30.6.15

Parole. Astensione (Jacopo Manna)


L'immagine di Ponzio Pilato in un dipinto di Duccio di Buoninsegna
 La parola “astensione” compare nella nostra lingua tardi, in maniera quanto meno dibattuta: Niccolò Tommaseo negli anni '60 dell’Ottocento inserisce nel suo celebre vocabolario il termine indicandolo come morto nel significato di “atto dell’astenersi”, specificando però subito dopo che “certi moderni” lo “usano per l’astenersi che fa dal dare i suoi suffragi l’elettore, o deputato, o altro simile” ma che “potrebbesi almeno dire «astenzione»” [con la zeta, ndr] così da richiamare più direttamente il latino “abstentio”, che si trova quasi esclusivamente nel linguaggio dei giuristi romani. Quanto al riflessivo “astenersi da una cosa”, viene cautamente spiegato che indica “non privarsene affatto, ma usandola con più o men parsimonia”. Gli anni in cui Tommaseo iniziò, dopo lunghissima gestazione, a pubblicare il suo fondamentale e interminabile dizionario furono allo stesso tempo gli ultimi della sua vita e i primi di quella dello Stato italiano: un intero mondo di termini e significati si radicava nel linguaggio comune, man mano che le novità del paese unito entravano a far parte della vita quotidiana di sempre più persone. Fra queste novità c’era pure la possibilità di votare: all’epoca ancora un privilegio per pochi tanto che, come abbiamo visto, il vocabolo con cui si indica la rinuncia volontaria ad esprimere la propria preferenza viene dato per defunto e allo stesso tempo per resuscitato. Si può usare questa prerogativa “con più o men parsimonia”? La parsimonia (sempre Tommaseo) è l’arte di “conservare, usare e distribuire gli averi, senza né prodigalità né avarizia, ma secondo il dovere e la convenienza” e cioè secondo una forma di ragionevole saggezza. Allora forse tutto dipende da ciò che ci spinge a tenerci lontani dal voto: se consapevoli che anche la nostra decisione di non scegliere è una forma di scelta, sappiamo di produrre comunque degli effetti. Forse.
Nelle ultime tornate elettorali l’astensione è andata crescendo e non è certamente un caso, in un paese che per decenni ha vantato la sua altissima percentuale di affluenza al voto; un dato che gli esperti tendevano - com’è noto - a valutare sempre secondo due interpretazioni opposte: come dimostrazione dell’eccellente salute della democrazia (garantita dalla partecipazione popolare) o viceversa del suo stato cronico (dimostrato dal fatto che ancora il sistema dei poteri non si era andato stabilizzando). Al momento è ancora legittimo considerare l’astensione un non-voto consapevole, una scelta di non scegliere fatta a dimostrare lo stato di malcontento ed insoddisfazione verso uno schieramento di forze politiche in cui troppi dichiarano di non riconoscersi. Quanto tempo dovrà passare perché, da rinuncia cosciente e significante, si degradi a pura e semplice dimostrazione di disinteresse? E quanto ne dovrà passare perché gruppi e partiti la smettano di calcolare i loro risultati elettorali esclusivamente in termini di percentuale senza curarsi delle cifre assolute? Le cifre assolute sono le sole che permettano di capire quanto uno schieramento, che il conteggio dei voti ha dichiarato vincitore, possa realmente spingersi in avanti nel suo sforzo di trasformare la società. C’è davvero bisogno di farlo notare?
Pare di sì: nel momento in cui scriviamo, i commenti delle segreterie sui ballottaggi sono tutti improntati a minimizzare le sconfitte o tracciare prospettive molto caute sulle vittorie: nessuno sembra prendere sul serio il fatto che nei settantotto comuni coinvolti la percentuale di votanti complessiva è andata sotto il cinquanta per cento.


“micropolis”, giugno 2015
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