9.10.13

Perugia dei poeti (S.L.L. - micropolis settembre 2013)

Perugia, La Fonte del Piscinello
L'idillio di Ciurnelli
e le resistenze di Cremonte
Una risposta è il titolo di una intensa e dilemmatica poesia che intorno al 1960 Franco Fortini dedicò a Valentino Bucchi, il musicista che dirigeva il Conservatorio nel capoluogo umbro. Ha un attacco memorabile: “Ora mi scrivi / che a Perugia l’aria / è così secca d’inverno e tutta vento…”. Il più tipico e temuto vento perugino, la tramontana, qualche anno dopo, fu collocato al centro di un libretto di memorie, in verità poeticissimo, da Walter Binni (La tramontana a Porta Sole). Ora Ombretta Ciurnelli, ne La città del vento (Edizioni Cofine, Roma 2013) mette Perugia nella sua complessità (centro urbano e borghi contadini) al centro dell’immaginazione poetica e il vento c’è quasi sempre.
Ciurnelli, insegnante, appassionata di studi antropologici, critica fine, antologista, da poetessa ha scelto come lingua il “perugino”, che si rifiuta di chiamare dialetto. Ha cominciato con una sorta di abbecedario giocoso (Baderellasse nele parole, Guerra, 2007), ha proseguito con un libro di racconti in versi, L’arcontastorie (Guerra, 2008), quasi sempre vicende di cronaca nera, in cui riesce a trascorrere dai modi grandguignoleschi della novella popolare naturalistica a certi passaggi incantati da “cantafavola”. Ora, con questa Città del vento, sembra voler mostrare fino in fondo ciò che può la lingua perugina: affronta la lirica, genere in cui il dialetto potrebbe – se non usato con misura – produrre effetti involontariamente comici; e sceglie l’idillio, seguendo le prescrizioni del nostro maggior poeta lirico, Leopardi. Costui spiegava che l’idillio antico era un quadretto, un sito, mentre l’idillio moderno, data la forza dell’io, non poteva essere che situ-azione, che rapporto tra io e sito attraverso la memoria e l’immaginazione, produttrici di vere avventure dello spirito. Gli esiti della sperimentazione di Ciurnelli a me sembrano di autentica bellezza e il perugino vi ha la stessa funzione che aveva la lingua trecentesca in Leopardi: produce una patina d’antico, un effetto di lontananza. Cito solo qualche titolo per non togliere il gusto della scoperta: Abonora, Notte, Argì, Qui magge.
Di Poeti a Perugia si occupa Walter Cremonte in un elegantissimo volumetto appena uscito per i tipi di Morlacchi. Vi sono raccolti cinque saggi su altrettanti poeti (Aldo Capitini, Sandro Penna, Ilde Arcelli, Paolo Ottaviani e Michelangelo Pascale) molto distanti tra loro, ma avvicinati da un contatto, più o me forte e duraturo, con la città. Nella Premessa il poeta Cremonte, attentissimo ad evitare scolastici ingabbiamenti, spiega l’occasionalità degli scritti (una scheda di recensione per “micropolis”, appunti per conferenze) e nega l’esistenza di una qualche linea, poetica o tendenza che accomuni gli autori di cui ragiona.
In verità Cremonte, con il tono gentile e dimesso che lo caratterizza, ci svela come questi poeti a Perugia, sono in qualche modo anche poeti contro Perugia. La “mite forza” e la “forte mitezza” di Aldo Capitini, la sua bontà e intelligenza, la sua intransigenza sono guardati con sospetto o ridicolizzati in una città le cui classi dirigenti, d’ogni provenienza, inclinano al cinismo e al compromesso di potere. Sandro Penna è “marginale” per scelta, ma anche la città sembra incline ad emarginarlo, perfino dopo la morte. La conflittualità con l’ambiente degli altri poeti è forse inglobata in un, più generale, leopardiano conflitto con l’esistere oppure allusa nella rappresentazione di altri conflitti: in tutti la poesia è reazione al male. In Ottaviani la felice, sperimentale eleganza delle “trecce” è, anche, risposta alla storica oppressione dei minatori dell’Amiata. Nel Pascale, poeta giocoso quant’altri mai, emerge finalmente “…il nulla / di cui è intrisa / la vita stanca”. Nell’Arcelli, poetessa e organizzatrice di cultura radicatissima a Perugia (e che, tra l’altro, sperimentò anche lei, con buoni risultati, il perugino come lingua poetica), si riconosce un fondo irriconciliato e irriconciliabile di materialistico pessimismo, che si esprime nella parola “mattatoio”.
Nel libretto di Ombretta Ciurnelli ho trovato una citazione di Binni: “Sotto l’impulso veemente e severo della tramontana… una forza morale e fantastica occupa l’animo imperiosamente e lo sommuove ad impegni e sogni profondi senza abbandoni e senza mollezze…”.
Il libretto di Cremonte, con la forza della poesia, mi ha convinto che quell’impulso funziona solo negli animi più grandi, e l’effetto che induce non è il trascinamento nella corrente, ma l’opposizione ad essa.

“La poesia che resiste e si oppone” – scrisse una volta Walter Cremonte. Vale nello specifico per il regno della “tramontana”, per questa nostra Perugia “tutta vento”: la buona poesia, nella città e nel contado, si oppone al cinismo del potere, al conformismo celebrativo delle consorterie d’ogni tipo; ovunque si oppone al male, con le armi sue tipiche, senza alcuna garanzia di successo. 

7.10.13

La poesia del lunedì. Daria Menicanti (Piacenza 1914 - Mozzate 1995)

Quasi 
Quasi ce l'ho con lui. Per quel furtivo
andarsene che ha, gliene voglio;
per quel viso già pieno di nebbie.
Non sfuggirmi, lo supplico, gli piango,
non uscire così dalla tua casa,
le mie memorie. Se mi lasci, caro,
vivrai dove?
Chi ti riscalderà?


Da Un nero d’ombra, Mondadori, 1969

5.10.13

Vo Nguyen Giap: "Dalla guerriglia alla guerra di movimento".

Dal punto di vista strategico la guerriglia non solo impone difficoltà di vario genere ed infligge serie perdite al nemico, ma ha anche il risultato di logorarlo. Per riuscire ad annientare un rilevante potenziale umano del nemico e a liberare il territorio, la guerriglia deve tuttavia svilupparsi progressivamente in guerra di movimento.
Lo stesso carattere di lunga durata della nostra guerra di resistenza rivoluzionaria imponeva alla guerriglia il passaggio alla guerra di movimento. Le nostre truppe si tempravano progressivamente nella guerra di guerriglia; da combattimenti che ponevano in gioco piccole unità passavamo a combattimenti che ponevano in gioco unità di maggior rilievo, da combattimenti fra piccole formazioni a combattimenti fra formazioni di maggior rilievo. Progressivamente la guerriglia si andava sviluppando in guerra di movimento: forma di combattimento in cui cominciavano già ad affacciarsi i principi della guerra regolare, ma che, nonostante questi principi svolgessero un ruolo sempre più rilevante, era ancora tuttavia contrassegnata dalle caratteristiche della guerriglia.

La guerra di movimento è una forma di battaglia delle truppe regolari e significa: concentrare effettivi relativamente importanti, operare su un terreno relativamente esteso, attaccare il nemico dove è relativamente allo scoperto per annientarne il potenziale umano, avanzare in profondità nelle retrovie nemiche, ripiegare rapidamente, conformarsi rigorosamente alla parola d'ordine "dinamismo, iniziativa, mobilità, decisione istantanea di fronte alle situazioni nuove". 

da Guerra del popolo Esercito del popolo, Feltrinelli, 1968 

L' enciclopedico Atanasio (di Giovanni Maria Pace)

Che bel mestiere quello di Silvio Bedini, funzionario della Smithsonian Institution, il complesso di musei americani che raccoglie oltre cento milioni di oggetti. Ora, per esempio, sta inseguendo una mummia egiziana che apparteneva alla collezione del cardinale Flavio Chigi - fu forse la prima mummia portata a Roma, nel 1660 - e attualmente dovrebbe trovarsi a Dresda, sopravvissuta chissà come agli incendiari bombardamenti dell' ultima guerra.
Una volta, raccogliendo armi antiche, Bedini si imbattè in uno strano orologio senza lancette, che acquistò per pochi dollari. Era l'orologio silenzioso che i fratelli Campani avevano costruito per l'insonne papa Alessandro VII, con una lampada a olio che girava dietro il quadrante traforato per segnare discretamente le ore.
Silvio Bedini che, nonostante il nome, ha più familiarità con la lingua inglese che con quella italiana, si è fermato a Roma in questi giorni, catturato dalla sua grande passione: la scienza italiana del Seicento, uno "scenario" in cui principi e prelati si muovono con l'eleganza dei dotti mecenati, contribuendo a quell'ultima grande sintesi del sapere che precede la frammentazione moderna.
La ragione specifica della sosta di Bedini nella capitale è stato il seminario su Athanasius Kircher, il gesuita di origine tedesca, l'erudito che per sfuggire alle persecuzioni della Guerra dei Trent'Anni approdò a Roma nel 1635 e qui operò fino al 1680, anno della morte. Il seminario su Kircher, che si è concluso l'altro giorno all'Istituto dell'Enciclopedia Italiana, dovrebbe preludere - secondo una proposta di Giulio Macchi accettata dal Comune di Roma - a una mostra al Collegio Romano dove ebbe sede il museo kircheriano: la più importante collezione scientifica italiana, e forse europea, dell' epoca.
Nella "Roma triumphans" della Controriforma, padre Kircher disponeva di una risorsa che farebbe invidia alla pur potente Smithsonian di Bedini: l'organizzazione su scala mondiale della Compagnia di Gesù. Nel quartier generale della Compagnia, al Collegio Romano, affluivano missionari dai quattro angoli della terra recando oggetti, reperti, testimonianze. E nella centrale romana di accumulazione del sapere, l'enciclopedico Kircher costruì il famoso museo, poi disperso, come quasi tutte queste collezioni, nell' Ottocento.
Athanasius si occupava delle più diverse discipline, dalla fisica all' egittologia, dalla geografia alla musica, quasi sempre mischiando brillanti illuminazioni con errori grossolani. Nei suoi quarantaquattro volumi (ne scriveva uno all' anno) si intrecciano spunti di razionalità galileiana e pregiudizi alla don Ferrante, non mancando, nel cocktail, quella dimensione fantastica, quasi surreale, che oggi tanto affascina. Nel suo mondo prodigioso e imprevedibile c'è però un filo conduttore: la divinità, la quale si manifesta nelle armonie che reggono il tutto: armonie magnetiche, matematiche, musicali. Nel "Magneticum Naturae Regnum", l'attrazione terrestre, la gravitazione universale, le simpatie e antipatie che dominano il regno animale sono ricondotte all'unica fonte dell' amore divino, che lega il mondo con "nodi segreti". Il suo museo romano, come del resto quello milanese e coevo di Manfredo Settala, ha le caratteristiche, insieme, dell'esposizione scientifica, con strumenti funzionanti, della collezione antropologica e della "Wunderkammer", la camera delle meraviglie, che è un po' la versione nordica e teatrale del museo scientifico all'italiana.
Al seminario kircheriano qualcuno ha ricordato, accanto ad audaci stravaganze (come l'idea, sostenuta dal gesuita, che la Torre di Babele, per l'altezza e la concentrazione del peso, sarebbe riuscita a rovesciare la terra), momenti di grande lucidità. Gli studi di matematica e di musica di Athanasius sono uno dei presupposti, non solo teorici ma filosofici, del lavoro di Bach, in cui struttura ed emozione si amalgamano perfettamente: "irrazionale e razionale possono coesistere su differenti livelli", come scrive Douglas Hofstadter nel suo notissimo best-seller su Goedel, Escher e Bach. Silvio Bedini è, inutile dirlo, entusiasta dell'iniziativa romana. L'idea di ritrovare i pezzi della collezione kircheriana e magari di rimettere insieme il famoso museo esercita sul "custode dei libri rari" - questa è la sua qualifica alla Smithsonian Institution - una forte attrazione. Per uno studioso come lui, che viene da un paese dalla breve storia, i giacimenti di opere del passato, l'immenso patrimonio di testimonianze negletto e sepolto nei sotterranei dei palazzi italiani, è una vera terra promessa.

“la Repubblica”, 11 maggio 1985


4.10.13

Paolo Volponi si racconta a Francesco Leonetti. Urbino, Olivetti, Pasolini...

Con il titolo Il leone e la volpe fu pubblicato nel 1995 da Einaudi un lungo dialogo tra Paolo Volponi e Francesco Leonetti: era la rievocazione di un' amicizia lunga, nata negli anni Cinquanta al tempo della rivista “Officina”, animata da Pasolini e Fortini, e la ricostruzione di un clima politico-intellettuale, di un grande fervore di idee in cui emerge la figura di un industriale atipico, Adriano Olivetti. Il “Corsera” pubblicò come “anticipazione” alcuni brani del volume, tra i quali  ho recuperato quello che segue centrato sulla figura di Adriano Olivetti.
Francesco Leonetti e Paolo Volponi

LEONETTI. Mi devi ricostruire con maggiore precisione il tuo rapporto con Adriano Olivetti, in principio, con riferimento alle idee, alle letture, all'ambiente a lui connesso.
VOLPONI. Io mi ero formato a Urbino praticamente per conto mio. I miei professori erano amici che avevano qualche anno più di me ed erano più bravi perché andavano a scuola; io non ci andavo e quindi seguivo loro anche nelle letture. Però non andando a scuola andavo a vedere le botteghe e quindi sapevo cosa erano il lavoro, l'organizzazione, gli operai, le ore di lavoro, la durezza del lavoro, la fatica e le delusioni, la necessità del rinnovo di impianti, le cambiali, le casse di risparmio che non danno credito, che non danno fiducia a chi lavora e che mettono le piccole botteghe in condizione di fare un lavoro stentato. Fui presentato ad Adriano da Carlo Bo e da Franco Fortini. Il mio curriculum vitae lo scrisse a macchina Franco Fortini nel 49 a Milano. Fortini lavorava all'Olivetti ma non era un "olivettiano", nel senso che non era un ammiratore di Adriano: aveva con lui dei conflitti. Si stimavano reciprocamente e si disapprovavano: si criticavano molto però si rispettavano, tanto che Fortini lavorava per Adriano e Adriano faceva lavorare Fortini, alla pubblicità ; e lui lo ripagava inventando dei nomi per le macchine; per esempio il nome Lexikon l'ha inventato Fortini. Fortini mi conosceva attraverso un libretto di poesie che avevo stampato nel 48. La mia conoscenza di Gramsci, allora, non c'era per niente; e non c'era nemmeno la conoscenza dei testi di sociologia industriale. Dove trovava Adriano i dirigenti? In quel momento, dopo la guerra, doveva farseli, e allora faceva colloqui e puntava sugli intellettuali, sugli uomini di ricerca, di fantasia, sui poeti, perché li riteneva portatori di una capacità di operare, di innovare. Così aveva affidato la pubblicità a Sinisgalli, un poeta, e Sinisgalli l'aveva ripagato bene perché la pubblicità della Olivetti allora era esemplare, certamente fuori dall'ordinario, addirittura bella. Aveva grandi architetti che gli avevano progettato fabbriche bellissime, case per gli operai, un'urbanistica per la fabbrica di Ivrea. Ivrea non è mai diventata un centro convulso, una periferia industriale nel senso corrente della parola, una città squallida, come dormitorio, ma è rimasta una cittadina che è cresciuta bene, con bei quartieri, belle case, servizi e trasporti organizzati. Gli intellettuali che erano lì di che formazione erano? Di varia formazione. C'era Pampaloni che era un cattolico, e quindi aveva una formazione essenzialmente letteraria e politica, come un cardinale Richelieu che sa suggerire al principe delle idee. Però c' era anche Bigiaretti di cui si sapeva che votava per il Partito comunista, aveva fatto la Resistenza e probabilmente aveva già' letto Gramsci. C'era Franco Momigliano che era un comunista e che forse in qualche modo si può definire un sociologo, anche se allora la parola sembrava strana; c'era Gallino che era in fabbrica e faceva studi ed esperimenti in fabbrica, e poi ha scritto il primo testo di sociologia industriale su quell'esperienza. E' passato per l'Olivetti anche Insolera; c'era anche una certa cultura di sinistra rigidamente di classe, rappresentata soprattutto da Fortini e anche da Insolera. Adriano mi ricevette a Milano, in uno studio delle edizioni Comunità e mi interrogò . Che cosa gli interessava sapere da me? Quanto io conoscessi della realtà di Urbino, come vivevo a Urbino, cosa succedeva a Urbino, se c'era un piano regolatore a Urbino, quanti artigiani c'erano e che cosa si produceva a Urbino e che cosa conoscevo io del mondo del lavoro. Le mie letture erano state soprattutto letterarie. Avevo letto molto perché noi quando avevamo dai tredici, quattordici anni fino ai vent'anni leggevamo molto, l'estate la passavamo sui libri. Avevo letto tutti i romanzi dell'Ottocento russo, e francese, poco Salgari, tutto Jack London. Libri che mi abbiano illuminato nella scuola ce ne sono stati pochi, ma mi hanno appassionato molto i testi della poesia: l'Orlando furioso, i lirici greci, devo dire, l'Antologia di Spoon River di Lee Masters, che mi ha fatto ritrovare un autentico mondo di verità anche minute, fuori dalle visioni scolastiche e accademiche, fuori dalle finzioni che la letteratura ancora dava alla realtà , che era un modo di non capire e di non vedere la realtà stessa. Sul piano politico che cosa avevo letto? Verri, Cattaneo; e prima Campanella, qualcosa di Bruno perché ero appassionato dall'idea di questi personaggi dell'eresia non letteraria, di coraggiosi, perché io soffrivo molto, ero nevrotico, chiuso: avevo vent'anni nel 44, e il 44 era gia una data terminale della liberazione: ma nel 40 avevo sedici anni, nel 41 c'era l'oscuramento fuori e poi si aveva paura del nemico che volava sopra di noi, c'era anche fra noi un pesante oscurantismo. Gli altri che erano all'Olivetti erano secondo me più preparati, per esempio Momigliano, Guiducci, Pizzorno. Poi c'era una corrente di scienziati, di urbanisti, dei quali mi sfugge ora anche il nome, che si sono formati all'Olivetti, che hanno fatto lì le loro esperienze. La lettura e la scoperta di Gramsci e dei problemi del taylorismo e dell'alienazione sono venuti insieme, secondo me. Intanto io avevo conosciuto Pier Paolo Pasolini che è stato un mio maestro insieme ad Adriano. Pasolini, che ho conosciuto nel ' 52, mi ha aperto anche a certi studi: mi chiamava "marxista lirico" perché io sono un uomo un poco approssimativo, forse, ma il termine era anche un augurio. Le mie scoperte sono state fatte in questo largo ambiente: Olivetti, Pasolini, la sociologia, l' urbanistica, la rivista "Officina", dove ho incontrato te. (...) 

Corriere della Sera, 5 febbraio 1995

Miles Davis. La voce della tromba (di Fabrizio Bagatti)

Un giorno, il produttore dei dischi di Davis stava riascoltando in privato alcuni nastri appena usciti dalla seduta di registrazione. Assieme a un amico stava valutando alcuni impegnativi passaggi dell'assolo di tromba. D'improvviso entrò nella stanza la figlia del produttore, una bambina di sei o sette anni. Dopo aver ascoltato appena qualche nota di musica, la piccola disse sicura a voce alta: "Questo è Miles Davis!"
Il produttore e il suo amico, abbastanza stupefatti, chiesero alla bambina come avesse fatto a capirlo. Era musica inedita.
La risposta fu chiara e semplice: "Il suono della tromba di Miles si riconosce subito: sembra la voce di un bambino che è stato chiuso fuori di casa e bussa disperatamente perché lo facciano entrare".
Chiunque abbia mai ascoltato anche un solo minuto di musica suonata da Davis riconoscerà che quella frase è vera quanto poche altre. Se, per usare le parole di Thelonious Monk, il jazz "è un graffio nell'anima", allora la musica, la sonorità, il cuore della poesia di Miles sono una delle unghie che hanno lasciato quel graffio.


Da La vita di Miles in “Linaa d’ombra” N.50, giugno 1990

Leggi in vendita (Beppe Grillo)

Il testo, che ripropongo senza commento, fu scritto, sul finire del 2005, per l’Agenda 2006 di Magistratura democratica, dedicata al tema della legalità ed elaborata insieme a “Libera”, e pubblicato con il sottotitolo Legalità e mercato quale riflessione per il mese di luglio. (S.L.L.)
Certe verità fin dai tempi dell'antica Grecia, possono dirle solo i comici. C'è, tra queste, la vicenda della trasformazione in atto della legge in merce negoziata sul mercato della mondializzazione (non
esclusa quella criminale). Nel grande bazar globale, il capitalismo (cioè un enorme e crescente castello di debiti) impone un clima nel quale le violazioni alla legge sono necessarie. Per sopravvivere si devono commettere crimini. Così il confine tra legale e illegale scompare.
Le situazioni si accavallano e sovrappongono: ai crimini dell'economia (concorrenza sleale, evasione fiscale, etc.) si affianca l'economia del crimine (estorsione, gioco d'azzardo, droga, prostituzione, etc). Così molti uomini d'affari diventano simili ai ladri di professione: gli uni e gli altri disprezzano la polizia, la magistratura e persino il Governo (ovviamente se e quando interferisce con le loro attività).
C'è, tra questi soggetti, qualche differenza? Se c'è, sta nel fatto che, qualche volta, gli uomini d'affari (pur non sempre e non tutti) si percepiscono come persone per bene e oneste, mentre i colleghi sono veri criminali. Ma è poi proprio così? Anche Totò Riina, quando gli fecero notare la spietatezza dei suoi crimini invitò gli interlocutori a «guardare cosa è successo in Bosnia». In alcuni famosi processi - quello per lo scandalo della Loocked e quello nei confronti della filiale americana di Cosa Nostra - l'amministratore delegato del colosso aeronautico e quello dell'organizzazione mafiosa (il noto Joe Valachi) dissero all'unisono che la corruzione e l'illegalità erano strumenti necessari per proteggersi dalla concorrenza (sic!).
Ma, se la legge è in vendita, perché stupirsi dei paradisi fiscali? Alcuni stati vendono le loro leggi al miglior offerente.. Ciò che a casa loro li farebbe definire criminali, all'estero li fa apparire come benefattori.
Lo sviluppo ha la priorità sulla sicurezza. Nel dicembre del 1984 una nuvola tossica sprigionata dagli stabilimenti di un'impresa americana a Bophal, in India, provocò migliaia di morti e 500.000 feriti gravi (e ancora oggi un numero imprecisato di persone ne subisce le conseguenze): l'amministratore delegato della società ha scontato sei giorni di prigione ed è uscito grazie al versamento di una cauzione di 2.000 dollari; oggi gioca a golf in Virginia. Ancora, il diaframma prodotto da una ditta di Richmond, diffuso in Africa nonostante le migliaia di processi promossi negli Stati Uniti per la sua pericolosità, ha determinato la morte per infezione di migliaia di donne: «Meglio che niente! il problema è l'elevatissimo tasso di natalità», ha commentato la direzione dell'azienda.
Una volta la causa del crimine era la povertà; oggi è sempre più la ricchezza.

Ma davvero certe verità possono dirle solo i comici?

Strehler su Brecht… e Beckett (Paolo Di Stefano)

Nel 1995 un minifestival, al Piccolo Teatro di Milano, e una biografia scandalistica rilanciarono il dibattito su Bertolt Brecht. L’intervista che segue, a Giorgio Strehler, che di Brecht fu amico e mise in scena diversi drammi, è piena di malevolenza e di luoghi comuni contro la sinistra brechtiana, quella che da Cases a Fortini vedeva nel comunismo una parte essenziale e una scaturigine della grandezza del poeta. Il dire di Strehler contiene tuttavia una riflessione apprezzabile e una rivelazione interessante sul rapporto Brecht-Beckett. (S.L.L.)
Paolo Grassi, Bertolt Brecht e Giorgio Strehler  negli uffici del Piccolo Teatro di Milano

74 anni di passioni, Strehler agita le braccia, la sua voce si incupisce e poi di colpo si impenna quando pensa agli anni in cui correva freneticamente tra Milano e Berlino, dalla direzione "corsara" del Piccolo alle vivaci discussioni con il gruppo eterogeneo di giovani teatranti che girava attorno al maestro Brecht nel Berliner Ensemble. Maestro?
"Sì, certo, un maestro. Il primo maestro, anche se indirettamente, per me è stato Copeau. Ho succhiato il latte del teatro da lì. Copeau era un uomo molto severo, un oracolo anche nella vita, da cattolico si batteva per un teatro spirituale, mistico".
Si apre la porta, qualcuno gli consegna un ritaglio. Titolo:Un libro distrugge Brecht.
"Mascalzoni!", e lo butta di lato.
Torniamo ai maestri. Jouvet, per esempio, "ossessionato dal mistero dell'attore".
Ma il terzo maestro è lui, Bertolt Brecht: "Non so dove trovavo il tempo, con gli impegni del Piccolo, con le regie..., ma quando avevo un buco andavo a Berlino. Io ero un uomo della Resistenza, mi piaceva la sinistra libertaria di Rosa Luxemburg, e sono ancora convinto che senza libertà non esiste socialismo. Jouvet aveva un'idea totalizzante del teatro, ammirevole ma disumana, non c'era altro per lui. Io mi davo da fare, ero impegnato, facevo politica, da un lato volevo essere come Jouvet, dall'altro amavo le donne, il cinema, la vita".
Non lo ferma nessuno, Giorgio Strehler, quando parte in slalom tra i ricordi: "Rimasi affascinato da Brecht, anche se apparentemente non era un tipo affascinante, non aveva carisma. Aveva un grande humour, ma era un uomo del dubbio e della contraddizione. Noi avevamo venticinque anni, eravamo più trinariciuti di lui, che era sempre pronto a discutere su tutto per farci capire che il bene non sta completamente né da una parte né dall' altra. Questo gli ha creato molte antipatie".
Ed eccoci all'Opera da tre soldi, primo spettacolo brechtiano di Strehler, 1956. L'11 febbraio, il "Corriere della Sera" uscirà con un trafiletto siglato: "Bertolt Brecht è autore, regista, teatrante di idee originali ma non sempre chiare e spesso allo stato di elaborazione, e, convinto che la scena debba avere funzione sociale, coltiva un teatro di propaganda politica". Non si segnalava il fatto che tra il pubblico in visibilio quella sera c'era anche Bertolt Brecht, che ne fu entusiasta.
Ecco come andarono le cose: "Un giorno, a Berlino, dissi a Brecht che avrei voluto fare a Milano L'opera da tre soldi. Gli chiesi consigli:"Come faccio a portarla di là?". C' era la Guerra fredda, con tutti gli equivoci che si portava dietro. Fornari diceva che la nostra condizione di intellettuali socialisti era la stessa di quei figli che si trovano seduti a tavola tra una madre e un padre che non si sopportano. Anche Brecht fu vittima di quel terrore, non fu mai valutato per quel che valeva come poeta, come forgiatore di lingua e di stile, perché l'ideologia di chi lo leggeva, a destra o a sinistra, nascondeva tutta la sua grandezza".
Non serve a molto ricordare a Strehler i nomi di alcuni lettori italiani: Vito Pandolfi e Cesare Cases, Franco Fortini e Emilio Castellani, e tanti altri. Ma qual era la preoccupazione di Strehler, visto che Brecht era già noto in Italia almeno da un decennio?
"Mi preoccupavo, appunto, che fosse recepito più come poeta della contraddizione che come ideologo. Per questo scelsi L'opera da tre soldi, cercando di smussare le asprezze "politiche", mi interessava che il pubblico conoscesse l'universalita' poetica del testo. Si parlò di operazione gastronomica. Una delle cose che mi fanno più male, ancora oggi, è il fatto che Cases, che stimo molto, parlò delle regie leccate e gradevoli di Strehler. Non sopportava che una platea di borghesi applaudisse un testo di Brecht. Secondo Cases, come secondo Fortini e i “Quaderni piacentini”, Brecht non poteva e non doveva piacere a tutti, dimenticando che Brecht, come uomo di teatro, cercava la comunicazione. E' un'intellighentsia di trinariciuti che detesto. Pensano che il teatro debba andare contro il pubblico...". E ricorda che sulla tomba di Brecht c'è scritto: Qui c'è uno che ha fatto delle proposte, alcune sono state accettate. Intanto, la destra parlava del "caporale Brecht" come di un insopportabile scribacchino del socialismo reale.
E oggi? Strehler si infiamma: "Ora viene fuori che era solo un gran chiavatore, un sessuomane pazzo che non sapeva scrivere. Infami! Mascalzoni! Non voglio neanche parlarne, sarebbe come discutere se l'Olocausto è esistito o no. Per i "compagni", viceversa, Brecht è un santo, uno che non ha mai chiavato. Altra infamità ! Era uno che amava la vita, le donne, ambiguo, contraddittorio. Mi diceva spesso che sognava un teatro che dividesse la gente, non che unisse. I grandi poeti lanciano bombe di profondità che non si sa quando esploderanno...".
Prima o poi tornano, i classici: "Ora è finalmente possibile leggere Brecht con un po' di distacco, lontani dalle faziosità. Giangiacomo Feltrinelli un giorno mi disse: smettila di fare sempre Brecht. Oggi gli risponderei che ne ho fatti pochi, solo sette. E questo penso che sia il momento migliore per rileggerlo con serenità, come poeta, punto e basta".
Dunque, sempre più Brecht, sempre meno Beckett, i due avversari del nostro Novecento, il bianco e il nero? "Beckett ha raccontato la condizione umana nella disperazione, Brecht ha raccontato la condizione dell' uomo che costruisce, che fa: sono fratelli più di quel che si pensa, due testimoni della persistenza umana. Anzi, pochi sanno che Brecht voleva fare En attendant Godot. Mi disse che voleva mettere in scena Vladimir e Estragon con la seconda guerra mondiale sullo sfondo, al posto del vuoto avrebbe voluto mettere della gente che lavorava. Aveva un solo dubbio: dove situarli, tra i nazisti o nella Resistenza. Io lo dissi a Beckett. Dopo aver bevuto un po' riuscì a esclamare: "Nella Resistenza!".


Corriere della Sera, 10 ottobre 1995

3.10.13

E' già autunno... Una poesia di Elio Pagliarani

Elio Pagliarani
E' già autunno, altri mesi ho sopportato
senza imparare altro: ti ho perduta
per troppo amore, come per fame l'affamato
che rovescia la ciotola col tremito.

in La ragazza Carla e Nuove poesie, Oscar Mondadori, 1978

Rifiuti in Danimarca. Amleto e Christiania (Leonardo Sciascia)

Un breve testo di Sciascia che collega all’Amleto il quartiere di Christiania a Copenaghen, nato come una sorta di repubblica hippy. Ho provato le melanconiche impressioni del maestro di Racalmuto, forse moltiplicate dal degrado che il trascorrere del tempo induce, quando ho visitato quello strano posto negli anni 90 del secolo scorso, in una delle visite alla mia amata figliola, che a Copenaghen si fa e mi fa onore. (S.L.L.)


L'Amleto, in definitiva, è la tragedia di un uomo che non vuole regnare e che si serve, per dirla approssimativamente, di una idea giuridica, la legittimità, per disgregare, col regno, la propria destinazione a regnare. È la tragedia di un rifiuto; che non può fermarsi al rifiuto del regno, ma deve andare oltre, per la legittimità che nol consente: al rifiuto della vita.
Penso ancora ad Amleto mentre vado per i vialetti di Christiania: un luogo che rappresenta altro rifiuto, e questa volta in commedia. Christiania era un quartiere militare fatto costruire da un re Cristiano (forse il padre di Leonora Cristina). Sgombrato dalle truppe, è stato occupato dai capelloni: e l'amministrazione municipale non solo non li sfratta, ma li fornisce di acqua e corrente elettrica, con scandalo e proteste dei conservatori. Ma, nel senso della conservazione, della reazione, hanno ragione gli amministratori progressisti che li lasciano tranquilli e li forniscono di acqua e luce: una visita a Christiania fa venir voglia di gridare « viva la borghesia ». E non solo per il lezzo dei cibi mal cotti, del pollame, delle conigliere, dei vecchi legni e cartacce che bruciano, dei pagliericci che esalano quegli odori che Concetto Marchesi sentiva (e anche noi) in certe pagine di Petronio, ma anche per i tipi che vi si incontrano: stralunati, maldritti, convulsi. Sono giovani, giovanissimi.
I soli di una certa vitalità in cui ci imbattiamo sono due italiani, di Lecco, che hanno l'aria tutta italiana, soddisfatta, di aver fregato la Danimarca e la comunità di Christiania per aver lavorato solo tre giorni ed essere stati nutriti per due mesi; e un architetto svedese o danese, che a Christiania vive da un pezzo e si è persino fatto uno studio abbastanza netto, con mobili nuovi. La persona che ci accompagna, che lo conosce bene, con scherzoso rimprovero gli dice: «Ma questo è borghese». «Oh sì, molto borghese» ammette sorridendo l'architetto.
C'è anche un bar, a Christiania. Ne viene musica furiosa. «Questa musica li fa andare» dicono i due capelloni italiani con molto distacco e con una punta di disprezzo. E indicandoci uno che viene verso il bar, parlando da solo e dondolando la testa, dicono: «Questo qui è già andato».

da Nero su nero, Einaudi, 1979

Il geometra di Susa. Un limerick di Gianni Rodari

Un giovane geometra di Susa
ballava il valzer dell'ipotenusa.
Purtroppo due criceti
rosicchiarono i cateti,
una capra andalusa
rosicchiò anche l'ipotenusa,
perciò, deluso e molto malcontento
si ritirò in convento 
quello sfortunato geometra di Susa.

Quando non si deve obbedire (Ada Marchesini Gobetti)

Un magnifico articolo di Ada Marchesini Gobetti, che fu - con il marito Piero - rivoluzionaria liberale, poi partigiana azionista, infine militante comunista. Fondatrice nel 1959 del “Giornale dei genitori”, sviluppò negli ultimi anni di vita un dialogo proficuo con Aldo Capitini, teorico della non-violenza e organizzatore di marce, senza tuttavia mai aderire al pacifismo e senza nascondere un certo fastidio per quel tanto di dolciastro e rinunciatario che la parola pacifismo sembra contenere e comunicare. (S.L.L.)
Ada Marchesini Gobetti
La ripresa degli esperimenti atomici ha rimesso all'ordine del giorno le "marce della pace" e le discussioni circa il loro significato e la loro validità: e mentre alcuni le esaltano, altri vogliono vedere in esse o una subdola manovra politica o una scappatoia per mettersi la coscienza in pace e rifuggir quindi dall'assumere altre, più impegnative responsabilità.
Anche a considerar le cose dal punto di vista strettamente educativo, mi sembra che non possano esserci dubbi circa l'opportunità di parteciparvi e di farci partecipare i giovani, i ragazzi che appena siano in grado di comprendere (e quante cose capisce un bambino di dieci anni!). Educazione è partecipazione: non si possono educare i ragazzi isolandoli dal mondo che li circonda, chiudendo loro gli occhi a ciò che accade, restringendone gli interessi al "particulare": bensì abituandoli a considerare come cosa propria tutto ciò che è umano, a non porre limiti al desiderio di conoscenza e di esperienza, ad accettare responsabilità personali e collettive, a credere nella capacità propria e altrui di rimediare ai mali esistenti e di prevenire le rovine future.
Inoltre, a un esame più attento, nelle proteste contro il pericolo atomico — da qualunque parte esso provenga —, nelle manifestazioni d'una volontà di pace e quindi di vita — quando nascano però da un istinto spontaneo o da una ragionata convinzione, e non siano imposte e dirette dall'esterno — ci par di scorgere il presagio, se non addirittura il primo passo verso una più civile convivenza umana. Nonostante le differenze, a volte sostanziali, che le determinano e le animano in paesi e ambienti diversi, sembrano dimostrare la crescente convinzione degli uomini che tutti i problemi, anche i più gravi, i più ardui, possano essere risolti non con la guerra, non con la violenza, ma con una precisa e pacata dimostrazione di forza e di volontà. La resistenza attiva può in certi casi (si pensi all'India) avere un valore decisivo anche sul piano pratico; prese di posizione come quelle di Bertrand Russell vanno al di là delle situazioni contingenti per affermare e stabilire atteggiamenti nuovi; le marce della pace che si fanno oggi in Italia — tipiche quelle organizzate da Capitini in Toscana e in Umbria — accogliendo gente delle più varie tendenze e mobilitando popolazioni contadine finora tenute ai margini della vita democratica, sembrano rivelare, insieme all'insofferenza per molti schemi, il bisogno di forgiare armi nuove di difesa: e anche di offesa, intendendo la parola non nel senso di violenza fisica, ma di razionale battaglia.
Una di queste armi potrebbe essere la disobbedienza civile: atteggiamento che non ha naturalmente nulla a che vedere con l'anarchica negazione d'ogni legge. L'anarchia è un fatto essenzialmente individuale, mentre la disobbedienza civile per aver peso e valore deve tendere a diventar collettiva; e anziché in violenza indiscriminata deve esprimersi in resistenza cosciente contro quegli aspetti e ordinamenti sociali — concretati a volte in provvedimenti e in leggi — che profondamente ripugnano alla coscienza dei cittadini. Resistenza che — almeno nel nostro paese, nelle condizioni attuali e sempre più, speriamo, in quelle future — non avrà più bisogno di concretarsi in bande armate o in azioni terroristiche, ma si potrà esercitare usando di tutti quei mezzi che permettono oggi di influire potentemente sull'opinione pubblica, determinando in modo decisivo il comportamento della intera popolazione.
Sostituire il ragionamento alla violenza è un segno di maturità. Le masse che, anziché urlare, manifestano o marciano in composto silenzio, che, invece di fracassare i vetri d'un tram o d'un autobus, scelgono di fermarne o impedirne la circolazione, che alla volgarità dell'ingiuria personale preferiscono la dignitosa polemica ideologica, rivelano un grado di maturità superiore. Questo presuppone naturalmente che tutti, anche gli avversari, rispettino, sia pure formalmente, un certo livello di civiltà: che contro il manganello fascista e il mitra tedesco non c'era purtroppo altro rimedio che la violenza. Ma è proprio questo mondo — civile e umano anche nei suoi contrasti più vivi — che vogliamo costruire per il domani, e in cui speriamo che cresceranno i nostri figli.
Ecco dunque emergere la necessità di educare i ragazzi — non appena abbiano superata l'inevitabile aggressività polemica della prima adolescenza — a un atteggiamento verso la società e la vita che non vorrei chiamare pacifista (per evitare ogni equivoco, ogni indulgenza a posizioni di rinuncia o di rassegnazione), ma piuttosto anticonformista, naturalmente in senso combattivo e costruttivo.
Per secoli, nella pratica — se non sempre nella teoria — educativa, l'obbedienza è stata considerata la massima delle virtù. "Sa farsi ubbidire", si diceva, facendo l'elogio d'un educatore; "Ubbidire senza discutere" era ed è ancora il motto di certe famiglie e di certi istituti improntati a spirito militaresco; e il bambino "buono" non è forse tradizionalmente quello che ubbidisce?
Non vogliamo negare il valore e la necessità dell'obbedienza, per il fanciullo e anche per l'adulto. Il bambino deve ubbidire finché non sia in grado di reggersi e guidarsi da solo; 1'adulto deve ubbidire, rinunciando al proprio piacere, e interesse particolare, agli imperativi morali della sua coscienza umana: e in questo senso l'obbedienza è liberatrice, quale segno distintivo di maturità. Ma ogni valore cade e l'obbedienza diventa negativa quando si limiti a un fatto passivo, quasi meccanico, quando non s'accompagni a una chiara coscienza e a una precisa volontà.
Gli psicologi hanno dimostrato come il bambino sempre e invariabilmente ubbidiente debba suscitare preoccupazioni anziché compiacimento: che la docilità nell'eseguire senza discutere qualsiasi ordine rivela un atteggiamento di soggezione, che nega e impedisce ogni impulso creativo. E la storia recente ci ha d'altra parte abbondantemente insegnato come sia facile dall'indiscriminata e conformistica obbedienza precipitare in quella "voluttà di servire", in quella viltà superflua che nel pigro, accomodante rifiuto di ogni opposizione, lascia la via aperta alle prepotenze e alle sopraffazioni peggiori.
"Ubbidire senza discutere" può essere utile soltanto nei momenti di emergenza: e non è forse una situazione d'emergenza quella in cui si trova il bimbo piccolo, esposto a ogni sorta di pericoli da cui da solo non si saprebbe difendere? Ma non appena il ragazzino incomincia a capire e a ragionare, i genitori dovrebbero insegnargli a ubbidire, non "per far piacere alla mamma" o "perché così ha deciso il babbo", ma perché ciò che gli si chiede o gli si proibisce di fare è giusto e vantaggioso per lui e per tutti gli altri. Soltanto se avrà imparato sin dall'infanzia a far le sue scelte, a prender le sue decisioni, ad assumere le sue responsabilità, saprà non adagiarsi, crescendo, nel comodo conformismo del "così fanno tutti". Rispetterà le leggi, anche se non gli fanno comodo, quando le riconosca giuste; ma le respingerà, ribellandosi, quando siano in contrasto con quella intima "voce particolare" che indusse Socrate a farsi condannare a morte piuttosto di dir cosa diversa da ciò che gli dettava la coscienza, che spinse Antigone alla ribellione.
In una società democratica, anche a scuola, oltre che in famiglia, il ragazzo dovrebbe essere educato ad ascoltare sempre questa voce, a farne l'arbitra decisiva d'ogni suo atto o condotta, del suo accettare o respingere quel che la legge impone. Ma questo accade purtroppo assai di rado, e solo quando si trovino insegnanti eccezionali: l'atmosfera della nostra scuola d'oggi è dominata in genere — nonostante la superficiale vernice di attivismo e di libertà — dal più pesante, dal più grigio, dal più diseducativo conformismo.
Ed ecco allora un nuovo, difficilissimo compito per i genitori desiderosi di far dei loro figli i creatori e i cittadini d'una migliore società futura: insegnare ai giovani, accanto ai valori del rispetto e della giusta obbedienza, anche quelli della ribellione e della disubbidienza.
Non si tratta, evidentemente, d'incoraggiare il ragazzo al dispregio di ciò che gl'insegnano a scuola (un non illuminato atteggiamento dei genitori in questo senso lo porterebbe facilmente e pericolosamente a farsene uno schermo alla propria indolenza e cattiva volontà); ma piuttosto d'insegnargli a non cedere alle seduzioni — tanto forti, ahimè !, anche per gli adulti — del conformismo, a non tacere quando la coscienza dice di parlare, a ribellarsi contro imposizioni giudicate ingiuste.
Il ragazzo ha il diritto — meglio, il dovere — di reagire a giudizi che sa errati (quando sente dire, per esempio, che la Resistenza fu una lotta fratricida e i partigiani bande d'assassini; oppure che nella Cina comunista i neonati vengono regolarmente affogati); deve saper resistere alle pressioni esercitate su di lui perché compia atti di culto in cui non crede; è giustificato se si ribella allo svolgimento d'un tema di essenza razzista (si pensi al caso della versione spagnola antisemita di cui parlarono i giornali). Si dirà — per fortuna è abbastanza vero — che questi sono casi-limite e che si verificano di rado; però si verificano; e credo che ciascuno di noi, ripensandoci, potrebbe trovarne gli esempi.
Ma anche senza arrivare a questi estremi, infinite sono le imposizioni, le lusinghe, i ricatti — a volte larvati o addirittura impercettibili — a cui si è oggi quotidianamente sottoposti, nella scuola e nella vita. Il giovane che saprà assumere in questi casi un atteggiamento onesto e deciso, dovrà probabilmente affrontare, specie da principio, una certa impopolarità, incorrerà magari in sanzioni; ma da ogni difficoltà uscirà vittorioso se saprà accettare in pieno le sue responsabilità, non trarre dalla propria posizione critica pretesto d'indolenza, ma si sentirà anche più profondamente impegnato nello studio, nella lealtà, nella solidarietà coi compagni. Starà ai genitori — che in questo spirito l'hanno educato—sostenerlo nella sua battaglia, in modo che la ribellione non rimanga sterile creando così nel giovane un senso di scoraggiante inutilità. E sarà necessario per questo cercare anche la solidarietà e l'appoggio degli altri genitori illuminati per rivendicare insieme, con pacata coerenza e fermezza, i diritti dei figli a essere uomini veramente liberi: uomini che sapranno domani usare dell'arma della disubbidienza — che, sebbene incruenta, esige da chi se ne serve ardire e perseveranza e sacrificio — non soltanto contro l'impiego delle armi atomiche, ma anche contro ogni forma d'ingiustizia, di sfruttamento, di pregiudizio: tutti quei mali che l'uomo può vincere per render la vita sempre più degna d'esser vissuta.
Son problemi grossi, lo so: e delicati, e difficili da risolvere. Ma non è forse inutile che s'incominci a discuterne.

“Giornale dei genitori”, maggio 1962

2.10.13

Superpippo e le arachidi assassine (di Maria Tarantino)

C’era una volta SuperPippo. Nel cappello teneva nascosta un’arachide. Funzionava un’po’ come gli spinaci di Braccio di Ferro, ovvero gli conferiva poteri straordinari. C’erano anche Snoopy, Charlie Brown, Piperita Patty…la striscia di fumetti conosciuta con il nome di Peanuts, cioè arachidi.
Oltreoceano, le ‘spagnolette’ hanno sempre fatto sognare. Il burro di arachidi ha accompagnato generazioni di scolari americani. Ogni anno, ogni americano consuma in media 3,5kg di arachidi. In
Europa solo gli inglesi si avvicinano al traguardo, con 1,77kg per persona.
Da qualche anno, l’arachide è diventata uno degli alimenti in grado di provocare reazioni allergiche spesso violente. Al punto da rendere necessarie indicazioni delle presenza di noci e arachidi nelle preparazioni alimentari. Basta sfogliare il menu di ristorante americano o britannico per notare la dovizia con la quale ne viene segnalata la presenza nelle pietanze.
Nei paesi anglofoni si parla di cibi ‘nutfree’, cioè di preparazioni senza noci o simili. Ma cosa rende noci e arachidi pericolose? L’arachide è una pianta delle leguminose Papilionate. Contiene tre proteine (Ara h1, Ara h2, Ara h3) che sono stabili rispetto al calore e che sono in grado di provocare una reazione allergica sia in caso che le arachidi siano fresche o tostate. Questo vuol dire che chi è allergico alle arachidi è altrettanto allergico ai loro derivati, come la farina, il burro o l’olio o ad altri frutti come le noci e le nocciole, che hanno una struttura della molecola proteica analoga.
L’allergia alle arachidi si manifesta nei primi anni di vita e, a differenza dell’allergia al latte e alle uova, non scompare con il tempo. La reazione allergica avviene quando l’organismo si accorge della presenza di una proteina ‘estranea’ nelle proprie cellule. Per difenderle l’organismo inizia a produrre speciali anticorpi. Quando gli anticorpi raggiungono le cellule, queste rilasciano sostanze come l’istamina, che causano prurito, nausea o difficoltà respiratorie. Le reazioni allergiche possono variare dall’urticaria allo shock anafilattico.
Tutte le allergie si scatenano a breve distanza di tempo da quando è avvenuto il contatto con la sostanza scatenante. Non occorre ingerirla, basta che venga inalata o che avvenga un contatto cutaneo. Per capire le conseguenze che questo può avere basta pensare che dal 1998 diverse compagnie aeree americane hanno cessato di offrire noccioline ai passeggeri durante il volo. Ma non tutte le compagnie aeree reagiscono allo stesso modo. Attualmente la Cathay Pacific riporta sul suo sito una nota in cui dichiara non poter garantire un ambiente ‘peanut free’ per i passeggeri allergici. Si parte dal cibo (‘non possiamo garantire l’assenza di prodotti con arachidi nelle cucine che preparano i cibi di bordo dal momento che ingredienti a base di arachidi, olii di arachidi e altri alimenti non specificati contenenti tracce di arachidi sono ampiamente usati nell’area Asia Pacifico’) per arrivare alle condizioni in cabina (‘non siamo in grado di garantire l’assenza di arachidi a bordo dal momento che non possiamo impedire ai passeggeri di portare loro prodotti con
arachidi ne tantomeno possiamo impedire che non li mangino. Inoltre prodotti con arachidi possono esser lasciati in cabina, sui sedili e nelle aree comuni da un volo precedente’). La conclusione di Cathay Pacific è che siano i passeggeri a prendere i provvedimenti necessari e a prepararsi alle conseguenze di un’eventuale contaminazione, ‘indossando il braccialetto indicante l’allergia, portando l’epinefrina di pronto impiego (Epipenna) o altri anafilattici prescritti dal loro medico che possano essere utilizzati personalmente. I compagni di viaggio, tutori o famigliari, dovranno somministrare l’antidoto se sarà necessario. Se non sono presenti, il passeggero dovrà essere in grado di somministrarsi da solo la profilassi prescritta dal medico’.
In Canada alla fine di novembre, una ragazzina allergica alle arachidi è morta dopo aver baciato il fidanzato, che qualche ora prima aveva consumato uno snack contenente arachidi. La percentuale di bambini americani allergici alle noccioline è raddoppiata tra il 1997 e il 2002. Alle allergie vere e proprie si aggiunge tutta una serie di intolleranze ai cibi, che non sono mediate dalla produzione di istamina o altre sostanze da parte dell’organismo che si sente attaccato. Una delle possibili spiegazioni dell’intolleranza dell’organismo a certi cibi è l’assenza dell’enzima necessario ad assorbire certe sostanze.
Quello che fino a pochi anni fa era un problema negli Usa e in Gran Bretagna sta diventando un problema anche altrove. Si calcola che oggi il 4% degli americani adulti e il 6% dei bambini soffrano di allergie alimentari. Dieci anni fa, erano appena l’1%. In Gran Bretagna, una persona su tre soffre di una o più allergie alimentari.
Le allergie sono in continuo aumento, ma non si capisce esattamente perché. L’ipotesi più diffusa è quella ‘igienista’, che si riferisce al fatto che chi vive in condizioni di igiene elevata, come avviene nelle società affluenti, non stimola adeguatamente il sistema immunitario. Nel caso specifico delle arachidi, un fattore potrebbe essere il metodo di cottura. Secondo uno studio del giugno 2001 pubblicato dalla rivista ‘Journal of Allergy and Clinical Immunology’, la tostatura delle arachidi ad alta temperatura provocherebbe dei cambiamenti nella loro struttura proteica, aumentandone il fattore allergenico. Bollire o friggere le arachidi avrebbe invece un effetto contrario, motivo per cui in paesi come la Cina, dove le arachidi si consumano fritte o bollite, l’incidenza delle allergie non è rilevante.
In generale, è il nostro modo di vivere che è cambiato e l’organismo è costretto ad abituarsi. Al Dipartimento di Immunologia della Cornell University, il prof. Rod Dieter parla di esposizione a cibi trattati con pesticidi o sostanze chimiche di vario genere che fanno ormai parte della prassi di chi produce generi alimentari. Rispetto a questi nuovi veleni, l’organismo scatena le proprie difese, aumentando la gamma di epitopi, ovvero le ‘situazioni’ rispetto alle quali deve reagire.
La situazione diventa ancora più complessa se si prendono in considerazione gli ogm. Le proteine geneticamente modificate vengono ormai utilizzate in una vasta gamma di prodotti alimentari. L’organismo umano non le ha mai conosciute e potrebbe sviluppare reazioni allergiche nei loro confronti. A quel punto, stabilire verso quale sequenza genetica è diretta l’intolleranza, diventerebbe una missione quasi impossibile.


da scritto e mangiato, supplemento alimentazione de “il manifesto”, novembre 2005

Autunno (di Leonardo Sciascia)

Anders Zorn, La pentola di patate
La natura sembra essersi arresa alla convenzione. Non ho mai visto un autunno più autunno di questo, più indefettibile: nei colori delle acque, del cielo, delle rade nuvole, degli alberi; nella dolcezza dell'aria; negli odori. Se non in qualche quadro. Ecco: ci si sente come dentro un quadro. O meglio: come in un luogo, una stagione, un'ora che sono state fermate in quadro famoso; irripetibilmente, come si usa dire: e invece si ridiscioglie e si ripete per noi, intorno a noi. Un quadro di Camille Pissarro? Ma no, di Anders Zorn. E così finalmente, nella sua terra, in quest'aria trasparente e dolcissima, tutte le donne nude delle sue acqueforti e dei suoi quadri tra gli alberi, sulle rive scoscese, immerse nelle acque limpide o che ne escono madide — trovano, per così dire, un'anagrafe.

Zorn ha risolto la sua vita in una specie di ubiquità. Parigi e la Svezia. Molto parigino e al tempo stesso molto svedese. Se si guarda il grande catalogo della sua opera grafica, si ha l'impressione che abbia vissuto due vite: una a Parigi, ritraendo donne di piccola virtù o di grande rango, artisti e scrittori celebri, uomini d'affari; un'altra in Svezia, nella provincia svedese, a incidere donne nude in piena aria e interni di case contadine. Unico caso, credo, di artista o scrittore svedese infrancesato, nonostante il trapianto, tuttora considerato dagli svedesi felice, di una dinastia francese sul trono di Svezia.

da Nero su nero, Einaudi, 1979

1.10.13

Fratelli di stupro. Un legame omosessuale (di Ida Magli)

La lettura di un fenomeno sociale da parte di un’antropologa colta e acuta. La Magli, al tempo dell’articolo, fiancheggiava – non senza alcune fondate critiche – il femminismo; successivamente ha compiuto scelte a mio avviso sbagliate e destrorse, sia sul piano culturale che sul piano politico, culminate nell’appoggio alla Lega e a Forza Italia, ma la sua feroce requisitoria contro la costruzione europea contiene spunti analitici originali e convincenti.
Il testo qui riproposto è stato scritto più di trent’anni fa e, nel bene e nel male, si nota. Non c’è per esempio la tendenza, tipica dell’Italia più recente, a cercare scorciatoie legislative per problemi che sono culturali. La Magli non chiede nuove fattispecie di reato né aumenti di pena, ma scrive che lo strumento più efficace di lotta è una grande battaglia di idee e di educazione. In ogni caso la riflessione di Magli merita ancor oggi molta attenzione. (S.L.L.)  

Dice Lévi-Strauss che l’istinto sessuale è il solo stimolo naturale il cui appagamento possa essere differito. Ed è per questo che proprio sulla sessualità è stato possibile instaurare la prima regola: lo scambio ordinato fra uomini di determinate donne. Una « norma » che, appunto in quanto tale, segna il passaggio dalla natura alla cultura.
Naturalmente, qui per istinto s'intende lo stimolo sessuale maschie; ed è dunque imponendo una regola a questo istinto, imparando ad appagarlo soltanto nei modi prescritti, che si è instaurata la cultura. Questo è forse il motivo per cui la violenza sessuale » — cioè l'appagamento dell'istinto al di fuori della norma — appare come di comportamento più intollerabile: esso infatti mette in causa non soltanto coloro che ne sono i protagonisti, ma tutta la società, che, proprio in quanto è edificata sulle norme, proprio in quanto vive della cultura, è messa in crisi dal rifiuto e dal sovvertimento della prima regola.
 Eppure c'è, nello stupro, qualcosa di più e di diverso, qualcosa che va oltre questa prima e fondamentale premessa (che di per sé non sarebbe sufficiente a spiegare l'intensificarsi degli episodi di violenza sessuale in determinati moment e in determinate occasioni della storia. Questo qualcosa di più è costituito dal significato che l’oggetto dello stimolo sessuale, la donna, ha assunto nella costruzione della vita sociale e della cultura, e di conseguenza dal significato della sessualità come tale: un significato che va molto al di là di quello dell'istinto naturale.
In altri termini, l'instaurarsi della prima regola culturale sull'appagamento ordinato dello stimolo sessuale ha costituito la sessuauiita in «simbolo» che supera di gran lunga il «dato», e ha permesso la costruzione, sulla sessualità, dei rapporti fondamentali di «comunicazione» nel gruppo. Gli uomini si scambiano ordinatamente le donne e instaurano così fra loro un patto di alleanza, in base al quale rinunciano ad appropriarsi di qualsiasi donna e al tempo stesso fanno della donna un «segno », un «oggetto di comunicazione» fra loro. La donna diventa così non il destinatario principale dell'azione sessuale, ma lo strumento attraverso il quale si realizzano fra gli uomini comunicazioni concrete e simboliche: comunicazioni dirette a tutto il gruppo, alla società. Questo spiega perché sia così facile servirsi dell'immagine e del segno femminile per comunicare, per inviare messaggi di qualsiasi tipo, e perché, d'altra parte, la violenza sessuale sia il gesto di maggiore violenza che la donna possa subire: lo stupro, infatti, la nega totalmente come persona e ne fa, concretamente e simbolicamente, una cosa e uno strumento della società e contro la società.
Se infatti, come si diceva, la società si è fondata sula regola che vieta l'appagamento delo stimolo sessuale al di fuori dello scambio ordinato dele donne, la violenza sessuale si presenta come il segno più immediato, e al tempo stesso simbolicamente più pregnante, della ribellione contro la società, anzi la sua stessa negazione. Per questo lo stupro è spesso un'azione compiuta da gruppi di maschi costituiti in bande, che manifestano, con la violenza sessuale, nella forma più diretta, a livello profondo e più o meno consapevole, il rifiuto totale delle norme culturali, e si servono quindi di quel segno, di quella « parola per eccellenza » che è la donna (qualsiasi donna) per esprimere il loro disprezzo e la loro ribellione alle regole della società. La loro violenza, dunque, non si stabilisce contro la donna (cosa che non sarebbe possibile, perché la donna è soltanto oggetto e strumento), ma contro gli altri uomini, contro le istituzioni.
D'altra parte, proprio perché la sessualità è il terreno sul quale si è costruito il patto d'alleanza, la solidarietà fra maschi, la violenza sessuale da parte di un gruppo, l'uso in comune di una medesima donna, serve a cementare concretamente e simbolicamente nello stesso tempo, la loro soldarietà, il loro stesso essere «gruppo». Se scambiarsi le donne, infatti, è stata la prima regola sociale, niente come scambiarsi la stessa donna (è per questo che non ha nessuna importanza l'identità di questa donna, anzi più è casuale e sconosciuta, più è strumento della società anonima nel suo insieme) è segno della propria esistenza come gruppo, e come gruppo eversivo. Con un solo .gesto — l'appropriarsi della stessa donna — si nega la regola fondamentale della società e al tempo stesso ci si scambia, in quel simbolo per eccellenza che è il corpo della donna, il proprio patto di sangue, la propria « essenza».
C'è un'omosessualità implicita e latente in tutto questo? Credo che non ci possano essere dubbi in proposito. Un gruppo è realmente solidale quando in esso si stabilisce in qualche modo un legame libidico. Ma questo legame può, il più delle volte, rimanere inconscio, e simbolicamente realizzarsi in quel «luogo» che è il corpo della donna, percepito sempre come strumento di comunicazione fra gli uomini. D'altra parte, è proprio questa omosessualità latente che permette anche la riduzione della donna, nello stupro, a puro e semplice «oggetto», di cui non hanno nessuna importanza i connotati di attrazione sessuale, lo stimolo erotico; può essere giovane o vecchia, bella o brutta, conosciuta o sconosciuta: non ha nessuna importanza. L'unica cosa che conta è che, attraverso quello strumento simbolico che è il suo corpo, i maschi possano saldare, senza parole perché lo scambio della donna è la loro «parola», un legame sessuale in qualche modo fondato sulle «essenze» e sublimato.
Nel disprezzo verso la donna, nella violenza su di lei, si concentrano dunque significati psicologici, sociali e culturali così profondi, che solo portando consapevolmente alla luce e cambiando le strutture inconsce della cultura sarà possibile togliere la donna dalla condizione di oggetto e segno simbolico, e quindi dalla sua esposizione a quelle forme violente di possesso sessuale che maggiormente la negano come soggetto e come persona.


“la Repubblica”, 1 maggio 1979

Maccartismo

Il senatore Joseph McCarty, ispiratore e presidente, nei primi anni 50,
della Commissione per la repressione delle attività anti americane
Il maccartismo e la conseguente ondata anticomunista nascono ufficialmente, secondo gli storici, il 9 febbraio 1950, giornata di festa negli Stati Uniti dedicata al 16° presidente Abraham Lincoln. Luogo di nascita: Wheeling, un piccolo centro della West Virginia. Padre riconosciuto: il senatore Joseph McCarthy, un avvocato originario del Wisconsin. Tra i padrini più famosi, due che faranno strada nella politica fino a diventare presidenti degli Stati Uniti: Richard Nixon e Ronald Reagan, entrambi distintisi più di trent'anni fa per la passione e l'impegno profuso nel riconoscere e snidare «commies» (comunisti), «reds» (rossi) e anche «pinkies» (rosa), cioè tutti coloro che avevano la responsabilità di pensare troppo, o anche poco; a sinistra.

Il primo vagito ufficiale del maccartismo viene riconosciuto per convenzione, dagli storici, nella frase pronunciata da McCarthy a Wheeling quel 9 febbraio: «Ho qui nelle mie mani una lista di 205 nomi che sono stati segnalati al segretario di Stato Dean Acheson come attivisti del partito comunista e che, nonostante ciò, stanno lavorando al Dipartimento di Stato». Nominato capo della Commissione per la repressione delle attività antiamericane, McCarthy svolse il suo compito con tali eccessi che il presidente Eisenhower finì con l'esautorarlo dall'incarico nel 1954.

"LEuropeo", 5 novembre 1983

Alberto Bevilacqua su Paulo Roberto Falcao

E' morto il mese scorso, l'otto settembre credo, Alberto Bevilacqua. Ho letto pochissimo di lui e quel che ho letto non mi è piaciuto, mentre non mi dispiacque La Califfa, il film tratto da un suo romanzo del ciclo parmigiano; tuttavia da certi suoi interventi giornalistici e televisivi mi sono convinto che di calcio ne capisse, il che in realtà vuol dire soltanto che il suo modo di leggere il calcio ha qualche somiglianza col mio. 
Il brano che segue, tratto da un profilo di Falcao in un volume di minibiografie, è la sua sprezzante risposta al coro di laziali, nostalgici di Pelè e saputelli vari, che qualche mese dopo il suo acquisto da parte della Roma, continuavano a parlare di prezzo troppo alto e di possibile bidone a proposito del grande calciatore brasiliano. E' dedicato, in un momento di loro grande felicità sportiva, ai miei amici romanisti (me ho di molto cari: Stefano, Vincenzo, Mario), ma anche al ricordo della Roma che trovò in Falcao il massimo interprete, della "zona" e del centromediano metodista, la Roma del Barone Liedholm, della grande riforma che egli avviò andando molto oltre quel "catenaccio" che pure aveva a lungo giocato con efficacia nel Milan di Rocco. (S.L.L.)

Ai miei cari vicini sembra ovvio che anch'io tiri le fila dei loro discorsi, sostenendo che il miliardo e mezzo pagato per Falcao è uno scandalo. 
Invece, mi salta di deluderli. 
Gli descrivo Falcao, che ho visto giocare, perfettamente in linea con il falco, anzi il falcone, che il suo nome ricorda. 
Gli spiego che egli sa volare, in campo, con una grazia all'altezza del Nurejev di dieci anni fa; che il suo corpo snello ed armonioso sprigiona vita e voglia spettacolare da ogni poro.

Sergio Valentini, Paulo Roberto Falcao in Perché loro, Laterza, 1984

1876. Il lavoro nel Manicomio (dalla “Gazzetta del Frenocomio di Reggio”)

Nell’Italia appena unificata l’ideologia positivistica, connessa a una sorta di autoritarismo militaresco, è il fermento di una grande passione costruttiva ed investe molti aspetti del vivere sociale. Essa è bene evidente in questa nota sul lavoro nei manicomi apparsa nel luglio 1876 nella “Gazzetta del Frenocomio di Reggio”, che ho ripreso da un vecchio “manifesto”, ove non mancano palesi scelte classiste, a tutto pro di lor “signori”. (S.L.L.)
 
L'accesso al manicomio di San Lazzaro in Reggio Emilia sul finire dell'Ottocento
Point de discipline, point d'armée, diceva Napoleone I, a non so chi. Point de travail, point de Manicome, dirò io. Sì, senza lavoro sistemato, regolare, quotidiano, esteso inflessibilmente a tutti quelli che possono, non si può dare Manicomio vero.
Manicomio senza lavoro vuol dire quel che di più scompigliato e lurido e affliggente può offrire questa povera umana natura: vuol dire un’orda selvaggia, uomini e donne sconciamente sdraiati e accosciati, o vagolanti forsennatamente qua e là Al contrario un Manicomio, dove il lavoro è dovere ed abito per tutti quelli che possono, spira da ogni lato quiete, ordine, disciplina. Gli agitati vi guadagnano in tranquillità, i melanconici in sollievo e contento, i torpidi e gli stupidi in sveltezza, i monomaniaci in distrazioni. Per tutte queste ragioni fu data qui, fin da' tempi del Galloni, e poi più largamente del benemerito Zani, e si seguita tuttavia a dare, la più larga parte al lavoro. Eccettuati i Signori (corrispondenti in media a un'ottava parte della famiglia, ai quali non abbiamo da dare che libri, giornali, pianoforte, biliardo, scacchi, ecc.); eccettuati gli infermi, e gli inabili affatto, possiamo dire che i 9/10 del nostri malati lavorano da mane a sera: un decimo solo rappresenta i veri oziosi, quelli che per mala volontà e viziosa abitudine (se tali parole possono usarsi trattandosi di poveri alienati) rifuggono dal lavoro.
La Colonna agricola-industriale poi è un vero alveare di operosità: per molti bisogni della vita, il Frenocomio si può dire basti a se stesso. Ogni mattina che il sole manda in terra la sua luce, il Direttore medico riceve dall'Ispettore e dall'Ispettrice contezza del lavoro del giorno antecedente. Ecco la Tabella del 26 luglio.
(Segue un'accurata statistica dei lavoratori nelle diverse occupazioni è, per i non lavoranti, i motivi dell'esclusione dal lavoro nelle tre categorie dei «signori», degli «infermi» e degli «inabili». Ndr)


“il manifesto, 21 maggio 1980

Un amore di mio nonno Giovanni (Renato Nicolini)

Giovanni Nicolini, scultore
(Palermo 1872 - Roma 1956)
Mio bisnonno era una specie di bracciante siciliano, garibaldino. Si chiamava Angelo Nicolino, poi italianizzato in Nicolini. Mio nonno Giovanni era scultore. Ebbe una romantica storia, all'inizio di questo secolo, con una ragazza belga che poi diventò mia nonna.
Si incontrarono in treno. Lei stava visitando l'Italia insieme al padre. Lui veniva da Palermo, lei da Anversa. Lui le mandò un mazzo di rose rosse in albergo, la seguì dappertutto. Il giorno prima che ripartisse per il Belgio, domandò al padre la mano della ragazza. Altri tempi. «Tu che ne dici?», domandò il signore belga alla figlia. E lei: «Sì, sì». «Be', per un anno non vi vedrete. Poi si vedrà». Dopo un anno si sposarono ed ebbero sei figli.

Da un’intervista di Mino Monicelli in Perché loro, Laterza, 1984

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