6.9.16

Il mondo finirà a Taormina. Intervista a Tennessee Williams (Donald Ranvaud)

Tennessee Williams morì in circostanze non chiarite (un incidente medico collegato all'alcolismo? un suicidio?) il 25 febbraio del 1983 in un albergo di New York. Qualche mese prima, nell'ottobre del 1982, il grande drammaturgo americano era a Taormina, ove Daniel Ranvaud, collaboratore del quotidiano comunista “il manifesto”, lo intervistò nelle circostanze che lui stesso racconta. 
Nell'intervista non soltanto emergono l'amore di Williams per Taormina e la Sicilia, la sua inquietudine, la potenza critica della sua intelligenza artistica, ma c'è di più: vi viene raccontato l'abbozzo di un dramma che non poté essere scritto e che proprio a Taormina e in Sicilia aveva il suo svolgimento. Questo rende il testo assai particolare: l'ultima testimonianza che l'autore americano, assai parco nelle interviste, volle dare sul suo lavoro e sulla sua idea di America fu riservata a un piccolo quotidiano della piccola Italia, per di più comunista. (S.L.L.)
Tennessee Williams a Taormina con il pittore e scultore HenrY Falkner
TAORMINA. Ho incontrato Thomas Laurier Williams per caso nel chiostro del San Domenico a Taormina: si aggirava alla ricerca dell'ombra con quel famoso cappello di paglia che usa a mo' di ventaglio e una camicetta hawaiana fuori dai pantaloni. Borbottava qualcosa sul suo itinerario futuro e malediceva gli scalini che doveva fare per ritornare nella sua stanza dalla piscina dove amava restare il più possibile quando la calura glielo permetteva. Non sapevo che stavo chiacchierando amabilmente con Tennessee Williams. Sapevo solo che questo simpatico ed eccentrico turista americano dall'accento indefinito mi aveva incuriosito subito. D'altronde nessuno sapeva ancora che il sessantottenne commediografo americano fosse a Taormina e, se non fosse stato per l'arrivo della sua dama di compagnia (la signora Tony Smith) e del suo giovane collaboratore (lo sceneggiatore Peter Hoffman) che lo chiamarono affettuosamente «Ten», e per il ricordo delle leggende attorno al suo cappello, non credo lo avrei mal riconosciuto.
Tennessee ha infatti una pessima reputazione nei confronti della stampa che lo ha sempre dato per uno scontroso e burbero mangiabambini, uno che non rilascia mai interviste, che non si fa mai fotografare e che è capace di perdere le staffe per un nonnulla. Mi è parso subito che questi pregiudizi altro non potevano essere che una fantastica montatura. È un'operazione costruita probabilmente a partire da tutti quei grandi personaggi da lui creati per scandalizzare più di una generazione di benpensanti «middleamercans»: dalla inquietante, storpia, Laura dello Zoo di vetro (1948), ai fratelli/attori Felice e Clare nel Two characters play (1967); dalla celebre Bianche Dubois del Tram che si chiama desiderio (1949) al durissimo Brick di La gatta sul tetto che scotta (1955) assieme a tutti gli altri relitti umani, ai fantasmi senza pace di un «profondo sud» corrotto e maledetto nei vari La rosa tatuata (1951), Improvvisamente l'estate scorsa (1958), La notte dell'iguana (1961).
Forse è stato un modo come un altro per cercare di esorcizzare questa inquietante visione dell'America che mette a nudo, attraverso l'allegoria, la spaventosa paura dell'insuccesso, del fallimento morale e psichico, nel quale si può solo essere inghiottiti dal viscoso tessuto della società americana, composto da violenza, sessualità (fino alla morbosità) e giganteschi sensi di colpa. Invece la generosa cordialità e la limpida intelligenza di Williams si rivelano proprio il miglior antidoto contro tutte le maldicenze e le gelosie di cui è stato oggetto nella sua lunga carriera. Ormai si ritiene un uomo tranquillo che si rallegra di poter continuare a lavorare
Fissiamo amichevolmente un appuntamento per un colloquio più approfondito. È la mezzanotte dello stesso giorno nella sua stanza: farà senz'altro più fresco e a lui piace ricevere visite o uscire verso quell'ora dato che non può più lavorare.
Tennessee Williams con Anna Magnani
WILLIAMS: «Il negativo è dentro di me. 
E io lo racconto» (D. R.)
TAORMINA.
Come mai Tennessee Williams in Italia?
Mi piace molto l'Italia, soprattutto la Sicilia. Ci vengo abbastanza spesso. Sono stato a Taormina anche due anni fa; ero con un grande, caro amico scomparso di recente, lo scultore Henry Falkner. Mi sento molto vicino a questa terra così ricca di memorie felici per me e questo viaggio è per certi versi un pellegrinaggio che faccio con particolare devozione e amore.
Qui il mio lavoro non è lontano da me e sto lavorando con il signor Hoffman già da vari mesi all'adattamento di due miei racconti per il cinema. Amo viaggiare e lavorare nello stesso tempo: sono due cose che si completano molto bene e trovo molto stimolante scrivere durante i miei viaggi. Ma poi c'è un altro motivo che mi ha spinto a tornare in Sicilia. Vorrei scrivere una commedia usando come sfondo questa cornice italiana.

A causa di ricordi suoi personali o per via dell'ambiente?
Beh, per moltissime ragioni intrinseche, ma soprattutto per ragioni che né lei — e forse neanche io — si può immaginare, tenendo conto del tipo di commedia che ho finora prediletto. Si immagini una specie di rivolta della natura, con tutti i vulcani del mondo che esplodono uno dopo l'altro causando terremoti, squilibri atmosferici di tutti i tipi con grandini di fuoco e sconquassi irreversibili. Si immagini anche due storie romantiche tutte rivolte verso un passato di emozioni e di guai che si intrecciano confusamente nella memoria di vari personaggi. Bene, prima di tutti scompare, inghiottita dal mare, la California intera con Hollywood che precipita nei più profondi abissi, dove si merita di finire... L'azione comincia (e si sofferma) nella piazza principale di Taormina con un bar (il Mocambo o il Wunderbar ndr) che viene man mano sostituito da altri ambienti come la spiaggia, il rifugio e via dicendo.
L'Etna è l'ultimo del vulcani a esplodere ma è il più violento, e per i personaggi della commedia non c'è via di scampo. Gli annunci ufficiali incoraggiano i cittadini a recarsi sulla spiaggia dove dovrebbero essere salvati dalla Marina, che però non arriva mai. Chi si reca laggiù può scegliere soltanto fra la colata di lava o il mare In tempesta. In tutti gli ambienti prescelti si diffonde il panico meno che nel bar (che è un po' il posto più adatto per la «cultura» in Italia). Ma anche il bar alla fine rimane deserto, ad eccezione di un uomo che continua a bere, dato che gli hanno lasciato la scorta di alcool a portata di mano. È l'unica persona rimasta in vita — si immagina — in tutta la Terra...

Sarà lei, immagino.
Lo scrittore perlomeno.

Davvero lei vorrebbe sopravvivere alla fine del mondo?
Se vuol proprio sapere la mia opinione, personalmente non credo che ci sarà la fine del mondo, se non in termini di fiction teatrale... Non è possibile che i conflitti politici e militari contemporanei si risolvano con la distruzione del mondo, semplicemente perché ciò non farebbe comodo a nessuno.
Credo che le forti tensioni che continuano a preoccuparci esistano in funzione di una forma concordata, ad alti livelli di repressione, che permetta di mantenere certi rapporti di forza tra chi rappresenta l'autorità ufficiale e il popolo vero e proprio. E anche se questo non fosse vero, io credo che noi tutti non abbiamo altra alternativa che credere fermamente che sia così, non le pare? Ritornando al nostro discorso, però, mi sembra giusto che a livello di fiction la fine del mondo avvenga in Italia. Insomma viene spontaneo immaginarsi la fine del mondo qui, dopo che sia scomparso tutto il resto. Poi, però, c'è il fatto che lo scrittore è ancora in scena alla fine e si preoccupa di scrivere immediatamente qualche cosa d'altro...

Ma per chi? Per cosa?
Per se stesso, per le sue memorie.

Che cosa pensa di Reagan?
Mi sento profondamente americano e mi rammarico della fase di reazione che purtroppo stiamo attraversando. Sono convinto che non può durare a lungo e che presto torneremo ad una democrazia più consona agli americani. Bisogna tener duro, però.

Tempi duri anche per la cultura. Se non sbaglio la sua ultima commedia non è andata molto bene a Broadway...
Dica pure che fu un fiasco (questa parola va bene in italiano, è vero?).

Era Closed for Summer, vero?
Sì, una cosa del genere... È stato due anni fa a Broadway... Altrettanto male era andata prima a Chicago The House Not Meant to Stand. Allora pensai che forse era il caso di smettere. Basta con le commedie lunghe (a parte quella che sto scrivendo e di cui abbiamo parlato)... solo atti unici e novelle piuttosto che romanzi, sennò che palle!

Lei crede molto ai giudizi dei critici?
No. In generale li trovo molto poco attendibili. Una commedia può spesso ricevere recensioni completamente opposte da un "revival" ad un altro; Invece è molto difficile che si sbagli il pubblico pagante, se continua a essere tale... Camino Real è forse il mio caso più clamoroso in questo senso. È stata una bella soddisfazione!

Che cosa la spinge a continuare a scrivere; o — per dirla all'antica — da dove prende ispirazione?
Ci sono tanti misteri attorno all'atto dello scrivere! Vede, se si scava un pochino, i misteri svaniscono, ma allora ci troviamo tutti scontenti. Meglio lasciare che i misteri continuino a esistere...

Ma allora la sua recente biografia come dobbiamo prenderla, se non in senso demistificatorio?
Questo è un capitolo che mi ha dato quasi soltanto dispiaceri. Credo che mai nessun altro sia stato trattato così male dopo essersi esposto cosi tanto. Mi sento truffato economicamente e anche moralmente a causa della reazione di alcune persone. E pensare che ne avrei di cose da dire; ho appena cominciato. Vorrei poter raccontare un giorno tutta la verità su quello che ho visto e sentito nel mondo dello spettacolo durante la mia lunga carriera. Eh, sì... Ma almeno ho la consolazione di aver fregato tutti i miei coetanei, dato che sono sopravvissuto a tutti!

E per quanto riguarda il cinema?
Ah, io non mi stanco mai di vedere Il Falcone Maltese.

Veramente io volevo parlare dei suoi film...
Beh, Brando mi ha impressionato moltissimo: un attore veramente senza uguali. Ma ho anche avuto la fortuna di trovare delle interpreti eccezionali in Vivien Leigh e nella indimenticabile Magnani...
La cosa più traumatizzante però per me è sempre stato il mio rapporto con la censura che mi ha sempre perseguitato stravolgendo alcune tra le cose più belle e significative dei miei lavori. Vorrei raccogliere le mie sceneggiature e pubblicarle tutte insieme, anche quelle che, per una ragione o per l'altra, non sono mai arrivate allo schermo. Forse la mia opera meno perseguitata è stata The Roman Spring of Mrs. Stone (1961), tratta da un romanzo. In questo senso sono contento del risultato.

E nel teatro? Qui siamo nella terra di Pirandello e la sua ultima commedia sembra avere dei richiami pirandelliani come in altri suoi lavori, o sbaglio?
Pirandello era un abile, grande mattacchione. Mi piace moltissimo e perciò non mi dispiace affatto la sua affermazione. L'unica cosa, magari, è quella di temperare una materia che può esser definita pirandelliana con — non so — la cura e l'efficacia di un Cechov (forse il più grande drammaturgo di tutti i tempi), o magari anche di uno Strindberg. A teatro questi sono gli autori che mi hanno dato più emozioni e che mi hanno insegnato di più.

Che cosa l'ha ferita di più, nei tagli del censore: i sistematici cambiamenti dei finali o quelli apportati ai dialoghi?
Ma tutto! Cose incredibili! Mi hanno rovinato anche Streetcar...

Che è il lavoro che lei predilige?
Sì, ancora adesso.

E tra i suoi personaggi?
I personaggi fanno tutti parte di me stesso, nel bene e nel male. Soprattutto nel male, perché trovo che in uno scrittore — come in tutti, del resto — ci sono molti lati negativi che si vorrebbero nascondere. La differenza fra gli altri e lo scrittore è che lui, invece di nasconderli, deve farli venir fuori, i lati negativi, e farli crescere.


“il manifesto”, 17 ottobre 1982

Vonnegut, un Jonatan Swift USA (Goffredo Fofi)

Dalla fantascienza a Nixon
Un'America reale e assurda in cui Mark Twain si mescola con Groucho Marx

L'ambizione di Kurt Vonnegut è, dichiarata o no. quella di diventare il Jonathan Swift dell'America dei nostri giorni. Naturalmente la critica ufficiale Italiana non si è ancora accorta di lui, forse respinta dalla dispersione delle sue opere tra più editori (Mondadori, Rizzoli) e ancor più dalla sua passata qualifica di «scrittore di fantascienza», cioè di genere. In realtà, per quello che se ne può capire non essendo americanisti, Vonnegut è assieme a Kosinski il più interessante, eterodosso e «pubblico» degli scrittori americani contemporanei. Pubblico in che senso? Perché parla della «cosa pubblica» che è l'America, il suo mito, la sua vitalità, la sua o le sue mostruosità e riesce a darcene via via un ritratto sfaccettato, iperbolico, paradossale: dove il ricorso al paradossale e alla deformazione si configura come una delle poche strade frequentabili per rendere l'«idea» dell'America, un'essenza e una sintesi.
A modo loro, i romanzi di Vonnegut sono «storici» (si muovono agilissimamente nel tempo e sono pieni di riferimenti nonché di personaggi della storia americana), «fantastici» (sviluppano una tensione tra il reale e l'assurdo sul filo della probabilità, eredità del tirocinio nella fantascienza; e per il tramite di Kilgore Trout, personaggio di pazzoide scrittore di fantascienza che compare in quasi tutti i suoi libri, confrontano le regole di vita di mondi immaginari con quello del mondo americano), e «morali» (sono pieni di parabole, magari sotto forma di barzellette, che cercano di ricavare dalla mescolanza dell'assurdo e del concreto indicazioni di comportamento, linee di valori, ciò che è giusto e ciò che non le è). Il tutto con una andatura galoppante di narratore orale scaltrito dallo show americano: un conferenziere-entertainer, versione yankee della narrazione di tipo orale cara al Benjamin commentatore di Leskov. Come dire un po' di Irving e Twain, un po' di Hawthorne o Bierce, un po' di Sheckley (e naturalmente del Vonnegut dei romanzi di fantascienza degli anni sessanta!) e un po' di Groucho Marx e di Lenny Bruce. All'ombra certamente divertita e benedicente, di Jonathan Swift. Si sarà capita l'originalità del percorso derivata dalla poco edita fusione di questi elementi, ma non ancora dove Vonnegut vuole arrivare, che America risulta da questa combinazione.
Dopo Mattatoio 5 o la crociata dei bambini (il suo capolavoro) e Dio la benedica, signor Rosewater o le perle ai porci, questo suo romanzo, Un pezzo da galera, l'ultimo tradotto in italiano (Rizzoli, lire 8000, nel coacervo indigesto della collana «La scala»), perfeziona la formula vonnegutiana attraverso la vicenda di Walter F. Starbuck, un anziano e divagante signore che ha amato quattro donne nella sua vita (la propria madre, una ragazza ebrea reduce dai lager conosciuta a Norimberga all'epoca del processo, una signorina di buona famiglia industriale in decadenza, e infine una agitatrice proletaria che Starbuck ritroverà da vecchio sotto gli stracci di una mendicante e l'identità di una multimiliardaria padrona di un immane monopolio mondiale, misteriosa, barbona alla ricerca di «giusti» cui affidare le sorti, con i soldi, di una rivoluzione altrettanto mondiale); che ha studiato a Harvard grazie all'aiuto di un magnate balbuziente con cui giocava a scacchi da bambino; che è stato pluridecorato per meriti, burocratici, di guerra; che ha un passato anni trenta di comunista e ha collaborato non volendo alla caccia alle streghe di MacCarthy; che è diventato inutile consigliere di Nixon per i problemi della gioventù; che si è ritrovato dentro lo scandalo del Watergate e in galera perché i superiori politici gli hanno nascosto nel sottoscala della Casa bianca dove ha l'ufficio un valigione di soldi compromettenti; che, ritrovata la mendicante-miliardaria, è diventato dopo la morte di quella, dirigente del monopolio prima che lo stato lo faccia suo sfasciandolo con l'efficienza; che è sbattuto di nuovo in galera ma è infine circondato da amici come in un finale alla Frank Capra, perché ha nascosto a ragion veduta il testamento della vecchia.
Eccetera eccetera, in un eontinuo gioco di flash-back, di inserti storici, di personaggi minori di immaginosa e rapida messa a tondo. L'uomo comune Starbuck (come il Pilgrim di Mattatoio 5) è prigioniero suo malgrado della storia, non riesce a tenersene fuori perché quella, tra agnizioni e casualità (tutto si tiene, tutti i personaggi prima o poi si incontrano tra loro, incrociano i loro destini e Vonnegut commenta: «Figurarsi!», così come commenta con un «Pace» gli avvenimenti più atroci in cui la storia si fa carnefice di innocenti) gli è sempre addosso ed esige una sua partecipazione, sia pure secondaria, sia pure ritrosissima.
La storia non è solo storia di magnati e politici; essa è soprattutto la storia delle loro vitti- I me, delle vittime — si sarebbe detto una volta ! ed è bene continuare a dire — del «sistema»: compaiono nel libro, ossessione ricorrente e simbolica, Sacco e Vanzetti e le vittime di un massacro di minatori negli anni dieci, immaginario ma ricostruito mettendo insieme pezzi di massacri ben reali, di fronte ai loro carnefici (spesso harvardiani), a Nixon e ai suoi consiglieri, a giuristi, politici, industriali dai nomi altrettanto reali. (E' questo un punto di contatto, tra Vonnegut e Kosinski, che per esempio, in un terribile romanzo che l'editoria italiana ha voluto ignorare, Blind date, fa comparire come personaggi Jacques Monod, Charles Lindbergh, Sharon Tate, ecc. ecc. mentre che oscilla autobiograficamente tra descrizione spietata della società «socialista» e degli Usa: ma Kosinski è in definitiva un cinico, Vonnegut un «buono»).
Da quest'altalena di reale e immaginato, da questa satira stridente e assai spesso esilarante (si ride molto leggendo Vonnegut), esce un'America assai più veritiera di quella dei romanzieri sociologizzati e psicologici, e esce, come ovvio, una morale. Banale, forse, e minima ma l'unica che Vonnegut, da inveterato idealista nonostante tutto, si sente di poter esprimere. È quella di un sindacalista dell'epoca eroica (harvardiano anche lui) che risponde a chi gli chiede in sede di processo perché si è messo a fare il minatore e a organizzare i suoi compagni; quella stessa che Starbuck fa sua rispondendo in sede di processo al giovane Nixon che gli chiede perché negli anni trenta è stato comunista: «Per via del Sermone della Montagna, signore».
Nella prefazione, spiritosa e personale e già pienamente «romanzesca», Vonnegut riferisce della lettera di uno studente che ha analizzato i suoi romanzi. «Crede di aver colto l'idea che ne costituisce il nucleo, il fulcro; è disposto ad enunciarla con parole sue proprie, in questo modo: L'amore può fallire, ma la gentilezza infine prevarrà» commenta Vonnegut: «A me questo sembra vero e completo». È poco? Si tratterebbe però di sapere chi oggi riesce a dire e proporre molto di più.

il manifesto, 28 gennaio 1981

Kurt Vonnegut: la vita e le opere (Oreste Del Buono)

Kurt Vonnegut jr è un grande narratore di fantascienza americano. Per più d'uno (e mi onoro di essere del numero insieme con Graham Greene e Goffredo Fofi) è un grande narratore senza etichette limitative che usa la fantascienza come chiave interpretativa della storia passata, presente, e, ahimè, futura. Kurt Vonnegut jr, comunque, è nato in America, per l'esattezza a Indianapolis, nel 1922 (non nel 1923, come tendono ad accreditare gli ultimi risvolti Rizzoli). Ha, dunque, cinquantotto anni, s'inoltra nei cinquantanove, va verso i sessanta, ma continua a essere autor giovane, in modo analogo a Elio Vittorini, autor giovane sino all'ultimo. Ed è prediletto dai giovani, almeno dai giovani americani. In Italia, per quanto da vari editori siano stati presentati tempestivamente i suoi libri migliori, non ha ancora avuto la fortuna che merita. Peggio per i lettori italiani, che poi stanno sempre a lamentarsi della mancanza di buone letture. Speriamo che l'incontro con Un pezzo da galera serva ai lettori italiani per cominciare a nutrire curiosità per Kurt Vonnegut jr. Intanto, lui ha appena pubblicato un nuovo libro, Palm Sunday (Delacorte, pagine 330, dollari 13,95). Sarebbe Domenica delle Palme, e non è un romanzo, è un'autobiografia.
È un'autobiografia sui generis, naturalmente. L'attacco ha la consueta grinta vonnegutiana: «Questo è un grandissimo libro, scritto da un genio americano. Ho lavorato sei anni a questo capolavoro...». Figlio e nipote di architetti, che poi erano anche pittori (Kurt Vonnegut sr era
appunto il padre), Kurt Vonnegut jr era stato destinato alla carriera scientifica, ma non ce l'ha fatta, in compenso ha per fratello un noto fisico che ha scoperto, tra le altre cose, che lo ioduro d'argento a volte può far piovere o nevicare. Americano da tre generazioni, ma tedesco d'origine, soldato di fanteria americano fatto prigioniero dai tedeschi durante l'ultima guerra mondiale, è stato costretto ad assistere all'infame bombardamento alleato di Dresda, un orrore superiore a quello atomico di Hiroshima che lo ha marchiato e gli ha ispirato il suo effettivo, sofferto, strampalato capolavoro, Mattatoio-5. Il suo primo romanzo è del 1953, Player Piano (l'ultima edizione italiana s'intitola Distruggete le macchine, ma precedentemente ne era uscita una all'insegna di La società della camicia stregata), ed è stato in un certo senso originato dalla sgradevole esperienza di Kurt Vonnegut jr dal 1950 al 1953 nell'ufficio pubblicità del Laboratorio di ricerche della General Electric. Una crociata contro le macchine. Successivamente Kurt Vonnegut jr ha scritto altri romanzeschi inviti a crociate di tutti i generi: The Sirens of Titan (edizione italiana: Le sirene di Titano), Cat's Cradle (Ghiaccio 9), Slaughterhouse-Five (Mattatoio-5), God Blessed You, Mr. Rosewater (Dio la benedica, signor Rosewater), Breakfast of Champions (La colazione dei campioni) e appunto Jailbird (Un pezzo da galera). Attualmente sta scrivendo un altro romanzo, Dead-Eye Dick. Di se stesso ha detto nel risvolto per l'edizione italiana di Breakfast of Champions: «Su questo "pianeta morente" tutto si è ridotto a una sola contraddizione: che viviamo, tutti quanti, morendo. Idea che ci tormenta in massa e che il Vostro Vonnegut, vero jazzista, usa come tema per i suoi pulsanti assolo...».


L'Europeo, 5 marzo 1981

5.9.16

Scrittori americani. Vonnegut e il talento della divagazione (Giorgio Manganelli)

Ritratto di Kurt Vonnegut da giovane
Kurt Vonnegut è uno scrittore americano non adeguatamente noto in Italia. Forse mi sbaglio. Forse in questo momento ventimila persone stanno leggendo un Vonnegut, in piedi, sui tram, sui treni, sugli autobus. Non ci credo. Una storia del genere potrebbe piacere a Vonnegut, perché include cose vere, autobus, treni, e ipotesi elegantemente svagate, i ventimila lettori. Quest'ultimo libro, Un pezzo da galera (Rizzoli, lire 8.000), tradotto in modo eccellente da Pier Francesco Paolini, risponde abbastanza all'idea di un romanzo di Vonnegut; il che può non stupire, visto che il romanzo è appunto suo. È, diciamo, una autobiografia di un jailbird, appunto un «pezzo da galera»; ma, come romanzo, assomiglia piuttosto ad un collage: uno di quei collage in cui si vede la faccia di Nixon incrociata con la Madonna di Pompei e Topolino; sullo sfondo, una Casa Bianca ridisegnata da Steinberg. Vonnegut è l'equivalente narrativo, dopo tutto è anche un narratore, peccato non si possano comprare narratori come i Falcao, di quel che nel melodramma, o forse meglio nell'opera comica, non nel musical, era il tenore di grazia.
Ho detto che è un narratore: forse è inesatto; è un chiacchieratore; uno di quei signori di buona cultura, lievemente narcisisti, amanti dei buoni vini francesi, che sanno raccontare una storia, o piuttosto molte storie, in modo squisito; talmente squisito che alla fine nessuno ricorda più esattamente la storia; certo, c'erano Nixon, la Casa Bianca, prigioni che si aprono e si chiudono, carriere un poco inverosimili, ma soprattutto c'era quella sua voce suadente, distaccata, divertente, un po' depressa, distratta, vagabonda; perché Vonnegut ha il talento della divagazione, e va a spasso per il proprio libro con l'agio con cui un signore settecentesco andava a spasso per il proprio parco.
Ci sono scrittori che fanno a pugni con le pagine che scrivono, che producono romanzi prendendo a calci delle risme di carta da macchina, che usano lacrime allungate col rimmel invece di inchiostro. Nulla di tutto ciò in Vonnegut: notate la cravatta, nemmeno la prigione potrebbe intaccare quel nodo; la sua voce è sempre sobria e aggraziata; scrivere un libro come questo, svagato e di raro divertimento, deve essere per lui come portare a spasso un cane bello e intelligente, mediamente affezionato: uno spasso, una indulgenza a se stessi, narcisismo ilare e malinconico.

L'Europeo, 2 marzo 1981

La poesia del lunedì. Giacomo Noventa (1898-1960)

.......
Lo so, lo so, che intanto el tempo vola
E ch'el ne lassa
Veci
Su la porta de' casa!

Ma no' importa, Vittorio,
No' importa, proprio.
El tempo gira
In tondo.
El tornerà a trovarne:
E torneremo,
Zoveni,
A far el giro del mondo.
[Milano, 30 marzo 1960]

In Versi e poesie, Marsilio, 1986



…....
Lo so, lo so che intanto il tempo vola
E che ci lascia
Vecchi
Sulla porta di casa!

Ma non importa, Vittorio,
Non importa, proprio.
Il tempo gira
In tondo.
Ritornerà a trovarci:
E torneremo,
Giovani,
A fare il giro del mondo.

(Trad. S.L.L.)

4.9.16

Do grandi date... (Imitazione). Una poesia di Giacomo Noventa (1898-1960)

Do grandi date storiche
Val par mi:
Cò Gesù Cristo xé sta messo in croce.
E mi da ti.

(Due grandi date storiche / han valore per me: / quando Gesù Cristo è stato messo in croce / e quando io da te)


Da Versi e poesie, Marsilio, 1988

3.9.16

Pesce e zafferano. Scapece alla maniera di Vasto (Emilia Valli)

Sul finire degli anni Novanta del secolo scorso la Newton Compton pubblicò economici libretti di cucina (1000 lire) in una collana intitolata “La compagnia del buongustaio” e dedicata alle cento migliori ricette di ogni categoria gastronomica. 
Autrice di un buon numero di quei volumetti era Emilia Valli, insegnante di filosofia, esperta di gastronomia, capace di coniugare rispetto della tradizione e semplicità di esecuzione. Tanto per fare un esempio Le cento migliori ricette di pesce azzurro a me pare un piccolo capolavoro, oltre che per le belle preparazioni suggerite anche per la sintetica identificazione dei principali tipi di Clupeidi che trovano il loro habitat preferito nel Mediterraneo, e peculiarmente nel Canale di Sicilia. 
Qui tuttavia voglio riprendere una gradevole e aromatica preparazione estiva di pesce da un altro di quei volumetti, Le cento migliori ricette di piatti piccanti, provata, offerta e consumata con gusto. Alla anonima bustina di zafferano sostituirei comunque gli stimmi dell'ottimo zafferano dell'Aquila o del Monte Peglia, oggi più facilmente reperibili. (S.L.L.)
Fiori e stimmi di zafferano dell'Aquila
Per 4 persone

INGREDIENTI
- 4 fette di pesce da taglio
- 200 g di seppioline
- 1 grossa cipolla
- 2 spicchi d'aglio
- 1 bustina di zafferano
- 1bicchiere d'aceto bianco
- 2 cucchiai di erbe aromatiche tritate
- farina q.b.
- 2 bicchieri d'olio di arachidi
- 2 peperoncini
- 1/2 bicchiere d'olio d'oliva
- sale

PREPARAZIONE
• Pulite con cura le seppioline. Tagliatele a pezzetti e marinatele brevemente in acqua e sale.
• Dopo aver passato nella farina sia le fette di pesce che le seppioline ben sgocciolate, friggetele in abbondante olio di semi bollente.
• Lasciatele dorare; quindi, estraetele dall'olio, prendendole con una paletta bucata. Fatele sgocciolare; poi asciugatele brevemente su carta assorbente. Alla fine, raccoglietele in una terrina.
• Tritate la cipolla e l'aglio. Rosolateli in padella, nell'olio d'oliva bollente. Non appena il trito sarà appassito, gettatevi le erbe tritate, lo zafferano, i peperoncini tritati finemente o pestati e un pizzico di sale. Quindi, spento il fuoco, versate immediatamente nella padella tutto l'aceto. Rimestate la salsa e versatela sui pesci, cercando di umettarli per bene tutti.
• Tenere il tutto a marinare per 24 o 48 ore, prima di servire.



Le cento migliori ricette di piatti piccanti, Newton Compton, 1998

«Curiamo i disabili con lo sport» così l’Inail creò le Paralimpiadi (Tommaso Magrini)


Quando si spengono delle luci se ne accendono delle altre, per certi versi anche più luminose. Pochi giorni dopo la chiusura delle Olimpiadi, a Rio de Janeiro andrà in scena il grande show delle Paralimpiadi: 4.300 campioni provenienti da 176 Paesi si sfideranno in 23 discipline, con le due novità della canoa e del triathlon.
Uno spettacolo d’eccezione per l’Italia. Non solo perché le speranze di medaglie azzurre sono molte, con 94 atleti (38 donne e 56 uomini) impegnati nelle competizioni, dal più celebre Alex Zanardi – ex pilota che dopo la perdita di entrambi gli arti si è reinventato ciclista paralimpico – alla portabandiera Martina Caironi, 26enne bergamasca campionessa mondiale ed europea nei 100 metri della categoria T42 (quella che raggruppa gli atleti con la sua stessa disabilità). Ma perché i Giochi pensati per atleti con disabilità fisiche sono frutto dell’intuizione di un italiano visionario ma poco noto, il neuropsichiatra Antonio Maglio, all’epoca direttore del Centro paraplegici dell’Inail di Villa Marina a Ostia. Fu lui, negli anni ’50, ad avviare una vera e propria rivoluzione sportiva, scientifica e culturale nel modo di curare i disabili.
«All’inizio il Centro era destinato solo agli infortunati sul lavoro ma piano piano grazie alla sua intuizione si allargò a tutti i disabili e paraplegici», racconta a pagina99 il professor Vincenzo Castellano, prima collega e poi successore di Maglio alla guida del Centro Inail.
Nei primi anni ’50 la disabilità in Italia era vista con pregiudizio. Maglio, così come Franco Basaglia per le malattie mentali, ha rivoluzionato le metodologie terapeutiche e la concezione stessa di disabilità. «È certamente lui il padre italiano della sport terapia», spiega a pagina99 Giampiero Merati, medico sportivo e docente all’Università degli Studi di Milano. «Sport e terapia sembrano due parole antitetiche. La sua intuizione è stata quella di metterle insieme e realizzare un intervento precoce in grado di spezzare il circolo vizioso che quasi sempre dalla disabilità porta alla sedentarietà, all’obesità e alla depressione. La filosofia di fondo è che lo sport sia un grande farmaco».
Antonio Maglio
Maglio si ispirò al lavoro del neurologo inglese Ludvig Guttmann, che a Stoke Mandeville aveva cominciato nell’immediato dopoguerra a inserire lo sport nella terapia riabilitativa dei reduci, organizzando ogni anno competizioni sportive internazionali per veterani. È seguendo questo modello che nel 1954 a Ostia si svolge un primo torneo di scherma per disabili. E nel 1960, in corrispondenza delle Olimpiadi di Roma, Maglio riesce addirittura a organizzare la prima edizione delle Paralimpiadi, riconosciuta ufficialmente come tale solo nel 1984 dal Comitato Olimpico.
«Il grande merito di Maglio è quello di essere riuscito a far capire l’importanza dell’attività sportiva per tutti i pazienti», dice Castellano. «Li trattava con grande professionalità ma anche con grinta perché voleva che tutti facessero attività fisica. È stato un lavoro eccezionale non solo dal punto di vista medico ma anche dal punto di vista sociale e culturale».
Gli effetti positivi della sport terapia sono sia fisici sia psicologici, spiega Merati. «Lo sport è il grimaldello attraverso il quale dare nuove motivazioni necessarie affinché il paziente non entri in una spirale negativa che colpisce il cuore, i muscoli ma anche la mente. Lo sport allena tutte queste cose insieme». E sotto questo aspetto, l’inserimento della componente agonistica è un passo ulteriore. «La competizione aumenta le motivazioni e dunque l’impegno del paziente a stare in forma», spiega Merati. «Con la competizione agonistica il disabile si emancipa completamente perché non solo recupera la propria funzionalità mentale e fisica ma diventa anche in grado di metterla in campo per competere sportivamente con altre persone che vivono il suo stesso tipo di condizione». Lo sport diventa un progetto di vita che rende più efficace il processo di riabilitazione. Per questo, come ha raccontato in alcune interviste la moglie Stella, Maglio insisteva molto coi pazienti e «li trattava senza un briciolo di pietismo. Non era ammissibile per lui che qualcuno si rifiutasse di fare gli esercizi».
E così, persone che dopo gravi incidenti pensano di non potersi più muovere, si ritrovano in una palestra, in una pista di atletica o in un campo da basket. «Ma è come nello sport per le persone senza disabilità», avverte Merati. «Non tutti poi arrivano alle Paralimpiadi. Per farcela ci vogliono un lavoro e un allenamento eccezionali che in pochi riescono a portare avanti. L’importante è che tutti facciano attività fisica ma non si può pensare che poi tutti lo faranno in maniera agonistica o diventeranno campioni paralimpici».
La cosa fondamentale, «la più difficile», prosegue Merati, «è quella di centrare la finestra terapeutica corretta, cioè prescrivere la dose corretta di attività sportiva al paziente. Per questo ciò deve avvenire soprattutto all’inizio in un ambiente protetto e con figure professionali». Al termine del processo riabilitativo entrano in gioco le motivazioni individuali e le società presenti sul territorio. «È fondamentale creare un network, in alcuni casi già esistente, tra medico di base e le associazioni sportive per incentivare e facilitare la continuazione dell’attività fisica», dice Merati.
Nel frattempo l’intuizione di Maglio è già realtà. Questa estate a Rio quando si spegneranno delle luci se ne accenderanno delle altre, per certi versi anche più luminose.


Pagina 99, 29 luglio 2016

Per chi suona la ripresa. Buone notizie per i super-ricchi USA (R.C.)

Da un “Pagina 99” di fine luglio riprendo una nota sulla ripresa negli States concentrata sui redditi e sulla loro distribuzione. Ne vengono fuori dati interessanti e curiosità. La sigla R.C. corrisponde quasi certamente a Roberta Carlini, all'epoca vicedirettore del periodico. (S.L.L.)
Buone notizie dai watchdog dei redditi dei super-ricchi (e di tutti gli altri). Nel 2015 negli Stati Uniti il 99% dei percettori di reddito ha avuto l’aumento più sensibile da ben 17 anni: più 3,3%. Lo ha certificato, pochi giorni fa, The World Wealth and Income Database, la gigantesca banca dati messa su dal gruppo degli economisti leader sugli studi sulla diseguaglianza (Alvaredo, Atkinson, la star Picketty, Saez e Zucman), e disponibile a tutti. Ma le buone notizie finiscono qui. Nello stesso anno, i redditi della restante parte della popolazione, quella che siede ai piani altissimi della distribuzione e che ormai comunemente viene definita “il top 1%”, sono saliti a un ritmo più che doppio, del 7,7%. L’analisi, fatta da Emmanuel Saez – dell’università di Berkeley in California – si basa sui redditi medi familiari e conferma una tendenza iniziata nel 2014: mentre i primi anni post-crisi avevano visto riprendersi solo i redditi più alti, da tre anni la “ripresa” si è estesa al resto della società, a quel “99 per cento” celebrato nei movimenti anti Wall Street ma per lungo tempo dimenticato dall’inversione del ciclo economico. Ma un pieno recupero del terreno perduto, da parte della massa del 99%, è ancora lontano, dice Saez.
Vediamo i dettagli. Nel complesso, i redditi medi familiari statunitensi sono saliti del 4,7%, dal 2014 al 2015. Ma questa media è il risultato di una crescita più sostenuta al top e più debole per la stragrande maggioranza dei redditieri. Allungando lo sguardo, Saez comincia a tracciare un bilancio post-crisi. Negli Stati Uniti, al contrario che in Europa, la recessione è finita molto presto, tecnicamente la si data dal 2007 al 2009. Dopo quella data, i redditi hanno ripreso a crescere in maniera molto asimmetrica, e quasi tutti i guadagni sono andati al top. Gli ultimi due anni, però, hanno attenuato questa dinamica. Così, adesso i redditi del 99% hanno recuperato, dal 2009 al 2015, i due terzi del valore perso nel biennio della crisi; nello stesso periodo, i redditi del top 1% hanno completamente ripreso il valore perso, e l'hanno anche superato. Il primo gruppo (la grande massa della popolazione) ha perso l’11,6% e ha recuperato il 7,6%. I super-ricchi, che avevano perso il 36,3%, hanno recuperato più di quello che avevano lasciato sul terreno: il saldo 2009-2015 è più 37,4%.
Vedendo lo stesso fenomeno da un altro punto di vista: più della metà – il 52%, per la precisione – della crescita totale che si è avuta dopo la fine della recessione è andata all’1% più ricco. Il restante 48% si è diviso nella massa della popolazione che sta sotto.
Insomma, la diseguaglianza dei redditi resta alta negli Stati Uniti che si avvicinano alla scelta del loro prossimo presidente. E i numeri di Saez & co. sono entrati anche nella convention democratica di Philadelphia. A proposito di presidenti: durante l’espansione di Clinton, dal ‘93 al 2000, i ricchissimi dell'1% si beccarono il 45% della crescita. Poi ci fu una mini-recessione, con perdite anche al top. Mentre nella fase espansiva della presidenza Bush (2002-2007) i super-ricchi si presero il 65% della crescita totale. Il resto è Obama-story, con i numeri più recenti.
(fonte: http://www.wid.world)


Pagina 99, 29 luglio 2016

2.9.16

Sesso sano, famiglia felice. Sexy shop in China (Cecilia Attanasio Ghezzi)

Quando nel 1994 Wu Zhenwang ha aperto il suo primo negozio di sex toy a Wenzhou nella Cina sudorientale, la quasi totalità dei locali non aveva mai visto un vibratore né una bambola gonfiabile. «Negli ultimi vent’anni, i cinesi si sono aperti al sesso» racconta a Forbes. «Il numero di utilizzatori di sex toy è cresciuto in maniera incredibile, circa del 60 per cento all'anno».
Wu ha fondato la Zhejiang Lover Health Science and Technology, la prima azienda produttrice di sex toy a quotarsi in borsa con 11 milioni di euro di azioni all'asta. Secondo quanto racconta, la sua è sempre stata una famiglia di imprenditori, ma nessuno di loro sapeva nulla dell'industria del sesso fino a quando spinto da un articolo sul primo sexy shop aperto a Pechino, andò a verificare con i suoi due figli. Si accorse che la maggior parte degli oggetti erano importati e costavano troppo per un cinese medio. Così aprì la sua fabbrica e il suo negozio. Alla fine degli anni Novanta aveva già 20 punti vendita, ma il mercato interno non decollava. Quando Wu Wei prese in mano l'azienda di famiglia, decise di cominciare ad esportare e di provare la vendita online. L'intuizione di vendere i suoi prodotti su una piattaforma di Alibaba venne nel 2003, quando ancora l'attuale gigante dell'e-commerce era sconosciuto ai più. Ma fu vincente. Oggi, l'80 per cento dei suoi prodotti sono acquistati online.
Se il pudore della prima Repubblica popolare considerava il sesso quasi un tabù, ora si stima che il mercato di oggettistica ad esso correlato sia di oltre 1,2 miliardi di euro l'anno. In Cina, ci sarebbero più di mille aziende produttrici di sex toy che si spartiscono il 70 per cento del mercato mondiale. Sono tutte statistiche che vengono da ricerche di mercato, quindi da prendere con le molle, ma è indubbio che la produzione e il mercato sono immensi. Secondo alcuni produttori la percentuale potrebbe essere addirittura più alta di quella riportata.
La Cina non è nuova a quelli che oggi chiamiamo sex toy. Già secoli fa, le concubine li usavano per soddisfare il piacere dell'imperatore di turno, ma quando il Partito comunista prese il potere nel 1949 le politiche adottate mirarono a reprimere amore e desiderio sessuale a favore del fervore rivoluzionario e del collettivismo.
Ma dagli anni Ottanta, quando il Paese si aprì nuovamente ai modelli economici e alle influenze culturali “capitaliste” e la ricchezza ricominciò a circolare, si è ricominciato a prestare attenzione al sesso e al piacere. Il primo sexy shop della Repubblica popolare aprì a Pechino nel 1992. Oggi sono ovunque. Da anni ci sono fiere di sex toy nelle città di Shanghai, Guangzhou, Wuhan, Macao e Pechino. Una delle ultime si è svolta addirittura sotto lo slogan ufficiale di “sesso sano, famiglia felice”. Nonostante la linea ufficiale del governo sia ancora molto pudica sull'argomento, è evidente che quando si tratta di business il Partito non teme contraddizioni.


Pagina 99, 30 aprile 2016

Il Pci nei primi anni 60. L'emergere di una “destra” e di una “sinistra” (Lucio Magri)

Il quadro generale della situazione italiana nel primo quinquennio degli anni sessanta dovrebbe già di per sé rendere evidenti sia le occasioni sia le difficoltà che il Pci si trovava davanti. In quel contesto si allargava infatti per il partito lo spazio come forza di opposizione sociale e politica, e anche per conquistare una relativa egemonia culturale. Per occuparlo, esso era attrezzato; non solo per lunga tradizione ma anche per recenti aggiornamenti. Anziché contrastare infatti con acribia propagandistica il nuovo cordone sanitario, che si tentava di costruirgli intorno con il mito del benessere ormai a portata di mano, il Pci lo contrastò nella società con la ripresa di lotte operaie unitarie e vincenti, con il rilancio dell’antifascismo militante, della lotta antimperialista e del tema della pace, infine con un nuovo interesse e una rilettura verso ciò che avveniva nel mondo cattolico (al di là della Democrazia cristiana). Anche sul terreno specificatamente politico, Togliatti anziché gridare al «tradimento» dei socialisti, segnalò i rischi e le velleità che quell’operazione comportava, ma anche l’interesse per i propositi riformatori che dichiarava, riservando un giudizio alla prova dei fatti. Il balzo in avanti che realizzò, unico in Europa, nelle elezioni del 1963 (cui si accompagnavano una flessione socialista e un forte arretramento della Dc) premiò e misurò questa opposizione efficace. La prima mano della partita sembrava vinta.
Che c’era allora da discutere e su cui dividersi? E invece da discutere c’era molto. Dire che c’era un problema di strategia irrisolto e ineludibile sarebbe, più che eccessivo, inesatto. La «via democratica» era già stata delineata con la svolta di Salerno, era sopravvissuta alla stretta del Cominform e alla guerra fredda, era stata confermata e chiarita all’VIII congresso. Ma proprio da lì veniva in evidenza un vuoto, perché la svolta di Salerno doveva il suo valore al fatto che, oltre che un’affermazione di principio, era stata una politica. Era cioè collegata a una situazione storicamente determinata, accettava rischi e riconosceva confini. Comportava perciò scelte precise e priorità di obiettivi, alleanze praticabili: la promozione di una resistenza armata, l’unità in essa dell’antifascismo, la Costituzione e la Repubblica, una collocazione internazionale.
Ora, in un’economia trasformata, in un nuovo ordine mondiale, con nuovi soggetti sociali in campo, in una crisi generale degli equilibri politici, non bastava riaffermare dei princìpi, né accrescere le proprie forze sull’onda di un conflitto sociale, né profittare delle difficoltà dell’avversario per acquisire nuovi elettori. Anzi, quanto più tale opposizione si affermava, tanto più diventava necessario valutare la nuova fase, e definire programmi, alleanze politiche e sociali, forme organizzative adeguate per offrirle uno sbocco. Attuare la Costituzione? Certo, ma un po’ vago.
L’esigenza di un ripensamento di fondo non era del resto avvertita solo dalla sinistra italiana. In tutta Europa era in atto, bene o male, un acceso dibattito. In alcuni grandi partiti socialdemocratici: Brandt e il nuovo programma di Bad Godesberg nella Spd tedesca; Crosland e Gaitskell (il «nuovo labour» in prima edizione) in Inghilterra; l’ascesa di Palme in Svezia e di Kreisky in Austria. Ma, in modo tormentato, anche in alcuni partiti comunisti qualcosa si muoveva: in Francia la contesa tra il vertice del Pcf e il dissenso dei giovani e di molti intellettuali (chiamati gli italianisants), che si concluse con molte espulsioni o abbandoni, costrinse comunque a riannodare il filo della «unità della gauche»; nel partito spagnolo la rottura di Carrillo con Claudin e Semprun. Ancor più nella sinistra intellettuale, al di qua e al di là dell’atlantico: Sweezy, Baran, Galbraith, Marcuse, Wright-Mills, Friedman, Braverman, Strachey, Thompson e la «New Left», Mallet, Touraine, Sartre, Gorz, con Les Temps Modernes, e tanti altri. Si discuteva delle novità anche nel e sul Terzo mondo: da Fanon ai teorici del neocolonialismo della dipendenza, della polarizzazione (Samir Amin, Gunder Frank). Analisi e risposte sarebbero state molto divergenti, spesso opposte, ma il tema era comune: che interpretazione dare del neocapitalismo, e come rispondervi?
Perciò quando parlo di «caso italiano» non intendo affatto un’anomalia - perché più che mai l’Italia era ormai parte di un processo mondiale - ma una specificità di enorme interesse per tutti. Soprattutto in Italia, infatti, il neocapitalismo si presentava con un intreccio molto stretto e reciproco tra modernizzazione e arretratezza, che si sarebbe manifestato, in modo ancor più complesso ed esplosivo, nell’ultima parte del decennio. Quella casuale contemporaneità di fenomeni, che altrove si erano affermati in sequenza temporale, aveva all’inizio permesso il decollo, più tardi poteva facilitare una modernizzazione perversa e una triste americanizzazione, in una fase di trapasso convergeva in destabilizzazione e crisi. Qui più che altrove dunque si presentava la necessità e forse la possibilità di definire una nuova prospettiva, di medio periodo, che non fosse un adeguamento subalterno all’andamento delle cose. Di questo c’era da discutere nel Pci. E si discusse, bene o male, ma con grande passione e vivacità.
Il primo consiglio che la memoria mi dà al riguardo è un consiglio di prudenza. Ricostruire quella discussione, chiarirne i contenuti, individuare le diverse forze che vi parteciparono, valutarne l’approdo e le conseguenze, è compito delicato. Comprimere infatti, entro schemi semplificati e tempi raccorciati un dibattito, che invece fu un processo lungo, complesso, coinvolse tante personalità e migliaia di militanti, anziché aiutare a coglierne la sostanza, ne riduce l’importanza e amputa tutto ciò che emerse in modo confuso ma che col tempo si sarebbe dimostrato preveggente e prezioso.
Dico processo, per molte ragioni. La discussione infatti, diventata poi lotta politica, si sviluppò, nel corso di cinque anni cruciali, gradualmente, attraverso molte fasi: perché non aveva alle spalle schieramenti già definiti in partenza, al contrario nacque dalla convergenza progressiva, e mai compiuta, di esperienze e culture molteplici; perché a lungo si sviluppò sul terreno della ricerca e dell’analisi, più che su quello di una divergenza politica consapevole; perché su molti nodi importanti le posizioni di ciascuno evolvevano, i raggruppamenti erano mutevoli, e le leadership erano semplici punti di riferimento, non comportavano alcuna fedeltà; perché il confronto interno al partito era intrecciato con quello che si svolgeva ai suoi margini o, fuori di lui, in una più vasta sinistra (dai "Quaderni Rossi" alla "Rivista Trimestrale"), perché, infine, l’unità del partito non era solo un vincolo da rispettare, ma un valore largamente introiettato.
Due momenti importanti, utili a datare l’inizio e poi la fine di quella fase, possono dare un’idea del carattere inizialmente aperto e mobile di quel confronto, della sua schiettezza. La riunione del Comitato centrale del 1961 discusse il rapporto di Togliatti che tornava dal XXII congresso del Pcus, in cui Chruscèv aveva riproposto, con ulteriore asprezza, le accuse retrospettive allo stalinismo, probabilmente per reagire o per prevenire una restaurazione strisciante di vecchi modi di pensare e di gestire il potere. Togliatti era del tutto ostile a quella proposta, non perché ignorasse l’esigenza di un rinnovamento, sia in Urss sia nel Pci, ma perché considerava inutile e fuorviante rilanciarlo con una nuova replica del Rapporto segreto. Ma dapprima, anziché proporre un altro tipo di sforzo innovativo, evitò di nuovo di parlare del punto più scottante del congresso cui aveva assistito e di cui tutti parlavano. Gran parte del Comitato centrale mostrò subito disagio e irritazione: non si voleva ricominciare a discutere delle colpe di Stalin, ma non si sopportava più quel metodo dell’autocensura, si voleva discutere più francamente del modello sovietico e soprattutto si voleva fare, più coraggiosamente, il punto sul rinnovamento del Pci. Per la prima volta, quel disagio si espresse in una critica esplicita cui partecipavano anche membri del gruppo dirigente. Aldo Natoli, isolato ma autorevole, propose addirittura la convocazione di un congresso straordinario. Ma fu Giorgio Amendola a prendere la testa del dissenso, sostenuto da Pajetta e da Alicata. Togliatti si irrigidì e minacciò uno scontro aperto. Le sue conclusioni polemiche non furono né votate né pubblicate, successivamente vennero sostituite da un documento collettivo di tutt’altro tono. Togliatti non solo lo subì, ma ne accettò l’ispirazione, tanto che da quel momento prese parte attiva, e vistosa, a una riflessione innovativa, pubblicando un saggio sulla formazione del gruppo dirigente del Pci negli anni venti, in cui rovesciava tanta parte delle versioni canoniche e mistificanti del passato, e pubblicando su “Rinascita” l’intero e polemico carteggio, del 1926, tra Gramsci e lui, mai riconosciuto vero e ora proposto in forma integrale. Il diritto a quel tipo di riflessione spregiudicata sulla tradizione non restò riservato solo a lui o ai massimi dirigenti. Seguì più tardi un confronto aperto sull’esperienza dei fronti popolari (se recuperarla come modello o riconoscerne i limiti) tra Emilio Sereni, uno dei capi storici, e un signor nessuno come me, sulle pagine di Critica Marxista. E più tardi in un volume ufficiale sulla teoria del partito mi fu consentito di sostenere che nel leninismo vi fosse qualche punta di giacobinismo di troppo, ottenendo qualche rabbuffo ma anche molti elogi. Aggiungo un particolare sulla vicenda di quel burrascoso Comitato centrale, di cui mi sono accorto solo di recente nelle scorribande cui sono costretto tra i vari testi. Nell’intervento di Amendola era contenuto, e fu poi pubblicato, un passo nel quale chiedeva il diritto per tutti alla pubblicità del dissenso e l’utilità che si formassero, non correnti organizzate, ma maggioranze e minoranze sui temi più importanti. E lo fece con parole quasi letteralmente identiche a quelle per le quali, quattro anni dopo, all’XI congresso fu crocefisso Ingrao.
Un secondo esempio di confronto politico non ancora irrigidito, ma ormai aspro, è del 1965. Era convocata un’importante conferenza operaia nazionale. Barca doveva tenere la relazione introduttiva come responsabile della commissione di massa. Per impostare quell’Assemblea, si convocò un seminario ristretto a Frattocchie: partecipavano Amendola, Reichlin, Trentin, Garavini, Minucci, Scheda, Pugno, oltre allo stesso Barca, a me e qualche altro. L’ordine del giorno era impegnativo, perché si discuteva non della situazione sindacale contingente, ma del peso e del significato da assegnare alla classe operaia, e alle sue nuove lotte, in relazione alla crisi economica che si profilava e più in generale nella strategia del partito, molti temi vi erano connessi e intorno a essi si era già sviluppata una discussione accesa. La discriminante principale si collocava tra chi considerava quelle lotte, non solo per la loro ampiezza ma per la qualità dei loro obiettivi e della loro forma, asse fondamentale su cui costruire un’egemonia politica e sociale, ed embrioni di una democrazia più partecipata dentro e fuori la fabbrica; e chi invece le considerava tradizionalmente come una delle molteplici spinte rivendicative che emergevano nella società per le sue arretratezze e che, sommandosi, potevano produrre un nuovo rapporto di forza sul terreno politico-istituzionale. Da una parte e dall’altra vi erano accenti e priorità diverse, per così dire trasversali: per empio, c’era chi attribuiva maggiore importanza all’azione diretta in fabbrica, chi sottolineava il nesso reciproco tra la lotta in fabbrica e una svolta di politica economica, e per questo attribuiva importanza al ruolo de1 partito, e chi segnalava la necessità di estendere le nuove forme di lotta a regioni e soggetti sociali ancora arretrati ma ormai trasformati, soprattutto nel Mezzogiorno. Amendola però, sentendosi in minoranza in quel cenacolo, non andava tanto per il sottile. Ciò che lo preoccupava era la tendenza complessiva in direzione di una politica troppo centrata sul conflitto di classe, cosa che a suo avviso poteva restringere il fronte delle alleanze, sviare l’attenzione dalle rivendicazioni immediate e sottovalutare nel contempo l’azione parlamentare e i rapporti tra le forze politiche. Dunque la deviazione potenziale dalla classica «via italiana». Se lo interpreto bene: il pericolo di un rigurgito di «ordinovismo» e al tempo stesso una rigidità nei programmi che li rendeva interessanti ma astratti. Criticò duramente quindi l’insieme del seminario e riportò la questione alla Direzione del partito, dove chiese e ottenne la convocazione del Comitato centrale al fine di impegnare non più la solita «lotta sui due fronti», ma di porre un argine chiaro a una pericolosa «tendenza di sinistra». Longo fu incaricato, con tale mandato, di introdurlo. Ma, secondo costume, commissionò ad alcuni compagni dell’apparato centrale materiali per preparare la sua relazione. Io assolsi il mio compito riproponendo in modo più ragionevole le mie convinzioni, in particolare sul tema di una politica economica coerente con le lotte di massa. Era solo un contributo, seppure di tredici pagine, ma Longo, uomo immune dal pregiudizio, le trovò convincenti e ne inserì gran parte nel proprio Rapporto. Niente di speciale, se non il fatto che la «lotta su di un solo fronte» per il momento risultò sospesa. Chi conosceva tutta la vicenda del seminario di Frattocchie restò sorpreso, gli altri no. Amendola, sulla porta del Comitato centrale mi fermò e mi disse paro paro: non credere che non mi sia accorto di cosa hai fatto, non lo dimenticherò. Barca fu quindi confermato relatore alla Conferenza di Genova, moderò un po’ i termini ma mantenne la propria bussola, per questo Amendola lo criticò nelle conclusioni ma fu a sua volta criticato in Direzione da Ingrao, da Reichlin e da altri. Fu però una vittoria di Pirro perché proprio da quel momento la discussione politica assunse i caratteri di una lotta esplicita tra due orientamenti.

Ho insistito, con esempi concreti, sconosciuti o dimenticati, sul carattere aperto e fluttuante che il confronto mantenne a lungo, non per offrire una «faccia bonaria» della vita interna del Pci, che oggi al contrario viene presentato come una caserma. Ma perché, a distanza di anni, mi pare utile pormi un interrogativo che ho sempre eluso in me stesso: era fatale che, pur prendendo la forma di orientamenti diversi, ma non irrigiditi in fazioni, quei dissensi non potessero dar luogo a un pluralismo responsabile, e dovessero invece precipitare in uno scontro intollerante, a volte in meschine ostilità personali?

Da Il sarto di Ulm. Una possibile storia del Pci, Il Saggiatore, 2009  

La poesia

Non leggiamo o scriviamo poesie perché è carino: noi leggiamo e scriviamo poesie perché siamo membri della razza umana, e la razza umana è piena di passione. Medicina, legge, economia, ingegneria sono nobili professioni, necessarie al nostro sostentamento. Ma la poesia, la bellezza, il romanticismo, l'amore... sono queste le cose che ci tengono in vita.

Robin Williams in L'attimo fuggente, 19889, regia Peter Weir

Totò truffatore

Lo so, dovrei lavorare invece di cercare dei fessi da imbrogliare, ma non posso, perché nella vita ci sono più fessi che datori di lavoro. 

dal film Tototruffa '62, regia di Camillo Mastrocinque, 1961

1.9.16

Dna. La nuova frontiera del doping (Alessandro Vitale)

Eero Mäntyranta
La storia di Eero Mäntyranta, sciatore di fondo finlandese e tre volte oro olimpico negli anni Sessanta, è un vero e proprio inno alla genetica “fortunata”. Nato con una rara variante del gene Epor, Mäntyranta era in grado di produrre naturalmente un elevato numero di globuli rossi, alla base della sua straordinaria resistenza fisica durante le gare. Un caso emblematico di talento naturale scritto a chiare lettere nel Dna. E proprio sul filo dei nostri geni sembra correre la nuova frontiera del doping.
Il nome è evocativo, doping genetico, e l’idea è quella di sfruttare le varianti geniche conosciute (chiamate polimorfismi) per garantire un vantaggio all’atleta. Più globuli rossi per ossigenare al meglio i tessuti, muscoli con più fibre a contrazione rapida utili per i velocisti, o una maggiore crescita muscolare. I polimorfismi noti, in grado di influire sulla prestazione sportiva, sono circa 120. Dopo aver scelto uno o più geni di interesse, si potrebbe sostituire la sequenza di Dna originale nelle cellule con una più conveniente. Un vantaggio, in fin dei conti, anche se diverso da quello farmacologico.
Nel doping classico viene fornita dall’esterno una sostanza naturalmente prodotta dal nostro organismo: l’esempio più famoso è quello dell’eritropoietina, un ormone in grado di stimolare la produzione di globuli rossi. Con il doping genetico, invece, si cambia direttamente un gene, per modificare il comportamento della cellula e del tessuto bersaglio.
Lo spauracchio del doping genetico non è nuovo, anche se attualmente è stato solo ipotizzato a livello teorico. Il futuro, però, potrebbe non essere così lontano. L’idea arriva direttamente delle tecniche di terapia genica sviluppate in ambito clinico, con l’obiettivo di curare patologie devastanti come la distrofia muscolare di Duchenne: tramite ingegneria genetica si possono correggere le mutazioni dannose di una cellula, inserendo una copia del gene sano. Nulla, però, impedisce di pensare che la stessa tecnica possa essere impiegata anche in ambito sportivo per inserire agli atleti geni vantaggiosi.
Secondo il “Journal of Gene Medicine” sono circa un centinaio i trial clinici a scopo terapeutico che mirano a inserire fattori di crescita nel genoma umano, utili sia per la cura dei tumori che per le malattie genetiche, e gli avanzamenti tecnologici corrono in fretta. Ecco perché, a partire dal 2008, l’Agenzia Mondiale Antidoping ha inserito nella lista nera le terapie cellulari a scopo non terapeutico. Un provvedimento largamente preventivo, ma non privo di ragioni.
Il doping genetico rischia di essere una forte richiamo per gli atleti ai massimi livelli, nonostante i rischi della tecnologia. Cambiare un gene a una singola cellula, e ancora più a un intero tessuto, è infatti un’operazione complessa e non sempre prevedibile. L’aspetto più preoccupante è l’aumento del rischio di tumori: manipolando involontariamente altri geni regolatori necessari al corretto funzionamento della cellula, si rischia di causare, appunto, una crescita neoplastica. Rimane poi il grande problema della delivery, ovvero la consegna del gene alle cellule del tessuto bersaglio. Di solito si usano “involucri” di virus appositamente modificati, ma somministrazioni ripetute potrebbero comunque scatenare una reazione immunitaria diffusa. Senza contare l’immunosoppressione, necessaria affinché il virus possa agire come vettore del gene con successo, che può aumentare la suscettibilità alle infezioni e il rischio di altri tumori. Tutti motivi che hanno spinto il Comitato olimpico internazionale (Cio) a puntare moltissimo sullo sviluppo di una tecnica in grado di rilevare gli utilizzatori della terapia genica, in quanto potenziale doping genetico.
Qualche settimana fa Richard Budgett, direttore medico-scientifico dello stesso Comitato olimpico, ha annunciato ufficialmente la messa a punto di una procedura di analisi, che potrebbe già essere introdotta alle Olimpiadi di Rio 2016. Le informazioni sono ancora parziali, ma è probabile che il metodo si basi sulla tracce del virus utilizzato come vettore, la cui presenza può rimanere visibile fino a circa sei mesi da un’eventuale somministrazione. Come extrema ratio, potrebbero essere predisposte delle biopsie muscolari su cui effettuare analisi molecolari, capaci di stabilire se i geni analizzati siano originali o una copia introdotta artificialmente. Le attuali tecniche di terapia genica, infatti, sono in grado di inserire esclusivamente frammenti di Dna che risultano più corti dell’originale, e questo rappresenta una “firma” molecolare inconfondibile. 
Anche nel doping, comunque, l’imperativo non è sempre aggiungere. L’esempio migliore viene dal cosiddetto "brain doping", o doping del cervello, un campo di studio ancora incerto, sospeso tra "smart drugs" e credenze al limite della superstizione. A marzo del 2016, un gruppo di ricercatori della University of Kent in Canterbury ha presentato i suoi risultati sulla stimolazione della corteccia motoria, l’area del cervello coinvolta nella pianificazione, nel controllo e nell’esecuzione dei movimenti volontari del corpo. A un gruppo di ciclisti la corteccia motoria è stata ripetutamente stimolata con impulsi elettrici, e rispetto al gruppo di controllo si sono rilevati miglioramenti nella capacità di recupero e un aumento della soglia del dolore muscolare. Sempre uguali, invece, due indicatori come il battito cardiaco medio e la quantità di lattato presente nei muscoli. Un risultato per certi versi sorprendente: a parità stress fisico, con la stimolazione elettrica il cervello sembra percepire meno fatica e si può continuare più a lungo nell’attività sportiva.
Insomma, attorno al doping il panorama sembra variegato e complesso. L’impressione è quella di una corsa continua verso il miglioramento tecnologico, in cui a volte è difficile stabilire vincoli coerenti. Per questo motivo, un gruppo di sociologi americani ha proposto una visione del doping diametralmente opposta a quella di una pratica non etica. A patto che i rischi medici siano accettabili, sostengono, non si tratta di stabilire cosa sia vietato o meno, quanto di far sì che tutti giochino ad armi pari. Una provocazione, certo. Ma il doping è doping solo se genera vantaggi e disuguaglianze fra gli atleti: se tutti vi avessero accesso, avrebbe ancora senso considerarlo tale?

Pagina 99, 29 luglio 2016

statistiche