28.9.15

Bertolt Brecht, un uomo è un uomo (Maria Grazia Gregori)

Ribelle, scapigliato: anche la giovinezza di Brecht, che molti si ostinano a vedere come un intellettuale che con la dialettica tenta di spaccare il capello in quattro, è stata come tutte le giovinezze di questo mondo. In un romanzo autobiografico, Avanguardia , la grande scrittrice tedesca Marieluise Fleisser, che è stata anche una sua amante, ci descrive Bertolt «Bidi» Brecht come un giovane Baal attraente e scostante che «stimolava, infiammava, trasformava quelle donne che erano tanto coraggiose da avere una relazione con lui». Baal proprio come il protagonista del primo testo scritto, a diciannove anni, da B.B. Un dramma-manifesto in cui la città natale, Augsburg, dove era nato nel 1898, è presente con i suoi fiumi, i suoi boschi, operai, puttane, borghesi, falliti che parlano un linguaggio di tutti i giorni, mescolato a citazioni della Bibbia e influenzato dal maledettismo di Büchner.
Quanto del giovane Bidi c'è in Baal, il poeta della natura ma anche lo sfruttatore di donne, dell'amicizia? E quanto di Brecht c'è in tutti i suoi testi dai più ferocemente dimostrativi a quelli più liberi, più carichi di dubbio, ai più «nascosti» anche per necessaria scelta di sopravvivenza nella Ddr dove, dopo il ritorno in Europa dall'esilio americano, decide di vivere e fonda il suo teatro, il Berliner Ensemble?
L'anniversario della sua morte, avvenuta il 14 agosto del 1956, ci permette di ripensare al suo cammino di scrittore, di drammaturgo, di innovatore del teatro «anche» attraverso i momenti di un'autobiografia tumultuosa, alla ricerca di che cosa di Brecht, figlio in tutto e per tutto delle vittorie e delle sconfitte epocali dei primi cinquant'anni del Novecento, sia rimasto come eredità alla cultura e al teatro del Terzo Millennio.
Frank Wedekind, provocatorio e sensuale, Karl Valentin, il clown che accompagnava nelle birrerie suonando il clarinetto, e la sua lugubre logica, Büchner, Rimbaud, Villon sono i suoi modelli giovanili scelti per filiazione ma anche perché sente la necessità di un cambiamento. «Lasciate che vi dica una cosa, cari lettori: niente può impedirci di riempire i teatri di eccezioni». Quando scrive queste riflessioni su un quotidiano di Augsburg, di cui è critico teatrale, Brecht ha 22 anni. E da quel momento e per tutta la vita si adopererà perché queste «eccezioni» contro il ron ron dell'abitudine teatrale, si verifichino il più spesso possibile. L'ha sostenuto, teoricamente, in Dialogo per l'acquisto dell'ottone che è il suo vero breviario di estetica teatrale pensato come un affascinante confronto di opinioni diverse e, in pratica, da «scrittore di drammi», come ama definirsi, e come regista di opere sue e altrui.
Il cosiddetto metodo brechtiano nasce da qui, da un'intuizione giovanile che si trasforma in pratica teatrale. Ma anche dalla vicinanza all'inventore del teatro politico Erwin Piscator che gli mostra la necessità di una scena in grado di progettare la realtà e dalla frequentazione del grande Max Reinhardt, per il suo glorioso eclettismo e la capacità di intervenire sugli attori.
Ecco: scrivere per il palcoscenico, saper lavorare per la scena, ma avendo la vita sempre a fianco come una compagna indivisibile sia come consapevolezza della quotidianità sia come dimensione «politica» e dunque comune, condivisa, dell'esistenza, può essere un'eredità importante di Brecht (e di ogni grande scrittore). Un'eredità che nasce dall'accettazione della sua fragilità, dei suoi errori, dall'aver saputo affermare, Brecht, che sempre e comunque - come dice il titolo di un suo celeberrimo testo - un uomo è un uomo.
Tutto questo va molto al di là del pur famoso effetto di straniamento da lui richiesto agli attori di cui - sosteneva Giorgio Strehler - tutti parlano ma pochi sanno cos'è. È qualcosa che si rispecchia nella qualità letteraria dei suoi testi e delle sue poesie, che discende da quella corrente d'energia distruttrice e ribelle del giovane Brecht che è sempre stata, anche nella contestazione del proprio passato secondo un'ottica marxiana, ben presente in lui. Sta in una vita vissuta pericolosamente - con i suoi silenzi e le sue angosce, i suoi accomodamenti (per esempio negli Usa durante la tristemente famosa «caccia alle streghe» di McCarthy) -, nelle città così simili a quello «sfavillante escremento di luce» di cui racconta in Mahagonny, nella semplice verità di affermare che al mondo non c'è tanto bisogno di eroi quanto di uomini. Sta anche nella lucidità conservata persino nella delusione più grande, nella capacità di pensare un pensiero collettivo in grado di proiettarsi nei comportamenti dei personaggi, nel rifiuto delle contraddizioni di un ordinamento sociale dominato dall'inevitabilità del male e dall'ingiustizia, nel saper sottolineare l'ineludibile responsabilità della scienza nei confronti dell'umanità come scrive in Vita di Galileo. Sta nell'amore totalizzante, mai cieco ma esigente e consapevole, per il teatro, nel cercare e inventare nuovi linguaggi necessari a un'epoca nuova, moderna, nel gusto per un lavoro collettivo accanto alle sue amate attrici e alle sue spesso sfruttate amanti. E nella scoperta di uno spettatore considerato come un compagno di strada che porta con sé in teatro la sua capacità di pensiero mantenendola ben sveglia.
Per questo, soprattutto, ha lavorato nel corso del suo lungo viaggio attraverso la scena e i suoi generi senza mai lasciarsi sedurre, come dice una sua celebre poesia. Paradossalmente rispetto al vero e proprio culto, talvolta intimidatorio, di cui è stato oggetto, discutibile come lo è stata la lunga stagione di dimenticanza di questi ultimi decenni sui palcoscenici d'Europa, rileggendo oggi Brecht ci si rende conto di quanto sia importante quella provocazione intellettuale che ritroviamo in tutte le sue opere: non gli importa l'arte di parte, ma vuole rivolgersi alla ragione degli uomini per fare nascere in loro un modo di pensare «pratico». «Ciò che mi interessa - scrive - è il rapporto fra uomo e uomo così come oggi si presenta. E con il mio lavoro tento di ricercare ed esprimere questo rapporto». È questo, insieme alle sue opere, che oggi ci importa di lui ben più del suo monumento.


L'Unità,14 Agosto 2006

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