29.10.17

Panzieri. 1964 (Franco Fortini)

Era necessario vedere il modo tenuto da Raniero Panzieri per morire. Per rammentare che la lotta delle classi ha molti modi di fare le sue vittime.
Panzieri, quando io l’ho conosciuto, era un funzionario del PSI che non dava a vedere di avvertire fastidio per il sottilissimo e un po’ inutile intrico di distinzioni ideologiche e politiche in che si compiacevano molti della sua formazione. E poteva dar noia la verve intellettuale, il paradosso e il sofisma che a un tratto considerazioni di tattica politica tendevano a spegnere. Ma da quando le sue posizioni e l’odio - ricambiato - di alcuni dirigenti socialisti e comunisti lo ebbero messo ai margini o fuori del PSI e, cercando lavoro, se ne fu venuto a Torino, Raniero si trasformò nell’uomo che abbiamo conosciuto e ricordiamo.
Di destini come quello di un Panzieri - noi abbiamo bisogno. Lasciamo alla ipocrisia di molti, capaci anche di dirsi marxisti, la valutazione dei meriti intellettuali o politici; grandi, e ce ne accorgeremo. Le teste di quei molti non potranno capire mai, socialisti o comunisti «moderni» come sono, cioè educati alla scuola dei valori del capitalismo, che Panzieri, per noi, molto più di quel che egli è stato, è quel che egli non è stato.
Egli è stato anzitutto il diverso dagli altri, il diverso da quelli. Chi cerca le proprie amicizie tra gli invisibili diviene presto invisibile. Questo ha saputo Panzieri attuare inflessibilmente.
Non importa che il nome di Raniero venga ricordato. Le nostre memorie sono già troppo affollate. Egli ha lasciato degli scritti, tutti lasceremo degli scritti; ma la nostra verità, se una verità abbiamo attinto, è stata detta quasi per caso, in margine.


Da L'ospite ingrato. Testi e note per versi ironici, De Donato, 1966

Mutazioni. Il calcio ha perso l'epica, ormai è uno show da vendere (Darwin Pastorin)

Ammetto subito le mie colpe: appartengo a una generazione cresciuta con il calcio da immaginare (grazie alle radiocronache), ho fatto tanta televisione puntando, soprattutto, sul “racconto”, tra un libro e un programma televisivo preferisco, di gran lunga, il primo. Ho scritto (e scrivo) molto di pallone: navigando, di preferenza, sulle onde adulte della memoria e riportando sul prato verde (che fu l’inizio, per noi ragazzi, di una nuova avventura dopo Mompracem) gli eroi tragici, i campioni memorabili e, per riabbracciare Osvaldo Soriano, «i perdenti vestiti di sogno». Sono letteratura le gambe storte di Mané Garrincha, i dribbling poetici di Gigi Meroni, il sinistro omerico di Gigi Riva, la rovesciata proletaria di Anastasi, ma anche l’urlo di Tardelli, l’innocenza di Scirea e, su tutto e tutti, il romanzo popolare di Diego Armando Maradona: un cronista, in un pomeriggio di temporale, a Soccavo, dove si allenava il Napoli di tutti i sogni possibili, giura di aver visto Dieguito, uno-due-tre, palleggiare una goccia d’acqua. Qui il mito supera ogni confine, allontanando ogni Itaca.
Nel tempo, il narrare di football – in special modo in televisione – è cambiato. Jorge Luis Borges sentenziò, in epoca non sospetta: «Il calcio comincia a essere una menzogna ben raccontata dai mezzi di comunicazione». Più che menzogna, sicuramente una rappresentazione, spesso, surreale, dove il vedere tutto, con mille telecamere, annulla e mortifica la fantasia. Il prodotto televisivo deve essere venduto, a qualsiasi costo e a tutti i costi: dalla finale di Champions League alla noiosa amichevole estiva; signore e signori, ecco lo Spettacolo: dove ogni partita diventa “formidabile”, “fenomenale”, “fantastica”. Siamo all’epica senza epica. Il rito domenicale è stato sostituito dal match quotidiano, a qualsiasi ora, pranzo, pomeriggio, cena, un frullatore di immagini, di emozioni che si consumano in un attimo perché è già tempo di pensare al prossimo match. Si è spenta, da tempo, la domanda di Marc Augé: «Possiamo, ad esempio, amare il calcio, guardare la televisione e renderci conto del fatto che, per la prima volta nella storia dell'umanità, a intervalli regolari e ad orari fissi, milioni di individui si siedono davanti al loro altare domestico per assistere e, nel vero senso della parola, partecipare alla celebrazione di un medesimo rituale?» (Football. Il calcio come fenomeno religioso, traduzione dal francese di Eleonora Montagner, EDB, 2016).
Oggi siamo sommersi dagli eventi, dalle voci e dalle seconde voci (così inutili e ripetitive, talvolta), dalle discussioni, dal calciomercato giornaliero ovvero la grande fiera del poco o del niente, molti giocatori comunicano soltanto attraverso i social o i procuratori, si sono trasformati in un brand, per i giovani cronisti è diventato difficile intervistare, a tu per tu, i protagonisti, gli allenamenti sono a porte chiuse, le stanze degli spogliatoi blindate, entra soltanto chi possiede i diritti in esclusiva. Ai tempi miei, l’unico “filtro” per un giocatore era rappresentato dalla segreteria telefonica, parlavi con chi volevi, ricordo un’intervista con Paolo Rossi (reduce dai fasti del mundial spagnolo dell’82), fatta con il collega e amico Marco Bernardini, per un’emittente privata torinese alla mostra di Calder: mezz’ora a discutere di tutto meno che di calcio. Zero lire, appuntamento preso direttamente con Pablito senza passare dall’ufficio stampa o marketing. Era un calcio di “vicinanza” e non di “lontananza”. Leo Junior suonò il pandeiro (una specie di tamburello) per noi, parlammo con Causio al circo e con Tacconi a teatro.
Conoscevi i giocatori nella loro vita privata, fuori dalle luci della ribalta, oltre la gloria, in taluni casi effimera, della partita. Dominava, sui giornali e in tv, il racconto. E in Spagna, a celebrare Enzo Bearzot e gli azzurri capitanati da Dino Zoff, c’erano, in tribuna stampa, Giovanni Arpino, Mario Soldati, Oreste del Buono e il “principe della zolla” Gianni Brera. E tu, debuttante bracconiere di storie, crescevi all’ombra di quei giganti.
Certo, non bisogna (soltanto) demonizzare il football moderno: mio figlio Santiago, dal Piemonte, può seguire, gara dopo gara, la sua squadra del cuore, che è il Cagliari e io, a volte, ho la possibilità di vedere in diretta il Palmeiras, la società di San Paolo del Brasile fondata da emigranti italiani nel 1914 e da me amata nella mia infanzia paulistana. E nei varchi delle dirette, nelle feritoie dei bar sport ecco il miracolo di una narrazione d’autore (vedi Federico Buffa su Sky). Troppo poco, però.Serve un maggior raccontare, servono più inchieste, un ritorno alla poetica, a un “come eravamo” senza retorica o enfasi. Soprattutto recuperare l’epifania del pallone: i prati di periferia, dove – poco lontano – passa il treno, gli allenatori di provincia, i migranti che inseguono sogni e palloni, gli aspiranti apprendisti campioni e gli imberbi arbitri che, malgrado tutto, non mollano. E capire cosa spinge tanti, troppi genitori a diventare gli “agenti” dei figli, trasformando un piacere in un incubo. Mi disse, una volta, Giovanni Lodetti, che fu scudiero di Gianni Rivera in un Milan intercontinentale: «Sai, ho intenzione di mettere su una scuola calcio. Tre campi e un cinema», «Perché un cinema, Giovanni?», «Semplice, per mandarci padri e madri quando i loro figlioli giocano o si allenano».
Non esiste soltanto Neymar, che abita su un altro pianeta: ci sono vicende che sanno di sport e di vita intorno a noi, basta sapersi fermare e guardarsi attorno. Riprendere per mano la magia letteraria del pallone. Una favola che appassionò scrittori e poeti. Camus giocò in porta in Algeria e Nabokov a Cambridge, faceva il portiere anche Che Guevara e Pier Paolo Pasolini fu una superba ala destra, come Antonio Tabucchi. Gabriel García Márquez si appassionò alle vicende dell’irresistibile e stravagante attaccante brasiliano Heleno. Jorge Amado scrisse una favola per bambini con protagonista il portierino Go-gol. Beppe Fenoglio e Giorgio Bocca giocarono contro in una amichevole nelle Langhe. E Socrates, il filosofo dal colpo di tacco “che la palla chiese a Dio”, mi chiese, in una tardo pomeriggio a Montevideo, un regalo: spedirgli dall’Italia Le lettere dal carcere di Antonio Gramsci. Perché per Socrates, Gramsci fu il vero fuoriclasse italiano. Altro che Rivera o Sandrino Mazzola! Già, quante belle storie da raccontare in televisione...


Pagina 99, 8 settembre 2017

Il welfare delle mance (Samuele Cafasso)

In quale momento l’Italia è diventato un Paese dove fare Stato sociale non vuol dire più fornire servizi per tutti ma, semplicemente, mettere soldi in mano ai cittadini attraverso bonus, detrazioni, sgravi, mance a vario titolo, sperando poi che in mezzo alla crisi se la risolvano da soli?
I dati Eurostat ci dicono che in Europa l’Italia è il Paese che stanzia meno risorse in percentuale rispetto al Pil per il welfare di servizi (7,1%) e, al contrario, più di tutti per erogazioni in denaro (21,7%), come mostriamo nel grafico pubblicato qui a fianco.
I numeri dell’istituto statistico europeo si fermano al 2014. Da allora la situazione è ulteriormente peggiorata, come mostra il secondo grafico (dati Istat) che mostra la spesa sociale in valori assoluti: dagli 80 euro in poi, il governo Renzi prima e quello Gentiloni dopo hanno approvato una sventagliata di misure che, a partire dal lavoro, sono tutte sottese da un’unica ideologia. Tagli ai servizi, mano larga sugli incentivi. Ma funziona?

Lo Stato leggero
Mentre sul governo piovono da destra come da sinistra le critiche comprensibili di chi vede nella politica delle mance una affannosa campagna elettorale, miete consensi la proposta dell’Istituto Bruno Leoni che porta la firma di un economista come Nicola Rossi, nome ben dentro la storia della sinistra italiana. La flat tax al 25% porta con sé, sebbene se ne sia parlato meno, il “minimo vitale”, un sussidio universale da erogarsi, sotto forma di carta di credito, a chi ha redditi sotto il livello di sussistenza e che cancella ogni bonus, sgravio o detrazione attualmente in vigore. Il minimo vitale piace perché semplifica, nelle parole dello stesso Nicola Rossi, «una serie di misure ognuna delle quali ha una sua specifica giustificazione, di solito generate da necessità del momento (e intendo anche elettorali) che messe insieme generano un risultato poco comprensibile».
Verrebbe erogata sotto forma di carta di credito utilizzabile solo per determinati scopi: affitto, utenze, servizi sociali come asili, sanità e altro ancora. Spazza via la politica delle mance, ma è anche la fine dello Stato sociale erogatore di servizi.
Come ci spiega lo stesso Rossi, «anziché erogare servizi, viene corrisposta una somma. Noi abbiamo uno Stato che intermedia il 50% delle risorse del Paese e che, lo dicono i dati, si è dimostrato tra i più inefficienti insieme alla Grecia nel mitigare gli effetti della crisi. Limitare lo Stato significa riportarlo a dimensioni più ragionevoli. Ovviamente lo Stato continua a fornire servizi di utilità pubblica, ma a mio modo di vedere dovrebbe farlo in concorrenza con il privato, lasciando la possibilità al cittadino di scegliere».
Fumo negli occhi, quello gettato da Rossi, negli occhi di chi crede ancora che lo Stato sociale sia una cosa diversa. «Un welfare di servizi», sostiene Michele Raitano, ricercatore alla Sapienza di Roma, «ha vantaggi enormi in termini di equità di accesso, ricadute macro-economiche, coesione sociale. La filosofia di chi non vuole uno Stato che eroga servizi è la filosofia di chi pensa che va combattuta la povertà estrema, ma che la disuguaglianza non sia un problema. Dove lo Stato si fa da parte, nascono le università riservate alle élite, lo stesso succede per la sanità. Fa specie che questi discorsi facciano breccia anche in un governo di centrosinistra».

Demolire tutto
Ci sono diversi motivi che spiegano l’eccezione italiana di un welfare tutto di soldi e pochissimo di servizi. Innanzitutto il peso dell’età e quindi delle pensioni. Prendendo come riferimento i dati del 2014 di Italia e Francia, vediamo che il peso delle prestazioni sociali sul Pil è maggiore Oltralpe: 28,8% contro 32,2%. Se guardiamo alle sole prestazioni in denaro, l’Italia invece spende di più in rapporto al prodotto interno lordo: 21,7% contro il 20,5%. Ma è colpa soprattutto delle pensioni che a Roma valgono il 14,1% del Pil e a Parigi il 12,9%. In Germania, le pensioni si mangiano “solo” il 9,1%. Questo porta con sé un altro dato: sull’istruzione il nostro Paese spende il 4% del Pil, terzultimi nel Continente, contro una media europea del 4,9%.

Ma non c’è solo il problema delle pensioni. Negli ultimi dieci anno molto ha pesato la sfiducia nell’intervento pubblico. Dieci anni di inchieste giornalistiche mirate a puntare il dito sugli sprechi dello Stato e una politica che risponde a colpi di spending review hanno generato questi numeri: se nel 2005 la spesa sociale in servizi valeva 116 miliardi (prezzi rivalutati al 2015), oggi ne vale poco meno di 113, nonostante negli stessi anni la spesa sociale complessiva sia cresciuta di oltre 40 miliardi.
Nessuno nega che gli sprechi non fossero reali, ma i tagli spesso hanno buttato via il bambino insieme all’acqua sporca.
«Si è fatto un gran parlare, in questi anni, di spending review come fattore positivo e stabilizzatore dei conti pubblici e i tagli imposti dalla Legge Delrio sono andati proprio in questa direzione», spiega Gabriella Di Girolamo, sindacalista della Funzione Pubblica Cisl, «togliendo però risorse vitali alle Province, un ente di prossimità che, con la mancata approvazione referendaria della riforma costituzionale, si ritrova oggi in un limbo, con risorse insufficienti ma con la funzione costituzionalmente riconosciuta di manutenere le strade, tutelare l’ambiente e l’edilizia scolastica. Sono almeno dieci, ad oggi, gli enti in pre-dissesto finanziario. Un discorso analogo per i Centri per l’Impiego: dovevano essere il perno intorno al quale rilanciare le politiche attive del lavoro, ma oggi i dipendenti degli oltre 550 centri si muovono tra carenze di organico, precariato diffuso e stipendi non erogati».
E poi ci sono le storie personali, come quella di Linda Lomeo, trentasei anni, tre figli. I primi due nati, nel 2009 e nel 2013, sono cascati in anni in cui non erano previsti incentivi o agevolazioni di alcun tipo. La terzogenita, classe 2017, le è valsa invece il mitico bonus-bebè, poco meno di 100 euro al mese. Che sono meglio di niente, ma non ci paghi certo l’asilo nido: «Io poi da questo punto di vista sono a posto perché faccio parte di una cooperativa che gestisce anche tre asili. Ma se non fosse così... per la retta, se non c’è posto negli asili comunali, si spende tra i 500 e i 700 euro al mese, mentre di fatto il congedo di paternità non esiste, limitato come è a tre giorni. La logica dei bonus non è sempre negativa: aiuta le famiglie ad attivarsi autonomamente, a consapevolizzarsi. Quello che però constato è la mancanza di un pensiero corrispondente da parte delle istituzioni, come se fornendo un bonus ci si sgravasse da una corresponsabilità, da una coprogettazione. Lo stesso succede nel campo dove lavoro, l’assistenza ai disabili».

Bonus in cambio di voti
Ad aprile il centro studi della Uil ha fatto il conto di quanto valgono tutti i bonus erogati negli ultimi tre anni prima dal governo Renzi e poi da quello Gentiloni: 50 miliardi di euro. Si va dai famigerati 80 euro in busta paga – atto primo dell’epopea renziana che da solo vale 25 miliardi – al bonus diciottenni, quello per gli insegnanti (anzi due: merito e aggiornamento), bonus bebè, bonus asilo nido, Student Act, 80 euro per i militari, esoneri contributivi per le assunzioni, bonus “Stradivari”, premio alla nascita. È un elenco parziale. Manca nel conteggio della Uil, solo per fare qualche esempio, l’iperammortamento per l’industria 4.0, gli interventi per l’Ape, l’annunciato intervento a favore delle pensioni per i più giovani, il reddito di inclusione per i più poveri, i bonus ristrutturazione e risparmio energetico.
È lo Stato dei sussidiati: un po’ di soldi di qui e un po’ di soldi di là per rattoppare un sistema che non riesce a garantire le pensioni, che non genera crescita economica, che non dà servizi all’infanzia e non fa politiche giovanili. Da una parte lo Stato sociale è stato in parte smantellato, dall’altra la crisi economica rende impossibile ad ampie fasce della popolazione fare affidamento ai soli redditi di mercato.
Il lavoro è stato, in questo senso, il laboratorio principale. Buttato Keynes nella cassetta dei ferrivecchi inservibili, il governo Renzi ha optato per una politica integralmente basata su riduzioni dei vincoli per le aziende e incentivi. Il piano per gli esoneri contributivi del 2015 che ha portato a un picco di assunzioni a tempo indeterminato è costato 15 miliardi, la riedizione 2016 4,3. Con la fine degli incentivi, dato oramai noto, le assunzioni a tempo indeterminato sono crollate. Ed è ripartito l’assalto alla diligenza: poiché, alla fine dei conti, quelli che dovevano essere i reali beneficiari di questa misura, ovvero gli under 30, hanno beneficiato degli aiuti solo in un terzo dei casi, ora si sta studiando la decontribuzione mirata sui più giovani. Sul piatto questa volta però ci sono solo due miliardi. Confindustria – l’appetito vien mangiando – ne chiede 10.
Ma quanto ci è costato creare lavoro tramite gli incentivi? In uno studio realizzato insieme a Fabrizio Patriarca e Marta Fana, l’economista Michele Raitano calcola che ogni posto di lavoro creato con gli incentivi è costato allo Stato tra i 25 e i 50 mila euro. Nella stima più bassa, stiamo comunque parlando del costo annuale di un neo-assunto nella pubblica amministrazione. Secondo Raitano «gli sgravi occupazionali sono inefficaci e iniqui. Inefficaci perché, essendo rivolti a tutti, non concentrano le risorse in quei casi dove è realmente necessario stimolare la domanda di lavoro. Iniqui perché si traducono in un trasferimento di risorse dalla fiscalità generale alle aziende. Ancora una volta, si tolgono soldi al lavoro e si spostano a favore del profitto». Meglio sarebbe stato investire quei soldi in politiche industriali, «ma i risultati si sarebbero visti solo nel tempo mentre qui si guarda al consenso immediato».
La prova, se mai servisse, è nel dibattito di questi mesi: il Pd dilaniato da chi chiede interventi per i pensionati, chi vuole concentrarsi sugli under30. Sempre con un occhio alle urne. La stagione dei bonus, non è ancora finita. C’è da aspettare, almeno, la fine della campagna elettorale.


Pagina 99, 8 settembre 2017

28.10.17

E i morti ci portarono un Faraone (Vincenzo Vasile)

Fratelli Rosciglione / Statuette di zucchero
Immancabile, il sottosegretario alla Salute, Davide Faraone, fedelissimo di Renzi, ha tirato fuori la sua pensata per fare argine al populismo galoppante. Un referendum per abolire lo statuto di autonomia speciale, anzi due: ce ne vuole anche uno per il Ponte sullo Stretto, venghino venghino siori alla riffa delle illusioni, ha aggiunto con piglio spavaldamente renziano. Peccato che la proposta sia assolutamente irrealizzabile, una cosa molto "catalana" (all'incontrario), perché - come dovrebbe essere noto a un ex-sottosegretario all'Istruzione, neolaureato dopo tanti anni fuori corso in scienze politiche -, lo statuto siciliano fa parte integrante della Costituzione italiana nella quale fu inglobato dai Costituenti, dopo essere stato promulgato per decreto luogotenenziale: quando la Sicilia divenne regione l'Italia non era ancora Repubblica ed era in vigore lo Statuto Albertino. E la nostra Costituzione non prevede simili referendum abrogativi per essere riformata e mutilata. La procedura è più complicata assai, come avrebbero dovuto accorgersi a casa Pd già il 4 dicembre dell'anno scorso. Per non dire che l'ex fuoricorso è l'esponente di una forza politica che viene dalla fusione di due tradizioni, quella popolare e quella di sinistra, che in Sicilia sono state protagoniste dell'autonomismo, per cui qualche libro di storia, magari a dispense nelle edicole, avrebbe potuto sfogliarlo, invece di fare il populista per contrastare i populismi, inventandosi un paio di referendum perché non si sa o non si vuole procedere a vere riforme. (L'uso dell'autonomia speciale che quella classe politica ha fatto, è ben altro discorso, più serio delle sparate fuoricorso).
Siccome siamo prossimi al 2 novembre mi è balzato in mente che fino a qualche tempo addietro in questi giorni arrivavano a casa dei bimbi palermitani con anticipo di quasi due mesi rispetto al Natale, invece abbastanza snobbato, i regali delle feste invernali. E si imparava una poesiola relativamente ottimistica, nonostante la funerea ricorrenza. Diceva così:
Armi santi, armi santi
Io sugnu unu e vuatri siti tanti
Mentri sugnu ‘ntra stu munnu di guai
Cosi di morti mittiminni assai.
(Anime sante, anime sante,
io sono uno e voi altri siete tanti
mentre sono in mezzo a un mondo di guai
i regali dei Morti mettetemene assai)
Insomma, una visione laica, anzi pagana, della morte (e della vita) traluceva da questa canzoncina popolare che i bambini di Palermo recitavano per la "Festa dei Morti", il secondo giorno di novembre. Non so se tale tradizione resista, ma questa filastrocca che veniva spacciata per una preghiera, era in verità un invito alla speranza: ci si augurava di ricevere un sacco di regali "portati" dai morti di famiglia, dagli antenati, e fatti trovare ai piedi del letto, messi lì per allietare il risveglio dei bambini con una sorpresa. Solitamente "i cosi ri morti", le cose dei morti, i loro doni, erano "pupi di zucchero" che riproducevano ballerine dalle vesti multicolori e cavalieri dipinti con tinte altrettanto sgargianti, assolutamente in controtendenza con il luttuoso nero e viola dei paramenti funebri nelle chiese. E si scherza sui Morti, spesso in Sicilia. Per esempio, quando spunta qualcuno o qualcosa di sgradito, quando capita una brutta sorpresa, ci si domanda: "ecché mu misiru, i muorti?" (me l'hanno messo i morti questo bel tipo?). Ecco: questo Faraone, ce l'hanno messo i morti?!


Da fb, 27 ottobre 2017

Equivoco in trattoria (Vincenzo Talarico)

31 dicembre 1966
Al pari della poltrona di Molière alla «Comedie française», c’era un tavolo d’angolo in una trattoria di via Sardegna molto frequentata da stranieri, che viene orgogliosamente mostrato come un cimelio. Paolo, il proprietario, racconta volentieri la storia di quel suo strano cliente degli anni ’50. Era un americano dall'aspetto e dai vestiti dimessi, il volto coperto da barba quasi bianca, parlava discretamente l’italiano, al contrario della signora che lo accompagnava, la quale si esprimeva soltanto a monosillabi, nella sua lingua. Lui e lei, più che una coppia di turisti, facevano pensare a rifugiati politici, tanto che l’oste mai, prendendone le ordinazioni, si sognava proporre vini in bottiglia o piatti di primizie. Il «Frascati» comune andava benissimo e così i cibi più semplici. Le maniere cordiali del «barbone» avevano, comunque, talmente conquistato Paolo che, a un certo punto, cominciò a trattare lui e sua moglie con tutti i riguardi senza peraltro calcare la mano sui prezzi. Per lunghi mesi, addirittura per anni, qualche volta anche due volte al giorno, i due andarono a sedersi al solito angolino.
Una sera in quella trattoria entrò il neo commendatore Vittorio De Sica. Naturalmente, tutte le attenzioni erano per l’attore e regista famoso. A un altro tavolo, un giornalista si godeva la scena. Quando, ossequiatissimo, il «poeta dello schermo» andò via, il giornalista chiamò Paolo in disparte e gli disse indicandogli il cliente barbuto «Scommetto che lei non sa chi è quello li». «Viene da tanto», rispose il trattore, «Mi fa simpatia e gli pratico, perciò, prezzi di favore». Il giornalista scoppiò a ridere, quindi incalzò: «Prezzi speciali? Ma lo sa che quello è miliardario e come celebrità e tutto il resto vale almeno diecimila De Sica?» Paolo guardò preoccupato l’interlocutore, forse voleva ribattere qualche cosa ma l'altro non gliene diede tempo: «Quello, nientedimeno, è Hemingway!» «Lo scrittore?» «Sì proprio lui!» La luce si fece nella mente di Paolo che, in qualche parte, aveva visto una fotografia dell’autore di Addio alle armi. Si precipitò subito verso l'americano e gli disse: "Lo sa che lei mi deve dare almeno 100 mila lire?". "E perché mai?" "Perché non l'avevo riconosciuto e le facevo i prezzi ridotti". "Paolo ti prego non credere fandonia miei miliardi, io essere povero perché pago tasse e in America non si scherza".

Stampante. Una poesia di Attilio Lolini

In questo museo
di porcherie
che visito (occidente)
peccatore redento
del passato mi pento

inneggio al cicaleggio

volteggio davanti
al babbeo
magnifico rettore
dell’ateneo

ho una crisi mistica
dico bene della saggistica

e non mi pare male
il poeta montale

mi metto in pista
per diventare giornalista
per far le recensioni
ai poeti babbioni

senza vergogna
son diventato carogna.


Carte da sandwich, Einaudi, 2013

27.10.17

Una costatazione elementare (Franco Fortini)

[1963]
C’era una costatazione elementare da compiere. Qualcosa che tutti sappiamo ma non diciamo. E cioè: che un grande numero dei nostri compagni ed amici sono diventati i nostri avversari e nemici. Lo so da molto tempo ma me ne sono reso conto, qualche sera fa, invitato all’anteprima del Galileo di Brecht al Piccolo Teatro. Guardavo quel pubblico. C’era quasi tutta la Milano intellettuale della sinistra e del centro. Uomini e donne che avevo conosciuto quindici anni, dieci anni prima. Se avessi potuto parlare con ognuno di costoro molto probabilmente mi sarei trovato quasi sempre d’accordo. Non pochi erano dei seduti, degli arrivati; non tutti però o non sempre. Ma quello che li accomunava era la silenziosa forza, la forza del silenzio spontaneamente congiurato contro l’Altro.


Da L'ospite ingrato. Testi e note per versi ironici, De Donato, 1966

Emma Goldman. In Italia? Mai, ma per il regio prefetto...

Nella sua lunga vita l'anarchica lituana Emma Goldman è stata in numerosi paesi, mai nel nostro.
Eppure un telegramma prefettizio all'attenzione del ministro Bocchini, capo dell'Ovra - la polizia segreta fascista - segnala che Emma Goldman tra la primavera e l'estate del 1928 avrebbe attraversato l'oceano, dagli Stati Uniti alla Francia, “con lo scopo di esplicare più facilmente attività deleteria a danno del regime. Pregasi disporre attiva vigilanza, fermo e perquisizione personale e bagagli, qualora rientrasse Regno, informandone questo ministero”.
Chi si è occupato di storia, sa quanto i fantasmi anarchici abbiano fatto passare notti insonni alle persone preposte alla sicurezza del Regno. E quanti omonimi di Malatesta o di altri abbiano avuto problemi, fermi, arresti a causa della leggerezza con cui tanti sbirri hanno svolto il loro lavoro.
Un altro documento del 1939 (un anno prima della sua morte in Canada) segnala Goldman nell'elenco delle “persone ritenute capaci di commettere attentati od atti inconsulti” del Ministero dell'Interno. Un bell'onore per chi mai pose piede in Italia.


La notizia, senza firma, è stata pubblicata sul numero di ottobre 2017 di “A Rivista anarchica”, che ringraziava per la documentazione (trovata presso l'Archivio di Stato di Livorno, Fondo Questura, Cat. A2, “Progetti di attentati”, 1935-1943) Marco Rossi, autore di numerosi libri e collaboratore della rivista.

26.10.17

1955, la guerra dei realismi. Salinari e Alicata contro Pasolini (Ottavio Cecchi)

■ La tradizione idealista, storicista ed hegheliana che in Italia (ha ragione Geno Pampaloni) coinvolge sia la destra che la sinistra l’ha avuta vinta due volte su Pier Paolo Pasolini e sul suo «pessimismo cristiano»: la prima, quando lo attaccò per i suoi romanzi, la seconda, quando lo beatificò e lo imbalsamò. Il pessimismo e il disordine cristiano dell’autore di Ragazzi di vita erano facilmente riconoscibili in quella stessa tradizione e perciò altrettanto facilmente riconducibili all'ordine mediante l’ostracismo o l’appropriazione.
Ragazzi di vita uscì nel 1955, quarantanni fa. Se oggi si scorrono le cronache di quella discussione tra pochi addetti ai lavori, in seguito dilatata fino ai margini del possibile, si conclude che il «dibattito» non fu poi gran cosa: ma fu spesso cattivo, pettegolo e in fin dei conti misero.
Naturalmente ci scappò il processo. Il crimine: pubblicazione oscena. Pasolini dovette raccomandarsi agli amici e agli accademici per ottenere quell’assoluzione che i giudici sentenziarono dopo che si erano mossi Gianfranco Contini, Giuseppe Ungaretti, Giuseppe De Robertis, Alfredo Schiaffini, Carlo Bo e altri. Nell’Italia ancor fresca del voto generosamente accordato alla Dc, nell’Italia che procedeva lungo la via dell’espansione economica, più dei valori letterari contavano i valori religiosi. Su questi valori, nel momento delle testimonianze, puntarono le loro carte anche i letterati a difesa.

Riccetto e i suoi compagni
Sotto accusa era la storia narrata (il ragazzo Riccetto e i suoi compagni nella cupa allegria di una Roma sottoproletaria), il linguaggio osceno e la lingua, cioè quel romanesco di laboratorio che Pasolini aveva inventato per i suoi ragazzi. Convenne ai testimoni dire anzitutto che l’opera era ispirata a «valori religiosi» e poi (Ungaretti) che al romanziere spetta il libero compito di «rappresentare la realtà com’è». D’altra parte, scrisse Bo, il romanzo, non soloo «ha un grande valore religioso perché spinge alla pietà verso i poveri e i diseredati», ma non è osceno perché «i dialoghi sono dialoghi di ragazzi che non si esprimono bene; e l’autore ha sentito la necessità di rappresentarli così come in realtà». I giudici emisero una sentenza di assoluzione, nella quale si poteva leggere persino qualche apprezzamento letterario del libro di Pasolini.
Ragazzi di vita portava nelle sue pagine il fardello del morente neorealismo. Fu quindi letto da parte dei responsabili della «politica culturale» del partito comunista come una trasgressione. A quel tempo, era molto forte la presenza di uomini come Mario Alicata, come Carlo Salinari, che sostenevano il passaggio dal neorealismo al realismo nel cinema, nelle arti e nelle lettere, il libro di Pasolini non piacque a quegli uomini: che non vedevano di buon occhio, perché non «nazionale», non unitario l’uso del dialetto; per di più, Pasolini lo aveva ricostruito in laboratorio. Essi non parlarono di valori religiosi come faranno i testimoni al processo, ma di valori morali. Mentre il realismo veniva invitato a occuparsi anche di borghesi e non solo di operai e di lavoratori, quegli uomini videro come una deviazione l’interesse di Pasolini per il sottoproletariato. Da questa prospettiva, fu facile persino a studiosi di grande finezza intellettuale come Carlo Salinari attribuire e rimproverare a Pasolini un «contenuto reale» del suo romanzo: «Il gusto morboso dello sporco, dell’abietto, dello scomposto e del torbido». La citazione si trova a pagina 430 del saggio Pasolini, Requiem, l’autore, Barth David Schwartz, l’ha enucleata dallo scritto di Carlo Salinari apparso su “Il contemporaneo” del 9 luglio 1955. (Il libro di Schwartz è appena uscito da Marsilio).
Più cauto, più attento, Gaetano Trombatore, su “l'Unità”, cercava di scandagliare la struttura di Ragazzi di vita posando lo sguardo sui due livelli stilistici, il parlato e il dialetto-gergo: «Il parlato è tutto dialetto e gergo. Nel narrato domina invece una lingua tutta letterariamente acchitata, nella cui trama però si inseriscono clausole e locuzioni dialettali e gergali e altre preziosità. Il parlato è tutto dei personaggi, il narrato è dello scrittore».
Pasolini rispose a Salinari e a Trombatore con un articolo su “Officina”, accusandoli di «crudezza» e di «durezza ideologico-teorica», viziata da quello che Lukàcs chiamava «prospettivismo».
La discussione non oltrepassò le mura di circoli ristretti: fu un discorso elitario, politico e poco letterario, costretto nei limiti della «politica culturale».

Processo allo scandalo
Dopo il processo intentato dalla Procura della Repubblica di Milano contro Pasolini e il suo editore, Garzanti, i giornali e la pubblica opinione si impossessarono del processo, della sentenza e della personalità «scandalosa» dell’autore di Ragazzi di vita, fu il momento del successo e dell’aumento delle vendite di un libro che la denuncia aveva fatto sparire dalle librerie.
Di che cosa parlò il cittadino cosiddetto medio dopo la lettura? Parlò del dialetto-gergo e delle «oscenità». Disse che quella lingua non era parlata da nessuno in Italia e che altro non era che turpiloquio. L’Italia badava al boom, non aveva tempo da perdere.


“l'Unità”, 20 ottobre 1995

1900. Morte ai diavoli stranieri! In Cina la rivolta dei boxer (Renata Pisu)

Renata Pisu, sinologa, giornalista, scrittrice, donna di grande cultura e, insieme, di grande semplicità e umana simpatia, dopo gli studi nella Cina Popolare degli anni 50, cominciò la sua lunga e intensa carriera giornalistica scrivendo a puntate, per il settimanale “ABC” diretto da Gaetano Baldacci, una storia della Rivoluzione cinese ed ha sempre amato, di tanto in tanto, “tornare alle storie”. Questa sua rievocazione della rivolta dei boxer mi pare assai vivida ed efficace. (S.L.L.)

Nell'afosa estate di Pechino, esattamente cento anni fa, si consumò la tragedia del lungo assedio al quartiere delle legazioni straniere e del massacro indiscriminato di civili cinesi compiuto dalle forze del contingente internazionale arrivate per "difendere la civiltà" dalla furia dei Boxer. Non erano "caschi blu" i russi, gli italiani, i francesi, gli inglesi, gli americani i giapponesi e i tedeschi che si impegnarono in Cina in una missione militare comune (Peace-enforcing, si direbbe oggi), in un certo senso antesignana degli interventi umanitari, con armi più o meno "intelligenti", che hanno contrassegnato l'ultimo decennio del XX secolo, un secolo che ha ricevuto l'estrema unzione con l'intervento in Kossovo ed il battesimo con la Guerra dei Boxer. O forse sarebbe meglio dire con la guerra contro la Cina, un immenso paese in sfacelo, una torta da sbocconcellare, un corpo malato da smembrare. Allora non esisteva l'Organizzazione delle Nazioni Unite ma le potenze più industrializzate, Giappone compreso (le stesse di oggi), concertarono comunque un intervento armato contro un paese sovrano qual era l'Impero cinese, per difendere i propri connazionali, i propri interessi e i cinesi convertiti al cristianesimo, dalla furia xenofoba degli accoliti di una società segreta, quella dei Pugni Giusti e Armoniosi, i quali praticavano la boxe magica (per questo sono passati alla storia come i Boxer, i pugilatori) e si illudevano che bastasse scacciare gli stranieri, divellere le rotaie dei loro "carri di fuoco" (in cinese si chiama così il treno), per sanare il Celeste Impero da tutti i suoi mali.
Raccolti in bande di disperati - erano per lo più braccianti, battellieri, facchini, vagabondi, artigiani e piccoli bottegai in rovina, venditori ambulanti, maestri con i loro scolari, monaci taoisti, tutti giovanissimi - imperversavano già da qualche anno nella Cina settentrionale prima che le notizie della loro folle violenza arrivassero sulle prime pagine dei giornali occidentali. Così li descrive in una sua "memoria" al Trono un prefetto che il 22 maggio del 1900 andò a visitare un loro accampamento entro la cinta di un tempio: "Vidi che erano tutti ragazzi di tredici o quattordici anni, il più piccolo non aveva superato gli otto. Dopo aver salutato le divinità ed essersi rispettosamente piazzati ai due lati dell'altare, i giovinetti assunsero improvvisamente un aspetto morboso, la faccia rossa, lo sguardo fisso; dalle loro bocche usciva una schiuma bianca; si misero a gridare e a ridere e si dettero calci e pugni, anche quelli più piccoli saltavano a un'altezza di parecchi piedi. Avanzavano e indietreggiavano, si alzavano e si coricavano, si giravano in avanti o all'indietro come se fossero diretti da un solo uomo. Un vecchio mi disse che erano gli dei che entravano nei corpi dei ragazzi e che questa era chiamata la boxe divina. Dopo diciotto giorni di esercizio arrivavano alla perfezione, cioè diventavano invulnerabili alle pallottole dei diavoli stranieri".
Nei proclami dei Boxer si leggeva: "La Chiesa cattolica e gli occidentali insieme complottano per distruggere la Cina. Hanno dilapidato il denaro del nostro paese, demolito i nostri templi, distrutto le effigi dei Budda, usurpato le terre dove il popolo ha le sue tombe. Milioni di persone li odiano". Ma i Boxer odiavano anche la dinastia regnante, la Qing. Si riallacciavano infatti, come sostengono gli storici cinesi contemporanei, alla tradizione delle società segrete che, nella storia costante dell'assolutismo cinese, hanno sempre costituito l'unica forma di opposizione al Potere: i loro accoliti, imbevuti di insegnamenti esoterici e di superstizioni, sono sempre stati (e potrebbero esserlo ancora oggi, come sembra temere Pechino che l'anno scorso ha messo fuori legge e perseguita la setta Fa Lun Gong) come un fuoco che cova sotto la cenere e che può divampare da un momento all'altro, come una tigre che si risveglia e che qualcuno può essere tentato di cavalcare. Allora fu l'Imperatrice Vedova Ci Xi, “il Vecchio Budda”, a cavalcare la furia dei Boxer il cui obiettivo di lotta, agli inizi, era: "Sterminare gli stranieri, rovesciare i Qing". Ma poi, manovrati dalla Corte, si diressero unicamente contro i "diavoli stranieri" e dilagarono, nei primi cinque mesi del 1900, nelle campagne e nei villaggi intorno a Tientsin e a Pechino che occuparono il 14 giugno, massacrando i cinesi convertiti, dando alle fiamme tutte le proprietà degli occidentali, colpendo a morte, per strada, il 20 giugno, il Ministro tedesco Von Ketteler. Il giorno dopo l'Imperatrice Vedova dichiarava guerra all' Occidente intero - una mossa avventata che sarebbe costata cara alla Cina, non a lei personalmente che gli occidentali vollero mantenere al potere - e i Boxer posero sotto assedio il quartiere delle undici Legazioni straniere rappresentate nella capitale. Lì rimasero intrappolati fino al 14 di agosto, 475 civili stranieri, 450 militari di otto nazioni, duemila cinesi cristiani e circa 150 cavalli da corsa che fornirono carne fresca alla piccola comunità che aveva organizzato la difesa costituendo diverse unità di combattimento divise per nazionalità, con i comitati di emergenza formati in gran parte da missionari. Sotto assedio e con ancora maggiore penuria di viveri e di munizioni, rimase per due lunghi mesi anche la cattedrale di Bei Tang, dove erano barricati tremila cinesi cattolici, comprese 850 scolare, difesi da 43 marinai, 31 francesi e 12 italiani, la metà dei quali morirono uccisi dai Boxer.
Ma i Boxer morirono invece a migliaia perché non erano affatto "invulnerabili", come si ostinavano a credere lanciandosi all' assalto senza nessuna copertura. Se l'assedio fu una tragedia (morirono 76 combattenti stranieri, 6 bambini occidentali e qualche centinaio di convertiti cinesi), la vera carneficina si ebbe nelle campagne e nei villaggi dove i Boxer trucidarono più di 200 missionari cattolici e protestanti e più di 30 mila cristiani cinesi. Quando, il 13 agosto del 1900, le truppe internazionali entrarono a Pechino, un giovanissimo giornalista italiano, Luigi Barzini, inviato del Corriere della Sera, scrisse che ""la bandiera della nostra civiltà avrebbe dovuto essere ammainata a lutto". Il Kaiser aveva detto ai soldati tedeschi prima che si imbarcassero: "Siano completamente alla vostra mercé tutti coloro che cadono nelle vostre mani. Non prendete prigionieri, uccidete. Fate che il nome della Germania diventi famoso in Cina come quello di Attila che alla testa degli Unni conquistò gloria nella storia. Che nessun cinese osi più guardare negli occhi un tedesco!". Non solo i tedeschi ma anche i soldati di tutti gli altri paesi "civili" si comportarono secondo i consigli del Kaiser: Pechino fu ridotta a un cumulo di macerie, il Palazzo Imperiale fu saccheggiato, i volumi della Biblioteca Imperiale servirono ad alimentare i fuochi dei bivacchi, ai margini delle strade si ammassavano i cadaveri dei cinesi uccisi per "esercitazione".
Un testimone della carneficina, l'inglese Putnam Weale, scriveva: "Uno strano giovanotto di una delle legazioni occidentali si offriva sempre di fare la parte del boia. Era eccitatissimo e mi fece un discorso che non dimenticherò mai. Avete visto i pozzi vicino alla Porta Orientale dove si sono buttate tutte quelle donne cinesi per paura dei nostri soldati? Quando riescono a prenderne una e a violentarla, mi invitano sempre ad assistere. Che ridere!". Gli storici cinesi marx-maoisti, sia pure a mezza voce, hanno sostenuto che l'insurrezione dei Boxer è stato "il primo grande movimento contro il colonialismo moderno la cui forza ha costretto le potenze occidentali a rinunciare al progetto di spartizione della Cina". Qualunque sia il verdetto finale - che non vi sarà perché potrebbe essere soltanto di matrice ideologica - resta la cronaca dei massacri perpetrati.


“la Repubblica”,10 agosto 2000  

Nascita di Cristo. Una poesia di Federico Garçia Lorca

1947 - Natale a New York
Un pastore chiede latte per la neve che ondula
bianchi cani stesi fra sorde lanterne.
Il Cristo di fango ha diviso le dita
fra i fili eterni del legno rotto.

Ecco le formiche e i piedi intirizziti!
Due fili di sangue spezzano il cielo duro.
I ventri del demonio risuonano per le valli
colpi e risonanze di carne di mollusco.

Lupi e rospi cantano nelle verdi legnaie
coronate da vivi formicai dell’alba.
La luna ha un sonno di grandi ventagli
e il toro sogna un toro di buchi e di acqua.

Il bimbo piange e guarda con un tre sulla fronte.
San Giuseppe vede nel fieno tre spine di bronzo.
I panni esalano un rumore di deserto
con chitarre senza corde e voci decapitate.

La neve di Manhattan spinge gli annunci
e dona grazia pura alle false ogive.
Sacerdoti idioti e cherubini di piuma
seguono Lutero sugli alti angoli.


Da Poeta a New York (1932), Guanda, 1962 – Traduzione Carlo Bo

Martin Lutero, grande riformatore e profeta della borghesia (Eros Barone)

Il quinto centenario della Riforma protestante induce a richiamare l’attenzione sull’importanza e sulla forza della personalità di quell’ex monaco agostiniano che risponde al nome di Martin Lutero. Importanza e forza che spiegano come la figura di Lutero abbia suscitato echi profondi anche nelle file della socialdemocrazia tedesca e del movimento comunista internazionale. Correva l’anno 1890 quando Antonio Labriola, il primo e forse il maggior teorico marxista del nostro Paese, avviò una corrispondenza di eccezionale interesse con Friedrich Engels, cofondatore, insieme con Karl Marx, del socialismo scientifico e figura prestigiosa della Seconda Internazionale, e con Filippo Turati, fondatore e direttore della rivista “Critica Sociale”, nonché esponente di primo piano del movimento socialista italiano che di lì a poco, nel 1892, si sarebbe costituito in partito. Un documento importante dell’impegno pratico profuso da Labriola nella formazione del partito socialista è costituito, a questo proposito, dal messaggio di saluto al congresso della socialdemocrazia tedesca, tenuto a Halle nell’ottobre del 1890, che Labriola redasse d’accordo con Turati. In esso troviamo l’auspicio di un rapido progresso del movimento operaio internazionale, insieme con affermazioni classicamente marxiste, e una conclusione molto significativa, che vale la pena di riportare: «Voi congregati ad Halle potrete esclamare come Lutero innanzi alla Dieta dell’Impero: «Noi siamo qui e noi non possiamo altrimenti» [frase che in tedesco suona: “Hier stehe ich, und kann nicht anders”]. Ma non soggiungerete come Lutero: “Dio, aiutaci”, anzi direte: “questo è il fatto della storia”; - e in tale sentimento è la insegna e la sicurtà del nostro diritto. Salute e fratellanza!». Il riferimento a Lutero, in quanto emblema di coraggio e di fermezza, è peraltro un ‘topos’ ricorrente nella letteratura comunista della fine dell’800 e dell’inizio del ’900, come dimostrano anche le pregnanti considerazioni che Stalin espresse verso la fine del 1920 nell’articolo intitolato Tre anni di dittatura del proletariato: «La Russia sovietica vivrà, si svilupperà e vincerà i suoi nemici. È certo che il nostro cammino non è dei più facili, ma è anche certo che le difficoltà non ci mettono paura. Parafrasando le note parole di Lutero, la Russia potrebbe dire: “Mi trovo qui, al confine tra il vecchio mondo capitalistico e il nuovo mondo socialista; qui su questo confine io unisco gli sforzi dei proletari dell’occidente con gli sforzi dei contadini dell’oriente al fine di sconfiggere il vecchio mondo. Mi aiuti l’Iddio della storia». E «l’Iddio della storia» è stato dalla parte della rivoluzione russa e della classe operaia internazionale per alcuni indimenticabili decenni.
Così Antonio Labriola, sul finire del XIX secolo, evocò in terra tedesca il protagonista della Riforma protestante. Avrebbe potuto aggiungere, se non fosse stata una postilla in qualche misura pedantesca, che allora i socialisti si riconoscevano (e oggi i comunisti si riconoscono) nell’ala rivoluzionaria della Riforma, da cui sarebbero germinati gli anabattisti, negatori, in nome di Dio, del principio della proprietà privata e sostenitori del comunismo religioso ed egualitario, propagandisti ed organizzatori dei moti contadini di quel periodo storico: ala che ebbe come massimo rappresentante Thomas Müntzer. Nel maggio 1525, mentre si estendeva a tutta la Germania la rivoluzione contadina, Martin Lutero fece dunque una scelta forse ancor più importante, per le conseguenze che ebbe, di quella che nel 1521, con grande coraggio e forza d’animo, aveva compiuto davanti all’imperatore Carlo V e alla sua corte in occasione della Dieta di Worms, quando pronunciò la frase famosa citata da Labriola. Il protagonista della Riforma pubblicò infatti, per rafforzare l’appoggio dei principi e della borghesia al suo movimento religioso, uno scritto intitolato Contro le masnade dei contadini saccheggiatori e assassini, che conteneva una presa di posizione decisa e durissima contro i contadini in rivolta e in favore delle autorità e dell’ordine costituito. In questo scritto ricorrono anatemi ed incitamenti che fanno rabbrividire per la violenza della repressione che viene invocata: «…essi [i contadini] predano e infuriano e fanno come i cani arrabbiati; da ciò appare…come fosse solo menzogna e doppiezza quello che hanno proclamato nei dodici articoli [si tratta del programma politico-sociale dei contadini]…In questo caso un principe e signore deve pensare d’esser servo e ministro di Dio e dell’ira sua…e che appunto contro tali ribaldi gli è data la spada…Per la qual cosa…ferisca, scanni, strangoli chi può…in obbedienza alla parola ed al volere di Dio…per salvare il prossimo dall’inferno e dai lacci del demonio…questo è il tempo dell’ira e della spada, non quello della grazia» .
Per quanto riguarda il duplice profilo di riformatore religioso e di profeta della borghesia, che caratterizza la personalità intellettuale di Lutero, merita di essere rammentato, in questa sede, un rilievo estremamente acuto formulato da un grande poeta e saggista della seconda metà del Novecento, Franco Fortini, il quale, nel delineare la sua “via al marxismo”, partita dall’ebraismo paterno e passata dal protestantesimo valdese, si è soffermato su un punto capitale della riforma luterana, ossia sulla negazione della presenza reale del corpo di Cristo nell’ostia consacrata. È questo un punto che merita di essere approfondito, andando oltre la celebre ‘boutade’ di Voltaire che, nel tratteggiare sarcasticamente le differenze tra cattolici, luterani e calvinisti rispetto all’eucaristia, soleva dire che i primi ingeriscono il corpo e il sangue di Cristo (transustanziazione), i secondi il corpo e il sangue assieme al pane e al vino (consustanziazione) e i terzi soltanto il pane e il vino (in ricordo della sacra cena). Orbene, la disputa, come è noto, concerne la presenza simbolica o non simbolica (quindi reale) del corpo di Cristo, talché nella visione cattolica della transustanziazione una persona, un oggetto, un evento è “quello che è” e nel contempo è “allegoricamente” altro, il che significa che esistono livelli d’interpretazione degli eventi biblici che sono al tempo stesso prefigurazione, profezia ecc. Avviene pertanto che l’esistenza concreta, singola e temporale, trova la sua ragione in un ‘al-di-là’ di essa, in un adempimento, di cui essa è solo l’anticipazione. Così, l’idea di un’identità che si deve realizzare sia sul piano storico sia sul piano extratemporale è qualcosa che, secondo Fortini, trova conferma non solo nel dogma cattolico della transustanziazione, ove l’ostia è ostia e corpo di Cristo (e ha perciò un significato allegorico), ma anche in tutt’altro campo, ad esempio nella sfera della cosiddetta psicologia del profondo, dove come nel sogno una persona o una cosa è quella ed è altro. Concepire questo tipo di contraddittorietà è certamente insostenibile per la logica formale, non per la logica dialettica: basti pensare al valore della merce così come è analizzato da Marx nella prima sezione del primo libro del “Capitale”, valore che, a livello della singola merce, si sdoppia in valore d’uso e valore di scambio. Sennonché, tornando a Lutero, Fortini sottolinea che il riformatore sassone aveva torto, nel senso che porre il rapporto tra simbolo (ostia) e cosa simboleggiata (sacrificio di Cristo) equivale ad anticipare la divisione interna alla personalità umana, rappresentata in modo paradigmatico dal verso di Goethe che fa dire a Faust nel suo poema: «Zwei Seelen wohnen, ach! in meiner Brust», che in italiano si traduce nel modo che segue: “Dentro il cuore, ah, mi vivono due anime”, laddove Goethe precisa: “e una dall’altra si vuole dividere”: una divisione che è essenziale al mondo borghese in quanto mondo della scissione.
D’altra parte, rispetto alla “positività” cattolica secondo cui la grazia divina può essere conseguita con le opere e con la liturgia dei sacramenti, va riconosciuta l’originalità dialettica che contraddistingue l’interpretazione che della fede dà Lutero, laddove egli ritiene che opposizione e contraddizione siano i tratti peculiari del rapporto tra Dio e l’uomo, talché proprio da questa premessa dialettica deriva la sua ripulsa di quella concezione mediocremente utilitaria di tale rapporto che giungeva sino al commercio delle indulgenze. Per Lutero l’esperienza di fede è impregnata invece di una drammatica negatività e si esprime come una “unità paradossale”, basata sull’antinomia fondamentale per cui «Dio, per salvare, perde». L’essenza della teologia luterana è infatti racchiusa nella concezione secondo cui non nella gloria, ma nel suo opposto, nell’umiliazione della croce, si manifesta la potenza di Dio. Così, l’opposizione tra l’uomo e Dio pervade, secondo Lutero, tutta la vita del credente e la fede consiste proprio nell’unione di questi opposti, dimodoché il credente è “simul peccator et iustus”: nella realtà del mondo è un peccatore, ma nella fede è giustificato. È evidente che attraverso queste antinomie Lutero riprende l’insegnamento di Paolo (un insegnamento che, coniugandosi con l’attività organizzativa dispiegata da questo ebreo convertito, è talmente costitutivo del cristianesimo da rendere necessaria, sia sul piano storico che su quello teologico, la sostituzione di quel termine con il termine di paolinismo). Secondo la concezione dell’“apostolo dei Gentili”, nella fede essere e non essere, sapienza e stoltezza, si trasformano l’uno nell’altro: la redenzione è «stoltezza di Dio», che si realizza negli opposti; «Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato e ciò che è nulla per ridurre a nulla le cose che sono». È indubbio che la ‘forma mentis’ a cui corrispondono questi asserti sia dialettica, così come è indubbio che, a prescindere dal fatto di credere o di non credere nell’esistenza di Dio, il movimento suscitato dalla predicazione di Paolo e dalla Riforma di Lutero siano fatti storici reali, talché non si possono disconoscere né la carica dirompente che l’insegnamento di Lutero ha avuto né il colpo micidiale che esso ha dato ad un mondo spirituale ossificato.
In conclusione, il cinquecentesimo anniversario della Riforma luterana, che cadrà il prossimo 31 ottobre (giorno, secondo la tradizione, in cui il monaco agostiniano affisse le 95 tesi, da lui redatte, sul portale della cattedrale di Wittenberg), se costituisce uno stimolo a discutere ed approfondire, sul piano storico, religioso, politico e teologico, la figura e il pensiero del protagonista di tale riforma, non deve però essere un pretesto per avvolgere in un mistico alone di indeterminatezza ‘ecumenica’ ed immergere in una pesante nebbia di omissioni o reticenze i precisi e talora inquietanti contorni della personalità di Martin Lutero (basti pensare a temi come il cesaropapismo, di cui lo scritto contro i contadini testé citato è un esempio impressionante, l’antisemitismo, le persecuzioni scatenate contro le streghe nei secoli XVI e XVII, che unirono cattolici e protestanti, e il rapporto della Chiesa luterana con il regime nazista). Quei precisi ed inquietanti contorni della personalità di Martin Lutero, che un grande poeta della storia, quale è Giosuè Carducci, ha saputo incidere con acume dialettico pari alla finezza letteraria in due sonetti dedicati al grande riformatore […]

da “Sinistra in rete”

La lucidità di Pasolini (Francesco De Gregori)

Stupisce che ancora oggi si tenda a guardare la vita di Pasolini attraverso la sua fine, drammatica e spettacolare quanto si vuole ma certo non voluta, non cercata e forse nemmeno così «simbolica» come fin dal primo momento si volle dire. Riferirsi alla vita di Pasolini attraverso l’imbuto della sua morte rischia di attenuare la portata di quella che fu la sua vitalità generosa, la sua geniale capacità di donarsi al suo tempo, finisce per trasformare un episodio di cronaca nera - per quanto ambiguo ed irrisolto possa essere - in un segno del destino, in una vocazione esistenziale. Mi sono imbattuto quest’estate a Graz in una mostra di quadri e disegni di Pasolini intitolata - con disastroso stravolgimento del titolo di una sua raccolta di poesie - «Organizzar il trasumanar». In questa mostra che a quanto mi risulta non verrà in Italia (e ciò mi sembra, a parte ogni altra considerazione, scandaloso) tutta l’opera di Pasolini - non solo quella pittorica - sembra doversi inquadrare in una prospettiva di morte annunciata, ai predestinazione letale, di fascinosa cognizione dell'esito finale. Contrastano con tutto ciò le foto pubblicate nel catalogo: Pasolini che gioiosamente ritrae Maria Callas su una spiaggia, la riproduzione di un quadro con una conchiglia incollata sopra (Ninetto Davoli dovette impazzire per trovargliela). Pasolini che usa, al posto dei colori, l’inchiostro, la terra, la colla, il gesso, il vino. E al posto dei pennelli le mani e le dita. E lui quasi buttato sul foglio disteso a terra: il suo corpo ostinatamente vivo gettato nella lotta senza mediazioni.

"l'Unità", 28 ottobre 1995

“Caro amico, sono infelice per te…”. Luglio 72, Maria Callas scrive a Pasolini

"Posto" qui la lettera scritta da Maria Callas a Pier Paolo Pasolini nel luglio 1972 per consolarlo dell'abbandono da parte di Ninetto Davoli, tratta dal libro Casta Diva di Bruno Tosi e pubblicata come anticipazione dal “Corriere della sera”. (S.L.L.)
Da sinistra Ninetto Davoli, Pier Paolo Pasolini, Maria Callas
Ho ricevuto il libro poi la tua cara lettera. Sono infelice per te – ma contenta che ti sei confidato con me. Caro amico – sono infelice che non posso essere vicina in questi momenti difficili per te – come lo sei stato tu spesso con me. Tu sai bene in fondo - anche se ti addoloro con questa predicuccia piccola – la realtà è quella che devi affrontare ma non puoi perché non vuoi. Ci riuscirai – ci sono riuscita io – donna con tanta sensibilità – eppure ho capito che solo in noi possiamo basarci. Se ahimè – non prendermi in giro – è triste anche e soprattutto per me dirlo – sugli altri non si può fidare a lungo. È legge di natura che sarebbe andato così. Se ricordi a Grado in macchina si parlava con Ninetto di amore o che so io. Dentro di me – le mie antenne tu dici – me lo dicevano quando Ninetto diceva che non si innamorerebbe mai – sapevo che diceva delle cose che era troppo giovane per capire. E tu in fondo, uomo tanto intelligente, lo dovevi sapere, invece ti attaccavi anche tu ad un sogno fatto da te solo…. Ti saluto come sempre molto caramente, la tua Maria.

«Corriere della sera», 12 giugno 1993

Addio Maggio comico poeta (Rodolfo di Giammarco)

Beniamino Maggio
Con la scomparsa di Beniamino Maggio (morto giovedì a 82 anni) è venuto a mancare l' ultimo e il più strepitoso dei mami, quasi l'unico superstite di quella categoria che è anche detta dei comici flemmatici, artisti cioè che rifuggono dall'irruenza e che anzi (si spiegò lui stesso così) hanno la dote d'inventare battute o gesti dopo aver riflettuto sulle parole di un partner che li stuzzichi. Questo era, a livelli metafisici di bravura, Beniamino Maggio.
Ma non solo questo. Figlio e fratello d'arte, aveva esordito con la sua bella vocella a sei anni nella compagnia del padre Mimì Maggio, cantante-attore di sceneggiata, e già quindicenne aveva intrapreso un repertorio da ballerino acrobata, sostenendo nel frattempo qualche duetto-sketch con Pupella. Senonché un brutto giorno la gamba sinistra gli restò inceppata nella ribalta di un teatro di Taranto, e fu talmente incline a trascurarsi, a lavorare sodo ugualmente, che in breve l'arto gli si irrigidì: da quell'impedimento, che lo orientò per forza di cose a coltivare un umorismo verbale da scugnizzo, da talento clownesco fino all'astrazione, nacquero forse le risorse più felici del Beniamino apprezzato più tardi come marionetta drammatica, come surreale farsaiolo, come tenero e però anche coriaceo poeta della passerella.
Il destino, a più riprese, lo volle spesso impegnato in ditta coi componenti della famiglia, anche se in tutto l'albo della dinastia pare che non si sia mai registrato uno spettacolo cui partecipasse al completo la sestina dei fratelli (lui, Pupella, Rosalia, Dante, Enzo, Margherita). Eppure, dal dopoguerra in poi, il beato Beniamino coi pomelli rossi e le giacche di taglio abbondante, con o senza bombetta ad accentuarne la sagoma un po' a uovo di Pasqua, questo raro miscuglio di Buster Keaton e Angelo Musco ha assiduo modo di lavorare con Dante e con Enzo in terne di genialità comicarola, sa districarsi ancora bene con Pupella (e con Mario Riva e Diana Dei), tanto che sarà lui a presentarla a Eduardo De Filippo, finendo insieme scritturati dal Maestro all'epoca d'oro della Scarpettiana al San Ferdinando.
Al tirocinio man mano più eduardiano di Pupella, Beniamino supplì col mestiere che aveva incancellabilmente nel sangue e conobbe schiette soddisfazioni nel varietà come pure nella rivista, vedi l'esperienza in Rinaldo in campo di Garinei e Giovannini. Ma la popolarità più netta e duratura gli fu valsa, dai duetti con Rosalia nella sceneggiata, un genere in cui tenne banco per almeno sette anni nel sacrario napoletano, che era il Teatro Duemila. Finché, quando s'era già ritirato dalle scene, Beniamino dette vita a un miracolo, e fu nell'82, quando per una scommessa giocatasi all'allora Festival laziale di Montecelio di Guidonia tornò sulle assi con Pupella e Rosalia per un girotondo storico che poi, con la regia di Calenda, avrebbe costituito uno dei più esilaranti e commoventi fatti di teatro dell' ultimo decennio, ' Na sera' e maggio.
Canticchiava “Che bella pansé che tieni, me la dai...” e trasmetteva i brividi con un alzata di sopracciglio, con un niente. Come un vero mamo che ha tragedie e commedie negli occhi.


“la Repubblica” 8 settembre 1990

25.10.17

Per chi suona la campana. A Guernica e Guadalajara 50 anni dopo (Sandro Viola)

1937, Ernest Hemingway in Spagna, sui campi di battaglia
GUERNICA
Nel bordello di Burgos riservato agli ufficiali tedeschi vi fu, la sera del 26 aprile 1937, un gran via via. Quasi tutti i quarantatré piloti della Legione Condor che avevano preso parte all'attacco contro Guernica, vi andarono infatti a scaricare i nervi. Mancava il loro comandante, Wolfram von Richthofen, fratello di quel "barone rosso" che nella Prima guerra mondiale era stato il grande asso della Luftwaffe. Ma c'erano altri giovani aristocratici, il magro e nervoso "Bubb" von Moreau, lo spavaldo Hans von Beust, l'elegantissimo Karl von Knauer, oltre al capo di squadra aerea Klaus Fuchs, e come s' èdetto la maggior parte degli altri piloti che due ore prima erano rientrati dall'operazione del pomeriggio. Von Richthofen non frequentava il bordello, e comunque quella sera era totalmente impegnato nella stesura del rapporto sul bombardamento. Guernica era stata infatti un'azione "sperimentale", un test, e a Berlino Goering attendeva con impazienza di sapere come fosse andata.
Come andò, a Guernica, quel pomeriggio di quarantanove anni fa? Ne parlo a lungo con alcuni sopravvissuti nel "Club de jubilados", i pensionati, della cittadina basca. Come allora, è un pomeriggio di lunedì. Ferve il mercato settimanale, migliaia di persone sono venute dalle campagne e dai paesi vicini, i bar sono strapieni. Anastasio, il gerente del circolo, ci ha sistemati ad un paio di tavolini, me e cinque vecchi operai. Il fumo dei sigari forma una nube spessa. Beviamo caffè e anice forte, attorno s'è raccolto un capannello d'altri anziani. Il racconto della distruzione di Guernica affiora abbastanza ordinato, abbastanza lucido, malgrado sia trascorso mezzo secolo e le teste dei testimoni non siano più limpide come un tempo. Lo schema dell'operazione, quanto meno, risulta chiaro. La gran folla del giorno di mercato, l'assenza di contraerea; la prima ondata del bombardamento, mentre i Messerschmitt mitragliavano la folla in fuga; poi la seconda ondata, e infine le bombe incendiarie. La città ridotta ad un enorme rogo (la maggior parte delle case di Guernica era allora in legno), le condutture saltate e quindi nessuna possibilità di spegnere gli incendi. Milleseicento morti e mille feriti sulle seimila persone (tra residenti e gente venuta per il mercato) che si trovavano sul posto. Un ex falegname di 85 anni, Juan Olaochea, ricorda nitidamente il mitragliamento sulla strada di Mùgica, dove un fiume di fuggiaschi correva allo scoperto tentando d'allontanarsi da Guernica. "Gli aerei", racconta, "s' abbassavano sino a un paio di centinaia di metri dalla strada sparando senza requie... Hombres, mujeres y nios can como moscas". Un marmista di 79 anni, Eugenio Torre Alday, ricorda invece l'effetto delle bombe incendiarie: "Bruciava tutto", continua a ripetere sorseggiando il suo anice, "bruciava tutto...". La sola mitragliatrice in città, dice l' impiegato comunale Josè Lopez de Larrucea, "l'aveva il battaglione Saseta, e la manovrava mio fratello. Dopo cinque minuti s'inceppò". La guerra di Spagna durava ormai da nove mesi, e l'intervento straniero s'era fatto sui due versanti in conflitto (il governo legittimo della Repubblica, il movimento militar-fascista) sempre più scoperto e massiccio. Da una parte volavano gli aerei sovietici Natascia 204 e Katuska, dall'altra i Caproni, i Savoia-Marchetti, gli Heinkel, gli Junkers e gli Stukas inviati da Mussolini e da Hitler. Sul terreno, le truppe italiane avevano già partecipato a due grosse battaglie: la presa di Malaga, e il tentativo d'attacco su Madrid da Guadalajara, risoltosi in una disfatta clamorosa. Ma Guernica rappresentò l'apice, e il simbolo più sinistro, della internazionalizzazione del conflitto. Più che alle necessità tattico-strategiche della guerra spagnola, il bombardamento sull'antica cittadina basca servì infatti come prova tecnica della Luftwaffe. A Norimberga, nove anni dopo, Goering lo disse apertamente. Lo Stato maggiore tedesco aveva inteso provare la sua aviazione, ma soprattutto studiare gli effetti psicologici del bombardamento. E, certo, la materia era da studio: perché Guernica fu il più tremendo attacco di sorpresa contro un obbiettivo indifeso mai tentato nella storia.
Guernica dopo il bombardamento
I quarantatré aerei tedeschi si lanciarono sul piccolo centro - l' antica patria delle libertà basche - in tre ondate successive. È probabile che se non avevano mai fatto un volo di ricognizione sulla zona, i piloti della Condor restassero stupiti - come accade a qualunque straniero che venga per la prima volta in questa parte del Paese basco - alla vista del paesaggio. Questa Spagna è infatti una specie di Svizzera: uno scorcio alpino, le case con i tetti spioventi, le foreste d'abeti, i prati verdissimi. In ogni caso, gli Junkers 52 al comando di von Beust e gli Heinkel 111 di von Moreau provvidero a sganciare trenta tonnellate di bombe dirompenti, mentre i caccia Messerschmitt Bf-109 mitragliavano i fuggiaschi. L'ultima ondata fu ancora degli Heinkel, stavolta con quindici tonnellate di bombe incendiarie, le Ec.B 1, le più micidiali che esistessero a quel tempo. Ventiquattr'ore dopo, la tragedia di Guernica dava luogo ad un intermezzo farsesco. Le autorità nazionaliste, a cominciare da Franco, negarono persino che vi fosse stata un'operazione aerea sulla cittadina basca. Col passare dei giorni dovettero ammettere il bombardamento, ma continuarono a sostenere che la maggior parte delle distruzioni era stata opera dei "rossi", un complotto destinato a screditare le forze nazionaliste. E infatti nel "Club de jubilados" Josè Lopez de Larrucea mi mostra una fotocopia del "Diario de Burgos" del 4 maggio, con questo titolo a quattro colonne: "La destrucion de Guernica fuè obra de los incendiarios rojos". In quei primi di maggio, racconta un capomastro di 74 anni, "nacionales" le Camicie nere italiane erano ormai entrate a Guernica. "Si cominciò a sgombrare le macerie. Ai giornalisti che seguivano le truppe di Franco eravano costretti a dire che l'incendio l'avevano appiccato i comunisti e gli anarchici. Intanto gli italiani avevano montato una grossa tettoia in piazza, e la sera invitavano le ragazze a ballare. C'erano quattro o cinque Camicie nere che suonavano benissimo la fisarmonica...".
Vero o falso, Juan Olaochea racconta d'essersi comportato invece con più coraggio: "Quando lo chiesero a me, chi aveva distrutto la città, io glielo dissi che erano stati i fascisti. Mi riempirono di botte e feci quasi due mesi di carcere...". Nella primavera del 37 l'intervento straniero aveva ormai determinato i caratteri più peculiari, la fisionomia stessa, della guerra civile spagnola. Essa era divenuta infatti, oltre che lo scontro tra le "due Spagne", il banco di prova dei rapporti di forza in Europa. L'intervento s'era prodotto quasi subito, dieci giorni dopo la sollevazione dei generali ribelli contro la Repubblica. Il 28 luglio Hitler aveva fornito gli aerei necessari per trasportare dal Marocco a Siviglia duemila uomini dell'Armata d'Africa, "regulares" marocchini e "banderas" della Legione straniera, la truppa che sarebbe servita da ferro di lancia delle prime offensive dei nazionalisti. Con quel "ponte aereo" (il primo mai tentato, un'innovazione decisiva nelle tecniche militari del secolo) cominciavano gli esperimenti che tre eserciti europei, il tedesco, l'italiano e il sovietico, avrebbero condotto lungo i due anni e mezzo della guerra civile. Qualche giorno dopo sarebbe stata la volta dell'aviazione italiana, che scortò con i suoi caccia le navi trasporto a bordo delle quali altri duemila uomini passarono dal Marocco in Spagna. Intanto giungevano a Madrid gli uomini di Stalin: Togliatti (in missione speciale, prima di stabilirsi definitivamente nella capitale spagnola), Jacques Duclos, Vittorio Vidali, l'ungherese Ern Ger. E quasi subito cominciarono ad arrivare gruppi di antifascisti italiani e tedeschi dai paesi dove vivevano in esilio. Alcuni si trovavano già nel luglio, per caso, a Barcellona, dove le sinistre repubblicane avevano organizzato in concorrenza con le Olimpiadi di Berlino una "Olimpiade dei lavoratori". S'arruolarono nelle file della Repubblica, formando il primo abbozzo delle Brigate internazionali: gli italiani costituirono il battaglione Sozzi, i tedeschi la centuria Thalmann. Ma altri ne arrivavano, via Parigi, in continuazione. Verso la fine d'agosto giunse il gruppo di Giustizia e Libertà che Carlo Rosselli aveva organizzato a sue spese, e quasi immediatamente fu inviato sul fronte di Huesca. Teoricamente, le potenze europee avrebbero dovuto restar fuori dal conflitto. Già nelle prime settimane della guerra la Gran Bretagna e la Francia (benché questa avesse ormai un governo di Fronte popolare e un primo ministro, Lèon Blum, che sulle prime era parso incline a fornire un aiuto militare alla Repubblica) avevano proposto a Roma e a Berlino un patto di non intervento. I ministri degli Esteri delle due potenze fasciste, Ciano e von Neurath, lasciarono trascorrere un po' di tempo durante il quale prestarono - come s' è visto - un appoggio decisivo alle forze nazionaliste, quindi accolsero l'idea del patto. Fu così istituito un Comitato di consultazione e controllo degli accordi di non intervento, e la sua prima riunione si tenne a Londra, il 9 settembre, in un salone del Foreign Office. Ma tutto si risolse, nei due anni e mezzo successivi, in un intreccio di doppi giochi. L'"appeasement" inglese e la debolezza del Fronte popolare in Francia si trovarono dinanzi l'arroganza, l'euforia dei vincitori che spirava ormai a Roma e a Berlino, i cui governi erano decisi a favorire in ogni modo possibile la vittoria dei militar-fascisti in Spagna. La situazione che scaturì da questa discrepanza d'atteggiamenti risultò gravemente svantaggiosa - e forse mortale - per la Repubblica. Le potenze democratiche osservarono infatti quasi del tutto gli accordi di non intervento, mentre si faceva sempre più decisivo il sostegno nazi-fascista sul lato dei "nacionales". A bilanciare il rapporto di forze tra le due parti in conflitto, fornendo sino all'ultimo aiuti militari rilevanti, restò così la sola Unione Sovietica.
Ma se da un lato c'erano gli Stukas e le "Frecce nere" di Mussolini, dall'altra c'era quella che Andrè Malraux avrebbe chiamato l'"illusione lirica". Qualcosa che non era mai accaduto nella storia, si stava infatti verificando con l'ingresso nell'esercito della Repubblica di decine di migliaia di volontari europei ed americani, e con l'adesione alla lotta antifascista d'una intera generazione intellettuale. Madrid assediata divenne uno straordinario punto d'incontro di scrittori, poeti e giovani idealisti, alcuni col "mono" (la tuta) delle milizie repubblicane, altri soltanto testimoni degli eventi, ma testimoni partecipi, appassionati, di quella che per tanto aspetti si presentava come una partita decisiva tra libertà e totalitarismo.
1937, Combattenti repubblicani in Spagna - Dietro, con gli occhiali, si riconosce E. Hemingway
Nasceva una leggenda: la guerra di Spagna come "A Poet's war". Un giovane volontario canadese, Ted Allan, s' affacciò una sera nella hall dell'albergo "Florida", e si vide passare sotto gli occhi Pablo Neruda e Dos Passos, Malraux e Arthur Koestler, Hemingway ed Ehrenburg, Saint-Exupery, Lilian Hellman e Rafael Alberti. Sbalordito, scrisse la sera stessa ad un amico: "Ci sono tutti, ti dico tutti, salvo Shakespeare".
Andrè Malraux era stato uno dei primi ad arrivare, l' 8 agosto, con una ventina d' aerei Potez-540 acquistati in Francia per conto del governo spagnolo. Il suo quartier generale, prima che la squadriglia venisse trasferita ad Albacete, era appunto l' hotel "Florida". Lo scrittore già famoso s'era improvvisato un abbigliamento di tipo militare, trasferendovi lo "chic" particolarissimo, insieme trasandato ed avvertito, che Malraux aveva quando vestiva panni borghesi. Il berretto a visiera con i gradi di colonnello, un giubbotto di camoscio sui pantaloni di "tweed", la cravatta in tinta, un lungo soprabito di pelle nera. "L'hotel "Florida"" - annotava Pietro Nenni - "è una specie di Torre di Babele. Vi abitano gli aviatori di Malraux, i giornalisti, gli ospiti d'onore del governo, e la banda d'avventurieri che non manca mai agli appuntamenti con la guerra o con la rivoluzione. Magro, il bel volto tutto intelligenza, Malraux si prodiga senza risparmio, da vero combattente...". "Il suo prestigio", scrisse più tardi Georges Soria, che si trovava a Madrid come corrispondente de l'"Humanitè", "era immenso. Quando entrava al "Florida" tutti gli si facevano incontro, specie le volte che tornava da una delle folli missioni aeree alle quali partecipava da mitragliere. La semplicità con cui dimostrava la sua dedizione, il suo impegno politico era pari soltanto alla sua ignoranza di cose militari".
La sera, poi, s' usciva. "L'Alcalà, la Puerta del Sol" - è ancora Nenni che scrive - "sono animate sino alle tre del mattino. I caffè affollatissimi. Vado a volte in un ristorante basco con Malraux e sua moglie, con Rafael e Teresa Alberti, con Soria, il russo Koltzov, l'intellettuale cattolico Bergamìn, Corpus Barga eccetera. Si commentano appassionatamente i fatti del giorno, ci sentiamo tutti come archi tesi da un arciere invisibile e tuttavia presente: la Rivoluzione...". "La sera", mi racconta Enrique Lister, il comandante del Quinto Regimiento, "proprio quando si cominciava a tirare il fiato dopo la giornata di lavoro, al mio quartier generale arrivava Hemingway. Cercava notizie ma anche vino, e per prima cosa dovevo mandare a prendere un paio di bottiglie di Rioja...".
Dell'hotel "Florida" non rimane più niente. Ma la sua leggenda resiste, e infatti ogni volta che in questi trent'anni m'è capitato di passare dalla plaza Callao, dove si trovava, non ho mai potuto fare a meno di gettare uno sguardo verso il grande magazzino che ne ha preso il posto. Il "Florida" non era propriamente, a parte l'atmosfera, un luogo di piaceri. Gli ascensori smisero di funzionare nel primo mese della guerra, durante la battaglia del Jarama mancò l'acqua per molti giorni, e il paio di prostitute che vi erano ammesse (una certa Carmen, ex campionessa di lotta femminile, e una marocchina di nome Fatima) facevano da informatrici per l'ambasciata sovietica.
Rafael Alberti aggiunge che era anche un posto pericoloso. Nei giorni della prima offensiva su Madrid, nel novembre ' 36, il "Florida" s'era trovato esposto al fuoco che veniva dall'artiglieria franchista situata tra il Manzanarre e la Città universitaria. Alberti mi racconta che in quell'occasione Ernest Hemingway trattò col direttore dell'albergo un cambio di camera. Lo scrittore ne aveva una sul retro dell'edificio, di quelle che adesso - col cannone dei franchisti così vicino - erano più richieste, e propose di cambiarla con una sul davanti purché gli venisse data a metà prezzo. L'aneddoto è vero, o si tratta d'una delle mille dicerie che nacquero con gli anni attorno al famoso romanziere americano, cui persino un testimone smaliziato ha finito col credere? Non lo so. Alberti insiste, in ogni caso, sulla vicinanza dell'albergo al fronte, e racconta che una mattina di quel novembre vide improvvisamente una pattuglia di marocchini che avanzava circospetta sulla Gran via.
Fu in questa prima battaglia di Madrid che entrarono in azione alla Città universitaria le Brigate internazionali. L'idea delle Brigate era venuta a Maurice Thorez, segretario del partito comunista francese. Thorez l'aveva esposta a Mosca verso la fine di settembre, e Georgy Dimitrov - segretario generale del Comintern - ne era stato entusiasta. Così tutti i responsabili del Comintern vennero subito mobilitati attorno al progetto, da Togliatti a Josìp Broz Tito, e un mese dopo le Brigate internazionali erano una realtà. Venne aperto un ufficio di reclutamento a Parigi, e il primo contingente di cinquecento uomini arrivò in Spagna, il 14 ottobre, col treno 77 partito il giorno prima dalla Gare d' Austerlitz. Mi diceva l'altro giorno Santiago Carrillo: "Lei non può immaginare che cosa significò veder sfilare le prime Brigate, centinaia, migliaia di volontari venuti a combattere per la libertà della Spagna. Sfilavano cantando l'Internazionale e la Giovane guardia, la folla scandiva il motto della resistenza al fascismo - No pasaràn -, l' entusiasmo era enorme. Ora so che si discute molto su quello che fu il loro effettivo apporto militare nella guerra, se importante o marginale. Intanto non bisognerebbe dimenticare che molti dei volontari avevano combattuto nella prima guerra mondiale, dalla quale gli spagnoli erano invece restati fuori, e che questo rappresentava un capitale d'esperienze nient'affatto trascurabile. Ma il vero apporto, di significato vastissimo, fu quello morale, psicologico. Il segno che la causa della Repubblica era sostenuta da tutti i democratici in Europa e in America...".
Spagna 1937 - Brigatisti internazionali a Guadalajara
La verità è che le Brigate internazionali furono e sono un mito, uno dei più radicati nella memoria europea dell'ultimo mezzo secolo; e come ogni mito anche questo contiene aspetti ambigui, un po' di scorie, e ha comportato qualche rimozione. Certo, si trattò d'uno straordinario concorso morale, politico e di sangue alla giusta causa della Repubblica. E in esso confluirono spinte e sensibilità diverse, ideali democratici e progetti rivoluzionari. Non tutti i membri delle Brigate erano infatti comunisti: Hugh Thomas calcola che i comunisti fossero il sessanta per cento, e che un altro venti per cento dei volontari entrarono nel partito durante la guerra di Spagna. Ma sarebbe assurdo non tenere in conto che le Brigate internazionali finirono col diventare uno strumento del Comintern, di Stalin. Qui sta la loro ambiguità. Da un lato quei volontari rappresentarono la materializzazione d'uno dei grandi sogni del XIX secolo, appunto il sogno internazionalista; dall'altro le Brigadas internacionales vennero largamente usate, e manipolate, negli interessi del comunismo e dell'Urss. Un altro mezzo, oltre agli invii di armi e munizioni, che consentì al Cremlino delle grandi purghe di prendere a poco a poco il controllo - attraverso il suo rappresentante in loco, Palmiro Togliatti - del campo repubblicano. Governo, rapporti internazionali, comandi militari, propaganda, tutto.
Beninteso, resta una grande differenza tra chi combatté dal lato della Repubblica e chi lo fece nelle file di Francisco Franco. Una grande differenza tra gli italiani che, da una parte e dall'altra, si spararono addosso nei dintorni di Palacio Ibarra. Sono venuto a trascorrere una giornata in queste campagne della Nuova Castiglia tra Guadalajara e Alcalà de Henares, dove nel febbraio 37 si svolse - in piena guerra civile spagnola - una furiosa battaglia tra italiani. La battaglia detta di Guadalajara, il massimo tracollo dell'intervento mussoliniano (che fu assai più teatrale, più ideologico di quello dei nazisti) nella tragedia spagnola. La rotta di Guadalajara nacque dalle impazienze di Mussolini e di Ciano, infastiditi dalle esitazioni di Franco (che intanto era divenuto il capo del governo nazionalista) e convinti che Madrid dovesse essere conquistata subito. Ne parlo con Lister, che al comando del settore centrale della battaglia fu il vero stratega delle forze repubblicane, e al quale Antonio Machado dedicò dopo Guadalajara quei suoi celebri versi: "Valesse questa penna il tuo revolver/di capitano, contento morirei...". Il comandante del Quinto Regimiento non è più il bell'uomo d'allora, naturalmente, e il suo cervello di stalinista non ha conosciuto col tempo il minimo ripensamento, alcuna evoluzione. Ma il volto del vecchio conserva un certo magnetismo, dalla gola a pieghe come quella d' un "bull-dog" gli esce ancora una voce possente. "Sì, Guadalajara fu una smargiassata italiana. In gennaio le Camicie nere avevano avuto un ruolo importante nella presa di Malaga da parte dei ' nacionales' , e a quel punto Mussolini pensò di poter entrare anche a Madrid. Per conto mio ho sempre pensato che gli italiani volessero umiliare i loro alleati spagnoli facendogli vedere come si doveva combattere. E i nazionalisti, d'altra parte, furono segretamente contenti della disfatta italiana. Il mio nome, dato che comandavo il grosso delle forze repubblicane, diventò popolare anche nei settori più franchisti della Spagna occupata...".
L'offensiva del generale Roatta ebbe inizio l'8 marzo, e dovette essere assai mal preparata se è vero - come scrive John Coverdale in un suo libro di dieci anni fa, Italian intervention in the Spanish civil war - che il comando italiano aveva come sola mappa dei luoghi una carta stradale Michelin a scala 1:400.000. Curvandosi su un foglio di carta bianca (il vecchio, adesso, è patetico: quante volte deve aver fatto questo stesso gesto nei decenni dell'esilio), Lister dice che le forze italiane ammontavano a ventimila uomini. In realtà dovevano essere di più, attorno ai trentamila, con le Fiamme nere del generale Coppi, la divisione Littorio del generale Bergonzoli, le Frecce nere del generale Nuvolari, le Camice nere al comando del generale Rossi. Alla vigilia dell'offensiva, Roatta aveva trasmesso ai comandi l'ordine del giorno 3.002 ("Preparazione morale") con cui suggeriva di suscitare negli uomini "uno stato d' esaltazione": "Non dimenticate che qui, in terra straniera, noi rappresentiamo l' Italia fascista...". "Le nostre difese", racconta Lister, "erano esigue, e gli italiani sfondarono subito. Il 9 e il 10 ripresero ad avanzare entrando a Trijueque e a Brihueha, mentre noi facevamo affluire i rinforzi. C'era un tempo infernale, il peggiore che mi ricordi nelle varie battaglie della guerra, pioggia, freddo, nevischio. Il primo colpo all'avanzata italiana lo dettero gli aviatori sovietici, che malgrado il cattivo tempo riuscirono a decollare da Barajas. Il 12 operammo una serie di contrattacchi: io a cavallo della strada d'Aragona, gli altri - il Campesino, gli italiani della Garibaldi e i carri armati del generale Pavlov - in altri settori. Per qualche giorno la battaglia ristagnò, e infine, il 18 marzo, passammo all' offensiva. La sera i fascisti erano in fuga...".
Sono venuto a vedere, come dicevo, i luoghi della battaglia. I paesi (Torija, Brihueha, Trijueque) dove ancora si levano i castelli dei mori, la campagna verdissima - così rara nella nuova Castiglia -, le masserie dove si svolsero alcuni combattimenti decisivi. Palacio Ibarra, per esempio, dove per gli italiani schierati dalle due parti si svolse l'episodio più carico di significati. La mattina del 12 marzo il battaglione Garibaldi della XII Brigata internazionale circondò una villa fortificata con davanti un paio di casali contadini, che stava al centro d'un latifondo di milleduecento ettari appartenente ai marchesi Ibarra. Negli edifici della masseria c'erano le Fiamme nere del generale Coppi. Lì - ha scritto Hugh Thomas - "gli italiani combatterono una guerra civile per proprio conto". E in effetti, parecchi anni prima dell'inizio della guerra partigiana, era la prima volta che fascisti e antifascisti si trovavano di fronte in formazione di battaglia. Tra gli assedianti, sotto gli alberi imbiancati dalla neve, c'erano Luigi Longo, Vittorio Vidali e Pietro Nenni, che comandava una compagnia. Il comandante e il commissario politico della XII Brigata erano due intellettuali, due scrittori: l'ungherese Mata Zalka, che in Spagna si faceva chiamare generale Lukacs, e il tedesco Gustav Regler. Il combattimento durò accanito per varie ore, sinché ci fu luce, tanto che ancor oggi si vedono due casali diroccati. Poi, scesa l'oscurità, i "garibaldini" misero in funzione gli altoparlanti. "Fratelli italiani", gridavano Vittorio Vidali e Luigi Longo, "unitevi a noi. Gli uomini del battaglione Garibaldi vi accoglieranno come compagni...". Oppure facevano parlare i prigionieri catturati nei giorni precedenti: "Venite con i garibaldini! Noi siamo stati trattati come fratelli... Tutte le storie dei 'banditi rossi' sono una menzogna". C' era un certo nervosismo tra le file degli assedianti. I volontari polacchi volevano assaltare la masseria, e si rivolsero a Gustav Regler: "Ma cosa siamo, l'Esercito della Salvezza? Se davvero quelli lì vogliono disertare non devono far altro che sparare in bocca agli ufficiali...". Ma Regler dette ragione a Longo, e in effetti durante la notte qualche decina di Fiamme nere saltò i muri di cinta della masseria e si arrese. L'attacco finale si svolse due giorni dopo e i "garibaldini" presero Palacio Ibarra. Ci furono molti morti, una parte delle enormi perdite che l'esercito mussoliniano avrebbe subito nel corso di tutta la battaglia: duemila morti e quattromila feriti.
A Brihueha incontro un uomo molto simpatico, don Enrique Riasa Sais, veterinario e bibliotecario della cittadina. I "nacionales" gli fucilarono il padre nel ' 36 a Guadalajara, e lui è restato per tutta la vita antifranchista. Racconta: "Quando i repubblicani riconquistarono Brihueha, una pattuglia di anarchici iniziò la solita caccia al prete. Ma inutilmente: qui i preti erano già stati fatti fuori nelle prime settimane della guerra...".


“la Repubblica”, 8 giugno 1986  

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