8.1.18

Moravia: Giovinezza per favore vai via! (Mario Andreose)


In un epistolario quasi del tutto inedito 
l’autore degli «Indifferenti» 
spiega perché i vent’anni 
possono essere un’età ingrata

«Se questa è la giovinezza vorrei che passasse presto» scrive Moravia il 6 febbraio 1932 all’amico Alberto Morra di Lavriano. In quegli stessi giorni esce l’edizione francese de Gli indifferenti, presso l’editore Rieder, in contemporanea, per singolare coincidenza, con il memoir di Paul Nizan, Aden Arabia, celebre questo per la prefazione che trent’anni dopo Sartre gli dedicherà, ma soprattutto per il suo attacco: «Avevo vent’anni. Non permetterò a nessuno di dire che questa è la più bella età della vita».
Con queste sue lettere, quasi interamente inedite, Moravia ci racconta in presa diretta le ragioni della sua voglia di uscire dalla giovinezza, sullo sfondo della sua formazione letteraria e intellettuale e della sua educazione sentimentale: il ritratto che ne esce aggiunge nuova schiettezza e autenticità alla sua immagine uscita dal lavoro di quelli che hanno indagato la sua vita in prospettive diverse: Ajello, Siciliano, Maraini, Camon, Elkann, de Ceccatty. L’epistolario è composto presso che interamente da lettere di Moravia che, come è noto, era un pessimo raccoglitore, e si colloca tra la guarigione della malattia («una rabbia durata 19 anni»), la stesura de Gli indifferenti fino all’incontro con Elsa Morante.
Già dalla sua prima lettera, intorno al compimento dei 19 anni, la rabbia si tramuta in «furioso desiderio di fare qualche pazzia», che vuol dire uscire dal guscio della costrizione, dalla consuetudine borghese della vita familiare, dall’assedio della noia virale. È già qualche anno, quando ne aveva 12-13, che riempie i cassetti di abbozzi di racconti e di poesie e ora sta lavorando al romanzo; per sottrarsi all’inquinamento acustico di mamma, sorelle e fratello, sfrutta volentieri l’ospitalità di Morra e dei suoi amici, come lui aristocratici, colti e antifascisti. Sono i suoi cugini Carlo e Nello Rosselli ad averglielo presentato.
In tutto il mondo, pochi romanzi del Novecento hanno avuto una fulminea fortuna critica come quella arrisa a Gli indifferenti, uscito nel giugno del ’29: una trentina di recensioni in pochi mesi, tra cui quelle di G.A. Borgese e Pietro Pancrazi, critici «in grado di creare uno scrittore». Ora, a 22 anni, Alberto è una stella internazionale, conteso nei salotti e nelle ville di contesse e principesse (Pecci Blunt, Papafava, Benzoni, Caetani di Bassiano). In questo momento, inoltre, Morra lo presenta a Bernard Berenson, nella cui villa, I Tatti, Alberto si reca per leggergli a voce alta il suo romanzo. C’è chi lo considera ancora «un ragazzaccio maleducato attraversato da lampi di intelligenza», ma la stima e la benevolenza di Berenson gli aprono le porte di Bloomsbury, nel suo primo viaggio a Londra, dove, sotto la tutela dell’imponente Lady Ottoline Morrell, avrà l’occasione di incontrare Virginia Woolf, T.S. Eliot, E.M. Forster, i fratelli Huxley, D.H. Lawrence, Edith Wharton, Bertrand Russell… Lui serio, impettito, elegante «all’inglese», a volte irruento, in grado di parlare di tutto, da buon autodidatta. Da quando ha imparato a leggere, occupa le ore di solitudine, e la malattia gliene ha procurate parecchie, ai libri; il francese è la sua seconda lingua e se la cava anche con l’inglese e il tedesco; i russi li legge nelle traduzioni francesi, come I demoni di Dostoevskij, al quale l’ha iniziato Andrea Caffi, di vent’anni più anziano di lui, la figura più importante per la sua formazione, dopo Morra. Se Caffi, russo di formazione, socialista sfuggito al totalitarismo leninista, rifugiato brevemente in Italia, per cadere, dalla padella alla brace, nella dittatura mussoliniana, è il prototipo dell’intellettuale condannato all’esilio perenne, Moravia, pur alieno alla militanza politica («l’azione dell’intellettuale sta nel suo lavoro») dovrà, fin dalla pubblicazione degli Indifferenti, subire l’attenzione e l’ostracismo della censura fascista. Molte sue lettere sono recuperate dall’archivio dell’ex polizia politica, dove erano state, buon per noi, intercettate per una trascrizione, tutt’altro che impeccabile, dattilografata prima di recapitarle al destinatario.
Forse non è un caso che le lettere umanamente e intellettualmente più intense siano quelle destinate agli amici che vivono in esilio: oltre a Caffi, Nicola Chiaromonte, quasi coetaneo di Moravia: insieme si recano alle prestigiose decadi di Pontigny, nel ’34, per un convegno su l’Intolleranza, dove Alberto tiene il suo primo discorso in pubblico. Grazie a Moravia, poi, si instaura un sodalizio parigino tra Caffi e Chiaromonte, che, per intercessione di Camus, troverà per l’amico un provvidenziale impiego da Gallimard.
Ci sono lettere con amici scrittori e giornalisti (Alvaro, Malaparte, Vigolo, Bontempelli, Pannunzio, Pancrazi…) impegnati per lo più a sgattaiolare tra le trappole della censura per dar vita a riviste letterarie e giornali che nascono e talvolta muoiono nello spazio di un mattino. Intanto Moravia è ossessionato dall’ansia classica del «secondo libro» (Le ambizioni sbagliate) che nascerà male, e non solo per suo demerito, dopo sei tormentati anni di gestazione. Non sta mai fermo: quando non è in villeggiatura, mete preferite Capri e le Dolomiti, viaggia per lavoro, quando gli è consentito, inviato per giornali come «La Stampa», «La Gazzetta del Popolo» e «Il Corriere della Sera», dove il suo talento eccelle. Lui preferirebbe poter vivere da romanziere, ma questo potrà avvenire solo, a guerra finita, a partire da La romana (’47). Il suo cosmopolitismo, la sua più che evidente lontananza dalla mistica fascista, il cognome ebraico non gli rendono facile la vita. La sua narrativa, gli spiega Pancrazi è «troppo deprimente in un tempo in cui tutti sono energetici aerodinamici e propulsivi».
Le lettere d’amore, in particolare quelle in francese con la pittrice svizzera Lélo Fiaux, mi hanno evocato una conversazione estemporanea con Moravia, un pomeriggio in cui non c’era alcun film da vedere e siamo andati da Cenci a prenderci una giacca, nella quale mi confidava che i suoi rapporti con le donne avevano avuto una svolta positiva solo dopo i cinquant’anni. Qui ne ha ventidue quando incontra la piccola France, una minorenne graziosa e minuta, come «un personaggio di Watteau»: una passione furente, consumata in pochi giorni, al sole della Riviera. Alberto, che ha alle spalle esperienze poco gratificanti, per non dire di un’iniziazione postribolare, insegue France a Parigi per chiederla in sposa. La risposta di France è che la nonna, appartenente a una famiglia di alto lignaggio, non vuole. Forse vola un pugno nel costato della piccola France, o forse no. Passano poche settimane e, nell’ambito ormai familiare delle sue contesse, Alberto si innamora di Silvia Piccolomini, che per lui abbandona un fidanzato dell’aristocrazia romana, poi caduto nella guerra di Spagna. Nella faccenda sono coinvolti anche parenti e amici di famiglia, come Morra, a scongiurare un possibile duello. L’amore procede, ma Alberto avverte nell’enigmatica, e perciò intrigante, Silvia, come un oscuro ritegno, una qualche riserva; pensa che l’azione risolutiva sia chiederne la mano, e ne riceve un rifiuto. Anche qui la fama letteraria e il coinvolgimento dei sensi non hanno pareggiato lo stato sociale e patrimoniale e un cognome, in quel contesto, imbarazzante.
Le lettere a Lélo Fiaux ci raccontano una storia d’amore intensa quanto infelice, impossibile, e già consumata nel giro di sei mesi vissuti insieme a Roma nel ’34. Lettere postume quindi, tra rievocazione, nostalgia, rimpianto, rimostranze e la disponibilità mai sopita di ricominciare. Con Lélo non si rischiava di incorrere in un altro rifiuto di matrimonio, perché lei è già sposata con un americano, ma gira per Roma con un ragazzo, poi suicida, di cui Alberto diventa amico. In anticipo sui tempi, Lélo è una figlia dei fiori che pratica l’amore libero e fuma oppio; Alberto la attrae perché «è e ha qualcosa di diabolico», come traspare dai ritratti che gli fa, dipinti e fotografici. È Alberto stesso ad ammettere di non essere all’altezza delle sue aspettative, perché lei lo vorrebbe come amante a tempo pieno, mentre lui rivendica il proprio spazio di scrittore («il mio lavoro è stato il nemico del tuo amore»). Quando Lélo rimane incinta, decidono subito insieme per l’interruzione della gravidanza, il che appare ovvio, date le circostanze. È questa l’unica occasione che Moravia ha avuto di diventare padre. E come tale se la ricorderà, sempre.


Il Sole 24 Ore 15 Novembre 2015

Siracusa: dal buio dei secoli Demetra. Qui nacque la storia d'Italia (Sabatino Moscati)

Un articolo “turistico” di un grande archeologo e divulgatore. Merita più di un aggiornamento, ma mi sembra tuttora utile per persuadere al viaggio e per accompagnarlo con le domande giuste. (S.L.L.)
Siracusa, Museo Archeologico Paolo D'Orsi, La Dea Madre allatta 2 gemelli, Tufo, VI sec. a.C.
L'estate ha appena mosso i primi passi, ed è subito tempo di turismo e di vacanze, di distensione e di evasione. Ma c'è proprio bisogno di seguire le vie più usuali e banali, ed ovviamente sovraccariche? E quand'anche si scelgano le località più note, perché non cercare in esse o presso di esse le novità, gli aspetti meno conosciuti eppure tanto più significativi da ricordare? In particolare, la scoperta del passato e della luce che esso getta sul presente, delle nostre radici e quindi del senso stesso della nostra esistenza, costituisce una suggestiva, affascinante avventura. Riflettiamo: i luoghi più attraenti del nostro tempo sono gli stessi che attrassero centinaia e migliaia di anni fa coloro che ci hanno preceduto. Forse non si recavano ancora in vacanze; ma senza dubbio cercavano anch'essi il sole, il mare, il clima temperato, l’aria limpida e la terra fertile. Dove c'è, dunque, un luogo attuale di turismo o di vacanze, probabilmente c’è un luogo antico. Sarà nello stesso punto o sarà nelle vicinanze, avrà gli stessi caratteri o caratteri diversi; ma è ben difficile che manchi. E quando lo si trova, quante illuminazioni al confronto, quante esperienze indimenticabili!
Il primo itinerario che proponiamo riguarda la Sicilia e particolarmente la sua costa orientale, dove si concentra un'eccezionale serie di centri turistici tra il mare e l'Etna: dalla celebre Taormina alla non meno celebre Siracusa. È proprio su quest'ultima che concentriamo l'attenzione, per alcune caratteristiche che si offrono con fascino particolare: è la più completa, la più significativa città greca che rimanga in Sicilia; vi sono avvenute recenti scoperte, che dimostrano quanto ancora resta da conoscere; vi sorge un nuovissimo, eccezionale museo, che presenta con grande attrazione i passati e gli attuali ritrovamenti.
Non toglieremo certo il mestiere alle guide, che condurranno la visita ai templi di Apollo e Atena sull'isola di Ortigia, dove la fonte Aretusa assicurò ai primi coloni greci nell'VIII secolo a. C. le condizioni elementari per la vita; ai quartieri oltre l'istmo, con il teatro, l'anfiteatro e le mura di Gelone; alla grande cinta muraria con il Castello Eurialo, una delle maggiori opere difensive dell'antichità. Né ci dorrà che si narri qualche suggestiva tradizione, come quella della grotta di straordinarie proprietà acustiche chiamata l'Orecchio di Dionigi, di cui sembra che quel tiranno si servisse per ascoltare quanto dicevano i prigionieri.
Ma sarebbe un peccato se i visitatori si fermassero a questo e se ignorassero le novità di cui dicevamo, troppo recenti per essere adeguatamente recepite dalle guide. Anzitutto, nell'isola di Ortigia è tornato alla luce il più antico insediamento greco, sul fianco del palazzo della Prefettura. Gli scavi, penetrando in profondità nel terreno, hanno fatto riaffiorare le case dell'VIII secolo a. C., costituite da vani singoli e separate da cortili.

L’enigma risolto al di là dell’istmo
Sono allineate sul fianco di una strada che reca ancora i segni del passaggio dei carri. Siamo alle origini della presenza greca in Sicilia.
Non meno rilevante è la scoperta al di là dell'istmo, in piazza della Vittoria presso il santuario della Madonna delle Lacrime, del tempio di Demetra e Gore, che era noto dalle fonti storiche, ma la cui collocazione rimaneva un enigma. Ora il tempio è tornato alla luce, e con esso alcune centinaia di statuine in terracotta di eccezionale interesse sia artistico sia religioso, perché costituiscono la testimonianza delle offerte votive. Al momento della scoperta, le statuine erano allineate su tre o quattro file: proprio come dovevano essere disposte nel santuario!
Sorge ora la domanda: se la visita all'aperto consente di vedere i monumenti, dove si possono vedere gli oggetti scoperti? Qui si inserisce l'altra grande novità, quella del nuovo museo, realizzato dal soprintendente Giuseppe Voza nel vasto parco di Villa Landolina. Immerso nel verde, esso sorge con modernissimi criteri, aprendosi in forma di margherita ad ampio sviluppo orizzontale. Mentre si evita l'antica suddivisione per stanze, si sfrutta appieno la luce nelle modernissime vetrine e fuori dalle vetrine stesse, lasciando ampio spazio ai tabelloni didattici, alle ricostruzioni, alle fotografie trasparenti, ai punti di sosta e di ristoro.
Vale la pena di ricordare un episodio curioso. Alcuni anni or sono, lo scrittore Lawrence Durrell andò con alcuni amici a visitare Siracusa, e nella visita propose di recarsi al museo di allora, sito in piazza Duomo. Che fosse il più importante della Sicilia, era già noto. E tuttavia l'aspetto antiquato scoraggiò gli amici, che preferirono un bel bar. Durrell non volle mancare la visita, ma ne uscì deluso, parlando di «un cimitero degli elefanti». Giudizio superficiale e ingiusto, evidentemente; ma anche la cultura ha bisogno di essere presentata in forma che attragga, e questo avviene certo nel nuovo museo.
I seimila metri quadrati dell'esposizione attuale accolgono più di quindicimila reperti disposti in tre sezioni: preistoria e protostoria, colonie greche della Sicilia orientale, subcolonie e centri ellenizzati.
Nell'immediato futuro l'esposizione sarà completata da tremila metri quadrati relativi all'età ellenistica, romana e cristiana. Nell'insieme, lo spazio espositivo è almeno dieci volte maggiore di quello del vecchio museo!

La Sicilia prima dei Greci
Ma soprattutto, l'ordinamento per epoche consente di rivivere le vicende di Siracusa e della Sicilia antica nel modo più completo e illuminante.
Tra reperti, ricostruzioni e quadri esplicativi, vediamo anzitutto com'era la Sicilia prima dei Greci. Dal XIX al XV Secolo a. C., la cultura di Castelluccio mostra grandi tombe scavate nella roccia, con porte sulle quali emergono in rilievo enigmatici disegni a spirale. A partire dal XV secolo i Micenei fondano uno stabile insediamento a Thapsos, poco a Nord di Siracusa: ne provengono ceramiche, bronzi, ossi, paste vitree, ambre, nonché più raramente argenti e ori. Le importazioni da Cipro e da Malta indicano l'ampio raggio del commercio internazionale.
L'avvento dei Greci, nell'VIII Secolo a. C., è testimoniato, nella seconda sezione del museo, soprattutto da Siracusa e da Megara Hyblaea, poco più a nord in un'area oggi fortemente industrializzata.
Di Siracusa si vedono le scoperte antiche e recenti, tra cui quelle del ricordato tempio di Demetra e Core; e spiccano le opere dell'arte statuaria, in particolare le figure maschili «Xouroi» elegantemente lavorate nel marmo. Non meno rilevante è Megara Hyblaea, ricca di opere scultoree: dalla statua del medico Sambrotidas con il nome inciso sulla coscia destra a quella femminile seduta che allatta due bambini.
La terza sezione del museo offre una straordinaria apertura sull'irradiazione di Siracusa nell’area circostante, in particolare con la fondazione delle subcolonie di Acre, Casmene e Camarina.
Notevolissima è anche la statuaria di Granmichele, dal torso marmoreo di «Kouros» alle statue di divinità sul trono eseguite in terracotta. L'esposizione si estende a Gela e Agrigento, che Siracusa raggiunse nella sua espansione. Da Gela, anzi, venne la dinastia dei Dinomenidi, che nel VI Secolo a. C. portò Siracusa al più grande splendore.
La città conquistò in seguito quasi tutta la Sicilia e si fece paladina della guerra contro i Cartaginesi; poi si legò ai Romani, dai quali fu infine sopraffatta nel 212 a. C. Su quest'ultima fase documenteranno le ulteriori sezioni del museo. Ma poiché abbiamo promesso esperienze illuminanti, possiamo chiederci da ultimo: quale impressione d'insieme ci offre oggi Siracusa, con le nuove scoperte e le testimonianze ormai adeguatamente esposte della sua gloria?
Ebbene, su queste sponde benedette dal mare e dal sole, ricchissime di ogni coltivazione, aperte in promontori e insenature dove le navicelle antiche potevano facilmente ripararsi, nacque otto secoli prima di Cristo la storia della Sicilia e dell'Italia.
Portatori di cultura e d'arte, i Greci portarono anche l'alfabeto, con cui gli uomini potevano tramandare la memoria di sé. Sembra di rivederli, quegli antichi colonizzatori, quando si scende al porto tra le viuzze imbiancate di calce come nella madrepatria greca, cercando le trattorie dove, ora come allora, si gusta il pesce freschissimo cotto alla brace.


“La Stampa”, giovedì 29 giugno 1989

Per amore di Caino (Giacoma Limentani)

Al ventesimo dei Colloqui Ebraico-cristiani, svoltosi a Camaldoli nel novembre del 1999, Giacoma Limentani presentò una relazione di cui ampi stralci furono pubblicati in anteprima dal “manifesto”, quelli che qui riprendo. (S.L.L.)
Jacopo Palma il Giovane, Caino e Abele (1615-20)

Il nemico, l’estraneo, lo straniero, il diverso.
Dall'ebreo Shvlock al sangue di Abele, in cerca della fratellanza
Accade a un soldato Usa in solitaria ricognizione in un villaggio fantasma del Vietnam. La ricognizione è solitaria perché il soldato ha perso i contatti con la propria pattuglia. Il villaggio è ridotto a fantasma di villaggio, perché evacuato oppure abbandonato da una popolazione che scompare e riappare, per subito riscomparire ai ritmi della guerra, ma con la labilità propria dei fantasmi. Ed ecco, dal fantasma di una casa annerita dal napalm, uscire un bimbo tutt’altro che fantasmaticamente temibile, in quanto si sa che i bimbi vietnamiti, tanto usi alla morte da non temere più la propria, spesso si trasformano in kamikaze con bombe nascoste nel petto. Il dito del soldato accarezza il grilletto del mitra, ma non osa schiacciarlo perché il bimbo gli corre incontro ridendo e indicandosi gli occhi. Quando gli arriva davanti indica anche gli occhi del soldato, di uguale taglio obliquo perché quel soldato è un indiano navajo dal nero sguardo orientale. L’incontro si conclude con le razioni del soldato divise ridendo sotto un albero: grazie agli occhi, i due si sono riconosciuti fratelli.
Sempre a un soldato Usa, ma questa volta in Nord Africa durante la II guerra mondiale, accade di trovarsi faccia a faccia con un soldato della Wermacht, che come lui ha perso i contatti con la propria pattuglia. Si scorgono entrambi ed entrambi potrebbero far fuoco, ma un pensiero li coglie insieme: siamo tutti e due biondi, alti e come fratelli crediamo nello stesso Dio. Perché dovremmo ucciderci? Perciò non si uccidono, ma non si sa se hanno poi fatto merenda insieme.
Questi due episodi, scrupolosamente registrati e rubricati nell’archivio lasciato ai posteri dal fu Walter Capps, docente emerito di Studi Religiosi presso l’Università di Santa Barbara in California, hanno tutti gli elementi atti a trasformarli in edificanti ballate, e come tali risuonare nei convegni con cui pacifisti canterini amano fare ammenda di guerre sempre da altri volute e nelle quali sono sempre e senza responsabilità alcuna capitati per caso. Se non che viene spontaneo chiedersi cosa sarebbe accaduto quel lontano giorno in Vietnam, se il soldato Usa fosse stato un fulvo vichingo, mentre a proposito dell’ancor più distante episodio nordafricano, non è detto che i due fraterni soldati in armi su fronti opposti, abbiano allargato il loro generoso senso di fratellanza in Dio - oltre che nell’altezza e nell’oro dei capelli - anche ai brunissimi nativi della terra che i loro rispettivi eserciti combattendosi devastavano.
(...) Oggi un coro unanime griderebbe all’infamia se qualcuno osasse scorgere nelle bianche piaghe di un lebbroso la stigmatizzante conseguenza di rapporti contronatura col re dei demoni. Sempre oggi molti, o almeno si spera la maggioranza, scuoterebbero la testa davanti ad accuse di stregoneria che comunque non accenderebbero roghi. Ma la stessa maggioranza colta e gravida di pregiate letture, continua ad entusiasmarsi per l'arringa di Porzia ne Il mercante di Venezia, senza spingersi oltre il piacere estetico che si può legittimamente trarre dalla lettura di Shakespeare. Piacere che nel caso non è certo estraneo a un’istintiva ripugnanza nei confronti del destinatario dell’arringa e infine, ma sarebbe più esatto dire in primis, a un uso del termine misericordia, troppo spesso nelle storie del mondo e in questa particolare storia in special modo, tutt’altro che misericordioso.
«La misericordia ha il pregio di non essere forzata: essa scende come pioggerella dal cielo sul terreno sottostante. Due volte è benedetta: per chi dà e per chi riceve. Più potente dei potenti, si addice al monarca sul trono più della corona». Parole bellissime queste di Porzia, se non si librassero su un mondo che le considera inutili quando rivolte a un ebreo, perché discutere di misericordia, d’amore o di giustizia con un ebreo «è come andare sulla spiaggia e dire all’alta marea d’abbassare il suo livello, è come disputare con il lupo sul perché abbia strappato alla pecora l’agnello». Di un ebreo ci si può al massimo far gioco, ma lo stesso gioco che è bello, gioioso e misericordiosamente affratellante quando apre il cuore a riso sincero, se reiterato e portato all’estremo può essere lama di pugnale che il cuore lo inaridisce.
(...) Ogni senso di chiusa, convinta superiorità che a se stessi e al proprio gruppo consente, quando non impone moralmente, un indiscriminato disprezzo per qualsiasi gruppo considerato altro, sa di cripto-idolatria in quanto si manifesta con pratiche di discriminazione e asserzioni di scherno che prima di togliere la vita tolgono vivibilità all’anima. E devitalizzata da disprezzi e schemi è l’anima di Shylock, che nella Venezia in cui Porzia è gran signora, che è poi una Venezia prospera di commerci, dovrebbe vergognarsi di essere mercante. Chi in una società in cui l’usura è pratica usuale ma nascosta, presta denari alla luce del giorno e un bel giorno, accordando un prestito ad Antonio, amico di Porzia e signore che più d’ogni altro in Venezia l’ha schernito e vilipeso, in caso di insolvibilità chiede una libbra di carne da tagliare all’altezza del cuore. Shylock è dipinto con le più cupe tinte del peggiore stereotipo antiebraico, e la sua richiesta è crudele al punto di rasentare la foiba, ma proprio perciò bisognerebbe chiedersi dove è scritto che odio e scherno e offese e l’alienazione di una figlia siano panacee per la mente di chi li subisce. Come pure bisognerebbe chiedersi quanti, fra gli ammirati lettori di Porzia, con la stessa attenzione hanno letto e leggono le ragioni per cui Shylock pretende la carne di Antonio.
(...) Per uomo bisogna qui intendere ha-adam, la prima creatura fatta di alito divino e terra, e plasmata a un tempo maschio e femmina in una carne sola, destinata a separarsi nelle due componenti sessuali, per meglio conoscere e farsi conoscere in modo da tornare spontaneamente a fondersi nell’unica carne dell’amore. Può esservi possesso solo quando nell’essere desiderato c’è desiderio di dedizione e comunione. Può esservi comunione solo quando è reciproco l’anelito a fratellanze radicate nella stima di ogni essere per il proprio prossimo, nell’onore che gli tributa.
Non per caso nel quarto capitolo del Cantico lo sposo dell’anima che parla con parole di carnalissimo amante, chiama l’amata ra’yatì: prossima mia, femminilizzando quel prossimo che va amato e rispettato al pari di sé stessi, perché di ognuno di noi stessi è parte. E ahitì, sorella mia la chiama prima di chiamarla callah: sposa. Una sposa desiderata, e pressata all’amore, che però ha il diritto di restare «giardino chiuso» e «fonte sigillata», finché per libero anelito di passione spontaneamente non decida di aprirsi ayedidì, il suo diletto, e di invitarlo a godere dei propri profumi. C’è rispetto fraterno in questo amore espresso con termini che più carnali non potrebbero essere, e che ancor più fanno riflettere quando elevati ad allegoria dell’amore fra l’Eterno creatore e la sua sposa Israele. Se il Creatore dell’Universo sa e può attendere che il giardino dell’anima umana gli venga spontaneamente aperto, prima di penetrarvi per esservi riconosciuto Signore, a maggior ragione dovrà riflettere e dare e darsi tempo chiunque sulla terra pretenda di far proprio chiunque altro.
Sulla terra siamo tutti figli dell’Eterno Padre Creatore e perciò tutti fratellii. Quel che manca a molti, atroppi, è un’effettiva comprensione del termine fratello. Troppi sono vittime di un’assenza di comprensione che potrebbe risalire a Caino e che, se così fosse, renderebbe ancor più espbcita la divina clemenza che impone di risparmiarlo ovunque se ne vada ramingo, per sfuggire alla terra che lo accusa di averle fatto ingoiare il sangue di Abele. Caino deve girare la terra e studiarne gli abitanti alla maniera di un arcaico Balzac, per riconoscersi negb albi, capire cos’è un fratello e poter infine rispondere che suo fratello è dappertutto, in ogni viso in cui si specchia, in ogni occhio che incontra i suoi, in ogni mano che stringe la sua. Purtroppo allora la mano di Caino si levò per uccidere e sotterrare segnando la storia umana. Ma molto la storia umana è stata segnata anche dall’interpretazione che tradizionalmente viene data della sua risposta alla domanda: «Dov’è tuo fratello?». Non si potrebbe leggerla altrimenti questa risposta, visto che nell’originale ebraico, a me almeno, sembra offrire diverse chiavi di lettura? Quel suo «non lo so», duro, categorico, menzognero, in ebraico non suona eneniyode’a, io non so, bensì loyada’ti, al passato, un passato che potrebbe ammorbidirsi nel più incerto e meno sfrontato: non saprei. Ma quel passato offre, sempre a me, un’altra chiave di lettura dell’intera risposta, che non suonerebbe più: «Non lo so. Sono forse il guardiano di mio fratello?» Bensì: «Non sapevo di essere il guardiano di mio fratello». E stato detto e scritto che Adamo ed Eva, creati adulti e con tutte le facoltà di individui adulti, erano pero bambini nella mancanza di passato e quindi della memoria di responsabilizzanti esperienze. Perciò sbagliavano e in certo senso dovevano sbagliare: sbagliando s’impara.
Troppo presi a imparare, come potevano insegnare a quei loro primi due figli cosa significhi essere fratelli e in cosa consista una fratellanza che, al di là di loro stessi, avrebbe dovuto abbracciare un’umanità in fieri, che certo non riuscivano neanche a immaginare? Per tanta, comprensibile ignoranza, sulla fronte di Caino è stato imposto un marchio al momento salvifico, epperò poi standardizzato e stampato su troppe altre fronti. Spesso fronti di individui che mai avevano né si sarebbero sognati di uccidere, ma che venivano e vengono considerati capaci di farlo per via di pelli o fedi diverse, e quindi non più fratelli, con le drammatiche conseguenze che abbiamo sotto gli occhi ogni giorno. Ma la più profonda e nascosta difficilmente accettabile radice del dramma sta nel fatto che molto, troppo spesso, le emarginazioni, i rifiuti, le accuse, le persecuzioni, gli eccidi prendono di volta in volta l’avvio, non tanto da odio disumano e disumanizzante, quanto da umanissima, malintesa, faziosa pretesa d’amore. Perché amore può essere sinonimo d’ingiustizia.
Amando troppo Giuseppe, Giacobbe non scatenò forse l’odio degli altri figli contro quell’unico preferito? E quell’odio non scatenò forse all’interno della famiglia una drammatica separazione? È scritto che verso la fine dei suoi giorni, quando al termine della lunga separazione potè riabbracciare il dilettissimo Giuseppe, Giacobbe pianse. Perché pianse? Un midrash spiega che Giacobbe pianse perché, concedendosi quell’ultimo, speciale abbraccio, si strappava anche dal cuore il di più d’amore per Giuseppe, che lo aveva portato a fare differenze fra i suoi figli, così seminando gelosie e odio.
Amore e fratellanza comportano giustizia. Quando non la comportano, sono un carcere non solo per chi ne subisce le conseguenze, anche per chi agisce, a sua volta agito da pregiudizi che spesso gli sono stati inculcati da vizi di pensiero atavici. Uscendo dal carcere in cui era stato rinchiuso da un regime che a pregiudizi e discriminazioni aggiungeva la violenza, l’ancor giovane Vittorio Foa, una delle più libere menti di questa nostra Italia di fine millennio, così scriveva ai genitori: «Arrivato al termine della mia dura e lunga esperienza di galera, non ritrovo in me quella gioia smodata che l’immaginazione presagiva; ma solo un senso di grave responsabilità». Fratellanza e responsabilità reciproca non possono non essere sinonimi.


“il manifesto”, 25 novembre 1999

7.1.18

Preghiera. Un'altra poesia di Tommaso Di Ciaula

Tommaso Di Ciaula
Quanto cammino,
sudore, affanno!
Implacabile clessidra
quanto sangue
in quella sabbia.
E solo tu mi puoi aiutare!
Tu
figlia
amante
nata da una mia costola.
Ti prego
fammi riparare nel tuo tempio.
Per sfuggire!
Per sfuggire
al caos,
ai ladri, ai bugiardi
agli assassini.
Solo tu,
mi puoi far scendere
dalla croce!
la mia croce?

Da Ogni Poesia è un mistero, Vito Radio editore 2007

Al nonno. Una poesia di Tommaso Di Ciaula

Tommaso Di Ciaula
Suvvia nonno, non piangere
forse cucinerà presto anche oggi
la pignatta delle fave
anche al fumo degli altiforni
anche alla lingua dura del cemento che avanza.
Io non ho aratri
né domo cavalli
né porto pecore e cani alle pasture.
Io sono qui al bivio
con la tuta blu
incerto se venire da te
ma la fabbrica è troppo vicina
e poi
non ho nemmeno cera
alle orecchie
per le sirene.


In Tuta blu, Feltrinelli, 1978

Joyce, Proust, Musil e l'alternativa italiana (Guido Davico Bonino)

James Joyce
Si potrebbero definire l'Ulisse di Joyce, Alla ricerca del tempo perduto di Proust e L’uomo senza qualità di Musil i tre grandi romanzi della letteratura sulla letteratura: volendo così significare che essi hanno per tema la finzione stessa della letteratura per l’uomo del loro tempo, mentre per struttura e per stile ne rivoluzionano i canoni tradizionali?
Se questa formula ha qualche validità, è obbligatorio per il lettore comune affrontarli e possederli o la loro analisi e interpretazione può essere lasciata allo studioso?
Me lo domando per essermi trovato in tutti questi anni dinanzi a tante persone colte, ma non specialiste, che sostenevano, mentendo palesemente, di averli letti o, con ben diversa sincerità, ammettevano con rossore di non averli mai terminati o di non aver mai osato aprirli per il timore reverenziale che essi incutevano loro.
C’è, tra l’altro, il problema del tempo di fruizione, che al giorno d’oggi si fa sempre più assillante: l'Ulisse s’aggira intorno alle 1000 pagine, la Ricerca consta di sette romanzi per oltre 3200 pagine, con l'Uomo ci assestiamo intorno alle 1700 pagine.
Quale insegnante, professionista, impiegato ha margini di tempo libero così larghi da potervisi dedicare?
C’è poi la difficoltà intrinseca della comprensione: per limitarci all'Ulisse, di certo il più impervio per la «ricchezza e abbondanza di variazioni sulla sintesi e la dissoluzione dell’oggetto» (Hermann Broch), ogni traduzione dovrebbe essere al tempo stesso un commento o un apparato di note (attendiamo con ansia, per la vivida intelligenza dello scrittore, quella di Gianni Celati per Einaudi).

Un consiglio? Volgersi a due grandi romanzi, che fanno da giro di boa al «nuovo» romanzo italiano del Novecento: La coscienza di Zeno di Svevo e Il fu Mattia Pascal di Pirandello: non meno importanti dei tre succitati ma meno corposi e di più immediata comprensione.

"Tuttolibri La Stampa", 22 giugno 2011

Le sette di sera. Una poesia di Franco Fortini

Elio Vittorini
Elio, come va? gli dissi. Mi guardò spaventato.
Aveva in mano le chiavi della "Giulia":
Forse non mi riconosceva per la bruma delle sette.

O forse ero davvero mutato come un morto.
M'abbracciò affettuoso, come pungevano i suoi baffi,
Ma strinse l'aria. "Perché non ti fai mai vedere?",

disse tremando e fingendo di nulla.

da Questo muro. Versi a un destinatario (1961-69) in Una volta per sempre, Einaudi 1978

6.1.18

Facce da tiro al bersaglio (Grazia Cherchi)

Proliferano i libri di giornalisti che raccolgono i loro articoli, i quali dovrebbero, chissà perché, acquistare un’improvvisa dignità dal fatto di essere raccolti in volume («non avere un pensiero e saperlo esprimere — è questo che fa di uno un giornalista», ha scritto Karl Kraus); proliferano i libri su Mussolini, «predappio-merda» (Gadda), e la sua immagine mirabilmente si affianca nella stampa a quelle del nostri politici pre-elettoralmente mperversanti.
«Autentiche facce da tiro al bersaglio» diceva Léautaud degli uomini al potere, mentre Landolfi si lamentava del «sinistri ceffi a noi presenti dalle pagine di ogni gazzetta, su noi accaniti con la grinta, col tanfo, col peso d’una loro indomabile forza. Indomabile davvero e contro la quale noi nulla possiamo; ché solo contro l’intelligenza potremmo qualcosa». Insomma quella che si profila è una situazione che «tiene tutti nella condizione di pensare “non pensiamoci”» (Gadda).


“la talpa libri – il manifesto”, ritaglio senza data, ma 1983

3.1.18

Corruzione e furto (Ferdinando Imposimato)

Ferdinando Imposimato, fu magistrato e uomo politico amante della verità e della giustizia sociale, oltre che del diritto. Da ultimo scriveva con una certa regolarità su “Il Ponte”, la storica rivista fiorentina fondata da Piero Calamandrei oggi diretta da Marcello Rossi e sul sito alla rivista collegato. Il brano che segue è l'apertura di un articolo dell'ottobre ultimo scorso. (S.L.L.)
Ferdinando Imposimato

Secondo un apice del Csm, i giudici non possono andare in tv. Davigo non può parlare della corruzione che costa all’Italia 70 miliardi l’anno. Altri 150 miliardi si volatilizzano per esportazione di capitali ed evasione, mentre i governi violano per inerzia la convenzione europea contro la corruzione. I soldi servirebbero a operai, docenti, forze dell’ordine, pensionati.
Il governo Renzi ha creato un’inutile autorità anticorruzione che non serve. Basterebbe attuare la Convenzione eliminando la prescrizione, l’amnistia per i corrotti e stabilendo pene adeguate. Oggi le pene sono ridicole rispetto ai furti. Qualche esempio: la corruzione in atti d’ufficio (art. 318) è punita fino a tre anni; per il furto con destrezza aggravato (art. 624 bis) la pena è da 3 a 10 anni. L’effetto: la corruzione si prescrive sempre, il furto mai. I ladri vanno in galera, i corrotti restano fuori.
Berlusconi ridusse la pena per il falso in bilancio, strumentale alla corruzione. Il Csm farebbe bene a denunziare tali storture chiedendo di attuare le riforme delle Commissioni Pagliaro e Nordio che invece giacciono al ministero della Giustizia perché non convengono né alla destra, né alla sinistra, né al centro.

dall'articolo Che fa il Consiglio Superiore della magistratura, nel sito de "Il Ponte", postato il 13/10/2017

2.1.18

PCI 1984. La morte di Amerigo Terenzi. Lontano da Roma

Su un “manifesto” di 33 anni fa e rotti un breve necrologio per Amerigo Terenzi. L'autore, secondo me, è Valentino Parlato; sono convinto che anche altri, se avranno letto con attenzione, condivideranno l'attribuzione. (S.L.L.)

Ieri pomeriggio le agenzie hanno trasmesso che Amerigo Terenzi, già amministratore dell’ “Unità e, soprattutto, di Paese sera, è morto per emorragia cerebrale nella Corea del nord. L’emorragia cerebrale lo avrebbe colpito — dice l’agenzia — «in una località dei monti Keumkang».
Amerigo Terenzi, è stato un personaggio della Roma degli anni ’5O e ’60. Nato a Roma il 17 aprile del 1909 e iscrittosi al Pci nel 1943 (quarantun anni fa) Amerigo Terenzi fu un protagonista del mondo dell’editoria e del mercato d’arte, fu un comunista fedele al suo partito — anche se scettico e smaliziato — ma fu soprattutto un romano. Il fatto che più colpisce di questo esito della sua vicenda umana è il luogo della morte: lontano da Roma.
Amerigo Terenzi fu oltre che comunista soprattutto un imprenditore nel senso più poeticamente schumpeteriano del termine. Riuscì a organizzare in tempi durissimi e assai poco propensi all’effimero la più grande mostra di Picasso che mai ci sia stata a Roma e forse in Europa. Riuscì a lanciare un prodotto editoriale straordinario e impensabile nell’Italia degli anni ’50, quale fu “Paese sera”. È abbastanza per un destino umano ed è un peccato che abbia dovuto chiudere gli occhi «lontano da Roma».


“il manifesto”, 29 aprile 1984

Archivio Italia. 3 ottobre 1911: quel giorno invademmo la Libia (Wladimiro Settimelli)

Wladimiro Settimelli, morto qualche settimana fa, per “l'Unità” curò spesso pagine di rievocazione storica. Nell'agosto 1986 gli fu affidata una rubrica estiva dal titolo Archivio Italia, donde ho ripreso – anche per ricordare la figura di un giornalista cui sono grato soprattutto per le accuratissime inchieste sui misteri dell'Italia repubblicana - la rapida (e vivida) narrazione che segue, della guerra di Libia e dell'occupazione coloniale italiana. Erano gli anni in cui il colonnello Gheddafi, dittatore in Libia, intensificava la sua denuncia dei crimini italiani, reali o presunti, e in cui due bombe libiche dimostrative erano state lanciate al largo di Lampedusa. (S.L.L.)

È IL 2 OTTOBRE del 1911 quando la torpediniera italiana «Albatros», attracca alla dogana di Tripoli. Pochi istanti dopo, scende a terra un ufficiale italiano che consegna agli allibiti funzionari accorsi al porto, una lettera del vice ammiraglio Thaon di Ravel. È una intimazione di resa alla Libia e una richiesta al governo della «Sublime porta» (il governo turco veniva chiamato così) di farsi da parte, pena il bombardamento della città. Al largo, sulla linea dell’orizzonte, c’è già una parte della poderosa flotta italiana in attesa: si tratta delle navi da guerra «Benedetto Brin», «Emanuele Filiberto», «Garibaldi», «Roma», «Napoli», «Ferruccio», «Coatit», «Re Umberto», «Sicilia», «Sardegna», «Carlo Alberto» e «Varese». L’Italia — dice il messaggio di Thaon di Revel — si considera ufficialmente in guerra con la Turchia, dal 29 settembre precedente. È, in pratica, una decisione unilaterale. Le autorità di Tripoli respingono l’ultimatum e, il 3 ottobre, alle 15,30 esatte, le navi aprono il fuoco sul forte della città a malapena difeso da qualche vecchio cannone a corta gittata.
L’eco di quelle cannonate si fa udire ancora oggi con gli insulti e le minacce di Gheddafi e con quei due missili lanciati contro Lampedusa. Perché occupammo la Libia e che cosa volevamo farne? Il presidente del Consiglio Giovanni Giolitti, tornato al potere nel marzo del 1911, aveva evidentemente ascoltato le voci preoccupate della grande borghesia italiana e in parte del mondo cattolico che protestavano contro il «far nulla del nostro paese». Era in piena espansione, in quegli anni in tutta Europa, il colonialismo e la ricerca, ad ogni costo, di paesi poveri da sfruttare e «civilizzare». Francia, Inghilterra, Germania e Olanda, continuavano ad espandere i loro possedimenti e a conquistare intere zone dell’Africa. E noi? Una «proprietà» lungo il Mediterraneo, dicevano ì fautori del colonialismo, avrebbe risolto i problemi tutti italiani della disoccupazione e fermato la grande migrazione dei poveri verso le Americhe. Insomma, ci saremmo arricchiti anche se a spese degli altri. Nacque, così, il mito della «quarta sponda», al quale i socialisti rispondevano gridando che quel paese non era altro che uno «scatolone di sabbia» senza valore.
Sorsero così polemiche e scontri politici anche all’interno dello stesso movimento socialista. Giustino Fortunato, il grande meridionalista, non era affatto contrario all’impresa che «forse avrebbe risolto i nostri mali». La stampa cattolica, nazionalista e liberale sosteneva che la Libia doveva essere occupata e Giovanni Pascoli scriveva la famosa frase: «La Grande Proletaria delle nazioni è scesa in campo».
D’Annunzio e Corredini non erano da meno. I sindacati, quando già si parlava di sbarco, avevano proclamato, da Bologna, un primo sciopero generale che non aveva riscosso gran successo. Pietro Nenni e Benito Mussolini (allora socialista) erano, tra l’altro, finiti in carcere per aver tentato di impedire ai richiamati di giungere ai distretti. Scontri e manifestazioni pro o contro la guerra libica, si erano susseguite, un po’ ovunque, per giorni e giorni. Poi quelle prime cannonate, mentre ancora i giornali scrivevano che la «Tripolitania era ricca» e altri rispondevano «che non lo era, ma che le braccia italiane avrebbero fatto miracoli».
I primi giorni a Tripoli (dopo la grandinata di proiettili di cannoni, c’era stato lo sbarco dei marinai italiani) tutto era andato per il meglio. I comandanti avevano promesso ai locali che sarebbero stati rispettati la loro religione, i loro averi e loro diritti, ed era finita lì. Intanto in Italia, al canto di «Tripoli bel suol d’amore», veniva imbarcato, diretto in Libia, un grande corpo di spedizione composto di bersaglieri, fanti, artiglieri e aviatori, comandati dal generale Carlo Caneva. Neanche la comparsa del colera in alcune province italiane ritardò quelle operazioni. Se l’occupazione di Tripoli da parte dei marinai era avvenuta senza gravi scontri, le cose cambiarono radicalmente all’arrivo della fanteria. Arabi e truppe turche attaccarono più volte le posizioni italiane e vi furono massacri atroci, dall’una parte e dall’altra. L’11° reggimento bersaglieri fu quasi completamente distrutto e i poveri soldati evirati e torturati. Gli italiani, a loro volta impiccarono, fucilarono e incendiarono interi villaggi. Fu soltanto il preludio di quello che sarebbe accaduto in seguito. L’occupazione italiana, infatti, non riuscì mai ad andare oltre certe zone costiere. Il «nemico libico» (un milione di abitanti, 80.000 chilometri quadrati di culture e un povertà agghiacciante, prima della scoperta del petrolio) dava prova di inusitato coraggio e attaccamento alla propria indipendenza. Fra un trattato e l’altro, uno scontro e quello seguente, si giunse alla prima guerra mondiale e poi all’avvento del fascismo: fu il periodo più terribile. I patrioti libici organizzarono una vera e propria guerra partigiana e l'Italia di Mussolini rispose con terrificanti bombardamenti, l’uso dei gas, e le fucilazioni di massa dopo processi sommari.
Così, fu passato per le armi l’eroe libico e combattente per la Senussia e l’indipendenza, Omar el Muktar. Organizzammo poi veri e propri campi di concentramento (niente a cne vedere con quelli nazisti) come quello famoso di El Agheila. Morirono così centinaia di migliaia di persone e intere popolazioni furono ridotte alla fame con i trasferimenti forzati ordinati da Rodolfo Graziani e Pietro Badoglio. E vero: costruimmo, in cambio, qualche strada, qualche scuola e alcune aziende modello. Nel 1956 pagammo i «debiti di guerra» a re Idris. Certo, con i soldi non restituimmo la vita ai martiri e agli impiccati. Ma Gheddafi non ha comunque diritto di confondere l’Italia repubblicana nata dalla Resistenza con l’Italia di Mussolini, Graziani e Badoglio.

"l'Unità", 10 agosto 1986

Pasolini. La passeggiata di Totò e Ninetto (Federico De Melis)

Totò e Ninetto, un padre e un figlio sottoproletari, camminano per le strade del mondo, le strade dell’estrema periferia romana degli anni '60. Ai due si unisce un corvo parlante (la voce querula e dolce è di Francesco Leonetti), saggio e disilluso, che dice cose giuste sulle sorti dell’umanità ma è insieme consapevole della loro limitatezza. Questo l’avvio di Uccellacci e uccellini (1966) di Pier Paolo Pasolini, oggi riproposto in cassetta dalla Cgd.
La passeggiata di Totò e Ninetto — passeggiata intesa, in senso romantico, come un andare senza meta —, che nella sceneggiatura era il terzo di tre episodi (preziosi spezzoni del primo, L’uomo bianco, tagliato nella versione definitiva, li mandò in onda Raitre nell’85 nella Magnifica Ossessione di Enrico Ghezzi) nel film fa da cornice narrativa alla favola degli uccellacci e degli uccellini che il corvo racconta ai due (e che era il secondo episodio): San Francesco affida a Frate Ciccillo (Totò) e a Frate Ninetto il compito di parlare con falchi e passerotti per conciliarli e consegnarli all'amore.
Nel presente il corvo continua a incalzare con le sue prediche i due poveri cristi. Candidi e cinici, infastiditi, Totò e Ninetto lo guardano di sottecchi, e nella loro mente prende corpo il piano: mangiarselo. La fine è sollievo e amarezza: il corvo è arrostito e mangiato con appetito atavico. Mancheranno i suoi discorsi noiosi ma anche la sua saggezza disincantata, la sua libertà intellettuale. All’origine il corvo doveva essere «un saggio 'reale' che cerca, attraverso una scandalosa e anarchica libertà, la realtà empirica e assoluta, non sistematica, nelle cose». Ma che cosa sono, se non proprio questo, il padre e il figlio sottoproletari? Pasolini doveva inventare un corvo che facesse loro da controcanto, e che dunque non poteva che essere marxista. Ma siccome il corvo dovrebbe essere simpatico e stravagante nel suo ordine mentale, amaro ma infine gioioso, non poteva essere un marxista di vecchio tipo, categorico e settoriale, ma doveva essere piuttosto «un corvo marxista non del tutto ancora liberato dal corvo anarchico, indipendente, dolce e veritiero».
Alla fine Totò e Ninetto divorano l’uccello ma così facendo, suggerisce Pasolini, lo «assimilano», o meglio assimilano quel poco di utile che può servire loro per sopravvivere nel mondo degradato. Così, in un certo senso, i due buoni diavoli, con la loro innocenza irridente e semplicità sottoproletaria, e il corvo, con il suo marxismo infondato e scettico, fanno parte della stessa visione del mondo, dello stesso «sogno di una cosa», come Pasolini e i borgatari degli anni ’60.
Umoristico (un omaggio ai classici del comico) e triste, leggero e ideologico, «ideocomico» (come scrisse Pasolini), Uccellacci e uccellini restituisce in forma di apologo verità orribili ad ascoltarsi. In controluce c’è il «nero pessimismo» degli anni '70, dall'Abiura alla Trilogia della vita e del finale Salò, ma la mimica di Totò e la risata malandra o il riso ingenuo di Ninetto hanno come il sopravvento, la superficie è più vera della verità sottostante.
Uccellacci e uccellini è forse il film più sereno di Pasolini, si respira tra gli anfratti del degrado, tra i casermoni di nuova costruzione degli anni '60 e le baracche dei borghetti romani, il solicello e l’aria tersa che viene dalla vicina campagna. È un mondo mitico che fa da scenario a tutte le favole possibili, e si vorrebbe che il parlare del corvo, col suo tono ironico e esopico, fosse un raccontare infinito, che dalla sua saggezza scaturisse il racconto del mondo, al di sopra dei travagli e lutti ideologici.
«L'atroce amarezza dell’ideologia mi ha impedito di vedere le cose e gli uomini con la leggerezza del perdono» ha scritto Pasolini. Se nel fondo è vero, non sembra. Uccellacci e uccellini fa parte di quel grande capitolo dell’opera pasoliniana votato all’utopia del paleocristianesimo (il Vangelo secondo Matteo è del ’64), al dialogo con la Chiesa conciliare e giovannea, al confronto serrato e libero della sua anima marxista e della sua anima anarco-evangelica, di due credi che lottano invano per potersi redimere nella serenità francescana, nell'obbiettività del mondo così come è.


“il manifesto”, 11 gennaio 1988

Medicina di precisione. Dimmi chi sei e ti darò la cura (Roberta Villa)

Per arrivare a trattare ogni singolo individuo nel modo migliore, occorre alzare lo sguardo e considerarne milioni. Ogni essere umano infatti è unico e irripetibile, frutto della somma dei suoi geni e dell’ambiente che, fin dal grembo materno, influenza e regola la loro attività. Oggi riusciamo a conoscere molti di questi elementi. Quel che ancora non sappiamo fare, a parte rare eccezioni, è unire i puntini, capire cioè quali geni predispongono e quali proteggono dalle diverse malattie, quali possono essere presi di mira per trovare nuove cure, e così via.
«Per associare ciascuna di queste caratteristiche individuali con la presenza di una malattia, la sua evoluzione, la risposta a un trattamento o a un intervento di prevenzione, occorre raccogliere ed elaborare un’enorme mole di dati su un gran numero di persone: solo così possiamo pensare che il legame sia significativo e non casuale», spiega Pier Giuseppe Pelicci, a capo della ricerca presso l’Istituto europeo di oncologia di Milano.
Possiamo in alcuni casi prevedere dall’analisi dei loro geni quali pazienti risponderanno meglio a un medicinale o rischiano di più un effetto indesiderato: ma test di questo tipo esistono solo per circa 150 farmaci, contro le migliaia disponibili sul mercato. Se sapremo caratterizzare meglio i pazienti da inserire nei grandi studi clinici, potremo riconoscere su quali sottogruppi un farmaco funziona e su quali no, con quali effetti indesiderati. Potremo anche trovare mutazioni più frequenti in persone affette da particolari malattie, ma anche scoprire che accanto a queste ce ne sono altre che neutralizzano l’effetto delle prime, guidando lo sviluppo di nuovi farmaci. Si potrà tranquillizzare chi, per esempio, è portatore di un marcatore genetico che predispone all’Alzheimer, ma ne ha anche un altro che lo protegge. O ancora, scovare i tratti genetici tipici di chi resiste all’infezione da Hiv o non si ammala di cancro pur essendo un forte fumatore, oppure in famiglia eredita salute e longevità, per rubarne il segreto ed estenderlo a tutti. La posta in gioco quindi è alta, e ai piani alti lo si comincia a capire.
I grandi investimenti pubblici sulla medicina di precisione sono cominciati qualche anno fa, quando il governo britannico di David Cameron diede il via a un progetto finalizzato a raccogliere e analizzare 100 mila genomi, da mettere in relazione ai dati clinici raccolti dal Sistema sanitario nazionale. Poi, l’anno scorso, il grande annuncio di Barack Obama, nel solenne contesto del discorso sullo Stato dell’Unione: lo stanziamento di 215 milioni di dollari (di cui 70 dedicati specificamente alla ricerca sul cancro) per raccogliere informazioni genetiche da un milione di volontari, da correlare alle loro condizioni di salute, ai loro stili di vita, e così via, per favorire lo sviluppo di una nuova medicina che tenga sempre più conto delle differenze individuali. E infine, in questi giorni, la notizia diffusa dalla rivista scientifica Nature, secondo cui la Cina si prepara a investire sulla medicina di precisione addirittura 9,2 miliardi di dollari, in un programma della durata di 15 anni, che coinvolgerà centinaia di centri di ricerca, per raccogliere dati su milioni e milioni di persone. La popolazione è una risorsa che certamente non manca nel Paese più popoloso del mondo, e che consentirà di far emergere un numero di casi significativi anche per condizioni patologiche o mutazioni genetiche mediamente rare nella popolazione generale.
«Finalmente la genomica è entrata nell’agenda dei governi», commenta Pelicci, che è anche docente di patologia generale e patologia clinica all’Università degli Studi di Milano. «La politica comincia a capire l’impatto che un nuovo approccio potrebbe avere sulla salute delle persone: solo il suo coinvolgimento può da un lato garantire gli investimenti necessari per la ricerca, dall’altro governare la spinosa questione della sostenibilità economica delle nuove cure».
Non è un caso che tutte queste iniziative si mettano in moto proprio adesso. Le cose sono cambiate molto da quella che, all’inizio degli anni 2000, sulla scia del Progetto genoma, sembrava una grande impresa: la mappatura da parte di deCode Genetics, azienda con base a Reykjavik, del Dna dei 270 mila abitanti dell’Islanda, una popolazione omogenea, perché rimasta isolata per secoli. Oggi la lettura di un genoma, che a cavallo del nuovo millennio richiese una dozzina di anni e 2 miliardi di dollari, si può effettuare in pochi giorni, con costi 10 milioni di volte inferiori. Altre tecnologie consentono di analizzare con grande rapidità e semplicità molti altri tipi di marcatori nel sangue. Si è scoperto come il microbioma, cioè la flora batterica con cui convive ogni organismo umano, può modificarsi e influire sulla salute. I dati clinici di milioni di persone sono raccolti nelle cartelle cliniche elettroniche, dove sono disponibili per anni. Altre grandi banche dati raccolgono le caratteristiche dei campioni biologici, ma anche di altri tipi di informazioni che possono essere incrociate tra loro per fornire indicazioni utili. I dispositivi mobili, i cosiddetti wearables, portati addosso dall’individuo, forniscono dati continui e precisi sui suoi, personalissimi, parametri vitali: applicazioni utilissime per personalizzare in tempo reale la cura per esempio di diabetici cronici o ipertesi. I social media facilitano l’incontro e gli scambi di informazioni, anche tra ricercatori, medici e pazienti. L’informatica è infine in grado oggi di raccogliere tutta questa enorme mole di dati ed elaborarli, traendone informazioni che potranno cambiare l’approccio della medicina nei prossimi decenni.
«È la ricerca sul cancro, in particolare con la genomica, che ha fatto e fa da apripista alla medicina di precisione», prosegue il ricercatore. «Pensiamo all’imatinib, uno dei primi farmaci a bersaglio molecolare introdotti in clinica all’inizio degli anni 2000: ha completamente trasformato la prognosi dei malati di leucemia mieloide cronica e di altre leucemie caratterizzate da un marcatore chiamato cromosoma Philadelphia».
«Altre terapie, purtroppo, per ora riescono a strappare in media solo poche settimane, o nel migliore dei casi, mesi di vita», interviene Roberto Labianca, direttore del Dipartimento interaziendale oncologico della Provincia di Bergamo. «Per questo è importante riuscire a riconoscere in anticipo i pazienti su cui avranno maggiori probabilità di successo, in modo da ridurre effetti collaterali inutili e controllare i costi, che altrimenti renderebbero queste cure insostenibili per tutti».
Anche a questo servono i cosiddetti basket studies: ricerche in cui il farmaco non viene più assegnato in base all’organo in cui si è sviluppato un tumore, ma mettendo insieme, nel “cestino”, appunto, pazienti con tumori di diversa origine, accomunati solo dalle loro caratteristiche molecolari.
«Un altro esempio di medicina di precisione in oncologia è l’introduzione dei cosiddetti vaccini anticancro, terapie immunologiche in cui cellule del paziente vengono “addestrate” in laboratorio a rispondere in maniera efficace e specifica al tumore che lo ha colpito», aggiunge Labianca.
«Finora, tuttavia, le terapie mirate sono state per lo più aggiunte alle cure tradizionali quando queste fallivano o il caso specifico ne suggeriva l’opportunità», conclude Pelicci. «Perché questo nuovo approccio sia efficace ed economicamente sostenibile occorre invece che la medicina di precisione sia integrata fin dall’inizio nel percorso diagnostico e terapeutico previsto dal Sistema sanitario nazionale, che lo deve saper governare nel modo migliore».
Dall’oncologia, la medicina di precisione ha già raggiunto altri campi, per esempio quello delle malattie rare su base ereditaria, dove il nuovo metodo di correzione del Dna chiamato Crispr/Cas9 apre alla speranza di poter correggere in futuro in maniera specifica ogni sorta di difetto genetico. Intanto è già stato approvato il primo farmaco che agisce sulle cause, e non sui sintomi, della fibrosi cistica, neutralizzando l’effetto patologico di alcune mutazioni responsabili solo di una piccola percentuale dei casi: se fosse stato provato indistintamente su tutti i malati, si sarebbe rivelato assai poco efficace; in questo gruppo ristretto, invece, funziona.
Contro Parkinson e Alzheimer l’approccio di precisione fa sì che, invece di modulare il dosaggio di una cura in relazione ai sintomi, si possano impiantare nel cervello microchip o piccoli serbatoi capaci di rilasciare stimoli elettrici o medicinali in risposta diretta ad alterazioni del funzionamento nervoso.

Sono poi già stati approvati dalla Food and Drug Administration statunitense due anticorpi monoclonali (uno per ora in Europa), capaci di abbassare in maniera importante i livelli di colesterolo nel sangue, anche in chi resiste alle altre terapie. Lo sviluppo di queste terapie parte dallo studio di alcune famiglie in cui il colesterolo tende a essere molto basso e in cui ricorre la mutazione di un gene chiamato Pcsk9. Si è così giunti a un trattamento che, con una o due sole iniezioni sottocutanee al mese consente di tenere a bada il colesterolo, anche nei casi più resistenti. Ma negli Stati Uniti il farmaco costa 14 mila dollari l’anno, per una terapia cronica da proseguire tutta la vita. In Europa sono stati negoziati prezzi pari a meno della metà: comunque troppo per trattare tutti i pazienti che ne avrebbero bisogno. Prima di cominciare a riscuotere i vantaggi della medicina di precisione, occorrerà superare lo scoglio dei suoi costi.

Pagina 99, 30 gennaio 2016

A Evelina, mia madre. Una poesia di Valentino Zeichen

Dove saranno finiti
la veduta marina,
il secchiello e la paletta,
e i granelli di sabbia
che l’istantaneo prodigio
tramutò in attimi fuggenti,
travisandoli dal nulla
in un altro nulla?
Dove sarà finito l’ovale
di mia madre
che fu il suo volto e
che il tempo ha reso medaglia?
Perché non mi sfiora più
con le sue labbra,
dove sarà volato quel soffio
che raffreddava la
mia minestrina?
Dove le impronte di quel
lesto e disordinato
sparire delle cose?
In quale prigione di numeri
è rinchiuso il tempo?
Rispondimi! Dolore sapiente,

autorità senza voce.

da Metafisica tascabile, Mondadori 1997

1.1.18

I maratoneti del sesso chimico (Eleonora Degano)

Articolo di due anni fa, ma la “tendenza” – mi dicono amici di Arcigay – è tuttora vitale e in crescita anche in Italia. (S.L.L.)
Un'immagine dal documentario di Vice CHEMSEX (2015)
«Di questi tempi arrivi a Londra alla ricerca della tua vita gay, e trovi Grindr. Nel giro di quattro conversazioni scopri cosa sono le chems. Entro otto arrivi allo slamming, l’iniezione». Inizia così il trailer di Chemsex, il documentario prodotto da Vice e arrivato nelle sale londinesi il 4 dicembre a raccontare una subcultura che, pur parlando di una minoranza ancora molto ridotta, nel Regno Unito inizia a preoccupare.
Il chemsex è l’utilizzo di droghe durante i rapporti sessuali e riguarda soprattutto i men who have sex with men (uomini che sono coinvolti in attività sessuali con altri uomini indipendentemente dalla loro identità sessuale, da qui in poi msm). Mefedrone, metanfetamina in cristalli, Ghb, Gbl: le prime due, stimolanti, aumentano pressione sanguigna, eccitazione sessuale ed euforia. Le seconde hanno un lieve effetto anestetico e disinibiscono, così il chemsex si trasforma, nei casi più estremi, in maratone di sesso che durano fino a 72 ore. Tre giorni spesso trascorsi senza dormire o mangiare e avendo rapporti sessuali con più partner, molti non protetti proprio per l’effetto delle droghe, che rendono difficile dire di no.
Perdere il controllo esclude anche la possibilità di ricorrere alla Ppe, la profilassi post-esposizione al virus dell’Hiv. Prima si prende meglio è (l’efficacia è dell’86% nelle prime quattro ore), ma per riuscire a combattere l’infezione deve essere assunta entro massimo 48 ore dal rapporto a rischio.
I farmaci antiretrovirali, cui si accede tramite pronto soccorso o attraverso i reparti di malattie infettive, arrivano nel sangue e impediscono al virus di annidarsi nelle cellule del fegato, nel midollo spinale, nel cervello. È una corsa contro il tempo, anche perché non sempre il personale sanitario è preparato sulla terapia. E 72 ore dopo un rapporto a rischio è già troppo tardi.
Il British Medical Journal non usa mezzi termini e ha definito il chemsex una priorità di sanità pubblica: in Uk mancano servizi sanitari specialistici e quelli esistenti sono pensati soprattutto per i consumatori di eroina e crack. Ma sempre più persone cercano aiuto, anche psicologico, per le chemsex drugs: il 64% di quelle che si sono rivolte ad Antidote (l’unico servizio in Uk che offre supporto in materia alla comunità Lgbt) ne ha fatto uso nel biennio 2013-2014, la maggior parte per iniezione.
E da noi? La subcultura si nasconde in piena vista: la dicitura chem, ovvero disponibile al chemsex, si incontra da anni su app e siti web destinati agli incontri.
Gli ultimi dati strutturati che possono dirci qualcosa sono quelli di Emis (The European Msm Internet Survey, 2010), che ha coinvolto oltre 18 mila msm da 27 Paesi europei e limitrofi.
Non è il caso di allarmarsi: ad aver fatto uso di party drugs nelle quattro settimane precedenti il sondaggio, in Italia, era un msm ogni 26, il 3,8% degli intervistati, contro uno su otto (il 12,5%) in Inghilterra e a fronte di una media europea del 4,7%. Ancora diversa la situazione nei Paesi Bassi, dove si sale al 16,8%, uno su sei.
«È un fenomeno in espansione anche qui e va affrontato come tale per non farsi cogliere impreparati», commenta Michele Breveglieri, sociologo e responsabile salute di Arcigay, che di Emis ha curato la sezione dedicata all’uso di sostanze.
La questione va considerata da molti punti di vista, a partire dall’allarmismo (lo stesso documentario di Vice ha ricevuto critiche in questo senso) che, per una minima percentuale di msm, rischia di colpire un’intera comunità. «Il pericolo è che non ci siano risultati nella risposta dei servizi, ma solo un altro stigma. L’uso di queste sostanze è un fattore serio di esposizione all’Hiv ed è su questo che stiamo concentrando le forze, per informare una comunità ancora impreparata al fatto che è soggetta a una prevalenza di sieropositività. In base alle ultime indagini si stima che circa il 10% degli msm italiani sia sieropositivo», spiega Breveglieri.
L’associazione tra uso di sostanze psicoattive e sesso non protetto emerge anche dai dati Emis: il 9,3% degli msm che aveva avuto rapporti anali senza condom nelle quattro settimane precedenti il sondaggio, aveva anche preso party drugs.
Il fenomeno in Italia non è una priorità sanitaria, ma l’editoriale del British Medical Journal pone l’accento su un aspetto, quello dell’assistenza psicologica, che ci vedrebbe totalmente impreparati.
«È importante capire se c’è un’associazione tra questo comportamento e un disagio legato alla solitudine o all’omofobia interiorizzata, il minority stress, quella vulnerabilità che accompagna una persona per il solo fatto di appartenere a una minoranza stigmatizzata», osserva Breveglieri, «esistono già studi che l’hanno associato a comportamenti a rischio, per esempio alla compulsività nei rapporti sessuali».
Se in Gran Bretagna la situazione inizia a muoversi – la Novel Psychoactive Treatment Uk Network ha stabilito delle linee guida per il personale sanitario che si occupa di pazienti con problemi legati a party drugs – in Italia non ci sono ancora servizi sanitari specificamente dedicati al connubio sesso-droga.
«Nemmeno per le persone sieropositive è previsto un sostegno terapeutico psicologico o di counseling, se non quello portato avanti dalle associazioni. Medicalizzando troppo la risposta sanitaria, si rischia di perdere l’aspetto umano di una comunità che ha una forte identità, un suo linguaggio, suoi codici comportamentali» conclude Breveglieri. «Noi non vogliamo avere un approccio moralistico sulle modalità con cui le persone si divertono o fanno sesso, ma aiutarli a farlo in modo consapevole, dando risposte a chi esprime dei bisogni. Su questo siamo soli, la sanità pubblica non ci sostiene».


Pagina 99, 5 dicembre 2015

In breve (Tommaso Landolfi)

In breve, eccomi ridotto come il tale cui il medico disse: "già, lei sta male? vediamo: fa troppo all'amore, passa le notti al gioco, beve, fuma?" e, ottenute altrettante risposte negative, soggiunse: "ma allora, in nome di Dio, perché si ostina a volere vivere?". 

Des mois, Vallecchi, 1967

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