2.11.14

Novecento, un secolo ribelle. Voci da un dizionario (Elena Guicciardi)

L'11 Luglio 1892, quando l'anarchico Ravachol salì sul patibolo nel cortile della prigione di Montbrison, una parte del pubblico intonò il ritornello anarchico: "Se vuoi esser felice / Santo cielo / Impicca il tuo proprietario/ Spacca in due i parroci / Santo cielo / Spacca la chiesa / E getta Dio nella merda"...
Con questa citazione oscena e blasfema che dà il tono della violenza e dell'irriverenza del lavoro, si apre Il secolo ribelle, un mastodontico "dizionario della contestazione nel XX secolo" (pagg. 632, formato 30 cm x 20, peso 20 chili) appena uscito dalle edizioni Larousse, sotto la direzione dello storico e specialista di scienze umane Emmanuel de Waresquiel. Una specie di glossario delle sovversioni politiche e artistiche, un vademecum con le parole-chiave che hanno segnato passaggi rivoluzionari in vari campi. Centosessantatré autori, per la maggior parte francesi, storici, filosofi, giornalisti, specialisti di antropologia e delle più svariate discipline, hanno compilato le voci, presentate in ordine alfabetico, di questo singolare dizionario, che illustra le principali figure e i vari aspetti della ribellione contemporanea. Si parte dagli antenati del XIX secolo, una galleria di padri rivoltosi in cui figurano Marx e Bakunin, Nietzsche e Freud, e fondandosi su una trilogia composta da Sade-Rimbaud-Lautréamont, si arriva a illustrare le forme di rivolta più diverse e più recenti come quelle dell' arte povera, dell'arte video o dello Zen. Ecco, qui di seguito, alcune voci significative. (e.g.)

Amazzoni - Nella Parigi della Belle Époque rivendicavano liberamente la loro omosessualità, modificando profondamente l' immaginario lesbico. Nathalie Clifford Barney è il simbolo di queste donne, per la maggior parte di origine americana, che trovarono a Parigi una libertà eccezionale. Insieme alla poetessa Renée Vivien, cercò di organizzare una scuola di poesia in onore a Saffo, prima di creare un Tempio dell' amicizia, che divenne il principale luogo di ritrovo per le lesbiche espatriate.

Antropofagia - Movimento letterario d'avanguardia brasiliano, fondato negli anni Venti dallo scrittore Oswald de Andrade. Nello stesso periodo Tzara e Picabia lanciavano a Parigi un "Manifesto cannibale dada"... Tema ricorrente del fauvismo, del futurismo e del movimento dada, il cannibalismo si appoggia a riferimenti biblici, pretendendo che il Cristo medesimo, instaurando l'eucarestia gli avrebbe conferito legittimità evangelica.

Baba - Parola importata dall'India dai primi hippies vagabondi. Nella lingua originale significa discepolo di un maestro o di un guru. In Occidente, dopo l'esplosione libertaria degli anni Settanta, i media inventano l' espressione "babacool", conferendole un senso peggiorativo.

Cage (John) - "Abolire la frontiera fra l'arte e la vita": fu questo il motto adottato fin dall'inizio della sua carriera da compositore, poeta, saggista e specialista di arte plastiche, oltre che anarchico non violento. La sua volontà di abolire qualsiasi distinzione fra suono musicale e rumore, lo indurrà ad una vera sovversione strumentale, introducendo ad esempio dei pezzi di gomma o delle viti di legno fra le corde di uno strumento musicale per modificarne il suono...

Dada - Il 13 maggio 1921 il movimento Dada diffonde dei manifesti, che annunciano la decisione di trasformarsi in tribunale rivoluzionario: si vuole processare Maurice Barris, che, dopo aver scritto in passato Un uomo libero, è diventato un pesante conformista. E' un'idea di Aragon, appoggiata da Breton. Tzara è restio: Dada, dice, morirà se i suoi atti acquistano senso. Si prende un burattino che raffigura Barris, davanti al quale sfilano i testimoni. Tzara fa il buffone. "Signor presidente", dice a Breton, "siamo tutti una banda di mascalzoni: più o meno grandi poco importa". Risposta di Breton: "Il testimone vuol farsi passare per un perfetto imbecille, oppure cerca di andare in manicomio?".

Ernst (Max) - Artista di origine tedesca, diventato americano, poi francese, influenzato da Stirner, Nietzsche e dalla scoperta dei disegni dei malati mentali. All'epoca in cui si fa chiamare "Minimax Dadamax", abbandona sua moglie e tenta una esperienza di "ménage à trois" col poeta Eluard e sua moglie Gala.

Frazione armata rossa - Gruppo di guerriglieri urbani, creati in Germania nel 1970 e attivo fino all' inizio degli anni ' 90. I suoi fondatori, Andreas Baader e Gudrun Ensslin, sono nati col "miracolo economico tedesco", ma, atterriti dall' idea di una possibile risorgenza del nazismo, fomentano il caos per esorcizzare il Male. La scuola di Francoforte e Herbert Marcuse vengono usati per dotarsi di una base ideologica.

La Garconne - Libro di Victor Margueritte, tradotto in dodici lingue: critica il matrimonio borghese e la doppia morale che riconosce ogni libertà agli uomini, imponendo alla donna la verginità e la fedeltà. Il libro fece scandalo. L'autore fu privato della Legion d'onore, ma in compenso milioni di ragazze e di giovani donne vi hanno trovato un incentivo per emanciparsi.

Happening - Allan Kaprow, americano, allievo di John Cage, collaboratore di Rauschenberg e di Merce Cunningham, lanciò alla fine degli anni ' 50 l' "happening", vasto movimento che si riallaccia a varie forme di espressione delle arti contemporanee. Spesso provocatori, gli "happenings" ricorrono alla trasgressione per creare nuove forme di libertà.

Internazionale situazionista - Creata nel 1957 in Italia, è un'organizzazione rivoluzionaria destinata a combattere il cosiddetto "capitalismo progressista". La "società dello spettacolo" di Guy Debord riassume le tesi dell' Internazionale situazionista, che si è autodissolta nel 1972.

Krishnamurti Jiddu - Nato in India nel 1895, morto negli Stati Uniti nel 1986, questo filosofo ha percorso il mondo per persuadere un pubblico incredulo della necessità di liberarsi di tutto ciò che ci distrugge: della religione, della politica, della memoria del passato, delle ambizioni per l'avvenire. L'essenziale del suo pensiero è riassunto nel libro La rivoluzione del silenzio.

Movida - Movimento di "contro- culture" che si manifesta in Spagna dopo la fine del franchismo e si esaurisce nel 1986. E' attivo a Madrid, ed è l'espressione del disincanto e del "pasotismo" (ossia menefreghismo) di una generazione in marcia verso la post-modernità. In questo contesto un gruppo eterogeneo di creatori d'avanguardia si manifesta nei più diversi campi: musica, cinema, pittura, architettura, stampa, moda.

New Age - Versione americana, poi diventata mondiale, di un'espressione che risale alla fine del XIX secolo. La New Age crede nell'avvenire dell'umanità e l'attività dei suoi adepti si manifesta nei più diversi campi: lotta contro il modello materialista occidentale, ritorno all'antica saggezza "sciamanista", desiderio di far convergere maschile e femminile, natura e cultura, scienze ed arti, sacro e profano.

Obériou - "Associazione per un'arte realista", creata nel 1925 a Leningrado. Raggruppò numerosi scrittori, filosofi, autori drammatici. Praticando una resistenza ironica al regime comunista, il gruppo doveva essere fatalmente liquidato: due dei suoi membri più creativi, Danil Harms e Alexandre Wedenski, furono condannati a morte, altri internati a vita.

Preti operai - Nel 1941 il cardinal Suhard, arcivescovo di Parigi, crea la Mission de France, destinata a formare dei sacerdoti esenti da obblighi parrocchiali, dediti all'evangelizzazione della classe operaia, di cui molti condividono gli ideali, impegnandosi in scioperi e azioni contro le colonie. Ciò suscita reazioni ostili da parte del clero tradizionalista. Nel 1954 Pio XII decide di sospendere l'esperienza. Il movimento dei preti operai sarà rilanciato da Giovanni XXIII all'inzio degli anni Settanta, prima di esaurirsi alla fine del decennio.

Queer - Il termine "queer" - che significa losco, bizzarro - era utilizzato a New York, prima della Prima guerra mondiale, per designare gli omosessuali. Sostituito poi dalla parola "gay", riapparirà negli anni Novanta con un significato restrittivo, che si riferisce a una forma post-moderna di identità.

Rock against racism (Rar) - Movimento di musicisti, nato in Inghilterra nel 1976 per protestare contro il razzismo. "Bianchi e neri, unitevi e lottate", è il suo slogan. Il movimento, che conobbe un notevolele successo, organizzò grandi manifestazioni e concerti pubblici col concorso della Lega antirazzista. Poi declinò.

Squat - Termine d'origine anglosassone significa "rintanarsi", e per estensione trovar rifugio, occupando illegalmente locali disabitati.

Tupamaros - Membri del movimento di liberazione nazionale uruguayano, nato nel 1962 e sconfitto dieci anni dopo. Si riallacciano all'epopea dell'Inca Tupac Amaru che, nel XVI secolo, contro gli occupanti spagnoli alimentarono numerosi movimenti rivoluzionari.

Ubu-roi - Dramma di Alfred Jarry, rappresentato per la prima volta a Parigi nel 1896. Diventerà un simbolo antesignano della controcultura novecentesca.

Voto alle donne - La lotta per il diritto di voto alle donne inizia nel 1904 con la creazione a Berlino di un'Alleanza Internazionale per il suffragio femminile, che suscita spesso reazioni ostili. Le militanti del movimento vengono chiamate spregiativamente "suffragette". In Europa le "suffragette" otterranno vittorie in Finlandia (1906), Norvegia (1913), Russia (1917), Germania (1918), Spagna (1931)". Seguiranno con notevole ritardo la Francia (1944), l' Italia (1945), il Belgio (1948).


“la Repubblica”, 3 agosto 1999

  

La Caporetto di Carlo Emilio Gadda (da un diario a lungo inedito)

La “Repubblica” pubblicò nell'ottobre del 1987, stralci da un taccuino di Carlo Emilio Gadda escluso fino a quel momento dal Giornale di guerra e di prigionia. La storia del manoscritto veniva brevemente raccontata da Sandra Bonsanti nel testo che segue, a mo' di appendice, il racconto, bellissimo, del tenente Gadda. (S.L.L.)
Carlo Emilio Gadda in divisa da alpino
IL NOSTRO ADDIO ALLE ARMI
Notte del 23 sul 24 ottobre... Fummo svegliati da un sordo e intenso bombardamento nella conca di Plezzo e verso il fondo valle Planina-Za Krain. Il ritmo era quello d'un tiro violentissimo, tambureggiante. Pregai Sassella di guardare le ore: erano le due. Il bombardamento non mi stupì affatto: un senso misto d'impazienza per l'esito delle operazioni che stavano per cominciare e di quasi rincrescimento che noi non fossimo in grado di far qualcosa o di sopportar qualcosa, mi prese. Da noi non arrivava per allora nessun colpo.
Ripresi un po' di sonno fino alla luce. Il soldato Cattaneo e un altro andarono fino alla vetta Krasji a prendere il caffè e me ne portarono un po', che Sassella fece scaldare. Il bombardamento sul fondo valle a mattino venne dissimulato da quello operato sulle nostre posizioni. Intanto il cielo s'era rannuvolato e la montagna occupata da una fredda nebbia.
Mattina del 24 ottobre, fredda nebbia e nevischio. Il bombardamento veniva operato contro le batterie 6a e 8a e verso la vetta del Krasji, non capivo lo scopo di battere quest'ultima posizione, dove non c'era nessuno (l'osservatorio d' Armata ecc. erano sul rovescio) ma credo che fosse per rompere le comunicazioni telefoniche, ciò che infatti accadde. I colpi erano da 75, da 65 e da 105; il fuoco era intensissimo. Esso però non fu letale, perché i pezzi e le nostre mitragliatrici erano in caverna... Io stetti pacifico nella mia casetta, poi andai a trovare i miei serventi in galleria; poi andai da Cola in galleria, sempre sotto il fuoco. Poi andai a veder sparare i pezzi della batteria, che fecero un fuoco intensissimo contro il cocuzzolo del Vorsic: sapemmo poi che un attacco nemico era stato tentato sulle nostre posizioni del Vorsic, ma tosto respinto.
...Durante il pomeriggio del 24 il fuoco rallentò, nelle prime ore, e poi riprese, violento. Anche il fuoco delle nostre batterie, continuò. Io avevo le armi postate, nella 1a e 2a feritoia (galleria e piazzola) e stavo un po' presso l'una e un po' presso l'altra. Dopo il ritorno di Ranieri e Guignet e la loro ambasciata, continuai a osservare la valle; ero addolorato e inquieto; la nebbia impediva la vista dello Slatenik, nonché delle antiche posizioni avversarie. Cercavamo con inquietitudine il sottostante bosco con lo sguardo, ma la nebbia ci permetteva di scorgere i primi alberi soltanto. Due specialmente erano le mie afflizioni; quella di vedermi improvvisamente capitar sotto gli austriaci, e quella di non avere le bombe a mano che erano state promesse al comandante dell'8a; con delle buone bombe a mano mi sarei sentito sicuro di difendere la nostra posizione. Temevo anche, e ciò aumentava la mia responsabilità e difficoltà, di sparare sui nostri perché non si dimentichi che sotto di noi correvano la prima e seconda linea, e che nessun colpo di fucile si era sentito.
Avrei avuto ragione di credere che le linee fossero ancora occupate dai nostri; ma il nessun rumore e l'ambasciata di Ranieri mi fecero quasi certo di essere alla prima linea. In tal caso il mio animo era pieno di amarezza, perché con una sola sezione e con la fitta nebbia non potevo certo presumere di tenere il Krasji. A destra c' era la 3a, ma a sinistra, verso la 6a batt. l'unico riparo era lo strapiombo. Tuttavia la coscienza del mio dovere, sempre compiuto in 2 anni di guerra mi dette pace (per i miei riguardi personali) in questo triste e difficile momento. Finalmente, parendoci di aver scorto qualcosa muoversi nella valle, eseguimmo alcune scariche con entrambe le armi, puntando a distanze minori di 300-400 metri.
...Durante il fine pomeriggio del giorno 24, seppi poi verso le 16 e mezzo, sentii una grande eplosione; l'attribuii allo scoppio di qualche deposito di munizioni, come m'accadde sul Carso a dolina Como, mentre di ben altro si trattava. (Si trattò, probabilmente, delle cariche che fecero saltare il ponte di Caporetto, ndr). Con me stette sempre il mio attendente Sassella, il quale era triste, inquieto, nervoso. Si direbbe presagisse. Io non potevo presagire e il motivo (si tenga ben presente) era questo: avendo sottostato ai terribili concentramenti d'artiglieria del Carso e di Magnaboschi, che duravano intere giornate; e ricordando la nostra fucileria di Magnaboschi che faceva per ore intere un unico suono fuso (non scoppiettio ma boato unico) mi attendevo a qualcosa di simile qui, mentre non sentii nessuna fucileria e il bombardamento fu violento ma non demolitore. Ero dubbioso e speranzoso: tirando le somme, passai però una notte terribilmente vigile e inquieta (ragione psicologica esatta che ricordo con lucidezza perfetta).
(Notte del 24 sul 25 ottobre) ...Mandai Sassella a prendere il 2ø sacco a pelo, che m' aveva portato giù la sera con la corvée del rancio e che aveva lasciato in caverna di Cola. Poco dopo egli tornò con un altro, recandomi l'ordine di ritirarmi dalla posizione il più presto possibile. Quest'ordine mi fulminò, mi stordì: ricordo che la mia mente fu percossa da un'idea come una scena e riempita da un lampo: Lasciare il Monte Nero!; questa mitica rupe, costata tanto, e presso di lei il Vrata, il Vrsic, lasciare, ritirarsi; dopo due anni di sangue. Attraversai un momento di stupore demenziale, di accoramento che m'annientò. Ma Sassella incalzava: Signor tenente, bisogna far presto, ha detto il tenente Cola di far presto e incitò poi per conto suo gli altri soldati. Mi riscossi: credo di non esser stato dissimile dai cadaveri che la notte sola copriva. Diedi l'ordine a Remondino, il vecchio alpino piemontese (cl. 90 o 91) che rimase pure percosso, addolorato. Ma qui c'è qualche tradimento esclamò, ma non è possibile. Poi andai nell'altra caverna e pur là diedi l'ordine. Meticoloso come sono, volli curare che tutto fosse raccolto e portato via: e in ciò persi del tempo: la caverna era stretta e buia, il materiale (fucili, invogli, cassette coi pezzi di ricambio) la ingombrava: i fucili, i cappotti, le maschere, gli elmetti, tascapane, giberne, borraccia ingombrano estremamente il nostro soldato, i fucili col mirino s' attaccano alle sporgenze rocciose: nella fretta nasce sempre un po' di confusione. Ero attonito: i soldati erano pure costernati. Come potei raccolsi tutta la sezione, e a uno a uno li feci partire: Sassella chiamava. Io mi misi in coda, col cuore spezzato, la mente fulminata dall'orribile pensiero della ritirata, e andammo...
Gli artiglieri dell' 8a batteria s' eran già ritirati, dopo aver guastato alla peggio i loro pezzi, credo togliendo gli otturatori. Cola in testa, io in coda, tutti a uno a uno, prendemmo la strada d'arroccamento con l'intenzione di raggiungere Jezerca-Magozo e poi Ternova. L'ordine di ritirata fu trasmesso all' 8a batt. dal Comando della Brigata Genova oltre la mezzanotte perché lo comunicasse anche alle comp. mitragliatrici. Noi lo ricevemmo verso le tre e solo verso le quattro del mattino del 25 potemmo partire. Nella notte silenzio: bagliori in fondo valle e talora grandi esplosioni: i nostri incendiavano ritirandosi tutto ciò che potevano. Poco sotto trovammo il batt. Val Chisone, che si ritirava ordinato; invece il... fant. si ritirava a gruppi, ufficiali separati da soldati. Noi eravamo ordinatissimi e nonostante i nostri soldati recassero sulle spalle le pesanti mitragliatrici, sorpassammo gli altri. Cola e la 3a sezione in testa, poi la 1a sezione, per esser sottomano a me, io ultimo in coda, feroce sorvegliante che nessuno rimanesse. Il cuore era spezzato. L'orrore e l'angoscia di quei terribili momenti dovevano esser superati. Verso l' alba il tempo si rasserenò.
(Scritto fino al 21 novembre, con memoria freschissima dei partic.). 25 ottobre, tra le 11 e le 13,30... Mi raccolsi, nell' amarezza, e misurai la situazione: un migliaio circa di fuggiaschi disordinati e privi d' armi, cioè totalmente liberi da ogni peso, si pigiavano a rischio di precipitare nel fiume verso la passerella. (Una passerella improvvisata, larga una sola tavola, che permetteva il passaggio di un solo uomo per volta, in circa 2 minuti, ndr); il fiume non poteva guadarsi in alcun modo; l'Isonzo, sopra Tolmino e anche ad Auzza, Canale ecc. ha un letto stretto (20 metri circa) e rive precipiti e profonde (5-6 e più metri). Il fondo non è visibile, ma l'azzurro cupo testimonia della profondità: la corrente è velocissima, torrentizia. Insomma esso ha un carattere affatto diverso dagli altri fiumi della pianura veneta, larghi, ghiaiosi, lenti. Un tal fiume, in tal punto, non è guadabile in nessun modo, neppure a un nuotatore; tanto meno poi vestito o con armi.
...D'altra parte il tempo stringeva e l' affanno cresceva. Sentivo ormai a poco a poco delinearsi il pericolo. Non in linea, non in posizione, dove avremmo potuto batterci con onore e infliggere anche a un nemico preponderante terribili perdite; ma dispersi in ritirata, fra una folla di soldati sbandati! Come la sorte s' era atrocemente giocata di me! Non l' onore del combattimento e della lotta, ma l' umiliazione della ritirata, l' abbandono di tanta roba, e ora questo maledetto Isonzo! questi ponti saltati.
...Cominciammo a scendere, quando non so chi mi assicurò che Cola era ritornato e nuovamente che il ponte di Ternova era distrutto. Allora decisi di tornare alla passerella, unica speranza che ancor rimanesse. I soldati mi seguirono istupiditi, con le mitragliatrici, stanchi, forse ormai certi della nostra sorte. Io volevo sperare ancora, non dico speravo. La necessità delle decisioni, la responsabilità di condotta, mi tolse in quei momenti di soffrire troppo del vicino pericolo. Riprendemmo ancora una volta il ciglio del fiume, nel bel sole meridiano che la stanchezza e il dolore ci impedivano di benedire, se bene ci riscaldasse dopo le lunghe piogge e la tormenta della notte. Così marciando avvistammo sul bellissimo stradale della sponda opposta una fila di soldati neri, che provenivano da Caporetto, preceduti da alcuni a cavallo; il cuore mi s'allargò pensando che fossero nostri rincalzi, e al momento quell'uniforme nera mi fece pensare (che stupido) ai bersaglieri; non pensavo che questi in combatt. hanno l'uniforme grigio verde. Al dubbio espresso da alcuni gridai: Ma sono nostri rincalzi, che prendono posizione sull' altra riva del fiume! e la cosa era logica, poiché, essendo saltato il ponte di Caporetto, io immaginavo che i tedeschi fossero innanzi a Caporetto, ma sempre sulla sinistra idrografica dell'Isonzo! Mai più immaginavo la strada che fecero. Poco dopo, il crepitio d'una mitragliatrice e qualche colpo di fucile: cominciai allora a temere e intravedere la verità: i Tedeschi saliti da Tolmino! Stanno per circondarci e pensavo che i colpi di mitragliatrice segnassero una fazione, un combattimento tra avanguardie salenti da Tolmino e nostre retroguardie dirette verso Nord Ovest. Invece la mitragliatrice, come m'accorsi poi, crepitava né più né meno contro i fuggiaschi della passerella.
...Intravidi ormai il pericolo della prigionia, e affrettai il passo, per raggiungere Cola, la passerella, non so che. L'ansia diveniva spasmodica. Disperavo di trovar Cola, quando ci sentimmo chiamare, da poco sotto il ciglione! Oh, finalmente si trovano i compagni. Scendemmo qualche decina di metri e difatti trovammo Cola, con gli altri, seduti lì, sull'erba. Gadda! Cola. Eh? Siamo qui. Mi ricordo esattamente che appena lo vidi gli chiesi, e gli occhi mi luccicarono di pianto: Sono loro? Ma è possibile? e non seppi dir altro, né far altro che piangere. Ah! è orribile, è orribile esclamò Cola (parole precise). Più che se fosse morto mio padre. Siamo finiti.
… I nostri passavano il fiume arrendendosi: non c'era altro da fare. Allora decidemmo: di star lì fino a notte, di guastare le armi, e di vedere di salvarci nell'oscurità. Ma l'ostacolo del terribile, insuperabile Isonzo ci sorgeva nella mente come uno spettro. Dove, come passarlo? Intanto ci radunammo e ci riposammo; i 2 cucinieri che mi avevano seguito divisero l'ultima volta il formaggio fra i presenti. Consigliammo ai soldati di consumare i viveri, poiché, nella probabilità, ormai grande, di cader prigionieri, non li dovessero dare ai tedeschi. Io mangiai un po' di marmellata, offertami da Cola. Ero sfinito, ma senza fame. Guardai ancora l'orribile fila dei tedeschi; la strada non ne era più occupata, era ormai sgombra. Solo qualche gruppo, qua e là. Cola strillò perché temeva mi mostrassi e ci sparassero: ma purtroppo non spararono, si curavano poco di noi. Se avessero voluto avrebbero potuto aprire il fuoco quando marciavamo in fila indiana sul ciglio nudo e prativo, parallelamente e contrariamente a loro. Poi mi sdraiai come giumento che più non vuol trarre le some sull'erba, accasciato; le lacrime s'erano inaridite e un istupidimento brutale mi teneva.
Nel fondo dell'anima l'angoscia della prigionia e una speranza ultima di salvarci la notte; ancora non guastavamo le armi. La cosa ci pesava; non so in che speravamo. Vicino a me i miei migliori soldati: Raineri Andrea, del ' 95, (venuto dall'America, di Menaggio) e Sassella Stefano, di Grosio, il mio attendente, del '97. Erano essi pure costernati: già uomini, sebbene giovanissimi; e intelligentissimi entrambi; sebbene Sassella fosse un contadino, avevano la netta visione della sciagura nazionale e personale. NON imprecavano a nulla, a nessuno, oppressi dalla realtà presente. Sassella, con la sua inquietudine nella notte, e con la sua tristezza, era stato presago: egli sarebbe stato all'Ospedale se (per devozione a me non lo fece) avesse marcato visita a Clodig. Invece mi seguì, sebbene malato di febbre reumatica e brutto di ciera, e fu preso! Poveretto. Gli altri soldati tutti erano angosciati; tutti rispettosi, ancora, nessuno disapprovò l'invito nostro di attendere la notte. Solo alcuni, più paurosi, avrebbero voluto darsi prigionieri subito. Il nostro animo era in uno stato di dubbio angoscioso; il quale andava a mano a mano tramutandosi nella certezza orribile della prigionia. Il fischietto degli ufficiali tedeschi che ordinavano l'avanzata ai loro, verso i monti di là dal fiume ci giungeva distinto. Ancora si fece sentire qualche colpo di fucile, qualche breve scarica di mitragliatrice, credo contro qualche tentativo di fuga. Noi eravamo di qui d'un fiume invalicabile, senza ponti: i tedeschi, avendo sfondato a Plezzo e Tolmino, s'erano già tra loro allacciati di là dal fiume: a Caporetto c'erano; a Drezenca c'erano già, scesi dal Mrzli. Noi eravamo esausti di forze e d' animo, accasciati, quasi digiuni. Ma sopra tutto l'impossibilità di passare l'Isonzo. Io e Cola pensammo quindi ormai inutile il prolungare le nostre speranze; sarebbe stato puerile. De Candido uscì con un fazzoletto bianco, mentre io e Raineri guastavamo le armi della mia sezione, asportandone e disperdendone la culatta mobile, il percussore e altri pezzi. Che dolore, che umiliazione, che pianto nell'anima anche in quest'atto ormai inevitabile. L'ufficiale che a Torino aveva fatto il possibile per assicurare all'esercito il funzionamento di un ottimo reparto, dover gettare così le sue armi, lasciarle lì, negli arbusti! Io gettai anche la mia rivoltella e tutti lasciarono i fucili, lì dov'erano; poi in fila indiana, in ordine, dopo De Candido, Cola, poi tutti i soldati, io ultimo, in coda, scendemmo per la boscaglia alla passerella: nessuno più vi si trovava: tutto era deserto, lì tutti ormai avevano già fatto l' inevitabile passo. Ai piedi della passerella il flutto travolgente, brutale dell'Isonzo lambiva un mucchio di fucili, mitragliatrici Fiat, nastri, roba, ecc. lasciata nella resa. Di là la sentinella tedesca ci guardava passare, osservando che non avessimo armi. Altre sentinelle armate custodivano i prigionieri, raccolti nel prato soprastante, il prato dell'adunata delle 13,20 del 25 ottobre. La passerella fu passata uno a uno; reggendo i primi il cavo metallico che a sinistra serviva di ringhiera. Tutti passavano lentamente, con gran precauzione per non scivolare nel fiume; il ponticello arcuato mi costrinse a sedermi, poiché gli scarponi chiodati scivolavano sull'asse. Giunto a metà, mi levai e proseguii ritto. Passai di là col viso accigliato; assorto e istupidito più che altro. Tra il branco adunato avanti le sentinelle tedesche qualcuno non dissimulava la tranquillità per lo scampato pericolo. Io guardai la sentinella, che non offerse nulla di notevole alla mia curiosità: ritta, seria, quasi accigliata.
Nel prato, sopra un sasso, una scatoletta di carne che qualche prigioniero aveva offerto a un tedesco per propiziarselo: appena questo tedesco si voltò io gli feci sparire la scatoletta, e me la mangiai con molta fame e con una gioia satanica. Erano le 13,20 del 25 ottobre 1917; le sentinelle tedesche tutte armate, con baionetta; facciamo sul prato l' ultima adunata, l' ultima chiamata. Poi ci venne ordinato a me e Cola, di incamminarci con gli attendenti, verso Caporetto, lasciando i soldati. Col pianto negli occhi e nel cuore mi congedai da ciascuno, stringendo a tutti la mano.
...A un nuovo bivio, dove un ramo della strada prosegue per Tolmino, l'altro per Cividale, ebbimo l'ultimo desiderio e tentativo di fuga. Ci fermammo un momento e io feci la proposta: dobbiamo prendere per Cividale? I compagni non la trovarono attuabile: la tema delle sevizie tedesche contro noi quattro inermi valse pure a farci desistere. E poi la sentinella sopraggiungeva. Avanti, allora, verso Tolmino. Io, Cola, Sassella, De Candido. Finiva così la nostra vita di soldati e di bravi soldati, finivano i sogni più belli le speranze più generose dell' adolescenza: con la visione della patria straziata, con la nostra vergogna di vinti iniziammo il calvario della dura prigionia, della fame, dei maltrattamenti, della miseria, del sudiciume. Ma ciò fa parte di un altro capitolo della mia povera vita, e questo martirio non ha alcun interesse per gli altri. (Dal taccuino inedito di Carlo Emilio Gadda)
Prigionieri italiani dopo Caporetto
Appendice
Storia di un manoscritto 'indecifrabile'
Settant'anni fa il tenente degli alpini Carlo Emilio Gadda fu travolto con la sua compagnia di mitraglieri nella disfatta di Caporetto. Mentre la battaglia infuriava e al momento stesso della resa (ore 13,20 del 25 ottobre 1917) al di là della passerella sull'Isonzo nel prato dove i tedeschi assistevano all'ultima adunata dei nostri prigionieri, Gadda segnò su un taccuino alcuni appunti. Dieci giorni dopo, nel campo di concentramento di Rastatt cominciò a redigere il diario-cronaca di quei giorni e della sconfitta, continuando l'uso seguito per tutta la durata della guerra e mantenuto poi durante tutta la prigionia.
Finché visse, Gadda non volle che questo taccuino vedesse mai la luce. In esso erano narrati i momenti di una tragedia nazionale che lui continuò a soffrire come sua propria. Ma soprattutto egli sapeva, e temeva, che la descrizione di quella tragedia stessa, col ricordo ancora vivissimo e preciso, avrebbe potuto rinverdire le polemiche sulle responsabilità della disfatta, sul grado di conoscenza da parte dei Comandi del disastro cui le nostre truppe andavano incontro. Così Gadda affidò il taccuino più prezioso del suo Giornale di prigionia a mio padre, Alessandro Bonsanti, che lo custodì e lo fece copiare da mia madre. Un lavoro molto difficile: il tenente prigioniero degli austriaci aveva escogitato molte piccole e grandi astuzie per impedire loro di leggere il testo, qualora ne fossero venuti in possesso.
Mio padre, sopravvissuto a Gadda per dieci anni, ritenne vincolante anche per sé il desiderio del suo grande amico; così come non volle mai pubblicare le lettere che testimoniano la storia della loro amicizia. Il settantesimo anniversario di quella data sacra per l' Italia, e l'imminente pubblicazione da parte dell'editore Garzanti dell'opera omnia di Carlo Emilio Gadda, hanno convinto mia madre, mio fratello e me che non fosse possibile aspettare oltre.
La storia di quel supplizio, che segnò per sempre la vita e i pensieri dello scrittore, completano quel Giornale di guerra e di prigionia che, come accadde per diverse altre opere, Gadda si decise a pubblicare soltanto negli anni Cinquanta per le insistenze di mio padre che riuscì, come ha scritto Silvio Guarnieri, a vincere miracolosamente le reticenze e i timori dell'amico. I due scrittori, oltre che dalla grande amicizia, furono legati anche dal segreto di Caporetto. Finché gli fu consentito, mio padre curò le angosce dell' amico, che così violente dovevano riemergere quando i tedeschi ricomparvero nella sua vita. Le sofferenze del '17-'18, la fame, le morti di allora tormentarono Gadda nel ' 44, nei giorni fiorentini dell'occupazione tedesca, quando sotto le bombe attraversava la città per dividere con noi la zuppa di rape nei sotterranei del Vieusseux, a Palazzo Strozzi. La sofferenza di quell'uomo così grande e così impacciato, il tormento del suo sguardo trovano nella lettura della cronaca di Caporetto una spiegazione definitiva.
Pochi giorni dopo la morte di Gadda, nel '73, mio padre scrisse: Bisogna adattarsi a considerarsi postumi degli amici oltreché di se stessi; chi si dispone di fronte a Gadda come se tutto fosse cominciato trent' anni fa, è nato alla storia in quel momento, e niente è più difficile del resto di convincere la gente che il mondo esisteva anche prima. La domanda essenziale è: capiranno meglio i nuovi, i freschi, coloro che si pongono davanti al fenomeno liberi dai preconcetti d'un passato cui non parteciparono? I vecchi amici, come i familiari, possono diventare l' ingombro più pesante. Si dice tante volte: vorrei arrivare per la prima volta da turista in questa città dove sono nato e abito da sempre, e sappiamo che è un desiderio irrealizzabile. Purtroppo, un Gadda inedito non potremo mai conoscerlo, noi che venimmo su con lui e delibammo parola per parola sul loro nascere scritti e idiosincrasie. (SANDRA BONSANTI)


“la Repubblica”, 21 ottobre 1987  

La leggenda del Piave e la tragedia del Vajont (1963, Amadeo Bordiga)

1963. Una foto aerea documenta la vastità del disastro (Wikipedia)
L'articolo, competente e in taluni passaggi brillante, che ho ripreso dal sito dedicato ad Amadeo Bordiga, fu pubblicato in «Il programma comunista», n. 20 del 1-15 novembre 1963. La critica radicale di due sacre leggi del capitalismo, la massimizzazione del profitto e la divisione del lavoro, mi sembra puntuale ed efficace. Il testo fu scritto in seguito all'inondazione dei paesi circostanti la diga del Vajont, avvenuta la notte del 9 ottobre 1963, con oltre 2.000 morti. (S.L.L.)
La diga del monte Toc, ormai cimelio, in una foto del 2013 (Wikipedia)
Nella epopea patriottica italiana il Piave aveva dal 1917 guadagnato il posto ed il titolo di fiume nazionale. In quella che avrebbe dovuto essere la quarta guerra di indipendenza, facendo fare alla Patria un balzo ulteriore oltre la frontiera veneta ottenuta (non per gloria d'armi) nella terza, dopo più di due anni di fronte inchiodato sull'Isonzo, dalle onde di sangue di una dozzina di battaglie, il movimento si era invertito, e con la rotta famosa di Caporetto gli Austriaci avevano dilagato nella pingue pianura. Dopo alcune giornate di tremore in cui si credette che li si sarebbe fermati sull'Adige o sul Mincio, al confine del 1859-66, riuscì (intuita solo dal mozzicone non del tutto scemo di re che dirigeva la difesa) la battaglia di arresto sul Piave. Imparammo tutti allora che si dice il Piave e non la Piave, dubbio dei nostri anni di scolaretti. Il nome del fiume entrò nella poesia più popolare e nella leggenda. Il vecchio rimatore napoletano E. A. Mario, da poco morto, scrisse versi e musica che per un pelo non batterono l'inno di Mameli per il posto di inno nazionale... Ricordate l'ingenuo frasario?... «insieme ai fanti combattevan l'onde...». Ancora un fiume personificato nella letteratura come quelli classici, che difende la patria portando al mare torme di cadaveri nemici... « il Piave mormorò: non passa lo straniero... ».
Ma ora il Piave ha portato a mare migliaia di cadaveri italiani, travolti dall'onda apocalittica del Vajont nella tetra notte tra il 9 e il 10 ottobre, e ha perso il suo titolo di nobiltà. La sua leggenda era e resta una leggenda di morte, e non vi è più gloria nel portare corpi di combattenti che di pacifici civili sorpresi nel sonno. Allora furono immolati ai non mai sazi di sangue numi della guerra, oggi a quelli della moderna civiltà capitalistica borghese e patriottica, e soprattutto adoratrice della sua scienza e della sua tecnica. Non da oggi abbiamo il desiderio di disonorare, insieme alle deità assassine della guerra tra i popoli, queste non meno infami di una civiltà che si corrompe e decade di anno in anno.
In « Prometeo », II serie, n. 4, del luglio-settembre 1952, dedicammo al tema un articolo: Politica e costruzione, che, tra vari esempi di disastri mortali costituenti vere bancarotte della tecnica scientifica, ricordava alcuni casi di inondazione e citava esempi storici di dighe di contenimento dei bacini montani, ricordando il corso di questa arte a partire dai Mori di Spagna e da Leonardo fino alle carenze organizzativi dei moderni servizi idraulici, nel tempo del grande capitale e delle mostruose imprese di costruzione.
Nel 1959 vi fu in Francia la paurosa catastrofe del Fréjus che tuttavia, malgrado il cedimento della diga, che nel bacino del Vajont non si è avuto, fece meno vittime della recente catastrofe italiana. Fin da allora trovammo un responsabile, un imputato da trascinare sullo scanno dei rei, ma non alla maniera dei politicanti sciagurati dell'opportunismo demagogico: era il Progresso, questo mito bugiardo che fa curvare davanti a sé le schiene dei poveri di spirito e degli umili affamati, pronti a giurare fede in questo Moloch che ogni tanto e un poco ogni giorno li stritola sotto le ruote del suo osceno carro.
Il crollo della diga di Malpasset, al Fréjus, che fece oltre 400 vittime, fu commentato sulla rivista del PC Int. «Programme Communiste» nel numero 10 del gennaio 1960, e l'articolo (Fatalità sociali) venne tradotto in italiano in «Il programma comunista», n. 4 del 27 febbraio-10 marzo 1960. Nel disumano sistema del capitale, ogni problema tecnico si riduce ad un problema economico di premio che si ottiene riducendo i costi e alzando i ricavi. Le antiche civiltà preborghesi avevano qualche tempo residuo per pensare alla sicurezza e all'interesse generali.
Come ricordammo per la diga del Fréjus, anche quella era un capolavoro della tecnica ultimo grido, era leggera, sottile e agile e con un limitato numero di tonnellate di cemento ed acciaio aveva infrenato un volume astronomico di acqua nel bacino a monte. Ma già gli antichi costruttori sapevano che le dighe erano a gravità, ossia in tanto reggevano la formidabile spinta liquida in quanto pesavano enormemente e non si ribaltavano. Ricordammo che dopo alcuni disastri in Spagna, e in Italia del Gleno (1923), si era modificata la teoria tenendo conto anche di una spinta idrica, da sotto in sopra, dalla base della diga; e queste erano divenute più corpulente e stabili. Ma le
modernissime dighe hanno ubbidito (ha ubbidito una scienza venale) alla esigenza santa del basso costo e si fanno, come nel Fréjus e nel Vajont, ad arco, ossia con una curvatura che volge il tergo all'acqua spingente e scarica sulle spalle incastrate nei due fianchi della valle interrotta. La diga diviene così meno voluminosa, meno pesante e di minor costo, e si fa coi materiali di massima resistenza. Ma allora la pressione delle due spinte sui fianchi di imposta cresce a dismisura, perché dipende dalla pressione di acqua a tergo: che è tanto più tremenda quanto più alta è la diga. Permettendo gli ottimi materiali di assottigliare la diga e quindi le spalle di essa, la pressione sulla roccia naturale è immensa, ed il problema non è più quello, dominabile, di proporzionare l'arco di cemento armato alla spinta (che non si può ridurre), ma di prevedere se i fianchi rocciosi non si stritoleranno lasciando rovinare la diga ad arco. Questo fu l'errore al Fréjus, anche allora non sbagliarono gli ingegneri meccanici ed idraulici; ma  si disse  i geologi che erano stati chiamati a giudicare della solidità della roccia.
Il primo problema può essere meglio seguito da calcoli matematici, siano essi fatti da un valente teorico o da una macchina elettronica, mentre il grande teorico consuma dietro di essa pochi pacchetti di sigarette. Può essere verificato con opportuni modelli in iscala, in un laboratorio.
Il problema geologico non è da calcoli da fumoir o da gabinetto di prove. È un problema di lunga esperienza umana sulla prova che hanno fatto i manufatti storici. Esperienza umana e sociale. Tutta la moderna ingegneria in quanto fa manufatti non tascabili o automobili, ma opere fisse alla crosta del pianeta, ha il suo problema chiave nel rapporto fra terreno e costruzione (per una umile casa la fondazione) e non ci sono formule che valgano per ogni caso, ma molteplici mezzi di arte tra cui si può scegliere avendo una sudata esperienza, e non basta prendere stipendi da tre milioni al mese per fumare dietro la calcolatrice elettronica.
Questa esperienza si è accumulata in secoli. Chi crede al progresso e alla facezia che l'ultima trovata della scorsa stagione compendia tutto il senno dei tempi, può trovare il ricco stipendio, ma fa succedere i disastri, la cui statistica moderna, ma essa sola, è in progresso. La stessa tradizione popolare tra le masse incolte, la stessa toponomastica possono aiutare l'esperto geologo (se davvero toccasse a lui), ma piuttosto il valente ingegnere. Perché mai la stretta di Fréjus si chiamava del Mal passet? il malo passo davvero. Il monte che fiancheggiava il lago artificiale e che è franato in esso facendolo debordare paurosamente, perché si chiamava monte Toc? In veneto Toc vuol dire pezzo; era roccia che veniva via a pezzi, e tutti i valligiani aspettavano la frana. Vajont, nome che prima che del lago artificiale era del passo, dell'orrido in cui si è incastrata la diga di 263 metri (primato di tutti i paesi e di tutti i tempi!), in dialetto ladino friulano vale il veneto va zo, va giù, che viene giù, che rovina a valle. Infatti si è parlato di frane storiche, su cui poi hanno poggiato i poveri abitanti.
Il geologo Gortani, nello smentire sdegnosamente che alla scelta del luogo per la diga avesse dato mai assenso, ha detto che la decisione competeva agli ingegneri. Esattissimo. La filosofia delle due tragedie del Malpasset e del Vajont (fra tante altre) è una sola.
Alla base di queste attuazioni temerarie, dettate e imposte dalla fame di profitto, da una legge economica cui devono chinarsi il terrazziere, il geometra e l'ingegnere dirigente, e per cui è rimedio sciocco trovare con le inchieste quello da condannare, sta il più idiota dei culti moderni, il culto della specializzazione. Non solo è disumano trovare il capro espiatorio, ma è vano, quando si è lasciata sorgere questa insensata società produttrice fatta a compartimenti stagni. Nessuno sarà colpevole, perché, messa un momento la testa fuori della sua bendatura a paraocchi, potrà dire di aver riposato sul parere di quello del compartimento vicino, che era lui l'esperto, lo specializzato, il competente.
La scienza e l'arte del produrre e soprattutto del costruire saranno nella società del futuro, che abbia ucciso il mostro del rendimento economico, della produzione di plusvalore, unitarie e indivise. Non la testa di un uomo, ma il cervello sociale, al di sopra di stolti compartimenti stagni, vedrà senza paraocchi di comodo la vastità di ogni problema.
Si è letta una presentazione dell'ingegnere che per 30 anni perseguì il sogno di fare la diga del Vajont. Il valentuomo è morto e non ha bisogno della nostra difesa. Egli era suggestionato dal fatto, puramente morfologico, che con poca diga si poteva fermare moltissima acqua, e che non vi era un posto con un migliore rendimento a pari spesa. Una vittima del determinismo inesorabile.
Nel suo commento l'ing. Semenza si stupiva che, vedendo la diga fatta, si potesse pensare che ci erano voluti trent'anni di sviluppo della sua idea di partenza. Non sospettava che il lungo tempo potesse dipendere dal dubbio sulla buona scelta. Gli pareva che il lavoro fosse stato bene diviso tra i settori protetti dal diritto di non sapere né volere controllare le conclusioni l'uno dell'altro. In questa illusione, che non è una colpa e tanto meno un delitto punibile «in committendo» o «in omittendo», sta la onnipotenza, più forte di tutti e anche del più grande ingegnere, della moderna capitalistica superstizione della divisione del lavoro, che Marx primo condannò, e la sola rivoluzione ucciderà. L'innocenza del progettista si legge nelle sue parole: «centinaia, migliaia di persone, scienziati, ingegneri, operai di tutte le specializzazioni, hanno lavorato alla realizzazione di questa diga che avrebbe sbarrata la stretta e profonda forra del torrente Vajont. Orrido del Vajont, come lo chiamano certe guide turistiche, tanto la natura è impervia e inospitale». Nessuno oggi pensa che potrebbe avere ragione l'agente di turismo, dato che fa soldi facendo ammirare la stretta forra, e non collaborando alla diga... «Fra i primi gli idrologi» che misurando le piogge e le portate dei corsi d'acqua permettono di «risalire al volume delle acque che verranno trattenute nel serbatoio formato dalla diga». «Su in alto il geologo esamina a fondo le caratteristiche della roccia, confortato dalle più moderne (dalli!) ricerche geofisiche». «Il topografo, intanto, precisa con esattezza millimetrica (gergo di moda!) la configurazione della valle, arrivando a stabilire perfettamente i contorni».
Omettiamo i dettagli sulla progettazione o le progettazioni, le 90 ore di calcolatrice che hanno risparmiato anni di lavoro di una squadra di matematici, la storia delle verifiche sui modelli in legno prima, poi in cemento... Un solo passaggio ci interessa, quello che si riferisce alla ineluttabilità della determinante economica. « Il progetto tra i tanti adottato, che risale al 1956, sfrutta completamente le caratteristiche della valle che sembra fatta apposta per costruirvi uno sbarramento di dimensioni eccezionali». La valle era fatta apposta per essere sfruttata, e se non ci fosse stata... bisognava inventarla. Con la scienza, la tecnica e il lavoro, l'uomo sfrutta la natura? Non è vero, e il rapporto intelligente tra uomo e natura nascerà da quando non si faranno questi conti, e calcoli di progetto, in soldi, ma in grandezze fisiche, ed umane.
Sfruttare si può dire quando un gruppo umano sfrutta l'altro. Con le costruzioni grandiose del tempo mercantile gli sfruttati si rendono solidali con la intrapresa sfruttatrice. A Longarone era stata impiegata tanta gente ed era piovuto tanto oro. L'ingegnere doveva rispondere, se faceva piovere oro? È vero che una maestranza ha scioperato per l'evidenza del pericolo di frana, ma è anche amaro insegnamento quello dell'operaio che, allontanato dal geometra votato alla morte perché, claudicante, non ce la avrebbe fatta a fuggire in caso di allarme, si è violentemente ribellato. Quando la paga è alta, il rischio della vita umana è l'aria normale che la società del danaro e del salario respira. Tutta la valle ha rischiato ed è morta. La soluzione di questo problema i comunisti in commercio non la troveranno mai col metodo «democratico ».
Sono soluzioni sciocche a queste tragedie  che mostrano solo che la società borghese e pecuniaria, di iniziativa privata e di mercato, sopravvive alle ragioni della sua storia, e ormai è un cadavere più putrefatto di quelli di cui ha seminato il Piave  quelle agitate dai giornali nutriti di una bolsa demagogia piccolo borghese, che forse un secolo addietro poteva essere ammessa, e che chiede giustizia, onestà, e pene per quelli che sbagliano o truffano.
Socialmente e politicamente ci separiamo da quanti chiedono, in nome dei morti che hanno rischiata la vita perché una società iniqua desse loro la sola civiltà che possa elargire, le tre procedure risibili. L'inchiesta amministrativa, disposta dai ministri che hanno le mani in pasta, e demandata a professori di università, ligi al sistema della responsabilità di settore, per cui si ha il diritto di non sapere «la materia degli altri » in questo sistema burocratico, scolastico e carrieristico che ci affoga.
L'inchiesta parlamentare, in cui un gruppo di gente di nessuna preparazione, di ideologie contrastanti, salvo quella della brama del successo e dell'arrivismo politico che è lo stesso dall'estrema destra all'estrema sinistra, studiano quello che non capiscono e poi fanno votare l'assemblea dei «politici», ossia di quelli che per primi dovrebbero andare al macero per liberare la società umana.
La magistratura, che sa il suo mestiere nell'applicare un codice inchiavardato nella tradizione e nell'ultima costituzione, buono per il ladruncolo di poche lire e per il funzionario che in questo caso, solo ad andare dentro, aveva reso pubblico «rubandolo» un documento che indicava che il sospetto tecnico della diga era fondato ed antico.
Tre gradi diversi di beffa, non per i morti, ma per i vivi che guardano ai partitacci e ai giornalacci di tutti i colori, e affogano nella incoscienza dei loro destini.
Che fare della diga? Altro problema che l'ingranaggio dell'amministrazione burocratica e democratica non potrà risolvere. La diga non è stata travolta, e l'ing. Semenza se vivo, dal punto di vista del settore, sarebbe innocente. Ma il problema era la stabilità dei fianchi della valle, una volta che su di essi si era di colpo portata una pressione idrica di 26 atmosfere. Nel fondo non vi erano alluvioni? Che scusa è questa? Nella forra il filo liquido veloce dunque non depositava, ma erodeva, creando nei secoli le condizioni che i topografi riferirono al povero Semenza. Dunque la parete era friabile, certamente permeabile, e sotto la grande pressione in strati che hanno potuto cedere ha causato la frana del Toc.
Gli invasi successivi che potevano dare un collaudo empirico, sono stati effettuati senza collaudi e senza ordine dell'onnipotente Stato. La diga era troppo alta. La relativa legge dovrebbe essere riformata dando un massimo di altezza; poniamo meno di cento metri. Ma allora il ricavo dell'operazione scenderebbe al disotto dei costi. Orrore! Non ci rimetterebbe il monopolio, ma tutto il modo di mangiare di quelli che ne dipendono, e lo stesso sarebbe se operasse direttamente lo Stato.
Il riformismo, non solo in Italia, ha questa bandiera; fatta la legge, trovato l'inganno. Un vecchio ingegnere che è per l'antica laurea in grado di capire geologia, topografia e meccanica costruttiva, ha detto che ora la diga potrebbe crollare. Dietro di essa non vi è acqua ma una fase mista di acqua e terra (fango e melma) la cui spinta per il maggior peso specifico può risultare più forte. Qui non ci sono modelli che tengano! Il caso è troppo indeterminato e vanno buche anche le calcolatrici.
Il bacino del Vajont è diviso in due dalla colossale frana il cui volume supera quello dell'acqua che conteneva, una collina che esce dal pelo d'acqua di centinaia di metri. Ma il minore lago rimasto contro la diga può generare la pressione indicata dal vecchio ingegnere di cui sopra. Tutto dipende dall'altezza, che è la totale, e dalla densità della melma, che starà decantando. Il bacino va vuotato, non sfondando la diga a cannonate, ma attuando dei sifoni a cavallo di essa, in sostituzione dei dispositivo che il disastro ha annientati, e rinunziando alla energia potenziale che le turbine potrebbero, se funzionanti, sfruttare.
Non crediamo che il Consiglio superiore dei lavori pubblici abbia potuto decidere che il muro resti come sostegno (?) di un lago alpino. Quella fogna di morte non è un lago alpino. I laghi si sono formati nell'epoca glaciale tra fianchi di roccia abissale incrollabile e con un modesto sbarramento di naturali colline moreniche. Il loro collaudo lo ha fatto Madre Natura in milioni di anni, e non una Commissione tecnica!
L'uomo, è certo, vincerà la natura. E lo farà grazie ad una scienza, una tecnica ed una amministrazione, che non si affitteranno a nessuno. Prima di piegare a noi la natura, dovremo aver piegate le sinistre forze sociali che ci schiavizzano peggio di milioni di metri cubi di pietre sepolcrali, e che mettono il responso degli esperti di oggi sotto la condanna dei lauti compensi e dei profitti esosi. Dobbiamo arginare le frane non di acque e terra; ma di schifosissimo oro.

Chi fu, veramente, la contessa di Castiglione? (Elena Guicciardi)

Parigi Il 28 novembre 1899 moriva a Parigi, in un povero appartamentino, Virginia Oldoini, contessa di Castiglione, celebre in Italia e in Francia per la sua bellezza, che conobbe un' effimera gloria grazie a una breve avventura con l' imperatore Napoleone III.
E' un anniversario che ha suscitato varie iniziative. Anzitutto quella di ripristinare la tomba dell'eroina, situata nel cimitero parigino del Père Lachaise (iniziativa promossa dall'associazione del premio Grinzane Cavour). Poi l'organizzazione della mostra di foto e di ritratti che ne celebrano la bellezza, presentata fino al 23 gennaio al Museo d'Orsay, mentre in Italia sono in corso di allestimento altre manifestazioni che si svolgeranno in primavera al palazzo Cavour a Torino e al castello di Costigliole di Asti, la residenza piemontese della contessa. Nel corso di un colloquio all'Istituto italiano di cultura di Parigi si è parlato di queste commemorazioni e si è cercato di mettere a fuoco la fisionomia complessa dell'eroina. Chi fu in realtà la Castiglione, questa donna piena di contraddizioni, definita a Metternich come "la più bella del mondo", che, grazie ai suoi amori con Napoleone III, esercitò temporaneamente un'influenza sui rapporti franco-italiani e conobbe la ricchezza e la gloria, prima di morire sola e derelitta?
Per lo scrittore Alain Elkann, la contessa si identifica fin dalla più tenera età con "un oggetto da vendere": vende se stessa, sperpera il proprio denaro e quello del marito tradito, e alla fine sarà ridotta a vivere come una poveraccia in due miserabili stanzette.
Alberto Arbasino - riferendosi a un libro di Salvator Gotta che conobbe un gran successo negli anni Quaranta - definisce la Castiglione come un'eroina da feuilleton: un'eroina triste, che non sorride mai, sempre depressa.
Lo storico Alain Decaux, che esordì precisamente con un libro sulla contessa (dopo aver scoperto l'originale del suo diario intimo, di cui sente ancora il profumo) si interessa soprattutto ai rapporti che la giovanissima Virginie ebbe, dai diciassette ai vent'anni, con Napoleone III. E insiste su un particolare: fu suo cugino, il conte di Cavour, a incoraggiare questa relazione amorosa ai fini della propria politica estera.

“la Repubblica”, 15 dicembre 1999



1.11.14

Spagna 1937. Togliatti scrive a Dimitrov

Tra le lettere-relazioni che Togliatti (Alfredo, per l'occasione) inviava nel 1937 a Georgi Dimitrov dalla Spagna, in piena guerra civile una delle prime è quella del 30 agosto, da cui è tratto il periodo che segue. (S.L.L.)
Togliatti (il primo da sinistra) e Dimitrov (il quarto da sinistra)
con altri dirigenti dell'Internazionale Comunista
Qui c'è molto disordine e improvvisazione. I compagni dirigenti passano intiere giornate a discutere tra loro e con le diverse persone che lavorano nei ministeri, nell'esercito, ecc. È una situazione di seduta permanente che si svolge al di fuori di un piano e nel quale si prendono parecchie decisioni che però dopo nessuno si preoccupa di verificare se vengono attuate. Tutti i compagni dirigenti sono stanchi, affaticati per il superlavoro, malati. Questa è pure una conseguenza dei loro metodi di lavoro.

Alberto Granado e Che Guevara. Due uomini, un'avventura (Aldo Garzia)

L'articolo che segue fu ripubblicato nel 1993 nel primo dei tre inserti speciali che “il manifesto” dedicò in quell'anno ad Ernesto Che Guevara, ma risale al 1991. Al tempo non erano ancora interamente noti i cosiddetti Diari della motocicletta, di cui qui Garzia si serve e non era stato prodotto il film che rese famoso l'avventuroso viaggio di Granado e Guevara, svoltosi tra il dicembre 1951 e il luglio 1952. Il pezzo di Garzia, che utilizza la testimonianza raccolta in un colloquio con Granado a Cuba, mi pare suggestivo. (S.L.L.)
Granado e Guevara sulla "caravella" Mambo Tango

L'idea di un viaggio per le terre sconfinate del Sudamerica Granado la matura nel '40. «Volevo conoscere il mio continente - scrive in Con el Che por Sudamerica - non con gli occhi del turista. Mi piaceva l'idea di incontrare uomini e donne, tradizioni e costumi di altri paesi che conoscevo poco o nulla. Quel viaggio era un'utopia che valeva la pena di perseguire a costo d'ogni sacrifìcio». «Io studiavo biologia all'università e non davo molta importanza agli amici più giovani che circondavano mio fratello - racconta Granado - ma una volta sono stato fermato dalla polizia per una manifestazione studentesca contro l'autoritarismo dei professori. Sono rimasto in una cella del commissariato di Cordoba per alcuni giorni. Mio fratello Tomas e Guevara venivano a portarmi da mangiare. Con loro discutevo delle ragioni di noi studenti, ma non c'era niente da fare. Non c'era verso di convincerli».
Nonostante la differenza di età, Alberto e Ernesto prendono a frequentarsi con assiduità. Parlano del mitico viaggio da compiere per il Sudamerica, ma intanto si danno allo sport: rugby, calcio. Ernesto soffre di asma per una polmonite mal curata quando aveva quindici giorni di vita e si illude che l'attività sportiva possa aiutarlo a star meglio. «Nell'ottobre del '50 - ricorda Granado - io avevo deciso che sarei finalmente partito per il mio viaggio a bordo di una moto sgangherata che si chiamava Poderosa II. Ne parlai con Ernesto, ma lui mi pregò di aspettarlo perché doveva sostenere degli esami. Finì per convincermi e così partimmo senza una meta precisa il 29 dicembre del '51». Di quel viaggio a due, durato fino al 26 luglio del '52, non esiste solo la testimonianza di Granado. Nel libro Mio figlio il Che (Editori Riuniti, 1981) il padre di Guevara pubblica alcune pagine di un diario che erano rimaste a lungo nei cassetti di famiglia.
Le pagine dei diari di Granado e del Che si intrecciano. Scoprono la natura selvaggia delle Ande, le pianure desolate, la vita dei minatori. La vecchia moto di Granado si rompe ben presto e allora prendono a viaggiare sugli autobus, sui camion. Non hanno soldi, non hanno viveri ma da Valparaiso decidono di partire per l'Isola di Pasqua. E così si imbarcano come clandestini in una piccola nave dove il Che finisce per essere addetto alla pulizia dei bagni e Granado alla pelatura delle patate.
Alberto Granado prende appunti su tutto quello che vede con ossessionata precisione e aggiunge alle sue note osservazioni sul carattere del giovane compagno di viaggio. «Era curioso per tutto quello che vedeva - racconta - e non lasciava perdere nessuna occasione per ribadire quelle che erano le sue convinzioni. Aveva una sete furibonda di sapere: si guardava intorno, domandava, poi scaricava le sue conclusioni sugli altri». Dovunque passano Guevara e Granado lasciano la traccia di una discussione animata, un giornale cileno, dopo la loro partenza da Temuco, scrive nella cronaca locale:«Due argentini specialisti di lebbra percorrono il Sudamerica in motocicletta». La moto di Granado - prima di spegnersi per sempre - è carica fino all'inverosimile: tegami da cucina, impermeabili, copertoni di riserva, vestiti, maglie di lana, sacchi a pelo. In una delle prime lettere del Che a sua madre, il giovane studente di medicina non può fare a meno di riferire che «dopo i primi 1.200 chilometri abbiamo imparato cosa sia la distanza e ora sappiamo che dobbiamo rispettarla. La moto proprio non ce la fa a tenere il carico e così siamo già caduti per terra due volte». Gli incontri non sono tutti uguali e per Granado e Guevara il viaggio si trasforma ben presto in una sorta di educazione sentimentale.
Il 18 giugno Alberto annota nel suo diario: «Siamo in piena selva tropicale, vicino al fiume Amazonas. Sta piovendo violentemente sul lebbrosario di San Fabio in Perù. Una garza grigia sembra avvolgere gli alberi che si vedono all'orizzonte. La nostalgia ronza attorno a tutto l'ambiente circostante: non mi distrae né la pioggia né l'imponente aspetto del fiume. Dieci giorni fa abbiamo conosciuto il dottor Bresciani, direttore del lebbrosario». Il Che rimane colpito dall'isolamento e dalla fatica con cui il dottor Bresciani deve lottare contro la lebbra e ne invia un dettagliato resoconto alla madre Celia. Il 20 giugno Granado e Guevara decidono che è venuta l'ora di partire. «Quando stavamo per imbarcarci - racconta Granado - ci siamo accorti che i malati avevano dipinto su una facciata della prua la scritta Mambo e sull'altra Tango. E così la nostra caravella si chiamò MamboTango,come i due ritmi che ci avevano unito: il loro e il nostro».
Il Che e Granado si erano imbattuti per la prima volta in un lebbrosario. «Tutti gli ammalati - annota Granado - vivono insieme alla loro famiglia ed è difficile condurli al sanatorio. Qui, lungo i fiumi Ucayali e Varavi, la lebbra è una malattia endemica». Un incontro decisivo per i due viaggiatori erranti avviene nell'ospedale di Guia. «Avevamo una lettera di presentazione per il dottor Hugo Pesce, che gentilmente accettò di alloggiarci nel suo ospedale nonostante il nostro aspetto trasandato». Il Che simpatizza con questo dottore e inizia a chiamarlo insistentemente «maestro». Lo colpisce la notizia che Pesce, per la sua militanza nel partito comunista peruviano, ha dovuto abbandonare la cattedra di medicina tropicale all'università di Lima e andarsene lontano dalla capitale per esercitare la propria professione. Quel medico aveva descritto tutta la sua esperienza nel libro Latitudini del silenzio. Un testo che al Che sembra pessimista e remissivo, racconta Granado. Lui aveva un'altra idea su come fare il medico.
Il 26 luglio,a Caracas, il Che si convince che è venuto il momento di tornarsene a Cordoba. Granado preferisce fermarsi in Venezuela e scrive nel suo diario: «Dopo tanti mesi passati insieme la separazione è dura. Entrambi stiamo nascondendo la tristezza che vela i nostri sguardi. Sappiamo che la separazione sarà solo temporanea, che torneremo a unirci...»: Guevara prenderà la laurea in medicina, partirà nuovamente per il suo continente iniziando a fare il medico, ma scriverà a sua madre che in fondo il suo «sogno è andare a vivere per un po' in Europa, sicuramente a Parigi». Nel '54, in Guatemala, si sposa con Hilda Gadea. In Messico, il 24 settembre del '55, conosce Fidel Castro e gli altri dirigenti del Movimento 26 luglio. Finirà in galera con loro, nelle carceri messicane, poi partirà a bordo del piccolo panfilo Granma alla volta di Cuba per tentare una lotta rivoluzionaria: unico straniero in un gruppo di esiliati cubani. «L'ultima volta che ho visto il Che - dice Granado - è stato a Santiago di Cuba nel '65. Stavo tenendo una lezione all'università e lo vidi entrare nell'aula con la sua nuova moglie, Aleida March. Gli chiesi il motivo della sua visita, ma rispose con un cenno. Lo invitai a mangiare in una pizzeria che si chiamava "Fontana di Trevi" Parlammo con la solita amicizia di sempre. Infine mi salutò dicendo che aveva lasciato due libri per me all'Avana». Era un addio.
Quei due libri (Guerra di guerriglia dello stesso Che e L'ingenio di Moreno Fraginals) furono recapitati a Granado - per volontà del Che - solo alla fine del '67, dopo la morte di Guevara in Bolivia. Entrambi contenevano una dedica scritta a mano. Una dice: «Alberto, perché tu abbia la speranza di non finire i tuoi giorni senza sentire l'odore della polvere e il grido di guerra dei popoli, una forma sublime di ricevere emozioni forti, non meno interessanti e forse più utili di quelle ricevute lungo l'Amazonas» . Il riferimento, 14 anni dopo, era per quel fiume peruviano lungo il quale Alberto Granado e il Che avevano scoperto le amarezze e la durezza della vita in un lebbrosario. Un gesto di commiato dall'amico d'avventura di tanti anni prima, che questa volta non aveva potuto intraprendere l'ultimo viaggio con il Che verso la Bolivia. Un viaggio ancora una volta avventuroso. Questa volta fatale.


Il primo a sinistra, I, supplemento a “il manifesto”, 1993

Paolo Spriano racconta Togliatti. 1959: un “no” a Bufalini.

Palmiro Togliatti e Paolo Bufalini al teatro Adriano di Roma per un comizio
Il compagno Paolo Bufalini, all'inizio di ottobre del 1959, invitava Togliatti a essere presente alla festa dell'«Unità» di Roma, che si doveva aprire alla Fiera (e durava un giorno, con comizio di Giorgio Amendola). Togliatti già aveva risposto di no. E due giorni dopo si scusava con lui con un biglietto nel quale poneva una questione «abbastanza seria», «la impossibilità che mi è fatta in molti luoghi, e particolarmente in Roma, di visitare una festa di partito e persino una sezione senza che si crei attorno a me una situazione tale che mi impone di andarmene al più presto. Comprendo l'attaccamento ai dirigenti del partito — continuava la lettera, in data 13 ottobre 1959 —, ma non comprendo che si debba esprimere in modo così brutale, con le spinte, il pratico impedimento a muoversi, le cento strette di mano, le decine di tentati abbracciamenti, il servizio di vigilanza che fa peggio degli altri e così via. È questione di costume di partito e quasi di educazione. Per me, poi, è seccante non potere nemmeno vedere come è ordinata una nostra festa. Questo può far comodo a chi la organizza, perché di solito io faccio osservazioni critiche, ma non è giusto».
Togliatti era così. E il fastidio per le manifestazioni assillanti di «culto» della sua persona datava di certo da prima della famosa denuncia di un altro «culto». Quando i compagni vollero intitolare una scuola di partito al suo nome, prese un'altra arrabbiatura dicendo che quella intestazione era semplicemente jettatoria, che lo si voleva dunque morto. Una volta che lo accompagnai a Siena per stendere il resoconto di un suo discorso elettorale (e facemmo un gran pranzo a casa del compagno Bardini) gli dissero che oltre al comizio sarebbe stato gradito, al pomeriggio, un suo incontro («due chiacchiere») con un paio di intellettuali della città, in albergo. Quando Togliatti scese dalla sua camera e andò in una sala dell'albergo si vide davanti un tavolino e una fila di sedie su cui sì stipavano un centinaio di persone. Non dimenticherò la sua faccia dinanzi alla sorpresa.

da Togliatti - Che cosa ci ha lasciato, Supplemento a "l'Unità", 14 ottobre 1984

Cittadino Camembert. Nascita di un formaggio nella Rivoluzione (Pierre Boisard)

Il Camembert è un simbolo della Francia, come la bandiera tricolore e come la Marsigliese, ma in più è corroborante. Come i primi due è un prodotto della rivoluzione. In effetti, questo formaggio, il primo dell'era moderna, è nato, pare, nel 1791 o nel 1793. 
Le circostanze esatte della sua apparizione rimangono però incerte e hanno dato vita a una serie di varianti interpretative. Vediamo. L'azione si svolge nel 1791, nel maniero di Beaumoncel, a Camembert, piccolo comune del pays di Auge in Normandia. Lì Marie Fontaine aveva conosciuto suo marito, Jacques Harel. Mentre Jacques lavora nei campi, Marie produce formaggi. Intanto i fittavoli di Beaumoncel avevano dato rifugio a un prete refrattario proveniente dalla Brie. Dopo il voto della costituzione civile del clero da parte della Costituente nel luglio 1790, numerosi preti rifiutano di prestare giuramento alla Repubblica e si danno alla fuga. Mentre i cittadini danno loro la caccia, i contadini non esitano ad aiutarli.
Ora, vedendo Marie Harel fare il formaggio secondo le ricette del pays di Auge, il prete rifugiato nel maniero, le suggerisce di adottare il procedimento di produzione del formaggio di Brie. Sarebbe dunque così che, fabbricando del Brie in uno stampo di Livarot, Marie Harel, dietro consiglio di un prete che fuggiva la Rivoluzione, avrebbe inventato il Camembert. Sua figlia Marie e suo genero Thomas Paynel, le subentrarono e commerciarono il formaggio che incontrò un grandissimo successo. I quattro ragazzi Paynel perpetuarono la tradizione e diedero ancor più lustro al Camembert.
Nel 1863 il nipote di Marie Harel, Victor Paynel fece [gustare un camembert di sua produzione all'imperatore Napoleone III alla stazione di Surdon, nell'Orne, sulla linea Paris-Granville da poco inaugurata. L'imperatore apprezzò molto il formaggio e si felicitò con Victor Paynel che glielo invierà regolarmente alle Tuileries, residenza imperiale dove ebbe poi l'onore di essere invitato. Forte di questa consacrazione imperiale il Camembert conquistò il mercato parigino. Prima si diffuse in Francia e poi nel mondo intero. Ma intanto l'oblio calava sul nome della sua creatrice e sulle circostanze della sua invenzione.
Si deve a un cittadino americano, Joseph Knirim, la riscoperta di Marie Harel. Questo medico newyorchese era convinto di aver curato i malanni del suo stomaco con un consumo assiduo di camembert normanno e di birra di Pilsen, regime che consigliava ai suoi pazienti. Il suo entusiamo era tale che attraversò l'Atlantico per rendere omaggio a Marie Harel. Giungendo il 15 marzo 1926 nella borgata di Vimputiers, andò in farmacia e pregò lo sbalordito farmacista di accompagnarlo al monumento eretto in onore di Marie Harel. Il farmacista, come la maggior parte della gente del luogo, non ne sapeva assolutamente nulla.
Cosi gli abitanti di Vimoutiers appresero dell'esistenza e del ruolo di Marie Harel. E, per iniziativa di Joseph Knirim che versò un contributo di 20 dollari, fu eretta una statua che rappresentava Marie Harel in costume da Normanna. Venne inaugurata ufficialmente l'11 aprile 1928 dal senatore dell'Orne Alexandre Millerand, ex presidente della Repubblica.
Ma questa consacrazione suscitò polemiche soprattutto da parte dei fabbricanti degli altri formaggi. Si pretendeva che Marie Harel non fosse mai esistita e che il Camembert esistesse da molto tempo prima del 1791. Pazienti ricerche effettuate dagli abitanti della regione hanno finalmente confermato sulla base dei registri parrocchiali l'esistenza di Marie Harel.
Ma quale che sia la verità storica, è nato cosi un mito moderno che, all'epoca della Rivoluzione, mette in scena una donna e un prete che creano un formaggio consacrato 70 anni dopo da un imperatore. E' un concentrato di storia francese: ogni classe sociale fa la sua parte e collabora ad arricchire il patrimonio gastronomico della nazione.

Il terrore e la libertà, Supplemento a “L'Espresso”, 22 gennaio 1989


Il posto fisso e il gettone telefonico (S.L.L. - stato di fb)

Vorrei, per un momento, dare per assodato che le sparate alla Leopolda sul posto fisso e sul gettone telefonico Renzi non le abbia meditate, che facciano parte del repertorio di insulti e di insulsaggini che gli vengono su senza pensare, variazioni sul tema della rottamazione del vecchio, quando deve sparare a zero contro qualcuno, in questo caso contro il sindacato. E vorrei, affidandomi alla sua (scarsa) capacità di ascolto, potergli spiegare con semplicità e pacatezza che il paragone non regge.
L'ipod è certamente un progresso rispetto alla cabina telefonica, infinitamente più versatile, più mobile, più funzionale alle esigenze di comunicazione dei telefoni a gettone. Al contrario la fine del posto fisso, e cioè la precarizzazione della vita, è una gravissima regressione. Era la stabilità del lavoro il progresso, il valore da difendere, la tecnologia cui non rinunciare. E dovrebbe essere oggi un obiettivo, una libertà da riconquistare, punto programmatico fondamentale di un governo che vorrebbe "cambiare verso" rispetto al ventennio dominato da Berlusconi.

Ma forse quelle dichiarazioni non sono tanto sparate, quanto, piuttosto, una scelta di campo. Così devono averle interpretate i capi della polizia a piazza Indipendenza, convinti di rendere un servizio al governo. Il ritorno delle manganellate e la fine del posto fisso sono cose che vanno bene insieme.

29 ottobre 2014

Che Guevara (Eliseo Diego)

Non sei stato 
altro che il fuoco, 
la luce, l'aria,
la libertà americana...

Karl Marx (Immanuel Wallerstein)

Mi sia concesso, infine, di dire una parola su Karl Marx. Egli è stato una figura monumentale nella storia intellettuale e politica contemporanea. Ci ha lasciato una grande eredità, che è concettualmente ricca e moralmente ispirata. Tuttavia, laddove sostiene di non essere, lui, un marxista, dovremmo prenderlo più sul serio, senza scrollarci di dosso questa affermazione come se si trattasse di un bon mot.
Egli sapeva, a differenza di molti di quelli che si sono spesso autoproclamati suoi discepoli, di essere un uomo del secolo XIX, la cui visione era inevitabilmente circoscritta da quella realtà sociale. Sapeva, a differenza di molti, che una formulazione teorica è comprensibile e utilizzabile solo in rapporto alla formulazione alternativa che essa sta esplicitamente o implicitamente attaccando, mentre è del tutto irrilevante rispetto a formulazioni che riguardano altri problemi o che si basano su altre premesse. Sapeva, a differenza di molti, che vi era una tensione, nella presentazione del suo lavoro, tra la descrizione del capitalismo come un sistema perfetto (mai esistito nei fatti storicamente) e l'analisi della concreta realtà quotidiana del mondo capitalistico. Adoperiamo dunque i suoi scritti nell'unica maniera ragionevole - consideriamolo un compagno di lotta, che ne sapeva quanto lui ne ha saputo.

Il capitalismo storico, Einaudi, 1985

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