6.5.19

La poesia del lunedì. Riccardo Reis – Fernando Pessoa

Fernando Pessoa (1888 - 1935)

Per essere grande, sii intero: non esagerare
E non escludere niente di te.
Sii tutto in ogni cosa. Metti quel che sei
Nel minimo che fai,
Come la luna in ogni lago tutta
Risplende, perché in alto vive.

-

Para ser grande, sê inteiro: nada
Teu exagera ou exclui.
Sê todo em cada coisa. Põe quanto és
No mínimo que fazes.
Assim em cada lago a lua toda
Brilha, porque alta vive.
(14-2-1933)

Postilla
È una delle numerose “poesie eteronime” di Fernando Pessoa. Lo scrittore costruiva autori immaginari, ciascuno con una sua fisionomia culturale, etica e stilistica. Riccardo Reis, autore soprattutto di odi è probabilmente la più “classica” tra le incarnazioni di Pessoa. La traduzione, con qualche aggiustamento, è quella presente senza indicazione d'autore nel forum “leggere e scrivere” del Corsera curato da Paolo Milano.
L'originale portoghese in Odes de Ricardo Reis. Fernando Pessoa, Lisboa: Ática, 1946 - 1ª pubblicazione in “Presença”, nº 37. Coimbra,1933. In Arquivo Pessoa (http://arquivopessoa.net/)

5.5.19

2019. Molti anniversari e troppo sangue (Luca Baiada)

Una rievocazione che suscita momenti di dissenso per l'evidente provocatorietà dei ragionamenti, ma che pure apre contraddizioni feconde nel nostro modo di guardare al passato e di attualizzarlo. Da leggere. (S.L.L.)

Il  culto della violenza e delle armi in un disegno rievocativo della fondazione
dei Fasci di combattimento (1919),tipico della stampa neofascista.

Cent’anni dalla fondazione dei Fasci di combattimento: Milano, piazza San Sepolcro, 23 marzo 1919. Il fascismo, un tipico prodotto di successo del Made in Italy; forse la parola italiana più nota all’estero, insieme a mafia e pizza. Ipocrisia e sangue. Va al potere con le stragi di democratici e sindacalisti, con gli incendi, coi saccheggi; ma le condanne a morte che pronuncia col Tribunale speciale, quelle eseguite, sono poche decine. Lupara bianca e lupara nera. Al fascismo bastano sette anni dal suo primo governo per sforbiciare un pezzo della capitale e consegnarlo al papato, e pochi anni in più per legare le sorti del paese alla Germania con risultati disastrosi. Paradosso tutto nostro, quel suicidio differito del Risorgimento passa per patriottico.

Tre quarti di secolo dall’attacco partigiano in via Rasella (non per caso, la Resistenza scelse il 23 marzo) e dalle Fosse Ardeatine, il giorno dopo. L’attacco lo fecero i Gap, Gruppi di azione patriottica; patria non sapeva di populismo e non metteva in imbarazzo. Pochi giorni prima, il 10 marzo e sempre a Roma, per l’anniversario della morte di Mazzini i gappisti avevano disperso a revolverate i fascisti, che in via Tomacelli sfilavano contro il re e per la repubblica, ma quella finta di Mussolini. Brutto colpo, per i repubblichini, che sul «Messaggero» commentarono: «Purtroppo i soliti elementi perturbatori attentano alla serena compostezza del corteo». I comunisti sparano sui fascisti per impedire che si fingano mazziniani. Da approfondire, il senso di quell’accademia a mano armata.
La memoria è rimasta prigioniera del paradigma vittimario delle Ardeatine, crimine sepolto nel monumentalismo; l’azione ben riuscita di via Rasella non ha avuto la considerazione che merita, anzi è stata accusata di tutto: i partigiani che volevano l’eccidio, che dovevano consegnarsi ai tedeschi, che ignorarono moniti e comunicati. Qualche anno fa è stato pubblicato e demistificato il volantino fascista che fabbricò menzogne poco dopo il massacro (una manovra disinformativa persino più zelante di quelle tedesche); ma le smentite razionali non bastano, l’accusa contro la Resistenza risponde a un bisogno emozionale. Ha combattuto, ha spezzato l’inerzia, e nella città santa: è colpevole.

Mezzo secolo dalla strage di piazza Fontana, a Milano. Nel 1969 corre lo sviluppo economico, sono in piena maturazione l’industrializzazione e l’urbanizzazione, si è affacciata la rivoluzione sessuale, si progettano il divorzio, il nuovo diritto di famiglia, lo Statuto dei lavoratori. Si reclamano riforme dei codici, della scuola, dell’università. Una parte del paese vuole entrare nella modernità, un’altra frena: vi entrerà zoppicando.
Piazza Fontana è una strage indiscriminata, la prima di tipo bellico dopo la guerra; le altre, da Portella della Ginestra a Reggio Emilia, hanno un margine di selezione delle vittime. Nel 1969 si colpisce a caso: il bersaglio grosso non è in quei morti, è il popolo. Insieme c’è la violenza poliziesca, la macchinazione che mira all’anello debole della contestazione: gli anarchici, estranei al circuito politico del blocco al governo e di quello all’opposizione, riottosi alla retorica del costituzionalismo ingessato, dissonanti dal reducismo ciellenista. Però la morte di Giuseppe Pinelli, un po’ simmetrica e un po’ decentrata rispetto alla bomba, colpisce mirando ed è un monito per tutti, fitta di segni che parlano di allineamento, di ubbidienza non solo governativa. L’uomo che quel giorno va tranquillo coi poliziotti in questura, fiducioso in un chiarimento, ne uscirà cadavere dopo un interrogatorio che viola ogni norma procedurale.
In carcere, additato come il mostro, finirà un altro anarchico innocente, Pietro Valpreda; ci vorranno anni e una modifica legislativa per tirarlo fuori. Ci si renderà conto, finalmente, che le leggi sono ancora quelle fasciste e che un detenuto può sparire senza garanzie. E insieme c’è la giustizia, così inadeguata che alla verità processuale su quel 1969 mancano ancora pagine importanti. La spiegazione corrente su Pinelli sarà un ossimoro osceno, il malore attivo, in cui – come nei Promessi sposi, con le febbri pestilenziali – l’indicibile si sposta sull’aggettivo. Qualcosa si muove, qualcuno fa, insomma c’è un che di attivo, in quella morte. Ma il sostantivo è incolpevole e sa di vecchio, di malfermo: il malore, meno grave della malattia, più svenevole di un dolorino. Pinelli era quarantenne. Da rivedere, sulla giustizia, il film Processo politico di Francesco Leonetti.

Un quarto di secolo dalla rifrequentazione di un tremendo archivio segreto. Fra il 1943 e il 1945 gli occupanti tedeschi e i collaborazionisti fascisti uccidono italiani in una quantità mai davvero calcolata: probabilmente almeno trentamila. Nel 1945 si decide di concentrare indagini e prove a Roma, negli uffici della giustizia militare, per far meglio chiarezza. Negli anni immediatamente successivi i fascicoli sono usati per celebrare pochissimi processi, poi sono lasciati alla polvere, nel silenzio di tutte le strutture partitiche, politiche, sindacali, combattentistiche. Molti sanno, tutti tacciono, qualcuno manovra. È uno scandalo senza paragoni nell’Italia postunitaria, forse nella storia europea: un paese occulta le prove di due anni di massacro dei suoi cittadini, di ogni età e condizione, compresi i bambini, i militari fedeli al governo legittimo, i partigiani, il clero, gli ebrei.
Un giornalista battagliero, Franco Giustolisi, chiamerà questa cosa orribile Armadio della vergogna, un’espressione fulminante. Dopo che l’Armadio è stato riaperto si muovono commissioni d’inchiesta, si scrivono relazioni, eppure restano oscure sia le implicazioni di un’inerzia così lunga, sia le modalità dell’improvvisa rifrequentazione dell’archivio. Avviene, appunto, nel 1994: cioè dopo il Trattato di Maastricht e dopo la trattativa Stato-mafia con la notte in odor di golpe denunciata da Ciampi, e dopo l’assassinio di Falcone e Borsellino. Soprattutto, a breve distanza dalla caduta del Muro di Berlino e dalla riunificazione tedesca, e subito dopo l’arrivo di Berlusconi al governo. In quell’anno i Modena City Ramblers cantano Quarant’anni: «Ho visto bombe di Stato scoppiare nelle piazze e anarchici distratti cadere giù dalle finestre. Ho venduto il mio didietro ad un amico americano. Ho massacrato Borsellino e tutti gli altri. Ho protetto trafficanti e figli di puttana. Ma ho un armadio pieno d’oro, di tangenti e di mazzette, di armi e munizioni, di scheletri e di schifezze».
La rifrequentazione non ha neppure una data sicura. Di altri misteri italiani si conosce almeno il giorno; nel 1994 l’Armadio ricompare senza un verbale, senza una fotografia. Negli anni che seguono si celebrano una ventina di dibattimenti, l’ultimo termina nel 2015; va in prigione solo un sottufficiale. La Germania non paga nessun risarcimento; anzi, alla Corte internazionale dell’Aia fa condannare l’Italia per lesa maestà, perché uno studio legale ha ipotecato una villa tedesca a Como. Attenzione. La posta in gioco non è solo di crediti italiani e di una villa: con quella sentenza la Corte, cioè la voce giudiziaria dell’Onu, dice che gli Stati non possono mai essere condannati a pagare, neppure per crimini di guerra o contro l’umanità. Vale per il passato e per il futuro, per Sant’Anna di Stazzema e per la Siria. È il 2012: la crisi economica dilaga, terrorismo e destabilizzazioni fanno il doppio gioco sul sangue di interi paesi, e Wikileaks, col Cablegate e coi documenti sull’Afghanistan e l’Iraq, ha svelato intrighi e massacri. Ecco che sul tavolo anatomico dei giuristi, all’Aia, le stragi di italiani dal 1943 al 1945 sono dissezionate e manipolate per fabbricare un salvacondotto legale a quelle future, ovunque. Gli apprendisti stregoni cuciono i lutti della Seconda guerra mondiale col fil di ferro del formalismo; ne esce un mostro alla Frankenstein, servizievole alla ragion di Stato. Sangue assolve sangue.

Settant’anni dalla fondazione della Nato. Voluta contro un blocco politico-economico che non esiste più da un trentennio, è sopravvissuta al suo nemico e continua a condizionare il presente. I responsabili di crimini nazifascisti commessi in guerra sono stati protetti e adoperati; la strategia della tensione è stata l’area in cui la Nato ha incontrato il nazifascismo bellico e la protezione postbellica della sua impunità, cioè l’ombra silenziosa dell’Armadio della vergogna.

Lo stragismo nazista e fascista, sempre antipopolare, sempre collaborazionista, ha disseminato di ingiustizia e reticenza un secolo segnandone le tappe. Durante la guerra è stato usato per fabbricare il complesso di colpa per la Resistenza, la squalifica profonda degli italiani, e per gettare le basi di un senso di inferiorità contrario al Risorgimento, al socialismo e alla democrazia; da rileggere, le pagine di Giuseppe Dossetti su Marzabotto come delitto castale. Dopo la guerra ha stravolto l’ingresso del paese nella modernità, costruendo col metodo terroristico la minaccia del colpo di Stato, lo scacco alle conquiste sindacali e democratiche, la difesa a oltranza dei privilegi di classe. Dopo la dissoluzione del blocco socialista e la riunificazione della Germania, i contraccolpi di quel sangue e quei silenzi hanno continuato a pesare. I segreti della strategia della tensione e l’impunità delle stragi nazifasciste in tempo di guerra hanno ricevuto una protezione solida, dentro l’abitudine del potere all’utilizzo indiscriminato della criminalità organizzata e del fascismo; abiti intercambiabili, in Italia, e sempre con l’ornato di una cultura prostituita alla distrazione. Da rivedere l’intervista al regista (Orson Welles), in La ricotta di Pasolini: «Il popolo più analfabeta, la borghesia più ignorante d’Europa». La ricotta comincia col Vangelo di Marco: «Non esiste niente di nascosto che non si debba manifestare; e niente accade occultamente, ma perché si manifesti».
Ancora da sondare, i rapporti fra le coperture dell’Armadio della vergogna e il reimpiego del fascismo negli anni della conflittualità armata, come le relazioni fra crimine, fascismo e affarismo – riciclaggio, privatizzazione di beni pubblici, traffico di droga e armi – nella prima metà degli anni Novanta, in concomitanza coi delitti più vistosi (Falcone, Borsellino). Tutti da affrontare, i legami con altri delitti che hanno segnato la situazione europea poco prima della liquidazione del socialismo o nell’immediatezza (omicidi Olof Palme, Alfred Herrhausen, Detlev Rohwedder).
Le stragi fasciste dal 1919 preparano la dittatura, che prepara i massacri sociali, coloniali, bellici. Le stragi belliche, massacri dentro l’immane massacro, sorreggono l’occupazione militare, la schiavizzazione, la deportazione, il saccheggio, la repressione materiale e morale. Le stragi della strategia postbellica orientano il cambiamento dell’Italia in conformità alla spartizione del mondo in blocchi. Le stragi del 1992-1993 chiudono quella stagione, mettendo a tacere chi sa troppo e aprendo la strada a un nuovo quadro di potere, che serve alla penetrazione economica nei paesi ex socialisti e alla distruzione dell’originale socialdemocrazia italiana, coi suoi specifici miti e pilastri (democristianesimo, eurocomunismo, partecipazioni statali, banche pubbliche). Questo lunghissimo sacrificio umano ha per costante l’eliminazione mirata di notabili (uomini d’ordine antifascisti, politici onesti, sindacalisti impegnati, intellettuali coraggiosi, magistrati scomodi) e il massacro casuale, indiscriminato, contro il popolo, che la strategia del sangue riduce a massa informe di carne.

Davvero, tanti anniversari. Eppure, a leggerli insieme si capisce meglio. Un uomo diritto che visse per amore, patria e poesia, e morì d’esilio in povertà: «Non accuso la ragione di stato che vende come branchi di pecore le nazioni: così fu sempre, e così sarà: piango la patria mia, “Che mi fu tolta, e il modo ancor m’offende”». Ugo Foscolo, Ultime lettere di Jacopo Ortis, 17 marzo.

Carmilla on-line, 25 aprile 2019

Esami di maturità. Quando Amendola si allenava...


«Ero preparato da tre “allenatori , i più I bravi della classe: Pietro Grifone, Carlo Marchiani e Alessandro Lizier, che si alternavano a turno per più ore, fino a quattro ore con-secutive. Dormivo sei ore, mangiavo poco ma sostanzioso. La preparazione scolastica assunse il carattere di un allenamento sportivo. La pagella di febbraio era stata disastrosa, quella finale migliore, ma con un 4 in scienze naturali e molti 5. Compresi allora il valore dell’esame, che difendo ancora oggi contro la generale contestazione. Il valore dell’esame non è certamente culturale, perché un imbonimento accelerato e massiccio di notizie imparate a memoria sulla base di compendi e tavole riassuntive non può servire a nulla. Il valore è essenzialmente morale, di prova di carattere e di volontà. Una prova da superare, una selezione da affrontare; come la vita esige fuori della scuola e in ben più severe condizioni e con maggiori ingiustizie.
Sentivo allora attorno a me la fiducia degli amici e la tesa diffidenza degli altri. Per me la posta non era il pezzo di carta della licenza liceale, ma la conquista di una stima di cui avevo bisogno per riorganizzare la mia nuova vita».

da Giorgio Amendola, Una scelta di vita, Rizzoli 1976

Fonte. Una poesia di Salvatore Quasimodo




Bianca la fonte che in brevi volute
– ha appena il respiro dell’erba che nasce –
si slarga nell’acqua che blanda riluce.

Io scavo la strada nel sole,
arrivo e mi perdo nell’ombra più chiusa.

da Acque e terre, 1920-1929

La storia è un bene comune, salviamola. L'appello di Andrea Giardina, Liliana Segre e Andrea Camilleri per ridare dignità nelle scuole alla materia


Il “manifesto per la storia”, pubblicato da “Repubblica” il 25 aprile è stato un grande successo. Alle prime tre firme pesanti, di uno storico, di uno scrittore di successo, di una senatrice a vita, se ne sono aggiunte altre 500, in diversi casi non meno autorevoli. A me ricorda un appello del primo Ottocento nel quadro di un'Italia frammentata e dominata da potenze straniere: “Italiani, vi esorto alle Storie”. Fu stilato, come prolusione accademica, da un giovane professore universitario che di cognome faceva Foscolo.
Credo che ora all'appello non servano più firme, ma occorrono altre forme di mobilitazione. Per esempio non guasterebbe che associazioni culturali, librerie, sindacati scuola, giornali e riviste, promuovano nelle città e nei paesi, anche quelli piccolissimi, occasioni di discussione e di dibattito a illustrazione dell'appello, che si concludano con un'adesione collettiva, che consiglieri comunali, provinciali e regionali promuovano ordini del giorno sul tema, che si affiggano manifesti per le vie e si diffondano in rete.
A me poi non spiacerebbe che circoli, come gadget per l'autofinanziamento dell'ARCI e dell'ANPI per esempio, una maglietta che abbia da un lato l'immagine di Foscolo (che era piuttosto belloccio) e la sua frase e dall'altro la scritta “La storia è un bene comune. Salviamola”. (S.L.L.)

Ugo Foscolo

La storia è un bene comune. La sua conoscenza è un principio di democrazia e di uguaglianza tra i cittadini. È un sapere critico non uniforme, non omogeneo, che rifiuta il conformismo e vive nel dialogo. Lo storico ha le proprie idee politiche ma deve sottoporle alle prove dei documenti e del dibattito, confrontandole con le idee altrui e impegnandosi nella loro diffusione.
Ci appelliamo a tutti i cittadini e alle loro rappresentanze politiche e istituzionali per la difesa e il progresso della ricerca storica in un momento di grave pericolo per la sopravvivenza stessa della conoscenza critica del passato e delle esperienze che la storia fornisce al presente e al futuro del nostro Paese.
Sono diffusi, in molte società contemporanee, sentimenti di rifiuto e diffidenza nei confronti degli “esperti”, a qualunque settore appartengano, la medicina come l’astronomia, l’economia come la storia. La comunicazione semplificata tipica dei social media fa nascere la figura del contro-esperto che rappresenta una presunta opinione del popolo, una sorta di sapienza mistica che attinge a giacimenti di verità che i professori, i maestri e i competenti occulterebbero per proteggere interessi e privilegi.
I pericoli sono sotto gli occhi di tutti: si negano fatti ampiamente documentati; si costruiscono fantasiose contro-storie; si resuscitano ideologie funeste in nome della deideologizzazione. Ciò nonostante, queste stesse distorsioni celano un bisogno di storia e nascono anche da sensibilità autentiche, curiosità, desideri di esplorazione che non trovano appagamento altrove. È necessario quindi rafforzare l’impegno, rinnovare le parole, trovare vie di contatto, moltiplicare i luoghi di incontro per la trasmissione della conoscenza.
Ma nulla di questo può farsi se la storia, come sta avvenendo precipitosamente, viene soffocata già nelle scuole e nelle università, esautorata dal suo ruolo essenziale, rappresentata come una conoscenza residuale, dove reperire al massimo qualche passatempo. I ragazzi europei che giocano sui binari di Auschwitz offendono certo le vittime, ma sono al tempo stesso vittime dell’incuria e dei fallimenti educativi.
Il ridimensionamento della prova di storia nell’esame di maturità, l’avvenuta riduzione delle ore di insegnamento nelle scuole, il vertiginoso decremento delle cattedre universitarie, il blocco del reclutamento degli studiosi più giovani, la situazione precaria degli archivi e delle biblioteche, rappresentano un attentato alla vita culturale e civile del nostro Paese.
Ignorare la nostra storia vuol dire smarrire noi stessi, la nostra nazione, l’Europa e il mondo. Vuol dire vivere ignari in uno spazio fittizio, proprio nel momento in cui i fenomeni di globalizzazione impongono panorami sconfinati alla coscienza e all’azione dei singoli e delle comunità.
Per questo cittadini di vario orientamento politico ma uniti da un condiviso sentimento di allarme si rivolgono al governo e ai partiti, alle istituzioni pubbliche e alle associazioni private perché si protegga e si faccia progredire quel bene comune che si chiama storia
e chiedono

che la prova di storia venga ripristinata negli scritti dell’esame di Stato delle scuole superiori.

che le ore dedicate alla disciplina nelle scuole vengano incrementate e non ulteriormente ridotte.

che dentro l’università sia favorita la ricerca storica, ampliando l’accesso agli studiosi più giovani.
Andrea Giardina
Liliana Segre
Andrea Camilleri

4.5.19

Pagare e sorridere (S.L.L.)



Insisto. Una politica di giustizia sociale non può prevedere solo interventi verso il basso, di assistenza agli indigenti, ai disoccupati, agli emarginati, ma anche verso l'alto, sia nel pubblico che nel privato. 
Gli appannaggi regali dei top manager, per esempio, sono scandalosi: lo spiega Luca Angelini in un articoletto dalla rassegna stampa del “Corsera” di oggi (lo riprenderò nel blog nei prossimi giorni) con dati soprattutto americani, ma non dissimili da quelli europei. E sono tali da incidere sulle paghe, scarse, dei più ai livelli medi e bassi e sul diffondersi di una nuova più vasta povertà.
Una sinistra decente, che voglia smascherare il finto populismo di Salvini, dovrebbe lanciare subito una campagna di denuncia di tutti i redditi assurdamente alti e una polemica quotidiana, incessante, alla maniera dei radicali, contro la “flat tax” e contro tutti gli altri progetti che tendono a ribadire questo stato di cose piuttosto che a modificarlo.
Quando, poco più di un decennio fa, Rifondazione Comunista lanciò un manifesto con lo slogan “Anche i ricchi piangano, la cosa determinò una sorta di insurrezione di tutti i “maestri” del Pd, da Rutelli a D'Alema: venne giudicata demagogica, inopportuna, tale da indebolire il già debole governo Prodi. In verità il partito di Bertinotti non sbagliava il messaggio, che era più che giustificato e semmai già allora tardivo, ma nella occasionalità della comunicazione e nella forma: di nessuno si deve volere mai il pianto, neppure dei ricchi. I ricchi devono pagare e sorridere. 
Non basta peraltro denunciare: le organizzazioni di sinistra politiche, sindacali, culturali dovrebbero trovare obiettivi precisi, semplici, proposte di legge intorno a cui costruire ogni giorno iniziativa e mobilitazione, sia sul versante dei tetti da imporre sia su quello delle tasse da pagare. Per esempio, le rendite finanziarie devono essere rese trasparenti: decideranno gli esperti le modalità di tassazione, ma non ci devono essere buchi neri e porti franchi. Oppure, per semplificare la tassazione sui redditi, una sinistra decente - oltre a proporre l'eliminazione delle tante "esimende" che consentono elusione - non dovrebbe aver paura di individuare una aliquota molto alta per tutti i grandi redditi, per esempio il 75% oltre i 300.000 euro. 
Demagogico? Non direi: se sui primi 300 mila euro grava un aliquota media del 33% ne restano 200 mila puliti. Sul di più bisogna pagare tanto. 
Pagare e sorridere, perché se ne ha ben donde.

3.5.19

Pacifismo e non-violenza fuori dal mito. Un libro di Domenico Lo Surdo (S.L.L.)


È già presente nel blog un brano del testo che segue, un'ampia recensione scritta per la rivista Umbria Contemporanea, promossa e fondata da Raffaele Rossi e Tullio Seppilli, e lì pubblicata sul finire del 2011 nel corposo volume dedicato ai movimenti per la pace. Mi è parso utile per me e forse per altri conservarlo qui anche nella sua forma integrale, a futura memoria. (S.L.L.)


All’inizio del 2010 Laterza ha dato alle stampe La non-violenza. Una storia fuori dal mito. Ne è autore Domenico Losurdo, uno studioso di confine, il quale, in quanto accademico, ha avuto e conserva ruoli ufficiali nella struttura universitaria, ma da almeno un decennio si propone di sottrarre alla generalizzata mitizzazione e mistificazione alcuni elementi costitutivi del “pensiero unico” post-Ottantanove.
Da questa ricerca controcorrente sono usciti fuori alcuni testi tra storia, politica e filosofia, tutti molto discussi: una “controstoria” del liberalismo oggi dominante, una rivisitazione apologetica della “leggenda nera” di Stalin e da ultimo il libro sulla non-violenza che ne ricostruisce fondamenti e vicende e ne contesta l’odierna canonizzazione acritica e strumentalizzazione imperialistica.
L’approccio scelto da Losurdo, per affrontare la tradizione politica non-violenta, il suo stratificato edificarsi nel tempo e il suo sostanziale esaurirsi (almeno ai suoi occhi), connette l’aspetto storico-politico a quello storico-filosofico, utilizzando spesso il metodo comparatistico come strumento forte di valutazione.

Tre grandi racconti
Lo studioso è del tutto consapevole - e del fatto dà conto ai lettori - che sono molte le scaturigini e le motivazioni delle teorie e delle pratiche della non-violenza e che esse affondano le radici tanto nella dimensione religiosa dell’esistenza quanto nel più laicistico degli utilitarismi; e tuttavia tenta di ricondurre a unità la complessità, fissando punti di partenza e approdi.
Alle origini della non-violenza come costruzione politica Losurdo pone il tema della pace universale. Esso matura come esigenza fin dal Settecento illuministico, quando trova espressione compiuta nel tendenziale repubblicanesimo e nel federalismo universalistico di Kant; non manca poi di voci autorevoli (da Tolstoj a Freud) tra Ottocento e Novecento; giunge infine a maturità nel cuore del “secolo breve”, nel corso del quale la condizione atomica e lo sviluppo tecnologico esauriscono definitivamente la retorica della guerra “bella” ed “educativa”.
Schematicamente Losurdo individua tre progetti o “grandi racconti” (il che – ovviamente - non nega interrelazioni e contaminazioni tra essi) che aspirano a chiudere definitivamente il tempo della guerra tra gli Stati: quello rivoluzionario che prende origine dal giacobinismo e attraverso il movimento operaio e il marxismo trova il suo apogeo nel leninismo; quello non-violento che tenta di eliminare in radice la possibilità della guerra; quello dell’interventismo “democratico” che punta sulla diffusione del modello occidentale di libertà politica come antidoto al dispotismo bellicista.
L’origine di quest’ultimo “pacifismo”, più ideologico che effettuale, è intravista da Losurdo nella Prima guerra mondiale, quando, nel campo dell’Intesa, intellettuali di sicura fede democratica come l’italiano Gaetano Salvemini giungono a invocare la guerra per “uccidere la guerra” e non esitano a chiedere per questo scopo nobile il sacrificio della vita. Paradossale è che, da una parte, come bersaglio di questa guerra fosse indicata la Germania militarista e il suo espansionismo, mentre la Germania a sua volta giustificava la guerra con la necessità di colpire l’Orso dell’Est, la Russia zarista fonte di autocratica oppressione e di ottusa violenza. A consacrare l’ideologia della “pace definitiva” come prodotto della diffusione nel mondo della “libertà politica” fu poi il presidente Usa Wilson, quando nel 1917 il grande paese d’Oltreatlantico, rompendo con la tradizionale dottrina Monroe, entrò direttamente nella Grande Guerra europea.
Si tratta per Losurdo dell’unica fra le tre opzioni rimasta in campo, seppure con una forte carica di mistificazione. Gli Usa, infatti, tendono oggi a presentarsi come una sorta di “nazione eletta”, che spende sé stessa e le sue risorse per affermare ovunque la democrazia rappresentativa. La prassi e l’ideologia dell’impero ha finito, peraltro, con l’inglobare la stessa non-violenza come metodo di lotta, trasformandola in strumento di acquisizione all’Occidente capitalistico di nuovi spazi di libera espansione.
Contraddizioni radicali non erano mancate anche nel campo dei rivoluzionari socialisti, la cui proposta di pace universale si reggeva sull’internazionalismo dei proletari e delle classi sociali sfruttate e oppresse. Losurdo indica due nodi storici che misero in crisi lo schema: quello delle guerre coloniali cui una parte del socialismo europeo guardò con simpatia in quanto guerre di “civilizzazione”; il primo conflitto mondiale, che spaccava l’Internazionale e scuoteva le coscienze di capi e militanti, divisi tra un antimilitarismo spinto sino al disfattismo e la “nazionalizzazione” armata del movimento operaio.
Il racconto di Losurdo parte dall’America dell’Ottocento, ove i primi movimenti impegnati a costruire ordinamenti civili a base non-violenta risentono di una evidente ispirazione religiosa ed esprimono una forte caratterizzazione riformatrice. Essi rompono, per esempio, con l’idea della guerra santa, caratteristica di tanto protestantesimo nordamericano che, attraverso la predicazione del Vecchio Testamento, giustificava non solo i conflitti con Francia e Inghilterra, ma anche la sottomissione dei pellerossa e la schiavitù, in quanto prosecuzione dello stato di guerra. E’ soprattutto la Guerra civile americana, lunga, dura e piena di lutti, a indurre contraddizioni e ritrattazioni. L’uno dopo l’altro, Stearns e Garrison, tra i capi più prestigiosi del movimento non violento e abolizionista, accettano la guerra come inevitabile; e altrettanto fa Thoureau, il profeta della “disobbedienza civile”.
Il libro poi segue, nei rapporti reciproci, il movimento socialista, Gandhi e Tolstoj, l’anticolonialismo, i dibattiti intellettuali intorno alle due guerre mondiali, Martin Luther King. Il secondo dopoguerra occidentale è anche il tempo della “canonizzazione” della non-violenza e della sua progressiva strumentalizzazione, che a Losurdo sembra evidente sia nella vicenda tibetana sia in quella delle cosiddette rivoluzioni colorate dell’Est europeo.

Il gigante Gandhi
Il passaggio chiave è individuato nella figura di Gandhi, la cui mitizzata intransigenza non-violenta esce fortemente ridimensionata dall’ampia ricognizione su tutta la sua vicenda politica. All’originario rifiuto morale della guerra e della violenza, sempre rivendicato, infatti corrisponde in Gandhi un comportamento politico spregiudicato, con molte svolte, il cui obiettivo è, in un primo tempo, l’elevazione degli indiani al livello degli inglesi nel grande impero coloniale britannico, al di sopra delle altre razze. In questa luce si fa reclutatore di volontari indiani per la guerra contro i boeri in Sud Africa: l’obiettivo è “partire e morire per la causa dell’India e dell’Impero”. Di questa partecipazione Gandhi sottolinea il valore pedagogico: la guerra, infatti, trasformerebbe degli uomini rozzi e indocili in persone animate da gentilezza e senso del dovere. Nel 1906 Gandhi cerca di favorire la formazione di un corpo militare indiano che intervenga repressione degli zulù. Manterrà questo atteggiamento collaborativo a lungo, per tutta la durata della Grande Guerra.
Lev Tolstoj
La tesi di Losurdo è che, fino a quel tempo, il campione della non-violenza è semmai Tolstoj, con cui Gandhi scambia alcune lettere, ma da cui è distante per la mancata condanna dei massacri perpetrati dai governi europei nelle loro politiche imperialistiche. È dopo il massacro di Amritsar, messo in atto nel 1919 contro gli indiani dal potere coloniale inglese, che Gandhi definitivamente abbandona l’aspirazione alla cooptazione e tende piuttosto a collocare l’India nel processo più generale di emancipazione del mondo dal colonialismo occidentale.
Losurdo non cessa tuttavia di mettere in fila contraddizioni, cadute e debolezze cui, anche dopo, il Mahatma va incontro, dalla sua simpatia per il fascismo italiano al suo mettere sullo stesso piano Hitler e Churchill, fino all’autoritarismo violento e antifemminista che in un alcune occasioni manifesta nella vita quotidiana della sua comunità. Lo studioso italiano sembra quasi aver assunto il ruolo di “avvocato del diavolo” nei processo di beatificazione di Gandhi, ma, se nel libro costui subisce un ridimensionamento come “non-violento”, di sicuro giganteggia come leader politico nazionale, artefice dell’indipendenza dell’India, e di lui vengono valorizzate le capacità di costruzione culturale e ideologica e di direzione politica. Tra le sue intuizioni ideologiche, politiche e propagandistiche Losurdo ricorda la rivendicazione del primato morale dell’India e dell’Asia gentile sulla barbara Europa guerriera e conquistatrice, l’utilizzazione efficace di motivi ed emozionalità religiose, la lotta non-violenta come produttrice d’indignazione e di consenso perfino tra i “nemici”. In questa chiave anticolonialista, peculiarmente asiatica, Losurdo può mettere a confronto “il partito di Gandhi” e “il partito di Lenin” (meglio si direbbe dei “leninisti” Mao Tse Tung e Ho Chi Minh), trovandovi più analogie che differenze.
Il giganteggiare di Gandhi si ricava del resto dall’esemplarità che assume la sua lotta in tutto il mondo. Con il suo pensiero e la sua azione si confrontano infatti, anche criticamente, alcune tra le più grandi figure dell’intellettualità europea, stimolate dalla coscienza religiosa e attratte dalla prospettiva della non-violenza: Reinhold Niebuhr, Dietrich Bonhoeffer, Simone Weil e Aldo Capitini. E “Gandhi nero” è con buone ragioni denominato, anche da Losurdo, Martin Luther King.
Anche King, come un tempo il Mahatma, parte dalla tentazione di una cooptazione degli afroamericani, a cominciare dalle loro élite, nel potere bianco degli Usa e anche la sua storia gronda lacrime e sangue e vive di contraddizioni laceranti. Cartina di tornasole è questa volta la “sporca guerra” del Vietnam, intorno a cui matura la presa di coscienza dell’impossibilità di una partecipazione al sistema Usa così com’era, connessa peraltro al maturare nell’area della rivolta afroamericana del sogno “terzomondista”.

Il canone non-violento
Nella lettura di Losurdo il partito di Gandhi non è affatto opposto al partito di Mao e di Ho Chi Minh; e non lo è anche perché i due “leninisti” asiatici sono tutt’altro che fautori della “violenza rigeneratrice”. In particolare Ho, in fasi importanti della lotta di liberazione, agli occhi dell’amministrazione coloniale francese, tende ad assumere i tratti di un “Gandhi indocinese”, per la sua ripugnanza, insieme istintiva e meditata, verso soluzioni di forza.
È piuttosto l’Occidente liberale a santificare e neutralizzare Gandhi in tempi più recenti, a trasformale la sua “non-violenza” in un moderatismo da contrapporre come antitesi ai radicali Mao, Ho Chi Minh, Che Guevara o Arafat.
Martin Luther King
Analogamente la vulgata del liberalismo celebrerà il primo King, quello che aspira a rendere anche i neri partecipi del “sogno americano”, e rimuove le successive prese di posizione del leader afroamericano che connette il razzismo bianco degli Usa con la guerra neocolonialista del Vietnam e guarda con ammirazione a Du Bois, l’intellettuale radicale bianco, il genio che aveva scelto di essere comunista.
Il passo successivo di questa campagna di acquisizione della non-violenza all’Occidente liberale è quella che a Losurdo sembra soprattutto una invenzione mediatica in funzione anticinese: l’immagine del Dalai Lama come nuovo Gandhi e dei tibetani come “popolo più pacifico del mondo”. Con una serie di documenti Losurdo rileva il feroce oscurantismo dell’ideologia e della pratica lamaista e l’insanabile conflitto tra la propaganda non-violenta e la realtà di una insurrezione, quella del 1959, condotta addirittura con truppe suicide.
A partire dal caso tibetano il Losurdo costruisce uno schema nel quale la “non-violenza” diventa schermo e arma di propaganda per la sovversione in stati e paesi che si sottraggano all’impero occidentale e le stesse forme di lotta non-violente, marce, digiuni, boicottaggi, sono forme di una guerra psicologica che non esclude, anzi in diversi casi richiede l’intervento militare e la carneficina del bombardamento con le armi più sofisticate. Questa lettura subisce perfino una inarcatura complottista quando al Losurdo pare di vedere lo zampino di grandi strutture spionistico-militari dell’Occidente dietro le cosiddette Rivoluzioni colorate dell’Est europeo, per cui ipotizza lotte non-violente teleguidate e mediaticamente enfatizzate per preparare “guerre umanitarie” con bombardamenti di sostegno a opposizioni amiche o addirittura con truppe d’occupazione. Paradossalmente questa interpretazione di recenti vicende trova argomenti oggi più che nel momento dell’uscita del volume: le vicende libiche e il loro macabro epilogo sembrano corrispondere allo schema di Losurdo. Le manifestazioni non-violente (o come tali presentate) represse dal regime nazionalista di Gheddafi, lette a posteriori, appaiono lo schermo di un’azione militare di gruppi filooccidentali, armatissimi e molto addestrati, cui i cruenti bombardamenti spianano la via verso una violentissima vittoria.

I mezzi e i fini
Saggiamente Losurdo ridimensiona la critica ricorrentemente rivolta a Marx con toni d’accusa di considerare la violenza “levatrice della storia”: attraverso opportune comparazioni, utili a stabilire la portata di quanto viene affermato, documenta come le frasi incriminate siano, nella maggior parte dei casi, costatazioni su eventi del passato e come sia quasi assente in Marx o in Engels la retorica sulla forza catartica della guerra, caratteristica di alcuni loro contemporanei e tanti posteri.
Il volume sulla non-violenza fa di più: mostra anche, attraverso esempi significativi, da Turati a Liebknecht , da Gramsci ai bolscevichi, come la discussione su violenza e non-violenza si innesti nella storia del socialismo europeo, ancora prima che Walter Benjamin nel 1921 impegni la filosofia nella “critica della violenza” anche “a fini giusti”. Il dubbio che i mezzi possano corrompere i fini e deviare dai loro obiettivi i processi di liberazione accompagna la storia del movimento operaio europeo sia nell’Ottocento che nel Novecento e si esprime non solo nel pacifismo e nell’antimilitarismo ma anche nella scelta delle forme di lotta. Non-violenta al massimo grado, anche nella sua espressione simbolica e metaforica (“incrociare le braccia”), è del resto la principale forma di lotta che, superate le tentazioni luddiste, il movimento operaio scelse: lo sciopero. La vicenda del “socialismo reale”, come di tante rivoluzioni anticoloniali “violente”, sembra peraltro aver dimostrato che le rivoluzioni armate tendono a riprodurre forme di oppressione non solo per effetto dell’azione di nemici esterni, ma per fattori collegati alla loro militarizzazione e gerarchizzazione.
Il libro di Losurdo sembra concludere che né l’opzione rivoluzionaria né la scelta non-violenta, la quale quasi mai del resto riesce ad essere attuata fino in fondo, garantiscono da fallimenti, tragedie e tradimenti. Tra questi tradimenti indica il possibile (e relativamente facile) assoggettamento della critica della violenza alla pretesa tuttora viva dell’Occidente “di ergersi a maestro e signore del globo”.


Capitini e la sua eredità
Non è grande lo spazio che Losurdo dedica alla tradizione italiana della “non-violenza”. Giustamente neppure un accenno al pannellismo e al suo “partito radicale transnazionale non-violento”, considerati organici al sistema politico ed economico vigente, sebbene abbiano adottato Gandhi come simbolo e praticato forme di lotta come i digiuni. In più passaggi del resto lo studioso valuta le pratiche di questo tipo, non infrequenti nei paesi occidentali, come un uso deviante della non-violenza, come azioni che ribadiscono la violenza del potere e caso mai accentuano l’elemento gandhiano di pressione morale con l’uso abile delle comunicazioni di massa.
Solo poche pagine sono dedicate da Losurdo all’elaborazione di Aldo Capitini, ma sufficienti a rilevarne taluni aspetti di originalità. Di Capitini evidenzia il legame con il Mahatma e il rifiuto di una non-violenza che metta sullo stesso piano oppressi ed oppressori e si ricorda la simpatia per il socialismo di Marx e per la religiosità popolare di Tolstoj.
Losurdo accenna peraltro all’ambizioso progetto capitiniano di costituire una “Internazionale non-violenta”, sulla scia dell’“Internazionale dei Lavoratori”, rivendicando l’eredità del movimento operaio e socialista senza tuttavia cadere nelle compromissioni di quello che Capitini chiama “riformismo di tipo socialdemocratico”. Il “liberalsocialismo” cui il pensatore perugino aspira non pare allo studioso una terza via, mediana, tra capitalismo e socialismo, ma un progetto di società originale, che si propone di ereditare sia le conquiste civili e democratiche della Rivoluzione francese sia quelle della “rivoluzione collettivistica russa”.
Il suo duro politicismo rende Losurdo poco ricettivo verso il movimentismo e il “basismo” che caratterizza l’esperienza capitiniana. In essa, infatti, non si può separare la “non-violenza” come mezzo dalla “non-violenza” come fine, e cioè da una “rivoluzione” capace di instaurare un nuovo potere diffuso dal basso, l’“onnicrazia” o “potere di tutti”. Il recente volume sulla non-violenza tace pertanto della esperienza dei Cos (i capitiniani Centri di orientamento sociale) e poco dice dei Cor, strumento di una parallela rivoluzione religiosa non confessionale che alimenta la rivoluzione politica e se ne alimenta.
Su questa linea Capitini aspirava esplicitamente a farsi promotore di una corrente nuova di pensiero e di azione, non riconducibile a nessuna delle sinistre tradizionali, né borghesi né operaie. Credo che possa valere come esempio l’incipit di un documento del 1963 pubblicato postumo a cura di Goffredo Fofi da “Linea d’ombra” n.20 del 1988 con il titolo Per una corrente rivoluzionaria nonviolenta: “La situazione politica italiana presenta un vuoto rivoluzionario: i partiti stanno o su posizioni conservatrici o su posizioni riformistiche, prive di tensione e di forza educatrice e propulsiva nelle moltitudini. Così si va perdendo anche l’esatta prospettiva che pone come finalità decisiva della lotta politica il superamento del capitalismo, dell’imperialismo, dell’autoritarismo. Vi sono tuttavia delle minoranze che vedono chiaro, ma tali minoranze devono giungere ad un’azione organica nella situazione italiana per cui, da una società dominata da pochi si passi ad una società di tutti nel campo dell’economia, della libertà, della cultura”.
In un passaggio cruciale del suo argomentare, un paragrafo dal titolo Una svolta nella storia della non violenza (pp.239-40), Losurdo ricorda la profonda identificazione di Gandhi con il movimento anticoloniale: il leader indiano, proprio nello stesso momento in cui denuncia la persecuzione antiebraica e la nazistica “notte dei cristalli”, non esita infatti a condannare la colonizzazione sionista in Palestina e a svolgere considerazioni che ne svelano un aspetto di conquista, di occupazione. Losurdo cita poi il sostegno di King ai vietnamiti e rammenta la scelta di campo di Capitini contro il colonialismo, che nel 1963 – in pieno kennedismo - denunciava il subentrare dell’imperialismo americano a quelli europei nel dominio sui paesi non sviluppati. L’ipotesi dello studioso è che oggi una parte importante della non-violenza abbia tradito le premesse anticolonialiste e antimperialiste, che legano Gandhi a Martin Luther King e a Capitini: ci sarebbe una sorta di “internazionale della non-violenza” che va di pari passo “con la celebrazione di quell’Occidente, che si erge a custode della coscienza morale dell’umanità e si ritiene pertanto autorizzato a suscitare destabilizzazioni e colpi di stato, nonché embarghi e guerre umanitarie in tutto il mondo”. Dell’eredità di Gandhi in questo contesto rimarrebbero solo “le tecniche di produzione dell’indignazione morale”, mentre il suo Satyagraha si sarebbe “rovesciato nel suo contrario: da forza della verità … in un’inedita e temibile forza di manipolazione”.
Il mio timore è che possa accadere altrettanto con Capitini, e che a volte la sua immagine venga strumentalizzata a pro di un “interventismo umanitario”, che facilmente dimentica come dietro ai conflitti ci siano spesso interessi dell’Occidente. Alcuni tentativi di “pacificazione” e ricostruzione democratica in questi ultimi anni – nota giustamente Losurdo - sono stati anche per questo disastrosi. Forse, nell’assumere la lezione di Capitini, non andrebbe dimenticato che – come ha acutamente scritto Binni – non era affatto un “pacifista innocuo” e che la rivoluzione a tutto campo che predicava (religiosa e morale oltre che politica) era sì fondata sulla non-violenza ma prevedeva un sovvertimento radicale delle gerarchie razziali, economiche e sociali del mondo intero.

"Umbria Contemporanea", Rivista di Studi storico-sociali diretta da Tullio Seppilli, vol. 16-17 Per la Pace. Movimenti, culture, esperienze in Umbria 1950-2011 – Sezione Recensioni

2.5.19

Fra l'arrosto e l'insalata. Una poesia di Marina Colasanti



Fra l’arrosto e l’insalata
si scatta la foto al ristorante.
Il sorriso si fredda con la carne e
del momento
resterà un sapore vago
come quello dell’unto in fondo al piatto.
Ci vorrà poi la data scritta dietro
Per non dimenticare il giorno in cui
Fummo tanto felici.

Traduzione dal portoghese brasiliano di Vera Lúcia de Oliveira

Pregiato sangue. Una poesia di Marina Colasanti



Mi piace la poesia
che parla di un uovo fritto
dell’abbaiare di un cane
e dell’odore di bruciato.
Poesia che con piccoli tagli
penetra nelle piccole cose
buca la buccia
l'utero
strappa la placenta
e lascia colare
il pregiato
sangue.

Traduzione dal portoghese brasiliano di Massimo Ambrosini e Paola Silvia Dolci.

25 aprile: Caro Presidente, servirebbe una parola chiara. Un intervento di Rossana Rossanda


Non dimenticheremo facilmente questo 25 aprile nel quale abbiamo assistito a un rigurgito di presenze fasciste, culminate con la cerimonia di Predappio, nonché con la decisione di un vice primo ministro Salvini a non assistere a quello che ha definito un derby tra fascisti e nazisti (intendendo assimilare i comunisti al nazismo).
Mi sono trovata definita nazista dunque anche io, regolarmente iscritta fra i partigiani di Como. Non avrei mi creduto che arrivassimo a questo punto. Il bravo Zingaretti non ha mosso ciglio.
Ma non possiamo dimenticare che questo sfogo ripugnante dei fascisti di ogni tipo è stato preparato da diversi mesi di presenze fasciste, alle quali gli antifascisti o cosiddetti tali hanno perlopiù obiettato, con la più grande mitezza che: “Beh, non esageriamo, non è il fascismo, non perdiamo la testa”. Non sono mai stata d’accordo con questo atteggiamento, che è proprio anche di chi dovrebbe essere il garante della vita politica e del governo, i Mattarella e i Conte.
Non a caso mi aveva molto interessato il libro di Antonio Scurati, M. Il figlio del secolo, perché indica appunto il percorso, pieno di se e di ma, che ha facilitato l’avvento del fascismo in Italia. Da allora in poi ci sono state nientemeno che la guerra e la resistenza, ma il vizio è rimasto, tanto più che è ormai in uso dichiarare che tutto sommato i veri mascalzoni sono stati solo i nazisti, gli italiani continuando a essere “brava gente”, che in quale modo sarebbero stati trascinati sia in guerra sia nelle leggi razziali sia nei vari aspetti del totalitarismo più feroce.
Penso che oggi, più di quanto non fosse nel 1994, sarebbe necessaria un’iniziativa assolutamente chiara e decisiva, per finirla con questo miagolio inutile, se non peggio. Proporrei che il giornale si facesse promotore di un appello al Presidente della Repubblica e al capo del governo perché intervengano in modo formale sulla situazione e dicano con chiarezza che le parole di Salvini sono inaccettabili.
Forse sarebbe anche l’ora di mettere in chiaro che va rifiutata la tendenza delle nostre “anime belle e democratiche”, secondo le quali una destra anche estrema ma non dichiaratamente fascista sia una cosa ottima, e dovrebbe anzi essere incoraggiata di più in Italia. Come se tutti gli studi che sono stati fatti sulle profonde radici europee del fascismo, compreso Eco, non avessero più senso. Io avevo 14 anni al momento delle leggi razziali e ricordo molto bene come è andata. Non vorrei rivivere la situazione né affidarmi all’andare all’altro mondo per evitarla.

il manifesto, 1 maggio 2019

Come dare senso, oggi, al 25 aprile (Tomaso Montanari)

Ho trovato, nel sito del “Ponte”, la rivista fondata da Piero Calamandrei, questo articolo dello storico dell'arte Tomaso Montanari. Mi pare una voce importante, cui rivolgere attenzione. È possibile che certe sue affermazioni appaiano estreme e da qualcuna di esse anch'io dissento, ma di rigore e intransigenza intellettuale oggi c'è più che mai bisogno. Anche da Fortini o da Sciascia non di rado si dissentiva, ma come ci mancano voci così autentiche, così autorevoli di critica e profezia. (S.L.L.)


Il 25 aprile 1945 fu la voce di Sandro Pertini a chiamare, dalla radio, i milanesi allo sciopero generale e all’insurrezione. Venticinque anni dopo, nel 1970, un Pertini presidente della Camera così celebrava la festa del 25 aprile: «Noi non vogliamo abbandonarci ad un vano reducismo. No. Siamo qui per riaffermare la vitalità attuale e perenne degli ideali che animarono la nostra lotta. Questi ideali sono la libertà e la giustizia sociale, che – a mio avviso – costituirono un binomio inscindibile, l’un termine presuppone l’altro; non può esservi vera libertà senza giustizia sociale e non si avrà mai vera giustizia sociale senza libertà. E sta precisamente al Parlamento adoperarsi senza tregua perché soddisfatta sia la sete di giustizia sociale della classe lavoratrice. La libertà solo così riposerà su una base solida, la sua base naturale, e diverrà una conquista duratura ed essa sarà sentita, in tutto il suo alto valore, e considerata un bene prezioso inalienabile dal popolo lavoratore italiano».
«Solo così»: cioè costruendo giustizia sociale. Ma abbiamo fatto il contrario: e oggi, altri quarantanove anni dopo, ci chiediamo se l’indifferenza, o meglio la diffidenza, verso quei valori di libertà non si debba proprio spiegare così. La distruzione di ogni giustizia sociale ha lentamente distrutto anche la «base solida» per l’idea stessa di libertà.
Scrivo queste righe in Portogallo, dove in ogni paesino, non importa quanto piccolo, fervono i preparativi per la festa del 25 aprile: il loro 25 aprile. Quattro anni dopo quel discorso di Pertini, il 25 aprile del 1974, la pacifica Rivoluzione dei garofani metteva fine alla lunghissima vita dell’Estado novo, il fascismo portoghese. E anche quest’anno saranno balli in piazza e feste popolari: è il Dia de liberdade, il giorno della libertà.
Non si cessa di festeggiare una recuperata libertà: perché si continua a doverla difendere. Così, guardando al nostro 25 aprile, quello italiano, attraverso i colori e le sfumature di questo suo fratello più giovane di quasi trent’anni, se ne delinea un significato particolarmente aderente alle condizioni in cui oggi, nel 2019, celebriamo la Liberazione.
Venti minuti dopo la mezzanotte del 25 aprile 1974 un’emittente cattolica, Rádio Renascença, trasmise una canzone proibita dalla censura: Grândola vila morena, che era stata scritta da José Afonso per la Sociedade Musical Fraternidade Operária Grandolense (Grândola è una cittadina del sud del Portogallo), una delle prime cooperative e associazioni operaie messe fuori legge dal regime. Era il segnale della rivoluzione: dieci minuti dopo iniziarono gli arresti dei militari fedeli al fascismo. Il testo di quella canzone (qua in italiano nella traduzione di Riccardo Venturi) appare oggi particolarmente eloquente:

Grândola, città dei Mori
terra di fratellanza
è il popolo che più comanda
dentro di te, o città.
Dentro di te, o città
è il popolo che più comanda
terra di fratellanza,
Grândola città dei Mori.
A ogni angolo un amico,
su ogni volto l’uguaglianza
Grândola città dei Mori
terra di fratellanza
terra di fratellanza,
Grândola città dei Mori
su ogni volto l’uguaglianza,
è il popolo che più comanda.

Nella canzone che innesca il Dia de liberdade non si parla esplicitamente di libertà: si esaltano gli altri due cardini della Rivoluzione francese (eguaglianza e fraternità). Si parla del potere del popolo: cioè non solo della democrazia, ma dell’accesso al governo delle classi subalterne, dei più poveri. Della fine dell’oligarchia.
E tutto questo viene dalla “città dei Mori”, cioè da una delle tante città intimamente legate al lungo periodo arabo della penisola iberica. Ribaltando la secolare retorica della reconquista e dell’espulsione dei Mori, ora una “città dei Mori” è la bandiera di una nuova età di eguaglianza e inclusione. Non c’è solo la lotta al salazarismo, ma anche la prospettiva della fine del colonialismo portoghese e l’apertura a una società giusta, oltre che libera. La rinuncia a ogni uso contundente dell’identità, a ogni nazionalismo: l’aspirazione all’umanità come valore fondante universale.
In una pagina particolarmente meravigliosa di un meraviglioso libro italiano che descrive il fascismo portoghese negli anni Trenta (Sostiene Pereira di Antonio Tabucchi, 1994), il direttore di un giornale cerca di persuadere il mite e giusto Pereira, responsabile della pagina culturale a celebrare «Camões, che è il nostro grande poeta nazionale e fare un riferimento al giorno della Razza, basta un riferimento perché i lettori capiscano». Ma Pereira resiste, e obietta, «con compunzione»: «senta, le voglio dire una cosa, noi in origine eravamo lusitani, poi abbiamo avuto i romani e i celti, poi abbiamo avuto gli arabi. Che razza possiamo celebrare noi portoghesi?». Tutto il romanzo parla della progressiva decisione di Pereira di reagire: e di reagire facendo fino in fondo il giornalista, e cioè dicendo la verità fino all’urto frontale col regime. Ma è quella sua garbata e demolitoria risposta sull’inesistenza della razza portoghese a dire, oggi, la cosa più importante: la stessa affermata dal simbolo rivoluzionario di «Grândola città dei Mori». E cioè che il significato più urgente e profondo del 25 aprile, portoghese e italiano, sta proprio qui: nel primato della dimensione umana. Nella nostra appartenenza a un’unica identità: quella umana.
Festeggiamo oggi la liberazione dal totalitarismo che riduce la persona umana a strumento. Attraverso la celebrazione dei cruciali fatti dell’aprile 1945; attraverso la solenne riaffermazione che no, fascisti e antifascisti non erano uguali; attraverso l’esaltazione della Resistenza parliamo di oggi e di domani, non solo del passato.
Oggi due totalitarismi si fronteggiano. La destra liberista e la destra neofascista hanno in comune la riduzione della persona umana a mezzo, a strumento. Ma il messaggio più profondo del 25 aprile è invece il ribaltamento di questo paradigma: la persona umana diventa un fine. L’unico fine, come dirà l’articolo 3 della nostra Costituzione.
Uno spartiacque, questo, lucidamente individuato da Immanuel Kant oltre due secoli fa (1797): «Tutto ha un prezzo, o ha una dignità. Ciò che ha un prezzo può essere sostituito con qualcos’altro come equivalente. Ciò che invece non ha prezzo e dunque non ammette alcun equivalente ha una dignità». E ciò che «possiede una dignità, cioè un valore assoluto in sé», è «l’uomo considerato come persona». L’uomo «elevato sopra ogni prezzo» perché non è «un mezzo per raggiungere i fini degli altri, e nemmeno i suoi propri, ma come un fine in sé: vale a dire egli possiede una dignità (un valore interiore assoluto) per mezzo del quale costringe al rispetto di sé tutte le altre creature ragionevoli del mondo, ed è questa dignità che gli permette di misurarsi con ognuna di loro e stimarsi uguale a loro». «Dare ad ogni uomo la dignità di uomo»: in questa sintetica espressione attraverso la quale Piero Calamandrei riassume il progetto politico della Costituzione nel suo celebre Discorso ai giovani del 1955 c’è tutto intero il manifesto e il programma della “rivoluzione” del 25 aprile: ed è questa la rivoluzione che oggi celebriamo.
Oggi siamo tutti profondamente irritati, e preoccupati, dai neofascismi espliciti (non si contano più i sindaci italiani che vengono da Casa Pound), e dall’altrettanto esplicito disprezzo per il 25 aprile e per i suoi valori ostentato da Matteo Salvini, il Ministro della Paura, e dalle sue squadracce. Ma non dobbiamo stare a quel gioco. Il consenso a Salvini e ai nuovi fascismi si combatte non con le manifestazioni antifasciste, ma con una cultura e una politica che diano «ad ogni uomo la dignità di uomo».
Come diceva Pertini, eguaglianza di fatto e giustizia sociale sono l’unica difesa efficace della libertà. La retorica identitaria della razza italica si combatte con più soldi a scuola e cultura: quelli tagliati dai governi “antifascisti” degli ultimi trent’anni.
La barbarie ci governa, insomma, da molto tempo. E non ce ne libereremo attraverso il frontismo, che è l’ennesima mistificazione che racconta di un’“Italia migliore” (quella che ha smontato il progetto della Costituzione nata dal 25 aprile…) che oggi sarebbe in guerra contro “i barbari” (veri barbari, a loro volta: che quel progetto non hanno mai fatto proprio).
Come credere a questa favola rassicurante, se perfino il papa dice, in un documento ufficiale, che «questa economia uccide»? «Questa economia» è il paradigma socio-economico in cui, da Zingaretti a Pisapia a Di Maio a Salvini, tutti si muovono, seppur con sfumature importanti al loro interno. Ciò che li accomuna è l’uso strumentale della persona umana: che sia per fare profitto precarizzandone la vita e umiliandone la dignità, che sia per sequestrare i migranti sulla Diciotti. È questa la continuità che dovremmo saper evidenziare. E il suo contrasto radicale col progetto politico della Costituzione nata dal 25 aprile.
Emilio Lussu diceva che nessuno avrebbe fatto la Resistenza per la «cartapecora di Carlo Alberto», cioè per il vecchio Statuto Albertino dell’oligarchia. Ebbene, allo stesso modo nessun giovane innamorato del 25 aprile combatterà Salvini per la visione del mondo di un Calenda. E, viceversa, il consenso della Lega è figlio della mostruosa ingiustizia costruita dai governi precedenti, anche da quelli di centrosinistra: solo combattendo l’ingiustizia sociale, si combatte il consenso al nuovo fascismo. «Non può esservi vera libertà senza giustizia sociale», diceva Pertini. Uguaglianza, fratellanza: «il popolo che comanda» della canzone portoghese. E una identità culturale aperta inclusiva, fondata sulla coscienza di una storia meticcia e di un futuro che o sarà multiculturale o non sarà.
Ecco il messaggio di questo 25 aprile: giocando in difesa, tra celebrazioni formali e ipocriti frontismi, non potremo che perdere. Bisogna giocare in attacco: solo con la rivoluzione della giustizia sociale il 25 aprile si salva.

Nel sito de “Il Ponte”, 26 Aprile 2019

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