4.2.13

Hispanidad. Alle origini del razzismo (di Giorgio Fabre)

L’articolo qui “postato”, recensione di un libro di Adriano Prosperi, mi pare molto ricco di informazioni e di indicazioni di approfondimento. Che il “razzismo operativo” avesse matrice cattolica era da tempo un  sospetto non solo mio; in queste ricerche sembra trovare una solida conferma. (S.L.L.)
Isabella di Castiglia e Ferdinando d'Aragona, il Cattolico
Pochi se ne sono accorti, ma è in corso una discussione piuttosto accesa, soprattutto accademica, su un tema spinoso, la cui posta in gioco è alta. Si è tornati a parlare, in altre parole, del processo di Civilizzazione portato avanti dall’Occidente: un tema su cui ci si lacerò qualche lustro fa, quando uscì il primo volume di Black Athena di Martin Bernal (1987). Era un libro, qualcuno se ne ricorderà (tra l’altro è stato appena riproposto dal Saggiatore), che in quel lungo processo dava il primato cronologico all’Africa e all’Asia invece che all’Europa.
Nel caso di cui si sta parlando la discussione è invece sul fatto che l’Occidente ha creato e coltivato per secoli – o addirittura millenni – il razzismo sfociato nell’Olocausto e nei genocidi del Novecento. Un passaggio fondamentale nell’elaborazione di tesi del genere è stato il libro di Benjamin Isaac, The Invention of Racism in Classical Antiquity (2004), che poi ha avuto uno svolgimento rilevante in un successivo convegno e in una raccolta di saggi di vari autori pubblicata dalla Cambridge University Press due anni fa (The Origins of Racism in the West, a cura di Miriam Eliav-Feldon, dello stesso Isaac e di Joseph Ziegler).
Isaac ha fatto risalire l’elaborazione dell’idea di razzismo all’antica Grecia e a Roma, per poi scendere, in The Origins of Racism, per i rami del Medioevo, della Spagna del Tre-Cinquecento, fino ad arrivare al protestantesimo. Isaac e i suoi collaboratori hanno quindi tagliato alla radice l’idea edificante che l’Europa abbia avuto una missione storica di civilizzazione. Che è un’idea che invece – contro ogni evidenza – da ultimo sembra aver preso largo piede: si ricordi i peana alla Civiltà europea che si udirono quando le nostre élite politiche cercavano (invano) di elaborare una Costituzione europea. O si pensi all’ircocervo storico che è la «civiltà ebraico-cristiana», che ancora oggi qualcuno cerca di imporre come fondamento della nostra Europa.
Si capisce quindi che le tesi di Isaac e collaboratori siano state, come è successo, osteggiate.
È nell’ambito di questo tipo di discussioni che si deve inquadrare l’ultimo libro di Adriano Prosperi,
Il seme dell’intolleranza (sottotitolo: Ebrei, eretici, selvaggi: Granada 1492, Laterza): un libro lieve ma duro, asciutto, concreto e – grande qualità – propositivo di tesi. Il suo tema è l’analisi di una delle date-cardine della storia mondiale, il 1492. Prosperi ricostruisce ciò che di fondamentale accadde in quell’annus mirabilis in Spagna, paese allora guidato dal re Ferdinando d’Aragona e dalla moglie Isabella di Castiglia. Tre sono gli avvenimenti su cui si concentra e che si succedettero a distanza di pochi mesi: il 2 gennaio cadde l’ultimo caposaldo del dominio moresco, Granada; il 31 marzo i due re firmarono l’editto di espulsione dalla Spagna di tutti gli ebrei, da completare entro la fine di luglio; il 17 aprile fu firmato l’accordo degli stessi con Colombo per l’invio delle tre caravelle in quelle che molto più tardi divennero le Americhe.
Il libro collega tra loro questi avvenimenti nell’unico progetto (davvero grandioso) dei due re, e soprattutto di Ferdinando: un personaggio di cui Machiavelli capì e descrisse con precisione la grandezza del dominatore e l’ambiguità dei princìpi. Era il progetto di fare della Spagna la più grande potenza del Continente, fornendola, allo scopo, di un profilo identitario fortissimo: l’Hispanidad, che a quel punto era stata liberata da qualsiasi limitazione territoriale, e ora era anche purificata da presenze che avrebbero potuto minarne la caratteristica fondamentale, la natura cattolica. Infine, con Colombo, veniva proiettata verso la conquista di enormi spazi esterni.
Ed ecco il razzismo, anzi, «il primo tentativo di soluzione radicale della questione ebraica in Europa» (p. 83).
A differenza di Isaac e di molti dei saggisti di The Origins of Racism, Prosperi non scrive però una storia delle idee, ma storia vera e propria, ricostruisce avvenimenti ed espone ragioni e cause. Perché l’autore di questo notevole libriccino identifica (o meglio, cauto, propone di identificare) il punto di passaggio verso un vero e proprio razzismo operativo. È la questione dei convertiti ebrei (conversos). Il decreto di espulsione del 31 marzo 1492 dichiarò come propria ragione sostanziale la necessità di separare in via definitiva gli ebrei dai cristiani e tra questi, in primis, proprio i conversos. Prosperi illustra e commenta un paio di documenti che mostrano che il decreto fu in parte ricopiato da una lettera dell’Inquisitore Tomás de Torquemada, scritta appena undici giorni prima (il 20 marzo) al vescovo della città di Girona, per ordinare che tutti gli ebrei fossero espulsi da quella città. Quella lettera si diffondeva sul problema dei conversos, e sul fatto che essi facilmente venissero convinti (e convincessero altri ebrei) a ritornare alla loro fede originaria. Fu quello il punto di slittamento dalla persecuzione religiosa a quella razziale vera e propria: da allora in poi, dopo un atto così grave e massiccio come l’espulsione da tutto il paese di tutti gli ebrei, i conversos divennero una minaccia da stanare. La questione diventava le radici famigliari, non la religione.
Così il concetto di limpieza de sangre, già penetrato nel paese negli anni precedenti dietro all’Inquisizione, da una parte andò a rafforzare quello di Hispanidad; dall’altra divenne un criterio selettivo all’interno delle istituzioni per eliminare gli elementi «pericolosi», coloro che non avevano ascendenze pure. Se già uno storico come Yosef Yerushalmi aveva identificato nelle vicende spagnole l’apparizione del «concetto razziale degli ebrei», Prosperi dà corpo a fatti e motivazioni precisi.
Siamo ben prima della Conquista delle Indie e dal razzismo predatorio che se ne sviluppò. E ben dentro una storia dell’Occidente europeo, dove si vedono nascere nuovi stati e imperi e dove una religione, quella cattolica, ancora non lacerata da Martin Lutero, fornisce ispirazione. Proprio in questo nodo potrebbe essere nato (ed essere diventato «modello») un razzismo fornito di motivazioni, che elaborava decisioni, affrontava «problemi» ed escogitava soluzioni.
È inutile, a questo stadio, cercare una continuità diretta tra il razzismo del 1492 e, mettiamo, quello biologico nazista e di Mussolini. Ma certo colpisce – e Prosperi, che è pure un avvertito storico dell’epoca contemporanea, lo sa – che alcune «soluzioni» escogitate allora le ritroviamo poi nei due regimi razzisti europei: come l’uso degli elenchi dei cognomi (p.112) per identificare gli ebrei; l’attuazione di una spogliazione di stato, ma oculata, dei beni degli espulsi e degli espellendi; l’appoggio alla religione per dichiarare l’identità razziale, che come si sa divenne un cavallo di battaglia di Mussolini. Del resto, una pagina del diario di Claretta ci dice che il duce, per la persecuzione degli ebrei, aveva presente qualche lontano precedente storico, anche se purtroppo la donna non capì bene e trascrisse un nome improbabile.
Un libro così pone molti utili interrogativi e sarebbe interessante che l’autore in futuro ne affrontasse qualcuno. Per esempio, viene da chiedergli se ritiene che, nella definizione di quel «razzismo operativo», abbia avuto più peso l’intervento dello Stato (o del «potere», come dice Prosperi) o quello di una Chiesa talvolta perfino benevola verso i perseguitati. E inoltre, se anche in seguito venne stabilito un rapporto così necessario, in altri stati moderni che si delinearono dopo la Spagna, tra la persecuzione razziale e la nascita di quegli stessi stati. Potrebbe essere una bella sorpresa scoprire che la persecuzione è in qualche modo proprio connaturata allo stato moderno europeo.

“alias - il manifesto” 8 ottobre 2011

Libia 1911-1912. L’armata dei nuovi media

Imperialismo e comunicazioni di massa.
Un nuovo senso del reale
Luca Mazzei, Giovanni Spagnoletti
1912, Ufficiali italiani passano in rivista prigionieri libici
“La Guerra. Chi può ormai restare indifferente a questa parola?E chi non sente il desiderio di seguirne le fasi? Le descrizioni di una guerra che si leggono giornalmente, non bastano ad appagare la bramosia del pubblico. Il cinematografo supplisce esso pure a questo bisogno, e oggi se ne ha prova nell’assistere alle bellissime cinematografie che si rappresentano al Cinema-Centrale di piazza del Duomo (di Milano), dove tutti i giorni si riproducono gli episodi salienti della guerra Italo-Turca”.
Già. La Guerra del 1911-12. La prima del ’900 per l’Italia. Iniziata il 29 settembre 1911 con il bombardamento di Tripoli, il 13 gennaio 1912, giorno in cui sul milanese “Il Secolo” usciva questo piccolo corsivo redazionale, aveva già fatto decine di migliaia di morti. Sulle dune. Fra le trincee. Nelle case. Sulle forche fatte appendere da Caneva sulla pubblica via. Tutti ne parlavano. Anche all’estero. Eppure è una guerra che, in seguito, a lungo abbiamo dimenticato, lasciandola a una memoria pubblica debole che spesso la ha confusa con altre (chi l’ha iniziata? e perché? e che succedeva nel 1915-’18, quando «quella mondiale» era in corso? e Graziani quando arriva? e la colonia quando la perdiamo? e i turchi? che ci facevano i turchi?).
Qualcosa in più oggi lo si sa.
Delle stragi, delle difficoltà nell’avanzare, della sconfitta del fronte pacifista, spaccato in due e convertito all’azione in pochi mesi, delle motivazioni che mossero gli interventisti, dei confronti accesi che scatenò. Il dibattito storico, per opera soprattutto di studiosi come Angelo Del Boca prima, e Nicola Labanca poi, è stato su questo, negli ultimi decenni, fruttuoso e serrato. Poco invece si conosce tutt’oggi di altri aspetti, come il presentarsi di quel conflitto agli occhi dei cittadini italiani e del mondo come guerra coloniale diversa, cioè come prima «grande guerra» tecnologica. Non quindi come «eroica piccola avventura coloniale di un popolo che diventa grande e che ben presto si farà vedere» (in fondo era l’idea retorica e magniloquente di Pascoli, con il suo mito della «Grande proletaria» che si muove…) ma piuttosto come sogno a occhi ad aperti di un’industria in crescita, nonché di un’Italia che voleva essere ricordata, a qualunque costo, per il suo grande potenziale d’innovazione.
Nei 12 mesi e 20 giorni che racchiusero il conflitto (quello ufficiale, perché la guerriglia con i libici continuò anche dopo, e fu anzi più sanguinosa di prima), l’Italia d’altronde non si fece mancare niente. Corazzate, sommergibili e cacciatorpediniere sul mare. Camion e cannoni semoventi sul terreno. Palloni frenati, dirigibili, aerei, foto, riprese cinematografiche e bombe, dal cielo (queste ultime, triste primato nella storia).
Ma più che quello tecno-offensivo fu soprattutto l’apparato mediale che nacque e s’ingrandì a vista d’occhio. Perché come si dimostrò pienamente in quell’occasione, non è solo la bomba che esplode quella che permette a una nazione di imporsi ma lo è anche il medium, cioè quello strumento ancor più moderno che rende la bomba arma capace di scoppiare altrettanto efficacemente in ogni luogo: a qualche decine di km dal fronte come nella case dell’oltremare dove la si vive solo immaginandola.
Ecco dunque arrivare in campo, insieme ai fucili e ai cannoni anche grandissimi apparati comunicativi. Prime fra tutte, quasi a spalla delle operazioni di taglio dei cavi telegrafici sottomarini usati dal nemico (curioso anche il modo con cui si distrussero, prima intrufolandosi nelle comunicazioni con un tentativo di contatto in francese, poi, alla risposta positiva, il taglio del cavo, come in un racconto di Sherlock Holmes), le grandi stazioni radio «ultrapotenti».
Ecco il telegrafo mobile, in uso qui per la prima volta per motivi militari. Li metterà in piedi entrambi lo stesso Marconi, assunto dall’esercito come ufficiale in servizio non effettivo. E poi ancora, a gennaio, ecco arrivare sulle linee nemiche, dall’aereo, come pioggia dal cielo, i volantini in arabo, appropriandosi di un sistema appena inventato dai francesi in Marocco pochi giorni addietro. E poi gli interventi letterari (Pascoli, e d’Annunzio, ma anche Marinetti che proprio qui vedendo per la prima volta in azione aerei, telegrafi, mitraglie e cinematografie, pensava i primi pezzi del suo ZangTumb Tumb) e le canzoni (tante canzoni), nonché le mille marcette (tantissime anche quelle, forse ancor di più) che accompagnano, una per una, tutte le partenze per il fronte e i ritorni in patria degli stralunati e delusi soldati, celebrati paesino per paesino quando non portati in processione, sindaco in testa e bandierine alla mano, quali santi della nuova patria.
Ma il colpo di modernità più rilevante arriva subito, a Tripoli, il 14 ottobre, quando poco dopo lo sbarco del grosso delle truppe, insieme all’esercito delle salmerie e delle vettovaglie arriva il primo drappello dell’armata dei giornalisti. Fra loro, controllatissimi come gli altri (regole stringenti, programmi serrati) anche una figura in più: i cinematografisti. Sì anche loro, perché in Italia (e non solo) si è capito che molto del successo sta proprio in quella sottile linea che divide la comunicazione dei momenti gloriosi (che tutti in patria si aspetta siano immediati) dalla retorica più noiosa della propaganda.
Così, se già 10 anni prima la guerra boera ha visto i reporter di Edison ricostruire sul campo scene d’attualità, e se del pari è stato per la guerra russo-giapponese e per quella franco-marocchina, anche la guerra libica avrà ora le sue cinematografie. Tante. Molte di più. Tre le ditte che si fanno concorrenza la Cines, la Pathé, la Luca Comerio Film, le prime due accreditate presso l’Esercito, la terza, probabilmente, presso la Marina (un’altra, una piccola associazione di cinematografisti, la L.S.S.P., legata al quotidiano “Il Mattino” si accoderà in corsa in primavera, al tempo delle operazioni nell’Egeo).
Numerose le corrispondenze che mandano. Anche due per settimana a testa. E il pubblico risponde con animazione. Forse anche troppa. Delirii, ma anche fischi botte e spari (contro lo schermo, contro chi fischia, contro chi fa rumore, contro la musica…), e seppure solo in altri paesi, tumulti e arresti.
Si scopre così insieme al valore metaforico di un medium come il cinema che ti fa vedere la battaglia senza pericolo che qualche colpo di fucile turco-arabo sfugga per caso fuori dalla film…— come scrisse al tempo Nino Salvaneschi sul “Resto del Carlino” — la sua incredibile e incontrollabile potenza emozionale, il suo accendere passioni difficili poi da disciplinare. Perché, se come diceva l’ignoto pubblicitario della Pathé, la parola non bastava più (ma si dimenticava le tante lettere che giungevano dal fronte e che mostravano il nascere e diffondersi accanto alla retorica ufficiale, della scrittura popolare), neanche la retorica dello schermo, così come la si conosceva infatti, entro poco sarebbe servita più a reggere il colpo. La morte, il dolore, la sofferenza, di cui si facevano latrici le lettere dal fronte, incontrandosi con la improvvisa fotogenia della guerra, portarono ben presto alla richiesta, comparsa in sordina nel 1912, poi fattasi sempre più pressante, di corrispondenza fra fisicità dello schermo e riproduzione cinematografica.
Non basterà più d’ora in poi far muovere persone e oggetti nel quadro per far sì che tutto sia percepito come vero. Punto massimo della stagione delle cineattualità, la guerra del 1911-’12 segnò anche l’inizio della loro morte. Nonché il sorgere di un nuovo senso del reale «socialmente corretto» nella forma della propaganda. Il cinema di guerra moderno poteva prendere la parola.

alias 8 ottobre 2011

Avevo un amante... Un sogno erotico di Theodor W. Adorno

Theodor W. Adorno (1903-1969), musicologo e filosofo, è uno dei più importanti pensatori del Novecento. Tra i fondatori della cosiddetta "Scuola di Francoforte" è autore dei Minima moralia e, insieme a Max Horkeimer, della Dialettica dell'Illuminismo.
Per oltre trent'anni Adorno annotò al  risveglio, senza alcun commento, ciò che rammentava dei propri sogni. Questo materiale, di indubbio interesse per la ricostruzione della sua personalità, è diventato,  alcuni decenni dopo la sua morte, un libro (ma lo stesso sognatore aveva progettato una pubblicazione in volume, per cui aveva abbozzato una sorta di prefazione).
Il testo qui riportato è ripreso dall'anticipazione della edizione italiana (I miei sogni, Bollati Boringhieri, 2007) apparsa sul "manifesto". Risale all'ultimo periodo della vita di Adorno. (S.L.L.) 
17 dicembre 1967
Avevo un'amante di straordinaria bellezza ed eleganza, ricordava A., ma aveva qualcosa della gran dama, ero molto orgoglioso di lei. Mi diceva che dovevo assolutamente procurarmi una macchina lava-pene. Quando obiettavo che facevo il bagno tutti i giorni e mi tenevo estremamente pulito, rispondeva che solo quella macchina garantiva che in quel posto si fosse privi di ogni odore fastidioso; solo se me ne fossi comprato una avrebbe continuato ad amarmi con la bocca. Non ero sicuro che lei non fosse una rappresentante della ditta che produceva la macchina. Svegliato ridendo.

"il manifesto", 17 ottobre 2007 
  

Venticinque anni dopo. SuperByron (di Irene Bignardi)

Nel 1988, in occasione del secondo centenario della nascita  di George Byron, una mostra ravennate ne rievocò le vita avventurosa e l’opera letteraria, con una attenzione particolare alle frequentazioni italiane e ravennati del poeta. Il commento alla mostra di Irene Bignardi (da “la Repubblica”) mi pare tuttora un utile approccio alla complessa figura dell’autore dell’Aroldo, alle sue contraddizioni, alla sua ambigua modernità. (S.L.L.)
A percorrere le belle sale della Biblioteca Classense, tra i ritratti e i documenti, tra le edizioni rare e i video, tra i busti e i cimeli che la città di Ravenna ha raccolto per celebrare George Byron con una grande mostra appena inaugurata, non ci si può sottrarre a una tentazione irresistibile come la maggior parte delle tentazioni.
La tentazione è quella di sovrapporre al poeta e al suo personaggio i modelli di oggi o di appena ieri.
l modello maledetto, un po' hippy, dell' intellettuale che cerca e trova una lotta ideale e politica per cui battersi (e, nel caso di Byron, in cui lasciare la vita).
Il modello di un rappresentante della classe alta che dirazza e sceglie la causa degli altri (il discorso con cui il giovane Byron debuttò alla Camera dei Lords in difesa degli operai delle industrie tessili, colpevoli di aver fatto a pezzi i telai meccanici, è qualcosa che l' Inghilterra non gli perdonò e non gli ha ancora perdonato, visto che, solo tra i grandi, Byron continua a restare sepolto fuori dal terreno sacro di Westminster).
E poi il modello turbolento di una grande libertà sentimentale e sessuale, all' insegna di un dongiovannismo più subìto che cercato (diceva, il bel Lord, di essere stato stuprato più di qualsiasi essere vivente dalla guerra di Troia in poi), di un' ambiguità e inquietudine tranquillamente esibite e cantate (dagli amori con l' infelice sorellastra Augusta a quelli con il suo scudiero greco).
E ancora il modello yuppie di un ossessivo cultore della propria forma fisica e dell' eleganza. Perché passi per i colossali conti che Byron pagò sempre a sarti e dentisti (tanto che arrivato in Italia chiedeva con insistenza al suo editore John Murray di spedirgli regolarmente, appunto, una certa polvere dentifricia rossa, gli spazzolini, gli unguenti e i raschiacalli che lo aiutavano nelle sue rigorose toilette). Ma Byron, a quanto risulta, visse un' anticipatoria vocazione per le diete, e pur laureato in tutti i vizi principali, tra cui quello della gola, quando riuscì, da giovanottone di cento chili afflitto anche dal complesso del piede deforme, a trasformarsi nel bellissmo dandy che noi conosciamo, continuò per tutta la vita a digiunare. Ad Atene, aboliti saggiamente carne e vino, mangiava solo riso e beveva acqua e aceto. Nel 1813, in Inghilterra, si limitava a sei biscotti secchi al giorno e a bere the cinese verde.

Jack il pazzo
Il modello, infine, di una popolarità affidata all'immagine, alla leggenda, persino al pettegolezzo più, forse, che non alla stessa clamorosa notorietà della sua poesia (che pure raggiunse per l'epoca tirature e vendite vertiginose), e che fa di Byron un precursore della stagione dello star-system e dei mass-media. Prova ne sia che spesso le opere che pubblicava erano accompagnate, in un'epoca ancora innocente, da massicce dosi di qualcosa che assomigliava alla pubblicità.
Insomma Byron come personaggio di grande modernità.
Sarà anche per questo che gli organizzatori della mostra di Ravenna, tra cui Donatino Domini che ha curato il bel catalogo edito da Longo pieno di saggi e di contributi, sostengono, anche se la mostra si inaugura in pieno '88, di non aver voluto celebrare un anniversario. Cosa per la quale sarebbero in effetti un po' in ritardo, visto che Byron, come ha già ricordato su queste pagine Guido Almansi il 22 gennaio scorso, nacque con il nome di George Gordon proprio il 22 gennaio 1788 in un modesto appartamento di Holles Street a Londra, da un capitano noto come Jack il pazzo e dall' ereditiera scozzese che il suddetto capitano avrebbe spogliato di ogni penny prima di piantarla e scomparire per sempre. E visto che il poeta è stato in questi mesi celebrato variamente in giro per il mondo, dal libro che l'ex leader laburista Michael Foot ha dedicato alle sue idee politiche alla mostra che il Museo Delacroix di Parigi ha inaugurato in giugno con tutto ciò che Byron ha ispirato a Delacroix stesso.
La mostra, invece, vuole soprattutto essere un omaggio autonomo della città di Ravenna al poeta che a Ravenna è lungamente vissuto.
George Byron, già carico di gloria e di fortuna, oltre che di piccanti leggende e di una fama sulfurea, approdò infatti a Ravenna per amore nel 1819. Da quando, per una serie di morti degne di Sangue blu, aveva imprevidibilmente ereditato il titolo di Lord Byron, il poeta aveva scandalizzato la Camera dei Lords, aveva pubblicato i primi canti di Childe Harold, aveva compiuto un Grand Tour anomalo che lo aveva portato alla periferia dell' impero di allora, dal Portogallo all' Albania alla Turchia. Aveva amato un numero inverosimile di donne, da Lady Caroline Lamb alla sorellastra Augusta Leigh (“Benché umana tu non m' ingannasti...” comincia una lacerante poesia a lei dedicata che accompagna, nella mostra, un bellissimo ritratto della donna amata).
Si era sposato con una ragazza bella e nobile, che per lui rimase però la principessa dei parallelogrammi e la mia matematica moglie, con cui ebbe la figlia Ada e da cui si separò prontamente e scandalosamente dopo un anno di matrimonio. Sull'onda dei suoi dissensi politici e dello scandalo aveva lasciato l'Inghilterra, aveva conosciuto Shelley, aveva passato con lui, con sua moglie Mary, con la di lui sorellastra Claire Clairmont e il dottor Polidori la torrida estate 1816 a Villa Diodati, sul lago di Ginevra, da cui nacquero sia il Frankenstein di Mary Shelley sia una sfortunata bambina di nome Allegra, avuta con Claire e destinata a morire a cinque anni in un convento di Bagnacavallo. Ed infine era arrivato, preceduto dalla sua fama letteraria e personale, a Venezia, a Palazzo Mocenigo, dove scrisse tantissimo, da cui inviò quotidianamente decine di lettere ad amici ed amanti, dove diede sfogo alla sua scatenata vitalità nuotando dal Lido fino a Mestre e intrecciando intrighi amorosi.
Finché un giorno, nel salotto della contessa Benzoni, Byron conobbe Teresa Gamba, diciannove anni, moglie del sessantenne conte Guiccioli di Ravenna. Fu per lei che Byron si trasferì a Ravenna. Fu per lei che accettò di impersonare, con molta autoironia, il ruolo del cavalier servente, trasferendosi addirittura a vivere nelle sale di Palazzo Guiccioli, con il beneplacito del conte.
La sua fuga senza fine si fermò per un po' in quello che fu un grande amore, di cui alcuni autografi esposti a Ravenna riproducono tutti i balbettamenti insensati, comprese le crocette al posto dei baci e le tenerezze in codice. La fuga riprese quando Teresa Guiccioli fu esiliata assieme alla sua famiglia, carbonara, che aveva coinvolto anche Byron nelle sue attività rivoluzionarie. Byron raggiunse Teresa a Pisa. La felicità forse era finita. Certo irruppe nella apparente tranquillità la morte di Shelley, finito in un naufragio al largo di Livorno e cremato sulla spiaggia di Viareggio sotto gli occhi dell'amico.
Nel settembre 1822 Byron si trasferì a Genova e il 13 luglio 1823 (venerdì) partì per la Grecia, per andare a combattere contro i Turchi nella battaglia per la liberazione della sua amata Ellade.
Affrontò anche questo, come tutto il resto della sua vita, passioni e frivolezze comprese, con grande serietà e senso dell'ironia insieme. Ma il destino non gli fu amico. E dopo una misteriosa crisi e alcuni salassi assassini, Byron morì, a trentasei anni, il 19 aprile 1824, in mezzo alle pianure di Missolungi.
Di questo poeta dimenticato e di questo personaggio ingigantito dalla leggenda, la mostra di Ravenna segue tutto il percorso umano e poetico. Ed inevitabilmente, visto che Byron poeta è certo meno letto di altri suoi contemporanei, chi esce vincente è il personaggio, la sua vicenda umana, la sua forza, la sua bizzarria e la sua simpatia. I quadri bellissimi o curiosi di Turner e di Géricault, di Eastlake o di Thorvaldsen, le incisioni e le stampe, le mappe e le caricature, ci restituiscono così Byron e le sue donne, il suo mondo e i suoi personaggi il Conte Lara, la Parisina, Manfred, e, più autobiografico che mai, il giovane Aroldo in un intreccio ordinato e confuso tra arte e vita. Byron in costume albanese o greco, o in intensa meditazione di fronte alle rovine del Partenone, non è meno personaggio del Conte Lara, bellissimo, di Morelli, così come romantico e romanzesco è il ritratto di Teresa Gamba e di suo marito in cui il volto della donna è stato abraso, forse dalla donna stessa.

La pelle ai posteri
La pira su cui brucia Shelley o il livido, aulico Byron morto di Odevaere non sono meno drammatici e letterari dei tanti prigionieri di Chillon di cui la mostra è popolata. La caricatura che ci mostra il poeta vecchio e laido come la morte non gli permetterà mai di essere accanto a un'invecchiata e orribile Guiccioli per la serie Les amants célébres non è meno divertente, nella sua crudeltà invidiosa, delle illustrazioni popolari al Vampiro attribuito a Byron (e in realtà opera dell' ambiguo e un po' plagiario dottor Polidori).
Di tassello in tassello, questo viaggio nella memoria del supereroe byroniano è accompagnato da una colonna sonora che ci ricorda quanto il melodramma debba a Byron dal Manfredi alla Parisina d'Este al Mazeppa a I due Foscari fino alla sala dei feticci.
Umano, troppo umano, il nostro Byron si tagliava capelli e altro, li intrecciava e li distribuiva alle sue amiche. E alla più cara di tutte e la più tenace, Teresa, restava anche dopo la sua morte, per piangerlo, un medaglione contenente alcuni frammenti della pelle del prezioso lord, persi per un'eccessiva esposizione al sole dell' estate 1822, e, con raccapricciante idolatria, conservata per la nostra gioia.

“la Repubblica” 9 agosto 1988

Casini e Berlusconi. Risentimenti e reticenze (S.L.L. - Stato di fb)

Casini non fa che ripetere, con risentimento: "Berlusconi è un imbonitore. Non mantiene le promesse che fa". Gli fu alleato dal 1993 al 2007, per ben 14 anni del ventennio cavalleresco. Quali promesse gli erano state fatte?

A Elena Binni. Una lettera di Aldo Capitini

Aldo Capitini
Aldo Capitini morì a Perugia il 19 ottobre 1968, per i postumi di un intervento chirurgico. Aveva poco meno di 69 anni. Scrisse qualche ora prima dell’“operazione” la lettera che qui “posto”, diretta a Elena Binni, amica da molti anni, e moglie di Walter Binni, il più antico dei suoi allievi, sodale in molte esperienze di democrazia di base e di lotta non-violenta.
E’ forse l’ultima lettera di Capitini: quasi tutta orientata verso il “privato” non appare, a una prima lettura, un “testamento politico”. Ma forse lo è. Per l’inesauribile amore per l’umanità che sorregge il suo discorrere, per i propositi di impegno che lo conclude. (S.L.L.)
Elena Binni (con François Mauriac) a Parigi nel 1953
Perugia, 7 ottobre 1968
Cara Elena,
Tra poche ore mi faranno l'"operazione". Questa notte, pensando di mandare un saluto a te soltanto, facevo il conto degli anni che ti conosco, e mi tornava in mente il 1932, e te alla lezione di Momigliano. Sono, dunque, trentasei anni. Molte volte ti ho ringraziato della serenità e della grazia che tu hai dato nella vita (e continuerai per molto tempo a dare), e ti ringrazio anche in questo momento in cui debbo avere la massima umiltà circa l'avvenire. Sono certo che anche un elemento della mia salute, proprio della salute, è stata la tua conoscenza, il tuo stile. Perché tu lo sai, che io credo che noi riceviamo e riceviamo, e dobbiamo tener desta la gratitudine.
La cosa questa mattina è molto semplice; sto bene, e il [...] viene prospettato senza particolare gravità. In fondo, la cosa ha anche un aspetto problematico e suscita curiosità, perché si tratta di vedere quanto e come reggerà questo strumento che porto con me da più di sessant'otto anni. La cosa è anche singolare, perché i medici dicono che in questi giorni la cistifellea è ridotta ai minimi termini: più facile sarà il loro lavoro, poi farò la mia parte.
Sta sicura che avrò persone a occuparsi di me nel giorno e nella notte.
Se anche con te posso tracciare programmi e conforti per "dopo", ci metto certamente i nostri incontri e le gite, la gioia del conversare, di rivedere i paesaggi, di discutere con voi e i vostri figli, ma ci metto anche tenaci piani di lavoro per le idee e per gli ideali, studiare di più e lavorare di più e meglio in un momento tanto importante, che tutti ci giudica.
Vi abbraccio tutti,
con affetto Aldo

Da Agli amici. Lettere 1947-1968, Edizioni dell'asino, 2011

3.2.13

Lucia, tutto si fa per te. Alfredo Giuliani sui “Promessi sposi”.

Renzo (Nino Castelnuovo) e Lucia (Paola Pitagora)
in una versione televisiva dei "Promessi Sposi"
Da centocinquant'anni I Promessi Sposi è un romanzo di successo. Su questo punto c'è poco da dire; ha avuto sì, fin dall'apparizione, sporadici detrattori e critici insofferenti, ma in nessun momento ha visto offuscata la sua popolarità. L' autore ha ottenuto quel che voleva: che tutti lo leggessero, incliti e plebei, anime laiche e anime pie, moderati e refrattari. Centocinquant'anni di successo ininterrotto sono un bel colpo, ci leviamo il cappello.
E' un fatto che prima del Manzoni una prosa narrativa moderna, buona ai molteplici usi del romanzo, non si trova, e non si trova perché non c'è.
Ci sono le straordinarie poesie narrative, in dialetto milanese, di Carlo Porta; e ci sono le teorie, le aspirazioni alla prosa narrativa, che animano i tentativi e le discussioni degli scrittori romantici riuniti nel Conciliatore (1818-19), i Pellico i Borsieri i Di Breme e via dicendo. Si sa, dal Porta e dal Conciliatore Manzoni ha tratto spunti e stimoli non trascurabili, come li ha tratti dagli economisti, dagli storici, dai romanzieri inglesi, dai moralisti francesi, dai barocchi di casa nostra.
Incredibilmente composita, stratificata, agglutinante fu l'operazione narrativa di Manzoni. Egli riscrisse, rielaborando e metamorfosando, una quantità di fonti eterogenee, con mirabile capacità di sintesi e anche col gusto di parodiare. Il fatto luminoso è la scrittura naturale, splendida di toni, calma e vivace, dei Promessi Sposi; che alterna cupezze e orrori a soavità edificanti; che sa scivolare dalla malizia bonaria al severo moralismo, dal comico al metafisico.
Detto questo, così alla buona e appena per pro-memoria, possiamo domandarci: qual è la formula segreta del Manzoni narratore? La domanda è tanto più legittima se si valuta senza tergiversare il peso ideologico del romanzo. Che lo si voglia o no, e so che a dirlo chiaro e tondo si passa per grossolani, I Promessi Sposi è un romanzo cattolico. Quello del Manzoni sarà un cattolicesimo democratico-liberale, venato di giansenismo, malinconico e per nulla trionfante; ciò non toglie che nessun personaggio del romanzo, neppure il più scellerato, ha la benché minima intenzione o possibilità di mettere in dubbio la verità della fede (la sola volta, che una simile idea affiora, suscitata dalla disperazione, è subito bandita come una follia inconcepibile). Una religiosità così dichiarata e pervadente non spiega affatto il fascino esercitato dal romanzo anche su coloro che magari, senza avversione, serenamente, quella religiosità la guardano dall' esterno, quale professione possibile ma non obbligatoria.
Ora, il segreto dei Promessi Sposi è semplice e superbamente burlesco. Manzoni racconta una storia per dire, dal principio alla fine: sarebbe meglio che tutto questo non succedesse. Ma siccome è successo che i potenti hanno fatto angherie agli umili, sono successe le carestie e le devastazioni delle guerre, e c' è stata la peste che ha scatenato abiezioni e vicende spaventose (tutte cose di ieri che potrebbero capitare di nuovo domani), io non posso evitare di raccontarvele. Posso però evitare che don Rodrigo, un tirannello qualsiasi ma bene ammanigliato, stupri una certa Lucia Mondella, contadinotta-operaia. Certo, sarebbe meglio che tali voglie infami non salissero al sangue dei don Rodrigo; ma tant'è, i nobilotti soperchiatori si permettono di queste "passioni". E io farò in modo di contrastarli e di farli punire dalla Provvidenza.
E' così che il romanzo, nel suo nucleo, è la storia di una violazione mancata, di un tentativo di stupro, concepito per capriccio e oltraggiosamente programmato per scommessa, che terra e Cielo si accordano di stornare e mandare a vuoto. Noi, intendiamoci, ammiriamo il genio del Manzoni che lungo questo filo di commedia ha architettato un avvicendarsi grandioso di eventi. E sempre con l' aria di tentennare la testa e scuotere la coscienza per significare che il benedetto/dannato mondo, con tanti guai che produce, sarebbe meglio non esistesse (ma se così vuole la Provvidenza...). Stando così le cose, è superfluo discutere, dopo averne preso atto, il cattolicesimo di Manzoni, altissimo baluardo eretto contro qualsiasi pretesa di fondare idee morali per se stesse, nell'immanenza; contro la pretesa di capire il "guazzabuglio" del cuore umano (è scritto nella Bibbia che il cuore dell'uomo è fraudolento) senza appellarsi alla "sanzione religiosa".
Nel capitolo XVII delle Osservazioni sulla morale cattolica si legge questo passo: "Il punto di riposo per l'uomo, in questa vita, è nella concordia della sua volontà con la volontà di Dio sopra di lui..."; concordia problematica assai. Siffatto riposo l'uomo Manzoni chissà se l'abbia mai avuto davvero. Il Manzoni autore dei Promessi Sposi certamente sì, sia pure per procura. Egli ne attribuì l'esperienza non soltanto ai suoi personaggi sublimi, il cardinale Federigo, padre Cristoforo, l'Innominato convertito, ma naturalmente anche ai suoi prediletti protagonisti Renzo e Lucia, personaggi mediocri, ai quali ultimi è anzi affidato "il sugo di tutta la storia", che notoriamente ha questo tenore: bisogna tenersi fuori dai guai con la condotta più cauta possibile; ma se i guai vengono ugualmente, raddolcirli con la fiducia in Dio (che "li rende utili per una vita migliore"). Come si vede, tale ingente buonsenso è lo stessissimo valore, cambiato in spiccioli, delle Osservazioni sulla morale cattolica. Eppure, fa un effetto che, per essere troppo accomodante, suona ambiguamente derisorio (come per una rassegnazione meno convinta che opportuna).
Nel recente e godibilissimo saggio Amica ironia (Garzanti), Guido Almansi se la prende, a buon diritto, con la maniera troppo scoperta e inequivoca usata a volte dal Manzoni per strizzare l'occhio al lettore. Se lo scrittore dice bianco perché il lettore interpreti immediatamente nero, siamo di fronte a un tipo di ironia elementare, "tirata a lucido", fondata sull'antifrasi. Quando Manzoni afferma ironicamente, per esempio, che i soldati spagnoli "insegnavan la modestia alle fanciulle" io capisco subito che invece attentavano alla loro virtù. Questa ironia troppo esplicita non morde e diletta poco. E' vero, Manzoni pecca di queste ironie che danno nel faceto. Ma è altrettanto vero che è capace di sarcasmi assai più sottili. Prendiamo l' esempio di Gervaso, il fratello "sempliciotto" (insomma un po' scemo) di Tonio; i due, come ricorderanno tutti i lettori del romanzo, fanno da testimoni nella comica scena del matrimonio che Renzo e Lucia vorrebbero celebrare di forza davanti a don Abbondio. Il tentativo non riesce per la consueta inettitudine della tremante Lucia e per la prontezza di don Abbondio nell'impedirle di "pronunziare intera la formola". Ne segue un clamoroso scompiglio e la fuga notturna dei protagonisti dal paese, nonché la curiosità generale di sapere che cosa fosse veramente successo in casa del curato: "Gervaso, a cui non pareva vero d'essere una volta più informato degli altri, a cui non pareva piccola gloria l'avere avuta una gran paura, a cui, per aver tenuto di mano a una cosa che puzzava di criminale, pareva d'esser diventato un uomo come gli altri, crepava di voglia di vantarsene".
Anche Almansi ammetterà che questo tipo di ironia, accumulata con un bellissimo crescendo frase per frase, è assai diversa, è tutta giocata oggettivamente all'interno del racconto. Potrei citare molti altri esempi, ma non è qui il punto. La vera, grande ironia del Manzoni sta nel concepire e nutrire un fortissimo dubbio circa il valore del genere "romanzo" nell'atto stesso di costruirne uno con la massima cura e con la complessità che conosciamo.
L'ambiguità di Manzoni nei confronti della propria opera di narratore dipende, ovviamente, più dal suo credo religioso che dal suo credo letterario. L' ambiguità manzoniana non è l' effetto retorico di una poetica, è il prodotto dell'incertezza. Ma tutto si tiene. Eletto deputato al parlamento piemontese, Manzoni ricuserà dichiarandosi inetto e irresoluto per natura: "In molti casi, e singolarmente ne' più importanti, il costrutto del mio parlare sarebbe questo: nego tutto, e non propongo nulla". Si potrà dire che l' ambiguità di Manzoni non è ambiguità, è reticenza, è "timor di Dio", è perplessità, è ipocrisia. Ma, pur ammettendolo, chi ha detto che l'ipocrisia non possa produrre eccellente letteratura? Un grande scrittore si fa forza anche dei propri difetti e limiti.
Ho sempre tollerato con fastidio il noioso personaggio che è Lucia. Credo che non ci sia nessun altro romanzo di qualità la cui protagonista femminile sia tanto ottusa e insulsa, ripetitiva dal principio alla fine. Questa contadinotta né bella né brutta, timoratissima, con gli occhi sempre bassi, lacrimosa e tremolante a ogni buon bisogno, ostinata, perennemente sulla difensiva, che parlando di sé non ardisce proferire la parola "amore"; questa devota della propria verginità; questa innocente che, investita dall' archetipo della fanciulla perseguitata, non fa che implorare misericordia, è davvero un personaggio? Sospetto che no. Non fa nulla per esserlo, ma il suo opaco esistere è essenziale, incomparabile, nel gioco del romanzo. Manzoni ha dato all'irrisorio personaggio la massima funzione (passiva). Lucia è pura funzione letteraria: non agisce, non si sviluppa, anzi ricusa qualsiasi agire. Eppure lo svolgimento dell' intreccio dipende dagli effetti che Lucia, l'inetta, produce. Fuggendo e tremando di paura fa agire gli altri. E' la prima donna, la protagonista, e non lo sa; non vede mai oltre il proprio naso, pardon, oltre la propria virtù. In compenso: accende le voglie rapinose di don Rodrigo; getta il padre Cristoforo nei vortici e negli esili del mondo; per lei la monaca di Monza compie la sua ultima scelleratezza; è lei a dare il tocco decisivo alla conversione dell'Innominato; per cercarla Renzo torna a Milano nel mezzo della peste.
Insomma, è Lucia a far muovere il romanzo. Quanto più opaca e immota come personaggio (al suo confronto non diciamo la monaca, ma Agnese e la Perpetua son figure interessanti), tanto più operativa come funzione narrativa. Non troviamo anche qui un che di derisorio? Elena ha messo in moto nientemeno che l'Iliade unicamente con l'essere bella. La promessa Lucia trascina avanti il suo romanzo unicamente con l'essere vergine. Se questa non è una burla, poco ci manca. Ma è una burla nascosta, implicita, forse preterintenzionale. E ciò spiega probabilmente perché sia così raro che un lettore straniero apprezzi I Promessi Sposi e capisca il gran conto che ne facciamo. Non si troverà uno straniero che ami Manzoni come noi possiamo amare Stendhal o Tolstoj. Et pour cause. Noi soltanto proviamo gusto a pensare che Manzoni, con perfetta malizia e umiltà, avrebbe potuto benissimo dire quel che Flaubert dirà della sua Emma: "Lucia sono io". Il grand' uomo, si sa, non si prendeva poi troppo sul serio.

"la Repubblica", 26 febbraio 1985

Le promesse di Berlusconi (S.L.L. - stato di fb)

Tutti a dire: "Berlusconi non mantiene. Chi ci crede è gonzo".
E' un boomerang.
Berlusconi non sa e non può mantenere le promesse generali, di sviluppo, di abbassamento del carico fiscale, di grandi riforme. Ma le promesse specifiche, quelle su cui talora ha vinto le elezioni, le ha - quasi sempre - mantenute. E non pochi lo ricordano.
Lo ricordano le pensionate e i pensionati per i quali portò a un milione di lire la pensione sociale nel 2001, appena vinte le elezioni, lo ricordano le famiglie a cui promise un milione per figlio (che il governo erogò), lo ricordano i milioni di italiani per cui abrogò l'ICI nel 2008.
Dire che i governi Berlusconi si riprendevano con la giunta quel poco che davano corrisponde al vero ed è argomentazione corrispondente al sentire popolare. Dire che "Berlusconi non mantiene mai" non corrisponde al vero ed aiuta la propaganda del cavaliere che si proclama vittima.
Per favore, smettetela con queste fregnacce.

Che fortunata! lavora in un bordello (Ida Magli)


Ida Magli
L’antropologa Ida Magli (1925), di formazione musicale e medica, in anni lontani accompagnò con i suoi studi sul sacro e sui rapporti tra il sacro e la sessualità le battaglie delle femministe. Dalla fine degli anni 80 ha conosciuto quella che a molti (e anche a me) sembra una involuzione: delusa dal femminismo, ha sviluppato concezioni francamente reazionarie ed ingaggiato una lunga battaglia contro l’Europa unita. Tutto ciò l’ha portata a fiancheggiare la destra politica italiani scrivendo sui suoi quotidiani (“Il Giornale” e “La Padania”).
Questo vecchio ritaglio, da “la Repubblica”, ci riporta una Magli prima maniera che recensisce un libro francese sulla prostituzione medievale da posizioni culturali contigue al femminismo. Tuttavia, nel modo di condurre la polemica contro le “microstorie” in nome della “lunga durata”, distinguendo con questo criterio il buono e il cattivo della storiografia di matrice “annalistica”, nella Magli comincia a far capolino qualche tentazione “reazionaria”. (S.L.L.)


La prostituzione è uno dei fenomeni meno studiati dagli storici. I saggi che presentano qualche validità non soltanto sono rari, ma cominciano ad apparire solo verso la fine dell' Ottocento, con il risvegliarsi dell'interesse per la storia sociale. Il volume uscito in questi giorni da Laterza (Jacques Rossiaud, La prostituzione nel Medioevo, traduzione di Ezio Pellizer, pagg. 236, lire 24.000) suscita quindi nel lettore una immediata aspettativa, anche perché si muove nell' ambito di quella scuola storica francese che già con diversi articoli pubblicati sulle “Annales” aveva affrontato in vari modi il problema.
Rossiaud dice di voler dare una "spiegazione globale" della prostituzione, prendendo come esempio la rete delle città del Sud-Est della Francia nei secoli XV e XVI, per tentare di "esplorare la vasta zona oscura che divide i due livelli fino a questo momento privilegiati dagli storici della sessualità: quello delle ideologie e della morale e quello dei comportamenti demografici". Alla fine, però, questa "spiegazione globale" appare deludente ed illusoria. La storia di cui parla Rossiaud - sulla scorta, del resto, del suo maestro Georges Duby - rimane pur sempre una storia di "dati", anche se questi dati non sono quelli delle contese politiche e delle battaglie, ma quelli del numero dei postriboli e del "prezzo" di una prostituta.
Nella storia, naturalmente, i "dati" sono sempre molto interessanti, e la documentazione di Rossiaud è ricca di analisi incrociate statisticamente. Risulta così accertato che in quasi tutte le città francesi esisteva a quel tempo un postribolo pubblico, costruito, mantenuto e governato dalle autorità municipali, e i cui nomi sono quanto mai espliciti: maison lupanarde, bon hostel, maison de la ville, maison commune, maison des fillettes. Il compito di reclutare le "ragazze" e di far loro rispettare le regole fissate dalle autorità mantenendo l' ordine nella "casa", era affidato ad una abbesse, così chiamata in analogia alla badessa dei conventi; cosa questa molto significativa (anche se Rossiaud non se ne accorge), in quanto rispecchia la particolare visione che la società aveva di un gruppo femminile governato da una donna.
Oltre al postribolo, uno dei luoghi più frequentati era il "bagno pubblico", in cui la prostituzione, malgrado fosse proibita, avveniva ad un livello di maggior lusso, con ragazze selezionate in base alla gioventù e alla bellezza per il piacere di uomini sposati e di ecclesiastici (cui era proibito l'accesso al postribolo pubblico), pronti a pagare molto pur di godere di buone "prestazioni" e di uscite nascoste e sicure. Le autorità si preoccupavano di far osservare determinate norme di carattere igienico (per esempio, lo "stabilimento" veniva chiuso durante le pestilenze) e di carattere "socio-morale", come l'obbligo per le prostitute di farsi riconoscere grazie a un nastrino rosso sul vestito, il divieto di coprirsi la testa col velo bianco delle vergini (ragazze da marito) o col cappuccio delle maritate (quindi "oneste" per definizione), e infine - insieme agli ebrei e ai lebbrosi - il divieto di "toccare" le merci esposte (chiara norma di "evitazione" per l'impurità).
Non è difficile intravedere la persistenza di costumi e di significati, anche quando se ne è perduta la consapevolezza diretta, nell' usanza delle signore "per bene" di non uscire mai senza il cappello e senza i guanti (usanza che si è estinta soltanto con la seconda guerra mondiale) e in quella specie di "evitazione" del rosso nel vestiario, ritenuto fino a poco tempo fa dal maschio come una forma di implicito invito a farsi avanti. Rossiaud tenta di comprendere quale fosse il ruolo della sessualità nel tardo Medioevo e parla anzitutto degli stupri, dato che questi, lungi dall'essere eccezionali, facevano parte del costume. Si trattava di aggressioni collettive, compiute da un gruppo organizzato (da due a quindici persone) che la sera forzava la porta di una casa prestabilita e violentava la vittima, trascinandola in strada senza che nessuno intervenisse.
Secondo Rossiaud, "la violenza sessuale era una dimensione normale e permanente della vita urbana e le cause vanno ricercate nelle strutture demografiche e matrimoniali". Il problema, a suo giudizio, era infatti la scarsa "disponibilità di donne" per i maschi giovani, data anche la forte differenza di età fra i coniugi (la donna poteva avere anche trent' anni meno del marito) e di conseguenza uno stato di forte tensione fra maschi giovani e anziani. Facendosi sostenitore di questa tesi, Rossiaud deplora le "reticenze" degli storici nell'applicare alla società medioevale europea modelli sociali di tipo etnologico, e non esita ad affermare l'esistenza di bande di giovani, non delinquenti ma desiderosi di turbare l'ordine, i quali "per sfuggire alla noia, ricercavano spontaneamente, di sera, l'avventura e la rissa, sfidavano le guardie, andavano a caccia di ragazze e si dedicavano allo stupro". Secondo lo studioso francese, dunque, "l'aggressività dei gruppi notturni si traduceva naturalmente in violenza sessuale", e questo per due motivi principali: acquistare il privilegio della mascolinità attraverso il possesso violento della donna e dimostrare il proprio disprezzo, in quanto "esclusi", verso coloro che detenevano il potere impadronendosi delle donne di loro proprietà (la concubina del prete, la fantesca mantenuta dal padrone, la moglie momentaneamente lasciata sola dal marito, ecc.).
Sarebbe, questa, di conseguenza, la causa della prostituzione organizzata: l' interesse da parte delle autorità a dare, attraverso l'uso legale delle prostitute, ampia possibilità di sfogo sessuale a coloro che altrimenti avrebbero turbato l'ordine stabilito. Di qui, anche, il riconoscimento, secondo Rossiaud, della "funzione sociale" svolta dalle prostitute, le quali sarebbero state, a dir poco, delle donne invidiabili e felici.
E' difficile dire fino a che punto una ricerca come questa, malgrado la ricchezza e la puntigliosità dei dati, sia povera di "storia", e pertanto mistificante. Non perché essa assuma i modelli etnografici applicandoli all'Europa medioevale, ma perché ne assume tutti i difetti senza giovarsi dei pregi. Dare per scontato che il sistema matrimoniale basato sullo scambio delle donne sia la molla di fondazione di tutte le società, è già un assioma non dimostrato; e soprattutto non è lecito riferirsi ad esso quando si vuole spiegare la prostituzione e la violenza sessuale all'interno del proprio gruppo, dato che questi due fenomeni sono assenti nelle società cui gli etnologi fanno riferimento.
Per parlare della "prostituzione" bisogna per prima cosa definirla; ma Rossiaud non lo fa, il desiderio sessuale maschile essendo per lui cosa ovvia, che non necessita di spiegazioni. Si continua, insomma, a fare una storia della società "maschile" e del potere maschile, in cui le notizie sulla condizione delle donne, oltre ad essere scarse e spesso errate, appaiono in forma indiretta: le donne non sono "oggetto" soltanto nella società che Rossiaud descrive, ma lo sono per lo stesso Rossiaud, come si trattasse di un dato "naturale". Continuiamo, in altri termini, a non sapere nulla, a non voler sapere nulla della sessualità maschile in sé; del perché questa sessualità si configuri come violenza, accompagnata da disprezzo e da odio nei confronti delle donne, sia nella "circolazione" matrimoniale, sia nello stupro e nella prostituzione.
Rossiaud non si sofferma che di sfuggita sulla omosessualità maschile, considerandola un fenomeno di "devianza", condannato dalla Chiesa e oggetto di predicazione morale, non già come un dato "significativo" per la comprensione della sessualità in generale. Manca in definitiva, a questa "storia", l' applicazione della ricerca (l'unica veramente innovativa), delle strutture di lunga durata e dei loro significati, ossia del ricchissimo apporto dell'antropologia e della storia psicologica e sociale francese che, a partire da Durkheim, da Mauss, da Braudel fino a Lèvi-Strauss e a Foucault, ha rivelato quali possibilità di comprensione vi siano anche per la storia europea. Non meraviglia che in Italia susciti tanto entusiasmo (questo testo infatti non è stato ancora pubblicato in Francia) il modo "microsociologico" di fare storia: si è spostato il campo, ma il metodo è lo stesso con il quale si è sempre narrata la storia "politica" e che, tanto per fare un esempio, non ci ha mai permesso di capire che cosa fossero le guerre dal punto di vista delle popolazioni. Con lo studio delle strutture di lunga durata, invece, ci si avvicina "pericolosamente" alla comprensione dei fondamenti della realtà storica e proprio a quel tema della sessualità maschile del quale, come ha ben detto Foucault, il potere vuole che si parli tanto affinché si possa non capirlo affatto.

"la Repubblica", 17 luglio 1984

El poeta... Quattro poesie di Giacomo Noventa (1898 - 1960)

Giacomo Noventa
El poeta…
El poeta prepara una fiama,
Pian pianin… e el va vìa pian pianin,
Sue no’ xé che le prime falìve,
E la fiama lo spaventarà.

El poeta…
El poeta prepara una fiama,
Pian pianin… e el va vìa pian pianin.
Sue no’ xé che le prime falìve,
El va vìa… e nissùn  savarà.

El poeta…
El poeta prepara una fiama,
Pian pianin… e el va vìa pian pianin.
Sue no’ xé che le prime falìve,
E po’ forse l’amor vignarà.

El poeta…
El poeta prepara una fiama,
Pian pianin… e el va vìa pian pianin.
Sue no’ xé che le prime falìve,
E po’ i santi e l’eroe vignarà.

da Versi e poesie, Marsilio, 1986

I "covi del vizio". Karl Kraus e la doppia morale (di Paola Sorge)

Le inserzioni «Massaggiatrice offresi» che apparivano sulle pagine dei quotidiani di Vienna già all'inizio del nostro secolo, suscitarono sempre vivaci proteste da parte di Karl Kraus: dietro la stessa formula usata oggi si nascondevano infatti le offerte di prostitute occasionali, di omosessuali e di bordelli di lusso come quello ormai leggendario di Sachs e Riehl, frequentato addirittura da membri della famiglia imperiale.
Ma Kraus non era certo mosso da sdegno puritano: considerava le giovani e graziose «massaggiatrici» creature molto più utili alla società dei vecchi e barbosi giornalisti e letterati che dominavano la scena politica e culturale del tempo.
In realtà ciò che provocava la sua ira era la scoperta della palese contraddizione esistente, in uno stesso giornale, fra parte redazionale e parte pubblicitaria: nella prima si salutava con enfasi «lo snidamento di un covo di vizi» da parte della polizia — quasi fosse una vittoria militare di cui in Austria si sentiva la mancanza, osservava Kraus con sarcasmo —, nella seconda si pubblicavano, dietro compenso, inserzioni che invitavano quello stesso pubblico di lettori ad andare nei «covi del vizio».
Questo è solo un esempio delle numerose contraddizioni esistenti in quelli che oggi chiamiamo mass-media, che Karl Kraus colse tempestivamente e fece assurgere a simbolo della doppia morale imperante.
Se egli lottò tutta la vita contro la stampa, per lui responsabile delle più grandi catastrofi del secolo compresa la prima guerra mondiale, è perché ne colse per primo il potere di condizionamento sulle masse: un potere nefasto perché improntato a una morale filistea e borghese; perché, anche con l'uso continuo di una pubblicità palese o mascherata, operava un progressivo rincretinimento dei cervelli.

dall'Introduzione a Aforismi in forma di diario, Newton Compton, 1993

Unità in lei. Una poesia di Vicente Aleixandre

Corpo felice che fluisce tra le mie mani,
volto amato dove contemplo il mondo,
dove graziosi uccelli si rispecchiano in fuga,
volando alla regione dove nulla si oblia.

La tua forma esterna, diamante o duro rubino,
brillìo di un sole che tra le mie mani abbaglia,
cratere che mi invita con l'intima sua musica,
con quella indecifrabile chiamata dei tuoi denti.

Muoio perché mi lancio, perché voglio morire,
perché voglio vivere nel fuoco, perché quest'aria di fuori
non è mia, ma il caldo alito
che se m'accosto brucia e dora le mie labbra dal profondo.

Lascia, lascia che guardi, posseduto dall'amore,
arrossato il volto dalla tua vita purpurea,
lascia che guardi il più remoto clamore delle tue viscere
dove muoio e rinunzio a vivere per sempre.

Voglio amore o la morte, voglio morire totalmente,
voglio essere te, il tuo sangue, questa lava ruggente
che irrigando rinserrata le belle membra estreme
sente così la bellezza dei confini della vita.

Questo bacio sulle tue labbra come una lenta spina,
come un mare che volò mutato in specchio,
come il luccicare d'un'ala,
è ancora mani, è un ritorno dei tuoi capelli fruscianti,
un crepitare della luce vendicatrice,
luce o spada mortale che sul mio collo minaccia,
ma mai potrà distruggere l’unità di questo mondo.


Unidad en Ella
Cuerpo feliz que fluye entre mis manos,
rostro amado donde contemplo el mundo,
donde graciosos pájaros se copian fugitivos,
volando a la región donde nada se olvida.

Tu forma externa, diamante o rubí duro,
brillo de  un sol que entre mis manos deslumbra,
cráter que me convoca con su música  íntima,
con esa indescifrable llamada de tus dientes.

Muero porque me arrojo, porque quiero morir,
porque quiero vivir en el fuego, porque este aire de fuera
no es mío, sino el caliente aliento
que si me acerco quema y dora mis labios desde un fondo.

Deja, deja que mire, tenido del amor,
enrojecido el rostro por tu purpúrea vida,
deja que mire el hondo clamor de tus entranas
donde muero y renuncio a vivir para siempre.

Quiero amor o la muerte, quiero morir del todo,
quiero ser tú, tu sangre, esa lava rugiente
que regando encerrada bellos miembros extremos
siente así los hermoso límites de la vida.

Este beso en tus labios como una lenta espina,
como un mar que voló echo un espejo,
como el brillo de un ala,
es todavía una manos, un repasar de tu crujiente pelo,
un crepitar de la luz vengadora,
luz o espada mortal que sobre mi cuello amenaza,
pero que nunca podrá destruir la unidad de este mundo.

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