9.1.14

Appello per l'Europa. INVERTIRE LA ROTTA (con un articolo di Barbara Spinelli)

Dal sito della Fondazione "Luigi Pintor", riprendo l'appello sulle politiche europee in rapporto alla crisi, seguito dall'articolo di adesione di Barbara Spinelli, pubblicato su "la Repubblica". (S.L.L.)  
Il banchiere Draghi
Al Pre­si­dente della Repub­blica, Gior­gio Napolitano 
Al Pre­si­dente del Con­si­glio dei Mini­stri, Enrico Letta
Al Pre­si­dente della Com­mis­sione Euro­pea, José Manuel Barroso
Al Gover­na­tore della Banca Cen­trale Euro­pea, Mario Draghi

La crisi dura ormai da sei anni. Inne­scata dalla povertà di massa figlia di trent’anni di neo­li­be­ri­smo, esa­spera a sua volta povertà e disu­gua­glianza. Mol­ti­plica l’esercito dei senza-lavoro. Distrugge lo Stato sociale e sman­tella i diritti dei lavo­ra­tori. Com­pro­mette il futuro delle gio­vani gene­ra­zioni. Pro­duce una gene­rale regres­sione intel­let­tuale e morale. Mina alle fon­da­menta le Costi­tu­zioni demo­cra­ti­che nate nel dopo­guerra. Ali­menta rigur­giti nazio­na­li­stici e neofascisti.
Con­ce­pita nel segno della spe­ranza, l’Europa unita arbi­tra della scena poli­tica con­ti­nen­tale rap­pre­senta oggi, agli occhi dei più, un potere ostile e minac­cioso. E la stessa demo­cra­zia rischia di appa­rire un mero simu­la­cro o, peg­gio, un peri­co­loso inganno.
Per­ché? È la crisi come si suole ripe­tere la causa imme­diata di tale stato di cose? O a deter­mi­narlo sono le poli­ti­che di bilan­cio che, su indi­ca­zione delle isti­tu­zioni euro­pee, i paesi dell’eurozona appli­cano per affron­tarla, in osser­vanza ai prin­cipi neoliberisti?
Noi cre­diamo che quest’ultima sia la verità. Siamo con­vinti che le ricette di poli­tica eco­no­mica adot­tate dai governi euro­pei, lungi dal con­tra­stare la crisi e favo­rire la ripresa, raf­for­zino le cause della prima e impe­di­scano la seconda. I Trat­tati euro­pei pre­scri­vono un rigore finan­zia­rio incom­pa­ti­bile con lo svi­luppo eco­no­mico, oltre che con qual­siasi poli­tica redi­stri­bu­tiva, di equità e di pro­gresso civile. I sacri­fici impo­sti a milioni di cit­ta­dini non sol­tanto si tra­du­cono in indi­genza e disa­gio, ma, depri­mendo la domanda, fanno anche venir meno un fat­tore essen­ziale alla cre­scita eco­no­mica. Di que­sto passo l’Europa la regione poten­zial­mente più avan­zata e fio­rente del mondo rischia di avvi­tarsi in una tra­gica spi­rale distruttiva.
Tutto ciò non può con­ti­nuare. È urgente un’inversione di ten­denza, che affidi alle isti­tu­zioni poli­ti­che, nazio­nali e comu­ni­ta­rie il com­pito di rea­liz­zare poli­ti­che espan­sive e alla Banca cen­trale euro­pea una fun­zione prio­ri­ta­ria di sti­molo alla crescita.
Ammesso che con­si­de­rare il pareg­gio di bilan­cio un vin­colo indi­scu­ti­bile sia potuto appa­rire sin qui una scelta obbli­gata, man­te­nere tale atteg­gia­mento costi­tui­rebbe d’ora in avanti un errore imper­do­na­bile e la respon­sa­bi­lità più grave che una classe diri­gente possa assu­mersi al cospetto della società che ha il dovere di tutelare.
Étienne Bali­bar, 
Alberto Bur­gio, 
Luciano Can­fora, 
Enzo Col­lotti, 
Mar­cello De Cecco, 
 Luigi Fer­ra­joli, 
Gianni Fer­rara, 
Gior­gio Lun­ghini, 
Alfio Mastro­paolo, 
 Adriano Pro­speri, 
Ste­fano Rodotà, 
Guido Rossi, 
Sal­va­tore Set­tis, 
Gia­como Tode­schini, 
Edoardo Vesen­tini
dal sito della Fondazione Luigi Pintor, 21 dicembre 2013

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La sede del Parlamento Europeo a Strasburgo
I legislatori del futuro 
(di Barbara Spinelli)
Sei anni sono passati dall'inizio della crisi, e tre sono gli stati d'animo di chi in Europa governa lo squasso o lo patisce. C'è chi si complimenta con se stesso, convinto che il peggio sia alle spalle: nei Paesi debitori le bilance di pagamento tornano in pareggio, l'intervento lobotomizzatore è riuscito, anche se il paziente intanto è stramazzato. Ci sono i catastrofisti, che ritengono euro e Unione un fiasco. Di qui l'appello a riprendersi la sovranità monetaria sconsideratamente immolata. Infine ci sono gli europeisti insubordinati: essendo la crisi non finanziaria ma politica, è l'Unione che urge cambiare, subito e radicalmente. I veri rivoluzionari sono gli ultimi, perché vogliono scalzare il potere delle inette oligarchie che l'hanno guastata e crearne un altro, non oligarchico. La questione della sovranità sequestrata non viene affatto negata, ma posta in altro modo: esigendo accanto alle malridotte sovranità statali una sovranità europea effettiva, solidale e quindi federale, dotata di una Banca centrale prestatrice di ultima istanza. Nietzsche li avrebbe chiamati i «legislatori del futuro», dediti a un «compito colossale» ma ineludibile: non contentarsi di constatare la crisi, ma «determinare il Dove e Perché» del cammino umano, fissando nuovi princìpi.
Sono gli unici in grado di adottare l'antica, nobile filosofia scettica: la realtà costituita è apparenza, e il compito colossale consiste nel confutarla col pensieroe gli atti.
A ogni tesi corrisponde un'antitesi: il mondo non è senza alternative. Quest'ultimo è insensato oltre che menzognero, ragion per cui i rivoluzionari sono avversari dell'immobilismo, che professa l'Europa a parole. Quando sentono parlare di bicchiere mezzo pieno s'impazientano, perché un pochetto di vino va bene per i tempi tiepidi, non per i bollenti. Non a caso la parola greca skepsis significa ricerca, indagine: gli scettici si dissero "ricercatori", visto che tutte le questioni erano aperte.
Non stupisce che umori analoghi si manifestino a Atene, nei programmi di Alexis Tsipras, leader della sinistra radicale ellenica ed europea. La Grecia infatti è stata non solo un Paese immiserito dal trattamento deflazionistico. L'hanno usata come cavia, come animale da esperimento biologico. Biologico alla lettera: quanto e come avrebbe resistito, viva, alla cura da cavallo? Non ha resistito. La bilancia dei pagamenti è risanata ma si è gonfiato un partito nazista, Alba Dorata. Dal paese-cavia giungono notizie costernanti: ai suicidi, s'aggiungono quest'inverno i morti carbonizzati da malconce stufe a legna, usate quando non hai soldi per l'elettricità (sito di Kostas Kallergis). Tra i legislatori del futuro non dimentichiamo i Verdi di Green Italia. Lista Tsipras e Verdi potrebbero unire gli sforzi, se non saranno esclusi dal Parlamento europeo che sarà eletto il 22-25 maggio.
La lotta non è tra europeisti e antieuropeisti (i poli sono tre, non due). E' tra chi si compiace in pigri rinvii, chi fugge, e chi vuol scompigliare l'Unione disunita. Questo pensano i firmatari dell'appello di domenica sul Manifesto. È urgente - dicono - un'inversione di tendenza, che affidi alle istituzioni nazionali e comunitarie il compito di realizzare politiche espansive, e alla Banca centrale europea una funzione prioritaria di stimolo alla crescita: «Ammesso che considerare il pareggio di bilancio un vincolo indiscutibile sia potuto apparire sin qui una scelta obbligata, mantenere tale atteggiamento costituirebbe d'ora in avanti un errore imperdonabile, e la responsabilità più grave che una classe dirigente possa assumersi al cospetto della società che ha il dovere di tutelare». Tra le firme: Stefano Rodotà, Luciano Canfora, Marcello De Cecco, Adriano Prosperi, Guido Rossi, Salvatore Settis.
C'è una cosa che abbiamo capito, in questi anni: l'Europa così com'è - e forse le democrazie - non sono attrezzate per pensare e affrontare le crisi, se per crisi s'intende non un'effimera rottura di continuità ma un punto di svolta, un'occasione che ci trasforma. Crisi simili sono temute, perché minano oligarchie dominanti e ricette fondate su vecchie nozioni di Pil, oggi molto contestate. Come nella peste di Atene o nella guerra civile di Corcira (Corfù), narrate da Tucidide, la corruzione dilaga e gli uomini diventano «indifferenti alle leggi sacre come pure a quelle profane» (alle costituzioni democratiche, oggi). Nessuno crede che otterrà giustizia e uguaglianza («Nessuno sperava di restare in vita fino al momento della celebrazione del processo e della resa dei conti»). Quanto ai capi della fazioni di Corcira: «A parole servivano lo Stato; in realtà lo consideravano alla stregua del premio di una gara». Quello che abbiamo visto in questi giorni a Lampedusa e a Roma - in centri sfacciatamente chiamati d'accoglienza - è rivelatore: uomini e donne denudati per ripulirli d'una scabbia contratta dopo l'ingresso nei recinti, e a Roma ribelli che si cuciono le bocche.
Chi ha visto il film di Emanuele Crialese (Nuovomondo) ricorderà la vergogna di Ellis Island, presso la statua della libertà a New York: l'umiliazione dei controlli medici, fisici, mentali, cui i trapiantati erano sottoposti. Isola delle Lacrime, era chiamata. Il sindaco di Lampedusa Giusi Nicolini va oltre: denudare in pubblico un essere umano ricorda i Lager.
Se la crisi è paragonabile a una peste, se sconvolge costituzioni e democrazia, se secerne rabbie tanto vaste (la Lega parla di «euro criminale»), non bastano più i piccoli progressi di cui si felicitano i governanti.
Esemplare è l'Unione Bancaria concordata il 18 dicembre a Bruxelles dai leader europei. È stata descritta come un «risultato storico».
In realtà è un inganno, spiegano critici seri come Wolfgang Münchau e Guy Verhofstadt sul “Financial Times”, o Federico Fubini su “Repubblica”.
L'unione delle banche vedrà la luce solo fra 10 anni, come se la crisi non esistesse già adesso, e le somme che saranno allora a disposizione delle banche in difficoltà sono ridicole: appena 55 miliardi di euro, «quanto basta per un unico intervento di medie dimensioni (una sola banca, ndr), a fronte di bilanci bancari che in totale valgono 25 mila miliardi» (Fubini, 2012). Anche l'economista Rony Hamaui, sul sito Voce.it, è esterrefatto: è bene che non siano i contribuenti ma i privati a pagare, ma la somma in cantiere è niente, «se pensiamo che i governi europei hanno mobilitato in questi anni risorse per oltre 4500 miliardi». Angela Merkel ha voluto quest'accordo al ribasso: la sua rielezione, e la coalizione con i socialdemocratici, sono non un progresso ma una regressione e una chiusura.
Non è la prima volta che l'Europa si trincera nell'ottusità, davanti a scosse gravi. Anche in politica estera è così. Parigi ad esempio chiede aiuti per gli interventi in Africa, ma si guarda dal condividere e discutere la sua politica estera con il resto dell'Unione, e con Berlino che lo domanda da quando nacque l'euro.
Purtroppo le dittature sembrano più equipaggiate delle democrazie, di fronte alle crisi e alle rivoluzioni.
Vedono crisi e sovversioni in ogni angolo, il che le rende paradossalmente più mobili, guardinghe. La rapidità con cui Putin decide le sue mosse è significativa: sia quando profitta della sua ricchezza energetica per legare a sé l'Ucraina e vietarle l'associazione con l'Unione europea, sia quando scarcera i propri dissidenti: tardi ma al momento giusto.
La sete dell'uomo forte non meraviglia. È la sete dei catastrofisti, ma anche di chi difende lo status quo. Solo i legislatori del futuro resistono.
Sanno che il futuro dovrà costruirsi sul rispetto delle Costituzioni, e su un'idea di bene pubblico che è stata l'Europa a inventare, per far fronte col Welfare alla triplice sciagura della povertà, della disuguaglianza, delle guerre civili.

"la Repubblica", 24 dicembre 2013

8.1.14

Casa. Tra bisogno e valore, tra materiale e simbolico (di Ida Magli)

Un articoletto ch’è (o, almeno, mi pare) un capolavoro di sintesi e di efficacia esemplificativa ed argomentativa. Sul ritaglio non c’è la data, ma una vignetta di Giuliano, nel retro della pagina è datata 81. (S.L.L.)
Ogni anno, all'arrivo dell'estate, vengono fuori puntualmente i fautori del nudismo, i quali ci invitano a riscoprire il mirabile significato di un corpo liberato dalla intollerabile, «innaturale» coercizione dei vestiti: Poi l’estate passa, il termometro scende e i maglioni tornano ad essere «naturali». E sono «naturali»: se l'uomo non avesse inventato un sistema per difendersi dal freddo, la nostra specie sarebbe estinta da tempo.
A volte mi vien fatto di paragonare l'astrattezza dei «filonudisti» a quella della classe politica, che troppo spesso è occupata a discettare sulle teorie «dei bisogni», e si dimentica di affrontare i bisogni in sé. Esempio clamoroso quello della cosiddetta «politica per la casa»; una politica che dalla fine della guerra ad oggi ha registrato una sequela di grossolani errori, col risultato che tutti conosciamo. Ciò dipende dal fatto che nessuno, mi pare, si è mai posto l'interrogativo fondamentale: che cosa è la casa?
Una domanda assurda, direte, tanto ovvia appare la risposta. Eppure io credo che sia necessario ripartire proprio da questa risposta, se vogliamo misurare fino in fondo (e quindi porvi rimedio) l'incapacità culturale di chi avrebbe dovuto occuparsi del problema. La casa è molte cose insieme: è un riparo per il freddo o per l'eccessivo caldo, è un luogo di sicurezza personale, è un «territorio» potente perché partecipa della stessa potenza di chi in essa dimora, «contagiato» dalla sacralità del contatto con tutto ciò che dall'uomo «emana» (sessualità, procreazione, ingestione di cibo, defecazione, morte), ma anche da tutto ciò che l'uomo «sente» (amore, dolore, angoscia, paura, speranza).
E' chiaro che non possiamo materialmente sopravvivere senza un rifugio — paravento, capanna, appartamento che sia; ma proprio perché ci è indispensabile, questo rifugio diventa luogo privilegiato di tutti i valori, e di tutti i simboli che si collegano ai valori. Nello stretto legame che passa tra bisogno, valore e simbolo, la casa è talmente bisogno dei bisogni, valore dei valori, simbolo dei simboli, che ci accorgiamo della sua essenzialità solo quando ci viene a mancare: così come avviene per l'aria che respiriamo. Senza casa, la vita dell'uomo è impensabile. Proprio per questo la casa — o un qualche simbolo della casa — accompagna così spesso il morto, nei più vari costumi e rituali funerari.
Si dice, di solito, che queste usanze testimoniano la credenza che il morto avrà un'altra vita nell'aldilà. Ma si tratta, a mio avviso, di un significato secondario; quello fondamentale è un altro: dove è la casa, è anche la vera vita nell'aldiquà; ci siamo noi, c'è la nostra «potenza», c'è la nostra «presenza», quella unica e indivisibile del nostro corpo, senza il quale ci è impossibile riconoscerci come realtà individuale.
E' per questo che l'ebreo chiama «casa» la propria moglie; è infatti lì, nel corpo della moglie, che egli deposita il suo seme, vale a dire la «potenza» della sua vita. Analogo significato hanno l'urna cineraria plasmata a forma di casa del Lazio preistorico o la «casa dell'anima» deposta accanto alle salme degli antichi Egizi, o ancora la tomba etrusca che contiene ogni sorta di oggetti domestici. E si possono ricordare anche gli innumerevoli giocattoli che richiamano la casa, messi in mano ai bambini in tutte le società che conosciamo: giocattoli che trasmettono di generazione in generazione quello che è uno dei valori essenziali della cultura.
Né è casuale il fatto che nessuna altra proprietà, come quella della casa, dà luogo a tante controversie, a disquisizioni altrettanto sottili, a così violenti conflitti. A parte le feroci dispute condominiali, come non ricordare il sentimento intenso e ambivalente che lega l'inquilino a una casa che non è sua, una casa dove egli vive, e che quindi fa partecipe della propria «potenza», ma che non riesce a possedere, e che perciò suscita in lui odio e gelosia, quasi si trattasse di una donna?
In fondo, è per lo stesso motivo che gli italiani hanno riversato sull'automobile una passione spasmodica, facendone spesso un sostituto simbolico della casa che non possiedono: qui la carica affettiva supera di gran lunga l'oggetto-automobile (ed è anche per questo che la politica delle autostrade, malgrado i tanti guasti prodotti, ha trovato facili consensi). Tutti i bisogni che la casa dovrebbe soddisfare, e tutti i significati di «potenza» personale che, in base a questi bisogni, essa assume, si ritrovano nel rapporto tra il proprietario di un'automobile, e la macchina stessa. Luogo dove si realizza anche la sessualità — dal primo corteggiamento al rapporto vero e proprio — l'automobile viene ornata con tutti i possibili simboli della casa: dai cuscini ai tappetini, dalle tendine ai plaids coloratissimi, dai bambolotti alle foto di famiglia, dalle immagini sacre ai «segnali di potenza» quali il ferro di cavallo o il corno. Ma l'automobile è anche diventata il luogo di morte per eccellenza. Lo scontro improvviso, il sequestratore, il terrorista, ti aggrediscono oggi accanto alla macchina così come un tempo il nemico sferrava 1'attacco contro la tua casa (e il corpo di Moro giacente nel portabagagli di un'automobile rimane, credo, l'immagine più crudelmente espressiva di ciò che è una tomba-casa).
La casa, dunque, è, per gli uomini vita e morte nello stesso tempo: lo è nel concreto come nel simbolico. Se ci si fosse resi conto di questo, molte più energie e molte più risorse sarebbero state indirizzate, probabilmente, alla soluzione del problema.


“la Repubblica”, estate 1981

I gelsi della rivoluzione. Ignacio Ramonet intervista Fidel Castro

È un giorno di tepore primaverile, pieno della luce e dell’aria cristallina tanto caratteristiche del magico dicembre cubano. Arrivano gli odori del vicino oceano, le palme verdi ondeggiano a un vento lieve. Sto pranzando con un’amica in uno dei paladares ormai molto diffusi all’Avana quando all’improvviso squilla il telefono. È il mio contatto: «La persona che volevi vedere ti aspetta fra mezz’ora. Sbrigati ». Lascio perdere tutto, saluto l’amica e mi dirigo al luogo indicato. Una macchina discreta mi sta aspettando; l’autista parte subito verso l’ovest della capitale.
Sono arrivato a Cuba da quattro giorni. Venivo dalla Fiera di Guadalajara (Messico) dove ho presentato il mio nuovo libro Hugo Chávez. Mi primera vida, conversazioni con il leader della rivoluzione bolivariana.
All’Avana, come ogni anno in questi giorni, si sta svolgendo con enorme successo il Festival internazionale del nuovo cinema latinoamericano. E il suo direttore, Iván Giroud, ha avuto la gentilezza di invitarmi all’omaggio che il festival vuole rendere al suo fondatore, morto nel 2013: Alfredo Guevara, autentico genio creatore, colui che ha dato il maggior impulso al cinema cubano.
Come sempre quando arrivo all’Avana, ho chiesto di Fidel, facendogli arrivare i miei saluti per mezzo di amici comuni. Non lo vedo da oltre un anno. L’ultima volta era stato il 10 feb­braio 2012, in occasione di un grande incontro «per la pace e la protezione dell’ambiente» organizzato a margine della Fiera internazionale del libro dell’Avana; il Comandante della rivoluzione cubana si era intrattenuto allora con una quarantina di intellettuali.
In quell’occasione erano stati affrontati i temi più svariati, a partire da «il potere mediatico e la manipolazione delle menti», l’argomento che mi era stato assegnato in una specie di relazione d’apertura. Non posso scordare l’osservazione pertinente di Fidel, alla fine del mio intervento: «Il problema non è tanto nelle menzogne che ci propinano i mezzi di comunicazione dominanti. Non possiamo impedirglielo. Quel che dobbiamo pensare oggi è come noi diciamo e diffondiamo la verità».
Nelle nove ore della riu­nione, quel ristretto uditorio fu molto impressionato dal leader cubano. Egli dimostrò che, a 85 anni, manteneva intatta la vivacità dello spirito e la curiosità mentale. Scambiò idee, propose temi, formulò progetti, proiettandosi nel nuovo, nel cambiamento, nel futuro; sempre sensibile alle trasformazioni in corso nel mondo. Lo vedrò cambiato adesso, diciannove mesi dopo? Me lo chiedo sull’auto che mi porta da lui. Fidel è apparso poche volte in pubblico nelle ultime settimane, e ha scritto meno analisi e riflessioni degli anni precedenti.
Eccoci. Accanto a sua moglie Dalia Soto del Valle, sorridente, Fidel mi aspetta all’ingresso del salone della sua casa, una stanza ampia e luminosa aperta su un giardino assolato. Lo abbraccio con emozione. Appare in ottima forma, gli occhi brillanti, i suoi occhi capaci di scrutare fin nell’animo dell’interlocutore. È impaziente di cominciare la conversazione, come se si trattasse, dieci anni dopo, di proseguire i lunghi colloqui sfociati nel libro Cien horas con Fidel.
Prima ancora di sederci mi fa un’infinità di domande sulla situazione economica in Francia e sull’atteggiamento del governo francese… Per due ore e mezza, parliamo tutto, saltando da un argomento all’altro come vecchi amici. Ovviamente si tratta di un incontro amichevole, non professionale. Non registro la conversazione, né prendo appunti. E questo mio racconto, oltre a far conoscere alcune riflessioni attuali del leader cubano, è destinato soprat­tutto a rispondere alla curiosità di tante persone che si chiedono, con benevolenza o con malignità: come sta Fidel Castro?
L’ho già detto: sta meravigliosamente bene. Gli chiedo perché non abbia pubblicato niente su Nelson Mandela, morto da una settimana. «Ci sto lavorando — mi dice -, sto finendo la bozza di un articolo. Mandela è stato un simbolo della dignità umana e della libertà. L’ho conosciuto molto bene. Un uomo di eccezionale qualità umana e di una nobiltà d’idee impressionante. È curioso vedere come anche quelli che ieri sostenevano l’apartheid, oggi si dichiarino ammiratori di Mandela. Che cinismo! Come ha potuto, quell’odioso e criminale apartheid, durare tanti anni? Ma Mandela sapeva quali erano i suoi veri amici. Quando uscì di prigione, una delle prime cose che fece fu venire a farci visita qui. Non era ancora nemmeno presidente del Sudafrica! Ma sapeva che senza il coraggio delle forze cubane, che riuscirono a sbaragliare l’élite dell’Esercito razzista sudafricano nella battaglia di Cuito Cuanavale (1988), favorendo così l’indipendenza della Namibia, il regime dell’apartheid non sarebbe finito, ed egli sarebbe morto in carcere. E quella cosa che i sudafricani avevano varie bombe nucleari, ed erano disposti a utilizzarle!»
Poi parliamo del nostro comune amico Hugo Chávez. È evidente che per lui il dolore per questa terribile perdita è ancora forte. Ha quasi le lacrime agli occhi men­tre parla del Comandante bolivariano. Mi dice di aver letto «in due giorni» il libro Hugo Chávez. Mi pri­mera vida. «Adesso devi scrivere la seconda parte. Tutti vogliamo leggerla. Lo devi a Hugo», aggiunge. Interviene Dalia per segnalarci che oggi (il 13 dicem­bre), per coincidenza, ricorrono i 19 anni del primo incontro fra i comandanti cubano e venezuelano. Cade il silenzio. È come se di colpo questa circostanza conferisse alla nostra visita un’indefinibile solennità. Quasi parlando fra sé e sé, Fidel rievoca quel primo incontro con Chá­vez, nel dicembre 1994. «Fu un puro caso — ricorda -. Ero stato informato del fatto che Eusebio Leal lo aveva invitato a tenere una conferenza su Bolívar. Volli conoscerlo. Andai ad aspettarlo ai piedi dell’aereo. Questo sor­prese molti, a comin­ciare dallo stesso Chávez. Trascorremmo la notte parlando». «Egli mi raccontò — gli dico -, che gli era sembrato di subire un vero e proprio esame…». Fidel ride. «Certo! Volevo sapere tutto di lui. E mi impressionò… Per la cultura, l’acume, l’intelligenza politica, la visione bolivariana, la gentilezza, il senso dell’umorismo…Aveva tutto questo! Mi resi conto che ero di fronte a un gigante, all’altezza dei migliori dirigenti della storia dell’America latina. La sua morte è una tragedia per il nostro continente e una sventura personale per me, perché ho perso il mio migliore amico…». «Lei riuscì già a prevedere, in quell’occasione, che Chávez sarebbe stato quel che è stato, ovvero il fondatore della rivoluzione bolivariana?». «Partiva con uno svantaggio: era militare e si era sollevato contro un presidente socialdemocratico, che in realtà era ultraliberista… In un contesto latinoamericano, così pieno di gorilla militari al potere, molte persone di sinistra diffidavano di lui. Era normale. Ma parlando con lui, dician­nove anni fa, capii subito che Chávez appar­te­neva alla grande tradizione dei militari di sinistra in America latina. A partire da Lázaro Cár­de­nas (1895–1970), il generale presidente messicano che realizzò la più importante riforma agraria e nazionalizzò il petrolio nel 1938…».
Fidel si sofferma a lungo sul tema dei «militari di sinistra» in America latina, insistendo sull’importanza, per il Comandante bolivariano, dello studio del modello rappresentato dal generale peruviano Juan Velasco Alvarado. «Chávez lo conobbe nel 1974, in un viaggio compiuto in Perú mentre stu­diava all’Accademia. Anch’io avevo incontrato Velasco, alcuni anni prima, nel dicembre 1971, tor­nando dalla visita nel Cile dell’Unidad popular e di Salvador Allende. Velasco fece riforme importanti ma commise degli errori, che Chávez analizzò e seppe evitare.»
Fra le tante qualità del Comandante venezuelano, Fidel ne sottolinea una: «Ha saputo formare una generazione di giovani dirigenti che accanto a lui acquisirono una solida formazione politica, rivelatasi fondamentale, alla scomparsa di Chávez, per la continuità della rivoluzione bolivariana. Nicolás Maduro in particolare, con la sua fermezza e lucidità, ha potuto vincere brillantemente anche le elezioni dell’8 dicembre. Una vittoria di capitale importanza che rafforza la sua leaderhisp e dà stabilità al pro­cesso. Ma intorno a Maduro ci sono altre personalità di valore, come Elías Jaua, Diosdado Cabello, Rafael Ramírez, Jorge Rodríguez…Tutti formati da Chávez, alcuni di loro quando erano ancora molto giovani».
Ci raggiunge suo figlio Álex Castro, fotografo, autore di tanti libri eccezionali. Fa alcune foto «per ricordo» e con discrezione se ne va.
Parliamo con Fidel dell’Iran e dell’accordo provvisorio concluso a Ginevra lo scorso 24 novembre; è un tema che il Comandante conosce molto bene e che sviluppa dettagliatamente, per concludere dicendomi: «L’Iran ha diritto al nucleare civile». Poi, subito avverte del pericolo nucleare che corre il mondo intero, a causa della proliferazione atomica e dell’esistenza, nelle mani di diverse potenze, di un numero enorme di bombe che «possono distruggere il nostro pianeta molto volte».
Da molto tempo lo preoccupano i cambiamenti climatici. Mi parla del rischio rappresentato dalla ripresa dello sfruttamento del carbone in diverse parti del mondo, con conseguenze nefaste in termini di emissioni di gas serra: «Ogni giorno — dice -, per incidenti nelle miniere di carbone muoiono un centinaio di lavoratori. Un’ecatombe, peggio che nel secolo XIX…»
Poi tocca questioni di agronomia e botanica. Mi mostra alcuni vasetti pieni di semi: «Sono di gelso — mi dice -, un albero molto generoso dal quale si possono trarre tanti prodotti e le cui foglie sono l’alimento dei bachi da seta… sto aspettando proprio adesso un professore, specialista di gelsi, per parlarne».
«Vedo che lei non smette mai di studiare», gli dico. «I dirigenti politici — risponde -, quando sono in servizio non hanno tempo. Non riescono nemmeno a leggere un libro. È una trage­dia. Ma io, anche adesso che non faccio più politica attiva, mi rendo conto che non ho ugualmente tempo. Perché l’interesse per un argomento ti porta ad altri argomenti collegati. E così aggiungi letture su letture, contatti su contatti, e ti rendi conto che ti manca il tempo per sapere anche solo una parte di quelle tante cose che vorresti sapere…».
Le due ore e mezza pas­sano al volo. Sull’Avana comincia a calare una sera senza crepuscolo, e il Comandante ha altri incontri previsti. Mi congedo con affetto da lui e da Dalia, felice di aver potuto constatare che Fidel continua ad avere lo spettacolare entusiasmo intellettuale di sempre.

Ignazio Ramonet è direttore di "Le Monde diplomatique", edizione spagnola. La traduzione è di Marinella Correggia.


il manifesto, 3 gennaio 2014

6.1.14

La poesia del lunedì. Walter Cremonte


Cosa

Ma secco è il pruno
secco davvero
e il treno è fermo su un binario morto
morto davvero
e noi cosa facciamo
fuori delle parole
fuori da questa bella
poesia?


da Anniversario, Perugia, 2009

5.1.14

Quando Imoletta si svegliò su un ramo. Una poesia di Paolo Ottaviani

Qualche mese fa il caro Paolo Ottaviani, poeta di intensità e versatilità notevoli, magistrale frequentatore di lingue e dialetti, ardito sperimentatore di forme metriche, mi fece omaggio in una sua affettuosa mail di una deliziosa poesia dai modi danteschi e di un altrettanto godibile raccontino che la spiega in nota, probabilmente scritti dopo il terremoto di Norcia, città da cui orgogliosamente deriva. Posto oggi qui i versi e l’annotazione, ringraziando Paolo che sento particolarmente vicino per i comuni malanni e colpi d’occhio. (S.L.L.)
1979. Un'immagine del terremoto in Valnerina
Quando Imoletta¹ si svegliò su un ramo
trascinata dai venti con la tenda
che dopo il terremoto il buon Abramo

aveva issato con tanta stupenda,
generosa imperizia sopra i resti
del cascinale e una rude benda

copriva le ferite di quei mesti
giorni, chiamò a gran voce il figlio, il figlio
David che accorse - toglimi da questi

sterpi e non temer se a te, un po’, m’appiglio! -



¹Imoletta era una minuta contadina che viveva da sola in una fatiscente casupola con annesso un piccolo cascinale. Quando la violenza del terremoto rase tutto al suolo nessuno si ricordò di lei, tranne un vicino che le donò una vecchia tenda militare: il figlio la ritrovò sopra una quercia, scaraventata lassù dalla furia dei venti in una notte di tempesta, impigliata tra i rami e i lacci della tenda. Quella fu l’unica volta che Imoletta chiese aiuto.


Memoria e oblio. Una poesia di Luigi Fiorentino (1966)

1964, La sonda spaziale USA Mariner 4 sorvola Marte
Alla legge del tempo non si sfugge,
per quanto sulla Luna già si avventino
mostri d’acciaio, e calcoli d’orgoglio
propulsino altri mostri nell’abisso
dei cieli, oltre l’orbita di Venere.

Quando è discesa l’ombra sulle spalle
sono doni patetici del vivere,
fino al grande silenzio, la memoria
che dolce rende il flusso dei ricordi,
come acque dal buio uscite al giorno
o una morbida musica del tempo,
e l’oblio che lascia meriggiare 
le offese, nel suo tacito fluire.

Il cappotto di Saba, dall'occhio rapace. Lettere dal dopoguerra (Alfredo Giuliani)

Ho letto le sessanta lettere di Umberto Saba, fin qui inedite, che Gianfranca Lavezzi e Rossana Saccani hanno scelto tra le trecentocinquanta conservate nel Fondo manoscritti dell'Università di Pavia. Indirizzate alla moglie Lina e alla figlia Linuccia nel periodo 1945-1953, le lettere appaiono da Bompiani (pagg. 224, lire 20.000) con un titolo suggestivo, per non dire pittoresco, tratto da un passo dello scrivente: Atroce paese che amo. Ammetto che suona molto sabiano, e che si addice a quegli anni umilianti, squallidi, di povere passioni e di paure. Qualcuno potrebbe affermare che si addice anche a questi anni, e agli anni appena passati e agli strapassati. E' un titolo che fa colore, è poetico drammatico nazionalpopolare. Ciò non toglie che nel leggere le lettere privatissime di uno scrittore morto trent'anni fa mi sono sentito a volte un ficcanaso; e a parlarne divento un ficcanaso pubblico, ovviamente autorizzato.
Probabilmente il mio imbarazzo dipende dal fatto che non sono mai stato, nemmeno nei tempi giovanili, un patito della poesia sabiana. La percepivo prontamente e la trovavo ammirevole, ma i miei gusti s'invaghivano di altri suoni e altre orchestrazioni. Come se a uno, viziato ascoltatore di Satie e Bartòk, Webern e Casella, o per venire più vicini a noi di Cage e Giacinto Scelsi proponessero una stagione di Ottorino Respighi.
Primo: per quanto posso, mi sforzo spesso di comprendere gli artisti e gli scrittori che i miei gusti m'indurrebbero a trascurare. Dieci anni fa (qualche antico lettore di queste pagine forse vagamente se ne ricorderà) lessi da cima a fondo il Canzoniere di Saba e, mettendomi dal punto di vista della sua poetica, trovai almeno venti poesie che avrebbero dovuto rappresentarlo in qualsiasi antologia.
Secondo: nelle prose di Saba sono molte e molte le pagine memorabili (e qui sarebbe fuor di luogo enumerarle).
Terzo: se veniamo a sapere qualche cosa della vita d'uno scrittore, quel qualche cosa confermerà quanto già sapevamo della sua opera? né più, né meno? Quanto a lui in persona, conosceremo fatti, manie, aneddoti, di cui avremmo potuto tranquillamente far senza, ma che, una volta conosciuti, aumenteranno la nostra portatile collezione di malinconie buffe, metafisici sogghigni o appigli di conversazione colta. Tipo: la sai la storia del cappotto di Saba, a Trieste nel ' 52? Se il nostro interlocutore non avrà letto Atroce paese che amo, potremo fornirgli, eccola, la graziosa storia raccontata dal poeta a Linuccia.
Carletto, il commesso-socio della libreria antiquaria di Saba, è pieno di rimorsi per il cappotto del vecchio Umberto, diventato proprio indecente, e vorrebbe comprargliene uno nuovo spendendo non più di 30-35.000 lire. Ora un buon cappotto costava allora pressappoco il doppio. “Così ho avuto un'idea felice. Gli ho proposto di darmi il suo (a lui non piaceva perché troppo scuro, gliel'ha regalato suo cognato di Palermo, a me sta benissimo ed è di ottima stoffa) e comperarsi invece lui, a spese della bottega, uno nuovo e di suo gusto. Ha accettato, con sua e mia grande soddisfazione. Come sai odio gli indumenti nuovi di sartoria. Il cappotto di Carletto invece lo conoscevo già, me lo prestava anche quando andavo alla radio”.
Come si vede, l'idea felice ha un sottofondo complicato, nel quale gira tortuosamente vittorioso il senso del regalo e della compensazione. Considerando che un cappotto è regalato due volte, due cappotti verranno a costare quanto mezzo cappotto; è una mossa di taccagneria magica, inventiva, gratificante! Da un cappotto usato si ricavano due cappotti nuovi (uno dei quali meglio che nuovo), e ciò a spese della bottega, ossia senza esborso di capitale.
Il più bel ritratto di Saba in quegli anni è di Mario Spinella in Memoria della Resistenza, citato dalle curatrici nell' introduzione: poeta vecchio e mite cui balena talvolta negli occhi uno sguardo duro e freddo di rapace. E' il Saba perseguitato (Spinella lo incontra nel ' 44 a Firenze, dove s'è rifugiato con la famiglia per sfuggire alla deportazione), o non è il Saba di sempre? Il poeta impoverito fa vita grama, gode anche di qualche aiuto; chi lo ospita, chi gli dona pacchi di sigari e tabacco per la pipa; cerca un po' di fortuna a Roma e a Milano, scrive, pubblica e molto si amareggia: perché non gli danno un premio di 100.000 lire con la scusa che, essendo triestino e in odore di comunismo, la scelta avrebbe un risvolto politico (viltà probabilissima nel ' 46), perché la sua Trieste è sempre più fascista (una città infernale) e l'Italia del ' 48 è diventata un boccone da preti; e si amareggia ancor più per esser sempre posposto a Montale e Ungaretti, e magari a Quasimodo. Si arrabatta, alterna umiliazioni e rivincite. Ha tenacissima stima di sé e non molla. Nelle difficoltà si difende. E nel difendere il proprio spazio letterario è, sì, duro e all'erta come un rapace.
Ha in cantiere, tra le altre cose, il proprio monumento psicologico-critico: Storia e cronostoria del Canzoniere. S' è trasferito da poco a Milano, dove s' è impegnato a finire o ristampare sue opere per Mondadori, che dovrebbe passargli un modesto mensile in conto diritti d'autore per sei mesi, quando da Roma riceve proposte allettanti e inquietanti: dirigere la rivista “L'Italia che scrive” e fondare una libreria antiquaria. Dopo qualche dubbio e turbamento rifiuta allegando varie ragioni, la principale delle quali è la più tranciante: la direzione della rivista mi avrebbe messo a contatto con tutta la letteratura contemporanea italiana (mi avrebbe messo cioè al servizio dei miei nemici). Ci teneva, Saba, al proprio isolamento monumentale; e questo si può anche capire.
Ciò che colpisce di più il lettore delle lettere è l'incerto rapporto di Saba con la scrittura. Lasciamo stare il tono, raramente vivace, spesso patetico, querulo o semplicemente depresso. Su questo punto non si scopre nulla di nuovo. Dopo la pubblicazione del Canzoniere da Einaudi (1945) e di Scorciatoie da Mondadori (1946) Saba si sente tremendamente sottovalutato. Non occorreva essere né molto intelligenti né molto profeti per capire che in Italia in questo atroce paese che amo la mia voce non poteva avere una sorte diversa. In un paese di letterati e di petrarchisti, un poeta di grande razza è come Gesù in un paese di preti; l'unica cosa che questi possono offrirgli con tutto il loro nero cuore è il martirio.
Tutti i poeti (alcuni sono bravi a nasconderlo) provano il bisogno infantile di essere gratificati dalla gloria, la quale li assicuri; tu sei grande, tu sei il primo. No, non è questo il punto. Si avverte piuttosto, e fa perfino tenerezza nel vecchio poeta, che a Saba non veniva naturale lo scrivere bene e correttamente in italiano. Come se la sua vera lingua fosse il dialetto e dovesse fare uno sforzo segreto con se stesso, tranne forse che nei momenti di grazia, per elevare la scrittura fino alla lingua. Si possono spiegare così certe forme scorrette: aver l'aggradimento, a gratis, andare al Brasile e il buffo carcioffi alessi e la volpina alessa.
Da Roma nel ' 45 scrive: “Mi hanno tanto pregato un articolo su Trieste”. E Bobi Bazlen gli consiglia di non farlo: faccia invece mi ha detto un sonetto postumo. Sembrerebbe uno scherzo, una scorrettezza caricaturale, la insistita sgrammaticatura di questo passo:“Come tu sai, non so scrivere, o meglio scrivere mi costa una fatica enorme. La stesura attuale (si riferisce a Storia e cronistoria del Canzoniere) è la quinta, me ne occorerebbero ancora due... Mi occorerebbe anche una signorina che copiasse tutto in bella forma esterna ed un professore di lingua italiana molto intelligente per rivedere tutto un' ultima volta. Quante cose mi occorerebbero!”.
E francamente comico è il terrore della letteratura, e dei letterati, che Saba cerca di comunicare a Linuccia: è un lavoro terribile, addirittura pericoloso. “A fare le cose onestamente, urti contro malattie assai gravi dei letterati. Perché non si tratta solo di vanità, e di interesse, ma anche del fatto che la maggior parte di essi scrive per reagire a qualche debolezza nascosta, e questo tutti, me compreso, ad un senso d'inferiorità di origine infantile, cioè fatale”.
Che schietto, questo Saba; che melodrammatico, dirà qualcun altro. Ma in fondo è lo stesso modo passionale con cui il poeta vaticina le conseguenze del 1948 democristiano scrivendo alla moglie: “Fra 6 mesi o un anno l' Italia sarà la Spagna di Franco. Non occorre ti dica che tutti i letterati sono dalla parte di Franco. Avranno così soldi, oneri, ecc.; mentre sul Canzoniere e sulle altre mie opere scenderà (è già sceso) un velo nero...”.

I poeti sono per natura come i Guasconi dell'Imbriani: esageratori, iperboleggiatori, trasformatori di mosche in elefanti. Anche uno che pare così aggradirsi delle cose umili come il dimesso Umberto Saba, il poeta e prestigiatore dei cappotti usati e nuovi. Alla fine mi guizza un'impressione che mi scatenerà addosso la muta dei sabiani. Nell'introduzione le curatrici citano una deliziosa lettera del '46 (non compresa in questo volume) a proposito di certi dialoghi tra il poeta e Carletto. Con perfetta naturalezza e magnifico effetto di stile s'intrersecano nel racconto lingua e dialetto. Così succede nella novella Ernesto (o romanzo incompiuto), che resta un libro sorprendente. E l'impressione è questa: e se Saba avesse concepito anche le sue poesie mescolando lingua e dialetto? Avremmo forse avuto una poesia meno sublimante e più giocata espressionisticamente sui piaceri-dolori della vita in versi?

La Repubblica, 14 novembre 1987

Leggende meridionali. I monachicchi della Lucania (Carlo Levi)

I monachicchi sono esseri piccolissimi, allegri, aerei: corrono veloci qua e là, e il loro maggior piacere è di fare ai cristiani ogni sorta di dispetti. Fanno il solletico sotto i piedi agli uomini addormentati, tirano via le lenzuola dei letti, buttano sabbia negli occhi, rovesciano bicchieri pieni di vino, si nascondono nelle correnti d'aria e fanno volare le carte e cadere i panni stesi in modo che si insudicino, tolgono la sedia di sotto alle donne sedute, nascondono gli oggetti nei luoghi più impensati, fanno cagliare il latte, danno pizzicotti, tirano i capelli, pungono e fischiano come zanzare.
Ma sono innocenti: i loro malanni non sono mai seri, hanno sempre l'aspetto di un gioco, e, per quanto fastidiosi, non ne nasce mai nulla di grave. Il loro carattere è una saltellante e giocosa bizzarria, e sono quasi inafferrabili. Portano in capo un cappuccio rosso, più grande di loro; e guai se lo perdono: tutta la loro allegria sparisce ed essi non cessano di piangere e di desolarsi finché non l'abbiano ritrovato. Il solo modo di difendersi dai loro scherzi è appunto di cercare di afferrarli per il cappuccio: se tu riesci a prenderglielo, il povero monachicchio scappucciato ti si butterà ai piedi, in lacrime, scongiurandoti di restituirglielo.
Ora, i monachicchi, sotto i loro estri e la loro giocondità infantile nascondono una grande sapienza: essi conoscono tutto quello che c'è sottoterra, sanno il luogo nascosto dei tesori. Per riavere il suo cappuccio rosso, senza cui non può vivere, il monachicchio ti prometterà di svelarti il nascondiglio di un tesoro. Ma tu non devi accontentarlo fino a che non ti abbia accompagnato; finché il cappuccio è nelle tue mani, il monachicchio ti servirà, ma appena riavrà il suo prezioso copricapo, fuggirà con un gran balzo, facendo sberleffi e folli salti di gioia, e non manterrà la sua promessa.



Cristo si è fermato a Eboli, Torino, Einaudi, 1954

La mala milanese. Il "locch" e i suoi compagni

Medardo Rosso, El locch, 1881-1882
El locch era il duro della mala milanese dell’Ottocento e del primo Novecento e il termine ha valore storico, più che strettamente gergale (dal lat. lucus, allocco; spagnolo loco, pazzo). Uno di questi ladri, protettori o esperti del coltello è il protagonista di El Nost Milan del Bertolazzi: Carloeu detto el Togasso, «violento, brutale, appassionato, che non ammette e non tollera contrasti... È il terrore del quartiere».
Il Bazzetta (Dizionario del gergo milanese e lombardo, 1940) ha raccolto i nomignoli di alcune figure caratteristiche della mala milanese tra il 1875 e il 1939. Varrà la pena ricordarne qualcuno: Buio de porta Cina, «celeberrimo locch al quale sono attribuiti vari cognomi»; Barbisa, «stagionata etera che aveva dei veri baffi e che beveva gagliardamente», 1890; Brascin el mocc, «Ambrogio Ferrario, accoltellatore dell'Alice»; Balaustra, «figlio di un sacrista e noleggiatore di ciechi»; Cecca di can, «certa Antonietta di Novara dalle forme anatomiche retrospettive particolari»; Camillon del gnaf, «etera dalle colossali curve callipigie»; Compagnia delle Indie, «banda di strozzini»; Cagasvanzig, «cambiavalute ambulante», 1880; Lunghett, « pregiudicato Salvatore Meroni che nel febbraio '32 uccise la domestica Genoveffa Badin » ; Mosca d'oro, «donna di mondo, formosa e notissima, uccisa a colpi di rivoltella dal marito nel settembre 1923»; Magher sech, «contrabbandiere al vecchio dazio di Porta Ticinese»; Maciste, «maresciallo Crespi di P.S. terrore della malavita»; Nerone, «emerito borsaiolo: Giovanni Bernacchi arrestato il 25 settembre 1931»; Peppinett, «notissimo lenone guercio che si professava repubblicano»; Panscetta, «incettatore di ragazzi per mendicare», 1932; Povet, «poeta popolare della loccheria insieme al Schise e al Zopp: i tre moschettieri della ligera»; Sgraffignapistolin, «etera», 1900; Tricavei, «infima meretrice che frequentava i ponti sul Naviglio», 1880; Viennesa, «noto cinedo del Guast, verso il 1890».


fonte: Ernesto Ferrero, I gerghi della malavita, Mondadori, 1972

In casa nostra... Una poesia di Maria Teresa Cerrato

In casa nostra non si rideva
«Non sta bene, non è permesso».
In casa nostra non si rideva
però nessuno stava bene lo stesso.

In casa mia ora c'è un grande quadro,
immenso cielo, anche se l'ho comprato.
In casa mia c'è un morbido tappeto,
quando gioco diventa un prato.
In casa mia ci sono tre gatti,

insieme ci divertiamo come matti.

In Almanacco di Sogni per chi sa sognare (a cura di M.T. Cerrato), Gribaudi, 1991

4.1.14

L'Accademia del coltello. Antonio Gramsci sulla malavita meridionale



Dal confino di Ustica
Pugliesi, calabresi e siciliani svolgono un'accademia di scherma col coltello secondo le regole dei quattro stati della malavita meridionale (lo stato siciliano, lo stata calabrese, lo stato pugliese, lo stato napoletano): siciliani contro pugliesi, pugliesi contro calabresi. Non si fa la gara tra siciliani e calabresi perché tra i due stati gli odi sono fortissimi, e anche l'Accademia diventa seria e cruenta.

dalle Lettere dal Carcere

Se. Una poesia di Farfa (Trieste 1881 - Sanremo 1964)

Blasfemo, Un collage di Farfa
Se in me potesse entrare di straforo
la chioma sua
di certo si tramuterebbe
la tinta del mio sangue in quella
d'oro.

2.1.14

Alla dottrina cristiana... (di Federigo Tozzi)

Alla dottrina cristiana ci sarei andato volentieri, ma da quel prete, no da vero! Quando entravo nel suo studio, siccome, avendo cominciato più tardi degli altri comunicandi, dovevo rimettermi in pari, sentivo una specie di freddo che m'agguantava l'anima come uno per la giubba.
C'era un tavolino con un tappeto rosso, forse rovesciato; il ritratto del papa, quattro o cinque seggiole che parevano tutte nere come le loro spalliere; e un odore tra l'intingolo e l'incenso o la cera bruciata. C'era poca luce, perché la finestra dava in un piccolo orto sotto certe mura antiche ricoperte di edere; e mi veniva sempre la voglia di andarmene prima che il prete fosse venuto. E quella zoppa che m'apriva l'uscio! Certi occhi che mi facevano pensare alla panna inacidita!
Ma tra le tende, tutte polverose e sbiadite, c'era una gabbia appesa, con un canarino così giallo che pensavo fosse colorito con i tuorli dell'uova che si davano al prete quando veniva a benedire le case. Saltellando, faceva oscillare la gabbia e anche un poco le tende, a motivo delle quali mi scansavo in fretta; quasi per paura. Io mi vergognavo di lui, che mi vedesse con il mio libricciolo sotto il braccio lì ad aspettare. Ed ecco perché l'osservavo sempre, quando il prete m'interrogava, prima di rispondere!
Un giorno glielo portai via; e, piuttosto che ritrovarlo in quella gabbia, lo schiacciai con il tacco delle scarpe.


da Bestie, Mancosu Editore, 1993 (Prima edizione Treves, 1917)

Came down... (Scesi giù). Un "haiku" di Jack Kerouac

Came down from my
ivory tower
and found no world

Scesi giù dalla mia
torre d'avorio
E non trovai alcun mondo

da L'ultimo hotel e altre poesie, Mondadori, 1999

The moon... Un "haiku" di Jack Kerouac

The moon,
the falling star -
Look elsewhere

La luna,
la stella cadente -
Guarda altrove

da L'ultimo hotel e altre poesie, Mondadori, 1992

Il rock ha un padre. Si chiama Sinatra! (Romano Giachetti)

Su un libro e un dibattito americani a proposito di “The Voice”, un articolo di tanto tempo fa (quasi trent’anni) che a me sembra ancora tuttora stimolante. La sua rilettura, peraltro, è stata sollecitazione a riascoltare memorabili interpretazioni. (S.L.L.)

Frank Sinatra, ormai settantenne, ha vinto molte battaglie (e quelle che ha perso non sono poche), ma nessuno si sarebbe mai azzardato a prevedere quest' ultimo suo trionfo: la critica musicale americana più giovane, composta di gente che quando "la Voce" abdicava per la seconda volta non era ancora nata, lo riconosce padre del rock' n' roll. Non Elvis Presley, ma Sinatra.
In un libro appena uscito, Sinatra: An American Classic, John Rockwell raccoglie le opinioni sparse di almeno una dozzina di critici dell'ultima leva e presenta la stupefacente affermazione. Quali sono i termini di questa strana equazione? Rockwell afferma: "Sinatra, nella storia della musica leggera americana, precorre la 'veracità' emotiva del rock migliore come nessun altro, anche se i due stili - il suo e quello creato da Elvis - non si sono mai incontrati direttamente. Lo sa Iddio quanto il rock' n' roll sia anche esagitato, gonfiato e super-retorico; è l'altra sua anima. Ma nelle sue manifestazioni più durature, hard o soft che sia, il rock si muove nelle convenzioni della ' sincerità' colloquiale, cosa che Sinatra faceva quando i divi di oggi non sapevano nemmeno cosa fosse una chitarra".
Per giustificare una tale affermazione, Rockwell riprende in esame la vita e la carriera di Sinatra come se fosse il primo a farlo (invece lo hanno preceduto almeno venti biografi). Ricchissimo di illustrazioni, il suo libro sembra una carrellata "visiva", la lunghissima sequenza di un'avventura che è sempre stata zeppa di colpi di scena. Tre volte, a partire dalla fine della guerra, la carriera di Sinatra è sembrata sul punto di essere finita; e ogni volta è ripartita in quarta. Comeback, il ritorno, è la sua parola d' ordine (ne sta vivendo uno proprio ora). Il magro ragazzo di Hoboken ce la fa a entrare nell' orchestra di Dorsey. Poi parte da solo. Incide dischi. Ogni decennio cambia compagnia discografica ed è come sfogliare un libro di storia (per molti di noi: la storia della nostra vita). Eccolo nei pantaloni super-abbondanti negli anni Quaranta. E' il disinvolto "padrone del mondo" negli anni Cinquanta, il "notabile" (con parrucchino) degli anni seguenti. E' con Franklin Delano Roosevelt nella campagna elettorale del 1944, alla Casa Bianca con John Kennedy, con Ronald Reagan al suo ballo inaugurale. Un camaleonte, un divinatore: l'anima opportunistica, arrogante, ambigua e mutevole di una generazione che, nell'esigenza di restare a galla non importa come, preannunciava perfino (direbbe Tom Wolfe) l'avvento della "me generation", cronologicamente tanto più giovane.
Sinatra (qui, e probabilmente, nella realtà) non è emblematico, ma a modo suo è esemplare. Inoltre (si chiedono molti critici) ciò che conta è la sua musica; la sua musica, e aggiungeremmo, i suoi film (almeno due: Da qui all' eternità e L'uomo dal braccio d' oro). Ma le immagini si soffermano sugli episodi amorosi, le molti mogli, i figli, le "virate" politiche, le cazzottate con i fotografi, quaranta anni di rapporti con la mafia (mai provati, ma sempre lì, nell'occhio della gente). Il padre (un emigrante italiano finito pompiere), i "Hoboken Four", l'intuito di Harry James, il suo piombare da idolo (voce di baritono, l'aria affamata, pronuncia da strada) tra i "bobby-soxers", i giovanissimi del primo anno di pace: è come l'arrampicata del protagonista di uno dei film in bianco e nero che partoriva Chicago (dietro c'è Nelson Algren, c'è James T. Farrell). Nel 1952, improvvisamente, le sue corde vocali si spezzarono. Sinatra si ribellò, divenne Maggio in Da qui all' eternità (8 mila dollari di compenso, un' offesa: ma avrebbe recitato per nulla): e vinse un Oscar. Vinse anche, daccapo, al microfono. Era ormai il "chairman of the board" dello show business.
Un uomo complesso, come sapevamo. Rockwell e gli altri trovano tuttavia che c'è un momento, nella sua vita, in cui la sua "verità" si scopre, ed è in quel suo primo comeback. Bing Crosby aveva indicato che si poteva cantare in pieno relax: Sinatra, superandolo, si appropriò di quella dizione naturale, ma sostenendola con un virtuosismo tanto accorto quanto apparentemente "ineducato". Fu in quegli anni che studiò il "belcanto" italiano, imparò a controllare il respiro.
Il massimo del suo registro "popolare" lo raggiunse negli anni Cinquanta su temi arrangiati e diretti da Nelson Riddle, ed è qui che oggi si trova la parentela tra Sinatra e il rock. Scrive Rockwell: "Super-sicuro di sé con le donne, ma emotivamente scoperto, vulnerabile, come se si confessasse". Sinatra, poi, percorse la sua strada, probabilmente inconsapevole di quanto aveva fatto per la musica pop. Quando pensò di saperlo, sbagliò: incise qualche motivo rock, fece una versione disco di Night and Day. Era fuori strada; e di nuovo tornò alla ribalta, ma come? Riprendendo Kern, Gershwin, Porter e Berlin: la tradizione che gli aveva dato la sincerità da passare ai più giovani.
La ripete anche oggi, e bene. Tutto questo teorizzare sul significato della sua parabola musicale può essere discutibile. A noi pare però notevole non tanto confermare o confutare la parentela tra Sinatra e il rock, quanto il fatto che il rock senta il bisogno di darsela, questa parentela (parlo del rock americano, naturalmente). Un altro ripiegamento nostalgico? Forse.


la Repubblica, 17 marzo 1985 

Eliot critico. Che deliziose stroncature (Guido Almansi)

Da “Repubblica” un altro degli articoli per il centenario della nascita di Eliot, utilissima sintesi delle più note formulazioni critiche del grande poeta e acuta interpretazione del suo modo di leggere e giudicare. (S.L.L.)
Thomas S. Eliot in una caricatura di Pericoli
Una volta che un poeta è accettato come tale, è raro che la sua reputazione venga rimessa in discussione, scriveva T.S. Eliot, che temeva questa prematura ossificazione della fama; e, scrivendo su un poeta da lui molto amato, Ben Jonson, lamentava il fatto che la reputazione dell'autore di Volpone fosse del tipo fatale, quando si è accettati dall'universo mondo e dannati dalla lode che spegne ogni desiderio di leggere i libri. La letteratura italiana, ahimé, è ricca di poeti che soffrono della cospirazione dell'assenso: chi ha mai dissentito circa il valore poetico di Petrarca, di Ariosto o di Tasso, poeti che nessuno legge più perché distrutti dall'encomiastica dei critici letterari? Eliot è un poeta che rischia di soffrire, soprattutto nei paesi di lingua inglese, di questa sorta di reputazione: un grande di cui si sa già tutto senza nemmeno aprire un suo libro. Mal venga il centenario, che confermerà l' impressione che non c'è bisogno di leggerlo per sapere chi è.
Ma c'è un'altra celebre frase di Eliot che ci conforta sull'utilità dei centenari. Nel suo bel saggio Religione e letteratura (sul quale tutta la cultura laica, me compreso, si trova in ammirato disaccordo), Eliot scrive: “Non c'è mai stata un'epoca in cui coloro che leggono leggono molti più libri di autori viventi che libri di autori morti. Non c'è mai stato un tempo così totalmente parrocchiale, escluso dal suo passato”. Sono parole durissime, e la situazione è semmai peggiorata nei cinquant'anni intercorsi dalla scrittura di questo saggio. Si può sperare che un centenario qualsiasi centenario di un grande scrittore ci porti a rinunciare all'ultima novità da Yale o da Parigi e a riprendere in mano, per esempio, i saggi critici di quello che è stato, a mio avviso, il più grande critico letterario del secolo e uno dei più acuti analisti dei modi di conoscenza della letteratura e della poesia.
Classico in letteratura, monarchico in politica e anglo-cattolico in religione, il sorgere dell'ombra di Eliot al banchetto della nostra cultura fa drizzare i capelli ad animi più forti di quello di Macbeth. Il suo giudizio su singoli autori è ormai contestatissimo, e pochi accetterebbero oggi l'arroganza eliotiana verso la poesia di Wordsworth, la stroncatura di Shelley, la descrizione di Amleto come un fallimento artistico, e così via. Quanto al suo giudizio su Dante, ed al confronto fra Dante e Shakespeare (Shakespeare coprirebbe l' ampiezza delle passioni umane, mentre Dante perverrebbe alle massime altitudini ed alle massime profondità), direi che ha ancora un effetto deleterio sulla comprensione di Dante nei paesi di lingua inglese.
Ma ci sono alcune formule nel pensiero critico di Eliot che sono ormai acquisite nella cultura non solo inglese, ma europea: acquisite non nel senso che dobbiamo accettarle, ma che dobbiamo accettarle o rifiutarle; non possiamo ignorarle. Sono idee che fanno parte del nostro bagaglio intellettuale e che abbiamo assimilato direttamente o indirettamente attraverso gli altri critici che le hanno trasferite sino a noi: per esempio, il concetto di correlativo oggettivo, che comunica la passione o l'emozione dell'eroe attraverso avvenimenti esterni al suo intimo; l'idea della dissociazione della sensibilità nei poeti del Seicento; l'immagine del poeta impersonale, che deve intensificare il processo artistico e non mettere in evidenza la sua personalità o le sue emozioni; la fatale necessità del processo critico (inevitabile come l' atto di respirare); l'utilità del verso nell'azione drammatica per affrontare quei sentimenti che si colgono solo... con la coda dell'occhio senza poterli mai mettere a fuoco; il problema del significato di una poesia che serve soprattutto a tener contento il lettore, mentre il testo poetico lavora su di lui.
La forza di queste idee è anche forza di stile, concentrazione del ragionamento, folgorazione delle metafore. Impersonalità del poeta: il quale “agisce come un catalizzatore, come il filamento di platino che permette a due gas di combinarsi per formare acido solforico”. Il significato della poesia per placare l'ansia di comprensione del lettore: “come la polpetta di carne per il cane da guardia che il ladro da leggenda si porta sempre in tasca prima di entrare di soppiatto in una villa”. La differenza fra un conglomerato ed una raccolta di idee: “Henry James aveva una mente così fine che non poteva essere violata da nessuna idea, mentre il cervello di Chesterton ronza di nuove idee, ma non riesco a vedere una sola prova che sappia pensare”. In questo secolo solo Paul Valéry è un artista di uguale sapienza in queste formulazioni metaforiche.
La più grande, e per me la più indiscutibile tra le idee critiche di Eliot riguarda il concetto di tradizione. Il modo migliore di rievocarlo e di rendergli omaggio è citare quel memorabile paragrafo: “Ciò che avviene quando una nuova opera d'arte viene creata è qualche cosa che avviene simultaneamente a tutte le opere d'arte che l'hanno preceduta. I monumenti esistenti formano tra loro un ordine ideale che viene modificato dall' introduzione di un'opera d'arte nuova (veramente nuova). L'ordine esistente è completo prima dell'avvento del nuovo lavoro; perché l'ordine persista dopo l'intervento della novità, tutto l'ordine esistente deve essere alterato, sia pure in misura minima”. Qui la parola di Eliot mi sembra definitiva.
Eliot doveva essere un uomo insopportabile, intollerante, spiacevole, crudele, scostante, asociale (a parte il suo razzismo ed il suo antisemitismo): tutte le biografie e le memorie di chi lo ha conosciuto sembrano confermare questa impressione. Per me, quello che lo salva è il dono dell'understatement, questo miracolo della lingua e della conversazione inglese che Eliot, cittadino americano, imparò subito ad adoperare con autorità. Nel saggio intitolato Euripide ed il professor Murray Eliot fa riferimento a numerosi sociologi, antropologi, etnologi e studiosi di mitologia; e conclude: “M. Durkheim, con la sua coscienza sociale, e M. Lévy-Bruhl, con i suoi Indiani Bororo che riescono a convincersi di essere dei pappagalli, sono degli scrittori deliziosi” (il corsivo è mio). Dopo trent'anni di permanenza in Inghilterra, non ho ancora imparato l'arte dell'understatement, che permette ad Eliot di stroncare un autore con l'aggettivo ‘delizioso’.


“La Repubblica”,18 settembre 1988

“Io e la bici”. Intervista con Ascanio Celestini (Mirella Serri)

Una Graziella degli anni Ottanta
“Sistema la camera d’aria, smonta la dinamo, sostituisci il paracatena. Occhio alle guaine dei cambi”. A Casal Morena, a Roma Sud, nei pressi del Gra («vieni con me, amore, sul Grande raccordo anulare... e nelle soste faremo l’amore», cantava Venditti), adesso non si fa l’amore ma vi sono sterminati condomini al posto delle distese d’erba e delle montagnole della metà degli Anni Ottanta. Prima di affrontarle su due ruote, Ascanio Celestini, che tutt’ora risiede in quella pasoliniana periferia romana («giro per la Tuscolana come un pazzo, per l’Appia come un cane senza padrone», declamava il poeta), praticava la difficile arte della manutenzione della bicicletta. Lavorava con olio di gomito per tenere al meglio la Graziella Carnielli dalla silhouette slanciata, con il collo o tubo sterzo allungato come quello di una giraffa, che pazientemente aveva dipinto in rosso e blu. Era stato il regalo del padre al gran guitto e regista, oggi più inventivo e combattivo, che usa la sua recitazione come una raffica per bombardare ingiustizie, disuguaglianze e sistema carcerario.
Ora il rito si ripete. In questi giorni di caldo torrido, prima di partire per il campeggio, con suo figlio di cinque anni, papà Ascanio risistema la vecchia signora un po’ arrugginita. «Quando è arrivata in casa la Graziella - spiega Celestini - di mountain bike ancora non ve ne erano in circolazione. Papà era un podista e io andavo dietro, pedalando. Nei pratoni dietro casa o all’Appio Claudio c’erano pure le greggi. Una volta siamo stati inseguiti dai cani pastore. Mio padre per difendersi ha sollevato la bici e gliel’ha tirata dietro. Per il legame con papà, la Graziella mi è entrata, diciamo così, nel cuore. Sono un cultore degli spostamenti su piste ciclabili: di recente sono sbarcato a Milano, ho affittato una casetta ai Navigli e a teatro ci sono andato così tutte le sere».
All’«Altra festa» a Testaccio o monte dei Cocci, altro luogo caro a Pasolini, nume ispiratore delle performances di Celestini, tra olezzi di grigliate miste, bandiere della Pace, dibattiti su «Marx e la pedagogia», il creatore del teatro di narrazione - con la mefistofelica barbetta rifilata - è atteso da tutta una folla accorsa ad ascoltare alcuni brani dei suoi nuovissimi Discorsi alla nazione. Questo spettacolo, composto da stralci di concioni di aspiranti tiranni contemporanei, lo porterà in giro per lo Stivale in autunno, quando uscirà anche il suo ultimo libro, Pro patria.

Il teatro di Ascanio e il suo recente racconto, in cui un detenuto rinchiuso in galera da decenni dialoga con Mazzini, devono molto alla bici. «La mia attrazione per i pedali si alimenta di tante ragioni. Intanto una bicicletta non invecchia mai, in un mondo in cui tutto è velocemente obsoleto. Nella cura per tenerla sempre giovane e splendente, consolido il legame con mio figlio: “passami le chiavi, il caccia gomme, sostituiamo la trombetta”; insieme facciamo un lavoro di artigianato sofisticato, che non è quello delle automobili, ma che vi si avvicina. Poi ce ne andiamo a spasso, io sulla grande e lui sulla piccola bici, e camminando metto a fuoco tanti dettagli dell’ultima impresa a cui mi sto dedicando».
Forcella, mozzo e cerchione sono le sue muse? «Concentrandomi su un freno da stringere, un copertone da sostituire o solo facendo esercizio fisico, mi vengono le migliori idee. Brecht racconta che, quando prendeva lezioni di guida, il suo insegnante gli suggeriva di fumare il sigaro. Era un espediente per far sì che non fosse interamente concentrato sul volante. Anche io per stendere una pagina devo avere un’attenzione parziale».
Il culto per le due ruote per Celestini, autore che lotta contro le distorsioni del nostro tempo, a partire dai manicomi («un condominio di santi», li chiama), è un modo per prendere le distanze e pedalare, in senso letterale, controcorrente. «La bici - racconta l’attore - ha ritmi lenti. In sua compagnia mi sono imbarcato in quella che ai miei occhi di ragazzo sedicenne era un’epica avventura, un giro del Lazio con un amico. Per la notte trovammo ospitalità in un convento, dormendo per terra su un sacco a pelo».
Pure nel gusto della Storia con la maiuscola che caratterizza le opere di Ascanio, dall’eccidio delle Fosse Ardeatine al bombardamento di San Lorenzo al rastrellamento del Quadraro, la bicicletta occupa un posto di rilievo. «Mario Fiorentini, antifascista e matematico, andò a fare un attentato in bicicletta. Lanciò un pacco esplosivo con due chili di tritolo. Si salvò perché gli spararono in contemporanea fascisti e tedeschi, lui era in mezzo e loro rischiavano di farsi fuori l’un l’altro. Dopo il suo attacco a colpi di bombe venne emanato un ordine che proibiva di andare in giro in bicicletta. Che fare? Ci si ingegnò e venne aggiunta una terza ruota, per dribblare il divieto. La terza ruota, a motore, appare pure nel film Il federale , quando al graduato della milizia, Arcovazzi, viene assegnata la missione di prelevare il professor Bonafé, filosofo oppositore del regime e di condurlo a Roma».
La bici è simbolo di un mondo povero post bellico, ancora con qualche lucciola, senza tubi di scappamento e senza cementificazione? «Mio nonno faceva la maschera al cinema Iris, vicino alla breccia di Porta Pia. Dal Quadraro, dove abitava, accompagnato dal mio papà ancora piccolo, si recava al lavoro a piedi, macinando chilometri. La bicicletta era la conquista di tempi più moderni. Quando ho cominciare ad andare al liceo sono passato al motorino. Il mio primo mezzo di locomozione era un Si della Piaggio, praticamente una bicicletta. Quando sbenzinavi, come si dice a Roma per indicare il serbatoio a secco, proseguivi a forza di garretti. Macinando terreno cominciavo a fantasticare, mi venivano in mente i miei primi personaggi, riflettevo sul teatro. Avevo sempre presente quella bellissima frase di Albert Einstein al figlio Eduard: “La vita è come andare in bicicletta. Per mantenere l’equilibrio devi muoverti”». La vita artistica di Celestini si teneva in equilibrio sul sellino.

“La Stampa”, 7 agosto 2012

1.1.14

1915. L'aitante monsignor Gerlach, cameriere segreto del Papa... (Andrea Tornielli)

Il papa cattolico Benedetto XV
Un «cameriere segreto» con la passione dell’intelligence, ben introdotto nell’appartamento pontificio. Un Papa di nome Benedetto, un alto funzionario discreto e affidabile di nome Monti che ha giocato un ruolo chiave per aiutare il Vaticano in un momento difficile… Si apre Oltretevere il processo all’aiutante di camera Paolo Gabriele, reo confesso per aver sottratto e divulgato documenti riservati provenienti dalla scrivania papale, ma la spy story che raccontiamo si è svolta quasi cent’anni fa: il Papa era Benedetto XV, al secolo Giacomo Della Chiesa, il cameriere segreto un giovane e aitante monsignore di origini bavaresi, Rudolph Gerlach. E Monti – Carlo – era il direttore dell’ufficio per gli Affari del Culto nonché ambasciatore ufficioso del governo italiano presso il Vaticano.
Della Chiesa, genovese, arcivescovo di Bologna dopo una lunga carriera in Segreteria di Stato, aveva conosciuto l’intraprendente Rudolph all’Accademia dei Nobili ecclesiastici, e l’aveva preso a benvolere. Gerlach, arrivato al sacerdozio dopo aver tentato invano la carriera di ufficiale nell’esercito tedesco, era stato nominato cameriere segreto dal nuovo Papa Benedetto XV nel 1914 e frequentava assiduamente da allora l’appartamento pontificio.
Il controspionaggio italiano lo riterrà coinvolto nelle azioni di sabotaggio che portarono all’affondamento di due navi da guerra della nostra Marina, la «Benedetto Brin», fatta esplodere nel porto di Brindisi il 27 settembre 1915, e la corazzata «Leonardo da Vinci», distrutta a Taranto il 2 agosto dell’anno successivo. L’accusa sostenne che monsignor Gerlach era in contatto con l’Evidenzbureau, il Servizio informazioni austroungarico, e che usava le notizie apprese in Vaticano per aiutare i nemici dell’Italia, favorendo anche il finanziamento dei nostri giornali «disfattisti». Il Tribunale militare lo giudicherà in contumacia condannandolo all’ergastolo. La vicenda, ricostruita da Annibale Paloscia nel libro Benedetto fra le spie (Editori Riuniti 2007), si concluse con la fuga di Gerlach, favorita dal Vaticano e agevolata dal barone Monti. Quest’ultimo fornì al cameriere il passaporto per fuggire in Svizzera, facendolo scortare fino al confine da un funzionario della Questura. Il Papa non credette mai alla colpevolezza del collaboratore, anche non contribuì certo a rendere credibile la sua estraneità ai fatti l’accoglienza tributata a Gerlach dal Kaiser Guglielmo II a Berlino e dall’imperatore Carlo I a Vienna: furono prodighi con lui di onorificenze e medaglie, esibite con orgoglio dal monsignore. Gli 007 italiani in Svizzera segnalarono che l’ex cameriere pontificio conduceva a Davos «vita di secolare convivenza» con una contessa.
Qualche anno dopo Gerlach chiese di abbandonare l’abito talare, impegnandosi a restituire alcuni documenti vaticani che aveva portato con sé, e venne accontentato. Morirà in Gran Bretagna, nel 1945, dove viveva sotto falso nome collaborando con i servizi segreti di Sua Maestà.


“La Stampa”, 29 settembre 2012

L'abito della festa. Una poesia di Cesare Genovese (1927-1999)

Cesare Genovese (a sinistra) con l'amico Nino Valenza in una foto dei primi anni 40
Chissà se al mio paese è ancora desta
la tradizione? Per l'Immacolata
indossavamo l'abito da festa,
per farne sfoggio tutta la giornata.

C'era la luminaria e, sul palchetto,
l'orchestra, con i piatti e col trombone.
E spento, a sera, l'ultimo lampione,
l'abito ritornava nel cassetto.

Meravigliarsi è facile; del resto
quest'uso s'è perduto e non fa storia.
M'è tornato così... nella memoria,
perché sto poco bene e sono mesto.

Ma noi tutti il vestito d'occasione
teniamo, sempre pronto, all'occorrenza.
C'è chi lo indossa con rassegnazione,
e chi invece lo fa con compiacenza.

E' un vestito intessuto di bugia,
di concetti banali e superati,
di presupposti chiaramente errati,
stretti nel cerchio dell'ipocrisia.

Per questo, se c'è gente indaffarata
che discute, s'affanna e s'accalora,
mi rivedo fanciullo, quando, ancora,
c'era la festa dell'Immacolata.


Canti di stagione, Edizioni Stampa d’Oggi, Roma, 1969

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