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31.8.19

Un compagno. Per Camilleri, intellettuale militante (Romano Luperini)



Quando viene meno una persona che ha lasciato una traccia profonda nella nostra vita, la mente corre sempre al primo incontro, quasi esso già contenga in nuce il rapporto successivo e la ragione di quella traccia.
Ho conosciuto Camilleri una dozzina di anni fa. In occasione non ricordo di quale importante ricorrenza dell’Università di Siena, dove insegnavo, il rettore aveva invitato me e un altro collega a una sorta di intervista in pubblico allo scrittore, cui egli si sarebbe sottoposto dopo aver fatto una breve introduzione. La sala era stracolma di studenti e di docenti che ridevano e applaudivano, elettrizzati dall’umorismo polemico di Camilleri, che parlò non da scrittore ma da intellettuale e da militante, soffermandosi con una ironia elegante, eppure per niente spocchiosa, sulla situazione politica allora egemonizzata da Berlusconi. Quando venne il proprio turno, il collega gli fece domande di carattere stilistico e sull’uso del dialetto siciliano, che poco avevano a che fare col contenuto politico della sua introduzione. Mi colpì che si rivolgesse a lui in modo cerimonioso, chiamandolo “maestro” e dandogli del lei. Poi toccò a me, e mi venne invece spontaneo dargli del tu e porgli domande di carattere politico. Camilleri mi rispose subito con un piglio assai più animato e vivace, dandomi a sua volta del tu. In un certo senso ci eravamo riconosciuti (sto per usare, lo so, una parola fuori corso) come compagni. Poi a cena volle sedere accanto a me e mi invitò a casa sua, a Roma, in via Asiago, vicino a una sede della RAI (quella del terzo programma, mi pare). Lo andai a trovare, conobbi la moglie e la segretaria, personaggio importante e decisivo anche per la sua vita di scrittore. Una volta gli portai il mio primo romanzo, L’età estrema, ancora inedito e lui volle pubblicarlo da Sellerio. Un’altra lo invitai a collaborare a un mio manuale, trascrivendo in italiano moderno e magari anche in siciliano un paio di novelle di Boccaccio, fra cui quella di Andreuccio da Perugia: cosa che fece con entusiasmo e senza alcun compenso. Ma per la scuola collaborò con me anche in altri modi: ebbi occasione, per esempio, di farlo partecipare a un dibattito a Roma alla fine di un seminario con gli insegnanti, e anche questa volta accettò con entusiasmo.
Perché questi dettagli autobiografici? Per una testimonianza anzitutto, ma poi anche perché tutti oggi parlano dell’autore di Montalbano, del brillante intrattenitore, sempre in testa alla lista dei best seller, ma nessuno dei suoi romanzi storici artisticamente e politicamente assai più impegnati (ricordo, soprattutto, Il re di Girgenti, in cui forte è l’influenza di Pirandello, di De Roberto e di Sciascia) e nessuno, ma proprio nessuno, del suo contributo alla politica, al mondo della scuola, alla causa degli immigrati, come militante non di un partito, ma di una sinistra intesa come possibilità di impegno e prospettiva ideale.
Camilleri non è stato solo un brillante intrattenitore, capace, grazie alle sue straordinarie doti inventive (nel linguaggio, ricco, vario, infiltrato sempre da una vena dialettale, e nelle trame delle sue storie, ricche di imprevisti), di catturare con abilità l’attenzione di ogni lettore: è stato anche un fine letterato, degno erede di una grande tradizione siciliana, e un intellettuale militante. Ha compiuto il prodigio di essere nel contempo uno scrittore autenticamente popolare, un artista vero e l’ultimo intellettuale, capace di parlare non solo di letteratura, ma del mondo, l’unico sopravvissuto dopo la morte di Sciascia e di Pasolini. E una cosa purtroppo è certa: con lui muore una possibilità di essere scrittori e intellettuali insieme, con lui il Novecento è davvero finito.

Dal sito “La letteratura e noi”, 18 Luglio 2019

22.8.19

Poirot, il detective che nacque due volte

Il monumento a Poirot a Ellezelles

Hercule-Jacques Poirot, nato a Ellezelles, Belgio, il 6 aprile 1850, da Godeliève Van Prei. L’atto di nascita, vergato in una tipica calligrafia da funzionario ottocentesco, parla chiaro. E parla chiaro anche il monumento che Ellezelles, città natale di uno dei massimi detectives di tutti i tempi, ha dedicato al suo illustre figlio.
Hercule Poirot, l’eroe di Agatha Christie, è dunque davvero esistito? E Agatha Christie, quando prima di morire si prese la briga di precisare che Poirot era una creatura di pura fantasia, balzata con tanto di baffi lussureggianti e di testa a forma d’uovo dalla sua fantasia di scrittrice, mentiva sapendo di mentire? Naturalmente no: Hercule Poirot è davvero frutto di fantasia. Mai suoi ammiratori e compatrioti belgi non vogliono arrendersi all'idea (così come, del resto, hanno fatto i londinesi per Sherlock Holmes). E ancor meno i suoi «concittadini» di Ellezelles. I quali prima hanno fabbricato un finto atto di nascita, poi l’hanno ripescato da polverosi archivi e hanno costruito in onore di Poirot un monumento al centro della cittadina.
Per dimostrare di essere dei buoni cultori del giallo, hanno però lasciato una traccia: il nome attribuito alla madre del grande Hercule, infatti, altro non significa, in lingua fiamminga, che «porro». Esattamente il significato del «suono» francese di Poirot.

"la Repubblica", 7 dicembre 1980 - redazionale

7.8.19

La tv dei primitivi (Achille Campanile)

Achille Campanile

I primi tentativi di trasmissione delle immagini a distanza risalgono effettivamente all’epoca delle caverne, o età della pietra che dir si voglia. Com’è noto, a quell’epoca le immagini si disegnavano sulle rocce, o pietre. Queste venivano trasmesse mediante lancio o rotolamento. Le stazioni trasmittenti stavano su alture, a pie’ delle quali collocavansi i telespettatori, che talvolta venivano accoppati dalle trasmissioni. Da allora ad oggi la situazione non è molto mutata. Molte trasmissioni di oggi sono più pesanti dei macigni di allora, e come allora i teleutenti sono da esse accoppati.

La televisione spiegata al popolo, Bompiani 2003

29.7.19

Cento bordelli. La funzione del racconto osceno e, più in generale, del turpiloquio (Umberto Eco, 1982)



Nelle edicole delle stazioni stanno apparendo in bella mostra, dico in primo piano, accanto ai tascabili di macrobiotica e all’ultimo Elias Canetti, volumetti che promettono 150 barzellette spinte. Basta dare un’occhiata alla copertina e al risvolto per capire che contengono storielle che conosciamo da anni e abbiamo ascoltato, o raccontato, a scuola, in caserma, in treno o a cena. D’altra parte circolano nei locali di prima visione film in cui si sceneggiano le vicende dell’immortale Pierino. Ritorno, dunque, della volgarità, si dice.
Cosa significa ritorno? La barzelletta oscena non era mai morta. Si deve altresì riconoscere che talora la barzelletta oscena (come d’altra parte quella non oscena) è una forma d’arte, una variazione dell’epigramma o della satira antica: ve ne sono alcune che sono piccoli capolavori teatrali o verbali. Quindi non è l’esistenza di barzellette oscene che ci deve preoccupare. Si tratta di un flusso di narratività che scorre sempre uguale e semmai cambiano gli utenti e le occasioni. Così si dica per lo spettacolo fescennino: una volta c’era l’avanspettacolo e il comico di avanspettacolo non era Woody Allen, dava di gomito alla spalla pronunciando allusioni che, seppur pesanti, erano più argute di quelle che Gelli soffia nell’orecchio di Tassan Din.
Qual è la funzione del racconto osceno, detto o ascoltato, e del turpiloquio in generale? Esistono pagine e pagine di psicoanalisti e psicologi, ma diciamo all’ingrosso che il turpiloquio ha due funzioni principali, una sessuale e una politica. Sessualmente rappresenta una manifestazione di aggressività che, quando non è contenuta, esprime delle frustrazioni. Il turpiloquio limitato, la barzelletta raccontata una sera con gli amici, magari per amore della sua perfetta struttura narrativa, è un divertimento come gli altri. Raccontata invece ossessivamente, specie tra uomini soli, è un modo di consolarsi. Il altre parole parla molto di sesso chi ha poche occasioni di fare all’amore. Per questo la barzelletta oscena circola intensamente nelle caserme, nelle carceri, sulle navi mercantili e nelle parrocchie, dove prende le forme dell’umorismo gastrico-anale (non si parla cioè di pene e vulva ma di sfintere e feci).
Dal punto di vista politico la barzelletta oscena rappresenta il sostituto di altre trasgressioni: è un modo per aggredire l’ordine. Ciascuno gioca cioè a fare il marchese di Sade: non deflora Justine ma ride sulle Justine deflorate. Ha la stessa funzione del discorso sportivo fatto da chi non pratica lo sport, o per ragioni fisiche o per ragioni sociali, per cui il tifo estremizzato è il divertimento delle classi emarginate che non possono giocare a tennis e a golf.
In questo senso il fenomeno non sarebbe degno di osservazioni particolari. Le barzellette si son sempre dette e gli spettacoli con battute pesanti sono passati dagli avanspettacoli ai film porno.
Però non si può negare che si sono avute variazioni nel pubblico. Ai film porno non vanno più solo soldati e ragazzetti, più gli intellettuali affascinati dal cosiddetto pecoreccio: ci vanno le famiglie e i pensionati. Deve essere per questo che i nuovi film alla Pierino tengono banco nelle prime visioni e vengono recensiti sui giornali, con falso sdegno, ma consacrando loro uno spazio di rilievo, mentre una volta il critico di redazione non li andava neppure a vedere. Allora bisognerà cercare delle ragioni non per il ritorno all’osceno, che non era mai partito, ma per il rinnovato interesse alla sua imperturbabile permanenza. E anche qui credo che le ragioni siano sostanzialmente due, sessuali e politiche.
Sessualmente, negli ultimi due decenni, si è parlato troppo di liberazione: a parlarne sembrava che ormai chiunque potesse e dovesse fare all’amore tutto il giorno, con chiunque, a coppie, in gruppo, scambiandosi le mogli, le figlie, le zie, i fratelli, i mariti, passando allegramente da un sesso all’altro. Poi si è scoperto che queste cose sono facili da dire ma difficili da fare, costosissime in termini di tempo, denaro e salute. Insomma, sono solo per i ricchi, e poi ancora, poverini anche loro. A grande eccitazione frustrata, grande risposta verbale: ci si riempie la bocca, visto che gli altri orifizi rimangono sacrificati. Tanto meglio se la stampa, in qualche modo, parlando di nuova moda, legittima l’agognato ritorno.
E politicamente? Visto che è ormai così difficile parlare male del potere, perché il giorno dopo qualcuno traduce la critica in tritolo, e non puoi più nemmeno lamentarti del capo cottimista perché dopo gli sparano o i compagni di fabbrica ti guardano come un brigatista che cosa devi fare? Racconti di Pierino e ti accontenti di bestemmiare l’immagine di Dio e dell’ordine parlando di uomini e donne ridotti al rango di scimmiette.
Forse anche questo era nei progetti di Giovanni Senzani. Ricreare uno, dieci, cento bordelli.

L’Espresso, 31 gennaio 1982

20.7.19

Ma perché parlate di Indiana Jones? Il popolo, il pubblico e gli equivoci della cultura di massa (Edoardo Sanguineti)


Qualche giorno fa, dalla “Stampa” torinese, ho appreso che a New York si sta proiettando un iperfantacolosso, che ha per titolo Aliens, e che rappresenta, così pluralizzato, la continuazione seriale del celebrato film Ridley Scott. Questo, invece, lo ha girato James Cameron, reduce glorioso da Terminator e notorio complice di Rambo 2. Il titolista riassumeva il tutto così: Donna Rambo contro Aliens. E l’articolista spiegava che una “donna molto macho” che lotta contro una specie di Alien-regina, micidiale pluriproduttrice di larve extraterrestri, difendendo la propria bambina in modi tipicamente ramboideschi.
Chi sia fresco, come fresco lo sono, della lettura degli Eroi del nostro tempo, che è una silloge di studi sopra i miti di massa, per lo più cartacei e celluloidali, del nostro ieri più recente e del nostro oggi più palpitante, organizzata presso Laterza da Ferdinando Adornato, ha già pronto il manuale per la futura decifrazione del nuovo prodotto, non appena sbarchi sopra le nostre spiagge, e potrà darsi tutta la sua buona esegesi. In particolare, Omar Calabrese, con il suo saggio sul mostro instabile e Walter Veltroni, con le sue pagine sul fattore R, cadono opportunissimi. La pellicola sarà una splendida occasione di verifica, e anche, per massmediologi in erba, un didatticissimo esercizio pilotato, con quelle egregie complicazioni combinatorie che ivi si promettono contenute.
Intendiamoci bene, sto pensando a gente qualunque, che si serva di questo 'Robinson' (è il titolo della collana laterziana in cui si pubblica) come di uno svelto 'Bignami'. Perché, come scrive proprio Calabrese, a proposito della nuova teratologia di massa, “se Spielberg non conosce le equazioni di Feigelbaum, né il teorema di Lorenz ha poca importanza”, laddove per capire la “forma interna” che governa i nuovi 'mostrini', senza cadere in grossolani equivoci, non sarà male avere un’idea chiara e distinta della teoria delle catastrofi (René Thom), della teoria dei frattali (Benoit Mandelbrot), della teoria dei sistemi dissipativi (Ilya Prigogine), nonché del vario paesaggio mentale suggerito dalle teorie del caos (Joseph Ford per tutti). In parole povere, occorre dominare. con l'intiera Enciclopedia Einaudi, il suo intiero apparato bibliografico. E poi ancora. Per fortuna, questa prospettiva può rovesciarsi, giacché in Agnes Heller, qui filosofante sopra il tenente Colombo, si riconosce il breviario semplificato di Heidegger, della dialettica negativa di Adorno e l'Anti-Edipo di Deleuze e Guattari. Perché si, è vero, “nessuna di queste dottrine è evidente nelle storie di Colombo”, e di questo non so quanto sia lecito rammaricarsi, ma “lo spirito di tutte queste”, che soffia proprio dove vuole, “è presente in modo palpabile”.
In breve, con 200 pagine dottamente interpretative, e un metaeroico supplemento fumettosamente terminale di Panebarco, di ulteriori settanta pagine, se altro non si ottenesse da codesto volume, si otterrebbe, misurata sul vivo e sul vero, una palpabile testimonianza della incredibile svolta compiuta, nel tratto che va da Adorno a Adornato, del tipo egemone di intellettuale dell’Occidente, nei confronti della famigerata industria culturale. Ma poiché questa è una vicenda complessa, e implica tutta una riflessione intorno all’etica professionale dell’uomo di cultura e all’eroe intellettuale del nostro tempo, la rinviamo a una più riposata occasione.
Qui mi accontento di notare l’opposizione che emerge, presso Goffredo Fofi riflettente sopra James Bond, tra il best seller ‘controllato', ‘programmabile' e ‘prevedibile', e il best seller ‘spontaneo', che sarebbe quello “decretato dal pubblico e solo dal pubblico, per quanto aiutato possa essere”, allorché “è davvero il pubblico che crea l’opera e il personaggio, è il pubblico il vero autore”, in quanto non soltanto seleziona e innalza e idoleggia il proprio eroe, ma ne decide per intiero la significazione mitica. Che è tutto vero, e anche più lo sarebbe, se la parola pubblico, con la sua buona faccia democratica, non occultasse qui, come suole fare, sotto “le centinaia di migliaia” di fruitori, l’indice di gradimento dei consumatori eterodiretti, e insomma, più schiettamente, l’inchiesta di mercato e, come si diceva un tempo, l’apparato induttivo e repressivo dei bisogni dell’immaginario.
Giacché il vero eroe dal mille volti, riposatamente quantificati in bilancio, annegato ogni vano tormento qualitativo in un oceano di 'effetti speciali', è proprio l’industriale della cultura, il quale sa benissimo che i suoi avi facevano un mucchio di soldi, proclamando a grandissima voce di mettersi al servizio del popolo, ma sa soprattutto che ormai, essendoci in giro molto più «pubblico» che «popolo», tanto che di «popolo» c’è un’infinita penuria, si tratta di riuscire a moltiplicarseli, i soldi, dichiarandosi a completa disposizione del capricci dittatoriali e delle smodatissime brame del signor «pubblico». Non so che cosa passerebbe in testa a Kracauer se, clonato postumo, leggesse queste robinsonate di massa. So però che, a un giovane semlologo di belle speranze, non farebbe niente male infilarsi in tasca, e soprattutto in testa, prima di ogni altro manuale, e persino prima di questo, quell’aureo libretto in cui si narrava come, una volta, partendo da Caligari, una bobina dopo l’altra, si sia pervenuti a Hitler. Posso benissimo sbagliarmi, perché errare è umano, ma il nome di quello sventurato Siegfried, in queste pagine 200 più 70, non compare nemmeno per inciso. Ma è una mania personale, e sia come non detto.
Per questa volta, piuttosto, ho il dovere di rilevare che, nella transizione da Adorno a Adomato, i saggisti in causa, da Roberto Roversi a Letizia Paolozzi, da Alberto Abruzzese a Gianfranco Pasquino, sono molto più variegati e cauti e problematici e perplessi di quanto non risulti, è ovvio, da questo mio recensivo colpo d’occhio panoramico. Anzi, se devo dirla tutta, sono cautissimi e perplessissimi. E sono peggio che prudentissimi, e si rigirano il loro oggetto le mille volte, tra le loro mani psichiche, prima di buttare via qualunque minima cosa. E poi, per essere equi assaggiatori dell'insieme, facciamo almeno un esempio evidente. E consideriamo Salvatore Veca, il quale non esita a insinuare il generalizzabile sospetto, lasciamo perdere l’eroe, ma di non trovarsi nemmeno dinnanzi a un personaggio, che sarebbe quasi una persona e talvolta persino più che una persona, bensì dinanzi a un mero «stereotipo». Non di fronte a “un punto di vista (umano) sul mondo”, ma di fronte a uno schema. Non alle prese con 'questioni di vita', ma con 'questioni di televisione'. Insomma, con il ‘consumo della distrazione'. Per me, in confidenza, è un sospetto fondatissimo. Voglio dire una cosa molto semplice, finalmente, e cioè che, se c'è sicuramente una buona ragione per tutto quanto, compreso il successo di E.T. e di Rocky, di Tex Willer e di Callaghan, niente garantisce che quella buona ragione sia davvero una ragione buona, cioè una ragione ragionevole. Piuttosto, è curioso, ma “l’eroe intellettuale di altri tempi sudava maledettamente per difendere i profondi significati, latenti e misconosciuti, di testi e immagini che il ‘popolo' sovente non amava, e in cui il 'pubblico' stentava moltissimo, e stenta molto spesso oggi ancora, a investire i propri sudati risparmi, e persino i modesti spiccioli che si ritrova in tasca, tintinnanti e ritintinnanti, in barba ai migliori Oscar e alle migliori Bur, tanto per dire.
Allora, per finire, rimanendo a Veca, mi accontento di un minimo sintomo stilistico. Nella prefazione al volume, Adornato cita largamente un articolo di Riotta, il quale aveva osservato, sul “manifesto”, che un tempo i giornalisti nominavano ostensivamente Leopardi, Manzoni, laddove oggi si inciampa, nel più normali elzeviri, in Cipputi e in Rambo: “Per spiegare il movimento degli studenti nel 1985 il nome Timberland compare quanto quello di Marcuse nel 1968”. Non indugio qui sulle conseguenze, per cui nel ’68 lo studente poteva essere indotto ad acquistare, e forse persino a sfogliare Marcuse, mentre nell’85 viene sospinto, con persuasione pochissimo occulta, a calzarsi le Timberland. E mi astengo da ogni valutazione al riguardo, poiché sono anche disposto a credere che le Timberland portate bene siano meno nocive, socialmente parlando, di un Marcuse letto male. Ma voglio almeno rilevare che Veca, per poter arrivare a menzionare “un filosofo ebreo del secolo scorso, dimenticato dopo essere stato a lungo un best seller internazionale in testa alle classifiche”, in forza di un suo ‘tema' giovanile datato 1844, si esprime con rinvii forzosi, imbarazzatamente arguti, al 'prof. William Sheakspeare', al 'prof. Wolfgang Ghoethe', e passa con un sospiro attraverso il 'professor Kant dell’Università di Koenigsberg'. Prima di concludere, molto civettuosamente, con il 'professor Berlusconi'. Nessuno più di me, lo giuro, apprezza un’amabile ironia. Voglio soltanto sottolineare che, teste Riotta, questo stile concede di datare inoppugnabilmente la pagina. È una pagina scritta per un consumatore di Adornato, non di Adorno, per un adoratore di Timberland, non di Marcuse, e insomma siamo nell’anno del signore 1988, e non certamente in quel remotissimo, mortissimo e sepoltissimo 1968.

“l'Unità”, 2 agosto 1986

19.7.19

Camilleri. Un incontro (S.L.L.)



Non pochi compagni e amici delle mie parti, specialmente di Porto Empedocle ed Agrigento, hanno avuto rapporti di conoscenza e cordialità con Andrea Camilleri, che tornava di rado nelle terre in cui era nato. Lo scrittore, anche dopo il successo sempre più grande degli ultimi decenni, era persona di grande affabilità, curioso del mondo e disponibile alla conoscenza e alla conversazione, soprattutto con i compagni.
La fortuna di un incontro diretto io l'ho avuta altrove, occasionalmente, quando con Maurizio Mori lo trovammo a Palazzo Madama, nella biblioteca, per un convegno che commemorava Sergio Garavini a qualche mese dalla morte. Me lo presentò un vecchio compagno di FGCI che stava con lui, licatese di nascita ma trasferitosi ad Agrigento, l'estroso Tano Cavaleri. Fu una chiacchierata molto cordiale e molto breve quella che facemmo in attesa dell'inizio. Per un po' parlammo di Perugia e, quando gli dissi il mio paese d'origine e il mio nome, seppi ch'era stato compagno di studi di mio zio Pino, al Liceo Empedocle di Agrigento. Tutto qui.
Oggi, mentre al telefono condividevo questo ricordo con un vecchio compagno, ho appreso che anche Tano, già da qualche lustro, è morto. Ne ho provato grande dispiacere e ho ricordato le parole di Claudio Villa: "Morte, fai schifo". (Stato di fb – 17 luglio 2019)

16.7.19

Il buono il vecchio e il cattivo. Intervista ad Andrea Camilleri (Mario Cicala)


Una bella intervista al nostro amato Camilleri, in alcuni passaggi gustosissima, del mese scorso. Aspettiamo la prossima. (S.L.L.)


ROMA.
Andrea Camilleri è nato nello stesso anno di Malcolm X, Bob Kennedy, Paul Newman, Pol Pot. Il prossimo 6 settembre compie 94 anni. Nel frattempo ha scritto un nuovo Montalbano, appena uscito da Sellerio, più un monologo di due ore e mezza, poi ridotte a una e mezza, sul mito di Caino, che interpreterà da solo sul palco delle Terme di Caracalla il 15 luglio. Se un infortunio domestico non l'avesse intralciato, a quest'ora non sarebbe qui davanti a me per l'intervista, ma probabilmente dal re di Svezia Carlo XVI Gustavo, che lo invita da tempo perché è fissato con Montalbano. Lui e la regina consorte Silvia hanno già visitato tutti i luoghi siciliani del Commissario. E il popolo svedese, a ruota. «Sono stati istituiti speciali voli charter Stoccolma-Comiso» mi comunica Camilleri. E aggiunge, fumando: «Se ce la faccio, prima o poi in Scandinavia ci vado».
Quest'ultimo Montalbano si intitola Il cuoco dell'Alcyon e l'Alcyon è una goletta dove un losco imprenditore orchestra strani traffici e festini con escort prima di finire accoppato.

Anche stavolta si è ispirato a qualche fatto di cronaca?
«Stavolta no. Il libro rielabora il soggetto di un film che si sarebbe dovuto fare con gli americani ma andò in fumo. Rimettendo mano alla storia, l'ho spinta un po' sopra le righe, ci ho infilato una vena parodistica».

Ormai Montalbano ha la pellaccia abbastanza dura da poter sopravvivere anche alla sua parodia.
«In questa indagine per la prima volta si traveste. Si tinge baffi e capelli e perfino Augello non lo riconosce, tanto che gli spara addosso. Però l'Alcyon, io l'ho visto davvero. Anni fa, passeggiavo con mia moglie lungo il molo del mio paese quando apparve una grande goletta, identica a quella di Agnelli. Un amico negoziante mi rivelò che il tre alberi si fermava a Porto Empedocle sempre per poche ore. Giusto il tempo di caricare a bordo viveri, whisky e ragazze. Doveva essere una di quelle bische galleggianti dove i miliardari se ne stanno a giocare in acque internazionali belli tranquilli. Nel romanzo immagino però che la barca venga utilizzata per oscuri summit».

Lei ha debuttato nel romanzo a 53 anni, era il 1978, con Il corso delle cose. Anche lì la trama ruotava intorno a un omicidio. Quasi tutta la sua traiettoria letteraria si snoda sotto il segno del delitto. Come ce e se lo spiega?
«A modo mio, mi sono sempre occupato del Male. Come lei sa, non sono scrittore di fantasia, parto sempre dalla realtà. E, quando ho cominciato con i romanzi, la realtà erano i morti di mafia, non si contavano più, non si parlava d'altro. A me questa cosa non andava giù».

In che senso?
«Nel senso che nei miei libri avrei voluto parlare anche d'altro. Così, in Il corso delle cose trovai una soluzione che in seguito non avrei più abbandonato. Accanto a quel macigno che è la mafia ho sempre cercato di mettere elementi di controcanto. Nel primo romanzo valorizzavo per esempio il senso dell'amicizia che c'è in Sicilia».

Mafioso o no, mi racconti un fattaccio siciliano che segnò l'immaginario del giovane Camilleri.
«Uuuh... Ce n'è un'infinità».

Ne scelga uno.
«A metà degli anni Cinquanta c'erano ad Avola due fratelli contadini che si odiavano a morte da sempre, per il possesso della terra. "La terra significa guerra" dice il proverbio. Beh, un giorno uno dei due sparisce. Nella stalla del fratello trovano tracce di sangue. I carabinieri raccolgono altre prove. Fino a decidere che l'omicidio è stato compiuto a pietrate e il corpo fatto sparire. La gente è inorridita. Sulla spinta dell'emozione, la Corte d'Assise condanna il contadino all'ergastolo».
Anche in assenza di cadavere.
«Proprio così. Il morto non si trova. Però qualche tempo dopo, in un paesino a una cinquantina di chilometri, un commissario di Pubblica Sicurezza riceve una mezza soffiata e si mette a battere un'altra pista. Indaga e scopre che nessuno è stato assassinato. Il contadino scomparso si è nascosto: aveva architettato una messinscena perfetta per mandare l'odiato fratello a marcire tutta la vita in galera».

A confronto. Caino e Abele erano due paciocconi. Ma ci arriveremo. Prima volevo chiederle se sul Camilleri giallista abbiano inciso, oltre alle letture, anche esperienze personali. Ed eventualmente quali.
«Non le ho mai raccontato di quando mi trovai in mezzo a quella strage di mafia?».

A me no.
«Ebbene, quando tornavo a Porto Empedocle andavo a farmi un whisky in un certo bar. Il proprietario era un tipo simpatico. Esordiva sempre dicendo: "Dottor Camilleri, il primo giro è offerto". Una sera di settembre aveva appena smesso di piovere e la gente era scesa tutta in strada. C'era un'atmosfera di festa. Andai al solito bar, ma lo trovai chiuso. Dopo un lungo giro, mi infilai nell'ultimo caffè del paese. Tra la folla, di spalle, c'era un uomo appoggiato al bancone. Quando ordinai il mio whisky il tizio si voltò e mi disse: "Lei stasera mi tradisce". Era il padrone del bar dove andavo di solito. Gli risposi: "Casomai è lei che tradisce sé stesso". Lui rise e mi disse: "Posso avere l'onore di averla al mio tavolo fuori? Vorrei presentarle mio padre e un amico". Mi precedette. Mentre mi apprestavo a seguirlo col whisky in mano tutte le bottiglie dietro al bancone esplosero. Il rumore era quello inconfondibile delle mitragliette. Un rumore osceno. Assomiglia a quello di certi cagnetti arrabbiati quando si mettono ad abbaiare».

Porto Empedocle come Chicago.
«Un massacro. Più che di paura, la mia reazione fu di rabbia. Chiesi al barista una pistola, volevo sparare. Lui mi disse: "Stasse calatu", stia giù. Mi abbassai, ma non più di tanto, perché c'era sangue dappertutto e non volevo sporcarmi il vestito. Alla fine, sei morti. E il bersaglio sa chi era?».

No, ma un sospetto ce l'ho.
«Il barista che mi aveva invitato al suo tavolo. Lui, suo padre e il guardaspalle erano mafiosi di pura razza. Ma io che tornavo in paese per tre giorni l'anno che potevo saperne? Era il momento nel quale i giovani, i cosiddetti stiddari, cercavano di sostituirsi alla vecchia mafia».

Di assassini ne avrà conosciuti.
«Questa domanda mi mette a disagio. Assassini... che dirle? Sono cresciuto assieme a un grosso mafioso che sarebbe stato condannato all'ergastolo. Ma come faccio a definirlo "assassino"? Me lo ricordo bambino... Giovanni era figlio di contadini, io di un proprietario terriero, andavamo a scuola, giocavamo assieme... Un giorno mio padre mi disse: "È sulla mala strada, cerca di non frequentarlo". Eppure con me continuava a essere affettuoso, quando arrivavo a Porto Empedocle da Roma mi faceva sempre trovare la ricotta fresca... Assassino? Sa, i rapporti mutano... Giovanni tentò di sfuggire alla morte scappandosene in Canada. Gli chiesi: perché te ne vai? E lui - sempre elegante, un bel ragazzo - rispose: "Nenè, parto perché questo Paese è diventato ingovernabile". S'era messo a parlare come un prefetto!».

Perché Camilleri torna a teatro?
«Perché sono un contastorie. In fondo non sono mai stato altro».

L'anno scorso il monologo sul greco Tiresia, adesso sul biblico Caino, il prototipo di tutti gli omicidi, un po' il patrono di voi giallisti. Lei lo riabilita.
«Nella tradizione ebraica, e in parte anche in quella musulmana, esistono una miriade di controstorie che ci raccontano un Caino molto diverso da quello della Bibbia. Su queste abbiamo lavorato».

Che dicono?
«Per esempio che né lui né Abele sarebbero figli di Adamo ed'Eva».

E di chi allora?
«Abele dell'unione tra la donna e un arcangelo, Caino di quella tra lei e un demonio. Se ne ricava che l'infedeltà coniugale nacque contestualmente alla prima e unica coppia del mondo».

Vatti a fidare.
«Non solo. In alcune di quelle antiche narrazioni lo scontro tra i due fratelli ne rovescia in qualche modo le posizioni rispetto al testo biblico. Quando vengono alle mani, Abele, che è il più grosso, sta per sopraffare Caino che per la prima volta nella storia dell'umanità legge negli occhi del fratello l'intenzione di uccidere».

Poi però avviene un ribaltamento.
«Sì, ma uccidendo Abele, è come se Caino dicesse: se l'avessi lasciato fare sarebbe stato lui e non io il primo assassino dell'umanità».

Facendolo fuori lo salva dall'empietà dell'omicidio.
«E lascia aperto un dubbio: forse non ero io quello condannato al Male in quanto figlio del demonio e lui quello destinato al Bene perché generato da un angelo. Viene fuori così la visione di un Male che non è legato alle nostre origini come una maledizione, ma è una nostra scelta».

Pure Caino è stato un grande incompreso. Il processo va rifatto.
«C'è tutta una parte del mito che è affascinante, ma totalmente ignorata. È quella del Caino fondatore di città, inventore dei pesi e delle misure, della lavorazione del ferro... Ma soprattutto quella di Caino inventore della musica. Il Caino che dice: "Ecco io so, ne sono sicuro, che davanti a Dio l'avere inventato la musica è valso più di ogni sincero pentimento"».

Però una volta lei ha detto: «Sono convinto che gli assassini e in genere i delinquenti siano sostanzialmente degli imbecilli». Ribadisce?
«Assolutamente. Chi crede al delitto perfetto che cos'è se non un imbecille? Una minima cretinata lo tradirà. E del resto a che cosa porta il delitto? A nulla. Hai solo momentaneamente eliminato un ostacolo. A meno di non adottare il principio staliniano secondo il quale ogni uomo è un problema ed eliminato lui, eliminato il problema. Era un'idea a suo modo visionaria (risata). Solo che comporta morti a milioni».

Da regista, lei ha lasciato il teatro negli anni 70. Che effetto le fa tornarci adesso da attore?
«Sono in tensione, ma relativa. È tale e tanto l'afflusso dell'adrenalina che non soffro più né il caldo né il freddo».

Ho letto che Strehler non apprezzava granché le sue regie.
«Non le apprezzava per niente. Che vuole, non ci prendevamo...».

Con chi altri non s'è mai preso?
«Con Cesare Garboli. Dei miei versi scrisse: "Le poesie di Camilleri non resistono a una seconda lettura". Alé!».

Torniamo a Montalbano. Quest'anno il commissario compie un quarto di secolo. Ma è vero che l'autentico modello del personaggio fu un suo parente?
«Allude a Carmelo Camilleri, il cugino di mio padre?».

Lui. Chi era?
«Un commissario della questura di Milano. Capo della squadra politica. Fascista brutale. Ma la sua vita cambiò il 12 aprile del '28, quando durante una visita di Re Vittorio Emanuele III scoppiò una bomba che fece venti morti. Negli ambienti anarchici e comunisti vennero arrestate sei persone e condannate a morte. Però, indagando, mio "zio" scoprì che all'origine dell'attentato c'erano faide tra fascisti. E da ligio funzionario mandò il rapporto ai suoi superiori che lo trasmisero a Mussolini. Il quale, dopo averlo letto, scrisse a margine: "Liquidate Camilleri", siglando il documento con la famosa Emme puntata. Carmelo Camilleri fu costretto a dimettersi dalla polizia, ma riuscì a far arrivare in Francia la sua relazione con gli atti probatori, che vennero pubblicati dal giornale comunista “L'Humanité”. Grazie al movimento d'opinione che ne scaturì la pena di morte fu commutata in ergastolo».

Il whistleblower del Ventennio.
«Sì, ma le autorità fasciste scoprirono subito che la fuga di documenti era partita da lui. Fu arrestato e spedito al confino. Lì conobbe dissidenti comunisti come Umberto Terracini. Scontata la pena tornò a casa, però nessuno voleva dargli lavoro e si ridusse a vendere sputacchiere. Dopo la Liberazione fu riabilitato. Sì, almeno inconsciamente, è stato lui il modello di Montalbano».

A 93 anni di che cosa ha paura?
«Mi prenderà per vanitoso, e non è escluso che io lo sia, ma mi crede se le dico che in vita mia non ho mai avuto paura di niente?».

E certo.
«Mi correggo. Di un solo tipo umano ho sempre avuto paura: 'o fesso. Come diceva Eduardo. Mi terrorizza l'ignorante supponente che ha solo certezze. Io scrivo libri perché sono un cultore del dubbio».

Però qualche anno fa confessò che essere diventato un romanziere di successo le aveva tolto la felicità originaria della scrittura. "Era un piacere, adesso è un lavoro" disse. E oggi che le sue storie è costretto a dettarle perché la vista le è volata via, come si sente?
«All'epoca attraversavo una fase di logoramento. Mi crede se le dico che invece oggi mi sento di nuovo felice?».

E certo.

“Il Venerdì di Repubblica”, 7 giugno 2019

27.6.19

Camilleri comunista e terrone (Alfonso Maurizio Iacono)



L’ironia di Camilleri? 
Un messaggio d'intelligenza e umanità 
che rende stupida e innocua 
ogni possibile, inutile cattiveria

Dopo le feroci scritte circolate sui social nei confronti di Andrea Camilleri, avevo postato questo su Facebook: “Di Andrea Camilleri amo tanto la trilogia delle metamorfosi, anche se, come dice il mio amico Giovanni Taglalavoro, il Re di Girgenti è la sua opera più grandiosa. Un’epopea dove c’è tutto Andrea. Ma amo anche Montalbano. All’inizio aveva più o meno la nostra età e i nostri stessi problemi esistenziali. Poi l’ha fatto ringiovanire. La sua Marinella è quella della mia infanzia. La vedo, la riconosco. Camilleri ha la narrazione nel sangue. Tutte le volte che l’ho incontrato mi ha riempito di storie, bellissime, con quel modo di parlare che sentivo come un’aria di famiglia. Ebbe dalla mia Facoltà, me preside, la laurea honoris causa. Ne feci l’elogio, come accademicamente si usa fare e lui la lectio magistralis. Fu una bellissima giornata. E poi, da me presentato, venne a fare l’intervista impossibile al Galileo. A cose fatte, teatro strapieno, andammo a cena. E lì ancora storie. Mi sembrava di stare in un bar all’aperto a Porto Empedocle e per la verità una volta vi stetti. 
Alfonso Maurizio Jacono
Un’altra volta, dopo una lezione alla Scuola Normale, circondato da politici e sottosegretari di vario tipo, si mise ostentatamente e ironicamente a parlare in siciliano, anzi in agrigentino, con me, creando un piccolo, sottile, imbarazzato sconcerto in persone troppo abituate a essere ascoltate. Quello che hanno scritto sui social non lo sfiora minimamente. Non mi fa neanche rabbia, ma solo tristezza. La sua ironia è sempre stata un messaggio di intelligenza e di umanità che rende stupida e innocua ogni possibile, inutile cattiveria”.
Non avevo ancora letto Vittorio Feltri, al quale manca proprio l’ironia. Quel che si mostra come modo crudo e sincero di dire le cose, nasconde in realtà la mancanza di ironia. Apprezza Camilleri come scrittore ma lo detesta perché è comunista e terrone, due cose che non riesce a sopportare. Detesta anche Salvo Montalbano, un commissario di polizia che è anche un po’ comunista nel senso in cui lo erano i comunisti siciliani di un tempo, antimafiosi e uomini delle istituzioni e della legge. Ma soprattutto è terrone. Lo è nel modo di rispondere al telefono, in quel suo mettere prima il cognome e poi il verbo (“Montalbano sono!”), nel gusto sensuale della cucina siciliana, nell’attrazione verso le belle donne, specie se di carattere, che egli trattiene, ma che si scatena nel suo alter ego, il vicecommissario Mimì Augello, nel rapporto con il mare che sommerge la verità dei morti annegati, quello che sta al confine tra l’Europa e l’Africa, un confine così distante dal Nord.
Molti dicono che Montalbano è un prodotto di consumo. Alcuni critici letterari storcono il naso. Vincenzo Consolo se ne fece una malattia. Anche fosse? L’ironia di Camilleri allenta lo stereotipo del siciliano. Se è detestato da Feltri perché comunista e terrone, è, allo stesso modo, amato da mezzo mondo, perché questo comunista terrone, pieno di fragilità e di contraddizioni umane, tiene fermi i principi senza moralismo e non si gira dall’altra parte di fronte all’ingiusta morte dei migranti in mare. È popolare ed è ciò che dà fastidio a Feltri, il quale usa spesso, come anche in questo caso, la frase “ha rotto i coglioni”. In effetti “coglione” è un termine familiare nel bergamasco. Si dice perfino “coglione di Bergamo”. Il grande condottiero Bartolomeo Colleoni si chiamava in realtà Coglione. Allora questa parola era un vanto. Poi, come tutti sanno, divenne ed è sinonimo di stupido. Chissà perché. Il grande lombardo Dario Fo, il genio dello zanni, l’uomo di Mistero buffo, avrebbe potuto rispondere.
Andrea, mi piace essere comunista e terrone come te.

Da Il Tirreno, 25 giugno 2019

19.6.19

L'Abbeccedario di Camilleri. COMUNISMO



Leonardo Sciascia sosteneva che il cattolicesimo e il comunismo fossero due parrocchie uguali, era un po’ cattivo coi comunisti. Intanto, il comunismo diceva e agiva cercando di far stare meglio gli uomini sulla terra e non nell’aldilà. Quindi le due parrocchie non erano mica tanto parrocchie.
Io sono stato, e continuo a essere, un comunista. Certo il prezzo pagato è stato un prezzo alto, in vite umane, in molte cose.
Certo che molte cose del comunismo, nella sua attuazione pratica, sono state sbagliate e si sono trasformate in errori tragici proprio nel conteggio di vite umane. Ma continuo a ritenere che l’aspirazione all’uguaglianza, al diritto uguale per tutti sia il dettame più cristiano che io abbia mai sentito, cristiano non cattolico.
Purtroppo è un’applicazione terrena e quindi destinata a errori enormi, a sparire non saprei.
Perché molti di quei princìpi sociali che erano alla base del comunismo sono entrati quasi senza avvertimento in certe visioni dello Stato sociale, della cura delle persone… Tante cose che nel primo Novecento non erano neppure ipotizzabili si sono insinuate, perché necessarie nel cammino sociale degli uomini.
Non era un’utopia. È stata consumata e voltata in utopia proprio perché si è mal realizzata.
Quando noi ci troviamo di fronte alla rivoluzione comunista in Cina, e dalla fame assoluta riesce a dare una scodella di riso a tutti, che cos’è questo se non un passo avanti nel vivere insieme di tutti gli uomini?
Il comunismo è una perdita di libertà, perché si manifesta come dittatura. È possibile ipotizzare un comunismo senza dittatura? Pare che non sia possibile. Io credo che lo sia.
Quando, in un futuro non troppo lontano, avverranno spaventose crisi economiche, perché ora siamo solo agli inizi di piccole crisi che colpiscono la finanza. In un futuro non così lontano, comincerà a mancare l’acqua. Stiamo vivendo in questi giorni un sommovimento mostruoso delle stagioni, blocchi immani si staccano, diventano iceberg perché la calotta polare non tiene più.
Ci troveremo, credo, in un futuro non tanto lontano a combattere per un bicchiere d’acqua e allora forse ritroveremo una solidarietà che il benessere e il capitalismo ci hanno fatto dimenticare. Abbiamo rimosso non solo i princìpi del comunismo, ma anche quelli del cristianesimo e persino del vivere sociale.

l'Unità, 16 luglio 2010

15.6.19

1939, Marlowe. Dal “Dizionario dei personaggi di romanzo” di Gesualdo Bufalino



Troppe volte al cinema ne abbiamo compitato il cognome a rovescio nella vetrofanie d’un malfrequentato private. Ma la leggenda in celluloide che gli è cresciuta addosso attraverso le barbe lunghe e gl’impermeabili di Bogart, Powell, Mitchum e gli altri, non ha nuociuto a Philip Marlowe; anzi - come certe illustri illustrazioni dell’Ottocento s’incorporavano naturalmente nei testi - ha finito con l’agglutinarsi con lui, prolungandone il malinconico pellegrinaggio, di stazione in stazione, per le città di lusso, di vizio e di morte. Sempre solo, sempre battuto, anche quando gli avviene di vincere, sempre offeso dal male, dall’infelicità del mondo, a cui non può opporre alla fine che una stupida pistola e un lamentoso goodbye.

Oscar Mondadori 1989

13.6.19

Noi, lettori di gialli (Leonardo Sciascia)

Una delle ultime cose scritte dal maestro di Racalmuto, una deliziosa paginetta di memorie e dubbi, vivamente consigliata. Il mistero di cui Sciascia ragiona non trova, neanche in rete, la soluzione che si desidererebbe: c'è chi garantisce che tale mistero in realtà non c'è e chi, invece, in qualche modo lo ripropone. Provare per credere (S.L.L.)


Il giallo è sempre stato il mio viatico ferroviario. Un po' meno, per la verità, in questi ultimi anni: non dismessa l'abitudine di acquistarne uno o due prima di salire sul treno, ma abbandonata la lettura dopo le prime dieci o al massimo venti pagine: ché sarà una decadenza di questo genere di racconto, il suo estenuarsi e ripetersi, ma il fatto è che raramente, molto raramente ormai, riesco a trovarne uno che più o meno straccamente mi invogli a leggerlo sino allo scioglimento, alla soluzione.
Ma trenta e più anni fa, le combinazioni dei misteri criminali che sono essenza del giallo non sembravano destinati ad esaurirsi (e bisogna aggiungere che se, per così dire, il genere commerciale e di consumo va ad esaurirsi, il genere propriamente letterario, quella materia, quella tecnica, quel modo di raccontare, si può dire vada invece affermandosi: vale a dire che il giallo è passato di mano, dagli scrittori di gialli agli scrittori tout court).
Più di trent'anni fa, precisamente nell'autunno del 1952, alla stazione ferroviaria di Caltanissetta acquistai l'ultimo dei gialli settimanali Mondadori: La morte alla finestra di G. Holiday Hall. E non che nei gialli Mondadori, tra tanti mediocri o addirittura pessimi, non ne fossero mancati fino a quel momento di buoni, ma fin dalle prime pagine La morte alla finestra mi parve di qualità diversa, di livello più alto. Ero allora fortemente affezionato agli scrittori americani, da Steinbeck a Caldwell a Faulkner a Cain: e mi parve che in quella pleiade si accendesse il lumicino del giovane G. Holiday Hall, intruppato tra i giallisti ma di miglior vocazione e di diverso avvenire. Più precisamente, avevo l'impressione che, pur dedicandosi alla letteratura di consumo, quel giovane scrittore (giovane e nuovo lo diceva la presentazione editoriale) avesse fatto i suoi latinucci sugli altri maggiori, e su Faulkner specialmente.
Mi avvenne di rileggere il libro qualche anno dopo (mi capita, coi gialli), e poiché le riletture sono sempre più attente delle letture, l'impressione di allora mi si confermò al punto che volli saperne di più. Scorsi l'elenco di tutti i gialli settimanali che erano nel frattempo usciti: ma non ne trovai altri di G. Holiday Hall. Andai a trovare Alberto Tedeschi, che della collana era direttore, per chiedergli di quell'autore, di quel libro; e come mai altri non ne fossero stati pubblicati. Tedeschi molto gentilmente cercò di soddisfare la mia curiosità, ma senza alcun risultato. G. Holiday Hall era scomparso dal mondo della detective story, né si era ripresentato nel mondo letterario americano. Tedeschi convenne che era opportuno far migrare il libro da quella collana ad altra più seria e che valeva la pena cercare di saperne di più sul suo autore. Ma non ne seppi più nulla. Riletto dopo trentasette anni, ancora mi pare valga la pena. E così è parso a Elvira Sellerio, che si è imbattuta a leggerlo ricevendone impressione non diversa dalla mia. Solo che non si è riusciti a saperne di più, su G. Holiday Hall. Si tratta di uno scrittore ben noto sotto altro nome che si è dato a quella vacanza (il nome lo fa sospettare)? Di un giovane scrittore che ha azzeccato quel primo libro e altri non ha saputo scriverne? Un piccolo mistero che sarebbe divertente risolvere.
Milano, luglio 1989

"la Repubblica", 31 marzi 1990

6.4.19

Daniel De Foe. Il colonnello Jack, o le avventurose storie della moneta (Franco Miracco)

Risale a più di 35 anni l'articolo qui postato, quando – sia pure per vezzo – Defoe si scriveva anche De Foe e Franco Miracco scriveva ancora sul “manifesto” non solo di belle arti, ma anche di letteratura e di cucina. (S.L.L.)

Daniel Defoe ( o De Foe)
Ho iniziato a leggerlo in treno e ad un certo momento, sotto le prime cento pagine, all’altezza di un prato dove pascolavano i bufali, di scatto mi sono sentito mentre controllavo se il mio portafoglio fosse ancora al suo posto. Sì, Le avventure del colonnello Jack ovvero The history of the life and adventures of colonel Jack di Daniel De Foe si aprono con una turbine di portafogli rubati, di sconvenienti passaggi di mano, di cacce ostinate e di fughe selvagge; insomma, di tutto il necessario per un veleggiare disonesto verso cambiali di oreficeria, assicurazioni, gioielli, sterline. Fin da subito, cioè dall’infanzia, il motivo dominante, vera categoria del propagarsi del furto, è il furto — la difesa del furto — il successo o lo scacco, e in questo caso: tortura, forca, oppure prigione e schiavitù. L’erudizione di questo universale e pietrificato «stare insieme» di gentiluomini e ladri, di mercanti e pirati, si muove lentamente ma inesorabilmente lungo un bipolarismo economico provveduto soltanto dal denaro, dalla moneta in quanto tale, che si ha o non si ha, e l’accentuazione degli stati d’animo o delle delicatezze psicologiche, compresi i pentimenti, non appartengono che a quell'incessante dondolio monetario: da me a te e viceversa.
E questo fiume di denaro, di sterline, di scellini, scorre passando alla «nostra avventura successiva», correndo per le strade di Londra, uscendo da una bottega rimanendo in una tasca o in una borsa non più di un attimo, transitando da una taverna ad un mercato, cadendo da un tavolo in chissà cosa, gonfiando per un giorno un vestito elegante o un lurido berretto. Così, nascosto negli stracci, infilato nel tronco di un albero, portato ovunque, da una mano all'altra, sottratto a questo e a quello, lasciato andar via da Lombard Street fino ad un prato (oltre la periferia, ma è già periferia?); ogni elemento di quel fiume, nell’ordine del denaro, s’intende, seguita a correre soltanto dal primo (vero?) padrone al nuovo (vero?) padrone, dal ladro all’apprendista, tra la notte e le lacrime, tra una gioia folle e spaventi terribili, comunque, sempre in mezzo alla strada, per la strada, fino a quel prato dove si fanno i conti.
Il colonnello Jack, già dal primo rigo, mette all'origine della propria storia il fatto «che la mia vita è stato un campo di gioco per la natura» e, davvero, la realtà del giovanissimo ladro sembra coincidere totalmente con gli scopi della pallina nel flipper: ottenere il maggior numero di punti, conservarsi in movimento, crescere lungo i tracciati del «campo di gioco», adempiere ai soli comandi o impulsi del gioco, intendere il medesimo quasi in relazione al metodo del cronista («sapevo dare un resoconto discreto di quello che era successo») o al suo personale patrimonio di buona e di cattiva fortuna.
D’altra parte, se è «un campo di gioco», non possiamo che vedere all’opera la fortuna ed è nella sfera di questa parola, detta e ridetta, che si fanno le prime esperienze.
Ma la stessa città di Londra è un flipper e il gioco del ladro, che è poi quello del guadagno, si manifesta in una sicura conoscenza della città, di giorno e di notte, da un punto all’altro: «...e via di gran carriera, e io dietro tutto d’un fiato, senza neanche guardarci alle spalle, nientemeno fino a Fenchurch Street, poi su per Lime Street, fino a Leadenhall Street, e lungo St Mary Axe fino al muro di Londra, poi attraverso Bi-shopsgate é giù per Old Bedlam finché fummo a Moorfields».
Ma la fuga non è finita, la corsa riprende: «E così mi tirò per Long Alley e Cross Hog Lane e Holloway Lane fino in mezzo al prato grande che poi fu chiamato il campo della Farthing Piehouse. Volevamo sederci lì, ma era tutto pieno d’acqua, sicché andammo oltre attraversando la strada a Anniseed Cleer ed entrammo nel prato dove ora è il grande ospedale. Trovato un posto solitario, ci sedemmo ed egli tirò fuori la borsa».
Dunque, globo, denaro, fortuna, fuga, le funzioni di scorrimento veloce delle strade inscindibili dallo scorrimento altrettanto veloce del denaro, anche perché tutto il resto appare estraneo a queste spinte fondamentali, sembrano quasi essere il processo di estensione della città, il suo stesso giustificarsi, oppure il suo trasmettersi nella vita del ladro in quanto vera struttura di un movimento primario, cioè quello dello «scambio» monetario. Incredibile: nel prato si fanno i conti, ma quel prato è provvisorio, precario, anch’esso si trasformerà, si sta trasformando in città e, quindi, in opportune occasioni per Jack e i suoi fratelli, che andranno a verificare il guadagno in un altro prato e così di nuovo, ancora... È un fuoco questo, che si suscita in qualunque punto della città. I suoi spostamenti sono frequentissimi, interagisce con altri fuochi, simili a lui o diversi da lui per qualità di assorbimento e orientamento, e qualsiasi istante è buono per far passare di mano il fuoco, laddove ve ne siano le condizioni. Il fuoco può essere posto dappertutto e l’incendio può avvenire in qualsiasi posto e a provocarlo può essere chiunque. Ladro e derubato procedono verso bordi diversi, stanno su parti opposte, ma la barca è la stessa.
Il percorso di De Foe, in ogni pagina di questo libro, non si separa mai da una assoluta dualità, dalla complementarietà dei duellanti, del pirata con il mercante, dello schiavo con il padrone, del bianco con il negro, della donna con l’uomo. Senza «i duellanti», nulla avrebbe più senso e pertanto, ogni cosa si realizza nella simmetria, muovendo da situazioni ampiamente determinate, da condizioni identiche, secondo raggruppamenti simbolici, lungo piani, appunto, di generalizzazione.
Infatti, i Jack, che tali non sono all’inizio, diventano tre, sono tre. Dice il futuro colonello: «...così non mi restò che chiamarmi signor Chiunque, cioè come meglio mi piaceva e come il tempo e la mia sorte mi avrebbero dato occasione di scegliere». Più chiaro di così: Chiunque-Jack. Simmetria, pendolo, oscillazioni e le oscillazioni si fanno sempre più estese, e a partire da Londra: il viaggio labirintico verso la Scozia, ma poi l’inganno e l’attraversata dell’oceano, il salto in Virginia, la schiavitù, il riscatto, la fortuna, le navi, il ritorno, il continente europeo, persino le guerre in Italia, nel 1701 con il principe Eugenio di Savoia, e via con i duelli, i matrimoni, uno dopo l’altro come i divorzi o le morti, le sconfitte contrattuali-sentimentali, di nuovo l’Atlantico, le Indie occidentali, Cuba e il Messico, la piantagione americana, l’ultimo matrimonio (il quinto, cioè ci si risposa con la prima donna), e dopo, ancora altri rischi, nuovi pentimenti, dalla religione alla politica. Ma ecco l’ultima tappa: Londra.
Il teorema di De Foe ha una dimensione planetaria proprio perché ha una logica da teorema e quindi può sostenere qualunque collegamento, qualunque incontro. Ma queste storie d’amore e di locanda, di guerre e di tesori, di sfortune sentimentali e di spietate risalite (la fortuna?) sia sociali che psicologiche, sono emesse da un occhio atlantico. Se «la verità sta in fondo all’abisso», l’abisso è essenzialmente occidentale.
Elementi del teorema: c’è sempre un «prato» in cui si cade o si fa sosta, ma da cui si riparte. Conclusione e ripresa: la Scozia, una nave, la Virginia, un incontro, un'ostessa, un sorso di rum, una parola, compresa la morte. C’è addirittura, il momento estremo della condizione del «prato», quando si precipita nella condizione di schiavo e, a quel punto, scompare persino il denaro, ciò che conta è il tuo stesso corpo, vali per quello che sei, in assoluto. Ed è da questa spietata nudità, da questa fisicità senza alcuna altra storia, da questa animalità senza filosofia, che non sia quella del rapporto schiavo-padrone, che si può e si deve ripartire.
Daniel De Foe raccontò tutto nell’arco «di quegli straordinari sei anni» (1719-1724) come li chiamò Cesare Pavese, che, esattamente trent’anni fa, in prefazione al Moll Flanders scrisse che De Foe ebbe una vita «provata da persecuzioni, incarceramenti, estenuanti fatiche a tavolino, e soprattutto miseria». Paolo Amalfitano, che ha curato questa edizione delle avventure del colonnello Jack, ricorda che il libro fu «pubblicato nel 1722, nello stesso anno di Moll Flanders, di A Journal of the plague year, di Religious Courtship».
In De Foe tutti gli affari sono detti fin dal principio o quasi. Quella che è stata la formula di una vita viene confessata, dichiarata in parterza, è spesso, riassunta nei primi capitoli. In definitiva, non possono esserci impensabili novità, digressioni, capovolgimenti di fini e di mezzi, perché tanto, una volta finita la battaglia «monetaria», ciò che è stato raccontato non è nient’altro che il racconto di una moneta. Pertanto, ci sono monete che si perdono e monete che si salvano, monete false e monete di valore, ecc. In breve, si sa com’è una moneta o no?
L’edizione napoletana si avvale della traduzione di Nemi D’Agostino e del saggio introduttivo La scrittura di Daniel De Foe, di Paolo Amalfitano, particolarmente interessante per la capacità dì stabilire la ricchezza e la novità dei motivi aperti dall’opera del grande scrittore inglese.

“il manifesto”, 6 luglio 1984

20.2.19

Qualcuno l'ha fatto per me (Marcello Marchesi)



Avere milioni di milioni, amanti belle e crudeli, automobili sproporzionate, qualcuno l’ha fatto per me. Scrivere capolavori, dirigere film da Oscar, vincere i cento metri stile libero fermare cavalli in corsa, prendendoli così con due dita, qualcuno l’ha fatto per me. Suonare la tromba come un drago, ballare il tip-tap su lastre d’argento, comporre canzoni di successo, essere scortato da guardie armate, qualcuno l’ha fatto per me.
Ma morire...
“Ognuno muore per conto suo” diceva A. G. Rossi.

da Diario futile di un signore di mezza età, Bompiani 2014

16.2.19

Pastori antichi, pastori di oggi. Le fonti popolari della poesia bucolica (Armando Torno)


La poesia bucolica ebbe come padre il poeta siracusano Teocrito. Antiche fonti confermano, ricordando comunque che il genere pastorale fu una creazione dorica legata al canto popolare. Il leggendario mandriano Dafni, per esempio, nasce prima dell’opera teocritea e compare in un altro siciliano, Stesicoro, vissuto tra il VII e il VI secolo avanti la nostra era. Di certo possiamo ripetere quanto sostenne Anthony W. Bulloch nel primo volume di The Cambridge History ofClassical Literature (1985): «Teocrito costituì la base di ogni successiva impresa poetica di carattere pastorale». In che misura, poi, fosse debitore di predecessori, «nessuno oggi è in grado di stabilirlo».
Il genere bucolico, tradizionalmente inteso come artificio letterario, a volte interpretato in chiave simbolica (rifugio campestre) o addirittura accostato alla filosofia di Epicuro, trova in Teocrito - sottolinea Bulloch - «un maestro dell’illusione sempre ricreata». Già, le illusioni. Nei versi che dedica all’amore si avverte la sua confidenza con esse: si pensi all’idillio conosciuto con il titolo di Tirsi, dove Dafni invoca Pan proferendo: «Ah, sono preda di Eros, nel gorgo del Nulla». L’illusione si tocca con i sogni, diventando una forza che alimenta la poesia; crea il senso del tempo e degli spazi, invitando con suadenza il lettore a fame parte.
Sappiamo che Teocrito lasciò Siracusa per trasferirsi ad Alessandria d’Egitto poco dopo il 275-4 a. C. Qui conobbe Callimaco e gli esponenti della cultura che gravitavano intorno alla corte. E qui divenne il poeta che lasciò impronta indelebile nel genere pastorale, recando lo spirito della propria terra.
Ora un saggio di Emanuele Lelli, pubblicato dalla tedesca Olms (trovabile su Amazon o in una libreria di Londra o Berlino), dal titolo Pastori antichi e moderni, studia attraverso il grande siracusano le origini popolari della poesia bucolica. La tesi sostenuta merita attenzione: Teocrito si avvalse di tradizioni, già antiche al suo tempo, comuni al meridione d’Italia. Sia il poeta accolto ad Alessandria, sia il folklore del nostro Sud (qualcuno parlerebbe di demoetnoantropologia, ma il termine è cacofonico) hanno comuni radici nell’antica dimensione agro-pastorale greca. Esse si possono ritrovare in credenze e superstizioni, proverbi, canti, leggende o favole, persino nella medicina popolare praticata con le erbe. Molto di questo si avverte anche nei lirici arcaici e nella tragedia: lì pulsano storie primitive che Lelli ha ritrovato conversando con un allevatore del Salento o un agricoltore di Cos, con campagnoli siciliani o calabresi d’oggi. È tornato nella Magna Grecia seguendo voci di contemporanei e, grazie a essi, ha riletto in termini folklorici alcuni idilli di Teocrito.
Qualcuno dira che dopo Lévi-Strauss non si dovrebbe più usare il termine “primitivo”: andrebbe sostituito con società semplice o qualcosa del genere. Il problema è che Lelli ha scoperto il sito vivente delle emozioni bucoliche, tra lacerti greci e versi di Teocrito. Ha anche trovato tracce di queste “primitività” parlando con pescatori e contadini e poi traducendo, con Giuliano Pisani, i Moralia di Plutarco, soprattutto in quell’opera che tratta dell’intelligenza degli animali. Tali affinità convivono nella cultura popolare che ne ha trattenuti i valori e in quella del colto sacerdote del tempio di Delfi che noi conosciamo come Plutarco. Il medesimo che ha riassunto lo spirito greco e romano scrivendo le Vite e che ha lasciato una summa di etica pagana: i Moralia, appunto.

“Il Sole 24 Ore” Domenica 5 agosto 2018

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