27.9.15

Lumumba. Quel che la leggenda gli ha tolto (Arminio Savioli)

Nel 1976, a quindici anni dall’assassinio del leader africano Patrice Lumumba, ad opera degli agenti del neocolonialismo, il “Calendario del popolo”, pubblicò l'articolo che segue, con l'intento di eliminare quanto di leggendario c'era nella “vulgata” sul leader congolese, in qualche modo alimentata dalla sinistra internazionale. Tra le “icone” del Terzomondismo cubano, infatti, Lumumba aveva un posto di riguarda. Lo ripropongo, benché sia passato più di mezzo secolo, non ci sia più l'URSS e alcuni riferimenti siano datati, sperando di sollecitare qualche attenzione intorno a una figura importante della storia del Novecento. (S.L.L.)
Sono passati quindici anni dalla morte di Patrice Lumumba. In quei giorni di crudeltà e di «nuova barbarie», in cui il mondo esterrefatto e impotente assisteva all’agonia di un eroe, chi scrive queste righe si trovava all’Avana. In un bar frequentato quasi soltanto da afro-cubani ascoltò conversazioni, registrò commenti, lacrime e gesti di collera. Lo stesso avveniva in molte altre città del mondo. Morente, Lumumba entrava già nel mito.

Non fu un ribelle romantico
Forse è ancora troppo presto perché la sua dolente figura ne esca, per entrare nella storia, più prosaica, ma più corretta narratrice di fatti, e più efficace maestra di vita. Si può tuttavia tentare un diverso «approccio» con l’uomo che passò come una troppo rapida cometa nel cielo africano: un «approccio» che, restituendogli ciò che la leggenda gli ha tolto, gli renda quella giustizia che gli hanno finora negato non solo i suoi nemici, ma anche i suoi troppo ingenui e sbrigativi ammiratori.
Lumumba non era (nulla, infatti, lo prova) quel ribelle romantico che alcuni ci hanno voluto far credere (basti pensare a certe frasi del suo amico belga Jean Van Lierde). Perfino sulle sue «umili» origini ci sarebbe da discutere. Figlio di un contadino, era però un évolué, cioè uno di quegli africani a cui la «paternalistica» amministrazione belga, nel tramonto degli imperi, aveva concesso una sorta di cittadinanza di seconda classe.
Nato a Onalua (distretto di Sankuru-Kasai) il 2 luglio 1925, apparteneva a una tribù dal passato glorioso: quella dei batetela, protagonisti di due epiche rivolte (nel 1895 e nel 1897) contro i mercenari di re Leopoldo. Fece le elementari con i missionari cattolici, le medie con i protestanti. Inurbatosi a Stanleyville, riusci a conquistarsi un lavoro fisso, modesto, ma rispettato: impiegato delle poste. In mezzo a una marea di milioni di contadini analfabeti, e di sottoproletari turbolenti e disperati, Lumumba apparteneva dunque a una «felice» élite di non più di centomila persone. Come membro del circolo liberale di Stanleyville, a trent’anni, s’incontrò con re Baldovino.

Cantò il «fratello negro
che non ha mai innalzato piramidi»
Non possedeva, certo, la cultura di un Senghor o di un N’Kruma. Ma la sua poesia L’Africa sarà libera («Piangi, amato mio fratello negro... Tu, che non hai mai innalzato piramidi...») è singolarmente bella e colta, e i suoi discorsi sono eloquenti. Ben lontano dalla cultura ancestrale africana, cristiano, non credeva più nel potere magico degli stregoni. Sensibile al fascino della civiltà europea, non cercava una ragione d’essere nella «negritudine» e neanche nell’«autenticità africana», tanto cara a mistificatori e a fantocci dell'imperialismo. Non risulta affatto che avesse simpatie per il marxismo, per il comunismo; né che già mirasse ad affrontare, una volta conquistata l’indipendenza, i problemi sociali congolesi, del resto ancora embrionali in un paese dove il colonialismo non aveva permesso, o aveva ritardato e deformato, la nascita di vere classi nel senso moderno della parola. Ammiratore dei valori ricevuti dall’Europa attraverso l’educazione missionaria, le avide letture e le accese conversazioni (anche con amici «bianchi»), non sembrava neanche consapevole del fatto che il colonialismo burocratico e militare, il vecchio colonialismo senza maschera, ormai morente, avesse come solida retrovia un colonialismo economico destinato a sopravvivergli, sotto forma di neocolonialismo. Credeva nella «meritocrazia», che il colonialismo grossolano, «prima maniera», negava stolidamente, promuovendo «bianchi» mediocri e incapaci a svantaggio di «nativi» intelligenti, colti ed energici.
Lumumba rivendicava semplicemente per sé e per tutti gli altri africani «evoluti» il diritto di disporre liberamente del proprio destino, e di dirigere le masse arretrate sulla via dell’emancipazione, cioè dell’acquisizione di quegli stessi valori e «beni» materiali e spirituali che l’Europa aveva creato con tanta abbondanza e sviluppato con tanta sagacia, anche attraverso lo sfruttamento delle colonie e la tratta degli schiavi, per poi negarli egoisticamente ai popoli da essa assoggettati.

Era anche lui un «negro bianco»
Era, insomma, anche lui, come tanti altri protagonisti della decolonizzazione in Africa, un «negro bianco»; era il prodotto doloroso di un’acculturazione che ha sconvolto e annientato senza pietà le vecchie strutture e sovrastrutture tribali, senza ancora produrre altro che vuoti spaventosi, o, nella migliore delle ipotesi, sommarie impalcature, esili premesse, ruvide trame di un nuovo che stenta a sorgere. Anche Lumumba era, culturalmente, un «mostro», che il creatore europeo (nuovo dottor Frankenstein) ha aborrito e rinnegato nel momento stesso in cui gli ha dato la vita. Perché?
Nella risposta c’è la chiave di tutta la vicenda. Perché il «mostro» voleva vivere di vita propria. Perché si rifiutava di essere un automa. Perché, in nome dei sacri principii europei, chiedeva la libertà, per gli africani. E non una libertà, un’indipendenza fittizie, formali, bensì vere, concrete e complete.

Tanto moderato negli obiettivi quanto rigoroso nel perseguirli
Questo nazionalista «puro», questo patriota non dissimile dai suoi predecessori europei di un secolo prima, che aveva imparato ad ammirare sui banchi di scuola, e poi deciso di emulare da adulto, era tanto moderato negli obiettivi (non è del tutto «normale» un ruolo di decolonizzatore nell’epoca della decolonizzazione?) quanto rigoroso, tenace e inflessibile nel perseguirli. Questo «dettaglio», questa «sfumatura» fa la differenza fra Lumumba e tanti falsi profeti. Mentre il tribalismo, il regionalismo, il federalismo di uomini come Kasavubu. Kalonji e Ciombè (tanto più «africani» nei loro legami clientelari con le masse arretrate, nella loro demagogia populista, nel loro estremismo parolaio) non facevano paura alle centrali imperialistiche, che anzi già pensavano al modo migliore di servirsene, la prospettiva unitaria di Lumumba, moderna, illuminata, «europea», anche se non socialista, anche se liberal-democratica nell’ispirazione, irritava e spaventava, perché conteneva in sé il germe di un Congo forte, evoluto e padrone delle sue ricchezze, capace di trattare da pari a pari con il mondo intero. Il paradosso è insomma, a nostro avviso, questo: che Lumumba si rivelò un pericolo mortale per Bruxelles, Londra, Parigi e Washington, non perché fosse «più negro» degli altri esponenti politici congolesi, ma perché era «più bianco», «più europeo». Proprio perché aveva saputo più e meglio degli altri impadronirsi degli strumenti (non di tutti, di alcuni) della cultura europea, «rubandoli» ai «maestri», violando i limiti fissati all’«apprendista», era diventato un nemico con il quale non si poteva arrivare al compromesso, che bisognava annientare al più presto.

Perché fu sconfitto
Perché fu sconfitto? Il dramma di Lumumba fu quello di altri eroi che non hanno saputo dare ali robuste agli alti ideali che perseguivano. Tutto preso (fino alla separazione dalla famiglia, alla nevrastenia, all’insonnia, agli eccessi nel fumo, all’abuso di psicofarmaci) dalla ricerca del fine, dimenticò l’importanza dei mezzi. Si distaccò dalle masse, troppo semplici per capire un discorso tutto sommato ancora astratto, non nutrito di contenuti tangibili, prosaici, a portata di mano. E si alienò gli altri évolués, meschini e miopi, volgari nelle aspirazioni, smaniosi soltanto di rafforzare i propri privilegi senza troppo affaticarsi, di avere gradi più alti, militari e civili, di mettersi in tasca stipendi più cospicui, insomma di occupare «il posto dei bianchi», e di vivere «come i bianchi» a spese degli altri negri.

Sartre lo paragonò a Robespierre
Nel confuso periodo in cui fu primo ministro e ministro della difesa (luglio-agosto) Lumumba, a detta dei testimoni, diede prova di grande energia, e anche di duttilità. Al capitale privato straniero offrì assicurazioni esplicite, garanzie sulla sicurezza degli investimenti e sulla riesportazione dei profitti. Respinse le nazionalizzazioni «come regola generale». Firmò anche un accordo con una società americana. Si recò negli Stati Uniti, a chiedervi aiuti. Ma la sua personale incorruttibilità (che indusse Sartre a paragonarlo a Robespierre) contraddiceva e smentiva, se così si può dire, la sua moderazione. Lumumba non era un estremista, non rifiutava il compromesso. Ma erano i suoi interlocutori a rifiutarlo. Coloni, generali e amministratori belgi, compagnie multinazionali, CIA. servizi segreti di mezza Europa, non volevano trattare con un «eguale», ma con dei servi. Perciò provocarono il famigerato ammutinamento delle truppe africane, favorirono i movimenti secessionisti, gli aizzarono contro gli altri aspiranti al potere.

Cosa resta dell’eredità di Lumumba
A dargli la morte ci pensarono questi stessi loschi personaggi. Destituito dal presidente Kasavubu il 5 settembre, «protetto», cioè tenuto in ostaggio, da un’ONU ancora docile alla volontà americana. avvolto in una fitta rete di intrighi, arrestato il 2 dicembre durante un ultimo, disperato tentativo di sollevare le popolazioni rurali del Kwilu, Lumumba fu consegnato a Ciombè, affinché lo uccidesse. Durante il trasporto in aereo, fu bastonato a sangue. Il boia fu Munongo, allora ministro degli interni del secessionista Stato katanghese. 11 17 gennaio 1961 Munongo uccise Lumumba in circostanze che non furono mai chiarite. Le versioni variano: strangolamento, pugnale, pistola. I dettagli (veri, falsi?) sono orribili: testa tagliata e offerta a Ciombè come trofeo, cuore e fegato mangiati...
L’ironia della storia vuole che l’odierno presidente Mobutu, uno dei responsabili diretti della morte di Lumumba, si vanti di esserne l’erede, gli intitoli piazze, gli eriga monumenti. L’ipocrisia, come tutti sanno, è l’omaggio che il vizio rende alla virtù.
Quanto è rimasto dell’eredità di Lumumba? È difficile dirlo. Il neocolonialismo è sempre molto forte in Africa. In certe zone si è consolidato. Alto è il numero dei paesi i cui leaders sono creature di Washington, Londra o Parigi. Complicato e contraddittorio è il processo di emancipazione, ancora in corso. Pure, nuovi Stati hanno conquistato un’indipendenza talvolta autentica, in qualche caso solo formale. Altri sono entrati in un’area che può definirsi «progressista». Non sempre i contorni sono netti. Anzi c’è molta nebbia a oscurare la realtà. Dubbi e perplessità sono legittimi. Ma il modo come le ex colonie portoghesi si sono liberate sembra dimostrare che qualcuno ha fatto tesoro della terribile lezione rappresentata dal sacrificio di Lumumba. Il fatto che 22 paesi africani (non tutti «di sinistra») si schierassero con il governo di Luanda nel dibattito sull’Angola, dicendo «no» a Kissinger, indusse alla speranza. Contro Agostinho Neto non è stato possibile ripetere il «golpe» che riuscì così bene contro Lumumba. L’Angola è il nuovo banco di prova. Da qui attendiamo con fiducia una risposta alla domanda se il sacrificio dell’eroe congolese sia stato vano, o fecondo di risultati positivi.

“Il calendario del popolo”, marzo 1976

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