5.4.11

Ascensore, Capro espiatorio (in "Grandi invenzioni dell'umanità" di E.Galeano)



Con il titolo Grandi invenzioni dell'umanità  “il manifesto” del 4 agosto 2010 ha pubblicato 5 apologhi di Eduardo Galeano dal titolo La porta girevole, L'ombrelloIl semaforo, L'ascensoreIl capro espiatorio nella traduzione di Marcella Trambaioli. L’autore vi rievoca la storia o la leggenda di un’invenzione e ne verifica le applicazioni e trasformazioni metaforiche in questo tempo di diluvi in cui tutto il peggio viene a galla. 
Qui ricopio due delle sugose storielle con l’invito ad acquistare “il manifesto”, il quotidiano comunista sempre bisognoso di sostegni. (S.L.L.) 

L'ASCENSORE
Sembra che il primo ascensore sia stato una poltrona con un sistema di carrucole che secoli fa Enrico VIII, il re inglese ciccione, inventò per evitare le scale del palazzo. Silvio Berlusconi ha utilizzato ascensori più moderni per ascendere al potere assoluto in Italia.
Nel 1984 Bettino Craxi, socialista, presidente del Consiglio dei Ministri, firmò un decreto legge che benediceva il monopolio berlusconiano della televisione privata. Craxi l'aveva conosciuto in una crociera, dove Silvio animava i passeggeri con le sue barzellette e le sue canzoni. Attratto dalla sua volgarità insuperabile e dal suo incredibile cattivo gusto, Craxi gli giurò amicizia eterna ed eterna televisione.
La tele è stata l'ascensore principale di Berlusconi verso il potere politico. Anche il calcio l'ha aiutato, da quando ha comprato la squadra del Milan e ha vinto vari campionati. Eletto e rieletto varie volte dal voto popolare, ha governato l'Italia e il Milan, è diventato uno degli uomini più ricchi del mondo e il campione mondiale di impunità, ha attraversato indenne un'infinità di processi giudiziari e non è stato in prigione nemmeno un giorno, trasformando i suoi vizi in virtù ammirevoli e le sue truffe in gesta degne di plauso.
IL CAPRO ESPIATORIO
Secondo antiche tradizioni religiose, un caprone si assumeva i peccati di tutti ed era castigato con l'espulsione nel deserto.
Questa invenzione è servita e continua a servire per scaricare sulle spalle altrui la responsabilità delle nostre disgrazie e delle nostre colpe.
Alcuni popoli, come per esempio gli ebrei e i gitani, fanno da capro espiatorio da molto tempo.
A metà del 2008, la rivista italiana "Panorama", che appartiene a Berlusconi, intitolò sulla copertina: Nati per rubare. Si riferiva ai gitani, e, secondo le inchieste, l'opinione pubblica concideva con questo verdetto genetico.
Poco prima, Alfredo Mantovano, viceministro del governo di Berlusconi, aveva sviluppato l'idea, alla televisione di Berlusconi:
- I gitani sono un'etnia incline al furto e al sequestro di bambini.
Ovvero: ladri, e per giunta, ladri di bambini.
La giustizia italiana non aveva provato la veridicità di nessuna denuncia di sequestro di bambini da parte di gitani, ma quel dettaglio non aveva alcuna importanza.
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Postilla
Con il titolo Grandi invenzioni dell'umanità  “il manifesto” del 4 agosto 2010 pubblicava 5 apologhi di Eduardo Galeano dal titolo La porta girevole, L'ombrello, Il semaforo, L'ascensore, Il capro espiatorio nella traduzione di Marcella Trambaioli. L’autore vi rievoca la storia o la leggenda di un’invenzione e ne verifica le applicazioni e trasformazioni metaforiche in questo tempo di diluvi in cui tutti gli stronzi vengono a galla. Qui ricopio due di queste sugose storielle con l’invito ad acquistare “il manifesto”, il quotidiano comunista sempre bisognoso di sostegni. (S.L.L.) 

Il mito della Francia nella cultura siciliana (di Leonardo Sciascia)


Michele Amari
Tra gli altri grandi miti che sono presenti, o sono stati, nell’animo siciliano c’è il mito della Francia. Agli occhi delle masse popolari, la Francia ha rappresentato dapprima un mito negativo, a partire dai Vespri siciliani e fino al XVIII secolo: per dire “fame” si diceva “francia”, con allusione ai francesi di Carlo d’Angiò che, a quanto pare più di altri invasori, hanno affamato la Sicilia. In compenso per gli strati aristocratici o colti, a partire da una cert’epoca, probabilmente dal XVII secolo e in uno stato d’animo di polemica contro gli spagnoli, la Francia ha cominciato a essere un mito positivo. Ed è nell’epoca dell’Illuminismo che si vedono i letterati prendere a modello i razionalisti francesi. Se si consultano i registri di dogana e di polizia, si costata allora che l’importazione di libri francesi è sbalorditiva: Rousseau, Voltaire, l’Encyclopédie, Montesquieu (il beniamino degli aristocratici). Stendhal dirà in seguito che i libri francesi si vendevano poco in Italia, tranne che in Sicilia, dove ogni buon libro toccava il centinaio di copie. Poi, dopo la rivolta del 1820, questo rapporto con la Francia si fa più stabile e concreto.
Il primo vero narratore siciliano, il primo che scrive col gusto di scrivere, che racconta col gusto di raccontare, ha scritto i suoi libri in francese: era Michele Palmieri di Micciché, autore di due volumi di memorie stampati a Parigi e che furono letti da Stendhal e da Alexandre Dumas. Tra l’altro  non dobbiamo scordare che alcuni episodi stendhaliani provengono dritti dritti da Palmieri. Altri ancora scriveranno direttamente in francese, tra gli altri il barone Aceto, autore di una storia dei rapporti tra Inghilterra e Sicilia bel 1812, e il canonico Gambini, che lasciò l’isola durante il periodo napoleonico e fu uno dei traduttori in italiano dei Codici. Infine, di una delle opere fondamentali della storiografia romantica – e una delle più emozionanti, per la forza con cui viene evocata la storia siciliana – noi non l’avremmo avuta se il suo autore, costretto all’esilio, non avesse potuto disporre di tutto il materiale che le biblioteche di Parigi potevano offrirgli. Intendo riferirmi a La storia dei musulmani di Sicilia di Michele Amari: qui a Palermo, disgraziatamente, non si trova alcun documento sul periodo arabo nell’isola.

La Sicilia come metafora, Mondadori, 1979

Antigone, mito eterno a lettura multipla (di Federico Condello)

Ho proposto un paio di mesi orsono un "post" che rievocava una polemica degli anni Ottanta sulla figura di Antigone che coinvolse Rossanda, Placido, Guarini, Canfora e molti altri (http://salvatoreloleggio.blogspot.com/2011/04/la-terza-guerra-mondiale-e-gia.html ). Su "Alias" del 26 marzo trovo la recensione di un reading che dà conto di nuove interpretazioni e nuove polemiche su Antigone e sulla tragedia sofoclea che ha fissato i contorni del mito. La propongo qui come utile corollario.

I partigiani di Antigone, si sa, sono legioni. Sulle dita di una mano si contano invece i fan di Creonte.
Se si esclude il celebre, e tutto sommato equanime, verdetto di Hegel, così autorevole da condizionare in tempi recenti tanto Derrida quanto la Nussbaum; se si esclude qualche sporadico elogio del re tebano in nome della ragion di Stato, come quello che si legge, dimenticato ma vigoroso, ne Il testamento di Dio di Bernard-Henri Lévy (1979); se si esclude qualche ritratto bonario, come quello che a Creonte dedica Anouilh nella sua Antigone (1944), non a caso
passata indenne al vaglio della censura nazista; se si esclude il costante (e spesso vano) richiamo
degli antichisti alla natura storica dei valori incarnati dall’eroina: valori che non sono astratta «pietà» o astratta «coscienza», ma concreto retaggio aristocratico; se si esclude questo e poco altro, il giudizio dei secoli coincide con quello che nella tragedia di Sofocle il principe Emone riferisce al padre Creonte: tutta la città è con lei.
Naturalmente «eterna» – secondo il titolo-slogan di Romain Rolland –, Antigone sembra conoscere,
da almeno due secoli, due distinte forme di reviviscenza: a resuscitarla è ora il generico richiamo a valori imperituri – sono le fasi di stanca –, ora invece l’urgenza di precise congiunture storiche; ecco allora le Antigoni più sfacciate, da quella dello stesso Rolland (siamo in piena Grande Guerra) a quella di Brecht (è il 1948), da quella di Bultmann (1936: tre anni dopo il cancellierato di Hitler, e il rettorato di Heidegger) fino a quella, ispirata agli anni di piombo, di Böll (1979). A quale di tali fasi appartiene l’Antigone di Sofocle, riscrittura fra le riscritture, certo non poco ancorata alla realtà dell’Atene periclea?
L’ultima raccolta di saggi sul tema (Antigone e le Antigoni Storia e fortuna di un mito, a cura di Anna Maria Belardinelli e Giovanni Greco, Mondadori Education, pp. XII-316, € 23,00) pone queste e altre domande. Si troveranno qui convincenti analisi dell’«originale» sofocleo, attente alla lettera del testo come al suo intertesto letterario e iconografico, fra cui spiccano i contributi di O. Taplin, F. Ferrari, A. Rodighiero, R. Nicolai e – in una magistrale nota postuma – L.E. Rossi; si troveranno sintesi di storia operistica e teatrale, con i lavori di F. Piperno e R. Guarino; si troveranno gli affondi antropologici di M. Bettini e particolareggiate analisi di singole riscritture,
come quella che M.P. Pattoni dedica a Sérgio de Sousa. In apertura, un dotto ed equilibrato saggio della Belardinelli, e, in chiusura, un’audace versione di Sofocle – più che traduzione, sofferto esercizio di decalcomania, tra picchi aulici e picchi colloquiali – a firma di Greco: che orecchia a suo modo, con rincari retorici, lo stile traduttivo di Sanguineti, e giunge a invocare, lui per primo, una «moratoria» sul mito di Antigone.
Moratoria – ovviamente – non ci sarà: e Antigone resterà testardamente «eterna».

4.4.11

La poesia del lunedì. Jacques Prévert.


Barbara
Ricordati Barbara
Pioveva senza sosta quel giorno su Brest
E tu camminavi sorridente
Serena rapita grondante
Sotto la pioggia
Ricordati Barbara
Come pioveva su Brest
E io ti ho incontrata a rue de Siam
Tu sorridevi
Ed anch’io sorridevo
Ricordati Barbara
Tu che io non conoscevo
Tu che non mi conoscevi
Ricordati
Ricordati quel giorno ad ogni costo
Non lo dimenticare
Un uomo s’era rifugiato sotto un portico
Ed ha gridato il tuo nome
Barbara
E sei corsa verso di lui sotto la pioggia
Grondante rapita rasserenata
E ti sei gettata tra le sue braccia
Ricordati questo Barbara
E non mi rimproverare di darti del tu
Io dico tu a tutti quelli che amo
Anche se non li conosco
Ricordati Barbara
Non dimenticare
Questa pioggia buona e felice
Sul tuo volto felice
Su questa città felice
Questa pioggia sul mare
Sull’arsenale
Sul battello d’Ouessant
Oh Barbara
Che coglionata la guerra
Che ne è di te ora
Sotto questa pioggia di ferro
Di fuoco d’acciaio di sangue
E l’uomo che ti stringeva tra le braccia
Amorosamente
E’ morto disperso o è ancora vivo
Oh Barbara
Piove senza sosta su Brest
Come pioveva allora
Ma non è più la stessa cosa e tutto è crollato
E’ una pioggia di lutti terribile e desolata
Non c’è più nemmeno la tempesta
Di ferro d’acciaio e di sangue
Soltanto di nuvole
Che crepano come cani
Come cani che spariscono
Sul filo dell’acqua a Brest
E vanno a imputridire lontano
Lontano molto lontano da Brest
Dove non vi è più nulla.

Postilla
Questa poesia contro la guerra di Prévert, a mio avviso bellissima, la usammo come editoriale di "micropolis" su suggerimento di Walter Cremonte nel marzo del 2003, non trovando parole per commentare la guerra irakena appena iniziata. La ripropongo oggi che sento più virulenti gli stessi mortiferi miasmi di allora.

La terza guerra mondiale è già cominciata?


1° settembre 1939: le truppe hitleriane invadono la Polonia

Scivoliamo lentamente e ineluttabilmente verso la guerra generale. E’ tutt’altro che improbabile che  qualcuno o qualche gruppo importante negli establishment imperiali l’abbia già messa tra i propri obiettivi. Ma, anche se così non fosse, esiste una logica oggettiva delle cose, ed è la guerra il senso, la direzione evidente degli ultimi eventi e di quelli che da circa un ventennio li hanno preparato. Se non fosse per la straordinaria potenza produttiva (e distruttiva) accumulata in cento anni di sviluppo del capitalismo, l’orologio sembra essere tornato a quasi cento anni fa, agli anni della Grande Guerra europea, quando Lenin scriveva L’imperialismo fase suprema del capitalismo. Nella sua evoluzione la vicenda libica, quali che ne siano le scaturigini, disegna lo scenario di un’antica guerra imperiale: il paese nordafricano sembra la Cina del 1900 alla cui sottomissione concorrevano tutte o quasi le “grandi potenze”, che peraltro sotto sotto si combattevano. Ci sono contrastanti versioni su chi siano i “ribelli” di Bengasi e su chi ne abbia la guida,  giovani “democratici”, capitribù monarchici, agenti imperiali; ma non mi pare dubbio che allo stato delle cose il pallino sia in mano degli anglo-franco-americani. Su tre cose, forse, non si riflette abbastanza.
Primo. L’interesse per il petrolio libico è aumentato dal fatto che, fino ad oggi, quel combustibile ha alimentato lo sviluppo economico e commerciale del principale nemico degli Usa: il turbocapitalismo a partito unico di nome comunista. Ed è la Cina oggi l’innominato nemico che le guerre in Afghanistan, in Iraq, in Libia mostrano di voler fronteggiare e circondare.
Secondo. Dalla prima guerra irakena ad oggi c’è stata una progressiva caduta dei tabù pacifisti tipici del secondo dopoguerra e della stessa guerra fredda. La sovranità degli stati e la conseguente non ingerenza nei conflitti interni sono stati ridotti in poltiglia dal tritacarne della “polizia internazionale” e della “guerra umanitaria”; l’Onu nata per impedire i conflitti internazionali è diventata una delle sedi in cui le tensioni locali si internazionalizzano. Della pericolosa deriva bellicista degli Stati è emblematica la vicenda del nostro paese dall’intervento somalo ad oggi. L’immagine che di sé l’Italia proietta nelle gaffe, nelle umiliazioni, nelle presunte furbizie del trio Berlusconi-Frattini-Maroni  è quella antica di un “imperialismo straccione”, invidioso e servile, incapace di difendere i propri stessi interessi. D'altra parte il disgustoso intervento all’Onu del presidente Napolitano che mette sotto i piedi la Costituzione per giustificare la partecipazione subalterna dell’Italia alla campagna di Libia è l’ultimo capitolo di una storia di degrado culturale e ideologico bipartisan che finora non ha avuto risposte adeguate, anche perchè il movimento per la pace appare intimidito e indebolito. Tutti si accorgono, del resto, che il papa e i papisti, a differenza che per l’Iraq (ove avevano con la comunità caldea interessi concreti da difendere), hanno sotterrato la bandiera arcobaleno.
Terzo. Il capitalismo occidentale non ha finora trovato rimedi migliori della guerra per mettere fine alle “grandi crisi” economiche e finanziarie che lo caratterizzano e per rilanciarsi. La guerra è un toccasana non solo perché quello delle armi e della guerra diventa un mercato sicuro, finanziato dai sacrifici durissimi cui si costringe l’uomo (e la donna) della strada, ma perché rafforza la coesione interna gli stati e consolida i governi cui ci si affida. Io non escludo il paradosso che possa essere un presidente come Obama, di sicuro più legato ai ceti popolari dei suoi predecessori petroliferi, ma alle prese con crescenti opposizioni legate alla crisi economica, a scegliere la guerra generale per garantirsi non solo la rielezione, ma la prosecuzione del predominio imperialistico nordamericano. Lo slogan della “speranza contro la paura” si trasformerebbe nella “guerra contro la paura”, una paura il più delle volte artatamente alimentata. La Libia sarebbe in questo caso solo l’inizio e un nuovo casus belli potrebbe trovarsi in Corea, in Iran, in Siria, in Indocina, dappertutto.
Da insegnante di storia spiegavo alle ragazze e ai ragazzi che non c’è concordia sulla data d’inizio della Seconda Guerra Mondiale. In Europa e in Nord America siamo soliti collocarla al primo settembre 1939, quando l’esercito tedesco invase la Polonia, ma c’è chi l’anticipa al 1936 e alla internazionalizzata guerra di Spagna. In Asia si preferisce farla iniziare nel 1937, con l’invasione della Repubblica cinese da parte del Giappone, ma anche lì non manca chi ne anticipa il cominciamento agli scontri militari che già dalla conquista giapponese e dalla secessione della Manciuria dalla Cina caratterizzarono i territori del grande “impero di mezzo”. Sempre più spesso mi capita di chiedermi: è già cominciata la terza guerra mondiale?
 

Antonio Faeti, Mario Lodi e i maestri d'Italia.

Antonio Faeti
Antonio Faeti, a lungo collaboratore de “il manifesto”, è studioso, docente, organizzatore di cultura e scrittore versatile: ha studiato fumettisti, illustratori e narratori per l’infanzia, ha diretto collane editoriali, ha insegnato grammatiche della fantasia, si è cimentato in racconti di vario genere (horror, libri per i ragazzi e per i bambini, ecc.) ed ha poco più di settant’anni: una vita e tante altre cose da fare davanti a sé. E nondimeno Faeti giammai dimentica di essere nato e cresciuto maestro elementare e per quella nobile e difficile professione continua a nutrire il rispetto che sovente manca nei governanti d’ogni colorazione. Lo si avverte in questa ricognizione su Tuttolibri de “La Stampa”, in cui rievoca alcune esperienze didattiche d’avanguardia e di frontiera, i maestri che le hanno realizzate, i libri che le hanno raccontate.
P.s. C’è chi, in ambienti clericali, sempre più spesso esalta don Milani contro la “scuola di stato”, considerata senz’anima. Le esperienze che Faeti rammenta si sono svolte nella scuola di stato. E non sarebbe male ricordare che tra le scuole dei preti non s’annovera solo quella del prete di Barbiana ma anche quelle rese tristemente famose dai casi di pedofilia. Dix et salvavi animam meam.  (S.L.L.)

Prima e dopo Mario Lodi
Mario Lodi e i suoi scolari

Con Mario Lodi maestro, a cura di Carla Ida Salviati, edito da Giunti, ritorna la possibilità di ascoltare le voci dei bambini del Vho, e raddoppiare anche un’inevitabile constatazione: nessuno come Mario Lodi ha saputo dar voce ai suoi scolari, loro sono qui, a stupirci con l’incantata alterità del loro discorso, collocati nel 1951, nel 1952, ma sottratti alla Storia, oppure da sistemare entro un’altra storia.
Fin dal 1928, Felice Socciarelli, con Scuola e vita a Mezzaselva, allora edito dall’Associazione per il Mezzogiorno, raccontò la sua vicenda di maestro in una scuola dell’Agro Romano, cominciata il 22 ottobre 1919. Ci sono molte fotografie, nel suo libro, e appaiono indispensabili, perché i «bambini mezzaselvesi», con i loro cappelli «da grandi» e i panni entro cui sono più o meno infagottati, non sono propriamente immaginabili.
Allievo di Giuseppe Lombardo Radice, attento alla sua colta innovazione pedagogica, Socciarelli non si meraviglia che la sua scuola sia una capanna, perché tutta Mezzaselva è fatta di capanne e riproduce invece lo scritto del suo scolaro Quintillio, saggio e preciso come quello di un antropologo: «So ito a vedere quelli che falciano la prata pare che non fadigano gnente e invece se straccano tanto». L’edizione del 1954, de La Scuola di Brescia, mostra Felice Socciarelli come era nel 1951 poco prima di morire: ha proprio l’aria di un etnologo, di un esploratore di terre lontane, affaticato ma non vinto. Due maestri che erano anche apprezzati pittori, Italo Cinti di Bologna e Federico Moroni di Sant’Arcangelo di Romagna, ci hanno lasciato, con Diario di un anno e con Ricordi e amnesie, due splendide testimonianze sulla quotidianità del maestro artista. Moroni, realista minuzioso, fa lavorare i suoi bambini con chine e pennini perché scoprano l’anima delle cose e diventino custodi di una civiltà che le macchine stanno annullando, Cinti, aeropittore futurista, conduce le sue classi alla scoperta di estasi coloristiche vicine ai fauves: entrambi sono cronisti minuziosi di quello «stupore infantile» descritto da Zolla.
Nel 1957, quando esce la prima edizione del Diario di una maestrina di Maria Giacobbe, l’editore Laterza lo fa precedere da una prefazione di Umberto Zanotti-Bianco che è necessaria e puntuale. Infatti la «maestrina» insegna in quelle zone della Sardegna dove in quegli anni ci sono i «banditi di Orgosolo» resi famosi dalla stampa e dal cinema, e l’insegnante sa di dovere lottare con i suoi alunni non in vista di un esito scolastico, sempre considerato con scrupolo e con rigore, ma pensando a un riscatto sociologico di cui pone le basi proprio con questa sua opera sapiente, poetica e battagliera.
Una sequenza dello sceneggiato televisivo tratto da Un anno a Pietralata
Sempre dalla Sardegna proviene Le bacchette di Lula di Albino Bernardini - noto poi per Un anno a Pietralata -, edito da La Nuova Italia nel 1969: il capitolo desto, La bacchetta, si offre sempre a una lettura dolorosa e struggente, perché è quello in cui i nuovi alunni conducono il nuovo maestro a vedere l’abbondante provvista di bacchette con cui li deve picchiare e restano sconcertati quando scoprono che lui non sa nulla di quella pratica torturatoria sulla quale il precedente insegnante fondava interamente la sua pedagogia e la sua didattica.
Un’impressione non positiva, fra noi insegnanti di allora, aveva prodotto Il maestro di Vigevano, edito da Einaudi nel 1962: ai maestri del mio Circolo Didattico sembrava che Lucio Mastronardi cercasse lo scandalo quasi con i toni delle riviste scandalistiche di allora e, certo, pur parlando di scuola, pur mostrando buona conoscenza di corridoi, coefficienti di anzianità, gerarchie, scatti di stipendio, il maestro che racconta sa poi solo odiare, isolarsi, deprimere e deprimersi.
Ci fu anche una curiosa coincidenza editoriale, perché Garzanti pubblicò proprio allora Il demone meschino di Fëdor Sologub, scritto nel 1907, un autentico capolavoro, scritto da un maestro russo laureato in pedagogia, dove la scuola zarista è piena dello stesso infernale «catrame dell’anima» così abbondante nelle aule di Vigevano.
Non mi è mai apparsa tollerabile la studiata sottovalutazione pedagogica di cui è stato reso vittima Ricordi di scuola di Mosca, edito da Rizzoli nel 1939. Giornalista, umorista, direttore di giornali, disegnatore saporoso e riconoscibilissimo, Mosca ha forse sofferto di una lettura prevenuta e fuorviante, perché il maestro l’aveva fatto davvero e il capitolo intitolato La conquista della V C, mi ha sempre ricondotto alle conquiste delle mie numerose quinte, in una sorta di complicità tra maestri che mi induce a ritornare spesso ai Ricordi di quello sconcertante collega, così abile nel far ridere, così preciso nel rendere i tipi e le situazioni.
Non è ricordato, riproposto, riletto come dovrebbe essere, I racconti della Rustica di Sabrina Manes che Guaraldi stampò nel 1973. La Rustica è una borgata romana e l’autrice, dando la parola ai suoi scolari, fa davvero comprendere tutto, transitando dalla tenerezza allo squallore, dalla rabbia più incontenibile a brandelli di autentica poesia.
Di Anna Fantini sono stato collega e amico sia nell’insegnamento elementare che in quello universitario, così quando leggo e rileggo Dare di sé il meglio, edito dai Quaderni del Consiglio Regionale delle Marche nel 2001, ritrovo l’estro, la simpatia, l’eleganza di questa maestra incredibilmente dotata che guardava alla scuola con occhio poetico, spingendo tutti davvero a dare di sé il meglio.
Nell’anno pieno di ricorrenze, di convegni, di bandiere, di mostre e di rassegne, forse un posticino riservato, nel contesto di qualche celebrazione, ai maestri che hanno dato voce ai loro scolari, sarebbe utile e opportuno.
Nei libri che ho citato, infatti, non c’è solo l’Italia bambina pur meritevole di partecipare alla storia del nostro Paese. C’è la vicenda dello sguardo, c’è la trama secolare di infiniti tentativi: non è calato il silenzio su queste voci, su queste intelligenze, su queste alterità. Hanno avuto i loro ottimi cronisti, questi bambini: dopo sono venute gradevoli parodie o tentativi ideologici di rapportarsi alla scuola che non si collegano alla tradizione fin qui ripercorsa. Restiamo in attesa di un giovanissimo Socciarelli, che probabilmente già si intravede nel nostro futuro.
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Da Tuttolibri, in edicola sabato 26 marzo 2011

3.4.11

Il lavoro in ginocchio. Papi, vescovi e politicanti (da "micropolis on line")

Il ritorno del paternalismo.
I cronisti hanno raccontato che sabato 26 marzo il pastore tedesco Benedetto XVI si è incontrato con “il mondo del lavoro” della diocesi di Terni-Narni-Amelia. Hanno usato toni alati e commossi, dando spazio alle note di colore: la sala insufficiente a contenere tutti i fedeli, il maxi schermo allestito in Piazza San Pietro, la carovana dei bus e la trafila dei mezzi privati, i regali al papa (un casco da lavoro, bianco, e la maglia delle “fere” ternane con il numero 16 e la scritta Joseph). Non tutti si sono avventurati in indicazioni numeriche, ma gli  entusiasti del Pd danno per buona la stima più alta: ottomila.
Nei resoconti monsignor Paglia appare untuoso e tronfio come al solito (" Padre Santo, siamo venuti con gli operai e le loro famiglie per confidarle le nostre preoccupazioni”).  Le sue confidenze a Ratzinger sono vere e sacrosante: un giovane su tre che non trova lavoro, le industrie in sofferenza, la crisi del polo chimico ternano; ma non rinuncia a farsi bello comunicando che il consiglio superiore di sanità ha autorizzato ricerche sulle cellule staminali dell’ombelico a Terni, nell’Istituto che lui stesso dirige.
Ma Ratzinger  per unzione e untuosità non è secondo a nessuno e perciò nel suo discorso torna a proclamarsi “un umile lavoratore nella vigna del Signore” e affida tutti i lavoratori “alla protezione di San Giuseppe”, sottolineando il ruolo dell’operare materiale e fisico nel piano divino della redenzione e della salvezza. Parla con rammarico di infortuni mortali sul lavoro, ma anche lui, a quanto pare, occulta le responsabilità padronali usando l’odiosa formula “morti bianche”, invece della corretta espressione di un tempo “omicidi in camice bianco”, che conteneva un riferimento a chi sfrutta, organizza e dirige il lavoro nelle fabbriche e nei cantieri. Anche l’ipocrita del Vaticano, insomma, lascia intendere non solo l’assenza di sangue (che invece spesso c’è) ma soprattutto di colpevoli. Per chiudere “mette nelle mani di Dio le ansie e preoccupazioni” dei lavoratori, auspicando che, “nella logica della gratuità e della solidarietà”, sia assicurato un lavoro sicuro, dignitoso e stabile.
Questi patenti tentativi di strumentalizzazione del disagio operaio e popolare, il carattere oppiaceo di cotali preteschi sermoni, diretti a fiaccare la combattività del mondo operaio, a suggerire rassegnazione e subordinazione, a favorire la sconfitta, dovrebbero sollecitare moti d’indignazione a sinistra anche se i preti sono preti e fanno da secoli questo ignobile mestiere. E invece un certo Stefano Fassina, membro della segreteria Pd come Responsabile Economia e lavoro,  sul “Corrierino dell’Umbria”, in un articolo dal titolo Un patto per il lavoro, il 26 marzo stesso li approvava ancora prima di sentirli, toccando inauditi livelli di insulsaggine, vacuità, piaggeria, ottusità morale e politica.
Qui mi basta citare qualche passaggio: “Benedetto XVI, nell’enciclica Caritas in veritate,  ha illuminato attraverso la dottrina sociale della chiesa il passaggio di fase in corso. Si è misurato, in particolare, con il nesso lavoro-persona. Ha colto, meglio di tanti altri, le cause profonde della rottura dell’insostenibile equilibrio dell’ultimo trentennio. Ha indicato, ancora una volta, l’orizzonte del neo-umanesimo come bussola del cambiamento progressivo. Mons. Paglia si è  inserito nella scia della riflessione papale sul lavoro… ha proposto fertili riflessioni sulla dimensione etica dell’economia e sulle grandi sfide del lavoro e di uno sviluppo sostenibile… La riflessione della chiesa sul lavoro trova grande attenzione e larga sintonia nella cultura progressista, sia politica che sindacale, aperta a cogliere le discontinuità di fase. Anche per noi, il lavoro è pilastro indispensabile per la dignità della persona”. Naturalmente dell’ossequio di Fassina fa parte la critica al primato dell’economia: la persona è più importante – dice il piddino in ginocchio – “perdio!”.
Poi, naturalmente, Fassina fa  addirittura l’ottimista, dice che bisogna addirittura “cogliere le potenzialità della crisi”, ricorda la presenza a Terni di Bersani e l’impegno dei piddini umbri in Regione e nelle Amministrazioni locali, propone – senti un po’ la novità - . “un patto per la crescita ed il lavoro tra le forze politiche, economiche e sociali più responsabili”. Chissà se tra i contraenti di questo “patto” che dovrebbe aprire “una fase costituente” ci mette la Cgil! Certo è che delle sue iniziative per il lavoro in Umbria il piddino non si ricorda, neanche dell’imminente “treno del lavoro” (che poi si è svolto, con discreto successo, ieri, 2 aprile). Sono tra i primi ad essere convinto che quel che la Cgil umbra fa è molto poco rispetto alla virulenza della crisi, che essa non riesce a uscire del tutto da una logica consociativa; ma almeno continua a voler rappresentare i lavoratori, cerca di mobilitarli, di affermarne il ruolo autonomo di proposta e di lotta. E’ poco, ma meglio di niente ed è in linea con la storia migliore del movimento dei lavoratori. “Il riscatto del lavoro dei suoi figli opra sarà” orgogliosamente canta l’Inno dei lavoratori scritto da Filippo Turati: sarà la loro lotta a garantire dignità e diritti e non la benevolenza dei signori, dei padroni, dei preti, dei politicanti. Contro questa autonomia, di pensiero e di azione, torna ora massicciamente in campo il paternalismo di tutti quelli che vorrebbero proteggere il lavoro come i “protettori” fanno con le bagasce: vogliono il lavoro non solo sfruttato, ma sottomesso e inginocchiato. Vorrebbero che invece di contare sulla propria forza, unità, coscienza, gli operai e i lavoratori confessino ai preti il loro peccati, confidino ai vescovi e al papa le loro pene e si affidino ai padroni illuminati, ai politicanti democratici, al padreterno e a sangiuseppe. “A’ da passà a nuttata”.

Vivi e malati. Il capitalismo sanitario e il Vaticano.

Piergiorgio Welby

Apollo, dio della medicina, provocava
le malattie. Si trattava in origine di un
unico mestiere. Ed è ancora oggi così.
(Jonathan Swift, Pensieri su vari argomenti)

Ivan Illich, il celebre filosofo e pedagogista libertario viennese del secolo scorso, è noto soprattutto per la teoria della “convivialità” come possibile principio di una diversa e migliore socialità e civiltà e per la scandalosa proposta della “descolarizzazione” che in Italia trovò il sostegno di Pier Paolo Pasolini. Meno presente mi pare il ricordo di Nemesi medica, un suo libro del 1976 che si apriva con parole chiare e dure: “La corporazione medica è diventata una grande minaccia per la salute”. La tesi di Illich, ridotta all’osso, era che la medicina, più che un sapere, è diventato un potere e che, in quanto tale, tende ad ampliare il proprio dominio: perciò parlava pertanto di una medicina patogena e “iatrogena”, che per espandersi produce malattia ed altra medicina. In verità il libro esplicitava uno dei meccanismi più caratteristici del capitalismo industriale, l’induzione di bisogni per l’ampliamento del mercato, e sembrava sottovalutare il fatto che nella medicina moderna non agisce solo la corporazione medica, ma un complesso di soggetti economici e sociali variamente collegati alla malattia e al suo trattamento che va dalle multinazionali del farmaco alle grandi compagnie assicurative, dai costruttori di ospedali ai farmacisti e a molti altri.
La medicina è potere, un potere mercificato e mercificante, che tende a sottrarre alla gratuità e rendere redditizie e profittevoli tutte le attività di cura, anche quelle che un tempo rientravano nella sfera dell’affettività. In questa logica la medicina ha scelto come finalità non la “salute”, intesa come benessere fisico e psichico, ma la “vita”, per far durare, insieme alla persona, anche la malattia e la sua cura e così massimizzare i profitti. Gli esseri umani, il capitalismo sanitario li vuole vivi, ma malati, vivi il più a lungo possibile, quanto più possibile malati.
Gli effetti di questa opzione sono tanti: per esempio le forme artificiali di mantenimento in una condizione che non è tanto vita quanto un simulacro di essa, per il venir meno di tante, talora di quasi tutte, le funzioni ordinarie. Grazie a questi processi  è cambiata l’idea stessa di “vita umana”: in altri tempi, per esempio, si sarebbe esitato a chiamare con questo nome la forzosa sopravvivenza delle funzioni cardiache in Eluana Englaro o la protratta permanenza di tante persone in coma profondo, in attesa di un risveglio altamente improbabile. Poco importa peraltro alla medicina capitalistica della persona incatenata a questa specie di vita e della sofferenza che cresce intorno a lei: non si può perdere la “gallina dalle uova d’oro”.
In ogni caso oggi, a difesa di una vita siffatta, si pongono non solo macchine e tecniche sempre più sofisticate e costose, ma un impegno ideologico a tutto campo. E si impone la “vita” anche a chi, in piena coscienza, vorrebbe rinunziarvi, considerando priva di autonomia e dignità la sopravvivenza organizzata dalla medicina iatrogena.
Accade così che il capitalismo, cresciuto nella rivendicazione dei diritti dell’individuo, in questo come in altri campi li sacrifichi al profitto e tenda a negare la libera scelta in nome della “sacralità” della vita, quand’anche ridotta a mera vegetazione. Non stupisce pertanto che in forme diverse e con le motivazioni più varie (partendo dal giuramento di Ippocrate) siano in troppi nella corporazione medica e nel capitalismo sanitario a osteggiare l’autodeterminazione e non è un caso che nell’attuale dibattito sul testamento biologico si rivendichi una sorta di primato della scienza medica sulla volontà del soggetto.
E’ invece sorprendente che posizioni “biologistiche”, di “materialismo volgare”  - si sarebbe detto un tempo – siano oggi caratteristiche della Chiesa cattolica, la quale dopo aver per secoli proclamato la trascendenza dell’anima, tende oggi a identificare la vita umana con forme elementari (è il caso dell’embrione) o residuali di attività organiche e le difende come se si trattasse di persone, abbandonando le posizioni moderate di papi come Pio XII e Paolo VI ( cfr. http://salvatoreloleggio.blogspot.com/2011/03/il-testamento-biologico-papale-papale.html ). Questa tendenza è particolarmente presente nella Chiesa italiana, che già ai tempi di Ruini aveva costituito un Comitato “Scienza e Vita” particolarmente battagliero, il cui compito precipuo era di impegnare nella “difesa della vita” uomini di scienza e di medicina. Si è molto ragionato sulle motivazioni di codesto recente accanimento terapeutico del cattolicesimo italiano, ma non si è forse osservata abbastanza la massiccia presenza diretta e indiretta (dalla Compagnia delle Opere all’Opera don Guanella) nel capitalismo sanitario, che assicura a suore, preti e pretini potere e profitto. 

Monelli (di Mariuccia Ciotta)

Quella che segue è la recensione di un libro che non ho ancora visto, che immagino bello e che forse non comprerò. Ma la pagina di Mariuccia Ciotta che lo recensisce (Alias n.12 – 26 marzo 2011) con il felice confronto Charlot-Topolino, con la rievocazione ingenua e appassionata dell’infanzia di un genio, è bella di per sé. Da conservare a prescindere, tenere in vista, far conoscere. (S.L.L.)
«Io e Charlot»
una vita dalla parte dei bambini
L’irresistibile racconto di come il piccolo Charles Spencer Chaplin, monello londinese, si trasformò in Charlot, dall’orfanotrofio ai fasti del cinema muto hollywoodiano. Un libro di Arianna Di Genova
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«Sono nato il 16 aprile 1889, alle otto di sera in East Lane, Walworth... Stando a mia madre, il mio fu un mondo felice». Così comincia l'avventura di un «monello» londinese tra soffitte umide e casette accoglienti in un andirivieni di povertà e piccole agiatezze, sempre con gli occhi fissi su una mamma speciale, Hannah Harriette Hill, soubrette nel teatro di varietà «di carnagione chiara, con occhi tra il viola e l'azzurro».
La voce «fuori campo» di Charlie Chaplin scivola via dalle pagine dell'autobiografia (Charles Chaplin – Mondadori, 1964) e approda in quelle color crema di Io e Charlot (di Arianna di Genova, illustrazioni di Alessandro Sanna - Biancoenero, euro 9,50) con parole e movimenti danzanti per raccontare ai bambini di ogni età la genesi di un principe con gli abiti stracciati. Un vagabondo ingegnoso e combattente che rappresenterà, secondo Ejzenstejn, il «paradiso perduto» della Depressione americana, sempre pronto a fondersi con il corpo snodabile di un altro paladino del New Deal, Mickey Mouse. A Charlot infatti si ispirò il Topo di Walt Disney che ne estrasse la dinamica disumana, l'ipercinetica delle membra disarticolate, la furia e l'esultanza per disegnare il suo «paradiso ritrovato». Davide contro Golia.
Ma Charles Spencer Chaplin come si trasformò in quell'icona riconoscibile dalla Luna - andatura oscillante, oltraggiosa poetica - che segnerà la storia del cinema? 
Il volumetto segue le traiettorie ellittiche di Charlot, riprende le sue performance musicali con un testo ad «alta leggibilità», ovvero «capitoli brevi e paragrafi spaziati», righe irregolari, astuzie sintattiche e lessicali. Insomma, una passeggiata a fianco del famoso ometto, che ogni bambino cercherà di imitare, e non solo nella maschera buffa ma anche nella fantasia. 
«Poco più in là, oltre il ponte, il cielo si riempiva dei fumi delle fabbriche e l'aria era cattiva da respirare... A Londra vivevo avventure meravigliose, perché era facile perdersi nelle sue strade»... Le strade ancora fangose di Oliver Twist dove il futuro divo di Hollywood si aggira in cerca di emozioni, affascinato dalla madre attrice e cantante e dai suoi cassetti pieni di abiti e cianfrusaglie. 
«Il teatro, per me e mio fratello, era una stanza enorme abitata da tante persone bizzarre... Mentre mamma si esibiva sul palcoscenico, io e Sidney passavamo lunghe serate dietro le quinte». Charles si educa al vaudeville, guarda le ballerine con gli «abiti strani», segue il ritmo vocale di Hannah che un giorno perderà la voce e sprofonderà nell'assenza. Si è divisa dal marito, cantante rovinato dall'alcool, e finirà in un istituto per malattie mentali. Ma tornerà dai figli per regalare a Charlie quell'infinita infanzia dove «ho avuto fame e freddo ma sono stato felice.. pure se avevo i calzini bucati e il cappotto cucito e ricucito con pezzi di stoffe recuperate da vecchi bauli teatrali». 
Capitolo dopo capitolo, prende forma quel diavoletto che darà filo da torcere alle major, fondatore insieme a Mary Pickford, Douglas Fairbanks e David Wark Griffith della United Artist. 
Un doppio binario scorre nel libretto, una banda animata con la china, i bellissimi graffiti di Alessandro Sanna che delineano i contorni di Charlot e della sua vita, quasi una Chaplineide saltellante tra le righe, comica irresistibile a seguire i ricordi «tradotti» dall'autrice, memorie in versi, incalzante poemetto morale, attraversato da un filo rosso di suspense. 
Quando il bambino nella soffitta diventerà autore e interprete di Tempi moderni? L'operaio alla catena di montaggio, simbolo della sfida tra uomo e macchina, tra spirito di rivolta e sfruttamento.... Charlot «attore per caso» nasce nel dramma di uno spettacolo quando «la voce di mamma si spezzò e lei dovette uscire di scena fra i fischi». E qualcuno gli gridò «In scena Charlie... Sì, proprio tu». Aveva solo 5 anni. Dall'orfanotrofio di Norwood, dove finisce quando sua madre viene ricoverata, passando per l'esperienza degli Otto monelli del Lancashire, prime prove di umorismo fracassone, fino alla partenza per New York sulla scia del grande successo nei teatri britannici. «Era il 1910. Avevo 21 anni». Poi l'incontro fulminante con Mark Sennett e l'iperbolica comicità dei corti targati Keystone sulle rive della California. Pugile, ubriacone, pattinatore folle, poliziotto...
La narrazione in prima persona avvolge il lettore in una piacevole intimità e lo conduce verso il «grande travestimento», la metamorfosi finale. Da Charlie a Charlot. Calzoni sformati, giacchetta attillata, scarpe giganti, un bastone di bambù e una bombetta...
Dalla parte dei bambini, Il Monello (1921) tornerà ai tempi di Londra, alla miseria e alla felicità di quei giorni, là dove tutto cominciò con l'insegnamento del minuscolo «fuorilegge», aiutante del vetraio Charlot, che per vivere tira sassi alle finestre inseguito dalla polizia. L'inseguimento al grido di «sporco comunista» continuerà nel dopoguerra maccartista con Monsieur Verdoux (1947), che costringerà Chaplin al ritorno in Europa. Mai nessuno però smetterà di correre insieme a lui, inciampando nelle scarpone aperte come i sorrisi che ci regala Io e Charlot.

2.4.11

Finchè c'è guerra c'è speranza. L'export italiano di armi.

Il mondo scivola lentamente e impercettibilmente verso una guerra generale. Uno dei segni più evidenti riguarda il settore degli armamenti che sembra non conoscere crisi in nessuna parte del mondo. Perfino nella disastrata Italia la produzione e l'esportazione di armi e sistemi d'arma vanno a gonfie vele, come è ben sintetizzato nella scheda che ho recuperato da "il manifesto" di oggi (2 aprile 2011). E gli importatori non sono solo piccoli e sperduti paesi governati da dittatori megalomani e impegnati in guerre e guerriglie locali, ma assai più spesso Stati grandi e importanti. La scheda è firmata m.d. - Manlio Dinucci suppongo. (S.L.L.)
Il sistema anticarro Spike (la foto è tratta dal sito dell'esercito italiano)

Dal Rapporto annuale sull’esportazione di armamenti, presentato dal presidente del consiglio dei ministri il 31 marzo, emerge il quadro di una industria bellica che, a confronto di altri settori profondamente in crisi, gode «ottima salute».
Il valore delle esportazioni italiane di armamenti è passato da 1,8 miliardi di euro nel 2008 a 2,2 nel 2009 e a circa 2,8 nel 2010. E’ cioè aumentato di oltre il 50% in due anni.
Secondo i dati del 2010, circa il 46% degli armamenti (in termini di valore) viene esportato in paesi dell’Unione europea, il 12,5% in paesi Nato non appartenenti alla Ue, il 41,5% in paesi non appartenenti né alla Nato né alle Ue. Tra i maggiori importatori di armi italiane, tra i paesi Nato/Ue,  in testa la Germania, seguita da Gran Bretagna, Usa, Francia, Spagna, Turchia, Paesi Bassi, Romania, Cipro, Polonia, Austria, Bulgaria.
Tra i paesi non Nato/Ue, i maggiori importatori di armi italiane sono l’India, l’Arabia Saudita, laMalaysia, la Libia, il Qatar, il Marocco, gli Emirati Arabi Uniti, il Pakistan, l’Australia, l’Egitto, l’Oman, la Nigeria. Il campionario dei nostri mercanti di cannoni è vastissimo: aerei e navi da guerra, veicoli corazzati, missili, bombe, siluri, proiettili, agenti tossici, gas lacrimogeni e molti altri. Per il 2011 ci si attende un’ulteriore crescita delle esportazioni di armi: finché c’è guerra c’è speranza.(m.d.)


1.4.11

Impunità per i soliti noti (Giuseppe Di Lello - "il manifesto" 1 aprile 2011)

La proposta riforma costituzionale della giustizia, dati i necessari tempi lunghi e l'incognita di un referendum confermativo finale senza quorum, ha avuto solo un carattere intimidatorio nei confronti del potere giudiziario e non inciderà in nessun modo sull'andamento e sui tempi dei processi.
Se approvata, servirà per il futuro e assicurerà una più ampia impunità alle classi dirigenti memori, come ammesso onestamente dallo stesso Berlusconi, del cataclisma degli anni '90 e determinate a non correre più gli stessi rischi.
Di rincalzo è arrivato il disegno di legge sul processo breve, già approvato dal Senato, con le tagliole della fine immatura dei procedimenti che superino un certo numero di anni senza arrivare alla sentenza definitiva.
Questo, però, si è dimostrato indigeribile per gli sfracelli che sicuramente avrebbe prodotto in migliaia di processi, in corso e futuri, e con un sistema giudiziario lento e farraginoso: avrebbe accontentato certo molti imputati, ma avrebbe scontentato in maggior misura molti cittadini che si rivolgono al giudice per una sentenza e non per una prescrizione. Alla Camera il mostro è stato soffocato nella culla e sostanzialmente abbandonato perché ridotto solo una indicazione di massima sui tempi del processo, con eventuali ricadute disciplinari per i giudici ritardatari.
E però le urgenze premono e per l'oggi il Cavaliere - propaganda a parte - infatti non sa proprio cosa farsene della separazione delle carriere o della notizia di reato affidata alla sola ed amorevole cura dell'esecutivo, così come del processo breve i cui costi generali sembrano superiori ai suoi benefici individuali. Sono le urgenze che vanno affrontate, cioè i processi per i quali il Nostro potrebbe avere a breve delle sentenze che ritiene per certo essere sfavorevoli, dovendole emettere, a suo dire, plotoni di esecuzione più che collegi giudicanti.
Ecco allora la magia della prescrizione breve, anzi brevissima, dato che già la ex Cirielli le aveva dato una prima accorciata per gli incensurati (pena edittale più un quarto) mentre per i recidivi e gli abituali c'era stata una escalation con l'aumento della metà, dei due terzi e del doppio.
D'ora in poi, anche a processo pendente a causa del sacrosanto e civilissimo favor rei, per gli incensurati (e Berlusconi lo è, grazie anche alle diverse prescrizioni collezionate negli anni) la prescrizione scatterà allo scadere della pena edittale più un sesto: ulteriore accorciamento provvidenziale che fulminerà a breve alcuni processi del Capo, compreso quello che lo vede accomunato all'inglese Mills. Ecco perché il Cavaliere ha finalmente deciso di affrontare a viso aperto i giudici: ne guadagna in pubblicità da predellino e non paga nessun eventuale prezzo dato che tutto finirà in prescrizione.
E' la solita storia all'italiana che si ripete quanto alla "sostanza" della giustizia, al suo essere "di classe", termine sempre attuale e senza sinonimi che la possano meglio qualificare.
Pugno duro per i recidivi, gli abituali, gli emarginati, con lunghissimi termini di prescrizione alla consumazione dei quali non arrivano mai, per esempio, i processi ai tossicodipendenti o agli immigrati. Guanto di velluto e tappeti rossi per le persone "perbene" alle quali, oltre alle varie depenalizzazioni per i reati tipici (ricordiamo il falso in bilancio?) viene ora offerto anche la prescrizione brevissima per tenerli al riparo di condanne.
Certo, la legge continua ad essere uguale per tutti ma bisognerebbe specificare che tale uguaglianza si attua solo all'interno di varie categorie di persone, a compartimenti stagno, incomunicabili: da una parte i "buoni" e dall'altra i "cattivi", secondo il principio del doppio binario che è la negazione dello stato di diritto: la vera legge "svuota carceri" che questo governo ha riservato ai soli cittadini fortunati.

Come si deve fare un giornale rivoluzionario (di Petr Alekseevic Kropotkin)

"Alias", il supplemento culturale de "il manifesto", sabato scorso, per rievocare la Comune di Parigi e le novità politiche intellettuali da essa introdotte pubblicava dall'edizione Feltrinelli del 1969, un brano delle Memorie di un rivoluzionario di Kropotkin (1899), in cui il pensatore e agitatore anarchico russo rievoca  la sua esperienza di giornalista in Svizzera negli ultimi decenni del diciannovesimo secolo. Mi pare una pagina da meditare, una lezione ancora attuale. (S.L.L.)
I giornali socialisti hanno spesso la tendenza a diventare nient’altro che una raccolta di lamentele sulle condizioni attuali. Si parla dell’oppressione dei lavoratori nelle miniere, nelle fabbriche, nei campi; si dipingono al vivo le miserie e le sofferenze degli operai durante gli scioperi; si insiste nel dire come non abbiano armi con cui lottare di fronte ai loro padroni; e questo seguirsi di disperate lotte di settimana in settimana, ha sul lettore un effetto molto deprimente.
Come rimedio chi scrive confida soprattutto nelle parole ardenti con le quali cerca di infondere nei suoi lettori slancio e speranza. Io pensavo invece che un giornale rivoluzionario deve dare il resoconto di tutti i segni che, dovunque, preannunciano l’avvento di un’era nuova, il nascere di nuove forme di vita sociale, la rivolta crescente contro le istituzioni antiquate. Questi sintomi devono essere analizzati, confrontati, studiandone i rapporti più profondi e raggruppati in modo da dimostrare all’animo dubbioso dei più come le idee più avanzate incontrino dovunque un favore invisibile e spesso inconscio, quando nella società si verifica un risveglio dei pensieri. Fare che si senta di partecipare al palpito del cuore umano in tutto il mondo, alla sua ribellione contro le ingiustizie secolari, ai suoi sforzi per elaborare nuove forme di vita, questo dovrebbe essere il compito essenziale di un giornale rivoluzionario. È la speranza e non lo sconforto che porta alla vittoria una rivoluzione.
Gli storici ci dicono spesso che questo o quel sistema filosofico ha prodotto un certo cambiamento nel pensiero umano, e in seguito nelle istituzioni,ma questa non è la storia. I maggiori filosofi studiando la loro società non hanno fatto che afferrare gli indizi dei futuri mutamenti, ne hanno capito i rapporti intimi e, aiutati dall’induzione e dall’intuizione, hanno predetto quel che sarebbe avvenuto. Anche i sociologi hanno tracciato degli schemi di organizzazione sociale partendo da alcuni principi e sviluppandoli nelle loro conseguenze logiche, così come da pochi assiomi in geometria si arriva a una conclusione; ma questo non è sociologia. Non si può fare una giusta previsione sullo sviluppo di una società se non si tengono d’occhio i più tenui indizi di una vita nuova, separando i fatti fortuiti da quelli organicamente essenziali e costruendo la generalizzazione su queste fondamenta.
Era questo il sistema di pensiero al quale cercavo di abituare i nostri lettori – servendomi di parole chiare e comprensibili, in modo da abituare i più umili a giudicare da sé la direzione in cui cammina la società e a correggere da sé il pensatore se costui arriva a conclusioni false. Quanto alla critica delle condizioni presenti, ne feci solo quando era necessario per mettere a nudo le radici dei mali e per mostrare che le ragioni prime di tutti i mali sociali sono un feticismo vivo e profondo per le sopravvivenze antiquate di fasi già superate dell’evoluzione sociale e una grande inerzia del pensiero e della volontà.

La fortezza Europa e la Libia. La testimonianza di Gabriele Del Grande.

“Fortress Europe” è il blog di Gabriele Del Grande, che da quattro anni viaggia nel Mediterraneo, lungo i confini dell'Europa, alla ricerca delle storie che fanno la storia, quella “che studieranno i nostri figli, quando nei testi di scuola si leggerà che negli anni duemila morirono a migliaia nei mari d'Italia e a migliaia vennero arrestati e deportati dalle nostre città. Mentre tutti fingevano di non vedere”. Sulle sue inchieste ha costruito un libro, Il mare di mezzo (Infinito edizioni, 2010), utilissimo a capire molte cose degli ultimi decenni e forse anche degli ultimi mesi.
Del Grande è un entusiasta, ama di cuore la gioventù nordafricana e nelle sue corrispondenze si legge tra le righe l’ammirazione per una vitalità e una forza che da noi è difficile ritrovare; ma è soprattutto un giornalista onesto che racconta ciò che vede e ascolta, cerca di capirlo e di farlo capire, senza cinismo. Capita così che le sue impressioni e valutazioni sulla crisi libica appaiano ugualmente e abissalmente distanti da quelle di tutti i propugnatori di verità partigiane e indiscutibili: nel caso della Libia da quelle di chi racconta inesistenti massacri di civili a migliaia da parte dei gheddafiani per giustificare bombardamenti e, forse, invasioni o di chi, al contrario, spiega ogni cosa con complotti da mesi studiati a tavolino dall’imperialismo anglo-francese per colpire il colonnello nazionalista a loro ostile.
La mia conoscenza della recente vicenda libica (e quella di tanti, credo) è, tuttora, molto imperfetta, inquinata com’è non solo da deformazioni di comodo ma da una vera e propria “disinformazia”. Vedo con chiarezza che il conflitto di Libia prende le pieghe di un’antica guerra coloniale, in cui i cosiddetti “ribelli”, di buon grado o loro malgrado, lavorano, come gli “ascari” di un tempo per favorire i colonizzatori protesi a stabilire un protettorato imperiale. E ancora più chiaramente osservo che tutto ciò favorisce lo scivolare verso una guerra generale. Non azzardo però pronunciamenti su quanto può essere avvenuto nell’oscurità e sul fatto che chi ha promosso la “campagna d’Africa” l’abbia preparata da tempo o abbia colto soltanto colto un’opportunità dall’insofferenza verso il regime e il suo capo.
Non per questo pretenderò la verità da un testimone diretto come Del Grande. Saggiamente la scienza storiografica ha abbandonato l’approccio degli antichi greci che consideravano preminente l’autopsia (cioè l’aver visto con i propri occhi) rispetto a tutte le altre forme di documentazione. Vale anche per la contemporaneità: un onesto reportage non ci dà la “verità” ma è soggetto alla parzialità dei punti di vista, agli abbagli dell'eccesso di luce e agli “inganni” della prospettiva. Di conseguenza, mentre mi fido dell’onestà dei giudizi di Del Grande, non mi pronuncio sulla sua lettura complessiva, per la quale rimando, nel suo sito, al dialogo con Alma Allende, corrispondente di “Rebellion” (http://fortresseurope.blogspot.com/2011/03/generazione-revolution-da-benghazi.html). Ho comunque l’impressione, desunta da altre, ugualmente attendibili testimonianze, che nell’approccio di Del Grande, tutto proteso ad esaltare il significato rivoluzionario della rivolta di Bengasi, ci sia il rischio di occultare non il “grande complotto” (che probabilmente non c’è) ma i piccoli complotti di piccoli uomini come il Berlusconi francese, quel Sarkosy che spera un rilancio dell’immagine appannata, successi elettorali e affari per i suoi amici.
Mentre rimando al blog di Del Grande quanti volessero conoscerne in dettaglio le opinioni, ne posto qui la pagina Fortezza Europa che egli sistematicamente aggiorna facendo i conti della odiosa politica mediterranea dell’Europa, mettendo in fila solo le vittime rigorosamente accertate. (S.L.L.)
 Fortezza Europa
di Gabriele Del Grande 
Giorno per giorno, da anni, il mare di mezzo è divenuto una grande fossa comune, nell'indifferenza delle due sponde del mare di mezzo.
Dal 1988 almeno 15.760 giovani sono morti tentando di espugnare la fortezza Europa. Ne abbiamo le prove. Sono migliaia di articoli recensiti negli archivi della stampa internazionale. Potete consultarli per area geografica e per anno di pubblicazione. Vi proponiamo anche i bollettini mensili, la sezione statistica sugli sbarchi e una pagina di approfondimento.
Nel Mar Mediterraneo e nell'Oceano Atlantico verso le Canarie sono annegate 11.150 persone. Metà delle salme (6.649) non sono mai state recuperate.
Nel Canale di Sicilia tra la Libia, l'Egitto, la Tunisia, Malta e l'Italia le vittime sono 4.249, tra cui 3.110 dispersi.
Altre 186 persone sono morte navigando dall'Algeria verso la Sardegna.
Lungo le rotte che vanno dal Marocco, dall'Algeria, dal Sahara occidentale, dalla Mauritania e dal Senegal alla Spagna, puntando verso le isole Canarie o attraversando lo stretto di Gibilterra, sono morte almeno 4.551 persone di cui 2.332 risultano disperse.
Nell'Egeo invece, tra la Turchia e la Grecia, ma anche dall'Egitto alla Grecia, hanno perso la vita 1.389 migranti, tra i quali si contano 840 dispersi. Infine, nel Mare Adriatico, tra l'Albania, il Montenegro, la Grecia e l'Italia, sono morte almeno 637 persone, delle quali 253 sono disperse. Inoltre, almeno 629 migranti sono annegati sulle rotte per l'isola francese di Mayotte, nell'oceano Indiano.
Il mare non si attraversa soltanto su imbarcazioni di fortuna, ma anche su traghetti e mercantili, dove spesso viaggiano molti migranti, nascosti nella stiva o in qualche container, ad esempio tra la Grecia e l'Italia. Ma anche qui le condizioni di sicurezza restano bassissime: 153 le morti accertate per soffocamento o annegamento.
Per chi viaggia da sud il Sahara è un pericoloso passaggio obbligato per arrivare al mare. Il grande deserto separa l'Africa occidentale e il Corno d'Africa dal Mediterraneo. Si attraversa sui camion e sui fuoristrada che battono le piste tra Sudan, Chad, Niger e Mali da un lato e Libia e Algeria dall'altro. Qui dal 1996 sono morte almeno 1.703 persone. Ma stando alle testimonianze dei sopravvissuti, quasi ogni viaggio conta i suoi morti. Pertanto le vittime censite sulla stampa potrebbero essere solo una sottostima. Tra i morti si contano anche le vittime delle deportazioni collettive praticate dai governi di Tripoli, Algeri e Rabat, abituati da anni ad abbandonare a se stessi gruppi di centinaia di persone in zone frontaliere in pieno deserto
In Libia si registrano gravi episodi di violenze contro i migranti. Non esistono dati sulla cronaca nera. Nel 2006 Human rights watch e Afvic hanno accusato Tripoli di arresti arbitrari e torture nei centri di detenzione per stranieri, tre dei quali sarebbero stati finanziati dall'Italia. Nel settembre 2000 a Zawiyah, nel nord-ovest del Paese, vennero uccisi almeno 560 migranti nel corso di sommosse razziste.
Viaggiando nascosti nei tir hanno perso la vita in seguito ad incidenti stradali, per soffocamento o schiacciati dal peso delle merci 367 persone. E almeno 246 migranti sono annegati attraversando i fiumi frontalieri: la maggior parte nell'Oder-Neisse tra Polonia e Germania, nell'Evros tra Turchia e Grecia, nel Sava tra Bosnia e Croazia e nel Morava, tra Slovacchia e Repubblica Ceka e nel Tisza tra Serbia e Ungheria. Altre 114 persone sono invece morte di freddo percorrendo a piedi i valichi della frontiera, soprattutto in Turchia e Grecia. In Grecia, al confine nord-orientale con la Turchia, nella provincia di Evros, esistono ancora i campi minati. Qui, tentando di attraversare a piedi il confine, sono rimaste uccise 92 persone.
Sotto gli spari della polizia di frontiera, sono morti ammazzati 282 migranti, di cui 37 soltanto a Ceuta e Melilla, le due enclaves spagnole in Marocco, 50 in Gambia, 121 in Egitto - di cui 83 alla frontiera con Israele - e altri 32 lungo il confine turco con l'Iran e l'Iraq. Ma ad uccidere sono anche le procedure di espulsione in Francia, Belgio, Regno Unito, Germania, Spagna, Svizzera e l'esternalizzazione dei controlli delle frontiere in Marocco e Libia. Infine 41 persone sono morte assiderate, viaggiando nascoste nel vano carrello di aerei diretti negli scali europei. E altre 33 hanno perso la vita tentando di raggiungere l'Inghilterra da Calais, nascosti nei camion che da lì si imbarcano per Dover o sotto i treni che attraversano il tunnel della Manica, oltre a 12 morti investiti dai treni in altre frontiere e 3 annegati nel Canale della Manica.

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