23.11.11

Al biliardo (S.L.L.)

Al bar della zia Rosa la sala biliardo era stretta e Luigi, alto e dai larghi fianchi, quando tirava ostacolava il passaggio.
Una volta Boccino, che s’era fatto stretto per potere uscire mentre Luigi s’apprestava a colpire la biglia, gli disse: “Ma cchi sì tuttu culu?”.
Luigi smise di prendere le misure e, stecca in mano, si levò. Voltosi a Boccino risentito chiarì: “Veramenti sugnu tuttu minchia”.

Nota per i non siciliani
Come in altre parlate, anche nel vernacolo del mio paese capita che le parole e le parolacce abbiano più significati. Per gustare il raccontino è utile sapere che talora (seppur di rado) "culu", oltre a quello di "deretano" e di "fortuna" può acquistare per metonimia il valore che hanno "culattone" o "culo" in Lombardia e che "minchia" ha spesso lo stesso significato che hanno "minchione" o "babbeo" in Toscana. Dire a qualcuno che è "tuttu minchia" è come dirgli di essere completamente stupido. (S.L.L.)  

22.11.11

Il profumo dell'America (di Enzo Siciliano)

Illustrazione per "Le avventure di Tom Sawyer" (Mark Twain)
Tom Sawyer porta in Europa, per chiunque lo abbia letto e lo legga ancora, il profumo inconfondibile dell’America: le acque del Mississipi si svolgono su se stesse come il respiro di un Dio, alimentano una vita che ha del fiabesco, battelli che vanno e che vengono, e portano le merci più varie, dal tabacco alla musica, a spettacoli coloratissimi, il suono delle orchestrine si mescola a quelli dei clacson…

Da Questo ragazzo ha un secolo, ma se lo porta bene, L'espresso, 1976

Pecunia non olet (di Lalla Falilulela)

Questo pezzo, meritevole di attenzione e riflessione, l'ho tratto dal blog di Lalla Falilulela (nome telematico - credo - di Laura Omero). E' un raro esempio di sintesi tra "personale e politico". (S.L.L.)
Passera
Forse perché ho una laurea in Economia e Commercio (aveva ragione mia madre a opporsi a questa mia "strana" scelta universitaria), forse perché ho avuto un padre comunista ( non bastava sindacalista, diceva mia nonna), forse perché ero una bambina timidissima, solitaria e curiosa e quando i cugini giocavano a Monopoli origliavo i discorsi dei "grandi", forse perché mi porto addosso la maledizione di capire, di fiutare l'inganno (come un segugio).
Forse perché ho lottato per cinque lunghi anni contro una banca (e ho perso, nonostante avessi ragione) e ho insegnato tecnica bancaria per trentacinque anni, forse perché mio zio, esperto di borsa ai tempi di Francesco Giuseppe, in quella ventosa città che nel 1918 accolse in Piazza Grande i liberatori italiani, mi diceva: "Lo vedi quel signore? Se potessi parlare... " E ridacchiava concludendo: "Più sono ricchi, più sono ladri". Passava il suo tempo tra banche e borsa.
Forse perché maneggiare denaro è il lavoro più sporco, e dopo un po', qualche spicciolo ti rimane attaccato alle dita... Eh sì, il denaro si attacca, s'incolla... Non puzza, dicono, ma non è vero. Chi ne ha tanto, s'è turato il naso. Di brutto.
E' da qualche giorno che l'aria non sa soltanto d'inverno, non è soltanto fredda. Puzza. Che cosa ci fanno in giro tutti questi banchieri? Un'invasione. Sono dappertutto, anche in Parlamento. Così forbiti, così eleganti, così benvisti, così educati, così silenziosi, a passi felpati...
E i politici? Allontanati con fermezza. Neutralizzati dai mercati e dalle valutazioni delle società di rating.
E la "gente"? L'80% degli italiani è con "loro". Conquistata.
Monti applaudiva l'innovatore Marchionne. Uomo capace di far quadrare i conti. Della Fiat. Aveva ragione lui: ha aperto la via agli altri padroni, pardon imprenditori. Ora gli unici conti che non quadreranno saranno quelli degli operai. Ma il nuovo presidente del Consiglio non è consulente di poveracci (è stato, è ancora? consulente della Goldman Sachs).
E Passera? Passerà oltre?
Mai fare studiare una donna. E' tempo perso (dichiarava il mio ex marito). Forse aveva ragione!
E la puzza? Sale, sale. Inarrestabile.

Dante, antico, moderno, europeo (di Gian Luigi Beccaria)

Il 29 dicembre 2007, su “Tuttolibri” de “La Stampa” dalla lettura e dal commento della Divina Commedia, fatta in Tv da Benigni, prendeva spunto il professore Gian Luigi Beccaria per dire la sua sul poema di Dante, antico, moderno, europeo. Riprendo qui un’ampia sezione del suo articolo. (S.L.L.)
Una illustrazione di Gustavo Doré per il canto XIX dell'Inferno dantesco
  
Quello di Dante è un testo che basta a se stesso, basta leggerlo in mondo non enfatico, seguendo il ritmo del senso e del verso. I motivi della presa del testo su un pubblico anche di media cultura sono tanti. Penso all'attualità di un poeta che amiamo anche per l'impegno e la passione civile, per quel suo insistere sui temi del rinnovamento e della pace: desideri di sempre, ma dell'oggi come non mai. Dante propone un'alternativa radicale al suo presente disgregato e corrotto dalla sete di denaro, per il quale monaci, pontefici e re hanno ingaggiato guerre feroci, e hanno peccato. Di qui il castigo, e l'invettiva, la passione, lo sdegno, ma anche l'attesa di un mondo migliore.
L'immersione di Dante nella contemporaneità è totale, ma ciò non va disgiunto dal riconoscimento di alcuni supremi valori civili e modelli di giustizia che egli riconosce nel mondo antico. E' straordinario quel suo scrivere come se tutto a lui fosse contemporaneo, come se la storia non fosse evoluzione, diversità, ma una serie di rappresentazioni omologhe di una stessa verità. Antichi e moderni, personaggi mitologici, campioni della cristianità e cavalieri, papi, imperatori, religiosi, nobili e borghesi, tutti sono trascinati insieme in una sorta di giudizio universale, da Giustiniano, da Cleopatra a Francesca da Rimini, da Elena, Ulisse e Diomede a Ugolino e Guido da Montefeltro. Dante si muove indifferentemente tra mondo pagano e mondo cristiano, fra mitologia e religione, tra il lontanissimo passato e la calda asprezza del presente. Nel poema la cultura occidentale fa così, tutta insieme, la sua grande prima prova unitaria. Per questo a Dante sarà riconosciuto nei secoli un ruolo ideologico predominante in Europa. Al Comune sostituisce la comunità sorta dalle rovine dell'impero romano, e la riconosce nel Sacro Romano Impero e nella Chiesa, le due istituzioni in cui può a suo parere risiedere ancora la speranza di un mondo diverso e più giusto. Su questa idea si può discutere, ma Dante è comunque uno dei grandi scrittori che appartengono più all'Europa che a singole nazioni. Mi auguro che Benigni continui a leggercelo, sera dopo sera. 

Jack London e il suo "infinito amore per la vita" (Claudio Gorlier)

Jack London
Non saremo mai abbastanza grati a Elio Vittorini per aver incluso, nella leggendaria Americana, l'inarrivabile racconto di Jack London, Accendere una fiammata, che ora, con il titolo un poco appiattito Farsi un fuoco, ritroviamo nella pregevole raccolta di narrativa breve, La lotta per la vita. Vittorini legittimava uno scrittore a lungo confinato nel territorio grigio e indefinito della letteratura di consumo. Poi arrivò, tra gli altri, Borges a riconoscerne la grandezza, e mi rammarico che, in quarta di copertina, si citi di lui un prevedibile riferimento all'influenza di Darwin su London; una delle molte che il vorace autore di Zanna Bianca letteralmente appropriò e piegò al suo progetto creativo. 
Un altro paradigma ricorrente è quello della lotta della vita - ma Borges acutamente parla di «infinito amore per la vita» - il quale sostanzia in effetti una drammatica ricerca di identità, lo sforzo di un intellettuale mai integrato di rivendicare il proprio ruolo, fino alla vittoriosa sconfitta, se mi permettete l'ossimoro, di Martin Eden, un libro davvero capitale che andrebbe insegnato nelle scuole.

Da “La Stampa”, “Tuttolibri”, 1 luglio 2006

Giorgio Manganelli su Stevenson



Robert Louis Stevenson

Il fascino di Stevenson è assurdo e moralmente impossibile, come il fascino della tragica e astuta Shérezade. Si è elogiato il suo stile nitido, ma lo stile nitido non basta a farvi trattenere il respiro o, per assurdo (a me è successo), di rallentare e frammentare la lettura per non arrivare al momento angoscioso della conclusione.
C’è di più. Sebbene racconti delle storie che fanno stare col fiato sospeso, Stevenson è moderatamente interessato a quel che di “interessante” egli sta raccontando. Con una eleganza provocatoria, da gentiluomo e da baro, nelle prime righe dell’Isola del Tesoro Stevenson ci spiega tutto quello che accadrà nel libro che si accinge a scrivere; e noi, indifesi e drogati, lo leggiamo esattamente come se non sapessimo nulla, e ci deliziamo di ansie ingiustificate, e sprechiamo palpiti e sollievi…
Poco ci interesserebbe lo stile “nitido” di Stevenson se non si accompagnasse alla sua enigmaticità. Ma occorre precisare: egli non è enigmatico verso i lettori, ma verso se stesso… Il labirinto è la sua letizia, il suo gioco, il suo rito.
Signore dei labirinti, califfo dei giochi d’aria e di vento, Stevenson possiede la qualità esasperante e definitiva del raccontare l’indifferenza. Non conosce né terrore, né orrore, né amore, sebbene, o appunto perché, sono tutti ospiti della sua mensa quotidiana.

Da Chi lo legge è perduto in “L’Europeo”, 31 ottobre 1980

L'ombra di Previti (di Paolo Flores D'Arcais)

Dal sito di "micromega" riprendo la prima parte di un articolo di Paolo Flores D'Arcais, pubblicato ieri (21.11.11) sul "Pais" sotto il titolo El fin del berlusconismo. Il titolo della traduzione ne esplicita il senso avvertendo che "il berlusconismo non è finito". (S.L.L.)
Berlusconi si è dimesso, il governo Monti ha preso il suo posto, ma il dopo-Berlusconi non è ancora cominciato. E non sembra neppure vicino. Infatti, lo strapotere di cui ha goduto Berlusconi, incompatibile con i principi elementari di ogni democrazia liberale, e ovviamente in conflitto con la Costituzione italiana nata dalla Resistenza antifascista, consisteva solo in parte nel suo controllo del governo. Il suo “nocciolo duro” risiedeva (e risiede) nel dominio monopolistico (e sempre più orwelliano) del sistema televisivo, nella rete di leggi “ad personam” che gli hanno garantito l’impunità giudiziaria (malgrado in tribunale sia stato riconosciuto colpevole dei fatti addebitati almeno una decina di volte), nell’intreccio di poteri eversivi, criminali, deviati (pezzi di servizi segreti, magistrati corrotti, manager di grandi gruppi parastatali con giganteschi interessi nel petrolio e negli armamenti, ambienti mafiosi, despoti di paesi stranieri...) con cui ha sempre più impastato il proprio potere patrimoniale e politico, realizzando un vero e proprio Stato parallelo privato.
Solo quando questa piovra di illegalità (di cui le decine di leggi “ad personam” costituiscono lo scudo “legale”) sarà stata radicalmente smantellata, potremo dire che il dopo-Berlusconi è cominciato davvero, cioè irreversibilmente. Fino ad allora Berlusconi resterà nella vita politica italiana molto più che come “convitato di pietra”: stagnerà come cancro di poteri antidemocratici, capace in qualsiasi momento di metastatizzare, piombando di nuovo l’Italia nel baratro.
Non è certo un caso se l’unico ministero su cui Berlusconi è riuscito a imporsi a Monti e Napolitano è quello della Giustizia: circolava con insistenza il nome di un magistrato, la dottoressa Livia Pomodoro, presidente del tribunale di Milano e docente presso l’Università cattolica (non certo una bolscevica, dunque). Avrebbe riportato quel ministero alla decenza, avrebbe forse convinto i cittadini che la scritta che campeggia in ogni aula giudiziaria, “la legge è eguale per tutti”, non è una beffa. Proprio per questo Berlusconi ha posto il veto. Il nuovo ministro (per la prima volta una donna), Paola Severino, è l’avvocato che ha difeso il gotha della finanza e imprenditoria (e fin qui nulla di male, si dirà), ma anche Giovanni Acampora, una delle protesi berlusconiane nella corruzione di magistrati con cui Berlusconi riuscì a scippare a De Benedetti la proprietà della maggiore azienda editoriale italiana, la Mondadori. Il regista di quello scippo fu l’avvocato Previti, braccio destro di Berlusconi (che lo nominò ministro della Difesa), e il quotidiano iper-berlusconiano “Il Foglio” scrive in prima pagina che proprio a casa Previti Berlusconi ha fatto la conoscenza di Paola Severino. Frequentazioni inquietanti, a dir poco...

21.11.11

La poesia del lunedì. Sandro Penna.

Sospesa luna in cielo.
Io non ritrovo più le stelle.
Il dolore se tenta cantare
non trova che secche parole.
E' lontano - fu vero? - un mio mare
di mezzogiorno.
Ora non c'è che la sorda
eco de' cani lontani.

Da Confuso sogno, Garzanti, 1980

Milano - Messina. Gavio, sempre Gavio. (S.L.L.)

Marcello Gavio detto Marcellino
Ieri sera, 20 novembre 2011, nel  Report della Gabanelli della grande impresa fondata da marcellino Gavio si è parlato due volte.
Prima come proprietaria delle Ferrovie Nord che la Provincia di Milano, guidata da Penati, acquistò a un prezzo più alto di quello di mercato. Incontro a Gavio, allora titolare del Gruppo, venne anche una leggina tremontiana che consentiva un fortissimo sconto fiscale. Su una "plusvalenza" di 179 milioni di Euro, pagarono circa tre milioni, contro il normale 50 per cento.
Della grande impresa autostrada, passata agli eredi non senza conflitti e debiti, s'è poi parlato a proposito del Ponte sullo Stretto di Messina, la cui costruzione alcuni tra i banchieri e professori oggi al governo vorrebbero rilanciare. La Gavio fa parte del Consorzio di grandi imprese più titolato per la costruzione, dopo che il concorrente più agguerritp, un grande costruttore canadese, appare nei guai per rapporti con le mafie.
Gavio, sempre Gavio, fortissimamente Gavio.

Sesto San Giovanni. Marx come le tangenti? (S.L.L.)

Non so quanti abbiano visto ieri sera il Report della Gabanelli di ieri sera, 20 novembre 2011. Era molto istruttivo su Sesto San Giovanni e sul cosiddetto sistema Penati.
Il personaggio più ridicolo è apparso un certo Morabito, di Rifondazione Comunista, assessore all’Urbanistica. Avrebbe fatto migliore figura usando le formula dei partigiani (e delle Brigate rosse): “Sono un militante comunista e non ho nulla da dichiarare”. E invece ha la faccia tosta di giustificarsi, dopo aver riconosciuto sbagliate le scelte urbanistiche: “Rifondazione, in una scala da uno a cento, conta uno. Mica possiamo piantare una grana al giorno!”. Credevamo che facessero così solo da noi a Perugia, invece è una linea politica.
I momenti più belli della trasmissione si vivono quando parla il sindaco Oldrini.  Fa come Boccali a Ponte San Giovanni, difende a spada tratta le scelte di cementificazione, gli aumenti di cubature e tutto il resto. Sulle tangenti dice che se la vedranno i giudici.
Ma alle sue spalle, a destra, campeggia il ritratto di Karl Marx.
Non si sa se è lo stesso che il grande accusatore Luigi di Caterina – a quanto riferisce Report - aveva regalato al sindaco, il glorioso cimelio dipinto in occasione del Congresso dell’Internazionale Socialista del 1893. Dopo le ultime vicende, il quadro in questione è stato restituito al Di Caterina, ma io non sono riuscito a capire se il caro volto che si riconosce a ogni passaggio televisivo dell’Oldrini sia quello del celebre dipinto, ancora lì prima della restituzione, o un suo surrogato.
A sentire il Di Caterina a Sesto usano restituire, almeno in parte, anche le tangenti pagate in forma di consulenza. Ma depurate dalle tasse.

Vendola. Una questione marginale. (S.L.L.)

Sabato sera c’è stata, nel nostro appassionato dibattito sulla Rivoluzione di Novembre a “Segno critico” un accenno di polemica su Vendola, una questione marginale almeno per il ragionamento che si faceva, proiettato su un orizzonte lungo. Un compagno ha detto che il leader di Sel, rispetto al governo Monti, ha scelto di “stare dentro criticamente” e una compagna l’ha rimbeccato con buoni argomenti. Mi pare che la trasmissione di Fazio, cui Vendola ha partecipato, le dia ulteriormente ragione.
A Che tempo che fa il presidente pugliese ha salutato come una novità importante il cambiamento di stile del governo Monti ed ha apprezzato la presenza in esso di Riccardi, della Cominità di sant'Egidio, interpretata non come clericalizzazione ma come sprovincializzazione; ha poi dichiarato rispetto per le preoccupazioni di Napolitano e attenzione verso le scelte degli alleati Pd e Idv sul “governo di emergenza”.
Nello stesso tempo ha segnalato senza equivoci che la maggiore emergenza è la questione sociale e la crescita della povertà, contrapposta allo scandalo dei mostruosi speculativi arricchimenti; ha ricordato i conflitti di interesse attuali e potenziali presenti nel governo neonato; ha stigmatizzato le lodi di Monti per la controriforma Gelmini e il suo silenzio sull’ambiente proprio nel giorno dei disastri di Genova e di tutto il Nord; ha infine paventato la massiccia capacità di condizionamento e d’interdizione del Pdl in questo Parlamento. Per Vendola, caduto il governo Berlusconi, il “berlusconismo” potrebbe restare vivo e attivo e anche il Cavaliere caduto da cavallo potrebbe risorgere.
Per farla breve il fondatore di Sel, non potendo da extraparlamentare votare contro, ha deciso di "tenersi fuori", mantenendo semmai una linea di dialogo con il centrosinistra rappresentato in Parlamento. Un passaggio del suo dire, poi, m’è decisamente piaciuto, quello sulla “questione meridionale”, che in tutte le sue varianti, moderate, democratiche, socialcomuniste, da Giustino Fortunato a Gramsci, è sempre stata proposta nella prospettiva di consolidare l’unità d’Italia, mentre la cosiddetta “questione settentrionale” di cui anche nel Pd si ciancia, contiene una carica forte di ingiusta contrapposizione, di risentimento, di divisione.
Ciò detto, mi pare che Vendola eviti di prendere in considerazione la grande opportunità che la situazione gli presenta: quella di offrirsi come sponda e orientamento politico di una opposizione sociale che di sicuro non mancherà. Lui stesso avverte, per esempio, che nel Nord le piazze dei disoccupati potrebbero essere preda della rinascente demagogia populista della Lega; ma non dichiara con la chiarezza necessaria che alle piazze occorre offrire un’altra proposta.
Lui può farla, anche perchè a sinistra non ha concorrenti politici seri. Il partitino di Ferrero è sempre più screditato: ha voglia Rifondazione di indurire il discorso, se nei pochi punti di forza rimasti, da Sesto San Giovanni a Gubbio, i suoi esponenti sono pienamente partecipi delle scelte affaristiche e delle tendenze clientelari del Pd. Il partitino di Diliberto, poi, è arrivato a proporre: "garantiteci dieci parlamentari e noi garantiremo sempre la sinistra". Per il Pcl di Ferrando, piccolo e settario, è noto il nostro rispetto, ma non vediamo prospettive. Altre aggregazioni di estrema sinistra sembrano analogamente scegliere le frasi scarlatte, ma tentano di appoggiarsi alla protesta piuttosto che orientarla. Nascono infine qua e là associazioni e aggregazioni di politicanti in carriera, senza peso e senza idee, se non quella di partecipare in qualche modo al gioco politico nazionale e locale.
Vendola è l'unico che può mettere al servizio di una opposizione sociale in fermento un crescente prestigio personale, un’organizzazione in crescita con non pochi giovani volenterosi, è il solo che può tentare un più stretto collegamento con la parte più decisa a resistere della Cgil e presentare ai movimenti sociali e all’opinione pubblica alternative proposte di governo sulle questioni aperte. Si tratta di interpretare il punto di vista del lavoro dipendente e precarizzato, dell’ambiente, della laicità, sfidando il risorgente pensiero unico “privatistico” e confindustriale che tenta perfino di cancellare la sconfitta ai recenti referendum su acqua e nucleare: cose che in gran parte già fa, ma in astratto.
Pur senza rappresentanza in Parlamento, il portabandiera di Sel potrebbe proporsi come il leader di una vera opposizione di sinistra, scompaginando i giochi dei berlusconiani e dei leghisti, che sperano di godere loro di una sorta di rendita d’opposizione. Sospetto, però, che il timore di una rottura con gli “alleati” lo scoraggi perfino dal prendere in considerazione l'ipotesi. Forse è persuaso che gli sia sufficiente esprimere posizioni contrarie alle scelte governative, per guadagnare i consensi di chi protesta, da far fruttare poi nelle “primarie” su cui da tempo punta per determinare nella battaglia politica un nuovo orientamento e una svolta programmatica nel centro-sinistra.
E’ un’illusione: una cosa sono le “prese di posizione” che lasciano il tempo che trovano, un’altra è assumersi la responsabilità di organizzare, orientare e dirigere le lotte popolari.
Se Vendola non se ne rende conto diventerà prestissimo una questione marginale, non solo nel “lungo e medio periodo” su cui ragionavamo sabato sera a “Segno critico”, ma anche nel “breve periodo” in cui il pugliese iscrive la propria azione. Senza presenza parlamentare e senza riferimenti sociali organici e solidi, nel tempo di Monti, egli sarà assolutamente impotente e ininfluente. L’unica possibilità che ha di resistere politicamente, di tenere il punto sulle questioni redistributive e di diritti sociali e sindacali, di preparare un governo di ragionevole “anticapitalismo” è quella di rinviare a domani il tema dell’alleanza politica capace di vincere le elezioni.
Oggi il suo compito è altro, ed è questione di settimane se non di giorni: unire, allargare, organizzare l'opposizione della sinistra  sociale e politica, guidare la lotta democratica e di classe contro il governo Monti anche per strappare qualche parziale vittoria su temi importanti. Spero che se ne convinca subito e muti l'approccio. Temo che non lo farà.    

Wilder e Pollack: le due Sabrine (S.L.L.)

Audrey Hepburn e Humphrey Bogart  in Sabrina (1954)
Harrison Ford e Julia Ormond in "Sabrina" (1995)
Ho visto in tv un ampio pezzo del colorato remake di Pollack con Harrison Ford e Julia Ormond, Sabrina (1995), ed è stata una delusione più cocente di quella che già m’aspettavo. Da wilderista incallito sono affezionato alla prima Sabrina (1954), quella con Humphrey Bogart e Audrey Hepburn, la prima delle commedie rosa del grande Billy, secondo i critici la più lubitschiana e, perciò, la meno originale delle sue.
Sarà anche vero che in Wilder il connubio tra leggerezza e spessore critico che raggiunge il massimo di potenza in A qualcuno piace caldo in Sabrina non s’è ancora pienamente realizzato, che qui non è ancora all’opera la feroce satira del “modo di vita americano”, che vedremo tradotta in immagini e sequenze graffianti e gustose in film come L’appartamento per cui qui taluni stereotipi più che dileggiati appaiono solo citati. E tuttavia rispetto al suo film il remake sembra acqua fresca: Pollack è di certo un regista di qualità e alcune sue prove (Come eravamo, per esempio) sono memorabili, ma nella sua Sabrina non c’è nulla di memorabile. 

20.11.11

Beniamino Placido su Tom Sawyer (1980)

Cosa vuole Tom Sawyer, in fondo? Infilzando ranocchi, addestrando pidocchi, strapazzando i gatti randagi, vuol farsi notare. E insieme, vuol farsi amare. Tutte le sue fughe sono fatte - dichiaratamente - per crogiolarsi nel piacere di pensare: a casa mi stanno cercando. E' meraviglioso perdersi. E' ancora più meraviglioso essere ritrovati.
Essere notati, essere amati: ecco quello che i giovani, i giovanissimi (ed anche i non più giovani, confessiamolo) soprattutto vogliono...
La triste verità è che continuiamo a non sapere osservare i bambini, i ragazzi, i giovani. Una volta venivano idealizzati. Adesso vengono ideologizzati...

Da Tom Sawyer e il critico astrologo in "La Repubblica", 8 febbraio 1980

Guido Ceronetti sui "Miserabili" di Victor Hugo (2008)

Gastone Moschin - Jean Valjean ne "I miserabili" televisivi di Sandro Bolchi
Quel che a Dostoevskij non riuscì, nell'Idiota - mettere in scena e al centro di tutto, in un romanzo, un uomo interamente, positivamente buono, modellato sul Cristo delle icone ortodosse riuscì invece benissimo, e senza averci pensato con altrettanta intensità di tormento, nei Miserabili, a Victor Hugo. Jean Valjean è tutta la bontà possibile, sullo sfondo delle miserie umane, la bontà che attraversa a guado, in una figura di San Cristoforo che non arriva mai a toccare la riva per deporvi il suo carico, la storia umana in una città-simbolo, concreta, visibile, che ciascuno di noi ha visitato e rari poeti compreso. E' possibile che la bontà di Jean Valjean abbia potuto essere divinata, manifestarsi tra i viventi, assumere un volto non iconico ma autenticamente umano, in quanto collocata, non come il principe Myskin in una porzione specifica di società aristocratica di periferia europea, ma nel crocevia di una Weltstadt che non esclude nessun tipo di destino neppure quello di un Myskin plebeo, povero, di origine malfamata Parigi. E' toccato a uno scrittore illuminista, di simpatie rivoluzionarie, ottimista del divenire storico, senza le grandiose idee mistiche e il fedele Vangelo giovanneo di Fedor Dostoevskij, di creare involontariamente un modello accettabile di Cristo moderno e occidentale, un Cristo che dal lino di una sindone emergerebbe coi tratti di Jean Valjean, il fuggiasco, il perseguitato, che non opera miracoli con la parola (Ordet! quanto cercarla!) e neppure con la scienza medica, come sarebbe naturale all'epoca, ma con la pura compassione, servita (l'avessimo!) da un apparato muscolare d'acciaio, capace di tutto….
Da domandarsi: esisterebbe un romanzo come questo se non ci fosse stato il 18 giugno 1815? Waterloo non è un enorme excursus di quasi cento pagine, è il perno di tutta la storia. Napoleone al termine della terribile giornata, appiedato, solitario «immenso sonnambulo di un sogno crollato» proietta la sua ombra cinese sulla parete dove accende oggetti e carte la lampada dello scrittore, che meditando sulla disfatta, concepita come epopea e allegoria spirituale, vede l'agitazione mostruosa, inesauribile, della capitale postrivoluzionaria e da quindici anni postimperiale, di cui il vero sovrano è il popolo dei reietti, dei malvagi e degli indeboliti…
I Miserabili non sono un romanzo sociale: vorrebbero essere tutto, ma non lo sono. La classe operaia, quella che sarà potentemente e tragicamente vista da vicino nell'Assommoir e in Germinal non ce la vedi, è introvabile. Una chiave, per identificare il chimerico «popolo dei miserabili» è nel termine poco fa usato, indeboliti. Ci può aiutare la parola biblica refaìm, che è polisensa: i morti, le ombre, ex giganti, guaritori. I giganti delle vittorie imperiali sono i refaìm, i Deboli, le Ombre dei Miserabili, il riflesso individuale (molto vagamente sociale) della disfatta di Waterloo, una radunanza di veterani e di nipoti di veterani sperduti che incarnano il significato etico negativo, per nulla epico, del grido escatologico (la e è importante per non equivocare) di Cambronne. L'epopea di Austerlitz e di Jena rigermoglia poveramente nelle barricate di rue Saint-Denis, del 1848…. Hugo e' un genio, ha insegnato stile a tutti, ma inseparabile dal trombone tribunizio. Il romanzo e' pieno di meravigliosi aforismi e di pseudoracoli da fumier prédicant, genere: «Cittadini, se il diciannovesimo secolo è grande, il ventesimo sarà di felicità. Più niente somiglierà alla vecchia storia...». E Waterloo è addirittura «il capovolgimento dell'universo».
Quel che rende inevitabilmente classico I Miserabili è l'appartenenza alla grande tradizione del romanzo iniziatico, che è una moderna trasposizione, data a tutti per mezzo della diffusione, della tradizione e del pellegrinaggio misterico. C'e' una Eleusi della lettura... Si puo' farlo cominciare dal Don Chisciotte e vederne rami e frutti nel Meister goethiano, nello Schlemil di Chamisso, in Delitto e Castigo, Pinocchio, Moby Dick, Promessi Sposi e nell'Uomo senza qualità, nella Linea d'Ombra, nel Deserto dei Tartari... E quale titolo più iniziatico di Voyage au bout de la nuit? Quel che viene via via a mancare nelle iniziazioni misteriche da leggersi è nello sbocco finale, dopo un transito nell'affanno e nel buio, in qualcosa di trascendente (arrivo a Colono, conquista della luce, affacciarsi su una dimensione redentiva). In fondo alla notte, non aspettarti che altra notte. Su questo c'e' da riflettere, e non poco da capire. Nei Miserabili il viaggio iniziatico di Jean Valjean è di una travolgente evidenza: un ex forzato si scioglie di episodio in episodio da ogni catena, rivelandosi angelo ferito che mette la sua prodigiosa forza fisica e il suo insaziabile appetito di riparare-medicare-sanare-salvare alcuni «miserabili» da cui non può più staccarsi, al servizio, indefettibilmente, del Bene…
La straordinaria metafora riassuntiva del viaggio iniziatico di Jean Valjean è la traversata delle fogne di Parigi con un quasi-morto sulle spalle da lui portato a rivivere, dopo l'uscita di entrambi, finalmente, nella luce… Significativamente, la prova più difficile dell'iniziando Jean Valjean è questa traversata, tra le più fantastiche della letteratura mondiale. L'uscita dai miasmi e dal buio, nella sera stellata, dispiega sulla testa del Miserabile Sublime vittorioso della prova «tutte le dolcezze dell'infinito».

Da Jean Valjean il Cristo di Parigi in “La Stampa” 21 agosto 2008. 

Attilio Bertolucci su Walter Scott (1979)

Walter Scott a 50 anni
Ho letto Walter Scott per la prima volta in questi giorni, qui, dove mi fingo che l’Appennino tiri un po’ alla Scozia; per le rocce, l’erba, le eriche. Soprattutto quest’ultime. E ho capito perché agli inglesi, oltre che agli scozzesi, Scott piaccia, continui a piacere…
Dunque leggendo L’antiquario (ma che titolo-trabocchetto: uno pensa a quei signori sonnolenti per ore e ore fra bei mobili in congruamente assemblati in via del Babbuino, senza mai clienti: ma c’è un trucco, i pezzi rari si trattano altrove) ho capito come inglesi e scozzesi siano affezionati a quel vecchio gentiluomo fortunato in letteratura quanto sfortunato in editoria, dove fece un clamoroso fallimento…
L’ho capito, se è pur vero che la sua ricca farragine doveva decantare decenni dopo di lui, per virtù di uno scozzese tanto fragile quanto egli era, o figurava, forte e pingue: intendo Robert Louis Stevenson per cui costumi gente e storie di Scozia ci hanno incantato e ci incanteranno sempre.
Questa lettura estiva, coatta dell’Antiquario (si sappia una volta per sempre che si tratta di un gentiluomo fanatico nel raccogliere, non nel vendere, anticaglie di Scozia, vere o false che fossero) è risultata poi piacevolissima…
L’attacco è subito accattivante. “Era un mattino di un bel giorno d’estate, verso la fine del diciottesimo secolo, quando un giovane di aspetto nobile, in viaggio verso la Scozia nord-orientale, acquistò un biglietto per una di quelle vetture pubbliche che fanno servizio fra Edimburgo e Queensferry, luogo ove, come indica il nome, e come è ben noto a tutti i miei lettori settentrionali, si trova un ferryboat per la traversata del Firt of Fort. Il legno poteva portare normalmente sei passeggeri oltre a quelli abusivi che il postiglione riusciva a raccogliere per via e a imporre…”. Subito uno si sente attratto dal destino di quel giovane di nobile aspetto e dal promesso sobbalzare del legno. E uno, come me uso alle diligenze che furono, fino a venti anni fa, per le valli di questa Scotia familiaris, prima dell’avvento della doppia auto in ogni casa di coltivatore diretto, gli “specialini”, di norma nere e vetuste 124, non può non immalinconirsi a quei perduti abusivi. Bei tempi scomodi di un passato anche prossimo.
Poi le cose si complicano con assurdi accadimenti, riconoscimenti, comparse e ritrovamenti di figli e di documenti, amori impossibili e improvvisi matrimoni. Che sono l’intelaiatura del melodramma italiano, da Lucia di Lammermoor (soggetto di Walter Scott) al Trovatore… Su questa intelaiatura il nostro scrittore ha dipinto un gran quadrone animato di figure e figurine… E tanti particolari di genere, attinti dal ricchissimo patrimonio folk scozzese, raccolti con lo stesso amore maniacale che l’antiquario Oldnbuck aveva nei ritrovamenti dei suoi reperti…

Da Se un mattino d'estate un nobile viaggiatore, in "La Repubblica" 20 agosto 1979

Gabriele D'Annunzio e Renato Brozzi. Porci con le ali.


Un celebre nudo fotografico di Gabriele D'Annunzio
Renato Brozzi, nato nel 1885 e morto nel 1963 a Traversatolo, nella Bassa, ove un civico museo è a lui dedicato, fu scultore, cesellatore, orafo. Una parte della sua fama è legata alla speciale simpatia che ebbe per lui Gabriele D’Annunzio, che ne fece l’animaliere del Vittoriale, la villa-monumento che, ancora in vita, eresse a futura memoria di sé il vate multanime e poeta soldato. Qui riporto il frammento di una lettera che il divino Gabriele inviò all’artista nel 1934 che ho recuperato da un articoletto senza firma sul Brozzi nell’inserto cultura de “la Repubblica” del 19 agosto 1979 (forse di Irene Bignardi). (S.L.L.)
Un bassorilievo in bronzo dorato di Renato Brozzi
Caro e mio grande animaliere,
da tre giorni sono in colloquio con le tue aquile, coi tuoi gatti, le tue anatre, coi tuoi cani, coi tuoi porci. Sono da tanto i miei soli compagni, i consolatori della mi disperata solitudine… I tuoi porci sembrano indiavolati e alati. Temo che tu abbia voluto scoprire un’allegoria di me che sono – dicono i benigni e i maligni – un angelico porco alato…
Gabriele D’Annunzio

Scena (di Ludovico Zorzi - dall'Enciclopedia Einaudi)

Ludovico Zorzi, morto nel 1983 a 55 anni, è stato storico, teorico e critico del teatro tra i più acuti e rigorosi: ne ricordiamo, tra l’altro, una magnifica “curatela” dell’opera omnia di Ruzzante per “I millenni” di Einaudi, editore per il quale ha readatto alcune delle voci "teatrali" più importanti nell’Enciclopedia uscita tra gli anni 70 e gli anni 80. Tra di esse spicca Scena (nel Volume 12, Ricerca – Socializzazione, 1981), breve e sugosa, esemplare di un approccio davvero multidisciplinare. Ne ho trascritto qui due brani, dalla prima pagina. (S.L.L.)

La scena ambigua
Stop then, and wash. How many ages hence/ Shall this our lofty scene be acted over/ In states unborn and accents yet unknown”.
“Chinatevi dunque , e bagnatevi. Per quante età future/ questa nostra nobile scena sarà ripetuta/ in stati non nati, in accenti ancora ignoti!”.
In questa battuta di Cassio che invita i congiurati a bagnarsi le mani nel sangue dell’ucciso (Julius Caesar, atto III, scena I) Shakespeare coglie, con la lucidità del genio drammaturgico, la sintesi delle ambiguità del temine “scena”: l’azione rappresentata, nella sua specificità (di luogo e di mezzi usati per riprodurla), e insieme la metafora che istantaneamente ne muta il significato (ovvero il suo spostamento dal teatro alla storia e viceversa). E’ una battuta cardine della riflessione intorno all’arte del teatro, che enuncia magistralmente la natura profonda del fenomeno: mimesi e verità, unicità e ripetizione, coscienza e conoscenza del suo farsi. Nella carriera di ogni grande interprete della scena, da Eschilo a Calderon, dal comico dell’arte a Pirandello, sopraggiunge un momento, quello del teatro nel teatro, con il quale l’autore aspira a misurarsi.

L’origine della scena
Il concetto comunque va ricondotto i limiti semantici, anche se non agevolmente circoscrivibili, della parola greca skené (donde il latino scaena), che indicava la ‘tenda’, situata su un rudimentale palco di legno, dietro o dentro la quale il protagonista della primitiva azione drammatica (e forse prima di lui lo sciamano-attore si ritirava a mutare la truccatura, e in primo luogo a cambiare la maschera.

19.11.11

"Il Gattopardo" fu scritto per gelosia e frustrazione (di Giuseppe Cassieri)

Su La Stampa del 30-08-2008 un “elzeviro” dello scrittore Giuseppe Cassieri mostra come può accadere che il pungolo alla realizzazione di capolavori dell’arte o di scoperte scientifiche o di altre imprese risieda in sentimenti di cui non si va orgoglioso: gelosie, invidie, risentimenti, generalmente maturati in seno alla propria stessa famiglia, tra fratelli o tra cugini. La tesi di Cassieri è che all’origine del Gattopardo di Tomasi di Lampedusa è il rapporto con i cugini Piccolo di Capo d’Orlando. Giova ricordare che il barone Lucio, del quale in questo blog c’è più d’una traccia, aveva ottenuto la gloria e il successo di poeta con i suoi bellissimi Canti barocchi. (S.L.L.)
Giuseppe Tomasi di Lampedusa
Sembra essersi svegliato in questi giorni lo spirito «indolente e caustico» di Tomasi di Lampedusa, con qualche freccia avvelenata, qualche difesa generosa e casuale anticipazione del cinquantenario gattopardesco che cade, per l'esattezza, il prossimo 11 novembre. Tra i molti, supposti contributi storico-letterari circa il «peso» odierno del Principe romanziere, chi scrive sposta la curiosità biografica dall'opera d'arte alle lettere inedite di Tomasi fortunosamente rinvenute a San Paolo del Brasile e pubblicate su L'Espresso nel gennaio 1984. Lettere indirizzate all'amico più caro di «Peppe»: Guido Lajolo, commilitone nella guerra 1915-18, entrambi bisognosi di frequentarsi e confidarsi, pur nella lontananza. Esempio: allorché Guido si iscrive alla facoltà di Ingegneria a Genova, il Tomasi non esita a trasferirsi a Genova, e appena Guido passa al Politecnico di Torino, «Peppe» lo segue a Torino. Dunque una rara fratellanza. E figurarsi lo strappo affettivo quando Lajolo viene mandato dalla Montecatini in Brasile con l'obiettivo di rimettere ordine in una società italo-svizzera-brasileira. Nel corso degli ultimi anni, due sono però i pensieri emergenti che «Peppe» trasmette a Lajolo: l'adozione di Giovacchino Lanza (un giovanotto «intelligentissimo come piace a me, ironico, asciutto, orgoglioso») e le sorti del Gattopardo tenuto in salamoia. «... Mondadori fa un sacco di difficoltà : è troppo breve, è scritto in modo complicato, propone modifiche e mi incita ad ''allungarlo''. Roba da matti!». Le delusioni si accentuano e trovano sfogo nell'amico d'oltre-oceano: «... il libro è amaro e non privo di cattiveria. Occorre leggerlo con grande attenzione. Tutti ne escono male: il Principe, il suo intraprendente nipote, i borbonici, i liberali e soprattutto la Sicilia del 1860».
Cresce intanto un sentimento che oscilla tra ammirazione e invidia per i cugini artisti (specie per i successi di Lucio Piccolo). Soffre e nasconde il morso della frustrazione, finche' nella lettera del marzo 1955 spazza ogni ipocrisia e dichiara: «Benché io voglia molto bene a questi cugini, mi son sentito pungere dal vivo. Avevo la matematica certezza di non essere più fesso di loro. Cosicché mi son seduto a tavolino e ho scritto il romanzo». Una sfida intima in poche righe dirette al fedelissimo Lajolo che avrebbe suscitato l'interesse del lettore: perché Tomasi di Lampedusa aveva scritto Il Gattopardo. 
 

18.11.11

Sicurezza in città (di Eduardo Galeano)

Dalle Finestre che Eduardo Galeano apriva su “il manifesto”, posto questa, così verosimile, del 16 marzo 1999. (S.L.L.)

Se non fosse per i molti vestiti che indossa, la signora Gertrudis non farebbe ombra per terra; e i venti dell’inverno la farebbero volar via. Ma le cammina per le strade di Montevideo curva come un punto interrogativo, e sola soletta si arrangia a fare le sue cose e tira a campare.
Uno di questi giorni, quando andò a riscuotere la sua pensione, ebbe un contrattempo. Tempi intempestivi, il pericolo è in agguato ad ogni angolo: la signora Gertrudis non va in giro disarmata. Lei porta sempre con sé un paio di forbici nascoste nella borsa.
Era seduta sull’autobus. Guardò l’ora: le mancava l’orologio. Senza tentennare, puntò le forbici sulla pancia del giovane svergognato che era seduto accanto alei: - l’orologio – disse la signora Gertrudis.
- Come dice, signora?
- L’orologio – intimò lei, e le forbici punsero.
Il ragazzo le lasciò l’orologio e, con un salto, scese dall’autobus.
Con l’orologio stretto nel pugno, e il cuore in subbuglio, la signora Gertrudis arrivò a casa sua. si sprofondò nell’unica poltrona e, parlando da sola, rimase per un po’ seduta: - che cosa si credono che possono approfittarne perché sono vecchia?
Quando aprì la mano, vide che quello era un orologio da uomo. Si alzò, cercò. Il suo era sulla mensola.

Per la Cattedra di Diritto Penale (di Eduardo Galeano)


L'accusato dichiari la sua versione dei fatti - ordinò il giudice.
Il dattilografo, con le mani sulla tastiera, trascrisse la dichiarazione di Augustin Sosa, residente nella città di Melo, anziano, stato civile celibe, di professione disoccupato.
L'accusato non negò la sua responsabilità nel delitto che gli veniva imputato. Sì, lui aveva strangolato una gallina che non era di sua proprietà.
- Se non avessi ucciso quella gallina, sarei morto di fame - allegò.
E  concluse:
Fu per legittima difesa.

Dalla rubrica Finestre in "il manifesto", 16 marzo 1999

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