24.9.13

Gasparino Cammilleri socialista (S.L.L.)


Gasparino Cammilleri era un socialista vecchio stampo, umanitario ed onestissimo. Credo che facesse l'insegnante di educazione fisica a Canicattì, anche se un po' claudicava. Ne ricordo vagamente il parlare teso e scattante. 
Si racconta che, candidato alle elezioni politiche (doveva essere il 1963), con alcuni giovani attivisti del suo partito provvedeva alle affissioni, inevitabilmente parche per un partito non ancora ingrassato dai fasti governativi. 
Era lui ad indicare dove collocare i manifesti con la sua foto e l'invito a votarlo nelle liste del Psi. Dalle parti della stazione, su di un muro, individuò uno spazio libero tra un manifesto di Sinesio e uno di Volpe, l'uno e l'altro molto democristiani e molto chiacchierati. 
"Toh, - disse al ragazzo che portava i manifesti - metti Cristo tra i due ladroni".

23.9.13

La poesia del lunedì. Trilussa (1871-1950)

La gloria artificiale
Li razzi, a mille a mille,
fischieno in celo e scoppieno. Ogni sparo
sparpaja una fontana de scintille.
Stelle d'argento, serpentelli d'oro,
s'incroceno fra loro con un gioco
de colori de foco.
Ma, finita la festa,
ritorna tutto scuro e tutto zitto:
e nun resta che un fumo fitto fitto
che s'abbassa, se sparge e se ne va.
Quer che rimane, in genere, a chi passa
un quarto d'ora de celebbrità.

da Libro muto

22.9.13

Barbarie. Nella Roma di fine 800 demoliscono Villa Ludovisi (Lucio Caracciolo)

Veduta di Villa Ludovisi. Copia in acquarello (datata 1818) di un originale (1750 ca.)
di Thomas Bowles rappresentante il grande palazzo dei Ludovisi e i giardini adiacenti
Cent'anni fa il più bel giardino del mondo viveva il suo ultimo inverno. Henry James ce n'ha lasciato l'estrema immagine, narrando delle romantiche passeggiate lungo "viali oscuri sagomati da secoli con le forbici", fra "vallette, radure, boschetti, pascoli, fontane riboccanti di calami, grandi prati fioriti, punteggiati qua e là da enormi pini obliqui". Quanti fra coloro che oggi animano via Veneto e s'aggirano tra i palazzotti in stile tardo-rinascimentale o i villini di gusto floreale del Pinciano, sanno che sotto i loro piedi si stendeva fino al 1885 la meravigliosa Villa Ludovisi?

Di quel paradiso botanico e artistico - duecentocinquantamila metri quadrati compresi tra piazza Barberini e Porta Pinciana - non resta pressoché nulla: solo una specie di cubo incassato nel quadrilatero via dell' Aurora - Via Lombardia - via Ludovisi - via Emilia, da cui svettano tristemente un ciuffo d'alberi e cespugli che nascondono il Casino dell'Aurora affrescato dal Guercino; ancora, la fontana dei Tritoni nel giardino dell'ambasciata americana.  E basta.
Un giardino "segreto" della villa. La foto è del 1883,
opera di don Ignazio Boncompagni - Ludovisi.
Com'è potuto accadere che la "perla di Roma", uno dei luoghi più suggestivi della terra, disegnato nel Seicento dall'architetto dei giardini reali di Versailles, il solenne Andrè Le  Nôtre, sia stata eliminata alla stregua di una palude infetta?
Sarà bene tornare al 1885. Un giorno, il principe Boncompagni-Ludovisi apre i cancelli della sua villa a Theodor Mommsen. Con aria afflitta, consegna al venerato storico tedesco una raccolta di dagherrotipi che ritraggono per l'ultima volta i viali ombreggiati da lecci e cipressi, le statue pagane, i giardini segreti e i casini, tutte le meraviglie del suo parco. "Conservi queste immagini", dice all'esterrefatto Mommsen, "perchè la mia villa dovrà scomparire". Don Rodolfo Boncompagni-Ludovisi ha appena stipulato una convenzione con la Società Generale Immobiliare per edificare un quartiere residenziale sui suoi terreni. E' tempo di "febbre edilizia", e il principe ha bisogno di realizzare. Non importa che il piano regolatore preveda la conservazione della villa. Le immobiliari pagano bene, per i proprietari di terreni è l'occasione di fare fortuna. Perfino il governo ha preso di mira da qualche tempo villa Ludovisi. Nel 1884 s'è fatto avanti il ministero dell'Interno, offrendosi d'acquistare parte del giardino per impiantarvi il nuovo complesso del Parlamento: Camera, Senato, Aula Magna per le allocuzioni reali e quant'altro occorre al decoro dello Stato. La trattativa va per le lunghe, e Don Rodolfo ha fretta. Si rivolge allora al Comune - retto dal nobiluomo vaticanesco Leopoldo Torlonia - prospettando l'idea di un vasto quartiere alto-borghese da costruirsi sulle ceneri della sua villa. Il municipio tentenna. Ma poi esso stesso suggerisce di aggirare il vincolo, a patto che tutti i lavori stradali e fognari siano a carico dei privati. Interviene la Generale Immobiliare a chiudere il cerchio: si accolla la costruzione delle strade e l'onere della vendita dei lotti. Il 29 gennaio 1886 è firmata la convenzione triangolare fra Comune, Generale Immobiliare e don Rodolfo Boncompagni-Ludovisi. Un mattino d' inverno del 1886 squadre d'operai irrompono nella villa, livellano i prati, demoliscono le fontane, distruggono i boschi, accendono fuochi, scavano trincee, lavorano la calce.
La "perla di Roma" è perduta per sempre, sotto gli occhi del giovane Gabriele D' Annunzio: "I giganteschi cipressi ludovisii, quelli dell'Aurora, quelli medesimi i quali un giorno avevano sparsa la solennità del loro antico mistero sul capo olimpico del Goethe, giacevano atterrati... Sembrava che soffiasse su Roma un vento di barbarie e minacciasse di strapparle quella raggiante corona di ville gentilizie a cui nulla è paragonabile nel mondo delle memorie e della poesia".
Per ironia della sorte, il ricavato della speculazione, che porta nel giro di trent' anni alla nascita di uno dei più eleganti quartieri romani, è assai inferiore alle aspettative: appena cinque milioni e mezzo, dei quali tre quinti all' Immobiliare, il resto ai Boncompagni-Ludovisi. Lo Stato pone il suo beffardo suggello allo scempio, proclamando villa Ludovisi monumento nazionale... dopo la distruzione. La fine di villa Ludovisi è il momento più oscuro della devastazione dei parchi urbani e suburbani innescata dalla "febbre edilizia", a partire dai primi anni Ottanta. La cinta delle ville patrizie si trasforma in un grande cantiere che corre ininterrotto da Porta del Popolo a Porta San Giovanni. Sotto i colpi delle immobiliari cede pezzo dopo pezzo la "città delle ville" di cui son pieni i diari di viaggio barocchi e romantici: Massimo, Capizucchi, Nari, Magnani, Patrizi, Altieri, Albani, Gonzaga, Olgiati, Strozzi, Bolognetti, Rondanini: l' elenco delle vittime continua a lungo. Il massacro dei giardini romani diventa un caso internazionale. "Gli italiani stanno distruggendo Roma!" protestano Ferdinand Gregorovius e Herman Grimm sulla stampa tedesca, ai primi del 1886.
Il pamphlet contro la speculazione di Herman Grimm
Il disperato appello dei due famosissimi studiosi rimbalza in Italia, accende polemiche, suscita indignazione e recriminazione, divide l' opinione pubblica. Sui giornali stranieri si parla degli italiani come di nuovi Vandali, le devastazioni inferte al volto millenario dell'Urbe sono additate come un delitto contro l' umanità. Se Emile Zola si era indignato per la curèe edilizia a Parigi in un suo libro, qui trova anche di peggio, perché è la storia stessa che si viene a distruggere. Il pittore Hèbert, direttore dell' Accademia francese a Villa Medici, invia al Comune un suo ritratto di "Roma sdegnata". Grimm pubblica un pamphlet sulla "Distruzione di Roma", sorta di inno romantico in morte di villa Ludovisi - "il luogo più bello della terra" - e inveisce contro la "barbarie italiana" che minaccia la Città Eterna. Dove un tempo si scozzonavano i cavalli, dove brucavano le pecore, dove giacevano rovine romane o giardini barocchi - lamenta Grimm - ora sorgono "file di colossali case a sei piani senza nessuna architettura, intese soltanto a dar ricovero agli uomini, e in mezzo a quelle le immense caserme dei carabinieri... In qualunque cantiere voi andiate, o si smuove o s' agguaglia il terreno per guadagnar lotti fabbricativi, o già sorgono nuove case, o le vecchie si demoliscono. File interminabili di carri, portando scarichi o materiale da costruzione, ingombrano le vie e le riempiono di strepito e di sudiciume. Torme d'operai forestieri s'aggirano dappertutto... Un'incomoda agitazione ha preso il luogo dell' antica quiete". I nostalgici del potere clericale sfruttano l'ondata di indignazione anti-italiana per moltiplicare le accuse contro l'"oscena, demoniaca occupazione". Non c' è dubbio che in appena quindici anni la Roma pontificia risulti trasfigurata dalla febbre edilizia. La nascente "Terza Roma" è un organismo ancipite in cui i casermoni elevati ad uso della travetteria "buzzurra" spuntano d' improvviso a ridosso dei ruderi o delle vecchie case d' età papalina. Ma gli ultimi a poter protestare sono i clericali. Negli anni Settanta e Ottanta la finanza cattolica, gli aristocratici d' obbedienza vaticana, gli ordini ecclesiastici, scoprono essi per primi il paradiso della speculazione su Roma italiana. Ecco i più bei nomi della nobiltà nera, i Capranica e i Chigi, i Borghese e i Massimo, tuffarsi nel mondo della finanza senza tema d'incrociare i propri destini con quelli esecrandi della banca laica. Mentre il papa fulmina astiose scomuniche contro gli eversori dell'asse ecclesiastico e l'Obolo di San Pietro langue, i monsignori di Curia studiano le virtù della cedola e i miracoli del capitale finanziario. La finanza cattolica si concentra su alcune banche (come il Banco di Roma) e sulle società dei servizi pubblici (acqua, gas, elettricità, tramways). Nell'edilizia primeggia la Società Generale Immobiliare, anch'essa d'ispirazione vaticanesca. E non sono spesso sostenitori della causa clericale i proprietari delle grandi ville e vigne, i quali stipulano convenzioni con il Comune (da loro esponenti largamente influenzato) ed entrano nelle combinazioni finanziarie destinate all'urbanizzazione di Roma? Anche lo Stato contribuisce ad innescare la disordinata smania edilizia. Questa Italia che - osserva Crispi - sta a Roma come in una locanda, quasi vi si trovi di passaggio, attende il maggio 1881 per compiere il primo atto di concreta solidarietà verso la città che ha rappresentato la mèta del Risorgimento. E' un modesto stanziamento - appena 50 milioni - per costruzioni destinate al maggior decoro della Capitale, come il Palazzo di Giustizia, il Policlinico, la continuazione di via Nazionale. Gli stanziamenti statali del 1881 saranno seguiti da altri, meno inconsistenti, nel 1883 e nel 1890. E' un segnale sufficiente a risvegliare attenzioni e cupidigie italiane e straniere. Roma magnetizza improvvisamente capitali per i quali promette strabilianti remunerazioni. Sulle piazze europee i titoli delle immobiliari romane e del Comune vengono acquistati a prezzi di favola. Tutta la città scopre improvvisamente il fascino dell' edilizia. Roma conosce la sua breve, distorta "rivoluzione industriale". Imperversa la "bancomanìa", ma il credito è fin troppo facile: "In ogni stadio della lavorazione s'andava a cambiali; oltre il terreno, con esse erano pagati i materiali da costruzione. Questa massa di carta che si rinnovava di tre mesi in tre mesi affluiva tutta, come le acque immonde della cloaca al fiume, alle banche, le quali credevano di guadagnare, e si scavavano invece la fossa", scrive Edoardo Arbib nel 1895. Non intuendo il pericolo, si compra e si costruisce a rotta di collo. Vignaroli e ortolani si trasformano da mane a sera in capitalisti grazie alla rivalutazione dei terreni suburbani e alle agevolazioni fiscali. Costruendo a furia di prestiti un piano dopo l'altro, sui quali accendono ipoteche, oscuri capomastri accumulano vere fortune.
Il piano regolatore varato nel 1883 sanziona i fatti compiuti dalla febbrile iniziativa privata. Si completa via Nazionale, il vuoto tra la stazione Termini e Piazza Vittorio è colmato. Fuori piano sorgono le prime case di corso d' Italia, si lavora lungo via Nomentana. Le fatiscenti case di Monti e della Suburra vengono sventrate per aprire il passo alle arterie maggiori. Si costruisce freneticamente anche oltre le mura cittadine, in assoluta anarchia, mentre i prezzi dei terreni suburbani vanno alle stelle e - scrive il Messaggero - "gli speculatori pelano a man salva gl' ingenui". Il Comune assiste, quando connivente, quando impotente. Confessa il deputato romano Angelo Valle, davanti alla Camera: "Noi dichiarammo che non avremmo mai riconosciuti i quartieri costruiti fuori piano, né accordato i servizi pubblici. Ma si capisce che certe minacce è facile farle a parole, ma non è facile mantenerle; e quando bene o male quei quartieri cominciano a sorgere, il Comune non può esimersi da certi servizi pubblici come l'illuminazione e la spazzatura, e talora dal fare le fogne dove mancano". Il furore edificatorio cambia le abitudini dei romani. La popolazione è raddoppiata in vent' anni (alla fine del 1891 gli abitanti censiti saranno 411 mila). Un vento di frenesìa investe la "bella addormentata" dei tempi del papa re. Migliaia di carri d'ogni foggia e dimensione incrociano nelle vie cittadine, portando una folla di aspiranti milionari, faccendieri, mediatori, promettitori di meraviglie. Sulla stampa "romana de Roma" compaiono esacerbate denunce contro i nuovi padroni della città, i carrettieri: "Per essi non v'ha legge o regolamento che tenga. Seduti sul carro, si piantano in mezzo alla via o fermi o camminando a loro bell'agio, in guisa da tenere tutto il sentiero, ed ogni vettura pubblica o privata, fosse anco la carrozza del Re, deve attendere il comodo loro, e se si attenta a passar innanzi, il carrettiere stringendosi a un tratto le viene addosso e la investe col mozzo della ruota. Le Guardie Municipali, spesso zelanti oltre il dovere coi vetturini e colle carrozze private che non portano livrea, coi carrettieri bacian basso e fanno lo gnorri per paura del coltello o del manico della pala che quei valentuomini sanno maneggiare assai bene".
I romani scoprono le piccole abitudini importate dai "buzzurri" subalpini. Verso le sei scocca l'ora del vermouth. Nei caffè del Corso e di Piazza Colonna sciama un variegato genus irritabile d'impiegati, giovani sfaccendati, eleganti signori, letterati, giornalisti. Si va ad assaggiare la bevanda introdotta in città dal celebre Aragno, il quale ama dosare personalmente la china da aggiungere al vermouth ambrato per esaltarne la tonicità. La buona società si dà convegno al turf dei Prati fiscali per le corse di galoppo, si cimenta nella caccia sulle pendici di Monte Mario e nei boschi di Cento Celle. Il principe Ignazio di Venosa, il marchese Borea d' Olmo, maestro di cerimonie a Corte, ministri, aristocratici, si mescolano ai popolani nello sferisterio del giardino Barberini, in via Venti Settembre. Roma comincia ad assaporare il gusto eccitante della modernità. Sembra finalmente destinata a diventare una città nel senso economico che Max Weber attribuirà al termine: un "luogo di mercato" dotato di un proprio sistema di produzione e di scambio. L' impero di carta crolla improvvisamente nel novembre 1887. Accade che le banche francesi, svizzere, tedesche e poi tutte le altre rifiutino di scontare le cambiali dei costruttori. Gli imprenditori improvvisati non possono certo pagarle in contanti. I fallimenti si succedono a valanga. Nel solo mese di novembre chiudono 80 dei 407 cantieri romani, nel luglio successivo saranno 149. Crollano i titoli dell' Immobiliare. Cedono le banche; per le più importanti si precipita in soccorso lo Stato, avviando la litanìa dei salvataggi le cui conseguenze politiche e morali si vedranno abbondantemente nei decenni a seguire. Il panico induce le imprese periclitanti a operazioni suicide. L' età dell' oro finisce così, di schianto. Congiuntura depressionaria internazionale, guerra doganale e commerciale fra Italia e Francia, abuso del credito, sono le principali cause della più grave crisi edilizia della storia italiana.
L'assenza di programmazione gioca un ruolo comunque determinante. Si sono costruite senza criterio case di lusso, irraggiungibili per le tasche del popolo, ed ora esse restano desolatamente vuote a simboleggiare la follìa della speculazione, mentre nei vecchi appartamenti del centro e nelle casupole di periferia s'accalcano financo dieci persone in una stanza. Lo spettacolo offerto da Roma nell'ultimo scorcio di secolo è deprimente. Dovunque cantieri abbandonati, strade in disordine, comunicazioni interrotte. Chi prima rivendicava i diritti privati ora chiama al pubblico soccorso. Non sarà prima dell'alba del nuovo secolo che Roma accennerà a rientrare nel circuito dello sviluppo.

“la Repubblica”, 25 novembre 1984

21.9.13

Il parente licatese. Dai racconti dello zio Umberto (S.L.L.)

Lo zio Umberto
Dai racconti di mio zio Umberto Genovese ho saputo di un vecchio zio o forse di un giovane prozio del suo amico Stefano che s’era trasferito a Licata e lì aveva messo radici. Era arrivata, via pescivendolo, la notizia che, se non era morto, stava per farlo. Stefano mise 5 mila lire di benzina nella Bianchina e partì: la vecchia strada, 25 chilometri di curve, con quella ad U al passaggio a livello della stazione di Sant’Oliva. 
La casa era piccola, a pianterreno, così piena di gente, che qualcuno stava fuori, sulla strada. Ma a Stefano, parente forestiero, fu fatto spazio nella camera da letto. Erano una ventina quelli che avevano trovato posto lì, a osservare il vecchio corpaccione per cui dicevano non esserci speranza e che molti già piangevano per morto. Ma il morto, a un certo punto, aprì gli occhi, si levò e si mise a sedere. Gridò: “Siete una masnada di farabutti!”. Stefano commentò: “Sta proprio bene! Ci ha riconosciuti tutti”. 
Non si sbagliava. Dopo quella specie di morte lo zio di Stefano campò per diversi anni ancora: i rari incontri e le notizie del pescivendolo lo rappresentavano generalmente in buona salute, seppure non esente da qualche acciacco dell’età avanzata. 
Poi arrivò, di nuovo, notizia del suo passaggio a miglior vita. Stefano trovò sull’uscio della casetta licatese un paio di cugine, figlie del defunto che, all’uso siciliano, infarcivano il pianto di domande: “Ma come sei potuto morire? Ma quale fu la disgrazia che ti ha portato via?”. 
Stefano, dopo averle abbracciate e baciate, osò suggerire: “Forse è meglio chiederlo al medico curante”.

18.9.13

Il gatto e la gallina. Una poesia di Gianni Rodari


Si dice che il gatto
parlare non sa.
Errore. Sa benissimo.
Soltanto, non gli va.
Non gli va di raccontare
al primo venuto
se la carne era fresca,
se il latte gli è piaciuto.
Non è vanitoso
come la gallina
che, se fa l'uovo, canta
tutta quanta la mattina.
Per un uovo piccolo così
si vanta, l'esagerata,
come se avesse fatta
un'intera frittata.

Cristianesimo e guerra. Mario Alighiero Manacorda v/s Rossana Rossanda

Nel 2006, dopo una recensione della Rossanda a un libro di Fumagalli sul rapporto tra i cristiani e la guerra, da lui giudicata molto indulgente verso il cristianesimo antico e moderno, Mario Alighiero Manacorda scrisse al “manifesto”, per sottolineare quelli che gli sembravano essere i veri contenuti dei Vangeli e la vera storia del cristianesimo. 
Rossanda rispose un po’ piccata, ma credo che Manacorda avesse molte ragioni. 
Riprendo qui i due interventi. (S.L. L.)
Cristo guerriero. Cappella arcivescovile, Ravenna.
II Vangelo non è solo amore. Rossana, sei diventata buonista?
Un dispiacere mi è venuto anche da Rossana Rossanda, che recensendo il libro della Fumagalli, Cristiani in armi (il manifesto 30 giugno), commenta che all’immagine di un Dio terribile il cristianesimo ha aggiunto quella di un Dio amoroso, anzi «nei Vangeli non c’è che questo. Più che un paio di frustate Gesù non somministra ai mercanti nel tempio, invita l’offeso a porgere l’altra guancia e a non ferire di spada, conversa con gli infedeli». Non credo. Nei Vangeli c’è anche il contrario. Ad esempio, soprattutto in Matteo il buon Gesù manda all’inferno quanti non gli piacciono (spesso con buone ragioni). Per almeno sette volte invoca per loro la «geenna, dove è pianto e stridore di denti», che è un invocare dal Padre la vendetta che Rossana non vede. Ci manda città intere: oltre Sidone e Tiro, anche Corizim, Betsaida, Cafarnao, che non si sono convertite (Mt. 11,20-25; e Luca 10,15); i seminatori di zizzania (Mt.13,42-50; e Lc. 13, 27): «Allontanatevi da me, voi tutti operatori di iniquità! Là ci sarà pianto e stridore di denti»; i cattivi che gli angeli separeranno dai buoni (13,50); il commensale alle nozze che si presenta senza abito nuziale (22-13) e il servo fannullone (25-14); un altro servo che scandalizza i piccoli: «Sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina girata da asino e fosse gettato negli abissi » (18,69). Non c’è male, per un dio amoroso. Quanto al conversare con gli infedeli si pensi allo scambio di cortesie tra lui e i giudei: «Sei figlio del demonio... Siete figli del demonio». Contro i farisei scaglia sette maledizioni: «Guai a voi... Guai a voi...!» (Mt. 13-30: e Lc. 11,39.48). «Ogni pianta che non è stata piantata dal mio Padre celeste, sarà sradicata. Lasciateli! Sono ciechi e guide di ciechi! E quando un cieco guida un altro cieco, tutti e due cadranno in un fosso» (Mt.15,14 e 23,15-24, e Gv. 9,38,41). Che piacevole conversare! E quanto al porgere l’altra guancia, dichiara: «Pensate che io sia venuto a portare la pace sulla terra? No, vi dico, ma la divisione» (Mt. 12,51). Neanche le folle che lo seguivano erano tanto pacifiche, né accolte pacificamente dagli altri ebrei: Gesù è minacciato di lapidazione, e il suo assalto ai mercanti nel tempio ricorda un po’ le spese proletarie per non dire peggio. Nell’orto del Getsemani Gesù invita i suoi: «Chi non ha una spada, venda il suo mantello e ne compri una» (Mt. 10,34.22,36); e si prepara a una zuffa armata. Ci sarà stata? Era cosa comune a tutti i popoli. Svetonio, che si giovava degli archivi di stato, racconta che i romani dovettero espellere da Roma gli ebrei perché, «sobillati da Cristo, si azzuffavano continuamente» (Judaeos impulsore Chresto adsidue tumultuantes, Roma expulit). E come altrimenti leggere molti discorsi di Paolo e l’episodio di Stefano protomartire? Insomma, Gesù era un profeta ebraico, un mistico sanguigno, pronto all’odio e all’amore, non un buonista. Rossana non mi convince neanche quando scrive che Costantino sogna, vince e «dichiara il cristianesimo religione di stato». No:Costantino non sogna un bel niente, e con l’editto del 312 consente a tutti i sudditi, cristiani e pagani, di venerare il dio che vogliano; e lo ripete due volte, parlando di «libertà delle menti», formula liberale, in quanto politeistica e pagana. Sarà settant’anni dopo l’imperatore cristiano Teodosio che imporrà «alle menti» dei sudditi di venerare la Santissima Trinità insegnata dagli apostoli Pietro e Paolo. I quali, sulla Trinità, non avevano insegnato niente.
E poi, sempre Rossana: «Nella predicazione cristiana... è  fondativo l’amore per l’altro e la guerra non era neppure contemplata». Be, c’è l’amore per l’altro (ma un solo Vangelo dice di amare i nemici) ma c’è l’autorizzazione della “guerra giusta” da parte dei maggiori padri della Chiesa. E ancora: «I cristiani vivevano senza esporsi» e solo dopo Costantino «escono allo scoperto».
In realtà i cristiani per secoli poterono esporsi, discutere coi pagani, divulgare i loro testi, trattare con gli imperatori (che spesso tra gli dèi veneravano anche Cristo), e subirono non tanto persecuzioni religiose quanto politiche quando alcuni di loro (di solito non i vescovi) rifiutarono l’omaggio a «l’Imperatore Nostro Signore», dichiarando «Nostro Signore è Gesù»: così i dodici martiri scillitani. E poi: «c’è voluto papa Wojtyla per condannare senza mezzi termini la guerra, anche se essa resta però come extrema ratio, tale e quale la pena di morte nel catechismo». Dunque, i mezzi termini ci sono, e come! Papa Wojtyla non ha detto parola contro le guerre locali combattute nei suoi anni dalla potenza statunitense, né contro i massacri che i tanti dittatori anticomunisti d’Asia, d’Africa e di America latina hanno perpetrato contro i loro popoli. Anzi, è andato a stringere la mano a Pinochet, per dirne uno, condannando il cristianesimo della liberazione. Quando smetteremo di parlare di lui come un uomo di pace e di amore?
Mario Alighiero Manacorda

La passione religiosa degli atei
Caro Mario Alighiero,
io persisto e firmo. Nei Vangeli non si trovano inviti alla guerra, alla rissa, alla vendetta personale. Non sono tali i passi che tu citi: della geenna, sono minacciati i peccatori dopo la morte; l'idea della dannazione è forte, ma non ha nulla a che vedere né con la guerra, né con la punizione in terra, né con la vendetta personale. La spada che Gesù viene a portare è metaforica, è la divisione nella dottrina - per il mio nome vi dividerete, sarete odiati. E in che somiglia la cacciata dei mercanti al tempio a un esproprio proletario (che poi non è il peggio che sia avvenuto da noi negli anni '70)? Gesù non si appropria dei beni e dei profitti dei mercanti, li butta fuori da quella che è la casa del Padre. Quando nell'orto del Getsemani un discepolo estrae la spada e ferisce uno dei soldati, Gesù gliela fa riporre e ammonisce di non ricorrere alla spada mai. Né chiede al Padre vendetta per sé - le pagine del Getsemani sono di grande solitudine e angoscia. E' un uomo che muore e vorrebbe che fosse allontanato da lui quel calice, ma lo deve accettare.
Questa immagine di dio fatto uomo, e sofferente e impotente, cambia l'idea del divino, ed è molto più audace delle libertà del politeismo. E' una proiezione di tempi terribili. La Palestina ribolle di predicatori in attesa d'un messia che non viene e colui che viene non promette alcuna vittoria in terra, enuncia beatitudini paradossali, non suggerisce né chiede violenze. Muore fra i delinquenti. Chi aveva ed ha un'idea onnipotente di Dio rifiuta del cristianesimo proprio questo.
Ma che senso ha che noi due, vecchi compagni e non credenti, ci palleggiamo le citazioni? Il cristianesimo è una cesura tale che dopo i primissimi tempi, la discussione sul canone è complessa e fin drammatica. Ma è un momento alto, che la chiesa non reggerà.
Tanto più dopo Costantino. Ma ti sono grata per la correzione. Tuttavia l'Editto di Milano garantisce i cristiani, perché prima non erano sicuri come tu dici, e sulla leggenda (leggenda non è vulgata) e la restituzione dei beni si basa il potere temporale della Chiesa. E' questo che ne fa anche un potere politico in senso proprio, che come tale gioca nei rapporti di forza, copre o esige conflitti, teorizza con non pochi giuristi la guerra giusta, se non addirittura santa. Quando Wojtyla dirà che la guerra è sempre una sconfitta dell'umanità, dirà qualcosa mai detto prima, anche in contrasto con il catechismo (di Ratzinger). Perché negare che la Chiesa ha una sua terrestre e interessante storia? Della quale non fa parte che Agostino fosse un guerriero, né grande né piccolo, e non so se si possa dirlo di Ambrogio, già funzionario dell'impero, che fulminerà di scomunica proprio quel Teodosio per il massacro di Tessalonica.
C'è nell'ateismo tuo e di altri amici una passione che definirei religiosa e che a me manca del tutto... Con questa freccia del Parto, ti abbraccio.
Rossana Rossanda


“il manifesto”, 5 ottobre 2006

Le piante sentono. Dal romantico Fechner al vitalista Deleuze (Rocco Ronchi)

La «vita», difesa dalla bioetica cattolica con una intransigenza che rasenta la protervia, ha finito di fatto per identificarsi con una funzione, con la più povera e la più impersonale tra le funzioni, quella che si suole definire «vegetativa» perché ci accomunerebbe alle piante. A fungere da paradigma del vivente «umano» è infatti quella tipologia dell'anima, che, secondo la psicologia aristotelica, occupa il gradino più basso. La «vita delle piante», resa possibile secondo Aristotele dall'«anima vegetativa», è diventata il criterio ultimo e decisivo con il quale giudicare della vita e della non vita «umana». In quanto vivente, l'uomo sarebbe innanzitutto un vegetale, sul quale si innesterebbero, attraverso un processo di complicazione crescente, la sensibilità animale e, infine, una razionalità quasi angelica (lo spirito).
In modo coerente a tali premesse, la difesa della vita, per essere rigorosa, deve attestarsi, secondo i bioeticisti cattolici, su questo livello primordiale: ciò che va a priori preservata è la pianta che noi siamo - e che siamo soprattutto nei momenti «estremi» della vita: dalla condizione prenatale a quella che precede la morte. Le minacce verrebbero proprio da uno «spirito» che si vorrebbe autonomo da questo radicamento nel vitale (nel vegetativo) e che cercherebbe di padroneggiarlo, se non addirittura di (ri)produrlo. L'orrore, ad esempio, che eutanasia, suicidio assistito o eugenetica suscitano nel cattolico, è infatti l'orrore per uno spirito che rovesciando l'ordine naturale delle cose vorrebbe impadronirsi del suo fondamento vitale-vegetale. Anche per queste ragioni è utile rileggere un saggio anomalo come quello che nel 1848, il fisico e filosofo tedesco Gustav Theodor Fechner, fondatore della moderna psicologia sperimentale, scrisse sull’«anima» delle piante - Nanna o l'anima delle piante. Tradotto per la prima volta nel 1938 dal filosofo Giuseppe Rensi, è stato recentemente pubblicato da Adelphi a cura di Giampiero Moretti, uno dei più importanti studiosi italiani di filosofia romantica della natura.
Il contesto è indubbiamente romantico. Nanna, sposa del dio della luce Baldur, è nella mitologia nordica la dea del mondo dei fiori. La scienza, in queste pagine, spesso si piega alla poesia intesa come fonte onirica di un'altra visione della natura, non «cartesiana», non meccanicistica, non materialistica. Lungi dall'essere una «cosa estesa» data in spettacolo a un occhio disincarnato, la natura è pensata da Fechner come espressione della vita divina. Niente tra ciò che vive è allora privo di anima: nemmeno le piante. Se infatti così fosse si dovrebbe ammettere una lacuna nella continuità del vivente. L'anima che Fechner assegna alle piante non è, però, quella vegetativa aristotelica, che la bioetica cattolica ha assunto come paradigma del vivente. L'anima vegetativa è, secondo Fechner, una vuota astrazione dell'intelletto scambiata per una realtà concreta. Non è altro che la nostra anima, quella umana, assunta indebitamente come modello e fine dell'intero processo evolutivo, alla quale sono state tolte in precedenza tutte quelle caratteristiche essenziali che la rendono propriamente anima: in primo luogo, la sensazione che la psicologia metafisica tradizionale attribuisce solo agli animali dotati della capacità di muoversi. Ma un'anima che non sente non può dirsi in alcun modo anima.
È un pregiudizio sostanzialmente antropocentrico (nella misura in cui l'uomo è l'animale superiore) a motivare questa esclusione della sensazione dalle piante: siccome le piante crescono restando saldamente legate al loro posto invece di muoversi come gli animali, siccome non hanno un sistema nervoso come gli animali, allora si nega loro la sensazione e a maggior ragione la coscienza. Siccome servono, grazie alla fotosintesi clorofilliana, a trasformare il carbonio inorganico in carbonio organico assimilabile, esse vengono subordinate, come mezzi, a una finalità a loro esterna.

Una visione orizzontale
Liberarsi dal pregiudizio che vuole la natura al servizio dell'uomo, inteso biblicamente come immagine esclusiva di dio creatore, vuole allora dire ritrovare una natura che, ad ogni grado e in modo sempre diverso, è diretta immagine di dio, un dio che, in modo conforme alla grande lezione della filosofia della natura rinascimentale, non è una sostanza, non è una causa o un «sommo ente», ma coincide con l'evento stesso della natura, con il suo «aver luogo», un dio che è l'unità infinita di una molteplicità altrettanto infinita di esseri viventi, tutti ugualmente senzienti, seppure in modalità diverse e tra loro non comunicanti.
A rendere le piante «animate» non è allora «ciò che io della pianta ho in me», come pensa Aristotele, «ma precisamente ciò che di essa in me non ho». Allo schema piramidale della psicologia metafisica che, per inclusioni successive, risale di grado in grado dal vegetativo al sensibile al razionale, il «pampsichismo» di Fechner oppone una visione orizzontale «democratico-ugualitaria». La sensazione è estesa a tutti i viventi e non ha senso stabilire tra essi gerarchie di sorta. Le piante sentono in modo certamente difforme dall'animale o dall'uomo, ma a loro modo sentono in modo perfetto. E soprattutto sentono le stesse cose.
Esse esprimono nella loro maniera - una maniera senz'altro intraducibile nei termini del nostro sentire (ma di cui la poesia ci offre un equivalente linguistico) - quel comune centro di gravità intorno al quale ruotano tutte le «creature». «Così - conclude Fechner - ogni vita gira attorno a Dio e Dio stesso rappresenta l'unità della vita di tutte le sue creature». C'è ben poco di «cattolico» in questo dio spinoziano di Fechner che coincide con la molteplicità illimitata dei viventi, ma c'è sicuramente molto di cristiano nell'intendere lo schiudersi dei fiori come l'analogo, nel mondo vegetale, del vespro mattutino.
Contrariamente a ciò che alcuni credono, non è la concezione sistemica e cibernetica della natura di Gregory Bateson ad avere ereditato nel Novecento il pampsichismo di Fechner, quanto piuttosto quella linea di pensiero, anch'essa anomala, definita «neovitalista» o «neofinalista», che, soprattutto in Francia, ha saputo coniugare brillantemente speculazione metafisica e competenze scientifiche, muovendosi sul solco della filosofia bergsoniana e della sua intuizione centrale: la «coestensione» di coscienza e vita. In particolare è un filosofo pressoché ignorato in Italia e quasi dimenticato nella sua patria, Raymond Ruyer, ad aver costituito l'anello di congiunzione tra il «vitalismo» bergsoniano, il pampsichismo d'origine fechneriana, e le ben più conosciute posizioni di un filosofo «vitalista» come Gilles Deleuze o di un fenomenologo eterodosso come Merleau-Ponty, i quali, per altro, non hanno mai taciuto il loro debito teorico con Ruyer.
Ruyer aveva esteso anche all'universo cosiddetto «materiale» il principio dell'universale animazione psichica. Lo aveva potuto fare grazie ad una riformulazione radicale del concetto di coscienza che deve, a suo giudizio, essere liberato da ogni riferimento alla rappresentazione (e all'intenzionalità) per risolversi nell'atto immediato con cui una qualsiasi realtà pone se stessa e, finché è, ritorna su di sé come unità. Per comprendere l'immediatezza di questo atto che, secondo Ruyer, «costituisce la chiave non solo del problema della coscienza, ma del problema della vita», si può abbandonare la difficile prosa del filosofo francese e ritornare ad uno degli argomenti addotti da Fechner per giustificare la sua scandalosa attribuzione di un'anima senziente e «sveglia» anche alle piante. Si nega alle piante la capacità di sentire perché prive di sistema nervoso: i nervi sono infatti le briglia con cui il cavaliere (l'anima) legherebbe a sé il corpo e mediante le quali «sentirebbe». Nulla però ci vieta di pensare che non sia possibile, anzi che non sia addirittura più originario, cavalcare senza briglie facendo tutt'uno con il corpo dell'animale, essendo, anzi, quel movimento stesso. Questo è quanto deve avvenire nelle piante la cui coscienza, secondo Fechner, coincide con lo stesso atto vitale.
Perché vi sia coscienza, perché ci sia sentire, perché ci sia finalità, non è insomma necessaria la mediazione di una rappresentazione, non c'è bisogno del famoso rapporto soggetto-oggetto, il quale in quel trattino che separa il soggetto dall'oggetto contiene tutto il problema irresolubile della mediazione. Con la sua ardita ipotesi delle «superfici assolute», Ruyer mostra anzi che se si pensa la sensazione visiva sul modello dello spettacolo, come quando ad esempio paragoniamo la visione alla contemplazione di un quadro, si cade inevitabilmente in contraddizione. Avere una sensazione visiva vorrebbe infatti dire disporsi come spettatore della propria sensazione intesa come una immagine, il che implicherebbe una terza sensazione che avesse questo rapporto come suo oggetto e così via all'infinito...
In realtà, conclude Ruyer, io non mi metto in relazione con la mia sensazione visiva come con un quadro: io la sono, non sono altrove che in tutti i punti di essa, sono la sua unità, e non posso prendere le distanze da lei se non in un'altra sensazione alla quale però aderirò intimamente come il cavaliere al cavallo senza briglie.

Una luce imprescindibile
La pianta del «romantico» Fechner è così la «superficie assoluta» del filosofo Ruyer. Ma grazie a Fechner, Bergson e Ruyer, siamo anche in grado di comprendere l'origine della celebre affermazione antifenomenologica (e radicalmente antiumanistica) di Deleuze.
La coscienza, scrive Deleuze, non è, come credono i fenomenologi, coscienza di qualcosa, non è intenzionalità, non è rappresentazione, non è dunque qualcosa di squisitamente umano, mediato, riflesso; la coscienza, colta al suo livello originario, ad esempio a livello della vita delle piante, è piuttosto qualcosa. Non è luce gettata da un faro sulle cose ma è luce che, come al cinema, proviene dalle cose stesse e nella quale siamo già da sempre immersi.
Nessun attentato può quindi minacciare di spegnere questa luce, la quale, al pari del sole al quale i fiori, sbocciando, rivolgono la loro preghiera mattutina, è sempre «salva».


“il manifesto”, 30 dicembre 2008 

17.9.13

George Bernard Shaw: signori, guardate la Duse (di Luciano Lucignani)

George Bernard 
In fatto di pubblicità per se stesso, George Bernard Shaw non è stato secondo a nessuno: GBS divenne una sigla famosa in tutto il mondo quando ancora le varie BB e MM non erano state nemmeno concepite. Lo si può constatare anche semplicemente sfogliando questa raccolta delle sue recensioni teatrali, pubblicate a cura di Erminia Artese (Di nulla in particolare e del teatro in generale, Editori Riuniti, pagg. 212, lire 10.000), dove l' apologia dell' autore non si limita ad intitolare il primo degli scritti che vi compaiono, ma costituisce il pedale di fondo dell' intero libretto. Se confrontate con il migliaio dell' edizione inglese, le duecento pagine di questa italiana potrebbero dare l'impressione di una scelta fatta proprio all'osso. Ma sarebbe un errore pensarlo: se anche le pagine fossero state la metà, il lettore non avrebbe il diritto di sentirsi defraudato. Come infatti la maggior parte dei predicatori - e fra quanti s'industriarono, tra la fine del secolo scorso e la prima metà del nostro, a ficcare le proprie idee nelle teste altrui Shaw fu certamente il più abile e il più brillante, oltre che il più prolisso - egli non ebbe molti princìpi da sostenere; ma lo fece con la stessa tenacia, lo stesso spirito e la stessa intelligenza che mise poi in tutti i suoi sermoni, fossero essi commedie o prefazioni.
La professione di critico teatrale fu per Shaw innanzi tutto un modo per assicurarsi la sopravvivenza. Prima che Frank Harris gli offrisse l'incarico di dar conto degli spettacoli teatrali sulla “Saturday Review”, Shaw aveva recensito le novità letterarie alla “Pall Mall Gazette”, era stato critico d' arte a “The World” e poi critico musicale a “The Star” e ancora a “The World”. A quell'epoca, 1895, era già autore di quattro commedie, delle quali soltanto le prime due rappresentate: Le case del vedovo, Le armi e l’uomo, L'uomo amato dalle donne e La professione della signora Warren. Quest'ultima era stata vietata dalla censura. Da critico musicale Shaw aveva trattato piuttosto male Brahms ed esaltato Wagner (al quale poi dedicò il saggio Il perfetto wagneriano, 1898). Quando affrontò, faccia a faccia, il teatro del suo tempo, non fece fatica a scegliersi amici e nemici.
L' amico prediletto fu Ibsen, che aveva ricevuto da tempo il suo omaggio con La quintessenza dell'ibsenismo (1891); i nemici tutto il resto, Shakespeare in testa. Dal giorno in cui assunse il suo ufficio, Shaw fece delle colonne della “Saturday Review” la sua cattedra e il suo pulpito. Spiegò agli inglesi, spettatori e critici, drammaturghi e attori, che il teatro era importante almeno quanto la Chiesa nel Medioevo. Eretico per natura, decise di profanare qualcosa che perfino gli atei avevano sempre rispettato, ossia la grande e intangibile istituzione inglese che era Shakespeare. Come disse Chesterton, Shaw "fece di qualcosa su cui si giura qualcosa contro cui volentieri si bestemmia"; o, come suggerì Mark Twain, più semplicemente, "gli occorreva un cadavere più fresco cui obbedire"; un uomo morto tre secoli prima che lui, Shaw, venisse al mondo, non poteva pretendere un esagerato rispetto.
Ma a guardar bene, soprattutto oggi, a distanza di quasi un secolo, il cosiddetto "attacco" di Shaw a Shakespeare non era soltanto una manifestazione di arroganza intellettuale; come si può leggere nella recensione a Tutto è bene quel che finisce bene, Shaw si scaglia con veemenza contro l'ipocrisia di cui danno prova gli inglesi nella loro venerazione per l'autore di Amleto. Lasciano che i suoi drammi vengano malamente tagliuzzati e che quanto ne rimane sia poi camuffato in modo da apparire irriconoscibile; il successo dello spettacolo è quasi sempre affidato alla meraviglia delle attrazioni sceniche e alla presenza di interpreti di grande popolarità, e d' una protagonista femminile, possibilmente, famosa per la sua avvenenza. Il risultato produce una noia indicibile, ma, protesta Shaw, "non c'è un'anima che abbia il coraggio di sbadigliare di fronte a quelle imposture". Della pura, magica musicalità del blank verse shakespeariano non rimane traccia, ma questo non scandalizza nessuno, dal momento che gli inglesi sono un popolo di sordi; e invece soltanto i critici musicali dovrebbero occuparsi di Shakespeare, "perché è lo spartito e non il libretto che mantiene quelle opere vive e fresche". Altri obbiettivi della brillante ma feroce polemica di Shaw sono i critici, considerati "al di sotto di qualsiasi antiquato redattore di cronaca nera", gli autori del teatro commerciale, che hanno in Henry A. Jones e Arthur W. Pinero i loro porabandiera, e, naturalmente, la censura del Lord Ciambellano. Un accanimento del tutto particolare Shaw mostra nel combattere l'esibizionismo degli actors-managers, ossia quegli attori-capocomici, proprietari d'un teatro e d'una compagnia, perfettamente intonati, nel gusto e nel repertorio, alla loro personalità più o meno carismatica. Il più prestigioso degli actors-managers fu, nell' epoca di Shaw, Henry Irving, il grande attore dominatore dell' ultimo trentennio del secolo, impresario del Lyceum Theatre dal 1878 al 1902. Ma dalle colonne della “Saturday Review” partono in continuazione strali avvelenati; Shaw non perde un'occasione per prendersela con lui, Irving, con il Lyceum Theatre, con la prima attrice, che è poi Ellen Terry, cioè una delle più ammirate della sua generazione (ma colpevole, agli occhi dell'impetuoso irlandese, d'essere di una bellezza quasi preraffaellita), e con tutti gli altri attori della compagnia, gli scenografi, i costumisti e così via. Un partito preso, evidentemente, al quale non è forse estraneo il fatto che Irving si rifiutasse ripetutamente di mettere in scena le commedie di Shaw.
Eleonora Duse
Ma in ogni caso un partito preso che non risparmiò nessuna delle grandi "star" dell'epoca, Sarah Bernhardt compresa. Con un'unica eccezione: Eleonora Duse. Nei molti passi qui raccolti dalla Artese, nei quali Shaw analizza l'arte della Duse, il critico si riscatta del tutto da acidità e debolezze e dà per intero la misura del suo intuito. Non che scoprire la grandezza di Eleonora Duse costituisca un merito, tutto il mondo si è inchinato davanti a lei (forse l'unica eccezione sono le poche pagine, tra perplesse e deluse, con le quali la ricordò Langston Hughes, lo scrittore americano che, giovanissimo, la vide recitare a New York negli ultimi giorni di vita). Ma l' attenzione che Shaw dedica all' attrice va molto al di là di quanto normalmente, anche oggi, la critica teatrale riserva al modo di recitare d'un interprete, ai mezzi che mette in opera e ai risultati che ne ottiene. "La Duse è arrivata al suo primato grazie anche alla fortuna di aver avuto da una natura severa solo il talento", scrive recensendo La moglie di Claudio di Dumas figlio data al Drury Lane, e aggiunge: "La Duse senza il suo ingegno sarebbe una donnetta qualunque", mentre Ellen Terry o Sarah Bernhardt otterrebbero egualmente un certo consenso, grazie alla loro avvenenza. E a distanza di appena una settimana, in un successivo articolo dedicato proprio ad un confronto fra la Bernhardt e la Duse, scrive ancora: "Quando (la Duse) entra in scena, prendete pure il binocolo da teatro e contate pure quante rughe il tempo e gli affanni hanno tracciato sul suo volto. Sono le credenziali della sua umanità; essa sa fare qualcosa di meglio che occultare questi significativi segni del tempo sotto uno strato di pelle di pesca che si compra dal chimico. Le ombre sul volto della Duse sono grigiastre, non cremisi; le labbra qualche volta sono anch'esse grigiastre, non ci sono tocchi di colore né fossette; il suo fascino non potrebbe mai essere imitato da una cameriera di bar, anche se spendesse tutte le sue risorse per agghindarsi... La Duse è in azione da appena cinque minuti, ed è già un quarto di secolo avanti rispetto alla più bella donna del mondo... La verità è che, nell' arte di essere bella, Sarah Bernhardt è una bambina al suo confronto".
C' è una scena di Casa paterna, il dramma di Sudermann che fu cavallo di battaglia di tutte e due le attrici, che rivela in modo significativo i diversi modi d'interpretazione della Bernhardt e della Duse. Magda, la protagonista, ha avuto in gioventù un figlio da un compagno di studi che poi l'ha lasciata andare per la sua strada. Ora, divenuta celebre cantante d'opera, incontra di nuovo il padre del suo bambino, venuto a farle visita. "La Bernhardt", dice Shaw, "ha recitato questa scena in modo lieve e piacevole: c'era una genuina solidarietà nel modo in cui essa rassicurava l'ex partner imbarazzato, e gli faceva capire che non aveva intenzione di recitare i dolori di Gretchen dopo tanti anni... In quel momento aveva un'enorme padronanza di sé, non è passata un'ombra sull'incarnato color pesca". La Duse, invece, si comportava in modo del tutto diverso: "Nel momento in cui leggeva il biglietto da visita portatole da un domestico, faceva capire che cosa significasse per lei avere un incontro con quell'uomo. Fu interessante vedere come lo visse, quando lui entrò... Si sedettero; lei si rese conto che aveva superato la difficoltà della situazione e che poteva permettersi di pensare a proprio agio, e di guardarlo per rendersi conto di quanto fosse cambiato. Allora le accadde una cosa terribile. Cominciò ad arrossire, e subito dopo se ne accorse, e il rossore crebbe e si diffuse fino a che, dopo qualche vano sforzo di voltare la faccia, o per lo meno di nasconderla a lui, cedette e nascose il rossore coprendosi il viso con le mani. Dopo questo pezzo di interpretazione non devo più chiedermi perché la Duse non si trucchi il viso. Non avrei potuto scoprire nessun trucco in quella reazione; era puro effetto di fantasia scenica". Era anche di più, per la verità: il documento d'un costume certamente diverso da quello che portava in scena l'attrice francese.
Ma a Shaw, allora, questo non importava; e resta il fatto che la sua analisi è d'una straordinaria finezza e prova d'un'attenzione ai modi della recitazione che è raro trovare ancora negli scritti dei critici di professione. Un motivo in più per leggere queste pagine con un piacere che diventa, di giorno in giorno, sempre più difficile provare.


“la Repubblica”, 23 settembre 1984

Quando Palermo era come Woodstock (di Laura Anello)

Erano gli ultimi scampoli di minigonne e zazzere, di figli dei fiori e speranze, prima che il gioco si facesse duro e la politica, gli scontri, le stragi prendessero il posto della musica. Prima che cantare e ballare diventasse roba da qualunquisti, e la generazione dell'impegno si dividesse tra militanza e sedute di autocoscienza. Palermo sognò come Woodstock, e per una stagione si prese la ribalta internazionale non per la mafia, non per i Gattopardi, non per il suo passato carico di splendori decadenti.
Diventò l'ombelico della musica, in una kermesse che in quattro giorni di luglio del 1970 vide passare sul palco dello stadio della Favorita Duke Ellington e Aretha Franklin, Brian Auger e Johnny Halliday, Tony Scott e Kenny Clarke, gli Exseption e Arthur Brown. Già, Brown, che si tirò giò i pantaloni e finì arrestato per atti osceni, con un giovane Boris Giuliano a mettergli le manette. Parte da quel raduno, probabilmente il più grande dopo Woodstock, da quei ventimila giovani sdraiati ogni giorno sul prato tra spinelli e amori, Dreaming Palermo, il documentario prodotto da Cinesicilia e firmato da Mario Bellone - film-maker, organizzatore culturale e testimone di quegli anni - che sarà presentato stasera allo Soasimo, nel corso del Seacily Jazz Festival 2010. Ma quell'evento, che è prologo ed epilogo alla storia, è l'apice del racconto di una Palermo inconsueta, dimenticata, custodita come un tesoro perduto dai protagonisti: musicisti, giornalisti, organizzatori che sfilano davanti alla telecamera di Bellone.
Una Palermo - racconta il regista - «che stupisce i ragazzi di oggi, convinti di appartenere a una città-palude, provinciale, lontana dai grandi fermenti, senza sogni». E invece eccole qui - riprese nelle belle immagini delle teche Rai - le strade che si risvegliano dalla guerra, che archiviano la stagione del fascismo e le sue proibizioni. Nel giro di pochi mesi, non c'è casa borghese dove il sabato pomeriggio non si balli, mentre fioriscono i primi locali di jazz: Mirage, Miramare, Kalhesa, Birreria Italia, Caffè Moka. E poi c'è l'Hotel Sole, dove è di casa Lucky Luciano: sgancia dollari ai musicisti che gli fanno sentire le canzoni napoletane.
Il jazz. Sono gli americani a portarlo, con concerti improvvisati in strada, e in pochi anni dilaga, conquista, risuona di libertà. Nel 1955 al Teatro Biondo arriva Louis Armstrong. Una fotografia lo ritrae al giornale “L'Ora”, tappa obbligata di intellettuali, artisti, scrittori di passaggio in città'. Due anni dopo, al teatro Golden, un altro grande evento con Nat Coleman, Ella Fitzgerald, John Johnson. Nel 1960 è il Teatro Massimo, il tempio della musica colta, ad aprire per la prima volta al jazz. Il boom economico è alle porte, e Palermo sta per vivere le Settimane di Nuova Musica con Stockhausen e la nascita del Gruppo 63, con Eco e Sanguineti. Vedrà Sciascia e Guttuso bazzicare nelle gallerie d'arte, cresciute in pochi mesi da due a quindici, o nella libreria dell'editore Fausto Flaccovio. Vedrà i set di Visconti, Antonioni, Pasolini, ma anche La Conchiglia d'oro, kermesse musicale con Mina, Ornella Vanoni, Enzo Tortora.

E' la vigilia di una nuova svolta, quella stagione beat che tra il 1964 e il 1965 porterà a Palermo più di trecento complessi. Frangette e basettoni sono socialmente e culturalmente trasversali: padri contadini fanno cambiali per comprare la chitarra ai figli, mentre i ragazzi di buona famiglia gremiscono i concerti del Clan 712 e dei Gattopardi. Si suona ovunque: ai matrimoni, nei bar, negli stabilimenti balneari, senza paletti, senza snobismi, senza soldi. E si balla, con la minigonna e la sigaretta in bocca, mentre Franca Viola rifiuta il matrimonio riparatore, mentre il pretore Salmeri combatte la sua battaglia contro i manichini nudi delle vetrine, mentre si sentono i primi echi del Sessantotto. Nel 1970 la grande kermesse di Palermo Pop 70, messa su da Joe Napoli, il manager siculo-americano che aveva portato in Europa Chet Baker. Accanto ai grandi nomi della scena internazionale, la cantante folk Rosa Balistreri e pure Little Tony, Nino Ferrer, i Ricchi e Poveri, in un melting pot di alto e basso, di pop e di rock, di operai e borghesi. Nel 1971 la replica, già in tono minore. I tempi erano cambiati, il clima si era avvelenato, tra brigatisti, scontri, occupazioni. Per dirla con il giornalista Francesco La Licata, «non c'era più spazio per la musica, ormai c'era la politica». 

"La Stampa", sette luglio 2010

Chi è veramente Giorgio Napolitano (di Rino Genovese)

Giorgio Napolitano non è mai stato quel socialista europeo dentro il Pci berlingueriano che egli riteneva di essere. E stato piuttosto, con tutta la corrente cosiddetta "migliorista", l'uomo di un accordo con Craxi. Il quale, a sua volta, neppure lui era il socialista europeo che diceva di essere - in concorrenza a sinistra con un Pci troppo forte, che sarebbe stato il caso, a suo parere, di "ridurre". Come in uno strano gioco di maschere, nessuno era ciò per cui si presentava e per cui voleva essere considerato. Le maschere, alla fine, come si sa, si sono liquefatte con Tangentopoli (e la corrente "migliorista" - soprattutto quella milanese - pagò il suo prezzo).
Oggi il giudizio sul periodo craxiano è impietoso: il segretario del Psi condusse il più antico partito italiano allo sfacelo perché preso da una libidine del potere (e del denaro che ne derivava) che si esprimeva in un gioco angusto di alleanza e rivalità con la De. Napolitano e i suoi o non capirono nulla o ambirono a essere parte di quel gioco. Non necessariamente per smania di potere (e di soldi), anche soltanto per inserirsi nell'area governativa con in mente l'idea che il Pci non dovesse chiudersi in se stesso. In altre parole, i "miglioristi" furono soltanto degli emuli di Craxi. Cosi — con un'operazione che parve sbagliata anche a molti all'interno del Pci - il presidente del gruppo comunista alla Camera, Napolitano appunto, decise per il "no" all'impeachment di Andreotti in aula. Correvano gli anni ottanta del Novecento. La deriva del Caf poteva essere arrestata se Andreotti fosse finito sotto processo prima e non dopo Tangentopoli.
Napolitano evitò quella mossa per via di una "naturale" tendenza derivantegli da una mentalità togliattiana incline al compromesso. Voglio essere chiaro su questo punto: in politica i compromessi si fanno, in certi casi si devono fare. Ma una cosa fu il governo Badoglio sostenuto da Togliatti in un quadro politico e di guerra determinato, un'altra sono i compromessi fatti all'unico scopo di non disturbare troppo i "manovratori" - a quei tempi Craxi e Andreotti - con obiettivi, neanche si sa bene quali, comunque di piccolo cabotaggio magari sotto una retorica di apparente "salvezza della patria".
In realtà - la storia italiana dovrà pienamente riconoscerlo un giorno — quello più vicino al socialismo europeo all'interno del Pci fu proprio Berlinguer che, a un certo punto, se ne uscì con la proposta dell'eurocomunismo: una proposta molto imperfetta, per molti versi impraticabile (se si pensa ai partiti comunisti francese o spagnolo), che però collocava il Pci come interlocutore privilegiato delle socialdemocrazie europee. E Berlinguer fu più "eurosocialista" proprio nell'ultima fase - criticata a suo tempo da Napolitano -, quando, lasciata da parte la fallimentare strategia di collaborazione con la De, lanciò la linea dell'«alternativa democratica», che altro non era, in fondo, se non quella di un'alternanza come nel resto d'Europa tra forze conservatrici o moderate e forze socialiste o progressiste. Ciò che mancò a Berlinguer fu la risolutezza nel seguire questa strada, che avrebbe comportato un taglio netto con l'Unione Sovietica e probabilmente una scissione nel partito con l'uscita della componente cossuttiana.
Napolitano è insomma, per riprendere il filo, l'uomo del compromesso per il compromesso, con un occhio attento alla politique politicienne e l'altro chiuso su ciò che si muove nel paese. Non sorprendono, allora, i suoi "errori" (che a lui parranno piuttosto dei meriti), e nemmeno il fatto di essere da sempre un riformista privo della benché minima riforma - a parte quella dell'invenzione dei centri di "detenzione" transitoria per i poveri immigrati clandestini, introdotta quando era ministro dell'interno (la famosa legge Turco-Napolitano). Anche durante il primo mandato da presidente della Repubblica le ombre sono state parecchie: da ultimo, pochi giorni prima della scadenza poi non scaduta, la grazia concessa all'ufficiale della Cia responsabile del rapimento di Abu Omar.
Ma certo il capolavoro di Napolitano - esempio di cecità circa le sorti della democrazia in un'Italia già sottoposta a stress dalla perdurante presenza dei populismi e dall'ingombrante leadership berlusconiana su uno di essi - è stata tutta l'operazione che ha condotto alla sua seconda presidenza e al governo Letta. Tanto valeva che egli si limitasse a dichiarare di fronte al paese che bisognava tenere inserito il "pilota automatico" europeo, quello di Draghi (e anche di Monti). Una guida politica infatti a che serve se è ricerca del compromesso insensato, se arriva a coltivare l'idea di riforme costituzionali con un nemico della Costituzione come Berlusconi?

“Il Ponte”, Anno LIX, n.7 luglio 2013

16.9.13

La poesia del lunedì. Adonis (n.Siria 1930)

Ai confini della disperazione sorge la mia casa
Con i muri gialli come burro,
svuotata e leggera come nuvole.

Lievitata come pasta di pane
La mia casa ha tanti buchi -
Il vento la scompiglia ma è stanco il vento.
Arriva la bufera e la scuote tutta
E il sole l’abbandona,
l’abbandonano gli uccelli

In tremito e convulsioni rovina la mia casa.
Si fa invisibile, è molto più che invisibile, è idea.
E io dormo nella casa, e il visibile mi dorme accanto
Con voce debole, con voce soffocata.

da Prime poesie, traduzione Francesca Corrao
in "Poesia", febbraio 1988

15.9.13

La Colonna infame del Manzoni. Testimoni maledetti di incubi millenari (Pierpaolo Ascari)

Il noto Alessandro Manzoni, conte, poeta e scrittore
«La mattina del 21 di giugno 1630, verso le quattro e mezzo, una donnicciola chiamata Caterina Rosa, trovandosi, per disgrazia, a una finestra d'un cavalcavia che allora c'era sul principio di via della Vetra de' Cittadini, dalla parte che mette al corso di porta Ticinese (quasi dirimpetto alle colonne di San Lorenzo), vide venire un uomo con la cappa nera, e il cappello sugli occhi, e una carta in mano, sopra la quale, dice costei nella sua deposizione, metteua su le mani che pareua che scrivesse». 
Il cronista dell'avvistamento di Caterina Rosa, la «spettatrice», è Alessandro Manzoni, intenzionato a compendiare il XXXII capitolo dei Promessi sposi con gli esempi di «furor popolare» che divamparono nella città di Milano assediata dalla peste. Espulsa dalle pagine del romanzo, però, a Caterina spetterà il privilegio di azionare un secondo racconto, svincolato dalle disavventure di Renzo e di Lucia e liberato pertanto dagli scrupoli di economia narrativa che ne avrebbero inevitabilmente sfoltito la vicenda. Tuttavia, il nuovo contesto non permette alla «spettatrice» di occupare lo spazio storico, politico o forse solo tematico che le spetterebbe, ridotta a una funzione della storia che all'autore preme raccontare. 
La storia - com'è noto - è quella della Colonna Infame, che con la pubblicazione del XII volume dell'Edizione nazionale ed europea delle opere di Alessandro Manzoni, a cura di Carla Riccardi, è possibile rileggere, oggi, insieme alle Osservazioni sulla tortura di Pietro Verri, contenute in appendice al volume. Rilettura, questa, di notevole attualità, se consideriamo che la medesima «inverosimiglianza» denunciata dal Verri e recepita dal Manzoni - l'idea cioè che sia possibile armeggiare con un'epidemia che ancora disarma la ricerca scientifica e diffondere «intenzionalmente» il contagio senza rimetterci la salute - è stata ribadita nei giorni in cui la Sars si diffondeva dalla Corte Suprema di Pechino. Verso le quattro e trenta di una mattina di giugno, dunque, Caterina Rosa è affacciata alla finestra di casa. Sulla strada piove e un uomo cammina rasente il muro. Forse sta cercando il riparo di una gronda, ma Caterina è ugualmente sospettosa, perché uno degli effetti collaterali della pestilenza consiste proprio nell'intossicare il gioco degli sguardi. La paura del contagio - lo aveva sottolineato Daniel Defoe nella storia dell'epidemia londinese del 1665 - induce a «scantonare» dagli altri e a spiarne i comportamenti. Anzi, è proprio il parossismo delle cautele a trasformarsi in distintivo di salute, perché temere la peste significa non esserne ancora prigionieri. A Milano, per di più, le cose si complicano. Un dispaccio firmato dal re in persona, infatti, aveva informato il marchese Spinola, governatore della città, della fuga da Madrid di quattro francesi, «ricercati come sospetti di spargere unguenti velenosi». Ci si può immaginare l'effetto che la notizia, prontamente diffusa, aveva avuto sul popolo. Manzoni riferisce in proposito di tre giovani, scesi in Italia a cercar fortuna, che si erano recati in visita al Duomo, dove subito «si formò un crocchio, a guardare, a tener d'occhio coloro, che il vestiario, la capigliatura, le bisacce, accusavano di stranieri e, quel ch'era peggio, di francesi». Accerchiati, spintonati e malmenati al primo pretesto, i francesi vengono tradotti in carcere dai loro aggressori. Dove, conclude Manzoni, «furon trovati innocenti, e rilasciati».

Bisogna quindi dedurre che Caterina Rosa non fosse una «spettatrice» isolata, uno sguardo solitario lanciato «per disgrazia» nei vicoli, sulle piazze e sotto i cavalcavia di Milano, ma che appartenesse piuttosto a una moltitudine di spettatori sensibilmente più estesa. Ad ogni modo, vedendo un uomo «con la cappa nera» all'alba di quel 21 giugno, Caterina si apposta. E a quello che ha visto ripensa durante la mattina, quando per le strade del quartiere è tutto uno schiamazzare per la bava che imbratta i muri del corso. E' allora che la donnicciola, da «spettatrice», viene promossa al rango di protagonista, mentre nel «tumulto di chiacchiere» non tarda a inserire il resoconto del suo avvistamento. Tra l'autore delle unzioni e l'uomo «con la cappa nera», a questo punto, si viene a creare una fatale congruenza. L'uomo risponde al nome di Guglielmo Piazza, lavora come funzionario al Tribunale della Sanità e in effetti è colui che si protegge dalla pioggia sotto lo sguardo malevolo dei suoi concittadini. Perché quella dei funzionari, in tempo di peste, non è una vita comoda. Quando l'infezione comincia a minacciare le parrocchie della City, per esempio, gli sceriffi di Defoe si decidono a decretare le prime misure di profilassi. Ogni parrocchia dovrà allora dotarsi di un «ispettore», che è obbligato a vigilare sulle condizioni sanitarie dei quartieri e ad aggiornare l'anagrafe degli appestati. Coloro che rifiutano la nomina saranno «confinati in prigione». Davanti a ogni casa infetta stazioneranno poi due «guardiani», responsabili della sorveglianza dell'abitazione «giorno e notte», «sotto pena di severi castighi». Alla base della piramide staranno infine le «visitatrici», addette all'ispezione dei cadaveri, «sorvegliate» e, nel caso, «denunciate» dal personale medico. L'ordinanza degli sceriffi è quindi scrupolosa: organizza un sistema di osservazione totale, domiciliare, ma nello stesso tempo minaccia chiunque si sogni di svicolare dal proprio incarico.

Siamo nei paraggi di quello che Michel Foucault ha chiamato il «sogno politico della peste», «il momento meraviglioso nel quale il politico si esercita pienamente», un politico «le cui ramificazioni capillari raggiungono senza interruzione la grana degli individui stessi». Dagli sceriffi alle latrine di Londra - che l'ispettore, con l'aiuto della sua sciagurata manovalanza, è tenuto a sorvegliare - si crea infatti un controllo continuo e microscopico e la concentrazione del potere, resa opportuna dall'emergenza sanitaria, libera così la politica da ogni vincolo. In primo luogo nessuno prenderà partito per chi, disobbedendo alle disposizioni centrali, può trasmettere l'infezione. Inoltre, come suggerisce Ludovico Antonio Muratori, nel periodo della peste dovranno essere sospesi i «commerci» e i «vescovi» rinunceranno momentaneamente alla propria giurisdizione. Il primato della politica è assoluto, adesso, sciolto da ogni interferenza. Ma è un primato che dipende ancora dalle «ramificazioni capillari» e risulta pertanto difettoso: questo dimostrano le minacce con cui gli sceriffi sono costretti a coscrivere il personale civile. Le «ramificazioni» di Foucault rimangono traballanti, perché forte sarà l'istinto, da parte dei controllori, di disertare un incarico che li obbliga a trafficare con la morte. Per questo vengono minacciati e per questo in diverse occasioni se la daranno ugualmente a gambe. 
E' così che Caterina Rosa e gli altri spettatori, incarnando il modello della sorveglianza dai davanzali, fanno il loro ingresso sulla scena politica. Alla base del nuovo modello ci saranno il panico morale suscitato dagli untori e la conseguente propagazione del sospetto, forze necessarie e sufficienti a fare del cittadino uno «spettatore» e a trasformare la cittadinanza in uno spettacolo terribilmente esclusivo. La peste rende l'uomo lupo, infatti, allude a un sogno primitivo, sia che a rappresentarla sia l'inconscio delle disposizioni politiche, sia che se ne faccia carico la letteratura, più incline a cogliere nella «morte che transita» la promessa di un sogno ulteriore, di tipo orgiastico, ma pur sempre instaurato sul fondo di terrore che erode i sentimenti e il telaio sociale. Non è un caso che, in Camus, l'unico personaggio ad accogliere l'epidemia con esultanza sia l'uomo che ha qualche conto in sospeso con la giustizia...
Manzoni, quindi, non si discosta dalla tradizione: anche la Storia della Colonna infame rappresenta la «cattività», una degenerazione dei tessuti morali che solo apparentemente si limita a colpire le scelte dei magistrati. I magistrati sono immorali, infatti, ma perché? Perché sono animati dal terrore del «non trovar colpevoli», dice Manzoni. Ma questo non significa forse che il «pubblico» degli spettatori comporta che vi siano delle colpe, perché proprio queste colpe costituiscono la condizione di esistenza di un «pubblico»? Non è la paura di quel pubblico che loro stessi hanno mobilitato che spinge i magistrati a torturare ripetutamente Guglielmo Piazza e il barbiere Gian Giacomo Mora, dando ampio credito alle «inverosimiglianze» di Caterina Rosa?
La «donnicciola», allora, la «femminella», la «spettatrice», la donna che amministra la sua cambiale di potere dalla finestra di casa, la titolare di quello che Pietro Verri chiama curiosamente un «delitto sognato»; l'autrice dell'avvistamento dal quale dipendono le torture e che condanna i presunti colpevoli a essere suppliziati, questo personaggio della microstoria che sembrerebbe esaurirsi nella «superstizione» e nel «fanatismo» - è qualcosa di più.

Prima di tutto non è il caso isolato di una signora che inganna il tempo pattugliando la via che conduce alle colonne di San Lorenzo. In una prima stesura della Storia - contenuta anch'essa nel volume curato da Carla Riccardi - Caterina entra subito in scena al fianco di una seconda «femminella», che Manzoni deciderà poi di nominare altrove. Insieme a Caterina, inoltre, ci sono le lavandaie, chiamate a fornire una perizia sul recipiente d'acqua prelevato dal cortile del barbiere («il corpo del delitto»). E anche per loro non ci sono dubbi, quell'acqua nasconde delle «furfanterie». Perizia che viene confermata da un «medico» e da due «fisici», emergendo dal mare di «voci» che si affastellano all'alba di quel 21 giugno 1630 e che, senza nessun passaggio burocratico, giungono direttamente al senato.
Caterina, in breve, è la rappresentante di un esercito volontario di occhi e di lingue i cui sentimenti sono sicuramente impastati di paura, fanatismo e ignoranza, ma nel contesto di un fenomeno politico e sociale più ampio.
«La mensa domestica, il letto nuziale, si temevano, come agguati, come nascondigli di venefizio», aveva scritto il Ripamonti citato da Manzoni. Le stoviglie e i materassi risultano quindi infestati, se non dalla peste, dalla paura degli unguenti e delle polveri. Fin sotto le lenzuola, di conseguenza, si devono aguzzare gli sguardi dell'esercito che Caterina Rosa è onorata di rappresentare, senza che i ministri, la «sbirraglia», gli sceriffi e i senatori abbiano nemmeno bisogno di rendersi impopolari. La «spettatrice» incarna questa possibilità di delegare alla paura il controllo dei vicoli e delle soffitte, è la giuntura di una versione più elaborata di quel desiderio con cui la peste ha tentato, e insieme illuminato, le notti del potere. Nella sceneggiatura di quel sogno, inoltre, il ruolo di Caterina non è più caduto in disuso. La minaccia delle polveri di antrace che fuoriescono dai laboratori governativi del Maryland, per esempio, e il timore che Al-Qaeda potesse avvelenare le condutture idriche delle nostre città, polverizzano allo stesso modo l'allarme, lo inscrivono nel registro della comunicazione privata e dei bisogni elementari e implicano una presenza del sovrano che sappia rendersi altrettanto interstiziale. Che arrivi dappertutto, dove si annida il pericolo e laddove solo l'esercito volontario di Caterina è in grado predisporre un adeguato sistema di sorveglianza.
Più rudimentale, ma pur sempre animata dal medesimo sogno primitivo, risulterà l'«inverosimiglianza» - sconfessata in agosto dal capo dell'antiterrorismo, ma recepita in luglio dai giornali e dalle forze dell'ordine - della presenza di palloncini «all'Hiv» tra i manifestanti di Genova. 

Allo stesso livello simbolico e psicologico lavorano infine le minacce di fucilazione per tutti coloro che diffonderanno «intenzionalmente» la Sars, dove la presunta intenzionalità degli untori serve al potere che li minaccia per mostrare i muscoli e per armare, l'uno contro l'altro, gli stessi davanzali tra i quali si potrebbe organizzare il dissenso. 
Decifrare questi segnali nella prospettiva dell'ignoranza e della superstizione, dell'errore o dell'emergenza, significa quindi affidarsi a un nuovo paradigma pestilenziale e al sogno assolutistico, al premuroso coup d'état che la paura del contagio ha sempre reso plausibile.


“il manifesto”, 10 agosto 2003

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