10.3.15

Una scodella chiamata Graal (Italo Calvino)

Quando il re Artù sta per morire ordina che la sua spada magica Excalibur sia gettata in fondo a un lago, perché nessuna mano indegna se ne impossessi. Il fedele Girflet non se la sente di perdere la spada reale: per due volle fa finta di gettarla nel lago, ma in realtà la nasconde e butta in acqua prima la propria spada, poi il fodero. Entrambe le volte Artù comprende l'inganno, perché Girflet non dice d'aver visto qualcosa di speciale. Finalmente Girflet si decide a obbedire, ma prima che la spada tocchi l'acqua, dal lago esce una mano, un braccio (ma il corpo cui appartengono non si mostra), e la mano afferra la spada per l'impugnatura, la brandisce in aria, e con essa scompare nel profondo del lago.
Questo è il finale del Lancillotto in prosa. Anche nel finale della Ricerca del Santo Graal appare una mano senza che si veda a chi appartiene, ma questa scende dal cielo per afferrare il Graal e portarlo con sé sopra le nubi. Le due mani, quella celeste e quella che emerge dal profondo,l'una che rientra nell'iconografia religiosa più nota, l'altra bel più sorprendente e suggestiva, sembrano rappresentare i due aspetti delle leggende del ciclo bretone, quello della simbologia cristiana e quello del paganesimo druidico: le due chiavi con cui oggi leggiamo le avventure della Tavola Rotonda.
Secondo la definizione di Leo Spitzer «l'avventura è una situazione singolare, straordinaria, imprevista, che viene dal di fuori dell'uomo, che "avviene" e deve essere da lui superata con coraggio e acume, in una vittoria che rappresenta una prova morale di se stesso». Nel romanzo cavalleresco medievale il termine «avventura» si presenta continuamente e talora con significati più vasti ancora, che esorbitano dal vissuto individuale per diventare situazione eccezionale d'un luogo, o d'un oggetto, o d'un seguito di fenomeni, deroga dalle norme della natura, incantesimo. E' «avventura» la desolazione che ha colpito la Terre Gaste, la sterile e selvatica landa in cui si svolgono le imprese di Perceval.

La proposta del falegname
«Dopo la morte del re Uterpendragon padre del buon re Artù, gli uomini prodi furono impoveriti, diseredali, rovinati a torto, le loro terre devastate...». Questo senso di vita larvale e precaria d'una cavalleria raminga per contrade deserte e ostili, con l'imperativo di restaurare un passato dei cui splendori s'è cancellata ormai ogni memoria, accompagna tutto il ciclo dei romanzi arturiani.
La poesia epica, a ben guardare, si nutre più del pathos della sconfitta che di quello della vittoria (neanche l'Iliade fa eccezione, raccontando un momento d'impasse e di crisi degli Achei) e questo confermerebbe le ipotesi sulle remote origini storiche delle leggende sul re Artù. Sia lo si voglia collegare alle lotte dei Britanni del VI secolo contro i Sassoni sia a quelle dei Brètoni del X secolo contro i Normanni, questo ciclo sarebbe la celebrazione d'un'ultima stagione gloriosa dei Celti e la promessa d'una riscossa (col ritorno di Artù dall'isola beata in cui egli viene accolto dopo la morte).
Quanto alle origini della Tavola Rotonda in quanto oggetto, la tradizione sia gallese che irlandese e anche bretone vuole che Artù la facesse costruire perché nessuno dei suoi baroni potesse vantare un posto privilegiato sugli altri. (Ricordiamo le discussioni sulla forma del tavolo prima dell'inizio della trattativa di pace tra americani e vietnamiti a Parigi). Un simbolo d'eguaglianza, dunque: in un poema inglese del XIII secolo ma riferentesi certo a tradizioni molto più antiche, è un falegname della Cornovaglia che propone a Artù (per metter fine alle contese che infierivano tra i cavalieri) di fabbricargli una tavola in cui potessero sedere milleseicento uomini senza che vi fossero dispute per i posti d' onore. La più grande tavola rotonda medievale che si sia conservata è quella di Winchester, alla quale possono sedere venticinque persone. Le tradizioni cristiane invece fissano a dodici il numero dei posti, più uno vacante: la Tavola Rotonda come replica di quella dell'Ultima Cena e della prima mensa eucaristica di Giuseppe d'Arimatea.

Ingenuità selvaggia
Ma il cerchio è anche simbolo di totalità cosmica, legato al culto solare (e lunare): nella civiltà celtica primitiva è caratteristico non solo degli oggetti magici ma anche dell'architettura. Un commentatore di oggi identifica la Tavola Rotonda con la forma circolare di Stonehenge.
Ciò che conta comunque — qualsiasi ne siano le origini — è che la fortuna del ciclo romanzesco comincia con un poeta del secolo XII di grande freschezza in ogni dettaglio e finezza psicologica e grazia nella versificazione a rime baciate e fascino nell'evocazione d'un passato misterioso: Chrétien de Troyes. Trovarne sul mercato buone edizioni nel testo originale è difficile, perché si direbbe che in Francia oggi il francese medievale, ispido ma pieno di sapore, lo leggano solo gli specialisti: nelle collezioni più diffuse di «livres de poche» Chrétien si trova solo in trascrizioni in prosa in francese moderno. (E' un po' come se noi traducessimo in italiano moderno Dante e Boccaccio).
In italiano è uscita proprio ora una buona traduzione in prosa di Angela Bianchini di due romanzi di Chretien e di parecchi altri testi del ciclo bretone nel volume Romanzi medievali d'amore e d'avventura (Garzanti, «I Grandi Libri»). Il volume ripete, aggiornandolo nell'ampia introduzione, un'edizione Casini di parecchi anni fa. Dalla prefazione che Spitzer aveva scritto apposta per questo lavoro della sua ex-allieva Bianchini, proviene la citazione che ho fatto più sopra.
Il capolavoro di Chrétien è, sebbene incompiuto, il Perceval, in cui il personaggio fanciullesco è tratteggiato con un humour sorprendente nei dialoghi e nel comportamento, nella ingenuità selvaggia che lo rende invincibile, e seguito nel suo sviluppo attraverso un vero e proprio percorso d'iniziazione. La cavalleria da cui sua madre invano ha voluto tenerlo lontano è scoperta da lui come una realtà dai contorni di sogno; possiamo dire che l'avventura cavalleresca fa il suo ingresso nella letteratura già con quest'aura di mito. E anche con una punta di parodia, dato che le imprese dei cavalieri le vediamo miniate dallo spirito innocente di questo ragazzo cresciuto nei boschi. Possiamo dunque dire che la letteratura cavalieresca nasce e muore con due casi di follia sublime; Perceval e Don Chisciotte.
Perceval prende tutto alla lettera: prima i consigli della madre, poi quelli del valentuomo che lo arma cavaliere: è insieme un gaffeur e una forza della natura, ma è anche un puro, un illuminato, quasi un monaco zen.

Lancia insanguinata
La sua visita al castello del Re Pescatore è piena di misteri: qual è il segreto del re invalido? cosa significano i tre oggetti portati in processione: la lancia insanguinata, il piatto e la scodella detta «graal»? Perché Perceval non domanda spiegazioni? E perché il non aver posto domande e una colpa che avrà gravi conseguenze? lì romanzo incompiuto non ci spiega nulla e da questa incertezza nasce tutta una biblioteca di «continuazioni» in varie lingue (quella tedesca sarà poi ripresa felicemente da Wagner nel suo Parsifal), dove s'intrecciano le avventure di Perceval e di Gauvain e di Lancillotto (il cui adulterio con la regina Ginevra, moglie di Artù, è un'altra colpa dalle funeste conseguenze). Sarà Galaad, il cavaliere vergine, a porre fine all'incantesimo del Graal, e non Perceval che è un felice fornicatore, sia pur in tutta innocenza.
La continuazione più elaborata è quella mistica di Robert de Boron in cui il graal diventa il Santo Graal, il calice in cui bevve Gesù nell'Ultima Cena e in cui il suo sangue fu raccolto da Giuseppe d'Arimatea. Tutto questo in Chrétien de Troyes non c'era, ma già egli sembra mettere sulla strada della simbologia cristiana, dicendo (per bocca del Re Eremita) che il graal contiene un'ostia che da sola basta a nutrire il Re Pescatore. Qualsiasi fossero le intenzioni di Chrétien, è probabile che la simbologia del Graal si colleghi anche a riti celtici sul ciclo della vegetazione e della fecondità, come molti studiosi moderni hanno voluto vedere. (La ferita del Re Pescatore è testualmente «in mezzo alle gambe»).
Ma i misteri del romanzo incompiuto non si fermano lì. Il defunto padre di Perceval aveva subito una ferita simile a quella del Re Pescatore (o dei Re Pescatori, perché anche costui ha un padre invalido). Poi Perceval incontra una cugina che gli rivela un legame di parentela con quella dinastia sfortunata. Ma da parte di padre o da parte di madre? Tutte le possibili genealogie che si ricavano dalle indicazioni di Chrétien sono ingarbugliate e contraddittorie.

Una sene di incesti
Solo negli ultimi anni, un poeta che è anche un matematico, Jacques Roubaud, è riuscito a formulare una proposta d'albero genealogico che collega Perceval al Re Pescatore, anzi alle varie generazioni di Re Pescatori. Così si rivela .un'ipotesi inedita di spiegazione del segreto attorno a cui ruota tutto il ciclo. C'è di mezzo un incesto, anzi una serie d'incesti, figlio-madre e padre-figlia (mentre un incesto fratello-sorella è alle origini dei guai nella famiglia del re Artù).
L'interpretazione incestuosa non contrasta con quella mistica. Tutt'altro. Lo schema genealogico della famiglia dei Re Pescatori sarebbe lo stesso di quello della famiglia d'Adamo, non solo ma, perfino di quello della famiglia di Gesù, così come (secondo Roubaud) vennero ricostruiti da Gioacchino da Fiore!
Non solo questo si trova nel libro che mi duole di non aver qui spazio per riassumere più ampiamente (Jacques Roubaud, Graal fiction, Gallimard, 1978), traboccante d'immaginazione e d'erudizione, e d'idee che vanno dall'interpretazione d'un indovinello gallese in cui ai cacciatori (nobiltà guerriera sconfitta) succedono i pescatori (guerriglia popolare), a quella del graal come libro.
L'idea centrale è questa: attraverso Bleddri o Blaise, bardo gallese dell'XI secolo che dal Galles invaso dai Normanni si sposta in Francia alla corte di Poitiers, la cultura celtica ormai dispersa nelle foreste e nelle brughiere trova la via della sua sopravvivenza immettendo proprio nella culla della poesia provenzale, dell'amor cortese, dell'idealismo cavalleresco, la passione carnale e bruciante delle storie di Tristano e Isotta e di Lancillotto e Ginevra. E' carica di questo fermento sovvertitore che la «materia di Bretagna» arriva fino a Dante, per il quale il romanzo dell'adulterio alla corte di Re Artù è quello che sospinge gli occhi e scolora il viso di Paolo e Francesca, fino al bacio della bocca tutta tremante che decide le sorti future della letteratura occidentale.


La Repubblica, 31 maggio 1981
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