9.12.10

Il riparatore. Intervista a Guido Viale (di Massimo Tesei - da "Una città", ottobre 2010)

Dal numero di ottobre di una rivista mensile bresciana, "Una città", che coraggiosamente prospetta, contro ogni statalismo burocratico, un socialismo che si costruisca dal basso per associazione, fondandosi sulle comunità locali e sui municipi, recupero questa intervista di Massimo Tesei a Guido Viale.
Viale, che ha pubblicato per Laterza, nel 2009, La civiltà del riuso: riparare, riutilizzare, ridurre, vi articola in proposte concrete le sue analisi. Mi pare materiale utilissimo per un dibattito a sinistra. (S.L.L.)  
Dopo esserti occupato dei rifiuti e dei problemi relativi al loro smaltimento, nel tuo ultimo libro affronti, da vari punti di vista, un tema in qualche modo contiguo, il riuso.
Essendo un libro sul riuso in generale, ho cercato di affrontarlo con uno sguardo allargato, sintetizzando poi quattro argomenti. Il primo è storico e antropologico e riguarda il fatto che il ricorso al nuovo potrebbe essere solo una parentesi nella storia dell’umanità, perché fino alla rivoluzione industriale la maggior parte delle cose che circolavano erano fatte per durare e venivano usate per generazioni dalla stessa famiglia, e anche quando passavano di mano, venivano riutilizzate o riadattate. Per esempio, per tutta la storia dell’umanità i poveri si sono vestiti con gli abiti dismessi dai ricchi. Nel mondo contemporaneo, se noi pensiamo alla nostra vita, alla nostra casa, lì per lì siamo indotti a credere che sia tutto nuovo, nel senso che l’abbiamo comprato noi. In realtà anche noi facciamo un ampio ricorso al riuso. Magari nella nostra casa c’è solo un pezzo di antiquariato che spicca, ma in realtà quello che ci circonda non sempre è davvero nuovo. La stessa casa spesso prima è stata usata da qualche altra famiglia. Non parliamo di ciò che la circonda: ad esempio le strade e poi l’assetto urbano, che quanto più è usato e riusato tanto più è di pregio. Se poi entriamo nello specifico, qualcuno potrebbe rimanere sorpreso: quando andiamo al ristorante ci mettiamo in bocca forchette che sono già state in bocca di molte persone, ma se andiamo in un mercatino e troviamo delle posate usate, prima di comperarle pensiamo "Chissà chi le avrà usate!”, andiamo all’albergo e ci infiliamo fra lenzuola in cui ha dormito moltissima altra gente, o ci asciughiamo con asciugamani con cui molti altri si sono asciugati, e via di questo passo... In realtà questa percezione che la nostra vita è necessariamente e inevitabilmente fatta di molto riuso, dovrebbe essere più consapevole, così da riavvicinarci a un uso più sereno di cose dismesse. Il principale ostacolo per una maggiore diffusione del riuso è proprio questo stigma, o questo senso di emarginazione, che accompagna il ricorso al riuso. Questo è un problema che si trovano di fronte anche quelli che lavorano in questo settore, in particolare quando sono cooperative sociali, Onlus, associazioni, spesso mossi da intenti ambientali o sociali.

Ma chi sono i "clienti”?
Sul versante dei clienti di cose riusate, si può dire che sostanzialmente siamo di fronte a due tipi molto diversi: da una parte ci sono gli snob, quelli che fanno ricorso al riuso per dare un tono o una caratteristica al loro stile di vita - questo vale tanto per gli abiti come ovviamente per i mobili e per le abitazioni: una casa di campagna in pietra è una cosa diversa da un villino di cemento armato costruito ex novo - e per farlo bisogna avere un capitale culturale piuttosto sostenuto, cioè avere la capacità di presentarlo come un dato distintivo e qualificante della propria personalità; dall’altra parte troviamo quelli che fanno ricorso alle cose usate perché non possono permettersi le cose nuove, a partire dall’automobile, che è uno dei beni per i quali il riuso è più diffuso.
Il ricorso all’automobile usata qualifica immediatamente una persona come qualcuno che non ha la condizione economica per potersene permettere una nuova. E a maggior ragione questo vale per gli abiti - meno, adesso, perché molti vestiti nuovi cinesi costano meno dell’usato - poi sicuramente per i mobili e per molti altri beni, compresi quelli che vengono ormai buttati via, perché per questa reticenza a ricorrere all’usato, molti preferiscono fare sacrifici e comprare cose nuove, piuttosto che presentarsi come chi fa uso di cose usate o aggiustate.
Allora, la prima cosa è lavorare per la diffusione di un capitale culturale adeguato ad affrontare con disinvoltura, con aisance direbbe Bourdieu, il ricorso all’usato, come fanno le persone che lo sanno fare, perché nessuno si senta più in imbarazzo se i suoi gusti o i suoi orientamenti o la sua condizione personale gli suggeriscono di fargli comprare dei beni usati. Questo primo punto secondo me è molto importante.

Ma questo comporta una sorta di rivoluzione culturale...
Una rivoluzione culturale un po’ è già in corso, perché di fronte a una parte della gioventù che cresce sempre di più col mito del marchio, ce n’è un’altra, sicuramente minoritaria, che invece si fa un punto d’onore di servirsi dell’usato. Il secondo argomento, legato al primo, ma più profondo, è la rivalutazione del valore affettivo che ci lega agli oggetti. Gli oggetti, soprattutto i beni durevoli, attraversano per un certo periodo la nostra vita, la caratterizzano e poi ne scompaiono. Nei sentimenti che accompagnano il rifiuto viscerale che abbiamo per la discarica o per l’inceneritore o per le stazioni ecologiche e, in fondo, per qualsiasi forma di smaltimento, c’è anche la percezione che dentro i rifiuti, dentro il fumo dell’inceneritore o nella tomba della discarica, c’è sempre una parte della nostra vita che se ne va. Ma il problema è che gli oggetti, nel bene e nel male, segnano la nostra vita perché questa non è fatta di puro spirito, ma anche di rapporti materiali con le altre persone, in genere mediati proprio dagli oggetti. Per esempio dai vestiti che indossiamo, dal cibo che mangiamo in comune, dalle cose che facciamo insieme, che hanno quasi sempre bisogno di strumenti materiali per essere portate a termine, da un cd a un televisore, da una bici alla seggiola su cui sediamo. Ci accorgiamo in particolare del valore affettivo dell’oggetto quando ci troviamo di fronte al problema di sbarazzarcene, per esempio svuotando uno scaffale, un armadio o, ancor di più, un appartamento di una persona che è morta e che ci è stata cara.

Per affrontare questo aspetto nel tuo libro fai ricorso anche alla letteratura...
Gli artisti sanno descrivere i sentimenti meglio di un sociologo o di un economista. In particolare mi sono riferito molto a due testi, uno si intitola Come ho svuotato la casa dei miei genitori, di Lydia Flem, una psicanalista francese, pubblicato in Italia qualche anno fa, in cui l’autrice racconta di aver trovato la casa della madre morta piena zeppa di oggetti tutti in ordine, e ha una difficoltà enorme a sbarazzarsene. D’altronde non li può tenere e quindi, alla fine, decide di donarne uno ciascuno alle persone che lei conosce, ma cercando di donare ogni oggetto alla persona giusta, quella che lei sente o intuisce che potrebbe apprezzarlo, capirlo, accoglierlo. Insomma, è un viaggio dentro le proprie viscere, perché ogni oggetto le ricorda qualcosa dei genitori, qualcosa della sua vita. L’altro libro è un testo dello scrittore pesarese Paolo Teobaldi, che si intitola La discarica, in cui invece la storia riguarda una coppia che si separa in malo modo, e lui resta a sgombrare l’appartamento dove ha vissuto con la moglie per 30 anni. Anche questo appartamento è pieno zeppo di roba perché la moglie non buttava via niente, ma tutto è tenuto nel massimo disordine e nella trascuratezza, per cui ogni pacco che prepara da buttare via gli ricorda qualche episodio sgradevole di questa vita coniugale con cui lui vuole chiudere completamente. Se noi riuscissimo a prestare maggiore attenzione agli oggetti con cui viviamo, e a fare emergere di più, quando sono ancora in vita e utili, questo rapporto, avremmo anche meno la tendenza a sbarazzarcene, e questo può diventare un paradigma alternativo a quello dell’usa e getta, che è dominante nella civiltà dei consumi. Il paradigma dell’usa e getta è che ogni oggetto non è che il supporto materiale di una funzione, per esempio un rasoietto per radersi. Quando cessa la funzione, lo gettiamo e contribuiamo a produrre quella montagna di rifiuti che ci affligge ogni giorno di più. Invece, legando più strettamente l’oggetto alla funzione e rivalutando anche il supporto materiale e il legame affettivo che noi possiamo sentire, potremmo dare un senso alla volontà di prolungarne la vita; o di sceglierli in maniera da poter coltivare questo rapporto affettivo. E questo potrebbe avere anche un grosso peso nel superare - cosa che comunque dovremo fare - la civiltà dell’usa e getta, perché è evidente che non si può andare avanti con un’aggressione così intensa alle risorse della Terra e con una produzione così mostruosa di rifiuti e di scarti senza più nessuna possibilità di riutilizzo. Il terzo punto riguarda la quantità straordinaria di cose che buttiamo via, e sto parlando di beni durevoli, non di beni temporanei come gli alimenti o come gli imballaggi degli alimenti, che pure possono anche loro essere oggetto di riuso. Ma su questo intendo tornare con qualche esempio e qualche dato. Infine, il quarto punto è che, per prolungare la vita degli oggetti, è necessaria una maggiore attenzione agli oggetti, non solo nella dimensione affettiva come ho già detto, ma anche nella dimensione tecnica, cioè saper fare la manutenzione, saperli aggiustare quando si rompono, o avere a disposizione all’interno della propria comunità un numero sufficiente di persone capaci di ripararli a costi accessibili. E’ importante anche un’informazione che renda queste persone raggiungibili, perché molto spesso noi abbiamo difficoltà a trovare non solo un idraulico, ma anche uno che ci aggiusti il lettore di cd o il telefonino. In realtà c’è una dialettica fra l’industria, che fa cose sempre meno riparabili, e la progressiva scomparsa dei riparatori, per cui quando le cose si rompono non resta che buttarle via. E quando si riparano, succede che, se ad esempio a rompersi è il contachilometri, devi cambiare tutto il cruscotto dell’automobile, e quindi la riparazione è un togli e metti, mentre una volta si riparava la lancetta del contachilometri.
Insomma, se gli oggetti sono fatti per non essere riparati, è anche difficile mantenere in piedi una comunità di artigiani che sappiano riparare. Ma contemporaneamente il fatto che non ci siano più artigiani che sappiano riparare, fa sì che per l’industria sia un plus fare degli oggetti usa e getta, tanto è scontato che, anche se tu li volessi riparare, non lo si può fare. Per esempio, nella storia del computer il monitor è cambiato tre volte, prima era in bianco e nero, poi a colori, poi è diventato piatto. La tastiera non è cambiata mai, o forse è cambiata una volta, adesso ha il collegamento wireless; la scatola, la torre del computer, non è cambiata mai, semplicemente sono cambiati i driver, che si potrebbero sostituire.
Ciò che invece è cambiato molte volte è il processore, e la cosa intelligente sarebbe stata consentire, man mano che lo sviluppo tecnologico lo permetteva, di poter cambiare il processore. Invece buttiamo via tutto quanto, anche se il 90% potrebbe essere conservato. Nelle fotocopiatrici alcuni hanno già cominciato a costruire macchine offerte in comodato o in affitto, dove la carrozzeria viene conservata intatta e viene cambiato solo il pezzo che si logora o che può essere sostituito da uno più funzionale. E’ una cosa utile e intelligente, ma incontra enormi difficoltà perché in molti capitolati di appalto degli enti pubblici l’oggetto deve essere nuovo. La 3M è già stata oggetto di contenziosi perché aveva vinto bandi con offerte più basse dal punto di vista economico perché contenevano di nuovo, di tecnologicamente aggiornato, soltanto quello che doveva esserlo, non tutta la carrozzeria.

In effetti l’usa e getta sta facendo venir meno anche il fai da te, la capacità di ognuno di noi di arrangiarsi nelle piccole riparazioni…
Non c’è dubbio che a tutti noi farebbe bene imparare un po’ di manualità e saper mettere le mani sulle cose che usiamo quotidianamente, ma la complessità tecnologica di molte delle apparecchiature moderne rende la cosa inarrivabile. Però, l’arte della manutenzione potrebbe essere coltivata meglio e si potrebbero trovare sedi dove venga insegnato un mestiere che tra l’altro potrebbe avere delle altissime prospettive occupazionali. Se ci fosse un numero adeguato di riparatori diffuso sul territorio, anche per la grande industria potrebbe tornare ad essere un plus mettere in vendita oggetti facilmente riparabili anche se magari costano un pochino di più. Mi hanno fatto l’esempio dei ferri da stiro: ormai per ripararli bisogna avere delle chiavi speciali che non si trovano nemmeno in commercio perché le hanno soltanto i produttori, per cui è difficilissimo aprirli. Quindi è scontato che quando un ferro si rompe lo butti via e ne compri un altro. Allora, mettere in commercio dei ferri da stiro che si possano aprire e in cui cambiare la resistenza o altro, potrebbe essere un vantaggio. Ma al di là degli esempi innumerevoli che possiamo fare, occorre insistere sulla figura del riparatore, perché è l’uomo artigiano di cui parla Sennet: quello che unisce a una grande manualità e a una grande competenza tecnica un’attenzione speciale, che in molti casi può anche essere amore per l’oggetto, pensiamo a un restauratore.
Ritrovare quella manualità, una volta molto sviluppata e che oggi si è persa nel lavoro ripetitivo, far tesoro di competenze tecniche, a volte di grandissimo livello, e averne cura con un continuo aggiornamento per tenere il passo con il progresso tecnico, rappresenta il superamento di quella ripetitività del lavoro propria del fordismo, che ha separato rigidamente il lavoro esecutivo manuale, istupidito fino al limite della monotonia, trasferendo tutta la componente intellettuale del lavoro negli organismi direzionali e di coordinamento; anche lì poi parcellizzati in modo che nessuno ha più la visione complessiva di quello che sta facendo. E allora, nell’ambito del superamento del fordismo, la figura del riparatore è sicuramente quella che racchiude in sé, da un lato, le componenti fondamentali della figura dell’uomo artigiano, ma, dall’altro, anche le potenzialità effettive di inserimento in un tessuto economico cambiato.

Tu avanzi una proposta ulteriore, che definisci utopica, puoi raccontare?
La proposta è questa: trasformare le stazioni ecologiche, che oggi funzionano come sedi di conferimento di rifiuti ingombranti, in strutture molto più ampie, dove, anche avvalendosi delle modifiche che dovrebbero essere introdotte nella legislazione grazie alla nuova direttiva dell’Unione Europea, a monte del conferimento ci sia una struttura delegata a selezionare i beni che possono essere rimessi in commercio o da cui si possano ricavare parti riutilizzabili. Alle spalle di questi impianti dove viene selezionato e accumulato il materiale potrebbero esserci anche dei laboratori attrezzati per la lavorazione di questi oggetti, per utilizzare una parte del materiale, in maniera didattica, sotto la guida di esperti, per insegnare a riparare certi oggetti. In due modalità: una del fai da te, organizzando corsi per i cittadini qualsiasi, ma soprattutto mettendo a disposizione dei macchinari, penso a un tornio o a una fresa, che nessuno avrebbe né la possibilità né l’interesse a tenersi in casa, perché se uno li usa, lo fa una volta o due all’anno o nella vita; ma che invece, ovviamente sotto la sorveglianza di un esperto, potrebbero essere utilizzati da tutti.
L’altra modalità potrebbero essere dei corsi più specializzati per chi volesse venire inserito in quest’attività, lavorando in corpore vili sul materiale che effettivamente si trova in questi luoghi.

Resta il problema della commercializzazione di questi oggetti…
C’è un ostacolo costituito dall’attuale legislazione che non consente la vendita di ciò che viene consegnato a chi gestisce i rifiuti. Punto. Dopodiché, in violazione consensuale della legge, è permesso anche oggi ad alcuni soggetti particolari di metter le mani su alcuni rifiuti ingombranti. E così a Torino, e tra un po’ a Roma, ci sono cooperative sociali che hanno degli accordi con le aziende di nettezza urbana per cui qualcosa possono intercettare. Il limite maggiore di queste pratiche è che quello che riescono a salvare lo mettono direttamente in vendita loro, restringendo il giro potenziale. Bisognerebbe poter sfruttare tutti i circuiti dell’usato specializzato, nel senso che c’è già chi sa aggiustarlo e valorizzarlo. Per dire, chi vende libri usati non sa vendere i vestiti e non sa vendere i giradischi d’epoca o i mobili d’antiquariato, mentre il mercato è in grado di valorizzare queste specializzazioni, fino ad arrivare, quando è il caso, al negozio degli antiquari. Allora, vista l’enorme mole di beni usati disponibili se questo tipo di stazione ecologica si diffondesse, il problema non è rimettere immediatamente in vendita le cose che si sono aggiustate, ma fare periodicamente delle aste perché vengano avviate ai canali del mercato che già ci sono.
In questo settore lavora una grandissima percentuale di stranieri senza permesso di soggiorno, che altrimenti non potrebbero avere accesso a questo mercato. Molti vanno a frugare nei cassonetti. Se questi beni venissero messi all’asta, e vi potesse partecipare anche una Onlus, sarebbe poi responsabilità sua gestire i rapporti con le comunità con cui è in contatto. Non si tratterebbe di una trappola per legalizzare questi lavoratori, ma di una chance per permettere loro di lavorare in condizioni migliori e quindi di avere meno opportunità di delinquere, e contemporaneamente di salvare una quantità di beni straordinariamente grande che oggi il mercato non è in grado di assimilare.
E’ importantissimo trovare il modo per regolarizzare questi circuiti, anche se questo non vuol dire legalizzare ipso facto la posizione di chi ci lavora, ma certo significa fare in modo che più materiale venga recuperato e meno ne venga smaltito con una potenziale ricaduta sull’occupazione e sul sostegno ai lavoratori stranieri.

Dicevi del riuso dei beni durevoli...
Sono molto legato a una Onlus romana, che si chiama "L’occhio del riciclone”, che lavora con una comunità rom, e da 10 anni fa inchieste sui rifiuti generati dai beni durevoli, per promuoverne il recupero e il riciclaggio. Questa organizzazione ha messo a punto una metodologia per distinguere a colpo d’occhio e con competenze tecniche, quello che si può recuperare, rivendere oppure utilizzare per aggiustare altre cose o per fare altri oggetti. E’ anche legata a una cooperativa di donne che faceva lavori di sartoria, aggiustaggio di vestiti usati e dismessi. Ma hanno scoperto che a Roma, dove esiste ancora la raccolta indifferenziata con cassonetto stradale, molti rom lavorano frugando nei cassonetti e recuperando oggetti di piccole dimensioni, quelli che possono stare nei cassonetti. "L’Occhio del riciclone” ha scoperto che la comunità rom impegnata in questa attività conta circa tremila persone, la maggioranza donne e bambini, anche piccoli. Ha fatto anche degli screening sul materiale recuperato e pare che la quantità di beni rimessi in circolo sia superiore a quanto si potrebbe recuperare dalle stazioni ecologiche, che peraltro a Roma sono in misura assolutamente insufficiente.
Tre anni fa avevano stimato che il valore, solo a Roma, del commercio dell’usato era di circa 30 milioni di euro l’anno. Ma c’è di più: Massimo Perbellini, che è il presidente di Mercatino srl, un’azienda che fa vendite dell’usato in conto terzi con 150 punti vendita in franchising (conto terzi vuol dire che se tu hai qualche oggetto di un certo valore di cui vuoi sbarazzarti, lo depositi presso uno di questi negozi e se lui riesce a venderlo riscuote una percentuale), sostiene che il valore delle vendite in conto terzi si aggira oggi in Italia intorno al miliardo di euro all’anno. Perbellini ritiene che se si potesse recuperare tutto quello che viene buttato via nelle riciclerie o nei punti di consegna degli ingombranti, si potrebbe arrivare a un valore di circa 12-13 miliardi di euro all’anno.
Per non parlare dell’occupazione, perché queste son tutte attività ad altissima intensità di lavoro, anche se a bassissima remunerazione. O meglio, quasi tutte, perché poi dentro questa catena ci sono anche gli antiquari, che recuperano, magari comprandolo al mercatino, il pezzo di valore; e molti antiquari sono persone straricche.
A livello internazionale qualcosa si sta muovendo. Nel 2008 l’Unione Europea ha varato una nuova direttiva quadro sulla gestione dei rifiuti, in cui sono cambiate molte cose; una delle più significative è che nella gerarchia delle priorità che dovrebbero regolare la gestione dei rifiuti, che tradizionalmente era: prima ridurre, poi riciclare, cioè recuperare materia, poi recuperare energia solo da quello da cui non si può recuperare materia, poi smaltire in discarica soltanto quello che rimane, è stato introdotto un nuovo gradino, che è "preparazione per il riutilizzo”, da inserire fra "riduzione” e "riciclo”.
La differenza è che con il riciclo recuperi soltanto il materiale, invece con il riutilizzo recuperi l’oggetto nell’uso a cui era precedentemente adibito.

Il quadro che fai sembra molto difficile da realizzare, anche perché il singolo da solo può fare poco.
Tutte le cose di cui parliamo sono difficilissime e sempre più difficili... Abbiamo però due leve su cui contare. Da un lato la vita sta diventando sempre più difficile per un numero crescente di persone, che dall’oggi al domani restano senza fonti di reddito; uno scenario che rende la risposta potenziale a certi problemi più urgente. Dall’altro il livello su cui possiamo lavorare è esclusivamente culturale, ma non nel senso della predica o della teoria, ma basandoci su esempi concreti.
Prendi l’esperienza dei Gas, i gruppi d’acquisto solidali. Non c’è dubbio che sia un’esperienza esemplare, ma si sta diffondendo. Se poi si faranno le stazioni ecologiche per promuovere il riuso, anch’esse potranno diffondersi. Di cose così ce ne sono tante altre, che si stanno moltiplicando a iosa.

8.12.10

Com'è possibile? (di Erich Fromm)

Com’è possibile che uomini che non si conoscono, che non si sono fatti nulla, si uccidano e perché, per che cosa, chi c’è dietro, chi ne approfitta, cosa significa tutto ciò?
Com’è possibile che gli uomini, come massa, possano agire tanto irrazionalmente e che si lascino manipolare tanto facilmente; e che cosa può fare l’uomo per evitarlo?

Postilla
Queste parole di Erich Fromm sono tratte dalla sua ultima intervista, rilasciata il 10 marzo 1980 alla Tv della Svizzera italiana. Risiedeva lì, a Muralto (nei pressi di Locarno), e vi morì il 18 marzo, cinque giorni prima del suo ottantesimo compleanno.

"Cronache giubilari". L'anima del commercio. (giugno 2000)

Il Giubileo continua. Nel mese di maggio le parrocchie della zona di Prepo, Settevalli e di Ponte della Pietra di Perugia, in collaborazione con la diocesi, hanno organizzato “Cristianopoli”, con messe, veglie e celebrazioni eucaristiche. Tra l'altro "un'equipe di evangelizzazione su camioncino" ha portato l'annuncio della missione nei luoghi d'incontro dei giovani e tra le altre s'è svolta a San Faustino la catechesi di Suor Roberta sul tema: Pinocchio e l'avventura di diventare uomo. L'iniziativa è stata sponsorizzata da Calzedonia, una catena di negozi di calze e collants.
E' normale che, nel momento in cui papa, vescovi, prete e monache si rivolgono alle anime per redimerle e salvarle, anche la pubblicità che è notoriamente l'anima del commercio, cerchi nel Giubileo la sua redenzione e salvezza. Abbiamo letto che, con la benedizione del Vescovo di Siena e il sostegno del custode dei luoghi santi in Gerusalemme, sono stati messi in commercio bottiglioni di Chianti dai nomi suggestivi: "La Rivelazione 2000", "Il Battesimo 1999", "La natività 1998", "L'Annunciazione 1997". L'operazione è lungimirante. Cristianesimo e vino sono indissolubilmente legati (è una delle poche ragioni per cui non possiamo non dirci cristiani): se tra i popoli non si fermasse l'ascesa dell'islamismo analcolico, per l'industria enologica sarebbe un bel guaio.
Un po' autolesionista ci è sembrata invece la scelta di Calzedonia, soprattutto in un contesto come l'Umbria, dove il Giubileo sembra aver scatenato un francescanesimo di ritorno: non c'è angolo della regione che non sia tappezzato di manifesti che annunziano questo un musical sul “poverello”, quello uno spettacolo di Laudi, quell'altro una camminata francescana per colli e convalli. Potrebbe nascerne una moda perniciosa, simile a quella per cui a suo tempo, si scalzarono Egidio, Silvestro e tanti altri. Non sarebbe un buon affare per i venditori di pedalini.
Forse però il management di Calzedonia è meno autolesionista di quanto non appaia, magari hanno già pensato a diversificare la loro presenza sul mercato e si preparano per tempo ad una massiccia vendita promozionale di sandali, all'uopo fabbricati in Cina o in Albania, ex basi rosse socialiste, con la benedizione del custode della Porziuncola o di qualche altro notabile francescano.

Da "micropolis" - giugno 2000 
Ora in Salvatore Lo Leggio, Cronache giubilari, Giada, 2001

"Cronache giubilari". Il Cristo aviatore e la santa in elicottero. (giugno 2000)

Una spettacolare iniziativa ha riguardato il pellegrinaggio giubilare di Santa Rita da Cascia. Salutata dalle fiaccole di Beirut, la santa dei miracoli impossibili è stata trasferita in elicottero da Rocca Porena di Cascia, esposta nella Basilica di Sant'Agostino in Roma, indi trasportata in Vaticano per poi ritornare al suo santuario.
Questa oscena esibizione dovrebbe contribuire alla conversione delle anime, a far nascere o rinascere la fede nell'assurdo, degno di fede proprio perché tale, e la devozione.
Il caso si presta ottimamente ad una riflessione. Il successo mediatico del Giubileo, infatti, non riguarda specificamente l'Umbria o Roma. La grande capacità di comunicazione del papa polacco, le sue iniziative spettacolari, i viaggi, la tensione ecumenica ed interconfessionale che sembra animarlo, lasciano intravedere una complessa strategia egemonica, seppure non priva di contraddizioni.
In una delle più note poesie di Apollinaire, la più ideologica, Zone, del 1912, si può forse reperire un'intuizione profetica, paragonabile ai misteri di Fatima, una chiave di lettura convincente del cattolicesimo di questo passaggio di millennio e del papato wojtiliano. Il poeta dichiarava che "solo la religione è rimasta nuovissima, semplice come i capannoni degli aeroporti", omaggiava il papa di allora ("L'europeo più moderno siete voi Papa Pio X"), parlava di un "Cristo che sale al cielo meglio degli aviatori" e "detiene il primato mondiale d'altitudine".
Aveva ragione? Esiste una simpatia originaria tra i miracoli della scienza e della tecnica e i miracoli che Cristo rinnova nei suoi santi e nelle sue sante? E' consustanziale alla forma cattolica del cristianesimo il senso della comunicazione massificata, che lo ha reso, dopo le prime inevitabili fasi di adattamento, un pesce nell'acqua delle nuove tecniche di manipolazione culturale?
Sono domande e curiosità che, con fiducia, affidiamo ai saggi della materia, ma ci pare non del tutto casuale che papi e vescovi da tempo immemorabile amino definirsi pastori e pensino alla chiesa non come un insieme di individui liberi, ma come gregge di pecore mansuete ed obbedienti, come non ci pare un caso il fatto che l'uomo politico italiano che con le televisioni ha maggiore familiarità si senta un "unto del Signore". Molti altri elementi sembrano dar corpo all'ipotesi di un cattolicesimo intrinsecamente moderno e postmoderno: 1) la mondializzazione economica è un ottima piattaforma per l'ecumenismo; 2) la Chiesa di Roma ha promosso una "civiltà delle immagini" assai prima che si diffondessero il cinema o la televisione; 3) molti miracoli cattolici presentano una singolare affinità con la "virtualità" del digitale. Non era digitale, ad esempio, ma virtuale (e virtuoso) il furioso erotismo, di cui danno prova i mistici e le mistiche della tradizione cattolica da Jacopone a Santa Teresa di Avila nei loro testi. Su questa comunicazione col divino già postmoderna si impiantavano le estasi e le "esvalianze" (esvaliare = uscir da sé) di cui la tradizione dà testimonianza.

In Salvatore Lo Leggio, Cronache giubilari, Giada, 2001 da "micropolis", giugno 2000 

Le assonanze di Marcello Marchesi.

Pescare l’ostrica sperando nella perla.
Aprire l’ostrica restando come un pirla.
Prendere l’ostrica e in seno al mar riporla.
Questa è la vita del pescator.
-
In La zia era assatanata. Primi giochi di parole per poeti e folle solitarie di Giampaolo Dossena, Theoria, 1988

Viva l'Italia (micropolis novembre 2010)

Viva l’Italia. Questo titolo hanno dato quest’anno gli organizzatori alla tradizionale rassegna perugina di Umbria Libri, probabilmente per cooperare alla celebrazione dei 150 anni di unità nazionale. Doveva essere il leit-motiv unificante, ma non è stato così. A guardare il programma, meno costoso che in altri anni e nondimeno ricco di appuntamenti, molto è stato affidato al caso, cioè alla libera scelta di editori, associazioni ed enti che hanno contribuito a costruire le kermesse. Tra gli eventi “in tema” quello dedicato a Italia del nord, Italia del sud, Italia di mezzo era di sicura attualità in un tempo di spinte separatiste. Pezzo forte la presenza di Pino Aprile, giornalista pugliese, autore di Terroni, ove concentra in una controstoria tutti i risentimenti meridionali; con lui  due storici professionali, Ercole Sori e Renato Covino.
Il racconto che Aprile fa nel libro e ha fatto nel dibattito è una storia di “colonialismo interno”, con un Nord che conquista, rapina, reprime ed opprime il Sud, con pagine nere di massacri di massa, campi di concentramento e forme di apartheid, con un razzismo implicito ed esplicito che, come un filo ininterrotto, collega Lombroso alla Gelmini e alla Lega Nord. In verità la rappresentazione di un regno borbonico finanziariamente florido e ricco di moderne attività produttive, pare frutto di generalizzazioni un po’ arbitrarie e in tutto il discorso di Aprile si indulge all’aneddotica e si esagera nei numeri; Sori lo fa notare a proposito della “emigrazione clandestina”. In effetti il giornalista non opera alcuna critica delle fonti e considera vangelo tutto ciò che corrobora le sue convizioni, con il procedimento tipico della dilettantistica storiografia “a tesi”.
La sostanza, al netto dei rancori e delle ritorsioni, ha comunque una sua base di verità, che coincide con la lettura gramsciana del Risorgimento come conquista regia e come rivoluzione agraria mancata. Fu Gramsci nel celebre Alcuni temi della quistione meridionale a denunciare come l’antimeridionalismo razzista che indigna Aprile fosse ingrediente base della cultura dominante e avesse infettato perfino la sinistra: “E’ noto quale ideologia sia stata diffusa in forma capillare dai propagandisti della borghesia nelle masse del Settentrione: il Mezzogiorno è la palla di piombo che impedisce più rapidi progressi allo sviluppo civile d’Italia; i meridionali sono biologicamente degli esseri inferiori, dei semibarbari o dei barbari completi per destino naturale; se il Mezzogiorno è arretrato la colpa non è del sistema capitalistico o di qualche altra causa storica, ma della natura che ha fatto i meridionali poltroni, incapaci, criminali, barbari, temperando questa sorte matrigna con la esplosione puramente individuale di grandi geni, che sono come le solitarie palme in un arido e sterile deserto. Il partito socialista fu in gran parte il veicolo di questa ideologia borghese nel proletariato settentrionale”.
Per Gramsci il modello di sviluppo dualistico che caratterizzava l’Italia aveva alla base l’azione politica delle classi dominanti nello Stato unitario e peculiarmente l’alleanza suggellata dal patto protezionistico del 1887, quello che sancisce il blocco storico tra industriali del Nord-Ovest e agrari del Sud e delle Isole, asse che determina la composizione e l’orientamento dei gruppi dirigenti fino a tutto il periodo fascista. Meno agevole è, per la presenza di non poche sfumature, la lettura dei sessanta e più anni di vita repubblicana, che, accanto all’emersione dell’Italia centrale e al decollo del Nord Est, ha visto nel sud la sconfitta del movimento contadino, la grande migrazione, le politiche speciali per il Mezzogiorno, i poli di sviluppo, fino all’attuale disperante degrado, da molti vissuto come spoliazione.
Di sicuro la polarizzazione si è accentuata. Ma anche quest’esito – spiegava Covino -  è legato alle scelte di classi dirigenti con una forte componente meridionale e non alla generica e interclassista contrapposizione tra Nord e Sud. Sul tema Aprile si mostrava a ragione imbarazzato. Non sono pochi i notabili vecchi e nuovi del ceto politico meridionale da sempre partecipe della direzione dello stato (Lombardo, Poli Bortone, Scotti, Miccichè eccetera) che si sono appropriati delle sue storie e vanno progettando di contrapporre alla Lega nord un leghismo sudista, talora favoleggiando di una continuità ininterrotta tra l’unificazione di 150 anni fa e l’attuale condizione dell’Italia meridionale.
Credo anch’io che sia arrivato il tempo per un racconto meno pacificato del Risorgimento, di modo che la guerra civile degli anni 60 dell’Ottocento sia raccontata come tale e non come brigantaggio e che le carneficine di Forte Fenestrelle e Pontelandolfo trovino lo spazio che meritano nella memoria collettiva e nei libri di storia. E tuttavia ho molte difficoltà nel vedere in Bossi e Calderoli i discendenti della Destra Storica, il gruppo dirigente meno corrotto che l’Italia unita abbia avuto. Non ci crederei neanche di fronte a un dettagliatissimo albero genealogico.

Cattivi maestri. Le mie "Cronache giubilari" recensite da Walter Cremonte.

All’editore GIADA resta un numero limitatissimo di esemplari delle mie Cronache giubilari, nell’ordine delle unità, non delle decine. Io non ne trovo più una copia nella mia libreria, tant’è che per il blog sto utilizzando, nella casa paterna, quella che regalai al mio caro papà, con una dedica inneggiante al suo “antico e sano anticlericalismo”.
A scanso di equivoci, non si trattò affatto di un successo editoriale. Con la stampa digitale Gianni Bovini ne fece tirare poche copie, intorno alle duecento. E quelle poche sono andate esaurite. E non necessariamente acquistate. Di certo una sessantina sono state regalate, metà da me e metà da Enrico Mantovani, a cui il libro (bontà sua) piacque. Un computo di quelle effettivamente lette, in tutto o in parte, dall'acquirente o dal donatario, è molto difficile, ma il numero ovviamente scende ancora. Scommetto che non s'arriva a cento. 
Dipende dai miei limiti di scrittore o, più correttamente, di scrivente? Di sicuro e soprattutto. Io stesso, leggendo, mi accorgo di tanti difetti, anche se a quelle pagine resto affezionato (si sa che ogni scarafone è bello a mamma sua). E tuttavia penso che la scarsa diffusione del volumetto fosse dovuta anche ad altro e che i rifiuti travestiti da rinvii (“Vedremo più avanti”) a organizzare presentazioni da parte di amici, enti, circoli, sezioni eccetera, avessero anche altre ragioni.
Il libro vide la luce nell’ottobre del 2001, il mese dell’intervento in Afghanistan della coalizione dei volenterosi capitanata dagli Usa, presentato come una reazione tempestiva al terribile attentato dell’11 settembre. Come obiettivi della “crociata” ne vennero indicati due, immediati: la cattura di Osama Bin Laden, da quasi tutti indicato come il capo del terrorismo islamico internazionale, e del mullah Omar, guida dei talebani che, al tempo, controllavano Kabul e gran parte dell’Afghanistan. Ma ne vennero indicati di più ambiziosi, specie tra quei “neocons” che, spesso provenendo da sinistra, erano i tra gli ideologi più ascoltati da Bush e teorizzavano l’esportazione della libertà attraverso la guerra: l’instaurazione in quel paese della democrazia liberale, la liberazione delle donne afghane dal burqa e da ogni altra costrizione, eccetera eccetera. Com’è evidente nessuno di questi obiettivi è stato realizzato. Di Omar e di Obama nulla si sa, anche se ricorrenti sono stati gli annunci che volevano morto l’uno o l’altro di loro: ma la cosa non sembra essere effetto della guerra. Quanto al resto ci vogliono stomaci capaci di digerire “la qualunque” per parlare di democrazia e di liberazione femminile a Kabul. La guerra peraltro non è finita, i talebani controllano gran parte del paese e con loro (quelli moderati) trattano senza nasconderlo i generali americani. Intanto continuano i bombardamenti, le stragi e i morti da tutte le parti, anche fra gli italiani.
La diffusione delle Cronache giubilari sarebbe dovuta avvenire nei primi mesi del 2002, anche attraverso il giro di presentazioni che di solito promuove i libri dell’editoria locale per villaggi e paesi, in librerie, sale pubbliche e feste di partito.
Se ne fecero solo due. Una si svolse al Borgo di Perugia, organizzata dall’associazione del quartiere: la serata risultò glaciale, alcuni gradi sotto lo zero, e i pochi che c’erano (meno di 20) davano con la loro presenza una testimonianza di fede degna di miglior causa. L’altra si fece a Bastia Umbra, sotto l’egida del Comune allora di sinistra, che volentieri avrebbe negato la sala a me, ex consigliere, ma non si sentiva di negarla ad Alberto La Volpe, che della cittadina era stato sindaco amatissimo e mi presentava il libro.
Alberto nella veloce cena che facemmo prima dell’incontro mi disse che aveva apprezzato il libro, ma nell’intervento della sala consiliare, affollata soprattutto da miei (e suoi) personali amici, parlò d’altro e, in sostanza, esaltò il papa pacifista e mediatico. Era già la primavera del 2002 e cominciava la campagna di Bush per estendere la guerra santa dell’Occidente, in Iraq intanto, poi In Iran e in Siria. Wojtila era uno dei pilastri del movimento pacifista che cominciava a prendere corpo per fermare i disegni dell’amministrazione Usa e ad Alberto La Volpe, grande amico della Palestina e della pace, sembrava una ragione sufficiente per mostrare verso il papa polacco attenzione e apprezzamento. Durante la manifestazione una ventina di copie delle Cronache giubilari il libraio le vendette comunque e a me non dispiacque prestarmi al rito della firma. E tuttavia dubito che l’acquisto fosse incoraggiato dalle parole del presentatore.
Per farla corta penso che un libro francamente e spavaldamente antipapalino, non senza qualche reminiscenza ottocentesca, com’era il mio, difficilmente avrebbe ottenuto aiuti nella diffusione, anche se fosse stato meglio pensato, scritto e costruito. Vigeva ancor più che adesso il pregiudizio, diffuso a sinistra, contro il “vieto anticlericalismo” (“vieto perché vietato” – soleva dire Ernesto Rossi, autore di splendide Pagine anticlericali).
Ho raccontato questa storia, probabilmente noiosa, per giustificare la scelta di far conoscere a chi frequenta questo blog qualche stralcio di quel vecchio libro, facendolo precedere dalla recensione che ne fece Walter Cremonte nell'aprile 2002 proprio su “micropolis”, il mensile per il quale sono stati composti gli articoli che compongono le mie cronache di quell’anno speciale. (S.L.L.)  

Leggendo le Cronache giubilari di Salvatore Lo Leggio (Giada,2001) viene alla mente, per prima cosa, un passo famoso del De rerum natura di Lucrezio: quasi all’inizio del poema, dopo aver esaltato Epicuro per la sua lotta vittoriosa contro la religio, l’autore si preoccupa di rassicurare il destinatario perché non tema di essere avviato su una cattiva strada, empia e scellerata; infatti il male non è nella critica alla religione, ma nella stessa religione, come dimostra l’episodio del sacrificio di Ifigenia (Tantum religio potuit suadere malorum! – a proposito come tradurre la parola religio? Si potrebbe proporre “alienazione religiosa”). Dunque Lucrezio ha temuto di essere preso per cattivo maestro (e gli capiterà di peggio: sarà dichiarato pazzo dal suo biografo cristiano). Correrà questo rischio anche il mio amico Salvatore?
E’ certo, in ogni caso, che si troverebbe in buona compagnia: Lucrezio, appunto, Machiavelli, Voltaire, Marx… E di sicuro quest’altro benvenuto tra i didatti del sospetto aveva ben chiaro nella mente l’ammonimento del vecchio Bertolt Brecht: “Anche il minimo gesto, in apparenza semplice, / osservatelo con diffidenza. / Investigare se proprio l’usuale sia necessario / E – vi preghiamo – quello che succede ogni giorno / non trovatelo naturale”.
Lo Leggio ha scelto come osservatorio privilegiato l’anno giubilare, in particolare nei suoi svolgimenti umbri, e ce ne ha mostrate cose da guardare “con diffidenza”: per aiutarci a demistificare l’apparente normalità di un ritualismo così invasivo ed ossessivo da apparire come un dato indiscutibile e quasi fatale della realtà e non, com’è, frutto di scelte politico-mediatiche ben definite e ben individuabili. E per farlo l’autore di queste Cronache giubilari usa in maniera magistrale (ed anche molto divertente) l’arma dell’ironia, strumento prediletto del pensiero critico di matrice illuministica.
Una definizione classica della modalità dell’ironia è questa: la moralità dell’autore si afferma attraverso la auto-negazione delle posizioni che combatte, che sono confutate dalla propria stessa insostenibilità. Detta così sembrerebbe una cosa un po’ “fredda”. Ma nel caso di Lo Leggio balza in primo piano la presa di posizione partigiana, combattiva, spesso incalzata da un forte sentimento di indignazione e non solo dalla consapevolezza ironica (a volte ghignante) di una superiorità intellettuale sull’avversario. E’ per questo che il discorso che Lo Leggio – così teso a mascherare conformismi, acquiescenze e complicità di comodo – dovrebbe interessare non solo la sinistra critica, interlocutore privilegiato, ma anche un lettore cattolico, disposto però ad un sano bagno nell’acqua gelata e pulita per togliersi di dosso incrostazioni del tipo di quella denunciata nel libro, a pag. 48, “per la quale il dialogo consiste nel dire agli altri - Io sono nella verità, tu nell’errore! Adesso puoi anche parlare…”.
E certamente interessa una specie di povero cristiano come me, anzi, per dir meglio, una specie di semi-cristiano come credo di essere io, uno che del Cristianesimo ha percorso solo metà strada, fino alla croce, perdendosi la parte più succosa e gratificante: la Resurrezione, il trionfo sulla sofferenza e sulla morte. Riconosco meglio la prima parte, anche perché è nel senso comune e nel linguaggio comune il “povero Cristo”, il “Cristo in croce” ( e la croce di Spartaco nell’ultimo scena del film di Kubrik, e la croce che forma il lettino dei condannati a morte per iniezione letale…) e in generale sento un po’ estraneo il trionfo. Così le parole dette al ladrone “oggi sarai con me in Paradiso” mi suonano come “fatti coraggio, tra poco sarà tutto finito” – che non sarà il paradiso, ma certo gli assomiglia parecchio.

L'Unione europea e il martello irlandese (di Roberta Carlini)

Da "Rocca" di novembre riprendo un articolo della nostra Robertina Carlini, come sempre chiara ed efficacissima nel far intendere le cose di economia a noi profani. Il tema è il debito pubblico, la vicenda irlandese, le politiche e le non politiche europee, le disgrazie italiane. Da leggere (S.L.L.).
Dublino, La Cattedrale di San Patrizio
Il martello irlandese
L’Unione europea è come un bambino con un martello in mano: vede chiodi dappertutto. La metafora è stata efficacemente usata dal premio Nobel Paul Krugman per descrivere l’ossessione del bambino-Europa: il chiodo, in questo caso, è il debito pubblico. E la scena del bambino con il martello si è ripetuta quando è scoppiata l’ultima grana europea, ossia la crisi irlandese. Una crisi originata dall’imprudente esposizione delle banche nella bolla immobiliare, quindi nata e crescita all’interno del settore finanziario privato; ma poi trasformata in un problema di debito pubblico. Anche in questa occasione si è ripetuto il copione delle altre crisi: riunioni d’emergenza, grandi medici (Fmi e Ue) al capezzale del grande malato, braccio di ferro, speculazione scatenata, intervento di salvataggio. Ennesima emergenza internazionale, di fronte alla quale il presidente dell’Unione europea ha addirittura paventato la fine dell’euro; ma che qui da noi è stata provincialmente usata come un salvagente per far galleggiare ancora per un mesetto il governo, nell’attesa dell’approvazione della legge di stabilità – nuovo nome dato alla vecchia legge finanziaria.

Irlanda, l’ex miracolo
La memoria, in campo economico e politico, è sempre più corta. Però stavolta il balzo è stato troppo repentino e tutti ancora abbiamo in mente le pagine dei giornali, le prediche degli economisti, i buoni voti degli analisti a proposito dei miracolosi risultati conseguiti dall’Irlanda. “La tigre celtica”, veniva chiamata. “Fate come l’Irlanda”, dicevano tutti. Basse tasse, flessibilità del lavoro, finanza veloce, crescita impetuosa. Eppure il miracolo irlandese è franata in pochissimo tempo, a causa del fatto che, come gran parte dei miracoli ai quali abbiamo di recente assistito, non posava su fondamenta solide. Era fondato sul debito, sul “leverage”. E quando la crisi del sistema bancario del 2008 ha messo in difficoltà i disinvoltissimi istituti di credito della “tigre”, il governo irlandese è intervenuto per evitare il tracollo. Ha salvato le banche con i soldi dei cittadini; e poiché questi non bastavano, ha fatto debiti sostituendo così al debito privato delle banche il debito pubblico. Non è stato il solo: un Rapporto della Commissione europea del maggio scorso rivela che da ottobre 2008 a marzo del 2010 i paesi europei nel loro insieme hanno stanziato 4.131 miliardi di euro per arginare gli effetti della crisi sulle proprie banche. Una somma enorme. Per avere un’idea della grandezza basti pensare che si tratta del 32,6 per cento del Pil europeo. E tale gigantesca operazione di salvataggio della finanza – non di fronte a un’emergenza imprevedibile, a un evento esterno, a una sciagura naturale, ma in seguito ai guasti derivanti dallo stesso ordinario modo di funzionare della finanza – è avvenuta in ordine sparso, d’urgenza e senza chiedere nulla in cambio. Un processo di blanda riscrittura delle regole del sistema finanziario è stato nel frattempo avviato, ma in forma debole e fuori tempo massimo. Il governo europeo – il faticoso processo decisionale che dovrebbe coordinare una zona con una sola moneta e tante sovranità politiche – si è trovato senza strumenti politici, istituzionali e anche culturali per far fronte alla situazione. Nel frattempo però le conseguenze dei salvataggi pubblici si sono fatte vedere e sentire, in misura diversa, sui vari bilanci nazionali. Molti paesi sono entrati in zona rischio rispetto ai parametri scritti nei trattati europei sui rapporti tra debito e prodotto, tra deficit e prodotto. Così finalmente i governanti europei si sono trovati di nuovo di fronte a un paesaggio conosciuto: il bambino col martello ha ritrovato il suo chiodo, il debito pubblico, e ha ripreso a martellare a casaccio.
Anche per l’Irlanda l’emergenza è arrivata sull’onda dei dati del rapporti tra deficit e prodotto, e come era già successo per la Grecia sono stati chiamati al salvataggio fondi europei e il Fondo monetario internazionale. L’urgenza, in questi casi, non è quella di fermare la crisi di sfiducia verso il sistema creditizio – quella che si temeva al momento dei bail-out delle banche – ma quella di fermare le scommesse della speculazione contro i paesi più deboli, più a rischio nella stabilità dei conti. La stessa pressione che ha portato la Grecia ad accettare tagli pesantissimi al bilancio, che ovunque sta portando a ridurre le spese e ridimensionare il settore e i servizi pubblici, con conseguenti esplosioni di protesta sociale, ma che pare non riuscire a far recedere l’Irlanda dalla manovra politica di cui va più fiera, ossia l’abbassamento delle tasse sulle imprese.
Non può sfuggire la gravità della situazione. Da un lato, i governi europei confermano la loro incapacità di passare a una fase nuova, in cui l’Unione sia a tutti gli effetti un soggetto politico-istituzionale capace di governare i tumulti della zona monetaria; anzi, questi stessi tumulti non sortiscono neanche un effetto minimo di concordia tra i vari paesi, che si aiutano solo nella misura in cui questo serve a salvare le rispettive banche ma che restano tra loro in competizione per attrarre capitali. E restano dunque in balìa dei movimenti e capricci di questi ultimi. Dall’altro lato però, tutto ciò non riporta la situazione al punto di partenza – politica debole, economia forte – perché il sistema economico-finanziario è minato dall’interno e dunque non fa che trasmettere crisi da un paese all’altro.

L’Italia è in salvo?
Ogni volta che un paese debole è preso di mira dalla speculazione, tutti gli altri si girano verso di noi. Stavolta tocca all’Italia? Ci salveremo? Finiremo come la Grecia? Ma anche per la crisi irlandese, come era già successo per le altre, il contagio non è arrivato. Rispetto alla grande crisi cominciata due anni fa, l’Italia è in una posizione anomala. Il suo sistema bancario è rimasto abbastanza – anche se non del tutto – al riparo dallo choc, i prodotti tossici che hanno avvelenato la finanza mondiale ce li avevamo anche noi ma in misura assai minore. Così, a cavallo tra il 2008 e il 2009 il governo italiano non è dovuto intervenire a salvare le banche, come molto altri governi hanno dovuto fare. In sé, la crisi finanziaria non ha aggravati i problemi delle casse pubbliche italiane, che già avevano un bel po’ di problemi ma che non si sono dovute sobbarcare anche quelli delle casse private delle banche. Tutto bene, allora? No. Perché se la crisi finanziaria da noi è stata un po’ più mite che altrove, molto più rigida è stata la gelata che in tutto il mondo è arrivata sull’economia: la crisi di domanda, la stretta del credito alle imprese e alle famiglie, le crisi aziendali, i licenziamenti e i mancati rinnovi dei contratti atipici. Dunque l’Italia, meno esposta al contagio finanziario, è stata investita da quello “reale”, dell’economia in carne ed ossa. Questo non è senza conseguenze per le casse pubbliche, investite da minori entrate – a causa della crisi – e da maggiori spese automatiche, come quelle per la cassa integrazione. Di qui un aumento del “rischio Italia”, che i mercati quantificano in quello che si chiama lo “spread”, la differenza tra i tassi a lungo termine sui titoli del debito pubblico italiano e gli altri, in particolare i “bund” tedeschi.
Proprio a causa di questo rischio e della necessità di piazzare a ogni scadenza titoli del debito pubblico sul mercato, il ministro Tremonti ribadisce a ogni pie’ sospinto la necessità del rigore nei conti, e il presidente della repubblica Napolitano ha fatto pressioni perché la manovra finanziaria – la “legge di stabilità” – fosse messa in salvo, a prescindere dall’esito della crisi politica. Un clima da emergenza e solidarietà nazionale, che è stato condiviso anche dall’opposizione in parlamento. Ma questo clima ha fatto passare del tutto in secondo piano i contenuti; e la risposta alla domanda essenziale: la legge di stabilità che il parlamento italiano si accinge a votare – prima di passare a occuparsi del futuro di Berlusconi e dello stesso Tremonti – mette davvero in salvo l’Italia? Serve approvare una manovra purchessia, per uscire dalla gravissima situazione dell’economia e della società italiana? Nella manovra di quest’anno – come in quelle del 2008 e del 2009, ossia le due manovre fatte da quando la crisi è iniziata – non c’è nessuna misura contro la recessione. L’Italia non ha mai discusso in parlamento della crisi, e non ha mai avuto un “pacchetto di stimolo”, al contrario degli altri paesi. Al contrario: la manovra va nella stessa direzione della recessione (è pro-ciclica, in termini economici) perché restringe la spesa pubblica nello stesso momento in cui si riduce quella privata. Non riduce le tasse, elargisce solo qualche bonus alle categorie più protette dal governo: per esempio, i pendolari avranno tariffe più alte sui treni, mentre i camionisti avranno di nuovo gli incentivi all’autotrasporto. Non aumenta la spesa per i settori che più incidono sull’innovazione e sullo sviluppo – a partire dalla ricerca e dalla scuola – che invece continuano a subire tagli. Non cambia le regole della protezione sociale, che continuano a coprire (poco e male) solo i lavoratori dipendenti della grande industria. E’ possibile – ma non è detto – che tutto ciò rassicuri i mercati, di certo non dovrebbe rassicurare i cittadini italiani.
Ma si ritiene – l’establishment ritiene – che sia necessario votarla e in fretta, per evitare di “finire come la Grecia e l’Irlanda”. Come ha detto Corrado Guzzanti: “Intanto, speriamo di non finire come l’Italia”.

Genetica e didattica (di Massimo Gramellini)

Massimo Gramellini, tra i “corsivisti” del nostro tempo, mi pare tra i più dotati di quella ironia, che, specie verso l’ignoranza compiaciuta di sé, tracima nel sarcasmo. Ho ritagliato il 30 settembre questo da “La Stampa” questo pezzo, per vedere se la sua efficacia durava. Mi pare di sì: per questo lo ripropongo qui, per ricordarmene e ricordarlo (S.L.L.). 
La Rupe Tarpea
«Prima della didattica viene la genetica», sentenzia un professore del Conservatorio di Milano su Facebook, la piazza di Internet dove si chiacchiera con le dita e spesso si straparla, anzi si strascrive. «Prima della didattica viene la genetica» e quindi ha proprio ragione quell’assessore di Chieri che a scuola vuol separare i bambini disabili dai «normali». Per quanto la soluzione ottimale sia ancora un’altra: «Alla Rupe Tarpea bisognerebbe tornare», rievoca nostalgico il prof, «perché stiamo decadendo geneticamente e una pseudoscienza senza bussole fa campare persone che non dovrebbero». Guai a dargli del nazista («cosa che non sono») o del razzista («inconcepibile»). Lui è «una persona che ragiona liberamente» e, ragionando ragionando, scrive: «Prima della didattica viene la genetica».
Che peccato. Perché se invece fosse venuta prima la didattica, durante il suo lungo corso di studi il professore avrebbe imparato che dalla Rupe Tarpea i romani non gettavano i disabili, ma i traditori della patria. Era a Sparta che selezionavano la razza abbandonandone i frutti meno ortodossi sul monte Taigete. E poiché la cultura è come le ciliegie e ogni nozione se ne tira dietro un’altra, il prof avrebbe potuto riflettere sul destino singolare degli spartani, che – unici nel mondo greco – non hanno lasciato all’umanità uno scultore, un architetto, un filosofo, un musicista. Non sarà che, a furia di «spuntare» quelli che ritenevano imperfetti, si ritrovarono con una massa di bietoloni.

7.12.10

Questo ricordo... Una poesia di Costantino Kavafis

Questo ricordo lo vorrei ridire…
Ma ormai s’è così spento…
quasi più nulla resta – perché lontano giace, negli
anni primi dell’adolescenza

Pelle come di gelsomino fatta…
Quella sera d’agosto – ma era agosto?...
Ricordo appena gli occhi, erano azzurri credo…
Ah sì, azzurri, uno zaffiro azzurro.

Da Poesie erotiche, Crocetti, 1988.
Traduzione di Nicola Crocetti.

La sete m'è passata... (da Luca Canali - "Alla maniera di...")

Luca Canali nel 1986 pubblicò per Crocetti con il sottotitolo “inediti apocrifi di poeti moderni”, un volume dal titolo Alla maniera di. Non si trattava di “parodie”, nel senso usuale del termine, piuttosto di “imitazioni”, nel quadro della nobile tradizione di quegli antichi poeti che Luca Canali ha divulgato, tradotto, commentato con acume critico e rivitalizzato senza antistoriche forzature. Alla maniera di chi sia scritta la lirica che trovate in questo post ve lo lascio indovinare. A me sembra non solo ben fatta, ma anche bella. Se non fosse un apocrifo, ma solo un inedito, troverebbe posto in molte antologie dell’autore qui imitato (S.L.L.)

La sete m’è passata a quel tuo bacio
succoso di saliva che m’hai dato,
anche se prima non volevi, dietro
l’angolo della via mentre tuo padre
ti chiamava da casa: “Non andare
troppo lontano, Gigi”. Il ragazzino
l’aveva dritto ed io glielo sfiorai.
Andavano di sera indifferenti
e belli giovanotti in canottiera.

6.12.10

La poesia del lunedì. Luis de Gòngora y Argote (1561 - 1627)

OROLOGIO DI STELLE
Se voglio attraverso le stelle
sapere, tempo, dove sei,
vedo che vai con loro,
ma con loro non torni.
Dove imprimi le tue orme,
che non ritrovo il tuo cammino?
Ma ahimè, m'inganno !
che tu voli, corri, rotoli via:
tempo, sei tu che resti,
ed io che volo via.

5.12.10

Attenti a quei due! L'articolo della domenica

Gli allarmi più pressanti sui pericoli gravi che corre l’Italia democratica nel tramonto di Berlusconi li ho sentiti lanciati poco più di una settimana fa da Marco Pannella a Radio radicale e stamani su “l’Unità” da Pierluigi Bersani. L’uno e l’altro insistono sulla paura che sembra aver preso il Cavaliere e sui drammatici effetti che al terrore sovente conseguono in uomini politici come lui, specie quando conservano nelle proprie mani ampie fette di potere.
La cosa strana è che, mentre Pannella drammatizza i rischi che ci sovrastano, non esita a incontrarsi con l’orribile La Russa per quello che lui chiama “dialogo” e che i giornali e i politicanti “arcorizzati” tendono a far passare per trattativa. Io non credo che di ciò si tratti: il Cavaliere non ha nulla da offrire a Pannella in cambio di una fiducia nel voto del 14 prossimo, neanche un posto sicuro in liste bloccate. La presenza dei candidati pannelliani, infatti, sarebbe incompatibile con l’appoggio del clericalismo più retrivo su cui Sua emittenza confida. Insomma il guru radicale neppure in un momento come questo riesce a fare a meno del suo indigeribile tatticismo, quello che ce lo rende incommestibile nonostante la simpatia per tante sue coraggiose battaglie.
Bersani, dal canto suo, esprime posizioni più limpide, ma gli artefici del disastro, l’Eteocle e il Polinice della  sinistra, Veltroni e D’Alema, stranamente d’accordo, sembrano volerlo emarginare. L’idea di Bersani, nonostante le coperture tattiche, è semplice: se non si riesce a fare rapidamente un governo a tempo per cambiare la legge elettorale e governare l’imminente tempesta monetaria, si deve sfidare il cavaliere e andare ad elezioni con il nuovo Ulivo. Bersani sembra non temere la sfida di Vendola, ma sembra soprattutto non temere quelle primarie che lo obbligherebbero, per vincere, a ad alcune scelte di sinistra. Vendola da una parte e una possibile scelta di sinistra, anche vaghissima, sono però per Veltroni e D’Alema come il fumo negli occhi. Loro e le rispettive cordate si odiano, gli stili politici sono diversi, i banchieri e i costruttori di riferimento pure, ma su Vendola e la sinistra i due sono assolutamente d’accordo: se non è possibile neutralizzarli bisogna espellerli da ogni alleanza. E Vendola non si lascia troppo facilmente  neutralizzare.
La conclusione è demoralizzante. Il centrodestra è diviso. Il Cavaliere è in crisi evidente. L’alleanza Pdl – Lega ha ormai solo un paio di punti di vantaggio. La coalizione di sinistra, che con un programma attento ai ceti sociali più colpiti dalla crisi e una conduzione non litigiosa, può bloccare le tentazioni autoritarie e sfidare la destra alle elezioni con la concreta possibilità di ottenere la maggioranza dei seggi alla Camera dei deputati e di avvicinarsi ad essa anche al Senato. I peggiori nemici di questa prospettiva sono quei due, quelli che da sempre sognano governi, oltre che coi Fini ed i Casini, anche con i Marchionni, i Montezemoli, i Calleari, i Bazzoli, i Profumi ed altri congeneri capitani coraggiosi.      

Aldo Natoli. Un comunista senza partito. ("micropolis" - novembre 2010)

Da "micropolis" di novembre riprendo la pagina dedicata al nostro Aldo Natoli, medico e latinista, partigiano e comunista, dirigente storico del Pci romano e fondatore de "il manifesto", studioso di Gramsci, di Mao e dello stalinismo. Essa comprende una breve premessa e un brano da un suo poco noto intervento perugino (S.L.L.).
Comunista senza partito
E’ morto nei giorni scorsi Aldo Natoli. I coccodrilli ne hanno esaltato la poliedricità (medico, politico, parlamentare, giornalista, storico), ne hanno ricordato l’impegno antifascista e il carcere, il ruolo di primo piano nel Pci romano, le battaglie contro il “sacco di Roma” in Consiglio comunale, l’eresia del “manifesto” e la radiazione dal partito.
Anche dal “manifesto”, di cui fu uno dei padri fondatori, Aldo si allontanò gradualmente, al tempo delle reciproche cannibalizzazioni nella sinistra estrema durante gli anni settanta, senza mai smettere del tutto la collaborazione con il "quotidiano comunista", ma dedicandosi prevalentemente alla storia del comunismo novecentesco con tre interessi centrali: lo stalinismo, Gramsci e Mao.
Nel gruppo dei fondatori del “manifesto” Aldo Natoli fu quello che operò la rottura più profonda con il mito di Togliatti, che su altri non cessa tuttora di esercitare il suo fascino. Alessandro Portelli, che ha raccolto negli anni ottanta le sue memorie, nel ricordarne l’amore, ricambiato, per la Roma proletaria, racconta di un tranviere che lo ferma e gli chiede “Natoli, che fai” e di lui che risponde “il comunista senza partito”. E’ una definizione che  ci commuove e in cui ci riconosciamo, che ci rende fieri di averlo avuto compagno e maestro.
Una delle sue ultime uscite pubbliche si ebbe, infatti, a Perugia, il 22 settembre del 1990, per un convegno organizzato da Segno Critico. Lo avemmo relatore e commensale e imparammo molto dall’uno e dall’altro. Il tema del Convegno era Scenari della transizione nell’Est europeo e vi partecipavano in buon numero studiosi provenienti dall’Est, tra cui Victor Zaslavskij, Vladimir Shubkin e Agnes Simonyi. Abbattuto da qualche mese il muro di Berlino, sopravviveva l’Urss di Gorbaciov  e resisteva in qualcuno di noi la speranza di un’ordinata transizione dal socialismo delle caserme a un socialismo civile. Aldo ci spiegò come la catastrofe economica dell’Est affondasse le sue radici nel modello economico-sociale staliniano e ce ne indicò alcuni elementi costitutivi: direzione statale, centralizzata e burocratica; enorme espansione della burocrazia (al tempo si parlava del licenziamento di 18 milioni di persone per ridurre l’apparato statale); obiettivi della pianificazione verificati “a peso”, con scarti e prodotti invendibili e inservibili in percentuali altissime; massiccio impiego di forza lavoro non qualificata. Natoli contestava in radice quello che per gli amanti del modello sovietico ne era il punto di forza e la principale attrattiva: la piena occupazione. L’intervento fu inserito nel volumetto degli atti curato da Renato Covino e Massimo Florio. Ne ripubblichiamo qui una parte, esemplare di un approccio razionale e appassionato, che demoliva i miti e non mollava sui principi.

Mosca 1930. Un'operaia dell'industria tessile "Il nuovo mondo"
Lo stalinismo e l’enorme inerzia delle masse (di Aldo Natoli)
Fu il mantenimento della piena occupazione, ovvero della disoccupazione occulta entro fabbriche che avrebbero potuto funzionare con un terzo della forza lavoro, fu questa la causa ideologica e politica che impedì il rinnovamento tecnologico dell’apparato industriale sovietico, la causa del disastro degli ultimi venti anni.
Forse si dirà: ma ciò avvenne perché si volle mantenere il principio “socialista” della piena occupazione. Ma di quale socialismo? Forse, ma neanche questo è certo, del “socialismo reale”, non certo di quello di Marx. Per Marx il socialismo, primo stadio del comunismo, avrebbe dovuto essere una fase di transizione verso lo stadio superiore, attraverso “l’aumento infinito della produttività del lavoro” e la contemporanea liberazione della persona umana. Questa, per Marx, è la chiave per aprire la porta del comunismo.
Ma nell’Urss staliniana gli operai, fin dalla fine del 1928, quando, di fatto, furono soppressi i sindacati, avevano perduto ogni diritto e ogni libertà. Shubkin ha già detto quale fu il ruolo della violenza e della coercizione, e “l’inerzia”, “l’apatia”, “l’assenza di mobilitazione sociale” (di cui anche Zaslavskij ha parlato), non si possono comprendere se non in questo quadro complessivo. La spoliticizzazione della classe operaia russa (in crudo contrasto con le celebrazioni rituali della “coscienza operaia”, “del ruolo dirigente della classe operaia”), escluse da ogni partecipazione politica attiva, si accompagnò alla demoralizzazione della sua dignità di lavoratore-produttore. Quale può essere “l’etica del lavoro” di un operaio che lavora poco e male (tre ore su otto, diciamo) in una fabbrica in cui non sa di essere superfluo, ma dove l’occupazione e il salario (sia pure basso) sono garantiti dallo Stato, e quando gli è data la possibilità di trovarsi un secondo lavoro fuori dalla fabbrica e così arrotondare il proprio reddito?
La spoliticizzazione della classe operaia si accompagnò ad una atomizzazione della vita sociale e a un riflusso nel “privato”.
Insomma, la realizzazione del lavoro per tutti in un regime di privazione di ogni diritto politico, in una situazione di bassi salari e di scarsità di beni, ha promosso la ricomparsa, tollerata già dagli anni precedenti all’avvento di Gorbaciov, del lavoro privato, entro rapporti materiali e sociali privati e paralleli rispetto alla sfera pubblica, ormai remota e preclusa. Il paradosso consiste nel fatto che l’operaio garantito dallo Stato in omaggio a un principio socialista mistificato (che io chiamerei operaio di Stato), quell’operaio, garantito dallo Stato viene risucchiato dall’alienazione privata, asociale e antisociale. Un autore cecoslovacco, che ha studiato negli anni 70 questi processi nel suo paese, lo ha definito “un contratto sociale di tipo nuovo”. Colgo l’occasione per notare che questo fenomeno – che nulla ha a che fare con il socialismo e il comunismo marxiano – fu esportato dall’Urss in tutti i paesi del suo blocco est-europeo.
La base reale del fenomeno fu, dunque, il modello di sviluppo estensivo, alimentato dall’impiego di lavoratori in maggioranza a bassa qualifica, in un quadro tecnologico, in generale, arretrato. Ciò ha garantito la piena occupazione (ma anche promosso il doppio lavoro), con il sovraccarico nelle imprese di manodopera sottoutilizzata, con salari relativamente bassi ed egualitari, senza un rapporto certo con il prodotto del lavoro. Da qui si origina la scarsa incentivazione del lavoro in un sistema produttivo in cui l’indice di valutazione era il prodotto lordo prescritto dagli organi centrali della pianificazione. Da qui la bassa produttività, per non parlare degli sprechi e del parassitismo. Come pure, lo sottolineo ancora, la profonda deformazione dell’etica del lavoro, che io non credo possa essere curata con iniezioni di fede religiosa.
“L’enorme inerzia delle masse” che Gorbaciov ha più volte denunciato, ha alla sua origine un fatto strutturale, inerente al modello di sviluppo […]. Questa è l’eredità più pesante dello stalinismo, che nulla ha a che fare con le analisi di Marx, ma mitizzata dal marxismo-leninismo e forse più affine a modelli ormai arcaici di epoca precapitalistica. E la classe operaia, uno strato sociale geneticamente dipendente dallo Stato è, per questo, come la burocrazia, conservatore. 


4.12.10

Era urgente. A Palermo, ottimizzata l'attività istituzionale del sindaco.

“Il sindaco di Palermo Diego Cammarata possiede da qualche giorno un iPhone4 gentilmente regatogli dai contribuenti «per l’ottimizzazione delle attività istituzionali». Il capo di gabinetto Sergio Pollicita ha spiegato che era urgente.
Cammarata percepisce una retribuzione lorda di oltre 10 mila euro al mese, è uno dei sindaci più pagatI d’Italia, mille euro più della Moratti (ma evidentemente non poteva permettersi di pagare l’iPhone con i suoi soldi).
A Palermo il Comune ha un bilancio drammaticamente in rosso e non riesce più a garantire diversi servizi essenziali, dalla raccolta dei rifiuti alla benzina per le auto dei vigili.
Immagino che ora qualcuno scriverà qui sotto che anche questo è un post demagogico”.
Ho recuperato questa informazione dal blog “Piovono rane”, curato da Alessandro Gilioli:

Wikileaks e il re del Barhain.

Dalle informative dei diplomatici Usa rese note in questi giorni dai pirati emerge una verità che forse si poteva sospettare, ma che resta tuttavia paradossale. L’immagine della politica mediorientale che viene fuori dalle "rivelazioni" di Wikileaks mostra un'Amministrazione statunitense e un governo di Israele prudenti e perfino riluttanti, mentre il rais egiziano Mubarak, la monarchia saudita, gli emiri, gli sceicchi e il re del Bahrain sollecitano, pungolano, insistono, lanciano gridi di dolore affinché siano bombardate le istallazioni energetiche nucleari in Iran o, addirittura, si distrugga il regime iraniano con una guerra. Forse non è difficile leggere dietro a questo atteggiamento il terrore di governi e potentati estremamente corrotti nei confronti di una collera popolare, di una ribellione che potrebbe assumere connotazioni islamiche.    

3.12.10

Io amo questa generazione. Una poesia di Tonio Dell'Olio.

Tonino Dell'Olio è un prete pacifista. Come pacifista ha fatto belle cose con Pax Christi e continua a fare belle cose con Libera Internazionale. Come prete dice Messa. Non sempre, ma la dice. E temo che creda alle fregnacce che racconta: il pane che si fa carne umana, il vino che si fa sangue umano, il corpo e il sangue di Cristo che si mangiano e si bevono.
Io trovo queste superstizioni farneticanti e obbrobriose, ma seguo il suggerimento di papa Giovanni XXIII, che consigliava di "condannare l'errore e non l'errante". Pertanto cercherò, come meglio posso, anche ridicolizzandole, di condannare siffatte fregnacce e limitare i danni che fanno, ma nello stesso tempo avrò ammirazione, simpatia e rispetto per persone come Tonino. Tipi così dimostrano con la loro esistenza come anche nei preti si possa trovare del buono. Lui gioca al pallone, ride di cuore, ama l'umanità, vorrebbe l'uguaglianza ed ha un vero e proprio debole per la gioventù. Cerca di capirla, tenta di condividerne le ansie, con lei e per lei spera un futuro diverso e migliore. Una sua poesia è stata scelta per presentare ad Assisi il convegno giovanile di fine anno alla Cittadella. A me è sembrata bella e perciò la riproduco. Spero che lui, Ciotti e gli altri preti che saranno al convegno non tormentino troppo i ragazzi con le ciance sull'anima e sull'aldilà e che al contrario ne sostengano l'ansia di cambiare il mondo. (S.L.L.)
Io la amo questa generazione-facebook
timida e incerta. Precaria.
Con l'arsura profonda di conoscere
e incontrare e parlare in una maniera
che nessuna fantascienza aveva previsto.
Con uno schermo a uso di maschera
e un nickname a mo’ di ombrello.
Che si lascia adulare dalla pubblicità
e coccolare dagli adulti.
Perché non usa le parole che usavamo noi
e le cifre di incanto dei sessantotti
e dei settantotti e degli ottantotti...
ma salta gli aggettivi e sincopa le frasi.
E non vuole sapere nemmeno
che sono esistite altre epoche di giovani.
Questa generazione
che ci chiede come facevamo
quando non c'erano i telefonini
e non ci crede che una volta
nei cinema si fumava.
Io la amo
perché non conosce più le distanze.
La amo
perché è inedita e non se ne rende conto.
Non si lascia sorprendere più dal mondo
perché ce l'ha già negli occhi.
Ciò che non conosce
sono le profondità
che si nascondono nell'anima propria
e degli altri.
L'aria, il sole e un ago di pino.
Questa generazione rivoluzionaria
di una rivoluzione che non è la mia.
Io la amo questa generazione
perché ha ereditato nel sangue
la forza di arrendersi alle emozioni
e di comprendere ciò che è vero.
E nonostante tutto
vorrebbe lo stesso un mondo migliore di questo,
quando qualcuno glielo racconta
senza finzioni e senza interessi.

I tratti di una nuova destra. A colloquio con Alessandro Campi (micropolis - novembre 2010).

Fini alla Convention Fli di Bastia Umbra (Pg). Foto Stefano Dottori
Alessandro Campi, storico e politologo, oltre che apprezzato docente dell’Università di Perugia è   uno degli intellettuali di punta della destra italiana. Autore di una biografia di Mussolini, studioso di Schmidt, oggi presiede “Fare futuro”, una delle fondazioni che sostengono l’iniziativa politica di Gianfranco Fini, quella culturalmente più attrezzata. Campi è molto presente anche nel quotidiano dibattito politico, nazionale e regionale, con interventi su “Il Riformista” o il “Giornale dell’Umbria” e con partecipazioni a trasmissioni televisive di chiacchiericcio politico. Lo incontro nell’accogliente sede della Fondazione Cassa di Risparmio, con cui collabora, e subito ci accordiamo sull’escludere la congiuntura immediata dalla conversazione, nell’intento di dedicarla soprattutto alla prospettiva: si dovrebbe ragionare della destra nuova che Fini vorrebbe far nascere, ma inevitabilmente si finisce con il parlare soprattutto della parabola del berlusconismo che sembra andare verso il tramonto. Niente di male: definire propriamente significa “segnare i confini” ed è perciò normale che la destra “futurista” sia qualificata attraverso le differenze da quella che il presidente del consiglio ha fino ad oggi incarnato.

Berlusconi? Un democristiano.
“Il berlusconismo – ci dice Campi - dura oramai da quasi un ventennio e non è un capitolo di storia criminale come lo presentano i Di Pietro e i Travaglio, ma un fenomeno politico sui generis, che è complesso fin dagli inizi ed ha conosciuto nella sua evoluzione momenti diversi. Può darsi che emergano lati oscuri nella vicenda personale di Berlusconi, ma il consenso convinto e continuo di una fetta cospicua di cittadini non è frutto di una manipolazione, quanto della capacità di interpretarne interessi e umori, di lanciare messaggi persuasivi. All’elettorato moderato che fu della Democrazia cristiana, moderato e tradizionalista, Berlusconi nel vivo della crisi di Tangentopoli e Mani Pulite, si presentò come la nuova possibile diga contro ‘la gioiosa macchina di guerra’ dei post-comunisti, ma fece anche appello alle energie vitali della nazione, come suggeriva lo stesso nome del movimento da lui fondato, Forza Italia. In lui c’era più dell’antipolitica, era un chiamare la gente a valorizzare i propri talenti, a riavviare un dinamismo sociale bloccato dalle clientele, dai privilegi corporativi, dagli apparati partitocratici. Il messaggio era rafforzato dalla stessa eccentricità del personaggio: l’imprenditore che si era fatto da sé e rifuggiva dalle ipocrisie dei politici di mestiere”.
Faccio presente che poi, sotto Berlusconi, l’ascensore sociale si è bloccato e si è accentuata la frammentazione corporativa, quello che il rapporto Censis di qualche anno fa chiamava “mucillagine”. Il professore ammette che, sul terreno delle grandi riforme che prometteva,  Berlusconi e con lui tutta la destra hanno fallito: “Aveva promesso decisionismo e invece sul terreno del governo s’è rivelato uno che si barcamena, un democristiano. Ha mantenuto il consenso attraverso la violenta e sistematica contrapposizione amico-nemico, la coppia che Schmidt mette al centro della sfera politica. Funziona, ma un leader nazionale deve saper anche unire. Berlusconi ci provò dopo tanto tempo, il 25 aprile dell’anno scorso, a Onna. Fino ad allora era sempre stato ostentatamente ostile alla Festa della Liberazione, ora la celebrava con un discorso di pacificazione e il fazzoletto tricolore al collo. Si parlò di una svolta, ma dopo qualche giorno dopo venne fuori la storia di Noemi”.

Una concezione ludico-cosmetica
“Un leader – aggiunge Campi - deve saper sfidare anche l’impopolarità, saper imporre scelte difficili. E invece Berlusconi ha una personalità narcisista: vuol piacere. Del governo fa un affare di marketing, guarda i sondaggi e cavalca l’onda. La sua è una concezione ludico-cosmetica dell’esistenza: dà spettacolo, anche con il suo corpo, ma vuol nascondere il dolore e della vecchiaia. Io metto in parallelo la sua vicenda di leader e quella di Giovanni Paolo II. Quel grande papa usava la sua immagine, il suo corpo come strumento di governo delle coscienze, ma senza ostentare un’eterna giovinezza e senza presentare agli spettatori un eterno divertimento. Io credo che questa vicenda politica, anche per effetto della crisi, sia vicina a conclusione; di Berlusconi resta l’elettorato, è a quello che bisogna parlare, è quello che bisogna rimotivare”.
Obiezione. Se è solo un fatto di leadership, Fini ha una debolezza che di cui anche a Bastia Umbra si rinveniva qualche traccia, l’origine neofascista: pare che stiano con lui non pochi di quelli che un tempo erano con Rauti. “Il processo di emancipazione da quel passato non è recente, è iniziato nel 1995, con Alleanza nazionale. La fisionomia politica del nuovo movimento è certamente di destra europea, liberale. Paradossalmente dagli ex rautiani potrebbe essere venuta l’attenzione, tipica dei movimenti di minoranza ai diritti civili”.
La Convenzione Fli a Bastia Umbra. Foto Stefano Dottori
Il ritorno dello Stato
E i contenuti della nuova destra? “Il lascito più grave del berlusconismo è la divisione del paese, non solo politica, ma anche territoriale, per il peso assunto dalla Lega, e sociale, tra vecchi e giovani, tra lavoratori precari e garantiti. La nuova destra comincia rilanciando il valore dell’unità d’Italia e dello Stato che deve garantirla. Del ventennio berlusconiano bisogna riprendere invece gli elementi innovativi e liberali, depurandoli degli eccessi privatisti e mercatisti. Questo è un paese barocco, pieno di leggi e regole in cui i più non sanno muoversi e perciò pieno di sacche di privilegi. Occorre una forte sburocratizzazione, uno stato leggero e amico, che agevoli lo spirito d’impresa. E’ stato però un errore pensare, come ha fatto Brunetta, che il miglioramento della pubblica amministrazione potesse venire da logiche di mercato. Ci vuole certo un dimagrimento di settori improduttivi nella burocrazia, ma vanno responsabilizzati, a partire dai livelli dirigenti, i pubblici funzionari, cui va restituito uno status adeguato, con sostanziali miglioramenti economici. Ed è necessaria poi una massiccia iniezione di etica del dovere, di etica pubblica, del senso civico e di legalità. Non bisogna aver paura di apparire perbenisti: una nuova classe dirigente non può fondarsi che sulle persone perbene”.
Inciderà sull’Umbria la nascita di una destra siffatta? “Non si possono fare previsioni, non si conoscono ancora la presa e la consistenza quantitativa del nuovo movimento. So che per fermare il declino bisogna bandire le teorie auto consolatorie, il mito dell’autosufficienza per esempio, di un Umbria diversa e migliore, che ha prodotto una sorta di chiusura, con conseguente perdita di competitività. Penso all’Università: poteva diventare un grande canale di cambiamento e si è invece provincializzata, perfino nel suo corpo docente. E’ un problema che non riguarda solo la politica ma l’intera classe dirigente. Uno dei limiti più gravi di direzione degli ultimi quindici anni è stato una sorta di totale ritiro dalla scena pubblica della borghesia imprenditoriale e professionale. Non ne faccio tanto un problema di destra o di sinistra: in passato anche la sinistra può avere avuto capacità progettuali. Oggi vedo stagnazione, vedo imprenditori paurosi che cercano di continuare in una sorta di modus vivendi con i governi locali della sinistra, e vedo le idee e le intelligenze emigrare senza che ne arrivino altre a sostituirle”.           

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