a fuoco delle ragioni etiche a favore del reddito di base. Al riguardo, il valore centrale è la libertà sostanziale per tutti. Il reddito di base permette di dire no a ricatti e abusi di potere da parte di familiari, dai quali dovremmo altrimenti dipendere. Permette di dire no a datori di lavoro che offrono condizioni di lavoro ritenuti incivili. Evita i rischi d’intrusione, arbitrarietà e imposizione di comportamenti presenti negli schemi di reddito minimo. Questi ultimi, infatti, hanno tipicamente la famiglia come unità di riferimento (per evitare di trasferire denaro a soggetti individualmente poveri, i quali vivono però in famiglie non povere) e sono ormai tutti condizionati alla disponibilità a lavorare. Il che richiede di accertare come si vive e come si dovrebbe vivere.
La libertà è, però, non solo “libertà da”. È, contestualmente, “libertà di”. Sotto questo pro#lo, il reddito di cittadinanza offre a ciascuno una base di sicurezze, qualsiasi siano le condizioni in cui ci si trovi e qualsiasi sia il progetto di vita che si desideri intraprendere.
Peraltro, anche qualora costretti a convivenze forzate, il reddito di base offre una soglia di risorse di cui disporre. Ancora, il reddito di base permette di tenere insieme “portafogli” di attività diverse, siano esse perseguite per denaro oppure per finalità di cura (familiare o per la più complessiva comunità). La sicurezza, inoltre, sarebbe esente da qualsiasi buco nelle coperture, derivi esso dai tempi di espletamento delle prove dei mezzi o da barriere all’accesso causate da stigma o carenza di informazione. Questi contributi appaiono particolarmente attraenti in una situazione, come quella attuale, di famiglie e occupazioni sempre più instabili. Ma non è tutto. Il reddito di base supera anche quelli che Van Parjis e Vanderborght definiscono i suoi cugini.
Diversamente dal salario alle casalinghe, favorisce l’equità nella ripartizione fra lavoro produttivo e riproduttivo: è accessibile a chi s’impegna nelle responsabilità di cura, ma lo è anche a chi decide di lavorare sul mercato. Diversamente dalla riduzione uniforme e generalizzata dell’orario di lavoro, permette libertà nella scelta delle ore di lavoro. Ancora, evita i rischi” di “assunzioni forzate e lavoro forzoso” presenti nella prospettiva dello stato come datore di lavoro di ultima istanza (e, dunque, dell’offerta a tutti di un lavoro anziché di un reddito) e associati all’impossibilità “di coniugare le qualifiche e le aspirazioni dei disoccupati. È, inoltre, erogato ex ante e continuativamente, a differenza dell’imposta negativa, erogata ex post, a conguaglio sui redditi percepiti, o dei trasferimenti, ancorché universali, di capitale, erogati una tantum e, dunque, esposti al rischio di sperpero.
Ma non sarebbe violata almeno una libertà, quella di coloro che più si sforzano sul mercato, che sarebbero tassati a favore di oziosi che producono nulla?
La risposta di Van Parijs e Vanderborght è netta. Affermano i due autori: “Noi tutti in modi diversi, ma principalmente attraverso il reddito da lavoro, beneficiamo in misura estremamente ineguale di ciò che riceviamo gratuitamente dalla natura, dal progresso tecnologico, dall’accumulazione del capitale, dall’organizzazione sociale, dalle norme di buona educazione e così via. Il reddito di base assicura che ciascuno riceva una quota equa del patrimonio che nessuno di noi ha contribuito a creare, dell’ingombrante presente incorporato nei nostri redditi in modo assai disomogeneo”. Detto in altri termini, le remunerazioni di mercato incorporano una parte di valore che, lungi dall’essere attribuibile ai singoli, deriva da un insieme svariato di fattori su cui i singoli non possono vantare alcun titolo di merito. Tale parte rappresenta un regalo/una rendita, da considerare risorsa comune. Se così, lungi dal favorire il parassitismo, il reddito di base rimedia al parassitismo oggi esistente di chi si appropria di risorse comuni che andrebbero fra tutti ripartite.
Il fatto che si tratti di restituzione di risorse comuni suffraga ulteriormente la richiesta di non condizionalità. Come siamo liberi di fare ciò che vogliamo con i regali ricevuti in eredità dai nostri familiari, così dovremmo esserlo nei confronti delle quote di risorse comuni. Le difficoltà di distinguere fra regalo e remunerazione dell’impegno profuso, di cui siamo legittimi titolari, potrebbe, però, comportare scelte inefficienti, oltre che inique, le quali mettono a repentaglio la stessa sostenibilità economica del reddito di base. A ciò si aggiungono i rischi che alcuni lavorino comunque meno di quanto lavorerebbero in assenza di reddito di base. Pur riconoscendo i tanti limiti del Pil come misura del benessere economico, Van Parjis e Vanderborght non sono ciechi alla questione della sostenibilità economica. La affrontano, proponendo di fissare il reddito di base al più alto livello sostenibile. Nel ragionare su tale livello, invitano, però, a non sopravalutare i rischi di insostenibilità. Da un lato, il reddito di base, essendo indipendente dalle risorse detenute, è immune dai disincentivi al lavoro che affliggono gli schemi selettivi di reddito minimo. Peraltro, una base incondizionata potrebbe favorire le transizioni fra i diversi lavori e fra il lavoro in generale e la formazione, transizioni anch’esse oggi particolarmente apprezzate. Dall’altro, il reddito di base potrebbe favorire l’assunzione di rischi e la più complessiva propensione a attivarsi.
Inoltre, il reddito di base sostituirebbe molti dei trasferimenti attuali (per i quali già paghiamo). Van Pa-rijs e Vanderborght non sono liberisti che difendono il reddito di base quale sostituto di tutti servizi oggi erogati dallo stato sociale. Servizi sociali e investimenti in beni pubblici, quali quartieri decenti, dovrebbero continuare a essere finanziati. Lo stesso vale per trasferimenti monetari rivolti alla soddisfazione di bisogni particolari. Ciò nondimeno, il reddito di base sostituirebbe una parte rilevante degli attuali trasferimenti monetari. Il reddito di base permette pure di risparmiare i costi amministrativi dei trasferimenti selettivi.
Il libro aggiunge molte altre interessanti osservazioni. Ricostruisce, con grande ricchezza di citazioni bibliografiche, le tante difese del reddito di cittadinanza sviluppatesi dal Settecento a oggi; discute le possibili resistenze politiche alla sua introduzione, indicando possibili alleati e oppositori, e affronta sia le nuove sfide poste dalla globalizzazione, sia le opportunità offerte dallo spazio comune europeo. Di fronte alle possibili difficoltà, presenta una proposta concreta. Si tratta, da un lato, di mantenere il reddito di base come ideale utopico, nel senso sia di non ancora realizzato, sia di desiderabile, nel pieno riconoscimento che molte utopie di ieri sono realtà di oggi e, dall’altro, di ricercare, nel breve, soluzioni “dalla porta sul retro”. In questa prospettiva, il favore va a un reddito di base parziale, nel senso di importo limitato, ad esempio, pari al 25% del reddito pro capite dei diversi paesi. Non posso entrare in questi aspetti. Vorrei chiudere ponendo una domanda critica e sottolineando alcuni meriti ulteriori del volume, oltre a quello di offrirci una delle più complete difese del reddito di base finora formulate.
La domanda è: la proposta del reddito di base non dimentica forse un ambito importante della giustizia sociale, quello della rego-lazione della struttura complessiva dei mercati e delle imprese? Van Parjis e Vanderborght non ignorano del tutto il tema. Secondo loro, il reddito di base favorirebbe un processo bottom up di cambiamento attivato dalla possibilità di dire no ai cattivi lavori. Tale processo, tuttavia, è strettamente dipendente dall’importo del reddito di base ed è limitato alla parte bassa della distribuzione. Iniquità quali quelle dovute alla concentrazione dei mercati (oggi resa possibile dalle tecnologie del consumo non rivale e da diritti di proprietà intellettuale, che conferiscono privilegi ben oltre le ricompense necessarie a stimolare l’innovazione), alla deregolazione finanziaria e a una governance dell’impresa sempre più finalizzata alla mera massimizzazione del valore delle azioni re-stano sottovalutate. Aggiungo che più si cercasse di contrastare queste disuguaglianze strutturali, più diminuirebbe il valore dei regali e, con esso, quello del reddito di base.
I meriti ulteriori includono la messa in discussione di alcuni luoghi comuni diffusi nel dibattito pubblico. Penso alle visioni dei trasferimenti monetari come inevitabilmente passivizzanti e dell’uguaglianza di risorse come inevitabilmente appiattente e omogeneizzante, nella sottovalutazione delle connessioni, potenti, con la libertà. Includono, altresì, l’offerta di una lezione più generale sul significato di dialogo democratico. Oggi l’arena pubblica è spesso sede di contrapposizioni fra posizioni difese come se fossero gusti di cui non si discute e di vittorie attribuite sulla base dei rapporti di forza. Van Parijs e Vanderborght ci ricordano, invece, l’importanza di uno stile argomentativo attento alle motivazioni etiche, ai vincoli di contesto, alle implicazioni economiche e alle ragioni altrui.

L'Indice, Aprile 2018

Cacca express



Spedire cacca a qualcuno costa circa 13 euro. La società che si occupa della consegna è Shitexpress, del norvegese Peter Crapper. «Usufruire del servizio è semplicissimo: scegliere un animale, inserire l’indirizzo del malcapitato che riceverà a casa le feci del suddetto animale, scegliere come impacchettare il tutto, pagare tramite PayPal o Bitcoin. Un’etichetta attesta che si tratta di composizione “100% organica”, nel caso a qualcuno venisse il dubbio. Garantito l’anonimato totale». Nei primi trenta giorni di attività, Crapper ha guadagnato 10 mila dollari «con quasi mezzo milione di visitatori del blog; un anno dopo Peter ha annunciato la vendita di 2.500 scatole in 65 diversi Paesi del mondo; tre anni dopo le tonnellate di cacca inviate tramite il servizio sono due, centomila euro le entrate e seimila le persone raggiunte dai pacchi» .

Dalla “spremuta di notizie” di Giorgio Dell'Art. Fonte Agenzia Agi

Londra. Le montagne di rifiuti e l'insidia delle buche a sorpresa (Samuel Johnson)



Delle descrizioni che i viaggiatori ci danno delle nazioni più selvatiche, niente è più nauseante della mancanza di pulizia: cosa di cui in nessuna parte del mondo si fa maggior scialo che per le strade della capitale inglese; città insigne per ricchezze, e traffici, e prosperità, e ogni sorta di civiltà e cortesia, ma che abbonda di tanto sudiciume, che anche un selvaggio lo riguarderebbe con stupore ...
Chi ha trascorso anche un solo giorno in questa grande città, ben sa che l’attuale negligenza nella pulizia delle strade, e la mancanza di pavimentazione, non è cosa che si possa più oltre sopportare; né tollerare che in ogni luogo buche impreviste sorprendano e insidino il passeggero o gli intralcino il cammino montagne di rifiuti; e che questa generale lagnanza non abbia ancora trovato soddisfazione, è prova bastevole che, al presente, non v’è funzionario o magistrato capace di ottenere tanto.

Citato in Giorgio Manganelli, Vita di Samuel Johnson, Adelphi, 2008 


La poesia del lunedì. Arthur Rimbaud (Charleville 1854 - Marsiglia 1891)



L’Eternità
È ritrovata.
Che? — L’Eternità.
È il mare alleato
con il sole.

Anima sentinella,
sussurriamo la confessione
della notte così nulla
e del giorno in fiamme.

Dagli umani suffragi,
dagli slanci comuni
là tu ti sciogli
e voli a seconda...

Poiché da voi sole,
braci di satin,
il Dovere si esala
senza dover dire: infine.

Là, niente speranza,
nessun orietur,
scienza con pazienza,
il supplizio è sicuro.

È ritrovata.
Che? — L’Eternità.
È il mare alleato
con il sole.
Maggio 1872

L’Èternité.
Elle est retrouvée.

Quoi? — L’Èternité.
C’est la mer allée
Avec le soleil.

Ame sentinelle,
Murmurons l’aveu
De la nuit si nulle
Et du jour en feu.

Des humains suffrages,
Des communs élans
Là tu te dégages
Et voles selon.

Puisque de vous seules,
Braises de satin,
Le Devoir s’exhale
Sans qu’on dise: enfin.

Là pas d’espérance,
Nul orietur.
Science avec patience,
Le supplice est sur.

Elle est retrouvée.
Quoi? — L’Èternité.
C’est la mer allée
Avec le soleil.
Mai 1872

Traduzione S.L.L.

La civiltà del gabinetto (Giorgio Nebbia)


Articolo vecchiotto (2011) e di sicuro qualche passo avanti è stato fatto (e – qua e là - forse anche qualcuno indietro). Il problema nella sua ampiezza e complessità è ancora vivo. È anche un'opportunità. “I problemi – dice qualche volta Davide - sono fatti per essere risolti”. (S.L.L.)

Ci sono tanti di quegli eventi “ecologici” all’anno che si fa fatica a seguirli tutti, ma uno, che si è svolto nell’agosto scorso a Stoccolma, merita forse attenzione sotto vari aspetti. Nell’ambito di una “settimana dell’acqua” si sono tenute varie conferenze … sui gabinetti.. Nei paesi industrializzati, giustamente, si combattono battaglie per ridurre i milligrammi di metalli o il numero di batteri come Escherichia coli che possono essere tollerati nelle acque di fogna, ma nel nostro pianeta 2800 milioni di persone non solo non hanno fognature, ma non hanno neanche acqua corrente e gabinetti nelle loro case, che talvolta sono soltanto baracche. Gli escrementi finiscono nei campi e da li, con il loro carico di batteri e di sostanze nocive, sono trascinati dalle piogge nei fiumi e nel sottosuolo e finiscono nei pozzi e contaminano le acque usate poi nelle case: un ciclo perverso dell’acqua che diffonde malattie, epidemie e morte, soprattutto infantile.
Si stima in centinaia di migliaia il numero di bambini in tenera età, una strage degli innocenti, che muoiono ogni anno per mancanza di pur elementari servizi igienici. A Stoccolma la discussione sui servizi igienici per i paesi sottosviluppati non era motivata da considerazioni etiche o dall’amore per il prossimo; la diffusione di apparecchiature igieniche per chi ne è privo rappresenta un grandissimo affare industriale e finanziario; al fianco della conferenza c’era una grande esposizione (una specie di “Fiera del Levante” di gabinetti e fognature) in cui centinaia di imprese hanno esposto le loro proposte di sistemi igienici, possibilmente a basso costo e efficienti, da esportare nei parsi arretrati. Si tratta, infatti, anche di soldi e di lavoro: uno studio della Banca Mondiale ha indicato che nel solo Bangladesh, il popoloso paese musulmano a oriente dell’India, 150 milioni di abitanti in rapido aumento, la mancanza di acqua corrente, di gabinetti, di fognature (per non parlare di depuratori delle acque usate) costa al paese 2 miliardi di euro all’anno. Il calcolo è fatto sulla base delle spese che si devono affrontare per curare dissenteria, malaria ed epidemie responsabili delle morti premature dei bambini a causa del contatto con acqua sporca nelle case e nei villaggi.
È quindi evidente che le autorità sanitarie dei vari paesi chiederanno prima o poi, a chi le sa produrre, apparecchiature igieniche, contando anche su finanziamenti internazionali. La dimensione del problema appare se si considera che ogni persona, sia essa ricca e potente o povera e poverissima, ogni anno introduce, direttamente o con gli alimenti, circa 1000 chili di acqua che vengono eliminati con gli escrementi sotto forma di urina e di feci. Se una persona può utilizzare un gabinetto ad acqua corrente, “consuma”, per lo smaltimento di questi rifiuti, ogni anno da 10 a 20 mila litri di acqua che viene così sporcata e contaminata; se i gabinetti sono collegati ad una fognatura e a qualche depuratore, una parte dei rifiuti organici viene trattata o trasformata; altrimenti le acque sporche vanno a finire nei fiumi o nel mare e sono fonti di inquinamento microbiologico e di diffusione di virus.
L’importanza economica dei gabinetti è dimostrata dal fatto che esiste una Associazione internazionale di imprese di servizi igienici che terranno la propria undicesima conferenza mondiale nel prossimo novembre ad Haikou, città all’estremo sud della Cina. Da Stoccolma alla Cina è una nuova corsa a inventare, perfezionare e fabbricare strumenti per migliorare le condizioni igieniche del mondo, specialmente dei paesi più poveri; affari e attività industriali che hanno comunque l’obiettivo di assicurare la sopravvivenza di almeno una parte dei bambini oggi sterminati dalle epidemie di origine fecale. Nei paesi industriali ci sono investimenti e pubblicità per servizi igienici sempre più sofisticati per una popolazione che pure ha già risolto i suoi principali problemi igienici e non c’è attenzione per un “mercato” che pure comprende centinaia di milioni di persone.
Il fatto è che nelle Università può sembrare ridicolo lavorare su problemi così “volgari” come la progettazione di “gabinetti di villaggio” e di tecniche di depurazione delle acque di fogna, benché la loro soluzione richieda spesso avanzate competenze tecnico-scientifiche. Da noi per i paesi arretrati lavorano soltanto le associazioni di volontariato e le Famiglie missionarie, con mezzi limitati e nel disinteresse generale della politica e anche delle imprese. Alla progettazione e costruzione di gabinetti e sistemi igienici per i paesi arretrati lavorano invece intensamente proprio i paesi di nuova industrializzazione, come Cina e India. Eppure queste tecnologie, umili e considerate “povere”, potrebbero dar vita anche in Europa a nuove imprese, a nuovi posti di lavoro, con prospettive di una vastissima richiesta futura. Prospettive per una ingegneria dell’amore per il prossimo e per l’ambiente.

La Gazzetta del Mezzogiorno, martedì 11 ottobre 2011 (dal sito di Giorgio Nebbia)

«Allenatevi, vi prego, alla differenza tra poesia e intrattenimento» (Federica Fracassi)


Alla cerimonia finale del Premio Ubu, il 7 gennaio 2019, Federica Fracassi, che presentava la serata, ha letto queste parole scritte per l’occasione, che offro alla meditazione. Le riprendo dal sito “Il primo amore”, ove sono state postate da Tiziano Scarpa con l'autorizzazione dell'attrice. (S.L.L.)


Il 5 novembre 1975 a Campo de’ Fiori, davanti al corpo straziato di Pier Paolo Pasolini, Alberto Moravia grida: “Di poeti ne nascono pochi in un secolo”. Enzo Siciliano commenterà: “È vero, una società dovrebbe avere una cura infinita verso i propri poeti, perché sono pochissimi, e la loro passione strenua per la lingua materna riguarda tutti, coinvolge tutti.”
Sì, una società dovrebbe avere la responsabilità della lingua, della cultura, della memoria e del futuro del suo paese. Una società dovrebbe conoscere un po’ meglio ciò di cui parla, dovrebbe conoscere un po’ meglio ciò di cui scrive. Una società dovrebbe avere una cura infinita dunque anche verso il proprio teatro, verso i propri artisti, verso coloro che con talento, professionalità e passione abitano e servono lo spazio sacro del palcoscenico. Perché sono i custodi della lingua. E sembrano tanti, ma in realtà sono pochissimi...
I poeti sono pochissimi in un paese dove pare che tutti possano fare tutto: l’arte dell’improvvisazione, del pressapochismo, del dilettantismo. I poeti restano pochissimi (per lo più indigenti) e i veri artisti sono pochissimi.
Voi per primi (avrei potuto fare in altro modo, ma qui scelgo di usare il voi consapevolmente, per il vostro ruolo specifico di tramite, di ponte tra l’artista e il pubblico che ci sta ascoltando, un ruolo di altissima responsabilità), voi per primi, voi critici e soprattutto voi direttori di teatro, voi produttori e distributori di teatro dovreste saper riconoscere i poeti. Allenarvi sempre alla responsabilità del riconoscimento e della riconoscenza, allenarvi sempre al coraggio, in una società, in un paese, ostile ai poeti. Prodigarvi perché, almeno intanto quei pochissimi abbiano tutte le possibilità per far fiorire il loro talento. Non c’è gioia più grande della commozione davanti a un essere umano che riesce a produrre bellezza in modi a noi sconosciuti e forse inarrivabili. La sua meraviglia eleva anche noi. Allenatevi alla consapevolezza che le vostre scelte possono far crescere un paese, possono far crescere nel pubblico l’amore per la poesia o ucciderla ogni giorno silenziosamente. Allenatevi, vi prego, alla differenza tra poesia e intrattenimento, entrambi dignitosi, ma differenti: da un lato la necessità di porre questioni alla vita (anche in modo leggero, ci mancherebbe); dall’altro una scampagnata sul palco che diventa improvvisamente centro commerciale.
Il micromondo che è il teatro sopravvive ancora oggi grazie al suo insostituibile essere qui e ora. Il teatro è un’esperienza. Invece di essere fieri di questa unicità e di questa forza vediamo molto teatro che è solo una goffa rincorsa ad altro e ci stupiamo anche, se il pubblico accende lo smartphone pensando di essere a casa davanti a uno schermo.
Allenatevi, innanzitutto, a non adagiarvi sulla certezza del nostro entusiasmo. Non adagiatevi sulla necessità dell’artista di star qui, su questo palco, così da poterlo comprare a metà prezzo... “vabbè, tanto lo vuole fare, vabbè, se non c’è uno lo sostituiamo con l’altro...” Diamo valore a ciò che ne ha. Il suo valore. Né più. Né meno.
Da attrice cerco di riportarmi quotidianamente alla responsabilità di essere qui. Ci provo. Ne sono all’altezza? Ne ho il talento, il dono, la passione, il rischio, l’abnegazione? Ho studiato abbastanza? Conosco a tal punto la nostra storia, la tradizione, il lavoro dei miei padri da avere il sacrosanto diritto di superarli, di combatterli, di negarli? O faccio rock a cazzo?
Il mio sogno di oggi è che si amino di più i nostri attori, le nostre attrici, i nostri artisti. Che lottiamo tutti quotidianamente per pretendere l’altezza della nostra lingua, un’altezza di cui loro sono i custodi. […]

dal sito “Il primo amore”, 9 gennaio 2019

Coraggio, fatti ammazzare! La nuova "legittima difesa" è legge (Rossella Puca)



Il tabellone del Senato è dominato da luci verdi con un minuscolo spicchio di rosso appartenente al PD e a Leu, 201 favorevoli, 38 contrari: la nuova legittima difesa è legge.
A. D. 2019, 28 marzo, un Matteo Salvini raggiante accoglie i giornalisti: «Oggi i rapinatori avranno la vita più difficile», intanto i Grillini latitano, nessun ministro del Movimento 5 stelle è presente in aula e si contano molte assenze nella maggioranza. L'asse M5S-Lega non supera le 142 presenze, facendo levare le critiche dai banchi dell'opposizione sulla presunta volatilità della maggioranza di governo. La risposta evasiva di Luigi Di Maio, direttamente dagli States è «È stato rispettato un punto del contratto di governo».
Venendo alle specifiche, la legge composta da 6 articoli prevede le modifiche del titolo III capo I del codice penale del 1930, già rivisitato con la riforma del 2006 che rafforzò la tutela per chi agisca nel proprio domicilio o negozio. L’articolo 1 dispone che la difesa in casa propria è sempre legittima; l’articolo 2 introduce il concetto di “grave turbamento” tra le cause di non punibilità; l’articolo 3 modifica la disciplina sulla sospensione condizionale della pena: in caso di sentenza di condanna la sospensione condizionale è concessa solo dietro integrale pagamento del risarcimento danni alla vittima; l’articolo 4 dispone l’aumento della pena per il delitto di violazione di domicilio: la detenzione da 1 a 4 anni diventa da 2 a 6 anni; l’articolo 5 e articolo 6 prevedono l’inasprimento delle pene per i delitti di furto in abitazione e rapina, con la detenzione massima rispettivamente fino a 6 e 7 anni.
Quel che si nota immediatamente è l'aumento inesorabile per le pene previste per i reati che attentano al patrimonio.
La presentazione della legge è stata però alquanto distorta rispetto alla realtà, si è detto che con tale modifica non vi saranno più indagini a carico di chi spara in presenza delle condizioni previste, eppure quel che bisogna specificare è che non si può derogare in alcun modo alla necessità di svolgere gli accertamenti e le valutazioni che un pubblico ministero sottoporrà ad un giudice. Una tutela indissolubile, caposaldo di uno stato di diritto.
Le critiche mosse alla legge anche dall'associazione Nazionale Magistrati, hanno fondamento nell'avverbio che viene aggiunto all'interno dell'art. 52. Dire che la difesa è "sempre" Legittima, equipara la vita umana a un bene patrimoniale, con un vizio giuridico evidente, lesivo delle norme costituzionali. Lo stesso "grave turbamento" per escludere la punibilità, si ritroverà dinanzi a rilevanti problemi applicativi, risultando un concetto labile e soggetto a una discrezionalità che poco ha a che fare col principio di tassatività e alla monolitica previsione di chiarezza e determinazione della legge penale.
Viene meno poi il principio cardine sulla quale veniva a fondarsi la discriminante della legittima difesa: il concetto di proporzionalità tra l'azione e la reazione della 'vittima'. Al suo posto viene invece introdotto un automatismo, riducendo gli spazi di valutazione dei magistrati.
Di sbieco, e ben collegato alla nuova riforma, si inserisce la proposta di legge presentata da 70 parlamentari leghisti per rendere più facile l'acquisto di un'arma. Secondo le fonti Censis su GunPolicy.org, l'Italia è al 55esimo posto su 178 Paesi nel ranking mondiale di cittadini con armi; tra l'altro un sondaggio condotto alcuni anni fa ha verificato quanto il favor degli italiani a criteri meno rigidi per possesso di armi da fuoco per difesa personale sia aumentato dal 26% del 2015 al 39% del 2017. Al contempo, il governo implementa una percezione mediata di insicurezza, mentre nella realtà, dati del Viminale alla mano, si registra un calo netto e strutturale dei reati.
Il giochetto che si tiene fra Parlamento e salotti televisivi conviene al Governo della Paura, specificando da un lato la possibilità per gli Italiani, senza remore, di potersi difendere da soli, legittimando dall'altro, investimenti ingenti in sicurezza e politiche securitarie.

Dal sito “Global project”, 29 marzo 2019

Quel romantico di Leopardi (Franco D’Intino)

Il sito “Il primo amore”, per scelta di Antonio Moresco pubblica due brevi stralci da un recente libro sul Leopardi, La caduta e il ritorno. Cinque movimenti dell’immaginario romantico leopardiano di Franco D’Intino, editore Quodlibet. Dai brani, tratti dall'introduzione del libro, mi pare che l'autore affronti con piglio deciso e soluzioni originali temi di grande interesse critico e storiografico. Non sono d'accordo con diverse affermazioni perentorie, ma riprendo - senza note – il primo. Il dibattito su Leopardi deve riprendere e questo lavoro può essere di grande aiuto. (S.L.L.)



Per buona parte del secolo XX si è cercato di allontanare Leopardi, spesso per motivi ideologici spurî, da questo paesaggio e da questi problemi, isolandolo con un cordone sanitario dal romanticismo – fenomeno di cui in Italia si è sempre compreso assai poco – per costringerlo entro fuorvianti opposizioni categoriali. Materialismo, per esempio, non solo non significa razionalismo, ma può ben conciliarsi con una «incombenza» e «centralità dell’io» filosoficamente inevitabili in quel giro di anni. E ancora: che Leopardi sia e si professi ateo non ci autorizza a trascurarne l’immaginario teologico, con coloriture talvolta mistiche, ché proprio l’innesto dell’uno sull’altro elemento è il combustibile del suo genio. E così via. Altre categorie, dunque, ci aiutano a comprendere Leopardi: quelle che hanno trovato compiuta, anche se talora incoerente e frammentaria articolazione nelle opere dei romantici europei, non certo di quelli italiani. Oltre alle cinque che danno il titolo ai capitoli, eccone alcune: l’infinito, l’incompiuto (il frammento), il vago (o indefinito), il desiderio, il salto, la velocità, la mutazione, la complessità (o contraddittorietà), il pericolo, l’azzardo, il conflitto, l’esilio, il sacrificio, lo sdoppiamento, l’(auto)distruzione e l’(auto)creazione, l’impulso vitale, l’organico, il potenziale. Altre ancora se ne potrebbero aggiungere, generate dai due fuochi di quella ellisse – usiamo la metafora scelta da Curtius per il suo capolavoro (Letteratura europea e Medioevo latino) – attorno a cui si raccoglie la materia di questo libro: la caduta e il ritorno. Tutto questo universo è messo in moto dall’energia, che, come Michel Delon ha ben visto nel suo libro sull’Idée d’énergie en France au tournant des Lumières (1988), è la sostanza che dà fuoco all’epoca, liquefacendo le fragili barriere fra tardo-illuministi e romantici, materialisti e spiritualisti, scienziati e mistici, fisici e metafisici, e costringendo gli scrittori a quelle innovazioni formali radicali che inaugurano l’epoca moderna, molte delle quali ricadono all’interno della galassia del sublime.
Anche da questo punto di vista, le evidentissime tensioni (strutturali, stilistiche e linguistiche) che percorrono l’opera edita e inedita di Leopardi sono state spesso ignorate, e talora ricondotte al passato. Un rigoroso “senso della forma” è stato evocato per etichettarlo come “classicista”, come se, per esempio, Wordsworth, Coleridge, Keats, Shelley, Kleist, Baudelaire e Flaubert – puri romantici – ne fossero sprovvisti. Leopardi, ha scritto di recente Gilberto Lonardi (il quale pure rifugge dall’etichetta “romantica”), è «al di là di ogni lettura neoclassica e anzi di ogni classicismo». Innegabile è la sua pulsione verso la sperimentazione e l’incompiutezza, e verso, dirò così, un ondeggiamento, che fa leva sulla poetica dell’infinito/indefinito/indeterminato, centralissima in tutti i romantici: «La malinconia, il sentimentale moderno ec. perciò appunto sono così dolci, perché immergono l’anima in un abbisso di pensieri indeterminati de’ quali non sa vedere il fondo nè i contorni». Una ricostruzione non parziale, è evidente, dovrà fare interagire queste due polarità gerarchizzandole dinamicamente. Lo fa Gramsci quando, in uno dei suoi sintetici e folgoranti giudizi, scrive che Goethe «esprime in forma serena e classica ciò che nel Leopardi […] è ancora torbido romanticismo». A patto di intenderci sul significato di «torbido», il giudizio è più o meno esatto, nel senso che il dato primario, in Leopardi, è la tensione, persino distruttiva, verso l’incompiuto/infinito/inconcludibile che si scava entro un senso della “forma” come faticosa e combattuta conquista. Una nuova misura dinamicamente in bilico sul precipizio di una riflessività che, come dice egli stesso molto chiaramente, sprofonda in se stessa: «Così che la sensazione presente non deriva immediatamente dalle cose, non è un’immagine degli oggetti, ma della immagine fanciullesca; una ricordanza, una ripetizione, una ripercussione o riflesso della immagine antica».
A questa temporalità inabissata e indeterminata, che si costituisce nella rimembranza – il recupero di un qualcosa di scomparso, il doloroso e stratificato ricucirsi di una ferita – Leopardi dà il nome di romantico. Se forma romantica si dà, essa è, per definizione, un movimento di ritorno. Come Benjamin dimostra nelle ultime pagine del Concetto di critica nel romanticismo tedesco, l’esito ultimo della poetica schlegeliana e novalisiana potrebbe sembrare “antiromantico”; è, cioè, una sobrietà, ma una sobrietà nell’infinità (forse qualcosa di simile alla sobria ebrietas di Filone): non già, dunque, adesione a modelli dati, ma un ritrovato rapporto tra soggetto e oggetto. Una nuova misura, appunto, che Benjamin vede realizzata in Flaubert e addirittura nei parnassiani. Impossibile, allora, comprendere – solo per fare un esempio – la radicale novità e modernità dei Canti (per non parlare delle “capricciose” Operette morali e di quel “caos scritto” che è lo Zibaldone) se non li collochiamo su questo sfondo.
[...]
In generale, questo libro è assai diverso dai miei precedenti. L’idea fondamentale risale agli anni Novanta, e non l’ho voluta troppo sfigurare: ho raccolto materiali per oltre vent’anni, di recente li ho rifusi, rielaborando tutto in modo radicale e scrivendo parti nuove. Ho trattenuto qualcosa, tra le dita, del modo romantico di pensare e scrivere: romanzesco, rapsodico, per variazioni, o trasformazioni, ognuna delle quali mostra il tema sotto una nuova luce (di qui il sottotitolo musicale: “movimenti”). Per contro, la struttura è estremamente coesa: ogni elemento ha una sua funzione precisa all’interno di un disegno unitario e organico, la cui chiave si trova, come in certi racconti polizieschi, alla fine, e in particolare nell’ultimo paragrafo (che riconduce al primo) e nell’Epilogo. Un disegno che si costruisce pian piano anche attraverso una rete di lemmi, di cui si registrano e studiano le parentele, le sovrapposizioni, i ritorni e le intime vibrazioni. Un metodo di lettura che si ispira a fondamentali lavori di semantica come quelli di Spitzer, Benveniste e Onians, e che da anni cerchiamo collettivamente di sperimentare nei seminari del Laboratorio Leopardi Sapienza e nel progetto del Lessico Leopardiano. Idealmente, il libro richiederebbe una lettura continua, dall’inizio alla fine, perché tutto ciò che cade, prima o poi ritorna. Ma chi ha più il tempo di leggere libri interi, e di seguito? Molto lavoro è chiesto dunque al volenteroso lettore, cui spetta il compito di ricostruire in sé, in modo sympathetisch, la trama della tela, ampliando virtualmente all’infinito il cerchio delle citazioni pertinenti, di cui si dà qui solo quel minimo che serve all’insieme. Lo scopo non è raccoglierle, ma attrarle tutte magneticamente verso un sistema di senso che le illumini; un sistema che però non dà mai risposte frontali, mirando invece a gettare su alcune questioni topiche una luce laterale, obliqua. Con l’affettuosa ironia auto-denigratoria di Carlyle a proposito del suo alter ego, il bizzarro professor Teufelsdröckh, si potrebbe dire che questo libro, con le sue mancanze e oscurità, con i suoi fluidi “movimenti”, vorrebbe attivare l’energia del lettore, e modificarne il modo di pensare: «we admitted that the Book had in a high degree excited us to self-activity, which is the best effect of any book; that it had even operated changes in our way of thought». Una critica propriamente romantica ha, d’altra parte, «la necessaria incompiutezza dell’impeccabile».

dal sito "Il primo amore", postato il 9 marzo 2019


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