27.8.15

Gennaio 1989. Due ore con Fidel (Osvaldo Soriano)

Quanti sogni, quante speranze e frustrazioni 
simboleggia per noi l’uomo che è lì in piedi, 
vicino al marciapiede, 
mentre agita le braccia come un nuotatore solitario?
Rappresenta ancora 
l’inquietante fermento della rivoluzione
che doveva incendiare tutta l’Americalatina 
per redimere gli oppressi e gli umiliati?
La Mercedes Benz nera che ci porta 
si ferma a pochi passi 
dalla sua gigantesca figura 
vestita di verde oliva...
Fidel 1989 - Un comizio sotto pioggia
L’AVANA, gennaio.
E’ il tramonto all’Avana e il caldo è umido e appiccicoso. Fidel Castro si gira e guarda al di sopra della barba lunga e canuta. Ha le guance arrossate da un’irritazione o forse dalla stanchezza.
Gabriel Garcia Marquez apre la portiera dell’auto e scende come se fosse a casa sua. «Vieni che te lo presento» dice, e attraversa la rampa del palazzo dei convegni. Le guardie mi scrutano con curiosità e penso che per facilitare il loro lavoro sia meglio non muovere la borsa che porto sotto il braccio. Cosa sto facendo io in quel posto, mentre vado incontro all’uomo che tante volte ha commosso il mondo? Garcia Marquez dice il mio nome e il comandante mi tende una mano pesante mentre mormora: «Sì sì, ti abbiamo letto, hombre» e i suoi occhi si fanno piccoli, un po' perplessi di fronte all'intruso.
Osvaldo Soriano
Alcuni minuti prima, in uno chalet circondato da giardini, una chiamata ci aveva fatto lasciare a metà il bicchiere di rum. «Ho un appuntamento urgente», mi dice Garcia Marquez e si offre di accompagnarmi fino al palazzo dei convegni, dove erano riuniti più di 300 intellettuali latinoamericani per dibattere sull'arte, la scienza e le comunicazioni, convocati dalla Casa de las Americas.
L’autista oltrepassa la porta degli invitati, attraverso la quale avrei dovuto entrare, e gira attorno all’edificio fino a una lunga galleria di cemento e vetro. Fino a quel momento non avevo mai pensato di conoscere personalmente Fidel Castro. Nemmeno il capo della rivoluzione cubana aspettava un visitatore tremante, nervoso, che aveva saltato senza volere il cerchio della sicurezza, il protocollo e la prassi per fissare un appuntamento. Faccio un passo indietro, chiedo da dove si esce da quel pasticcio e un uomo della sicurezza mi mostra la strada verso il parco. «Dove vai? — chiede il comandante e aggiunge imperativo — vieni, hombre, rimani un momento».
Saliamo una scala e poi attraversiamo un corridoio. L'ho chiamato «comandante» e cosi mi sembra che sia meglio. Il familiare «Fidel» è per i cubani che gli mostrano le loro case distrutte dal ciclone che una settimana prima aveva squassato l’isola, o quelli che lo circondano per le strade della città vecchia per fargli lamentele o dargli consigli.

Ossessionato dalla precisione
Improvvisamente si ferma, guarda Garcia Marquez e sospira con complicità: «L’uomo ci ha già fatto innamorare», esclama. Parla di Florentino Ariza, il protagonista di L’amore ai tempi del colera che aveva cominciato a leggere la notte prima (è l'ultimo romanzo dello scrittore colombiano, pubblicato il mese scorso ndr).
«Mi sono addormentato alle sette del mattino, ma ho scoperto che usi alcune parole che non esistono, che non si trovano nel dizionario». Gabo sorride. Gli piace che l’eroe della Moncada e della Sierra Maestra si sia rivelato con le sventure di un amore fittizio e impossibile. «Tetamenta, che parola è questa?», chiede Castro. È già seduto su un modesto divano in una sala vuota, neutra. «Lo so, gli scrittori inventano altri mondi, però ti assicuro che quel galeone pieno d’oro che tu descrivi andrebbe a fondo sicuramente. Ho fatto il calcolo e non si scappa, con un peso simile si va a fondo».
Fidel Castro è ossessionato dalla precisione. I suoi discorsi e le sue chiacchiere sono piene di cifre e di dati che soprendono i suoi interlocutori. Quando domanda non tollera vaghezze: «Quanti piani ha il centro culturale di Buenos Aires? Quante stanze? Quante automobili circolano tutti i giorni sull’autostrada che attraversa la capitale argentina? E’ impossibile sfuggire a quella fine ragnatela che la sua voce tende intorno all’ospite assorto. E’ un uomo cordiale, cosciente che il suo enorme potere intimidisce fino alla paralisi. Allora, quando mi vede accendere una sigaretta, vuole mostrare una certa fragilità: «Sono quattro mesi che non fumo, ma non l’ho ancora detto ufficialmente. Bisogna vedere se sono capace di resistere. Stiamo facendo una campagna contro il tabacco e devo dare l’esempio».

L'illusione del potere
Senza il leggendario sigaro sembra più vulnerabile. O forse è l’età, quei 59 anni che racchiudono una delle più formidabili volontà politiche di questo secolo. Se Nikita Kruscev e John Kennedy sono stati sul punto di far saltare il mondo, è stato perché quest’uomo si ostinava a difendere l’orgoglio di un piccolo popolo e perché iniziava a forzare il cammino della storia. Si ricorda ancora la sua sacra collera del 1962, quando l’Urss aveva deciso di ritirare da Cuba i missili puntati verso il territorio nordamericano.
A quell’epoca Che Guevara era vivo, firmava le banconote che adesso portano il suo ritratto e tutti i sogni erano possibili per la generazione dei Beatles. Gli Stati uniti avevano subito sulla spiaggia Giron una sconfitta che anticipava quella del Vietnam e il continente cominciava a bruciare di passione rivoluzionaria.
Cos’è rimasto di quella utopia fervente, spazzata via dai Pinochet, Videla, Banzer e dall'ordine militare del Brasile e dell'Uruguay? Invecchia la rivoluzione cubana con i fardelli del pragmatismo e dell’esilio?
Sarebbe troppo comodo e ingiusto affermarlo. In questo periodo, silenziosamente, Fidel Castro sta forzando un «aggiornamento» della società precomunista che pochi credevano possibile. Alti funzionari storici vengono sostituiti da altri, più aperti a una concezione moderna del socialismo.
Nei giorni in cui si è svolto il secondo incontro di intellettuali per la sovranità dei popoli, i delegati di tutta l’America hanno visto salire sul palco degli eletti sacerdoti e psicanalisti, scienziati esperti di cibernetica e sarti che hanno imparato da Dior e Pierre Cardin. Qualcosa comincia a bollire in quell’isola poverissima, che vive sul piede di guerra, minacciata, vilipesa, condannata per incomprensione, per comodità o mala fede.
Però niente di questo emerge nella nostra conversazione.
Almeno non in modo esplicito. Fidel Castro parla della vecchiaia come se volesse allontanarla. Evoca i paesi della gerontocrazia e dice, pensoso: «Speriamo che qui non ci succeda questo». Però, come lotterà contro il passare del tempo l’uomo che è andato nella sierra con undici sopravvissuti per fondare il primo stato socialista d’America? Secondo lui (e forse parla di se stesso) un uomo di settantanni che stia attento nell’alimentazione, che faccia ginnastica tutti giorni e non fumi, avrà la forza di uno di quaranta.
«La gente che vive in tensione muore giovane», dice e mi guarda con gli occhi penetranti, aggrappato al bracciolo del divano. Gli dico che la mia tensione è dovuta alla sorpresa dell’incontro e lui ride.
Qualcuno serve un bicchiere di rum e Fidel Castro non sembra avere fretta. Garcia Marquez lo guarda in silenzio, come se conoscesse tutti i suoi segreti. Frey Betto, un prete brasiliano che ha pubblicato un libro di conversazioni con Castro sulla religione, racconta i suoi incontri con i vescovi di Cuba. «Non hanno mai capito il senso della storia», replica il comandante e allora mi rendo conto che non potrò mai scrivere quello che sto sentendo perché sono un amico di un amico, qualcuno a cui si dà fiducia per procura.
Uno degli uomini più amati e temuti del mondo intero parla adesso del potere, dell’«illusione del potere», come lui preferisce chiamare la sua capacità di capire e guidare gli uomini e le idee del suo tempo. Improvvisamente si volta, mi appoggia un braccio sulla spalla e mi dice che qualcuno ha voluto ingannarlo con l’intenzione di fare del bene alla rivoluzione. Lo ripete una volta e una seconda, con calma didattica, avvicinandosi al sorpreso funzionario, alzando appena il tono della voce, facendo calcoli sugli impulsi telefonici e le frequenze della televisione, come se volesse persuaderlo per la millesima volta che può sapere tutto, leggere tutto, controllare tutto per proteggersi dalle migliori intenzioni di estranei.

La rivoluzione più insonne
In pochi minuti ho avuto l’opportunità di ascoltare quello che non avrei voluto. Mi chiedo di nuovo che cosa sto facendo lì, sorridendo di fronte a un uomo che non smette di aizzare le belle coscienze di questo mondo e mi sento un intruso che per sbaglio è entrato in una camera da letto sbagliata. Il comandante capisce la situazione e la risolve con una battuta che affonda come un coltello nell’acqua. Ci sono sei persone nella stanza e alcune non hanno dormito durante la notte. Quella cubana è la rivoluzione più insonne della storia perché il suo capo vuole essere dappertutto contemporaneamente. Sentire, vedere e giudicare su qualsiasi cosa che tocchi il destino del suo popolo ribelle. In qualunque angolo dove c’è qualcuno che dorme, Fidel Castro vigila. Miami è a sole cinquanta miglia e il nemico ha il braccio lungo e minaccioso. Per questo il comandante va a dormire quando sorge il sole, quando è sicuro che anche l’ultimo cubano si è buttato giù dal letto disposto a lavorare per la sopravvivenza.
Però non tutti pensano che lo sforzo valga la pena. «Non c’è dio che distrugga questa rivoluzione, né dio che la sistemi», scherzano alcuni scontenti che avvicinano gli stranieri nella strade dell'Avana. Per loro, la burocrazia ha creato un sistema di privilegi che neppure lo stesso Fidel Castro potrebbe eliminare.
Radio Marti, finanziata dalla Cia, trasmette una versione idillica della vita nel capitalismo. Non paragona Cuba agli altri paesi dei Caraibi, o all’America centrale, ma alle società consumistiche più avanzate.
Per un cubano che trionfa a Miami mille sono sotterrati in un immondezzaio di umiliazione e miseria, però né Radio Marti né gli esiliati si si diffondono sul tema. In realtà, lo scontento di molti ha a che vedere con lo stallo di un’economia monocolturale che permette appena l’uguaglianza delle opportunità nella scarsità e a volte nella penuria.
Risolti tutti i problemi dell’istruzione e della salute (due orgogli della rivoluzione), persistono gravi carenze negli approvvigionamenti, nell’impiego del tempo libero e nel pluralismo delle opinioni, come lo si interpreta nelle democrazie liberali.
Però se non ci sono dei che rovescino questa rivoluzione, molti cubani sono convinti che l’uomo che adesso mi sta parlando della finzione letteraria potrà risolvere l’inerzia burocratica e fare un salto verso una tappa che metta in marcia nuovi meccanismi di partecipazione. A differenza di altri leaders, Fidel Castro non ha incoraggiato il culto della personalità. All’Avana non ci sono monumenti prematuri né slogan che lo presentino come esempio di tutte le bontà rivoluzionarie e umane. Quest’uomo è nel cuore della gente e questo neppure il più esasperato avversario oserebbe negarlo.

Un enorme gatto insoddisfatto
Pochi giorni dopo il nostro incontro, la televisione brasiliana ha girato un lungo reportage e, all’improvviso, gli ha proposto di uscire per strada, mescolarsi con la gente. Lo spettacolo è impressionante: riconoscendolo, i cubani si buttano su di lui, espongono le loro lamentele, propongono soluzioni per questo o quel problema, chiedono una casa o gli fanno vedere l’abito bianco della sposa. Il comandante si ferma, spiega, discute, cerca di convincere, persuadere. Nel suo atteggiamento non c’è il paternalismo né la compiacenza dei caudillos. Sa dire di no e anche spiegare fino alla noia le difficoltà dei rivoluzionari indigenti.
Sono passate due ore da quando è iniziata la conversazione. Si è alzato perché ha un appuntamento e si attarda sulla porta come se volesse rimanere. Potrò raccontare di questo sorprendente incontro soltanto se dimentico le parole e disegno una silhouette nella penombra, un volto nello specchio umido. Litigando con gli spettri della mia gioventù e il pesante carico del tempo che ci ha segnato la faccia e indurito il cuore.
Garcia Márquez parla un’altra volta della vecchiaia e della morte, così presenti nel suo nuovo romanzo. Fidel Castro fa un gesto noncurante : ha visto morire molti, è sopravvissuto con tanto impegno agli attentati, che è sicuro di incarnare la buona fortuna. Sembra così solitario, così asettico nella divisa verde e gli stivali lucidi, che sorprenderebbe vederlo estrarre addirittura un fazzoletto.
Porta ancora con lui la nostra utopia, il pezzo di storia che ancora non abbiamo percorso per sconfitta o fatica ideologica? In ogni modo, quest’uomo ha incarnato gran parte di una speranza fatta di rumore e di furia. Anche se da vicino sembra un enorme gatto insoddisfatto che vede avanzare, nella notte e nella nebbia, il fantasma trasparente dei nostri sogni distrutti.


il manifesto, 12 gennaio 1989

Madagascar. Lemuri ed élites (Eleonora Degano)

Un lemure del Madagascar
Studenti che non potrebbero sostenere il costo di uno studio sul campo vengono finanziati da uno scienziato straniero, imparando così a conoscere e valorizzare il patrimonio naturalistico locale. Succede in Madagascar, dove oltre a 103 diverse specie di lemuri troviamo un esempio virtuoso di ricerca scientifica.
Chiunque voglia svolgere uno studio sull’isola deve infatti ottenere un permesso dal ministero dell’Ambiente, il ministère des Eaux et forèts, facendo richiesta circa due mesi prima della partenza e indicando budget, progetto e collaboratori. Viene così scelto un ente di riferimento malgascio, che può essere un dipartimento universitario ma anche uno zoo, un museo o un orto botanico. Questa controparte, una volta approvato il progetto, fornisce appoggio logistico e si occupa di selezionare uno studente. Un giovane in cerca di una tesi e interessato all’ambito di ricerca proposto dagli scienziati stranieri. Questi, grazie a finanziatori pubblici o privati che ne sostengono gli studi, si impegnano a coprire tutti i costi sul campo e quelli di produzione della tesi, dalla raccolta dei dati fino alla stampa delle copie, oltre al viaggio di andata e ritorno dello studente verso il sito di studio e una piccola paga giornaliera.
«Se esiste al giorno d’oggi una giovane generazione di malgasci in grado di rivestire ruoli gestionali, ed esporre i risultati delle ricerche in congressi internazionali, parte del merito è da attribuire proprio a questo sistema di sovvenzione per gli studenti, intelligente e lungimirante», racconta a “pagina99”, Giuseppe Donati, professore associato in biologia e conservazione dei primati alla Oxford Brookes University. «La mia esperienza in Madagascar ha avuto inizio nel 1995, e alcuni degli studenti che ho sovvenzionato ora lavorano per organi governativi o enti internazionali che si occupano di conservazione».
Il sistema che finanzia gli studenti locali è in vigore dagli anni Novanta, quando la ricerca scientifica sui lemuri ha subito una forte impennata. In Madagascar l’élite universitaria è sempre rimasta piuttosto indipendente dal governo, un’autonomia rivelatasi preziosa nella difficile situazione socio-politica che ha seguito il colpo di stato del 2009. Il governo di Andry Rajoelina non è stato riconosciuto a livello internazionale, determinando la sospensione degli aiuti da parte dell’Unione europea e contribuendo a rendere il Madagascar uno dei paesi più poveri al mondo.
Se c’è però un ambito in cui l’isola non è mai stata lasciata sola, è proprio la tutela della sua più grande ricchezza: la biodiversità. Nel 2013 ha infatti avuto inizio un piano d’azione targato Iucn (l’Unione mondiale per la conservazione della natura), una strategia internazionale per la salvaguardia dei lemuri e del loro habitat naturale, che continuerà fino al 2016. Tra i firmatari del progetto, racconta Donati, ci sono anche tre suoi ex-studenti, ora conservazionisti, che hanno partecipato alla raccolta dati per la tristemente famosa lista rossa della Iucn, il più importante database sullo stato di conservazione delle specie. I risultati del tutorag-gio da parte di ricercatori stranieri, insomma, si vedono già.
Eppure le difficoltà non mancano, perché spesso gli studenti malgasci hanno una preparazione di base molto limitata. Questo rende il tutoraggio piuttosto faticoso per gli scienziati stranieri. Si tratta tuttavia di giovani pronti a collaborare e desiderosi di apprendere, oltre al fatto che vivere insieme per mesi in una foresta comporta condividere molte cose, racconta Donati. «Significa maturare la consapevolezza che la diversità può diventare ricchezza, e aprirsi a comprendere l’altro. Ciò che ci separa, spesso, è solo il differente paesaggio di un obiettivo comune». Grazie al tuto-raggio gli studenti locali hanno fatto proprio l’approccio scientifico dei ricercatori stranieri, mentre questi ultimi si sono avvicinati alla mentalità malgascia tramite l’intermediazione dei loro giovani (futuri) colleghi; molti partono per il Madagascar per studiare i lemuri e tornano innamorati dell’isola e della sua cultura. Gli abitanti dei villaggi non sempre sono consapevoli del ruolo fondamentale svolto dai lemuri nell’ambiente: prima della scuola secondaria, molti giovani malgasci un lemure nemmeno sanno cosa sia. Manca un curriculum educativo di base sulla fauna locale. E su questa situazione che chi lavora alla conservazione deve intervenire: sensibilizzare la popolazione, e formare esperti locali che possano fare da mediatori. Vedere che gli studenti si muovono da tutto il mondo per aiutare il Madagascar sta suscitando un senso di orgoglio nelle popolazioni locali, e la consapevolezza che ciò che esiste nelle loro foreste non si trova altrove.
Il lavoro da fare, in ogni caso, è ancora molto. Il sistema di sovvenzionamento degli studenti locali ha favorito la formazione di una parte della classe medio-alta della società, ovvero giovani le cui famiglie possono permettersi di mandarli all’università. Un privilegio destinato a una piccola fetta di popolazione, escludendo gli abitanti dei villaggi limitrofi alla foreste che guardano a questa élite con sfiducia. Si tratta comunque di un risultato non da poco, rispetto ad altri Paesi in cui i quadri dirigenziali non hanno una preparazione adeguata e sono spesso corrotti. «Questa generazione sarà pronta a influenzare le politiche di conservazione in senso positivo, speriamo meno attratta da profitti a corto termine. Tuttavia, per il contadino che taglia la legna nella foresta, poco cambia se a gestire la conservazione è un europeo o un malgascio della capitale». Queste persone rappresentano l’80% della popolazione e vivono in condizioni di estrema povertà: servono perciò esempi concreti che leghino la presenza e la tutela dei lemuri e del loro habitat a un futuro più prospero. I vantaggi, in ogni caso, superano gli svantaggi. «L’anno scorso ho partecipato alla commissione di laurea di una giovane malgascia, che aveva lavorato con un mio studente italiano di Pisa», racconta Donati. «Vederla laurearsi nel suo Paese, con una tesi di qualità paragonabile alle nostre, è stata una grande soddisfazione. E sopra ogni altra cosa una speranza, potremmo dire l’unica reale, di vedere presto un cambiamento in Madagascar».

"pagina 99", 12 luglio 2014

Enzo Baldoni voleva soprattutto capire (Pino Scaccia)

Come i grandi maestri del giornalismo
Con Enzo, adesso, vorrei tanto parlare dell’Iraq di oggi, ancora in guerra dopo tanti anni di sangue. Discutere insieme sui perché e magari stavolta ci troveremmo finalmente d’accordo, pur guardando da orizzonti diversi. Ma una cosa è certa: un giorno lo faremo.
Il fatto è che quando arriva agosto, fatalmente si srotola la pellicola di un film che merita ancora di essere raccontato. E’ un doloroso evento pubblico, perché la memoria di Baldoni appartiene a tutti quelli che lo hanno amato e che tuttora lo amano ma se permettete è anche una questione privata perché il destino (lo ritengo un privilegio) ha voluto che incrociassi da vicino quell’uomo straordinario nelle ultime settimane della sua vita, proprio fino alla fine. Ricordo la sua genialità, l’educazione, la curiosità, la cocciutaggine anche di un vero cronista che voleva vedere e raccontare quello che gli altri non raccontavano e che, come i grandi maestri del giornalismo, voleva soprattutto capire.
Appunto, stava in Iraq per quello: per capire. Certo strano modo per un pubblicitario di successo passare le ferie in quell’inferno, ma la spinta emozionale era troppo forte, ma anche nobile, quello che non ha capito qualche sciagurato tratto in inganno da quella maniera di definirsi “turista”. Viaggiava con molta umiltà, era cosciente del suo “dilettantismo”: ne ha parlato e ne ha scritto tante volte. Ma non giocava: il suo approccio era impeccabile, da freelance entusiasta di scoprire altri mondi, quelli difficili (lo aveva già fatto altre volte in altri luoghi).
A undici anni esatti dalla sua morte, proprio il 26 agosto, i ricordi personali sono tanti, troppi, vivissimi. Così come i dubbi mai dissipati. Una fiducia mal riposta, la lunga discussione notturna prima del viaggio fatale, tutte le foto che mi ha fatto e che non vedrò mai, l’ordigno a Malmudiya, l’incursione a Najaf, il saluto a Kufa, il sogno di intervistare Moqtada al Sadr. L’arrivederci a Baghdad. L’ho rivisto invece molti anni dopo (imbattibile ritardatario) a Cesi, il suo dolce paesino umbro, chiuso in una bara troppo grande per i suoi poveri resti. Il solito destino non gli ha permesso neppure di esaudire quel desiderio espresso in un testamento che ormai abbiamo imparato a memoria tutti noi che gli abbiamo voluto bene: un funerale festoso, con canti e balli e amori improvvisi, la banda e la porchetta, le parole di lutto bandite. Non è stato possibile perché giocando si definiva immortale, mentre quelle “istruzioni” erano nate proprio nel momento stesso in cui aveva scoperto la paura, come tutti i reporter di razza. Noi, tutti noi, non abbiamo neppure un pizzico della sua genialità che ho scoperto subito quando ci siamo conosciuti al “Palestine” davanti al cratere di una granata che io chiamavo bomba e lui “rosa scarlatta”, traducendo l’orrore in poesia . Così a Cesi ci siamo messi banalmente a piangere, convinti però che su una cosa non ha toppato: vero, è immortale. Sul web continua a vivere perché personalmente continuo a portare avanti i nostri “blog paralleli” (due modi diversi di vedere la guerra) nati in un lettino d’ospedale. Ma grazie soprattutto alla sua (per sempre) “Zonker zone” fatta di balene e di sogni.


Dal sito di “Articolo 21”, 25 agosto 2015

26.8.15

Dilettevole e utile. L'instancabile Camilla Cederna (Natalia Aspesi)

Camilla Cederna
“De gustibus!”. Lo dicevano le signore di Milano, scuotendo la testa, per manifestare, elegantemente, la loro disapprovazione; lo diceva Franca Valeri, manicure avida di raffinatezze, in un suo famoso sketch; lo diceva Totò, torcendo il collo, in un film, ad un amico che delirava per una ragazza poco seducente. De gustibus adesso è diventato il titolo del nuovo libro di Camilla Cederna (Mondadori, 1986: il suo quindicesimo, dopo quelli dell'impegno politico e civile, come Pinelli, una finestra sulla strage e Leone, la carriera di un presidente, e quelli di impegno mondano e di costume, come Il lato debole e Il mondo di Camilla. De gustibus intreccia i due generi, con la stessa lievità e consapevolezza con cui nella vita Camilla fa convivere la capacità di indignazione e il coraggio, con l'affettuosa osservazione dei tic, delle manie, delle piccole disperazioni e delle modeste gioie della quotidianità che la circonda. Una sera va a parlare a un dibattito del circolo Società Civile, senza essersi dimenticata di passare dal parrucchiere; e la sua immagine accurata, insieme al suo sdegno civile, le procureranno numerose telefonate di persone che le chiedono di rivederla; la sera dopo corre da un pranzo all'altro, in casa del celebre economista e del noto antiquario, vestita di abiti firmati e il giorno dopo si fa intervistare da Nando Dalla Chiesa su Milano attaccata dalla mafia.
La prima parte del libro è composta da articoli pubblicati dal 79 all'86, ritoccati e aggiornati; la seconda da cinque pezzi inediti in cui, dice Cederna, spero si avverta sempre quanto scriveva Giacomo Leopardi: “La nostra privata opinione è che il dilettevole sia più utile che l' utile”. Bravissima nel raccontare senza acrimonia la nuova volgarità, nel raccogliere i segnali della mutevole ma inestirpabile stupidità, nel notare con simpatia svarioni, eccessi, idiozie, ignoranze nei giornali e nei discorsi, Camilla racconta i piccoli eventi con la stessa determinazione, ricchezza di notizie e capacità di scrittura con cui si occupa delle tragedie mondiali, delle prevaricazioni politiche, della corruzione delle istituzioni, dei grandi delitti. C'è la cavalla puro sangue, nutrita dai suoi adoranti padroni con i bignè del Bindi, risotto giallo e champagne millésimé (se non lo è, l'animale lo sputa) nella flute dove riesce a infilare il suo avido linguone; c'è il black-out giornalistico a Padova, imposto da un procuratore della Repubblica che proibisce di pubblicare nomi di scippatori di vecchiette, seviziatori di bambini e mafiosi; ci sono le signore che adattano la pelliccia al cane che portano a spasso, zibellino per il levriero russo, montone rivoltato per il dalmata, visone per il doberman. Ci sono i volumi sulla responsabilità disciplinare dei magistrati che, da Camilla attentamente letti, elencano gli illeciti che un giudice deve evitare: per esempio avere una relazione con l' amanuense dell'ufficio, fidanzarsi con una donna troppo giovane, accusare la propria moglie di adulterio, insidiare la moglie di un collega.
Cederna ha le doti essenziali, ma non poi tanto diffuse, per essere un buon giornalista: prima di tutto non si stanca mai, tanto che, come racconta nel libro, resta fresca e allegra mentre i suoi più giovani accompagnatori si sfaldano e si decompongono dalla fatica.(Tanto che una delle vittime del suo podismo professionale, da Mantova, le ha poi inviato un sonetto in dialetto, che in un punto, tradotto, dice così: “Il mal di gambe, non avevo più speranza. / I poveri piedi distrutti, ero mezzo morto. / Lei invece niente: eh sì me ne sono accorto, / Lei camminava spedita, e non ne aveva mai a sufficienza: / E a me serviva invece un' ambulanza”).
Poi è di una curiosità senza limiti: tutto le interessa, va dovunque, parla con tutti. E' così che ha scovato, in Porta Romana, l'etiope signora Zagai, che pettina con estrema destrezza le teste a treccioline delle cuoche e cameriere di colore che lavorano nelle case milanesi. O si è fatta raccontare come si fa a rendere appetitoso un piatto da teletrasmettere: spaghetti quasi crudi e in olio abbondante, albume d'uovo per simulare un'attendibile schiuma della birra, crema da barba per simulare gustosi dessert. O è entrata in quelle case della buona borghesia milanese, dove il fidanzato di papà è accettato affettuosamente sia dalla moglie che dai figli. Infine, con quella sua aria soave, sempre perfettamente a posto, pronta ad ascoltare e ad aiutare, Cederna riceve le confidenze delle persone più sospettose e ritrose. Le maniache, in là con gli anni, che le raccontano i mitici assalti di troppi uomini scatenati (e Camilla annota che i suoi occhi affondano nelle guance che hanno un certo che di natiche); i tassisti che l'adorano e la portano a spasso per Milano, gratis, per mostrarle i più bei travestiti, oppure le raccontano di come si sta bene separati dalla moglie e da due figlie noiose.
Tra gli inediti c'è un breve e sapiente ritratto del presidente Francesco Cossiga che aveva bisogno di vacanze, era di un pallore opalino un po' maculato, e gli occhi mi sembrarono color ostrica; un pezzo sulla catastrofe di Chernobyl, con tutte le scemenze dette allora, per ignoranza, calcolo, malafede. E c'è soprattutto una divertita, maliziosa, telegrafica biografia di Gaetano Afeltra, che, arrivato da Amalfi a Milano alla fine degli anni Trenta, è stato un grande e discusso protagonista della stampa milanese, diventando vicedirettore del “Corriere”, poi direttore del “Giorno”, e che oggi collabora al “Corriere” e scrive libri di successo. Afeltra, un tempo buon amico della Cederna (ma ci divise la politica, dice lei) non ha gradito quella sua immagine avvilita; così ha querelato l'autrice, che gli ha attribuito una collaborazione, in epoca fascista, alla rivista “Libro e moschetto” (firmata invece, secondo Afeltra, da un suo omonimo). Il piccolo mondo del giornalismo milanese, che mentre si diletta delle battute e delle gaffes di Afeltra ne teme l' inimicizia, parla di questo ritratto con godimento, schierandosi ora dalla parte della coraggiosa iconoclasta, ora da quella dell'esacerbato gentiluomo. E ne cita, sussurrando i punti più divertenti: Afeltra che mangia con la testa nel piatto, la saponaria o il talco accanto al sale, tanto continuava a macchiarsi; che a tutti i nomi mette la finale e, Camille (Cederna), Indre (Montanelli), Dine (Buzzati); che fa perdere sempre i treni ai suoi giornali con grande rabbia degli amministratori; che non riesce a leggere un libro fino in fondo; che, privo in quel momento di un giornale da dirigere, il giorno della morte di John Kennedy si rammarica di non poter fare il bel titolo che immagina: Stasera Jacqueline dorme sola. E che, contemporaneamente, ha un grande fiuto per la notizia popolare, riesce ad attirare nelle sue redazioni le firme migliori, subito dopo la guerra dà una mano ad alcuni giornalisti molto bravi, ma che si trovano in una situazione politica difficile. Oggi Afeltra ha 75 anni e Cederna si chiede con ironia se non sia arrivato per lui il momento di vincere il premio Nobel.
E la vittima non perdona.


“la Repubblica” 10 dicembre 1986  

Comincerete ad aver paura. Una poesia di Adam Zagajewski

Adam Zagajewski
Comincerete ad aver paura
Indietreggerete in fondo alla stanza
Indietreggerete in fondo al tempo
Indietreggerete in fondo al cranio
Tirerete le tende alle finestre
Chiuderete gli occhi
Vi tapperete le orecchie
Tratterrete il respiro
E non esisterete più
proprio come non foste esistiti mai


da Lettera, 1975 in “Nowa Fala” - Nuovi poeti polacchi (a cura di Giorgio Origlia), Quaderni della Fenice 77, Guanda, 1981 

La piccola vedetta friulana. Una poesia di Giovanni Pascutto (Pordenone, 1948)

San Vito al Tagliamento - Febbraio 1918
La piccola vedetta friulana disse
che oltre il fiume, tra la boscaglia,
c’erano i cecchini.

Sorrise l’ufficiale e accarezzò il cavallo.
Lui era l’eroe del Piave,
non lo fermava il Tagliamento.

Passò senz’altri indugi l’ufficiale.
Si udirono tre spari.

La piccola vedetta friulana vide
il cavallo tornare indietro, senza cavaliere.
Nella bisaccia trovò del cibo,
una camicia nuova, un po’ di soldi.

I soldi andavano tra i soldi,
le camicie tra le camicie,
col cibo si sfamò.
Il cavallo lo portò tra i monti.

Ora aspettava
la piccola vedetta friulana.
Già un altro cavaliere
avanzava in lontananza.


In “Quaderni della Fenice” n.54, Guanda, Milano, 1979

25.8.15

L'Unità di Renzo Foa e il Tolstòj di Sibaldi

Renzo Foa
Come si sa, ampiamente ricambiato nel disamore, Occhetto non amava e non ama Massimo D'Alema, che era – nei piani di Natta e di altri – il candidato alla successione nella guida del Pci, saltando Occhetto stesso, cui si rimproverava una qualche dismisura, un eccesso di vanità e protagonismo, e tutta la generazione di Occhetto.
Nell'aprile del 1988, quando a Perugia Natta fu colpito da infarto, Occhetto forzò per la propria successione, ottendendone (forse) le dimissioni; D'Alema, che era in quel tempo direttore de “l'Unità”, non si oppose, scegliendo di condizionare il nuovo segretario. Occhetto lo collocò in segreteria e, dopo la svolta della Bolognina di fine 89, gli conferì il ruolo privilegiato di coordinatore, ma ottenne che, nel percorso di scioglimento del Partito, la direzione de “l'Unità” venisse attribuita a Renzo Foa, meno legato all'apparato e alla storia del Pci. Foa aveva alle spalle una carriera di giornalista (negli anni Ottanta redattore capo e con D'alema vicedirettore de “l'Unità”), ma soprattutto era figlio di Vittorio, figura storica dell'azionismo e testa pensante della sinistra critica non comunista. Ad Occhetto Renzo Foa, che assunse la direzione nell'estate del 1990, dava pertanto più garanzie di una decisa rottura con il passato.
Foa si dimostrò più realista del re: la redazione de “l'Unità” restava assai composita, espressione dei diversi orientamenti presenti nel partito, ma negli editoriali del direttore e nella sollecitazione di collaborazioni esterne manifestò un indirizzo non già postcomunista o socialdemocratico, ma decisamente anticomunista. 
Come lui stesso più tardi rivelò, il campione dell'anticomunismo giornalistico, Indro Montanelli, fondatore e direttore del “Giornale”, gli mandò un fax nel 1991, ov’è scritto: “Caro Foa, tra le tante cose su cui dobbiamo metterci d’accordo è, ogni tanto, di non essere d’accordo su qualcosa, altrimenti saremmo sbranati dai nostri”. 
Renzo Foa ebbe poi una precipitosa deriva a destra: finì con lo scrivere per “il Giornale” di Berlusconi esaltando la figura di “statista” del Cavaliere, per poi passare alla fronda di Casini e Adornato col giornale “Liberal”, per poi morire tra le braccia dei preti e specialmente di Monsignor Rino Fisichella, espressione della Chiesa più retriva e intrigante.
Emblematico della direzione di Foa è l'articolo che segue. Per l'ottantesimo anniversario di Tolstoj si commissiona un articolo a Igor Sibaldi, che s'intende di letteratura russa, ma non è uno specialista sull'autore di "Guerra e pace" (nel “pezzo”, com'era prevedibile, dice poco di lui e niente della sua opera); è piuttosto un ammiratore di Solzhenitsyn, di cui condivide le pulsioni mistico-reazionarie (Sibaldi è studioso di miracoli e “angelologo”) e soprattutto l'anticomunismo viscerale. Arriva a prendersela perfino con Gorbaciov, che al tempo era ancora a capo del Pcus e, tra molte contraddizioni, tentava una riforma del sistema sovietico.
L'articolo che qui “posto” a mio avviso vale poco, anche se qualche notizia curiosa vi si ritrova, ma è emblematico di un momento preciso, quello in cui Occhetto e con lui molti “svoltisti” smaniavano di liberarsi - come se fosse “zavorra” - non solo del comunismo, ma della storia del movimento operaio, il momento in cui si sdoganava perfino la reazione pur di demonizzare il comunismo e dare corpo alla propria abiura. (S.L.L.)

Quel profeta di Tolstoj
Solzhenitsyn l’ha presa da Tolstòj, quella lunga barba patriarcale che si è fatto crescere da quando abita nel Vermont: e in atteggiamenti tolstoiani, fin troppo tolstoiani, Solzhenitsyn ama farsi fotografare. In primi piani intensi, burberi - un po’ da santino, un po’ da icona. Oppure seduto su un tronco abbattuto, con una radura sullo sfondo: e con gli stivali di cuoio morbido, alti, e la casacca larga, sempre burbero. O ancora, al tavolo di lavoro, in una prospettiva specialissima che ricorda tanto gli schizzi a carboncino che il pittore Repin faceva di Tolstoj, mentre Tolstòj correggeva le bozze.
E fa bene, Solzhenitsyn. Quelle sue foto sono una citazione, anzi più ancora: sono un modo molto immediato di esplicitare una sua intenzione precisa, onesta e coraggiosa: replicare Tolstòj, appunto. Non il Tolstòj romanziere (che è difficilissimo da imitare), ma il Tolstòj polemista: il Tolstòj che alla fine del secolo scorso si scagliava, in articoli, saggi, lettere aperte, proclami, contro i padroni dell'impero russo -lo zar, il sinodo, la burocrazia, la stampa lealista, i latifondisti. Anche Solzhenitsyn oggi scrive articoli e lettere aperte contro i padroni dell’Urss: Gorbaciov, il partito, la burocrazia, l'intellighenzia chiacchierona e confusa, l’apparato economico - non meno latifondista e non meno rovinoso dei grandi possidenti prerivoluzionari. E anche lo stile dei suoi scritti politico-morali - imperioso, austero, pieno di odio e di amore - e perfino la tonalità dei titoli, Solzhenitsyn li prende ancor sempre in prestito da Tolstòj. E insisto: fa bene, Solzhenitsyn.
La storia si ripete, infatti: e occorre che anche gli uomini si ricordino quali risposte alla storia è importante ripetere. Tolstòj, cent’anni fa, argomentò (con straordinaria caparbietà: dal 1880 al 1910) una serie di risposte mirabili, che scossero fin nelle fondamenta non soltanto l’impero russo ma tutta quanta la cultura occidentale. Disse appunto ciò che oggi sta ripetendo Solzhenitsyn: si dia subito la terra ai contadini, si dia subito la libertà a tutte le popolazioni dell’impero che vogliono staccarsi dal giogo di Mosca, si elimini la chiesa di Stato (oggi Solzhenitsyn dice: si elimini il partito), si elimini il governo centralizzato (allora lo zar, oggi ancor sempre il partito nei suoi vari trasformismi) e si permetta lo sviluppo di una democrazia autentica, strutturata in tante piccole unità territoriali. Tolstòj aggiungeva altresì: basta con le tasse, basta con il servizio militare, basta con la scuola di Stato. Solzhenitsyn questo non lo dice: non ancora: forse riuscirà a dirlo tra un po’; o forse gli pare un po’ troppo. Tant’è. Tolstòj lo diceva splendidamente. E già prima che il sinodo lo scomunicasse (nel 1901), chiedeva a chiare lettere che lo si venisse ad arrestare, nella sua tenuta a Jasnaja Poljana: che lo si mandasse ai lavori forzati o magari anche al patibolo, per incitazione alla rivolta. «Per me», diceva, «sarà una liberazione: meglio questo, che non vivere nel mondo che voi avete costruito».
Nessuno lo arrestò mai: dopo Guerra e pace e Anna Karenina il conte Lev Tolstòj era troppo famoso, troppo amato in tutto il mondo.
Così, i suoi articoli, saggi e lettere aperte continuavano a fare il giro del mondo (proprio come oggi quelli di Solzhenitsyn). In Russia, circolavano in copie ciclostilate o dattiloscritte. All’estero, venivano stampati in russo da qualche esule tolstoiano (in Inghilterra, in Svizzera), e puntualmente, in capo a un mese venivano ripubblicati dai maggiori quotidiani dei cinque continenti, e poi in brossure, e in antologie cheandavano a ruba.
Uno dei suoi lettori più entusiasti fu Gandhi, che gli scriveva firmandosi «vostro discepolo», e strutturava la sua teoria della non-violenza sui presupposti della «non-resistenza al male», esposti da Tolstòj in una lunga serie di scritti ivi compresi un paio di voluminosi trattati. C’era Thomas Edison, che gli mandò un fonografo perché Tolstòj incidesse le proprie tirate profetiche e il suo pubblico, in tutto il mondo, potesse ascoltarne la voce (e la registrazione - del 1908 - si è conservata: è una voce netta, energica, sferzante, con una vezzosa pronuncia aristocratica della lettera «zh»: “Nel'zjà tak zhit!” - “Non si può vivere così!”, comincia il brano registrato). C’erano i cattolici modernisti italiani, che inviarono una delegazione a Tolstòj (Semeria e Minocchi, nel 1903), e Tolstòj li trattò malissimo. Malissimo fu trattato anche Rilke, quando andò lui pure in pellegrinaggio nella tenuta di Tolstòj, insieme a Lou Salomè: aspettarono il loro turno, tra decine di visitatori illustri e di pellegrini russi (che ai primi del Novecento avevano messo la casa di Tolstòj nel loro itinerario abituale tra i luoghi santi della Rus’), e quando finalmente li si fece entrare, Tolstòj dedicò loro soltanto qualche minuto, e poi se ne andò sdegnato. C’era Pascoli, che gli dedicò un intero poemetto ( Tolstòj, in Poemi italici): cominciava
Cercava sempre, ed era ormai vegliardo:
Cercava ancora, al raggio della vaga
lampada, in terra, la caduta dramma...
e finiva con un ideale incontro tra San Francesco, Dante, Garibaldi e Tolstòj.
La caduta dramma (cfr. Luca 15,8-9).
Tolstòj cercava sostanzialmente due cose: cambiare il mondo, e cambiare se stesso. Dedicava a entrambe la medesima passione, e ansia, ed energia, e alla prima cosa giunse ben più vicino che non alla seconda. Non soltanto per quel che riguardava la pars destruens delle sue polemiche (giacché è indubbio che il fenomeno Tolstòj, la presa che gli attacchi tolstoiani ebbero sulle masse russe contribuirono alla destabilizzazione che sfociò poi nella rivoluzione), ma anche per la pars construens. Tolstòj ebbe infatti una quantità considerevole di discepoli. È un episodio poco noto della storia russa, reso noto nei dettagli solo di recente con la pubblicazione del volume Vospominanija krest'jan-tolstovtsev, 1910-1930 gg. (Memorie di contadini tolstoiani, 1910-1930,
Mosca 1989). In Russia presero forma, fin dai primi del ’900, numerose comuni tolstoiane, impegnate cioè nella realizzazione dei precetti economici, morali, sociali, che Tolstòj aveva tratto dal Vangelo: le prime di queste comuni ebbero breve durata, pochi anni, le altre, dal 1910 in poi, prosperarono - nella Russia centrale e in Siberia. Divennero grosse comunità autosufficienti, pacifiche, ospitali - fino a che lo stalinismo ne fece piazza pulita, negli stessi anni in cui l’enorme produzione saggistica tolstoiana cessava di venir ripubblicata in Occidente, dove né gli Stati fascisti, né quelli «liberi» potevano più permettersi di lasciarla circolare.
La seconda cosa, invece - cambiare se stesso - fu sempre il suo tormento. Tolstòj era, in tutto il suo essere, un aristocratico russo vecchio stile, altero, viziato come un bambino e smisuratamente ricco, e tutto ciò gli ripugnava. La ricchezza, la fama, il titolo nobiliare, lo rendevano parte integrante di ciò che la sua fede furibonda nel Vangelo gli faceva detestare: voleva e doveva diventare povero, e non ci riusciva. I suoi sforzi per riuscirci, i suoi progetti di fuga da casa, che a tanti suoi lettori paiono ipocriti, suscitano in realtà molta pena e molta tenerezza. Morì, come si sa, la prima volta che provò a realizzare davvero quel progetto di fuga, lo stroncò una polmonite, in una stazioncina ferroviaria - nella casa del capostazione. Il 7 novèmbre 1910, a 83 anni. Quasi che il suo immenso amore per sè stesso fosse insorto disperatamente contro quell’estremo, disperato tentativo dell’io di cambiare sè stesso per amore del Vangelo.
Altro che ipocrisia. Lo dice così bene Elias Canetti, in Potere e sopravvivenza (Adelphi, Milano, 1974. pag. 138): «Proprio le contraddizioni di Tolstòj lo rendono sommamente credibile. È l’unica figura del passato che nei tempi nostri si possa prendere sul serio». È uno specchio che ereditiamo: Russia a parte, in Tolstòj si esprime la contraddizione fondamentale che chiunque si trova ad affrontare quando riflette con onestà ai guai, allo sfacelo del mondo in cui vive: la disperante fatica di cambiare sè stessi alimenta la volontà di cambiare il mondo - e questa volontà non esiste senza quella fatica disperante. È uno specchio, Tolstòj, un'espressione del limite della natura umana: espressione che in lui prende forma di perenne ricerca di superamento, più ancora: prende forma di sfida - e si infrange contro se stessa. Fin qui noi siamo, ancor oggi. (Igor Sibaldi )

l'Unità, 9 novembre 1990

Ai nostri caduti di Russia. Una poesia di Franco Fortini

Quando hanno chiesto un pane
gli hanno messo nel palmo una pietra,
una Madonna di stagno: e l'inganno.

«Lontano
tutti abbiamo una casa
e la mamma che accende una fiamma
la speranza e l'attesa»
gli hanno detto, per farli pregare.

Beati quelli che non pregarono.

da Poesia ed errore, ora in Tutte le poesie, Mondadori, 2015

Postilla 
La poesia è del 1955. Quelle in corsivo sono parole tratte da una canzone del tempo di guerra, Terra lontana, composta da Cherubini e Bixio e lanciata nel 1941 da Carlo Buti, il tenorino del regime. (S.L.L.)

La Grande Guerra. Il Diario di John Dos Passos (Massimo Bacigalupo)

John Dos Passos arriva in Italia nel dicembre 1917 con la Croce Rossa Americana, a 21 anni, e viene stanziato nei pressi di Bassano, addetto al trasporto di feriti. Tiene un diario che registra la sua crescente disillusione, la pietà per i soldati analfabeti mandati al macello, il disprezzo e odio per gli ufficiali, per non parlare dei politici che hanno messo in moto la macchina infernale della guerra. Molto opportunamente Silvia Guslandi ha tradotto queste pagine inedite in Italia, L’allegra montagna delle menzogne. Diario della Grande Guerra (Gammarò).
È un documento molto fresco, opera di uno scrittore in erba che nei momenti di riposo legge voracemente Leopardi, Boccaccio, Rabelais, Flaubert, Byron, Shelley... Nella brevità pregnante del diario vediamo la presa di coscienza dell’iniquità del conflitto e di come viene gestito: «lo spettacolo vuoto del mondo intero mandato in guerra a furia di sferzate in sporche divise grigiastre, a prendere ordini dalle classi medie nella forma di meschini ufficiali, e dalle sfere altolocate, nella forma di generali e ‘canaille’ di questo tipo». Da ciò le posizioni socialiste e anarchiche espresse da Dos Passos nei romanzi che nacquero dalla sua esperienza, a cominciare da Three Soldiers (1921), che sarebbe salutare rileggere in occasione delle «celebrazioni» (come le ha chiamate qualche sbadato annunciatore) del centenario dell’entrata in guerra dell’Italia. Purtroppo anche le classiche traduzioni di Pavese e Cambon dell’immensa trilogia di Dos Passos, U.S.A., che racconta anteguerra guerra e dopoguerra, attendono da tempo la ristampa.
Oltre alle dichiarazioni di insofferenza, il diario riporta la vita quotidiana di questi guidatori di ambulanze privilegiati, reclutati a Harvard e altri college prima dell’ingresso degli Usa in guerra, come Dos Passos, o arruolatisi successivamente, come il ragazzo Hemingway. La presenza in Italia della Croce Rossa Americana aveva una scopo propagandistico dopo Caporetto: dimostrare alla popolazione prima e alle truppe poi che la potenza democratica americana era solidale e sarebbero presto giunti rinforzi militari (che invece non vennero). Dos Passos se ne risente: «Quello che mi piaceva pensare che stavo facendo era di tirar via i poveri wop feriti da sotto il fuoco nemico, non di mandarli a morire allegramente in una guerra che non li riguardava...».
L’allegra montagna di menzogne, il titolo dato a questa prima edizione italiana, riguarda in realtà il romanzo cui Dos Passos lavorava, le menzogne raccontate agli studenti americani per convincerli a partire volontari. Perché poi le esperienze vissute da Dos Passos sono ben poco allegre, anche se ha modo di godersi qualche lunga escursione fra i monti, e scopre con piacere mai banale Genova, Venezia, Milano, Roma, che visita nei congedi. I soldati che incontra gli dicono che «quando tutti saranno morti finirà la guerra, sarebbe meglio un terremoto che uccida tutti subito». O si potrebbe uccidere un ufficiale...
Il diario di Dos Passos è un tassello importante per capire la Grande Guerra attraverso l’amara esperienza del singolo e il quadro di complicità internazionali in cui si colloca. E per tornare ad accogliere in Italia uno scrittore di prim’ordine. L’Italia, sostiene un capitano, «è celebre per tre cose: D’Annunzio perché è immorale, Caruso perché canta male, Marinetti perché è un pazzo». A Dos Passos non manca l’umorismo amaro dei ventenni: «I minuti finali del 17° aborto di un secolo abortivo stanno volando e le ostetriche del Nuovo Anno sono di guardia...».


“alias il manifesto domenica”, 21 giugno 2015

La lettera. Una poesia di Franco Fortini

Verrà, vedrai, la lettera, che su carta intestata
ti renderà giustizia e dirà il vero,
da farti piangere di riconoscenza. Domani
ti diranno che è stato soltanto un giuoco, una prova,

tutto, tutto quello che sai.



da Poesia ed errore, 1957  Ora in Tutte le poesie, Mondadori, 2015

24.8.15

La poesia del lunedì. Alfonso Gatto (Salerno 1909 - Orbetello 1976)

Milano, Piazzale Loreto, 10 agosto 1944
Per i compagni fucilati in Piazzale Loreto
Ed era l'alba, poi tutto fu fermo
la città, il cielo,il fiato del giorno.
Restarono i carnefici soltanto
vivi davanti ai morti.

Era silenzio l'urlo del mattino,
silenzio il cielo ferito:
un silenzio di case, di Milano.

Restarono bruttati anche di sole,
sporchi di luce e l'uno all'altro odiosi,
gli assassini venduti alla paura.

Era l'alba, e dove fu lavoro,
ove il piazzale era la gioia accesa
della città migrante alle sue luci
da sera a sera, ove lo stesso strido
dei tram era saluto al giorno, al fresco
viso dei vivi, vollero il massacro
perché Milano avesse alla sua soglia
confusi tutti in uno stesso sangue
i suoi figli promessi e il vecchio cuore
forte e ridesto stretto come un pugno.

Ebbi il mio cuore ed anche il vostro cuore
il cuore di mia madre e dei miei figli,
di tutti i vivi uccisi in un istante
per quei morti mostrati lungo il giorno
alla luce d'estate, a un temporale
di nuvole roventi. Attesi il male
come un fuoco fulmineo, come l'acqua
scrosciante di vittoria; udii il tuono
d'un popolo ridesto dalle tombe.

Io vidi il nuovo giorno che a Loreto
sovra la rossa barricata i morti
saliranno per primi, ancora in tuta
e col petto discinto, ancora vivi
di sangue e di ragioni. Ed ogni giorno,
ogni ora eterna brucia a questo fuoco,
ogni alba ha il petto offeso da quel piombo
degli innocenti fulminati al muro.

Da "l'Unità", 10 agosto 2008

Il salone di don Nonò (Andrea Camilleri)

Don Nonò era il barbiere della nostra famiglia, nel senso che tutti i miei familiari maschi (nonno, gli zii, mio padre) si facevano servire nel suo salone che si trovava situato in una delle due strade che portavano a casa nostra. Era perciò comodo, quando ce nera bisogno, rincasando, fermarsi dieci minuti nel salone per farsi dare una spuntatina ai capelli. I miei amici, una volta giunti attorno ai sedici anni, mettevano i pantaloni lunghi e ogni mattina ansiosamente si controllavano allo specchio per vedere se nottetempo era capitato il miracolo della barba. E con quanto orgoglio i più precoci potevano finalmente proclamare ai compagni invidiosi: «La varba mi spuntò! Dal varberi andai!».
Io no, io dirazzavo. Ho sempre, nella mia vita, cercato di evitare i saloni dei barbieri. Una spiegazione possibile di questa mia idiosincrasia è forse riconducibile a un fatto che mi capitò un giorno che, potevo avere sei anni, mio padre si fece accompagnare da me nel salone di don Nonò. Il salone in verità non meritava l’accrescitivo: era una stanza di poco più di quattro metri dotata di uno sgabuzzino posteriore. Dentro ci stavano tre poltrone da barbiere, sei sedie per i clienti in attesa, un portaombrelli, un attaccapanni, due sputacchiere. Quel giorno arrivò trafelato uno degli aiutanti di don Nonò con una tazza da latte in mano ed entrò nello sgabuzzino. Io lo seguii. E vidi che rovesciava il contenuto della tazza dentro a un pentolino di coccio pieno a metà di sale. Mi accorsi allora che si trattava di quattro orrendi vermi neri, gonfi e grossi. «Che sono?» domandai disgustato. «Sanguette» mi rispose. E subito dopo le sanguisughe cominciarono a vomitare sangue, tingendo di rosso il bianco del sale. M’impressionai talmente che me ne scappai da solo a casa. Allora le sanguette servivano per cavare il sangue a chi ne aveva in eccesso. Si applicavano a una vena e quelle attaccavano a succhiare. Le tenevano i barbieri, residuo di quando i barbieri erano anche cerusici.
Insomma, a 82 anni suonati credo di essere stato da un barbiere non più di una ventina di volte. A tredici anni, avevo i capelli così lunghi che all’adunata del sabato fascista il capomanipolo mi ordinò di ripresentarmi il sabato seguente coi capelli tagliati. E ne informò mio padre, il quale disse a don Nonò che appena mi vedeva passare doveva farmi bloccare da un suo aiutante, vincere le mie resistenze, portarmi nel salone e quindi procedere al taglio forzato. Ma io subodorai l’agguato e per i primi quattro giorni mi guardai bene dal passare da quella strada, facevo l’altra. Sennonché il quinto giorno, giovedì, trovai la strada di fuga sbarrata per lavori. E quindi dovetti passare dalle forche caudine. L’aiutante di don Nonò mi vide e cercò d’agguantarmi, io riuscii a sfuggirgli, intervenne il secondo aiutante, poi qualche passante. Insomma, alla fine di questa scena degna della feria di Pamplona, fui catturato e ridotto quasi alla calvizie.
Don Nonò, come tutti i barbieri, ogni anno distribuiva in regalo un calendarietto ai clienti. Erano piccoli, da portarsi nel taschino, infilati dentro a una bustina di carta speciale. Dotati di un profumo dolciastro particolare, credo unico al mondo, erano illustrati a colori vivaci. Durante gli anni del regime, ne esistevano di due tipi: uno, come dire, ufficiale, che esaltava le eroiche imprese del fascismo, e un altro, più clandestino, nel quale erano raffigurate carnose, rubensiane femmine discinte. Per l’epoca, erano molto osé, oggi andrebbero bene in un educandato. Confesso che don Nonò riuscì a tagliarmi i capelli per la seconda volta promettendomi un calendario dove le femmine non erano coperte da trasparenti veli ma completamente nude.
Alla domenica, perché i barbieri lavoravano anche la domenica, il loro giorno di riposo era il lunedì, nel salone di don Nonò c’era il concertino eseguito dal duo Pirrotta-Spitaleri, di grande fama paesana. Pirrotta, al mandolino, era un ferroviere, Spitaleri, falegname, suonava la chitarra. Naturalmente non si esibivano solo nel salone, ma venivano ingaggiati in occasioni speciali quali matrimoni o particolari ricorrenze. Si prestavano anche a serenate notturne (allora usavano) che gli innamorati facevano eseguire sotto le finestre delle loro belle. Certe volte le serenate finivano con la fuga precipitosa del duo, inseguito da qualche padre geloso che non gradiva la gentile attenzione verso la figlia. Pirrotta era anche quello che oggi si chiamerebbe un vocalist, non cantava le parole delle canzoni, ma ne accennava a tratti il motivo, generalmente a bocca chiusa. Il loro repertorio pescava soprattutto nella grande canzone napoletana e frequenti erano i bis. Perché in occasione del concertino il salone si affollava all’inverosimile e il duo era costretto a suonare praticamente schiacciato contro il muro. Io me lo godevo da fuori, appoggiato alla porta, sicuro che don Nonò era troppo impegnato per darmi la caccia. Poi, nel 1942, il fascismo proibì i concertini. La guerra - spiegarono i gerarchi — poteva tollerare solo marce militari e inni patriottici. E il salone di don Nonò s’intristì.


Prologo al libro Musica nei saloni. Suoni e memorie dei barbieri di Sicilia (a cura di G. Pennino e G. M. Piscopo, IPSA, Palermo, 2009), ora in Andrea Camilleri, Come la penso, Chiare lettere, 2013

Codici e rose. L'erbario di Piero Calamandrei (Andrea Di Salvo)

Niente affatto eccentrico rispetto alla personalità poliedrica e alla vicenda umana e intellettuale del futuro insigne studioso di diritto e padre costituente Piero Calamandrei, l’erbario di oltre 220 piante che questi appronta negli anni giovanili del ginnasio testimonia l’innesco di quell’inesausto dialogo che caratterizzerà tanta parte del suo sentire. Dialogo con il mondo vegetale che in molte, disparate occasioni si rifletterà nei suoi scritti in suggestioni e metafore naturalistiche, interlocuzione che muove sempre in relazione stretta con la fisionomia amica di luoghi dove, «specialmente in Toscana, ogni borgo, ogni svolto di strada, ogni collina ha un volto, come quello di una persona viva», dialogo che perdura mentre si interroga, fin poi nell’impegno politico, sui crucci – e la cordialità – di quegli uomini semplici che salutano per primi, sempre teso alla ricerca di unadimensione culturale, etica, del diritto.
E proprio questa circolarità del tema vegetale che con andamento carsico variamente si riaffaccia nella vita e nelle opere di Calamandrei indaga ora lo studio a due voci di Paola Roncarati e Rossella Marcucci (che già si erano occupate dell’erbario giovanile del Filippo de Pisis botanico flâneur), Codici e rose. L’erbario di Piero Calamandrei tra storia, fiori e paesaggio (Olschki).
A partire dall’analisi delle tavole dove ogni esemplare raccolto e essiccato viene impaginato e quasi messo in scena con efficace senso estetico – Calamandrei si diletta anche di pittura e ha la passione della fotografia –, «diramato nel rispetto delle sue inclinazioni naturali», con in calce le annotazioni sui luoghi di erborizzazione, lungo prode di fiumi e ruscelli, boschi, siepi, messi, campi di fieno... dove quelle erbe spontanee – fiori di campo, quindi non di giardino come quelli che pure non dovevano mancare a Firenze e dintorni – sono state raccolte dal promettente e curioso studente del fiorentino liceo Michelangiolo nel corso dell’anno scolastico del 1904.
I debiti di quest’esperienza si proietteranno in una vicenda intellettuale che rispetto all’amata «variopinta storia naturale» di allora vede Calamandrei scegliere poi altriambiti di impegno e di studio. Permane la traccia della passione naturalistica, dell’attenzione al paesaggio, e nel volume viene indagato appunto quel retroterra, i suoi immaginari, il lessico. La trama di riferimenti botanici ripercorsa nei successivi scritti scientifici e professionali, nei diari e nei discorsi politici. Come già nella giovanile produzione letteraria (poesie, fiabe) che si alimenta di quelle descrizioni e metafore, e fin nell’intimità degli affetti nel carteggio con la futura moglie Ada anche dal fronte da dove le invia lettere con dentro fiori disseccati evocando con uno sguardo affilato «le eriche rosse che magicamente hanno cominciato a fiorire anche sotto la neve». Ancora, nelle memorie ordinatrici e rievocative, prima fra tutte quel catalogo di stupefatte curiosità e melanconiche esperienze che è l’Inventario della casa di campagna, con l’incontro con il «miracolo dei funghi», l’ardore bellicoso delle formiche, la raccolta delle farfalle... il viottolo dei morti.
Paesaggi vivi, quelli del prelievo botanico, luoghi della memoria, vissuti e ideali, capaci di disvelare la lezione del passato, terre dei padri, posti «risaputi a mente». Che «entrano nell’asse ereditario di ciascuno di noi», da inventariare come bene comune.


“alias il manifesto domenica”, 21 giugno 2015

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