13.1.18

I presocratici. Una filastrocca filosofica di Umberto Eco

Nel 1958, in occasione di un Congresso Internazionale di Filosofia, a Venezia, in alcuni bar di piazza San Marco, davanti a un uditorio selezionato di filosofiche menti, Umberto Eco lesse una serie di filastrocche che in facili e gioiosi versi raccontano alcuni momenti della filosofia occidentale dai presocratici agli esistenzialisti, e oltre. Insieme a un nutrito numero di vignette filosofiche, ideate già in anni precedenti dallo stesso Eco (“nel corso di alcuni convegni all'Università di Torino” - ci informa l'autore), contribuirono a formare un pregiato volumetto a tiratura limitata, pubblicato dalle Edizioni Taylor con il titolo Filosofi in libertà e firmato Dedalus, pseudonimo che Eco tornò a utilizzare nelle sue collaborazioni al quotidiano “il manifesto” una dozzina di anni dopo. Le filastrocche e alcune delle vignette confluirono in Il secondo diario minimo (Bompiani, 1992), donde ho tratto questa divertentissima filastrocca dal tragico finale e anche la vignetta.
Secondo Eco “l'alto ideale etico che ha animato ciascuna di queste esercitazioni conviviali è stato quello di una assoluta correttezza scientifica”. Da qui il monito per le generazioni a venire: “scherziamo, sì, ma seriamente”. (S.L.L.)
Da "Il secondo diario minimo", Bompiani 1992
Nei dì che gli Argivi
vivevan beati
correndo giulivi
per boschi e per prati,
alcuni messeri
con tono profondo
si chiesero seri:
“Di che è fatto il mondo?”

Un tal di Mileto
chiamato Talete
con tono faceto:
“Se non lo sapete
vi mostrerò tosto
- si mise a affermare -
che il mondo è composto
con l’acqua del mare!”

Al che Anassimandro
mandavagli a dire:
“Ma con lo scafandro
si vada a vestire.
Perbacco, al postutto
mi par più compito
a base del tutto
pensar l’Infinito!”

Al che Anassimene
per farla più varia
con subdole mene
pensò pure all’aria.
Ma Empedocle allora,
passando, per gioco,
gridò: “Alla buon’ora!”
e aggiunse anche il fuoco.

In questo pasticcio
Pitagora stava
e acuendo il bisticcio
i numeri dava:
poiché trasmigrare
con l’alma soleva
infine girare
le sfere faceva.

A questi sapienti
così scalmanati
si uniron frementi
persin gli Eleati;
e tanto che visse
con aria sincera
Parmenide disse
che il mondo è una sfera,
e in questo complesso
concorrer dell’ente
l’uom vive depresso:
non muove mai niente.
In tal situazione 
neppure fai breccia
- lo dice Zenone -
se lanci una freccia,
ed una tra mille
testuggini a caso
ti lascia l’Achille
con tanto di naso.
Ma, assai divertito,
“Che scemo che sei!
- gli disse Eraclito -
perché panta rei!
Chi fa un pediluvio
nel mezzo al torrente
ha sempre un profluvio
di acqua corrente!”

Ma debbo avvertire:
la storia più nera
si mise ad ordire
un tizio di Abdera,
Democrito, il quale
- non è un fatto comico -
con tratto fatale
fondò il pool atomico;
e s’oggi la guerra
ha un tono antipatico,
lo deve, la Terra,
a quel presocratico.

Insomma, col vento,
con gli atomi e il fuoco,
gridavan per cento,
costoro, a dir poco.
E i Greci seccati
da tutti quei vezzi,
infine adirati
li fecero a pezzi.
E ciò è confermato
da prove evidenti:
ne abbiamo trovato
soltanto i frammenti...

da Dedalus, Filosofi in libertà, Taylor 1958, ora in Umberto Eco, Il secondo diario minimo, Bompiani 1992 

12.1.18

“Dove paga le tasse Mc Donald's? Il giro del mondo delle multinazionali” (Chiara Rancati)

Un articolo chiaro nella denuncia, ma esageratamente ottimista sulle prospettive di soluzione. Dal tempo della sua stesura, circa due anni fa, non è successo nulla di determinante e la vittoria elettorale di Trump ha semmai complicato le cose. Di questi temi vorrei sentire parlare nella campagna elettorale in corso in Italia e non di miracolistici tagli di tasse e imposte, quasi sempre a scapito dello stato sociale. Le domande sono facili: “In Italia le multinazionali pagano le tasse che dovrebbero, commisurate ai profitti e alle leggi in vigore nel nostro paese? Se così non è, quanto eludono e a quali artifici ricorrono? Con quali politiche è possibile bloccare questa mala pratica? Quanto può essere recuperato?”. C'è qualcuno che prova a rispondere? (S.L.L.)

Mc Donald’s vende molti più panini in Francia che in Lussemburgo, ma la sua filiale lussemburghese registra profitti ben più elevati. Questo perché i ristoranti francesi della catena di fast food per utilizzare i locali che li ospitano e gli arredi al loro interno pagano un considerevole affitto all’azienda che ne è proprietaria, che poi sarebbe Mc Donald’s Lussemburgo. Un circolo vizioso privo di senso? Non proprio. Perché l’aliquota fiscale sui redditi delle aziende nel Granducato è molto più bassa di quella francese, quindi spostando i suoi profitti da un Paese all’altro la multinazionale americana dell’hamburger risparmia un bel po’ in tasse.
Ecco un classico esempio di “ottimizzazione fiscale”, ovvero di strategia teoricamente legale ma sostanzialmente scorretta con cui un’azienda presente in diversi Paesi sfrutta le lacune nelle regole del commercio estero per pagare meno tasse possibile. L’abitudine è radicata nei meccanismi industriali e finanziari da decenni, ma da qualche anno a questa parte è diventata uno dei grandi nemici della comunità internazionale, determinata a mettervi fine.
Nel novembre scorso, ad Antalya, i leader del G20 hanno sottoscritto un piano in quindici punti per lanciare l’offensiva a livello mondiale, e una decina di giorni fa, nei saloni parigini dell’Ocse, rappresentanti delle autorità fiscali di 31 Paesi hanno firmato il primo accordo multilaterale di implementazione, che riguarda lo scambio automatico di informazioni. «C’è un accordo politico molto forte, che ora si sta traducendo in pratica, definendo metodi e regole concrete», spiega a pagina99 Pascal Saint-Amans, direttore della divisione per le politiche fiscali dell’Ocse, che dal 2011 coordina le operazioni su questo fronte, «anche la Commissione europea si sta muovendo per inserire la questione nella sua regolamentazione fiscale. Il messaggio che si sta facendo passare è che il processo è cominciato e avanza da adesso, subito, e che chi non vuole adeguarsi sarà presto costretto a farlo». Un attivismo che suscita il plauso di gruppi e associazioni che da anni si battono contro le pratiche fiscali scorrette, che ora hanno, nelle parole del direttore esecutivo del Tax Justice Network John Christensen «motivo di essere ottimiste».
Certo, per far davvero sparire le centinaia di trucchetti fiscali oggi in uso ci vorrà ben più di un accordo tecnico con poche decine di firmatari, tra cui spicca l’assenza degli Usa. Ma quantomeno questi provvedimenti, secondo i due esperti, sono segnali evidenti di un cambio di mentalità diffuso. «La pianificazione fiscale era diventata parte del business model per numerose aziende, una forma di creazione di valore, mentre dovrebbe essere una funzione di supporto e niente più», dice ancora Saint-Amans. «Era una pratica normale», prosegue, «tutti lo facevano e nessuno diceva niente, mentre ora le aziende saranno spinte a cambiare se non vogliono ritrovarsi sotto la lente di ingrandimento. Poi magari resterà qualche gruppo più aggressivo su questo fronte, o qualche nicchia o scappatoia di cui non ci siamo inizialmente accorti, ma il contesto sarà diverso».
Il grande motore di questa inversione di tendenza è stata senza dubbio la crisi economica e finanziaria: con indebitamento in crescita, deficit da contenere ed entrate fiscali già limate dalla recessione, i governi non potevano più restare indifferenti di fronte a queste pratiche. Il costo per i loro sistemi fiscali era troppo elevato, qualcosa tra i 100 e i 240 miliardi di dollari all’anno a livello globale, secondo una stima Ocse dell’ottobre 2015 che i suoi stessi autori definiscono «prudente» e arrotondata al ribasso. «Negli ultimi 40 anni i grandi gruppi hanno sempre barato sulle tasse, e non era mai stato fatto niente di concreto per evitarlo. Ma oggi sulla politica c’è una forte pressione, anche da parte dell’opinione pubblica, sia da destra sia da sinistra», sottolinea Christensen, «progressisti e conservatori dicono che non è più possibile che le multinazionali non paghino quanto dovrebbero. E non ci sono più scuse che i governi possano usare per giustificare il fatto di non tassare queste aziende».
In questo clima sono partite sia la mobilitazione internazionale, che ha scelto il G20 come veicolo principale, sia le azioni autonome di alcuni Stati, che hanno iniziato a chiedere più trasparenza sulle strutture e attività societarie, ma anche a cercare di farsi ripagare almeno parte delle tasse eluse per decenni. Numerose giurisdizioni hanno aperto inchieste per omessa dichiarazione, inviato verbali e contestazioni per mano della polizia tributaria, o più discretamente intavolato mediazioni nella speranza di ottenere accordi di condono in cambio di risarcimenti. L’Italia ci è riuscita con Apple, che a fine 2015 ha accettato di versare 318 milioni di euro all’Agenzia delle Entrate per sanare mancati versamenti dell’Ires tra 2008 e 2013, in quello che la procura titolare del caso ha definito un «risultato importante» per le casse statali. Si è dovuta invece accontentare di una vittoria a metà la Gran Bretagna nel contenzioso con Google, chiuso con un deal che impone all’azienda un pagamento di appena 130 milioni di sterline per dieci anni di imposte aggirate, quando il conto totale avrebbe potuto sfiorare il miliardo, considerando il giro d’affari del motore di ricerca e dei suoi prodotti collegati nel Paese.
Ora però, argomentano gli esperti del Tax Justice Network, quello che serve è andare oltre il lavoro bilaterale sui singoli casi, e passare a una revisione completa della logica di base del sistema fiscale internazionale, in cui «una multinazionale non è trattata come una singola azienda, ma come un insieme di aziende diverse, attive in diverse giurisdizioni, ciascuna delle quali è tassata separatamente». Così, spiega ancora il direttore Christensen, «Mc Donald’s può fare finta che i suoi profitti siano realizzati in Lussemburgo, anche se vende pasti e bibite in Francia, e altri possono nasconderli montando strutture societarie fittizie alle Cayman o chissà dove. È un sistema assurdo, del tutto superato, che non funzionava nel secolo scorso e funziona ancora meno adesso. C’è stata la globalizzazione dell’economia, ma non si sono dati agli Stati gli strumenti per mantenere la loro sovranità fiscale».


Pagina 99, 6 febbraio 2016

"Ho comprato i salamini". Slittamenti e sublimi idiozie dell'attor comico (Ettore Petrolini)

Gli artisti sanno la straordinaria efficacia di un luogo comune, di una buffoneria risentita infinite volte; quando queste cose arrivano a tempo, riassumono una situazione, sono un mezzo d’espressione, danno un calcio alla logica, al senso comune, all’opera stessa e formano la vera e propria soluzione teatrale. L’attore che dispone di questi mezzi, risolve da attore una situazione che nessun altro mezzo letterario avrebbe potuto risolvere con tanta efficacia; dà vigorosamente uno scappellotto alla storia e alla tragedia, piomba sugli spettatori e li prende nel pugno, tradisce la loro attenzione e li accaparra per qualche tempo; apre, nel dramma, lui stesso, quello spazio vuoto; ed egli stesso lo colma con un’insuperabile bravura, fino a quando non intervengono le risorse del letterato.
Un caso particolarissimo e spesso interessante di quelle improvvisazioni con cui si riempie lo spazio vuoto è quello che io chiamo «slittamento» (l’uscire dalle dimensioni della finzione scenica passando per un momento in quelle della realtà). Per esempio, si può parlare col suggeritore, ammonire un rumoroso ritardatario: insomma, trarre profitto di tutto, dal rumore del seggiolino della poltrona lasciato cadere sbadatamente, all’immancabile pianto del bambino nelle rappresentazioni diurne.
Naturalmente, bisogna essere tempisti, e cogliere il momento sia di uscire, sia di rientrare nello spazio scenico.
Lavorando su questo terreno per molti anni, mi sono accorto che non esiste commedia impossibile da recitare. Molti critici dicono, ed io lo riconosco senza difficoltà che il mio repertorio è pieno di cose idiote che non sarebbero degne di stare accanto alle cose intelligenti che vi si trovano. Per me è lo stesso. Io considero la commedia come un buon pretesto e null’altro. Ho recitato nella mia vita delle cose stupidissime che avevano soltanto il torto di non essere a quel punto di imbecillità che desideravo e che, alla fine, per ottenerlo, dovetti inventare da me.
Nel periodo di musoneria italiana in cui un buon attore non era considerato tale se non si prestava alle parti lacrimose, io passai come un buffone distinto. Mi venivano a sentire per esclamare: «Quanto è scemo!». Io, in quel tempo, inventai il mio motto: «più stupidi di così si muore»; creai due cose che amo soprattutto: I salamini e Fortunello, e che consideravo il principio di quel modo di recitare che perfezionai attraverso parecchi anni di lavoro.
Molti critici mi proclamarono l’interprete della idiozia sublime, di quella idiozia che è la sola fuga possibile da questo mondo troppo logico, dove esistono troppe cose insolubili e troppe domande senza risposta; e dove esiste un’arte che la sola logica non può avviare alle soluzioni estreme.
Basterà che ricordi come divenne grido trionfale e addirittura una formula il primo verso dei «Salamini»: «Ho comprato i salamini e me ne vanto» e tutto il formulario delle risposte che risolvevano per me molti problemi: «Perché la terra gira? Perché sì. — Perché gli uomini sono fatti di carne e d’ossa anziché di acciaio? Perché sì». E via dicendo con domande quasi angosciose miste ad altre soltanto pettegole, sino alla conclusione illogica ma riassuntiva: «Ho comprato i salamini e me ne vanto».

da Modestia a parte, Ed. L'Unità, 1993

Nuove religioni (o quasi). I pastafariani (Samuele Cafasso)

Venerano un prodigioso spaghetto volante, hanno il loro “Pappa” e celebrano pastrimoni. 
Il pastafarianesimo con l’arma dell’ironia pone il problema della separazione tra Stato e Chiesa
Milano - «Molte religioni spiegano il male nel mondo con giustificazioni molto deboli: se Dio è buono, perché il mondo che ha creato non è perfetto? Il Prodigioso spaghetto volante, invece, ha generato per prima cosa un vulcano di birra e, dopo essersi ubriacato, ha proceduto con la Creazione. Francamente, questa mi sembra la spiegazione più plausibile di tutti i guai». Vladimir è un artista di strada russo, trascorre ogni inverno in Italia e in Svizzera mentre in estate, solitamente, resta nel suo Paese, dove è Frescovo della Chiesa pastafariana di San Pietroburgo. Mi parla con un bicchiere di vino in mano, uno scolapasta agganciato al cappello calcato sulla testa e mai – assolutamente mai – mostra di non credere a quello che dice.
Ci sono otto persone a un tavolo d’angolo del pub Kapuziner, a Milano. Due hanno uno scolapasta in testa, uno un cappello da pirata, una quarta un berretto fatto a maglia raffigurante spaghetti e polpette. Età media molto bassa, scherzano e ridono in continuazione: è una riunione di pastafariani, una religione che può sembrare una burla, una goliardata, ma che in realtà sta cambiando il modo con cui alcune persone pongono il problema della laicità dello Stato nel quale vivono e che, ora, si prepara a chiedere anche all’Italia il riconoscimento ufficiale.
Oggi nel nostro Paese circa tremila persone hanno accettato di registrarsi online a un sito dove dichiarano di appartenere alla religione pastafariana mentre i simpatizzanti, secondo gli associati, sono circa 15 mila. Partecipano a manifestazioni per la laicità, ai Gay Pride, erigono simboli religiosi – il Liscafisso, una lisca di pesce – in cima alle montagne, accanto alle croci, salvo dirsi pronti a smontare tutto se anche i cattolici rimuoveranno i loro simboli. Dove vogliono arrivare i pastafariani? Manuel Guastella, fotografo, 38 anni, Frescovo della Pannocchia di Milano, sorride: «Abbiamo una lunga serie di rivendicazioni». Dopo la Polonia, l’Italia dove si sta riaccendendo su molti temi lo scontro tra laici e cattolici è uno dei Paesi dove il pastafarianesimo sta prendendo sempre più piede, attirando l’attenzione di media, associazioni e anche partiti, come i radicali. I pastafariani chiedono l’otto per mille, l’esenzione dell’Imu per le loro cucine e i pub che frequentano – dove mangiamo e beviamo sono luoghi di culto, dicono –, celebrano pastrimoni dove si possono unire anche più di due persone, di qualunque sesso, «purché maggiorenni e che si vogliano bene», parodiando le “Sentinelle in piedi” hanno fondato le “Tagliatelle in piedi”, manifestando con fumanti piatti di pasta e forchette in mezzo agli oltranzisti cattolici. In una di queste occasioni uno di loro, Giampietro Belotti, si è presentato vestito come la parodia di Hitler nel film il Grande dittatore, leggendo il Mein Kampf e sostenendo di essere «un nazista dell’Illinois» (altra citazione, da un film dei Blues Brothers). L’hanno portato in questura per accertare se non abbia commesso il reato di apologia del fascismo. A parte questo caso, mai ci sono stati problemi con le forze dell’ordine alle loro manifestazioni.
La storia del pastafarianesimo inizia nel 2005, negli Stati Uniti, quando un fisico americano scrive una lettera al consiglio superiore dell’istruzione del Kansas che doveva decidere se bisognasse insegnare nelle scuole, accanto all’evoluzionismo, anche la teoria del disegno intelligente, per rispetto alle convinzioni religiose di parte della popolazione. Bobby Handerson, da allora definito il profeta del pastafarianesimo, nella lettera sosteneva di credere, lui e altre persone, che il mondo fosse stato creato da «un Prodigioso spaghetto volante» e di aspettarsi, quindi, che tale teoria venisse insegnata nelle scuole. Di fatto, la lettera era la versione scherzosa della metafora della teiera di Bertrand Russel che, in chiave anti-religiosa, scrisse nel 1952 un articolo ipotizzando di sostenere che, tra Marte e la Terra, si muovesse su un’orbita ellittica una teiera di porcellana, troppo piccola per essere avvistata. «Se io dicessi che, giacché la mia asserzione non può essere smentita, dubitarne sarebbe un’intollerabile presunzione da parte della ragione umana, si penserebbe giustamente che stia dicendo fesserie». Eppure, sosteneva Russel, è quello che succede con le religioni dove, anzi, è considerato eccentrico chi dubita.
La differenza tra la metafora della teiera e lo Spaghetto volante è che gli adepti del pastafarianesimo hanno costruito intorno a quella lettera tutta una loro cosmologia e fede fatta di condimenti al posto dei comandamenti, riti, officianti, paramenti “pirateschi”. Chiedono, per la propria religione, gli stessi diritti riconosciuti a tutte le altre. Oppure, niente a nessuno, riducendo la fede a questione privata. A capo dell’associazione italiana c’è un ricercatore universitario che ha vissuto per lungo tempo in Messico, Marco De Paolini. Si fa chiamare Pastefice Massimo, o Pappa: «I miei figli sono entusiasti del mio pastafarianesimo. Mia moglie dipende, va a periodi: dubita che questo sia il modo giusto per portare avanti battaglie sui diritti civili». Problema confermato da uno dei partecipanti alla riunione milanese: «I miei genitori dicono: non vi prenderanno mai sul serio».
Gli adepti del Prodigioso spaghetto volante in effetti non hanno sedi (almeno in Italia), si incontrano soprattutto per mangiare e bere assieme, manifestano vestiti da pirati tra urla e scherzi. Come prenderli sul serio? La formula però fa breccia, soprattutto tra i giovani, nelle università ma anche nelle scuole superiori dove i pastafariani vengono invitati durante le autogestioni e dando così nuovo smalto a un movimento anticattolico che raramente, nella storia italiana, si è mostrato disposto a usare l’arma dell’ironia e del sorriso, Vernacoliere escluso. In più, qui c’è l’elemento del paradosso portato al suo estremo.
«Qualcuno dice che noi non siamo una religione: la verità è che nel mondo è forte la Pastafarianofobia. La fede pastafariana non è sindacabile», conclude un altro associato, Carlo Ferretti e alza la sua birra, o quel che ne rimane. «Imbecilli», li apostrofa qualcuno per strada durante le manifestazioni. Molti sorridono e alzano le spalle. Ma in Polonia, dove già i pastafariani hanno presentato la domanda per il riconoscimento come religione, sui giornali e anche nei tribunali la questione è diventato dibattito nazionale. Cosa succederà quando, presto, faranno lo stesso anche in Italia? In attesa di saperlo, il mese scorso il russo Andrei Filin è riuscito a farsi riconoscere dal proprio Paese il diritto a mettere sulla patente di guida la foto con in testa lo scolapasta. Prima di lui l’impresa era riuscita solo ad altri quattro adepti in tutto il mondo. A fare da apripista, nel 2011, era stato l’austriaco Niko Alm.


Pagina 99, 13 febbraio 2016

10.1.18

Riflessioni di Vasco de Gama. Due ottave di Luís de Camões

E vede i grandi della terra intera,
non preoccuparsi del pubblico bene,
non amando altra cosa che se stessi,
e solo ciò che l’egoismo insegna.
Vede chi varca le reali soglie,
spacciare per dottrine veritiere
quell’adulazione che non consente
al grano che fiorisce di mondarsi.

Dinanzi ai più miseri e ai più umili
non vede chi abbia amore e carità;
si ama solo il potere, le ricchezze,
simulando giustizia e vita onesta.
Si fa un diritto della tirannia,
si chiama austerità quanto è crudele,
si proclamano le leggi utili al re,
ma quelle per il popolo si obliano.


Da I Lusiadi, Canto IX, 27-28, trad. di Mercedes La Valle, Guanda, 1965

La voce dei poveri. Una poesia di Giovanni Pascoli

La voce dei poveri
(Cartolina per beneficenza)

Non dateci il pane, ma i pani,
sì d’oggi, e sì pur di domani,
   di sempre, o pie genti!

Non dateci il vostro buon cuore
cambiandolo in nostro rossore;
   voi uno, noi venti.

Non pane soltanto ch’è nulla,
ma vesti e la casa e la culla:
   non rame, ma oro:

non ciò che a più chiedere invita,
ma tutto: non vitto, ma vita:
   lavoro! lavoro!

Messina, 1902.


In Tutte le poesie, Newton Compton, Luglio 2000

Togliatti, quello vero. Il libro di Canfora sui dilemmi della politica (Rossana Rossanda 1989)

Le riflessioni di Rossanda intorno a Togliatti che seguono partono dal libro, secondo me eccellente e da rileggere, di Luciano Canfora, uscito in quell'Ottantanove, nel quale tutti sembravano andare addosso a Togliatti, persino in quel partito che egli aveva rifondato e forgiato. Non mi pare il meglio che Rossanda abbia scritto sulla materia, ma ne posto cimunque un ampio stralcio. (S.L.L.)

Una lettura refrigerante il volumetto di Luciano Canfora su Togliatti e i dilemmi della politica, Bari, Laterza 1989. Per lo stile elegante, il sorriso con il quale lo storico vede i Della Loggia, i De Felice - perfino certe facilità di Paolo Spriano — insomma i «posteri» ansiosi di scaricare Togliatti con lo stesso aplomb con cui erano stati cantori del partito nuovo, la stessa assenza di problematicità, la stessa sconfinata fiducia nella smemoratezza altrui.
Tuttavia il libro — che i presi a bersaglio si sono ben guardati dal confutare — va oltre la denuncia del filisteismo, per affrontare con penna leggera una questione pesante di storiografia: quali che siano le passioni che nutrono il ricercatore, fare storia non è stendere una requistoria. Il monito vale anche per la maggior parte dei lavori sulla Rivoluzione francese degli ultimi anni. Ma restiamo a Togliatti: fare la sua storia significa ricostituire il contesto effettivo in cui operò, e in esso il valore esatto delle scelte e persino il significato delle parole, nelle quali si situa il personaggio. Questo non esime dal giudizio morale, lo fonda.
I dilemmi della politica ci sono, e possono essere laceranti; certo non si possono scambiare con le approsimative proiezioni d’una polemica a breve respiro, che scarta o seleziona quel che le fa comodo.
Sostiene Luciano Canfora, rivisitando la cultura degli anni venti e trenta, anzitutto che l’écrasez l’infame che oggi si getta sul comunista, sulla III Internazionale e sull’Urss era lungi dall’essere corrente anche fra i non comunisti. Ma non per mancanza di notizie o gravità di illusioni, bensì perché l’Ottobre e l’Intemazionale non sono riducibili alle scelte interne dello stalinismo, e neppure alla sua natura.

Il 17 non si riduce allo stalinismo
Come tutte le rivoluzioni, il 1917 scatena speranze, dà voce a bisogni, ristruttura l’idea di sé e delle società in tutto il mondo. E, in secondo luogo, l’interesse per l’Urss risponde - si precisa nel volumetto a proposito di Gramsci, ma vale per tutta la generazione che ha vissuto la crisi del primo dopoguerra e poi della Repubblica di Weimar - alla «delusione del suffragio universale», senza la quale poco si intende degli anni trenta in tutti i loro aspetti. Anzi, una delusione analoga si visse nel secondo dopoguerra, attorno agli anni sessanta, quando si riaffrontò problematicamente la «crisi delle democrazie»; che sia stata cancellata dalla memoria in questi stupidissimi anni ottanta è un danno serio.
Si pensi solo alla ricostruzione che Canfora fa della discussione sulla «maggioranza » o sul consenso in Gramsci e l’ultima sua rivisitazione decente, che fu quella della discussione Bobbio-Ingrao del 1976.

Le 'responsabilità' di Togliatti
La seconda tesi di Canfora riguarda la responsabilità di Togliatti nelle scelte dell’Internazionale, e la pone come va posta: non soltanto cioè su quel che Togliatti poteva fare o non fare a favore di questo o quella vittima della repressione (o fece o non fece, con precisazioni opportune, come quella sul’37), ma nel dilemma reale che gli si pose: sottraendosi e aprendo il conflitto con Stalin non avrebbe perduto soltanto la vita, non avremmo avuto «quel» partito comunista della guerra e del dopoguerra. Socialisti o democristiani possono anche dire (oggi si dice di tutto) che sarebbe stato meglio non averlo? Lasciamo loro questa responsabilità.
Certo in quel tipo di partito la paternità di Togliatti è insostituibile; quando si andrà a vedere con animo schiarito dalla polemica, è mia convinzione che nessun altro, né dei vecchi né dei giovani, avrebbe avuto la forza di costruirlo tenendo chiaro in mente che non si poteva andare a un nucleo d’acciaio e a parallelismi semiclandestini senza andare a un partito con tutte le caratteristiche staliniane e nessuna delle possibile salvaguardie. (La correzione piu rilevante a questo proposito va fatta, a parer mio, su Secchia dopo la pubblicazione dei «Diari» e delle carte a cura di Enzo Collotti, e in anni più recenti della biografia di Miriam Mafai ).
Il problema del valore del ’17 e della «edificazione del socialismo» malgrado Stalin (malgrado la concretezza storica delle sue forme, ma fu concreta anche la dimensione e il senso della «rottura», nella generazione rivoluzionaria) investiva la morale, fu problema etico di tutta la vecchia guardia bolscevica e solo spiega il contegno ai processi, il fatto che, dopo il Congresso del 1934, si sia lasciata liquidare per singoli o gruppi. Essa mise, penso, sulla bilancia non solo la propria innocenza e l’altrui manipolazione, ma la sopravvivenza dell’Urss nella imminenza della guerra. Non so quanto si intenda oggi questo ordine di dilemmi; certo nessuno capirà la storia del comunismo se non li capisce.
Certo Togliatti ne derivò la certezza che quella strada non poteva essere battuta e vide nella stessa divisione del mondo e nella «condanna» dell’Italia a stare in occidente la possibilità d’un esperimento inedito: la crescita di un grande partito comunista in condizioni di democrazia e suffragio, separato dall’idea d’una avanguardia giacobina.

Un padre fondatore della democrazia
In questo senso egli fu, sostiene Canforecon ragione, davvero un padre fondatore della democrazia. Canfora ricostruisce con attenzione la sostanziale scelta di Togliatti per la democrazia e lo stato di diritto. (Andrebbe esaminata anche la storia interna del partito, non priva di contraddizioni interesanti; malgrado tutto, le sole tre espulsioni dal Comitato centrale furono fatte dai suoi oggi tanto immemori seguaci, cinque anni dopo la sua morte).
Quel di cui Canfora non dà ragione, perchè gliene mancano gli elementi — e forse neppure ci sono, dato il pragmatismo dell’uomo — è del momento in cui Togliatti introiettò l’idea del partito comunista italiana come grande social-democrazia. E se mai la introiettò. Essa infatti non è strettamente consequenziale alla tematica gramsciana prima e togliattiana per cui nelle società avanzate il potere non starebbe sulla punta del fucile.
Una rivisitazione della tematica, non così volgare come sembra, delle riforme di struttura e della «rivoluzione italiana» quale si riaffacciò nei primi anni '60 — c'è un interessante Comitato centrale sui giovani in cui egli ripropone il problema della domanda e possibilità del socialismo «ora» — aiuterebbe a capire dove e se fosse finita nell’ultimo Togliatti la tesi di «leninismo e potere», ancora ripresa al primo convegno di studi gramsciani.
La questione non è più quella della «duplicità», ma della natura della proprietà e dello Stato in un paese di capitalismo maturo.

E, se mai, fu un rivoluzionario?
Ma non è questo il punto in causa nella discussione del 1988. È se Togliatti fosse un «democratico» o no, e dal lavoro di Canfora esce un leader e una pratica del Pei che non ha da «render conto alla democrazia italiana», se mai viceversa. Del resto, credo che Canfora se mai gli chiederebbe conto, come già da altre parti è avvenuto, del tema opposto: se l’opera sua lasciava aperta o no una strada per un mutamento di sistema.
Fuori dalla polemica spicciola, ogni tentativo storiografico ha visto questo ordine di problemi, improvvisamente rovesciato l’anno scorso. Quel che nel volume di Canfora è singolare è la la pregnanza dei punti presi in esame con rigore e limpidezza del metodo: ne notiamo soltanto due, uno del tutto persuasivo, uno meno.
Persuasiva è la storia del patto russo-tedesco, anche per quanto riguarda, secondo le ultime fonti, l’esitazione di Stalin. (Una sola inesattezza riguarda la morte, e non il suicidio, di Paul Nizan il 23 maggio del 1940 nella battaglia della regione di Audruick, dopo Dunquerque). Meno conclusive le ricerche su Gramsci e il Partito comunista italiano, dove si vedrà più chiaro solo quando saranno pubblicate le lettere di Tatiana Schucht a Gramsci, oggi presso l’Istituto Gramsci, e, se esiste, l'archivio di Piero Sraffa. Dico se esiste perché chi l’ha conosciuto sa che egli non ne parlò mai con nessuno, salvo alcuni dirigenti del Pci: per un massimo di riserbo e forse, come sospettai talvolta, per una ormai molto grande distanza intellettuale dal suo passaggio nell'Ordine Nuovo.
Questo quadro resta da illuminare, specie dopo l’uscita dal carcere e il soggiorno in clinica, e ne fanno fede le lettere — quelle sì veramente terribili — nelle quali annuncia a Giulia che se ne tornerà a Santo Lussurgiu. È chiaro che fin poco prima ha pensato di rientrare a Mosca, e appunto solo Sraffa o Tatiana potrebbero forse dirci a titolo postumo che cosa sapesse e pensasse di quel che in quegli ultimi anni, dal 1934 al 1937, là avveniva. Ma sarebbe stato amichevole e saggio farlo venire a Mosca nel 1936? È curioso come nessuno, che io sappia, se lo chieda. […]


“il manifesto”, 13 marzo 1989

Ode al cane. Una poesia di Pablo Neruda

Il cane mi domanda
e non rispondo.
Salta, corre pei campi e mi domanda
senza parlare e i suoi occhi
sono due richieste umide, due fiamme
liquide che interrogano
e io non rispondo,
non rispondo perché
non so, non posso nulla.

In campo aperto andiamo
uomo e cane.

Brillano le foglie come
se qualcuno
le avesse baciate
a una a una,
sorgono dal suolo
tutte le arance
a collocare
piccoli planetari
su alberi rotondi
come la notte, e verdi,
e noi, uomo e cane, andiamo
a fiutare il mondo, a scuotere il trifoglio,
nella campagna cilena,
fra le limpide dita di settembre.

Il cane si ferma,
insegue le api,
salta l’acqua trepida,
ascolta lontanissimi
latrati,
orina sopra un sasso,
e mi porta la punta del suo muso,
a me, come un regalo.
È la sua freschezza affettuosa,
la comunicazione del suo affetto,
e proprio lì mi chiese
con i suoi due occhi,
perché è giorno, perché verrà la notte,
perché la primavera
non portò nella sua canestra
nulla
per i cani randagi,
tranne inutili fiori,
fiori, fiori e fiori.
E così m’interroga
il cane
e io non rispondo.

Andiamo
uomo e cane uniti
dal mattino verde,
dall’incitante solitudine vuota
nella quale solo noi esistiamo,
questa unità fra cane con rugiada
e il poeta del bosco,
perché non esiste l’uccello nascosto,
né il fiore segreto,
ma solo trilli e profumi
per i due compagni,
per i due cacciatori compagni:
un mondo inumidito
dalle distillazioni della notte,
una galleria verde e poi
un gran prato,
una raffica di vento aranciato,
il sussurro delle radici,
la vita che procede,
e l’antica amicizia,
la felicità
d’essere cane e d’essere uomo
trasformata
in un solo animale
che cammina movendo
sei zampe
e una coda
con rugiada.


Dal Quarto libro delle Odi, Navigazioni e ritorni (1959), in Poesie, Sansoni, 1971, Traduzione Dario Puccini

Una bugia al giorno leva il medico di torno (S.L.L.)

Ho ascoltato un pezzetto di Orlandi in Tv. Faceva il suo discorso con piglio deciso e sicuro. A un certo punto - si parlava dell'articolo 18 e di un suo possibile ripristino - dice che no, che tutt'al più si possono rendere i licenziamenti arbitrari più onerosi per il datore di lavoro. Aggiunge che anche nei Ds ragionavano del superamento e come esempio cita "il referendum promosso dalla CGIL per l'estensione dell'articolo 18 alle piccole imprese" e ricorda l'invito dato dai Ds all'astensione dal voto.
Quel referendum, in verità, non fu affatto promosso dalla Cgil, al tempo guidata da Cofferati, ma dalla Rifondazione bertinottiana, anche per mettere in difficoltà la CGIL che in quel 2002 aveva convocato al Circo Massimo la più grande manifestazione popolare della storia repubblicana.
In CGIL si sapeva benissimo che non c'erano le condizioni per fare il quorum e che era un errore promuovere il referendum in quel momento. I suoi massimi dirigenti lo dissero con chiarezza al momento della raccolta delle firme. La Cgil non poté che indicare il "sì" al momento del voto, per coerenza con la posizione di principio da sempre sostenuta, ma non aveva cooperato in alcun modo alla indizione del referendum.
I Ds, che sulla questione suggerirono l'astensione, spiegando che sarebbe stato il Parlamento a votare forme di tutela dagli ingiusti licenziamenti più adeguate del reintegro alle piccole e piccolissime imprese, avevano peraltro partecipato alla manifestazione del 22 marzo al Circo Massimo con le proprie bandiere e con un sostegno senza riserve alla difesa dell'articolo 18.
La mia domanda a questo punto è: aveva proprio bisogno questo signore - per il suo argomentare - di raccontare bugie un po' calunniose contro la CGIL? Se non ne dicono una grossa al giorno questi signori sono obbligati a pagare pegno?


Stato fb, 9 gennaio 2018

8.1.18

La poesia del lunedì. Pablo Neruda



Ode al giorno felice
Questa volta lasciatemi
essere felice,
a nessuno è accaduto niente,
non mi trovo da nessuna parte,
succede solamente
che sono felice
in ogni punto
del cuore, camminando,
dormendo o scrivendo.
Che posso farci, sono
felice.
Sono più innumerevole
dell'erba
nelle praterie,
sento la pelle come un albero rugoso
e l'acqua sotto,
gli uccelli in alto,
il mare come un anello
alla mia cintura,
fatta di pane e pietra la terra,
l'aria canta come una chitarra.

Tu al mio fianco nella sabbia,
sei sabbia,
tu canti e sei canto,
il mondo
è oggi la mia anima,
canto e sabbia,
il mondo
è oggi la tua bocca,
lasciatemi
nella tuua bocca e nella sabbia
essere felice
essere felice perché sì, perché respiro
e perché tu respiri,
essere felice perché tocco
il tuo ginocchio
ed è come toccassi
la pelle azzurra del cielo
e la sua frescura.

Oggi lasciatemi
essere felice
a me solo,
con tutti o senza tutti,
essere felice
con l'erba
essere felice
con l'aria e la terra,
essere felice
con te, con la tua bocca,
essere felice.


Da Odi elementari (1954). Traduzione S. L.L.

Ai killer piace Holden (Giovanna Zucconi)

Giovanna Zucconi
La vertigine delle liste, al plurale, è ormai clamorosa. Forse l’unico elenco che non compare sulle pagine anche culturali dei giornali, è quello degli elenchi non fatti, o non ancora. Per il resto c’è di tutto. L’elenchite, ormai una mania collettiva, si accompagna confusamente al dibattito lettura-non lettura, lettori-non lettori. In effetti, sempre di scorciatoie si tratta. Di informazioni sbriciolate. Di velocità senza approfondimento.
In attesa che i neurologi si pronuncino sugli effetti di questa mutazione, partecipiamo all’abbuffata elencando a nostra volta quanto rinvenuto negli inserti libri americani. Elenco dei migliori, o peggiori, adattamenti cinematografici di romanzi. Elenco dei sette consigli per riuscire a pubblicare, e dei dieci consigli per lanciare un libro (sul mercato, s’intende, non dalla finestra). Elenco dei dieci libri imprescindibili sull’ambiente. Elenco delle cose più strane comprate in libreria: il pubblico è invitato a contribuire e commentare, e questo è un altro elemento fisso nella demagogia della lista. Elenco dei libri purgati o censurati, come Huckleberry Finn dalla parola nigger. Elenco dei tredici migliori scrittori contemporanei, compilato da tredici scrittori ancora più contemporanei (David Leavitt sceglie Cynthia Ozyck, Ha Jin sceglie Naipaul, e Mohamed Hanif vota Kureishi: ma come, e perché, e perché proprio loro, non è dato sapere, è già tempo di passare oltre). Poi ci sono le bestseller lists, che sembrano giurassiche per la loro pretesa di autorevolezza e di fattualità. Ancora. Elenco dei libri che un vero lettore disprezza, e qui opportunamente compaiono prima un manuale per la caccia al cervo, poi un libro su come cucinare la carne di cervo. Elenco dei migliori libri delle celebrities, dei migliori party in un romanzo, delle città dove si legge di più, dei libri che in questo scorcio di 2011 hanno avuto più anticipazioni sui giornali, eccetera. Uff. Ah, ecco: elenco dei libri amati da Jared Lee Loughner, lo squilibrato killer di Tucson. Marx, Ayn Rand, Mein Kampf, Alice, Peter Pan, Fahrenheit 451, La fattoria degli animali. Manca Il giovane Holden, che invece piaceva all'assassino di John Lennon e al mancato assassino di Ronald Reagan. Saperlo è fantastico: è vera cultura.


Dalla rubrica Che libro fa in Usa, inTuttolibri La Stampa”, sabato 15 gennaio 2011

1990, dopo la notte degli Oscar. Quando l'attore è perseguitato (Enrico Franceschini)

Sharon Gless (a sinistra) nella serie "New York New York"
WASHINGTON
Lunedì scorso, ad Hollywood, migliaia di cacciatori d'autografi hanno assediato per ore la cerimonia dei premi Oscar, per vedere, avvicinare, toccare anche solo un momento i loro beniamini, le stelle del cinema. Ma il fenomeno dei fan ossessionati dagli idoli dello spettacolo ha anche un'altra faccia, un risvolto allucinante e pericoloso, come dimostra quello che è accaduto due giorni fa a Los Angeles. Sharon Gless, bionda poliziotta in una serie televisiva di grande popolarità in America, trasmessa anche in Italia col titolo New York, New York, è fortunosamente sfuggita all'attrazione fatale di una sua ammiratrice, che da anni la persegue con folle determinazione. Non è chiaro per quale motivo Joni Penn, una donna di 30 anni, ce l'avesse tanto con l'attrice: ma dopo un flusso ininterrotto di lettere, telefonate, minacce di ogni tipo (come quella di suicidarsi davanti alla porta di casa della Gless), nel 1988 un giudice le ordinò di restare sempre almeno a 900 metri dalla diva televisiva e dalla sua residenza, se non voleva finire in prigione.
Alle 3 del mattino di venerdì, indifferente all'ingiunzione della corte, la Penn è tornata in azione: armata di fucile, ha forzato l'abitazione dell'attrice, a Studio City, uno dei quartieri più esclusivi della capitale del cinema. Per caso, quella notte Sharon Gless aveva deciso di andare a dormire altrove; un sistema antifurto, scattato quando la giovane maniaca è entrata nella casa rimasta vuota, ha dato l'allarme alla polizia: gli agenti sono arrivati subito, e dopo una trattativa di 7 ore, in cui la Penn ha minacciato più volte di uccidersi, una psicologa l'ha convinta ad arrendersi. Adesso è agli arresti, in attesa di un processo. “È una storia che va avanti da troppo tempo, e penso che quella ragazza vada punita” ha commentato l'attrice, viviamo davvero in un' epoca terribile, se persone chiaramente affette da disturbi mentali possono procurarsi armi così facilmente. 
Rebecca Schaeffer
Pazzi e violenza sono un problema per tutti in America, ma è relativamente recente l'attenzione ossessiva dedicata da anonimi fan alle personalità dello spettacolo. Forse cominciò nel 1980, quando John Lennon fu assassinato davanti a casa da un ammiratore alle cui lettere non aveva risposto. Ad Hollywood, l'incidente più grave si è avuto l' anno scorso: l'attrice Rebecca Schaeffer fu uccisa da un ragazzo innamorato di lei. Ma gli episodi del genere sono sempre più frequenti: una ragazza è stata condannata a 3 anni di reclusione per avere scritto 6000 lettere minatorie all'attore Michael J. Fox, furiosa perché il protagonista del film Ritorno al futuro si era sposato con un' altra; il mese scorso una donna è stata arrestata per essere entrata per l'ennesima volta nella villa del presentatore televisivo David Latterman (lui si è chiuso in bagno e ha chiamato terrorizzato la polizia), di cui è convinta di essere la legittima moglie (una volta gli ha persino rubato la sua Porsche). Divi come Liz Taylor, Cher, Robert Redford, Jane Fonda, Tina Turner, John Travolta spendono fino a 500 mila dollari l'anno, 650 milioni di lire, per essere protetti da detective e guardie del corpo private. Qualche anno fa, il regista Martin Scorsese ha girato un film Re per una notte con Robert De Niro e Jerry Lewis, proprio sulle conseguenze di questo tipo di follia. Succede più in America che altrove, commentano gli esperti, perché in questo paese c' è troppa solitudine, e la gente passa ore davanti alla tivù, finendo per credere di avere un rapporto reale con i personaggi fantastici che vede sul video.

“la Repubblica”, 1 aprile 1990  

Moravia: Giovinezza per favore vai via! (Mario Andreose)


In un epistolario quasi del tutto inedito 
l’autore degli «Indifferenti» 
spiega perché i vent’anni 
possono essere un’età ingrata

«Se questa è la giovinezza vorrei che passasse presto» scrive Moravia il 6 febbraio 1932 all’amico Alberto Morra di Lavriano. In quegli stessi giorni esce l’edizione francese de Gli indifferenti, presso l’editore Rieder, in contemporanea, per singolare coincidenza, con il memoir di Paul Nizan, Aden Arabia, celebre questo per la prefazione che trent’anni dopo Sartre gli dedicherà, ma soprattutto per il suo attacco: «Avevo vent’anni. Non permetterò a nessuno di dire che questa è la più bella età della vita».
Con queste sue lettere, quasi interamente inedite, Moravia ci racconta in presa diretta le ragioni della sua voglia di uscire dalla giovinezza, sullo sfondo della sua formazione letteraria e intellettuale e della sua educazione sentimentale: il ritratto che ne esce aggiunge nuova schiettezza e autenticità alla sua immagine uscita dal lavoro di quelli che hanno indagato la sua vita in prospettive diverse: Ajello, Siciliano, Maraini, Camon, Elkann, de Ceccatty. L’epistolario è composto presso che interamente da lettere di Moravia che, come è noto, era un pessimo raccoglitore, e si colloca tra la guarigione della malattia («una rabbia durata 19 anni»), la stesura de Gli indifferenti fino all’incontro con Elsa Morante.
Già dalla sua prima lettera, intorno al compimento dei 19 anni, la rabbia si tramuta in «furioso desiderio di fare qualche pazzia», che vuol dire uscire dal guscio della costrizione, dalla consuetudine borghese della vita familiare, dall’assedio della noia virale. È già qualche anno, quando ne aveva 12-13, che riempie i cassetti di abbozzi di racconti e di poesie e ora sta lavorando al romanzo; per sottrarsi all’inquinamento acustico di mamma, sorelle e fratello, sfrutta volentieri l’ospitalità di Morra e dei suoi amici, come lui aristocratici, colti e antifascisti. Sono i suoi cugini Carlo e Nello Rosselli ad averglielo presentato.
In tutto il mondo, pochi romanzi del Novecento hanno avuto una fulminea fortuna critica come quella arrisa a Gli indifferenti, uscito nel giugno del ’29: una trentina di recensioni in pochi mesi, tra cui quelle di G.A. Borgese e Pietro Pancrazi, critici «in grado di creare uno scrittore». Ora, a 22 anni, Alberto è una stella internazionale, conteso nei salotti e nelle ville di contesse e principesse (Pecci Blunt, Papafava, Benzoni, Caetani di Bassiano). In questo momento, inoltre, Morra lo presenta a Bernard Berenson, nella cui villa, I Tatti, Alberto si reca per leggergli a voce alta il suo romanzo. C’è chi lo considera ancora «un ragazzaccio maleducato attraversato da lampi di intelligenza», ma la stima e la benevolenza di Berenson gli aprono le porte di Bloomsbury, nel suo primo viaggio a Londra, dove, sotto la tutela dell’imponente Lady Ottoline Morrell, avrà l’occasione di incontrare Virginia Woolf, T.S. Eliot, E.M. Forster, i fratelli Huxley, D.H. Lawrence, Edith Wharton, Bertrand Russell… Lui serio, impettito, elegante «all’inglese», a volte irruento, in grado di parlare di tutto, da buon autodidatta. Da quando ha imparato a leggere, occupa le ore di solitudine, e la malattia gliene ha procurate parecchie, ai libri; il francese è la sua seconda lingua e se la cava anche con l’inglese e il tedesco; i russi li legge nelle traduzioni francesi, come I demoni di Dostoevskij, al quale l’ha iniziato Andrea Caffi, di vent’anni più anziano di lui, la figura più importante per la sua formazione, dopo Morra. Se Caffi, russo di formazione, socialista sfuggito al totalitarismo leninista, rifugiato brevemente in Italia, per cadere, dalla padella alla brace, nella dittatura mussoliniana, è il prototipo dell’intellettuale condannato all’esilio perenne, Moravia, pur alieno alla militanza politica («l’azione dell’intellettuale sta nel suo lavoro») dovrà, fin dalla pubblicazione degli Indifferenti, subire l’attenzione e l’ostracismo della censura fascista. Molte sue lettere sono recuperate dall’archivio dell’ex polizia politica, dove erano state, buon per noi, intercettate per una trascrizione, tutt’altro che impeccabile, dattilografata prima di recapitarle al destinatario.
Forse non è un caso che le lettere umanamente e intellettualmente più intense siano quelle destinate agli amici che vivono in esilio: oltre a Caffi, Nicola Chiaromonte, quasi coetaneo di Moravia: insieme si recano alle prestigiose decadi di Pontigny, nel ’34, per un convegno su l’Intolleranza, dove Alberto tiene il suo primo discorso in pubblico. Grazie a Moravia, poi, si instaura un sodalizio parigino tra Caffi e Chiaromonte, che, per intercessione di Camus, troverà per l’amico un provvidenziale impiego da Gallimard.
Ci sono lettere con amici scrittori e giornalisti (Alvaro, Malaparte, Vigolo, Bontempelli, Pannunzio, Pancrazi…) impegnati per lo più a sgattaiolare tra le trappole della censura per dar vita a riviste letterarie e giornali che nascono e talvolta muoiono nello spazio di un mattino. Intanto Moravia è ossessionato dall’ansia classica del «secondo libro» (Le ambizioni sbagliate) che nascerà male, e non solo per suo demerito, dopo sei tormentati anni di gestazione. Non sta mai fermo: quando non è in villeggiatura, mete preferite Capri e le Dolomiti, viaggia per lavoro, quando gli è consentito, inviato per giornali come «La Stampa», «La Gazzetta del Popolo» e «Il Corriere della Sera», dove il suo talento eccelle. Lui preferirebbe poter vivere da romanziere, ma questo potrà avvenire solo, a guerra finita, a partire da La romana (’47). Il suo cosmopolitismo, la sua più che evidente lontananza dalla mistica fascista, il cognome ebraico non gli rendono facile la vita. La sua narrativa, gli spiega Pancrazi è «troppo deprimente in un tempo in cui tutti sono energetici aerodinamici e propulsivi».
Le lettere d’amore, in particolare quelle in francese con la pittrice svizzera Lélo Fiaux, mi hanno evocato una conversazione estemporanea con Moravia, un pomeriggio in cui non c’era alcun film da vedere e siamo andati da Cenci a prenderci una giacca, nella quale mi confidava che i suoi rapporti con le donne avevano avuto una svolta positiva solo dopo i cinquant’anni. Qui ne ha ventidue quando incontra la piccola France, una minorenne graziosa e minuta, come «un personaggio di Watteau»: una passione furente, consumata in pochi giorni, al sole della Riviera. Alberto, che ha alle spalle esperienze poco gratificanti, per non dire di un’iniziazione postribolare, insegue France a Parigi per chiederla in sposa. La risposta di France è che la nonna, appartenente a una famiglia di alto lignaggio, non vuole. Forse vola un pugno nel costato della piccola France, o forse no. Passano poche settimane e, nell’ambito ormai familiare delle sue contesse, Alberto si innamora di Silvia Piccolomini, che per lui abbandona un fidanzato dell’aristocrazia romana, poi caduto nella guerra di Spagna. Nella faccenda sono coinvolti anche parenti e amici di famiglia, come Morra, a scongiurare un possibile duello. L’amore procede, ma Alberto avverte nell’enigmatica, e perciò intrigante, Silvia, come un oscuro ritegno, una qualche riserva; pensa che l’azione risolutiva sia chiederne la mano, e ne riceve un rifiuto. Anche qui la fama letteraria e il coinvolgimento dei sensi non hanno pareggiato lo stato sociale e patrimoniale e un cognome, in quel contesto, imbarazzante.
Le lettere a Lélo Fiaux ci raccontano una storia d’amore intensa quanto infelice, impossibile, e già consumata nel giro di sei mesi vissuti insieme a Roma nel ’34. Lettere postume quindi, tra rievocazione, nostalgia, rimpianto, rimostranze e la disponibilità mai sopita di ricominciare. Con Lélo non si rischiava di incorrere in un altro rifiuto di matrimonio, perché lei è già sposata con un americano, ma gira per Roma con un ragazzo, poi suicida, di cui Alberto diventa amico. In anticipo sui tempi, Lélo è una figlia dei fiori che pratica l’amore libero e fuma oppio; Alberto la attrae perché «è e ha qualcosa di diabolico», come traspare dai ritratti che gli fa, dipinti e fotografici. È Alberto stesso ad ammettere di non essere all’altezza delle sue aspettative, perché lei lo vorrebbe come amante a tempo pieno, mentre lui rivendica il proprio spazio di scrittore («il mio lavoro è stato il nemico del tuo amore»). Quando Lélo rimane incinta, decidono subito insieme per l’interruzione della gravidanza, il che appare ovvio, date le circostanze. È questa l’unica occasione che Moravia ha avuto di diventare padre. E come tale se la ricorderà, sempre.


Il Sole 24 Ore 15 Novembre 2015

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