26.7.16

Sul Sessantotto, in diretta. Una lettera di Sebastiano Timpanaro (marzo 68)

La domenica successiva al mercoledì 13 marzo 1968, giorno di una grande manifestazione a Pisa contro l'arresto di due militanti di Potere operaio, Sebastiano Timpanaro scrive a Claudio Bolelli, suo compagno nel Psiup (il Partito socialista di unità proletaria nato da una scissione “a sinistra” del Psi) le sue osservazioni su quella lotta. Tra le righe si legge un giudizio sull'intero movimento sessantottino. È testo da leggere e su cui riflettere. (S.L.L.)

P.S. Solo nel giugno “L'Espresso” avrebbe pubblicato Il Pci ai giovani, la celebre poesia in cui, a commento degli scontri di Valle Giulia (1 marzo 1968), Pier Paolo Pasolini fa una dichiarazione d'odio agli studenti contestatori “figli di papà” e di amore per i poliziotti “figli di poveri”.

Firenze, domenica [17 marzo 1968]
Caro Claudio,
ti ringrazio tanto della lettera. Anch'io — sulla base di quello che avevo saputo ieri mattina in Federazione, dal Miniati che aveva avuto notizie da Pisa - ero rimasto assai perplesso; e la tua lettera (cioè la lettera di un compagno che è sempre stato in prima linea in manifestazioni di ogni genere, e che vale quindi come testimonianza del tutto insospettabile) me lo conferma. Mi sembra, effettivamente, che ci sia il pericolo di un certo avventurismo, cioè di lanciarsi in azioni clamorose che, per avere un senso, dovrebbero essere già episodi di rivoluzione in atto, senza che ancora il movimento abbia quell'ampiezza, quella forza organizzativa e quei legami con la classe operaia che sono una condizione necessaria perché la rivoluzione si possa fare. Di positivo, naturalmente, c'è questa grande combattività degli studenti rivoluzionari; ma il rischio è che questa preziosa riserva si esaurisca prima che sia tradotta in un forte movimento rivoluzionario organizzato.
Naturalmente la prima responsabilità di tutto ciò è nei partiti tradizionali di sinistra, che si sono fossilizzati a tal punto da causare una frattura netta con la nuova generazione studentesca. E purtroppo una responsabilità grossa ce l'ha, ormai, anche il PSIUP, che qui in Toscana è su buone posizioni ma in sede nazionale è davvero di uno squallore notevole. Sarebbe certo una bella cosa che potesse sorgere un nuovo partito rivoluzionario. Ma la sua nascita mi sembra ancora molto lontana (tranne il caso, s'intende, che grossissimi fatti internazionali rimettano tutto in movimento anche qui in Italia). Fra i gruppetti che dovrebbero, fondendosi, costituire i quadri del nuovo partito rivoluzionario, non c'è accordo su quasi nulla: né sulla struttura e la concezione del partito, né sul soggetto della rivoluzione e sulla funzione della classe operaia nei paesi capitalistici avanzati, né sull'interpretazione dell'esperienza cinese. E non c'è, per ora, una spinta di base - di base operaia e contadina e non soltanto studentesca - talmente forte da bruciare questi contrasti tra i gruppetti e da creare l'unità partendo dal basso.
Su un altro argomento vorrei qualche volta parlare con te e anche con Luciano. A giudicare dalle manifestazioni a cui sono stato presente qui a Firenze, mi sembra che una parte eccessiva dell'attività ... orale dei dimostranti sia spesa in insulti di carattere personale ai poliziotti (insulti, per lo più, di quel tipo sessuale che è conforme alla più pura tradizione italiana, secondo cui la massima vergogna per un uomo consiste nell'essere figlio di puttana o cornuto o impotente o pederasta). Io credo che lo scontro con la polizia, che è necessario e inevitabile e che naturalmente non può e non deve essere fatto "con le buone maniere", non dovrebbe scompagnarsi da un'azione politica verso la polizia: la quale azione politica, naturalmente, non può dare nessun frutto a breve scadenza, ma pure dev'essere impostata. Chi sono gli agenti di polizia? Sono, per lo più, figli di contadini siciliani, che sono stati spinti ad arruolarsi dalla miseria (e anche da una certa tendenza alla fannullonaggine, che però non è un carattere "innato" razzisticamente al popolo siciliano, ma è una conseguenza di ogni società agraria stagnante e miserabile) e, una volta fatta questa scelta, sono diventati degli strumenti della reazione. Da quale strato sociale provengono i quadri dirigenti dell'apparato repressivo statale (commissari di P. S., questori, magistratura)? Dalla borghesia meridionale che opprime e sfrutta i contadini. C'è dunque, anche se latente, una tensione di classe tra gli agenti e i loro capi: quella stessa che c'è tra i soldati e gli ufficiali, grosso modo. In che modo i commissari, i comandanti della Celere, i questori ecc. ecc. riescono a rafforzare nei semplici agenti lo spirito reazionario e a farne dei docili strumenti della repressione? In vari modi, ma soprattutto - cosi, almeno, credo - sfruttando accortamente il dislivello del tenore di vita tra nord e sud, tra contadini e sottoproletari meridionali da un lato e operai e studenti centro-settentrionali dall'altro: facendo apparire gli studenti come dei "figli di papà" che si divertono a far casino e gli operai come dei privilegiati. Ora, l'andare a gridare "figli di puttana" agli agenti è una cosa che fa molto comodo ai dirigenti della polizia e al governo e al capitalismo. Non vorrei essere frainteso: non sono tanto cretino da credere che basterebbe rivolgersi ai poliziotti con tono da "vecchio socialista" e gridar loro come faceva Pertini nei suoi comizi «Anche voi siete figli del popolo, unitevi a noi» per trasformare i poliziotti in compagni o in alleati. Ci vuol altro! Per la stragrande maggioranza, è chiaro, si tratta di gente "irrecuperabile". Dico, però, che un lavoro come quello che fece Gramsci con la Brigata Sassari (composta da contadini e pastori sardi, che picchiavano selvaggiamente gli operai di Torino vedendo in essi dei "signori", e che dopo alcuni mesi di lavoro politico da parte del gruppo dell'Ordine Nuovo dovettero essere trasferiti in fretta e furia via da Torino) andrebbe tentato o almeno prospettato. E che intanto sarebbe meglio gridare merda al governo, ai padroni, ai capi della polizia e dell'esercito che agli agenti.
Tanti saluti affettuosi a te e alla Giuliana anche da parte di mia madre
Sebastiano


da "Il Ponte", anno LVII nn.10-11 ottobre-novembre 2001

25.7.16

La poesia del lunedì. Irene Salvatori


Hai mai visto una pallina
Hai mai visto una pallina di gomma cadere dalle scale?
Rimbalza sugli scalini saltandoli a due a due.
Accelera quel ritmo,
le si moltiplica dentro una gioia
che esplode, scoppia
Si fa sempre più frenetica in quel suo saltare,
schizza sempre più in alto
poi tocca terra
ma solo per prendere uno slancio
ancora
nuovo
più veloce.

Così, più o meno, mi sentivo
quando scendevo le scale sapendo che stavo per incontrarti.

da "leparolelecose.it", postato il 17 luglio 2016

24.7.16

Le carezze dla guerra. Una poesia in dialetto perugino di Ombretta Ciurnelli

Una bomba inesplosa ritrovata a Monteluco di Spoleto
Cinìn cinino
secco come n'uscio
tutt'aruncinèto
adòsso dó stracce
dó òcchie pién de paura
mugu(e)léva de ségu(e)to
da strazziatte l core.

J'éva fatto na carezza
na scheggia de na bomba.

Le carezze della guerra
Piccolo piccolo / magro come un uscio / tutto rattrappito / addosso due stracci / due occhi pieni di paura / si lamentava in continuazione / da straziarti il cuore. // Gli aveva fatto una carezza / una scheggia di bomba.


Da Sandro Allegrini, L mèjo d i poeti perugini, Morlacchi editore, Perugia 2012

21.7.16

Il mio amico Mercurio. Intervista a Michel Serres (Enrico Filippini 1984)

ROMA - Due anni fa, un sabato mattina, esaurite le fatiche di un'inchiesta per cui avevo trafficato tutta una settimana in giro per Parigi, andai alla Sorbona a sentire una lezione di Michel Serres, che avevo appena sentito nominare. Fu una bellissima lezione su alcuni prodigi descritti da Tito Livio, e ciò che mi colpì fu la qualità del linguaggio e dell'esposizione: in un certo senso era come ascoltare uno scrittore antico, un discorso infinitamente diverso dal normale discorso filosofico francese, una prosa all'aria aperta, ricca di evidenze e suggestioni, intensamente evocativa.
Ora Michel Serres (di cui queste pagine si sono ripetutamente occupate), è venuto a Roma per parlare di Roma, e coraggiosamente ha tenuto la sua conferenza nel pomeriggio dei funerali di Enrico Berlinguer. Nel frattempo sono andato a trovarlo all' Ambasciata di Francia, e me lo sono trovato lì come me lo ricordavo: alto, asciutto, solido, con la bella faccia squadrata e insieme puntuta, due intensi occhi da uccello, e armato di una squisita cortesia. Molto diverso da un normale professore francese. 
Ho sentito dire, oppure ho letto da qualche parte, che lei ha fatto il marinaio.
“E' vero. Nella mia famiglia c' era una tradizione marinara. Così a diciotto anni entrai alla Scuola navale, che forma gli ufficiali di marina".

Non è una cosa abituale per un filosofo...
"No. Però colui che in Francia parlò per la prima volta di Freud era un ufficiale di marina. Più tardi, navigai nell' Atlantico, nell'Oceano Indiano, nel Mediterraneo. E quell'esperienza ha avuto una grande influenza su di me. Dopo Sartre abbiamo avuto un attaccamento unico al linguaggio filosofico: tutto avveniva dentro il gergo della filosofia. Per me non è così: io sento molto il legame con le cose, coi paesaggi, coi luoghi. Mi piace trovare le cose tra le cose, e non le cose dentro la lingua".

E poi cos'è successo?
"Lasciai la marina per ragioni per così dire politiche. Non accettavo più che la mia vita fosse legata a qualche cosa che aveva a che fare con la guerra. Nel 48-49 adottai un atteggiamento che oggi si direbbe da obiettore di coscienza".

A quell'epoca la filosofia francese era dominata, oltre che dall'accademia, da Sartre, da Merleau-Ponty e dal marxismo.
"Sì. Il marxismo era dominante, in forme molto diverse da quelle italiane. Althusser fu mio professore tra il ' 52 e il ' 56, ma presto venni a trovarmi in disaccordo con lui, soprattutto sulla questione della scienza. Non capivo le sue teorie ipermarxiste su questo punto. Il fatto è che nella marina avevo studiato matematica, ero soprattutto un matematico, e i miei interessi andavano alla storia della scienza. Come lei forse saprà, ho scritto un libro su Leibniz, cioè sull'inventore delle matematiche moderne, e uno su Lucrezio, l'inventore della fisica".

Ma agivano su di lei, come a un certo momento qui da noi, influssi anglosassoni?
"No. In certo modo mi sono formato da solo, sono un po' un autodidatta, ho costruito la mia 'cosa' in solitudine, a partire dal problema della comunicazione e delle macchine per calcolare, e all'insegna di Ermes, che per me è il simbolo della scienza contemporanea".

In che senso?
"Nel senso che Mercurio, a cui ho dedicato ben cinque libri, è il dio della comunicazione. A differenza di quanto pensavano i marxisti, io ritenevo che il problema della comunicazione fosse più importante di quello della produzione, e che l'economia stessa fosse più una questione di comunicazione che di produzione. Sono fiero di quell'assunto, mi scusi la superbia: infatti, i paesi che hanno scommesso in questo senso, per esempio il Giappone, hanno evitato la crisi".

Ma comunicazione che vuol dire?
"All'inizio, all'epoca dello strutturalismo, davo del termine "struttura" un' interpretazione algebrica, esatta. Poi, studiando il XIX secolo, la fisica ottocentesca, e cioè essenzialmente la termodinamica, finii per attribuire un ruolo centrale alla teoria dell'informazione. In fondo, se del mio lavoro dovessi tracciare un profilo, ecco: per tutta la vita ho cercato di tenermi al corrente, da filosofo, del sapere scientifico (il che in Francia è raro), e insieme di non dimenticare la tradizione letteraria: ho scritto su Zola e su Jules Verne. Ecco, ho cercato di tenere unite, con le due mani, la scienza e la letteratura, di passare dall'una all'altra. E' quello che chiamo, nel quinto volume dedicato a Mercurio, il Passaggio a Nord-Ovest: passaggio difficile, pericoloso, tempestoso, ma passaggio. Per me la filosofia è questa alleanza. In Italia ciò dovrebbe essere comprensibile".

In Italia c' è stata una forte tradizione idealista e marxista. L' interesse per la scienza tende a diventare scientismo.
"Come nel mondo anglosassone. Ma il fatto è che nella letteratura c'è spesso più rigore che nella scienza. In Tito Livio c'è più epistemologia che in Popper. Il mio sogno è di scrivere un'opera che compia la riconciliazione enciclopedica, proprio alla maniera di Diderot e di D' Alembert, ma non solo nel senso storico (per cui si pensa sempre soltanto nel solco della propria tradizione), anche nel senso del concetto: quello è il campo che si percorre e che si deve percorrere. La filosofia ha perduto troppo non sapendo nulla di scienza, ma oggi che ne sa qualcosa, ha perduto la dimensione culturale. E' come un cervello tagliato in due. Io vorrei pensare col cervello intero".

Ora sta scrivendo qualche cosa?
"Un libro sui cinque sensi, e, appunto, in una forma letteraria, anche se sono partito da un sistema rigorosamente formale. È un tentativo di alleanza tra le due forme di sapere, è anche il tentativo di ritrovare, come diceva Edmund Husserl, le radici profonde della cultura europea. Lei conosce La crisi delle scienze europee?".

L' ho tradotta in italiano da studente. Ma Husserl parlava appunto di "crisi" di quell'idea e di quella tradizione. C'è il problema della tecnicizzazione della scienza. E poi c'è la difficoltà della estrema specializzazione dei settori scientifici.
"Sì. Nessuno scienziato si occupa per esempio delle ripercussioni sociali e culturali della scienza. Quanto alla difficoltà, di fatto, a un certo momento, tutto il discorso scientifico si mette a girare intorno a un solo concetto... In fondo, vede, il mio discorso è morale: tutta la mia filosofia, il mio tentativo di alleanza, 03034 è nato da Hiroshima, dall'anno zero della cultura occidentale".

All' inizio del suo ultimo libro, questo che ho in mano, Rome, Le livre des fondations - di cui sul nostro giornale ha parlato Pier Aldo Rovatti - lei dice che, a un certo momento, fu espulso dal mondo filosofico francese...
"Già, è un ricordo penoso, non ne vorrei parlare. Ancora adesso insegno non al dipartimento di filosofia, ma a quello di storia. Sa, la filosofia francese è dogmatica: bisogna essere o marxisti, o freudiani, o strutturalisti, o idealisti. Io sono soltanto un autore che va per le sue strade".

Per questo è approdato a Roma?
"Da tempo voglio fare un libro sulla fondazione antropologica della scienza, capire che cosa è successo all' origine della scienza fisica. I greci si occupavano di numeri e di categorie. Io vorrei risalire, da Lucrezio, al Seicento, alla nascita di una scienza dell' oggetto concreto".

Ma che vuol dire fondazione?
"Fondazioni. Essenziale è il plurale. Roma è una comunità che torna sempre alla sua fondazione. Se ne stacca, come una mosca che si allontana da un punto, e poi ci ritorna, continuamente. Si tratta di ripercorrere questo movimento. Forse nella storia agisce non soltanto la logica, ma anche la probabilità. Forse vi agisce un accoppiamento mostruoso tra l'ordine e l'aleatorio. È un po' un matrimonio tra Newton (la legge) e Democrito (la vibrazione confusa degli atomi). All'inizio del libro, come vedrà, introduco l'immagine delle termiti che costruiscono un termitaio: sembra un insieme che si muove a caso e tuttavia a un certo punto si organizza, acquista una forma...".

Questo ha a che fare con quella parola arcaica che lei usa nel libro precedente e che è "noise"? Che vuol dire "noise"?
"Come lei sa, oggi noise in inglese significa rumore. Nel Medioevo, in francese, noise significava chercher querelle. Come lo tradurrebbe?".

Con "attaccar briga".
"Ecco, nel senso in cui lo uso io, noise vuol dire sia l'una che l'altra cosa. Il disordine, il contrasto, il tumulto, e il rumore di fondo, il rumore originario. Diciamo così: in Hegel il problema era: c'è una legge nell'attaccar briga, nella contraddizione? Il mio problema è: c'è un ordine a partire da quel confuso rumore di fondo? Il caso può portare ordine nel sistema sociale? Legga qui, nella quarta di copertina, l'ho scritta io...".

Leggo: "folle romane infuriate, legioni sparpagliate nella pianura, contadini un po' sbronzi in piena mietitura, mandrie di buoi al pascolo in riva al fiume, la cavalleria nemica in piena carica, forze disseminate, clamori, acclamazioni...". E poi: l' ordine romano. Sembra di leggere un autore antico...
"Il mio tentativo è di scrivere un' antropologia reale. I miti romani sono straordinariamente profondi. Io vedo nel mito romano qualche cosa come la scatola nera: descrivendolo si può sperare di dire tutto ciò che si può dire quando non si sa".


La Repubblica, 15 giugno 1984

Riletture. Edipo e la libertà (Mauro Bonazzi)

Bonazzi parte da un'intuizione di Beniamino Placido (Edipo alle origini del giallo moderno) e la approfondisce con riflessioni sul destino e sulla libertà, che ripropongono domande radicali. Un articolo da leggere e meditare. (S.L.L.)
Edipo e la Sfinge in una pittura vascolare
(Vaso attico V sec. a.C., oggi ai Musei Vaticani) 
Perché Edipo, subito dopo che si è strappato gli occhi con le sue proprie mani, accusa Apollo, lo incolpa di tutto quello che gli è successo? Sono lontani i tempi in cui il romanzo giallo era considerato un genere minore. Di sicuro è quello più adatto alla filosofia: in entrambi i casi si tratta di ricomporre una trama, di cercare il disegno che si cela dietro al disordine apparente. L’ordine magari non sarà quello auspicato ma comunque esiste, come ne Il giorno della civetta di Sciascia, in cui il commissario Bellodi riporta alla luce il sistema di corruzione e connivenze che permette ai tanti don Mariano Arena di prosperare sul «bosco di corna» dell’umanità.
A volte invece il giallo serve a mettere in crisi l’illusione dell’ordine, rivelando che il mondo è dominato dalla confusione. Come ne La promessa di Friedrich Dürrenmatt: paziente, meticoloso, ostinato il commissario Matthäi ha capito tutto, sa dove l’assassino colpirà la prossima volta: si apposta, ma l’attesa durerà tutta la vita (il commissario si licenzia e si mette a fare il benzinaio in una sperduta piazzola di servizio perché sa che è lì che tutto deve accadere), inutilmente, perché la sua preda, l’assassino in viaggio per il delitto, è morta in un banale incidente automobilistico. Era tutto giusto, il commissario aveva compreso, il disegno era quello, ma la realtà è governata dal caso: ogni tentativo di controllo razionale del disordine, ogni progetto di riduzione del caos a cosmo, è destinato allo scacco. Matthäi però continua ad aspettare, mentre la luce del sole si dispiega su un mondo sempre più incomprensibile.
Il dio della luce, in Grecia, era Apollo. Edipo, invece, è l’archetipo del detective, e la tragedia di Sofocle che racconta la sua vicenda, l’Edipo re, è il modello ineguagliato del romanzo giallo. Un investigatore, intelligente, caparbio, implacabile, è sulle orme di un assassino. Laio, il re di Tebe, è stato ucciso, e Edipo, il nuovo re, vuole fare giustizia. Raccoglie gli indizi, ascolta i testimoni, ricostruisce i fatti. Alla fine scopre che il colpevole è lui stesso. È la trama più semplice, quella perfetta. L’investigatore è l’assassino: tutto si concentra in un unico personaggio, il resto non conta, fa da contorno.
Ma Sofocle non si accontenta, vuole di più. I romanzi gialli si reggono sull’incertezza. L’Edipo re invece non fa nulla per nascondere l’identità dell’assassino, fin dall’inizio: il pubblico lo sapeva prima ancora che la tragedia cominciasse (il mito era noto) e Tiresia lo rivela subito allo stesso Edipo. L’oracolo di Delfi aveva predetto a Edipo che avrebbe ucciso il padre e sposato la madre; Edipo era subito fuggito da Corinto, ignorando che Polibo e Merope non erano i suoi veri genitori. E durante la fuga aveva prima ucciso il suo vero padre e poi sposato la madre, Laio e Giocasta, i sovrani di Tebe.
La tragedia - l’indagine del commissario Edipo - svela una storia che conoscevano tutti. Come si spiega allora quella suspence che inchioda al testo qualunque lettore, che impedisce di distogliere lo sguardo dal palcoscenico? Perché Edipo non sta cercando soltanto un assassino. E noi stiamo cercando con lui. Sperando che abbia successo, ma allo stesso tempo terrorizzati da quello che lo attende in fondo al tunnel in cui si è addentrato, come in un vortice, lento all’inizio e poi sempre più impetuoso, che avvolge tutto.
Edipo è definitivamente entrato nell’immaginario collettivo nel 1900, con L’interpretazione dei sogni. Freud aveva visto bene: le vicende di Edipo ci appassionano perché in lui vediamo qualcosa di noi. Ma nella tragedia c’è molto di più che la semplice scoperta delle pulsioni (desiderio della madre, conflitto con il padre) che si annidano dentro di noi. Edipo era partito alla ricerca di un assassino e si era poi messo a indagare sui suoi genitori. Ma il vero obiettivo dell’indagine è un altro ancora, più profondo: come Diogene (quello che girava con la lanterna in pieno giorno), Edipo è in cerca dell’uomo, della sua libertà.

L’indagine riguarda tutti.
Quando era arrivato a Tebe, la città era oppressa da un mostro terribile, la Sfinge, che uccideva chiunque non rispondesse al suo enigma. Edipo aveva trovato la soluzione, salvando la città. Il mondo, quello degli antichi non meno del nostro, è opaco, oscuro, ambiguo, sempre rischioso: questo significa la Sfinge. Edipo è colui che porta la luce, con la forza della sua intelligenza. È l’eroe dell’età di Sofocle, dell’illuminismo trionfante ad Atene, «la scuola della Grecia». Come Protagora sa che l’uomo è misura di tutte le cose, come Pericle sa che possiamo rispondere alle sfide dell’esistenza. Ha insegnato che la nostra vita e la nostra felicità dipendono da noi, dalla nostra capacità di comprendere la realtà, di metterla in ordine. È un «modello» per tutti, riconosce il coro. Quando si mette in cerca dell’assassino è questo che vuole dimostrare, una volta di più.
Il momento decisivo è in uno scambio di battute con Giocasta. Edipo ha finalmente trovato un testimone decisivo. Il testimone parla e Giocasta inizia a capire: che Edipo è l’assassino di Laio; che Laio era il padre di Edipo e che lei ha sposato suo figlio. Che niente è come sembrava. Prega Edipo di smettere con le indagini, di fermarsi prima che sia troppo tardi. Scappa. Edipo si irrita, non comprende la reazione di Giocasta. Equivoca: pensa che provi vergogna all’idea di aver sposato il figlio di uno schiavo. Ma a lui questo non importa. Lo grida gonfio d’orgoglio: non era nessuno ed è diventato il re di Tebe, grazie alla sua pazienza, alla sua intelligenza, al suo coraggio. Lui è «figlio del destino», le sue origini non contano. We can. Ha mostrato di cosa è capace un essere umano.
Non ha capito nulla. Infaticabile e ostinato, Edipo, l’uomo più intelligente, per tutta la tragedia non capisce mai nulla, ha sempre vissuto nel buio dell’ignoranza. Poi, finalmente capisce: precipita nella verità come in un abisso, è stato detto. L’indagine è conclusa. Maledice Apollo. Dopo non resta che l’orrore, e il dolore.
Il figlio del destino: Edipo credeva di essere libero, padrone e responsabile per le sue scelte. Credeva che la sua vita dipendesse da lui. Ha scoperto che un destino più grande incombeva sulla sua testa, dominandolo. La libertà è un’apparenza; la vita di Edipo, il «modello» degli uomini, era già da sempre costretta in un disegno su cui lui non aveva nessuna possibilità di controllo. Si è scoperto ingranaggio di un meccanismo: un meccanismo, imperscrutabile ma implacabile, che ha il sorriso beffardo di Apollo - i Greci scolpivano le statue dei loro dèi con un sorriso enigmatico - il dio che illumina, che mostra come stanno le cose. Sul tempio di Apollo, a Delfi, campeggiava una scritta celebre: «Conosci te stesso». Edipo ha seguito l’esortazione del dio, ha indagato se stesso. Quello che ha trovato riguarda tutti.
In effetti, i problemi con cui ci confrontiamo oggi non sono diversi. Che cos’è l’uomo? Quale controllo abbiamo sulle nostre azioni, decisioni, scelte? Quanto di ciò che ci accade è dovuto a cause che non dipendono da noi - eventi del passato, condizionamenti sociali, situazioni impreviste, predisposizioni del carattere? Tanto più conosciamo, di noi e delle cose che ci circondano, tanto più le domande si fanno pressanti.
Il parallelo più interessante è con le neuroscienze. Conosciamo come non mai il funzionamento del nostro cervello: e quello che sembra emergere è che non abbiamo un controllo effettivo, consapevole e razionale, delle nostre decisioni e azioni. «Il tuo senso d’identità personale e di libero arbitrio in realtà non sono niente più che il comportamento di un’ampia organizzazione di cellule nervose e delle molecole loro associate»: questo è Francis Crick, scopritore del Dna e premio Nobel.
Tutti i nostri stati mentali sono epifenomeni, spiegano altri scienziati, non esercitano alcun impatto causale sulla realtà. Che senso ha allora parlare di libertà o responsabilità? Sarà incredibile, ma è così. E poi, a pensarci bene, non è neppure incredibile. La rivoluzione scientifica, fin dal Seicento, ha rivelato che tutto l’universo si muove secondo leggi necessarie di cause ed effetto.
E Kant aveva posto il problema, con la consueta chiarezza: per quale ragione gli esseri umani non dovrebbero essere vincolati a queste stesse leggi di natura? Cambiano i modi per dire le cose, ma l’ironia è la stessa: tanto più conosciamo tanto più ci pensiamo grandi; fino a scoprire la nostra irrilevanza. Come tutto il resto siamo parte di un meccanismo, di cui ci sfugge il senso, fuori dal nostro controllo.
Ma proprio dove maggiore sembra la miseria, lì è la nostra grandezza. È vero: ci crediamo forti e non lo siamo, pensiamo di vedere e non capiamo nulla. Ma non per questo ci arrendiamo. Siamo sempre in cerca. E in questa continua ricerca di un significato, nel coraggio con cui affrontiamo le domande più scomode, costi quello che costi, emerge qualcosa che è nostro e solo nostro, che ci distingue e ci fa unici nell’universo immenso che ci circonda. L’uomo, l’animale che fa domande, che vuole capire.
Fino a che come Edipo non smetteremo di interrogarci su quello che ci circonda senza accontentarci delle apparenze; fino a che come Matthäi e Bellodi continueremo a stare lì, in una piazzola abbandonata, su un pianeta insignificante, in attesa, cercando di capire e cercando la giustizia: fino ad allora dimostreremo che siamo qualcosa di speciale. È buffo, forse folle, ma è così. Ciò che ci fa grandi non sono le risposte che troviamo, ma le domande che poniamo. È questo il vero complesso di Edipo.


“Corriere della Sera - La Lettura”, 3 luglio 2016

Fobie (S.L.L.)

La grande statua di Carlo Borromeo ad Arona (San Carlone)
Si può essere cristiani, ebrei, islamici, cioè adoratori di un dio onnipotente ed esclusivista, senza essere intolleranti e tendenzialmente pronti alla crociata contro l'infedele? Forse con uno sforzo di volontà e di libertà, individuale o collettivo, ci si riesce. E tuttavia una qualche intolleranza è implicita in ogni monoteismo e perciò di quelle religioni continuo ad avere paura. 
Sono islamofobo? 
Se lo sono, sono anche giudeofono e cristianofobo.
Tutto ciò non m'impedirà di salutare con gioia ogni condanna del terrorismo e dell'intolleranza islamista da parte di chi si definisce musulmano, senza pretendere che costui rinneghi il Corano; o di salutare ogni apertura di libertà del papa cattolico senza pretendere che tolga l'aureola di santo a quel Carlo Borromeo che costruiva carceri per le streghe o a quel Bernardo di Chiaravalle che considerava santità uccidere gli "infedeli" e martirio morire per loro mano.

stato di fb 19 luglio 2016

20.7.16

Anche una piccola finestra... Una poesia di Annalisa Manstretta

Annalisa Manstretta
Anche una piccola finestra
ti porta regali luminosi
le strisce allungate dei campi
ti porta questa luce flessibile
gli alpeggi estivi dei balconi
tanto peso e voce.
Un’ampia popolazione contadina
aggiunge frutta e dice:
“Diventa grande luogo di raccolta”.

Da La Dolce Manodopera, Vitali e Moretti, 2006

Paradossi (S.L.L.)

Gandhi
Lo ricorda di quando in quando Domenico Losurdo e faremmo bene a ricordarcelo in tanti. 
Cento anni fa, durante la Grande Guerra, che fu, in verità, una immane carneficina, il nonviolento Gandhi - nella speranza che l'India, attraverso questo sacrificio, ottenesse l'autogoverno  (anche all'interno dell'Impero inglese) - faceva il "reclutatore capo" di indiani per l'esercito di Sua maestà britannica; il violento Lenin, invece, incoraggiava gli operai europei alla diserzione ed esortava alla rivoluzione con la richiesta di "pace subito".


(Stato di fb – 17 luglio 2016)

19.7.16

Il carteggio Capitini-Codignola. Un dialogo profetico (Angelo d'Orsi)

Tristano Codignola
Sessant'anni fa, nel 1937, usciva, nelle edizioni Laterza, un libro di piccola mole e dal titolo insolito, specie in relazione all'epoca e alla situazione: Elementi di un'esperienza religiosa. L'Italia aveva appena proclamato l'Impero, con l'annessione dell'Etiopia; Mussolini sembrava aver costruito un regime “granitico” e gli italiani, in larga parte, osannavano al mascherone ducesco. La cultura era prevalentemente in mano agli zelatori del fascismo, e persino un Gentile era ormai ampiamente scavalcato dagli intellettuali militanti e funzionari del regime. Quel piccolo libro dimesso portava la firma di un filosofo appartato che con Gentile aveva avuto rapporti, Aldo Capitini, e che frequentava gli ambienti dei gentiliani, uomini destinati perlopiù a diventare, presto o tardi, antifascisti.
Con uno di loro, Guido Calogero, Capitini fu poco dopo l'animatore precipuo del movimento liberalsocialista, che confluì nel Partito d'Azione. Ma Capitini, che aveva già compiuto la sua scelta nonviolenta, non credeva nella forma partito, preferendo l'animazione dal basso, la “persuasione” individuale, il lavoro pedagogico e di orientamento sociale (e ‹religioso›, in un senso del tutto aconfessionale). Tutta diversa, apparentemente più “politica”, la posizione del più giovane Tristano Codignola, figlio di Ernesto, il pedagogista e filosofo amico di Gentile. Conosciutisi sul finire degli Anni Trenta i due - accomunati oltre che dall'orientamento ideale liberalsocialista, anche dalla passione per l'organizzazione culturale - si tennero in stretto contatto fino alla morte di Capitini, avvenuta nel '68.
Codignola, ben presto divenuto responsabile della casa fiorentina La Nuova Italia, trovò in Capitini non solo un prezioso collaboratore, suggeritore, e, ovviamente, autore, ma altresì un interlocutore politico: alla militanza nel Psi (nell'ala sinistra) di Codignola, corrispondeva la posizione di “indipendente di sinistra” di Capitini (il quale si vantò di essere stato il primo in Italia in questa categoria destinata ad avere successo). Si trattò di un rapporto che produsse frutti su vari terreni, a cominciare da quello scolastico ed educativo, dove il benefico profetismo capitiniano doveva fare i conti con il pragmatico realismo del militante socialista: un incontro possibile perché se il primo in realtà, dietro l'apparente impoliticità, aveva un sicuro intuito politico, il secondo si lasciava volentieri guidare da un forte tratto di utopismo. Il carteggio edito dalla casa di Codignola è un interessante documento della nostra storia politico-culturale, oltre ad essere un omaggio a due figure di grande spessore civile. Nondimeno, quando si vogliono rendere omaggi si dovrebbe procedere con maggior attenzione a quel che si fa e a come lo si fa: non possiamo non rilevare infatti come queste Lettere 1940-1968, selezionate all'interno di un carteggio assai più ampio in base a criteri non specificati, risultano malamente curate (Tiziana Borgogni Migani, aveva dato prova migliore con gli Scrit ti politici del Codignola editi dalla stessa casa).
Peccato per Codignola, che avrebbe meritato dalla sua casa un trattamento migliore: ma soprattutto per Capitini, sul quale sembra pesare una sorta di maledizione editoriale che ormai dura da un trentennio.


La Stampa, 29/05/1997

1966, lotte mezzadrili in Umbria. E i padroni fermarono le trebbie...

Perugia, 18 luglio
La lotta mezzadrile nelle campagne umbre si sta intensificando. All’azione, che a mano mano si estende nelle aziende per la divisione dei prodotti a disposizione, il diritto di iniziativa ecc. gli agrari cominciano a reagire con i primi provvedimenti illegali. Infatti, nelle aziende del sodalizio di San Martino, nei pressi di Mugnano, e nelle aziende di Palombaro di San Vito di Magione, dove la lotta è stata particolarmente vivace, i padroni hanno attuato ieri la serrata, fermando abusivamente le trebbie. La reazione dei mezzadri è stata immediata e decisa. Questa mattina una loro delegazione è stata ricevuta dal prefetto del quale è stato richiesto l’intervento immediato per costringere gli agrari a revocare l’atto illegale. Nonostante le intimidazioni, come abbiamo detto, le aziende che vengono interessate all’azione contadina aumentano di giorno in giorno, ed è quindi prevedibile che presto, alle tre prese di posizione oltranziste degli agrari, se ne aggiungeranno numerose altre. Rimane nella resistenza dei mezzadri, nella loro compattezza, e insieme nell'isolamento che la lotta saprà creare attorno agli agrari, il segreto per il buon esito della difficile battaglia.


l'Unità 19 luglio 1966

Al limone e all'aceto. Due piatti di acciughe crude (S.L.L.)

Acciughe diliscate
Da un prezioso volumetto di Enza Candela Bettelli (La cucina a fuoco spento, Bur) riprendo, con qualche semplificazione, due ricette per piatti estivi a base di acciughe crude, facili, freschi, economici e salutari. Condicio sine qua non è, ovviamente, la freschezza delle acciughe che devono essere piuttosto piccole. Esse vanno private della testa, pulite dalle interiora e diliscate. Ben lavate in acqua leggermente salata, verranno asciugate con una “mappina” o con un canovaccio. Le dosi sono per 4 persone.


Acciughe al limone
400 g di acciughe fresche, 4 limoni, olio, pepe, sale.
Disponete le acciughe in una terrina ben allargate e spruzzate ogni strato con succo di limone, pepe macinato e un giro di olio. Dopo mezz’ora disponete il pesce in un piatto largo, guarnendo con spicchi di limone e ciuffetti d’insalata.

Acciughe all'aceto
400 g di acciughe, 2 grosse manciate di prezzemolo, 2 spicchi d’aglio, olio, aceto.
Lasciate riposare le acciughe preparate all'uso per un paio d'ore, dopo averle coperte di aceto. Poi disponetele in un piatto da portata un po’ fondo. Tritate molto finemente aglio e prezzemolo, usando a questo scopo l’apposita macchinetta trita-prezzemolo. Versate il trito in una tazza e, sempre sbattendo con una forchetta, unite tanto olio quanto basta ad ottenere una salsina di una certa consistenza. Versate la salsa così ottenuta sulle acciughe coprendole e lasciatele riposare tutta la notte o un pomeriggio intero prima di servire.


Cinquant'anni fa. La Lollo e Virna Lisi davanti ai giudici (Andrea Barberi)

Gina Lollobrigida nel film "Le Bambole"
Dal nostro inviato
VITERBO, 18 luglio 1966
Quattro attori, Gina Lollobrigida, Virna Lisi, Jean Sorel, Nino Manfredi; due registi, Dino Risi e Mauro Bolognini: un produttore Echt Lucari. Sono il più fotogenico cast di imputati che un processo abbia mai visto. Saranno tutti (o almeno dovrebbero essere, ma la presenza non è stata assicurata da nessuno) nell'aula del Tribunale di Viterbo, da domani mattina, per rispondere di pubblicazione oscena. 1 primi quattro come interpreti del film Le bambole, due come registi dello stesso film, l'ultimo come finanziatore.
Il processo è davvero inedito: è la prima volta, infatti, che degli attori vengono chiamati a rispondere penalmente per le scene girate. Per questo motivo vi è una grande attesa. La sentenza non riguarderà solo la Lollo e i tre colleghi imputati, ma in fondo tutti gli attori, perché qualunque interprete potrebbe fare la fine dei protagonisti delle Bambole, nel caso che la responsabilità penale di questi ultimi fosse affermata dal Tribunale.
È stata la procura della Repubblica di Viterbo a volere che il processo alle « Bambole » si svolgesse in questa città. La pellicola cominciò ad essere proiettata su tutti gli schermi italiani e nessuno ebbe nulla da ridire. Qualche scena venne giudicata un po’ audace, qualche altra forse di cattivo gusto. Ma nessun pubblico ministero pensò di aprire un'azione penale. L'iniziativa fu invece presa dalla procura della Repubblica viterbese. II procuratore della Repubblica del centro laziale aprì l’azione penale, incriminando non solo i registi (il film era a episodi) ma anche gli attori.
All'epoca dell'istruttoria, terminata qualche mese fa, si disse addirittura che il magistrato aveva deciso di mettere sotto processo gli attori non solo per la pubblicazione oscena realizzata al momento della proiezione del film nei cinematografi, ma anche per il fatto stesso di aver girato le scene «in costumi e atteggiainenti spinti davanti agli altri componenti della troupe», agli operatori, ai registi.
Oltre che perché vi sono quattro attori al banco degli imputati, il processo che si inizia domani ci sembra di notevole interesse perché rilancia un problema di carattere generale: la responsabilità di registi, produttori, distributori o interpreti per pellicole che hanno ottenuto il visto preventivo della censura.
Nino Manfredi e Virna Lisi nel film "Le babole
Siamo contro la censura, ma questa esiste: serve a bloccare i film, ma non costituisce una garanzia. Cioè: il film Le bambole è stato visionato e approvato. Una speciale commissione, della quale è a capo un alto magistrato. ha escluso che la pellicola fosse immorale. È giusto che ora attori e registi debbano passare i guai che stanno passando (perché non tutto si risolve in pubblicità gratuita) dopo aver ottenuto il benestare della censura? I membri della commissione che ha dato il visto alle Bambole non sono responsabili, ammesso che il film sia immorale, almeno quanto gli attuali imputati? Perché se non è cosi significa: la commissione di censura non è tenuta a riconoscere quando un film è condannabile, mentre gli attori sì: devono sapere — altrimenti vengono condannati — quando il film tocca il codice penale e quando non lo tocca.
Come si vede, il processo alle Bambole sfiora un’infinità di problemi che vanno oltre la Lollo e Virna Lisi. Comunque comprendiamo che al lettore interessano forse di più i personaggi. La Lollo, appunto, e gli altri. Vorranno o non verranno al processo? Vorrebbero saperlo tutti, ma nessuno sembra in grado di rispondere. I fotografi, tanto per non sbagliare, stanno già arrivando in massa. Quando Gina fu interrogata in istruttoria c'erano centinaia di «paparazzi». Virna Lisi, invece, si presentò quasi di nascosto e riusci a evitare il fuoco dei «flash». Ma questa volta, se verrà, come si spera, non si salverà.


l'Unità 19 luglio 1966

Differenziata, l'affare in più (S.L.L.)

Il pensiero unico del tardo capitalismo lascia intendere che si può aumentare a dismisura il cumulo di rifiuti che ci ammorba e rischia di sommergerci. Ci fanno capire che "basta differenziare". E non ci spiegano che non tutto il differenziato è riciclabile o biodegradabile in tempi rapidi.
Così prendono i classici due piccioni con una sola fava: continua senza limitazioni la crescita della robaccia che ci soffoca, degli inutili imballaggi, per esempio, con profitti di chi la produce, trasporta, distribuisce ecc.; e si apre il nuovo affare delle immondizie differenziate, con mastelli e sacchetti da produrre, automezzi da far circolare, trattamenti vari con risultati mediamente scarsi in termini di difesa dell'ambiente, ma con utili importanti per le imprese del settore.
L'obiettivo vero di chi vuole combattere i rischi di catastrofi ambientali dovrebbe invece essere la RIDUZIONE MASSICCIA DEI RIFIUTI. La differenziazione e il riciclaggio hanno senso solo se si persegue quest'obiettivo, solo all'interno di questo obiettivo generale.
Altrimenti sono solo un affare in più.

Stato fb, 17 luglio 2016

Matilde di Canossa. Una mostra (Carlo Bertelli)

Nella Casa Buonarroti di Firenze è in corso (fino al 10 ottobre 2016) una mostra dedicata a Matilde di Canossa. Posto qui la presentazione che ne ha fatto Carlo Bertelli su “La lettura” del Corsera. (S.L.L.)
Matilde di Canossa in un bronzetto del Bernini

Perché una mostra dedicata a una grande figura del Medioevo si tiene proprio nel santuario di un protagonista del Rinascimento? Ce lo dichiara, in mostra, la Vita di Michelangelo scritta da Ascanio Condivi e pubblicata nel 1553, quando Michelangelo era ancora vivo. Michelangelo, vi si legge, «ebbe l’origine sua da’ conti di Canossa, donde ne nacque la contessa Matilde, donna di rara e segnalata prudenza e religione». In parte la mostra è dedicata al mito di Matilde, che include l’ipotesi, da tempo coltivata, che la Matelda che accoglie Dante alle soglie del Paradiso Terrestre sia la contessa di Canossa, il cui corpo, da San Benedetto Po dov’era sepolto, fu trasferito da Urbano VIII in San Pietro nel 1632 e posto in una tomba sormontata da una statua del Bernini. 
"Tuetur et unit", ovvero «protegge e unisce», fu il motto che accompagnò la figura del melograno nell’araldica di Matilde di Canossa. Ed ecco allora che in un dipinto di Orazio Farinati (1559-1616), venuto da San Benedetto Po, l’abbazia del Polirone carissima alla contessa, Matilde — ammantata di rosso e con il melograno d’oro nel pugno — cavalca un bianco destriero con finimenti rossi e oro. Altre volte è un suo «ritratto», tradizionalmente attribuito al Parmigianino, che però copia un’invenzione della fine del Trecento o dell’inizio del secolo seguente.
Dalla Biblioteca Vaticana è qui esposta la Vita della contessa, scritta prima del 1115 dal monaco Donizone (pubblicata da Jaca Book) nel monastero di Sant’Apollonio a Canossa, un vero capolavoro della miniatura italiana dell’età romanica. In grandi e franchi disegni a penna campiti di colori decisi, sfilano gli antenati di Matilde, dal marchese Tedaldo fino a lei. Hanno abiti preziosi, descritti con una estrema attenzione ai particolari, siedono t alvolta su troni sontuosi o, se stanno in piedi, i ricchi manti ne chiudono i corpi come corazze. Beatrice e Bonifacio sono ciascuno in trono, mentre una composizione di tre archi, una vera architettura romanica, accoglie Attone e Ildegarda con i loro txe figli, ossia il vescovo di Brescia Goffredo, Rodolfo, Tedaldo.
Anche Matilde è rappresentata in trono. Siede su un trono diverso dagli altri, poiché è coperto da un baldacchino regale, e a una regina può essere comparata effettivamente la contessa cui il monaco Donizone offre il codice che narra la sua vita.
La sontuosità dei troni e degli abiti, le corone di Beatrice e di Matilde contrastano con altre dichiarazioni di umiltà di Matilde, la quale amava firmarsi con il nome Mathelda iscritto in una croce e il titolo dei gratia si quid est, «per grazia di Dio, quello che è».
Il codice di Donizone ebbe tale autorità che le sue composizioni furono a loro modo «aggiornate» nel Trecento nei monumentali disegni che illustrano gli Atti della contessa in un magnifico codice qui esposto.
Lontano dalle celebrazioni, un posto a parte occupa il codice proveniente dal monastero di benedettine di Admont, in Austria, già appartenuto a sant’Anseimo d’Aosta, vescovo di Canterbury. Si tratta di una raccolta di preghiere e di meditazioni scritte a sant’Anselmo, tra le quali ne segnalo una intitolata Quando l’anima intende rivolgersi a Dio, espressione toccante della nuova sensibilità che accompagnò il coraggioso movimento di riforma della Chiesa strenuamente guidato da Matilde di Canossa e Gregorio VII.
Nel contrasto con l’imperatore, che si sarebbe risolto solo nel 1125 nel concilio di Worms, si affinavano le armi di un’arte che, in Italia, trovava una rinnovata ispirazione nei monumenti dell’età paleocristiana. Era l’arte della riforma gregoriana. Roma acquistava una nuova centralità e gli artisti romani si facevano araldi di un’arte raffinata che traduceva in discorso lineare e coerente i modelli dell’antichità. Maestri romani ne troviamo dappertutto. A Colonia, in Borgogna, tra le pagine di un codice di Cluny con la vita di sant’Ildefonso, conservato a Parma, e nel meraviglioso salterio del Polirone, dall’archivio municipale di Mantova, che nelle due miniature a piena pagina si rivela opera di un maestro romano, mentre nei numerosi, minuti disegni che costellano il testo maestri lombardi intervengono a commento teologico dei salmi.
Anche se Matilde non riuscì a dominare pienamente le grandi città del suo vasto territorio, tanto che nel 1081 Gregorio VII dovete scomunicare il vescovo Eriberto di Modena, che nutriva simpatie per l’impero, tuttavia eccezionale monumento dell’età matildina è la «relazione sull’innovazione della cattedrale di Modena», un codice conservato nell’archivio capitolare che, in scenette argute, racconta passo passo le vicende della costruzione sotto la guida dell’architetto Lanfranco e l’aiuto d’un inatteso miracolo di san Geminiano. Esplode qui il gusto della cronaca con cui si apre un’età nuova.
Nelle sculture di Wiligelmo, trasferite in seguito sulla facciata del duomo, sono i gesti espressivi dei progenitori a condurli nell’attualità dei costruttori di cattedrali. Si era capito che si poteva intendere una storia millenaria nella sua umana verità. Il gusto del racconto si nutriva della novità delle prime chanson de geste, ma anche di una rilettura quasi quotidiana della Bibbia.
Un aspetto fondamentale della riforma era infatti la riedizione della Bibbia in codici di grande formato, e perciò detti «atlantici», che i riformatori consegnarono ai monasteri riformati perché l’intera Bibbia fosse letta nel circolo dell’anno. La scrittura è stupefacente per la regolarità quasi tipografica e poche iniziali, con ornati gcomctrici, ravvivano i candidi fogli di pergamena. Era appunto questa la chiarezza auspicata dai riformatori.

18.7.16

La poesia del lunedì. Emily Dickinson (1830-1886)

I chirurghi devono stare molto attenti
quando mettono mano alla loro lama preferita!
Sotto le loro perfette incisioni
si agita il colpevole in persona, - la Vita.

da "La lettura - Corriere della Sera", 3 luglio 2016 - traduzione di Edoardo Boncinelli

17.7.16

L’islam spiazza il terzomondismo e l'antimperialismo marxista (Donatella Di Cesare)

Minareti a Instambul
Questa di Donatella Di Cesare, sui rapporti tra l'islam e i movimenti anticapitalistici di ispirazione marxista, mi pare una riflessione intelligente, un utile punto di partenza per l'approfondimento. Forse andrebbe fatto un discorso generale sulle religioni. Neanche il cristianesimo, specie nella sua variante più universalistica, il cattolicesimo, sembra aver rinunciato del tutto all'idea di soppiantare la politica, al progetto di intervenire nelle contraddizioni fondamentali del nostro tempo sulla base di una indiscutibile fede religiosa. (S.L.L.)
Miliziani del cosiddetto ISIS
L’islam politico sembra essere oggi l’unico ideale in grado di mobilitare masse di donne e uomini e di sfidare l’ordine globale, l’unica bandiera per la quale migliaia di giovani sono pronti ad affrontare la morte dall’altra parte del pianeta. Sarebbero già oltre 20 mila i jihadisti, giunti dai cinque continenti, per combattere nelle file dello «Stato islamico dell’Iraq e del Levante». Le brigate del jihad mondiale, riunite nel 2016 in Siria, richiamano alla memoria un precedente, che si staglia, indelebile, nel nostro immaginario, quello delle «Brigate internazionali» — costituite da circa 32 mila stranieri — che dal 1936, in Spagna, lottarono contro il generale Franco, il fascismo e il nazismo. A giustificare il paragone è un impegno senza frontiere.
Si tratta, senza dubbio, di un paragone amaro, che suona quasi come un affronto per la sinistra, erede delle «Brigate internazionali». Che dire, infatti, se la solidarietà internazionale dei lavoratori, l’alleanza tra gli emarginati delle periferie del mondo, la lega tra gli oppressi delle metropoli occidentali, viene soppiantata dal mutuo soccorso della fratellanza musulmana? Difficile rispondere. Perciò la questione viene sistematicamente passata sotto silenzio. A meno di non scegliere una delle numerose scorciatoie interpretative che indicano nei jihadisti dei «mostri sanguinari», degli «psicopatici narcisisti», le «vittime della crisi economica», il «risultato immediato del disordine globale», la «prova del naufragio dell’integrazione», i «figli di internet e dei videogiochi»...
Sono forse i luoghi comuni a mettere sulla pista sbagliata. Anzitutto quello del «multiculturalismo», un termine abusato, che spinge a leggere il confronto tra mondo musulmano e Occidente come un conflitto tra un’identità particolare e un’appartenenza universale. Ma lo scontro — ha spiegato di recente il filosofo francese Étienne Balibar nel libro Saeculum. Culture, religion, idéologie, edito da Galilée — è piuttosto tra differenti universalismi, rivali e incompatibili. A contrastare l’egemonia del sistema capitalistico non è più solo la sinistra internazionalista. Lungi dall’essere il terzo incomodo, l’islam appare l’unica potenza capace di imporre un universalismo militante che si ripromette di essere l’avvenire stesso di questo mondo.
E la sinistra? Come legge questo scontro a tre? Considera l’islam un temibile avversario oppure un possibile alleato, lo ritiene un concorrente aberrante e perverso, sebbene temporaneo e caduco, oppure un complice necessario nella lotta contro l’arroganza del mercato? Perché questo è almeno certo: che da tempo il capitale, grazie anche alla tecnica, ha varcato i confini, estendendosi su scala planetaria.
Dopo la caduta del Muro di Berlino, mentre andava delineandosi la vittoria incontrastata del liberalismo economico, in cui molti si sono affrettati a scorgere l’orizzonte ultimo della storia, le disillusioni si sono moltiplicate e la sinistra ha subito il contraccolpo restando sulla difensiva. Molte speranze sono state allora riposte nel terzomondismo, etichetta con cui, negli ultimi decenni del Novecento, si è indicato quel movimento che ha sostenuto le lotte di liberazione dei Paesi del Terzo Mondo dal dominio coloniale.
All’alba del nuovo secolo, però, il terzomondismo ha assunto contorni diversi: da Seattle a Bangkok, da Porto Alegre a Parigi, si è articolato in una galassia no-global che comprende organizzazioni non governative, associazioni ecologiste, sindacati e gruppi politici che rivendicano diritti dell’immigrazione, del lavoro, ecc. Senza dimenticare l’esperienza dell’anticolonialismo, passata, per motivi storici, in secondo piano, questa galassia si è coagulata intorno alla necessità di rispondere alla uniformazione del Mcmondo con una alternativa anti-liberista, indicando il bisogno di vivere in forme diverse, nel segno della solidarietà. L’«altermondismo», come viene chiamato il movimento no-global nella sua versione ultima, ha cercato di contrastare l’eterno trionfo del mercato, mostrando che, proprio se si muove dal «mondo altro» delle periferie dimenticate, un «altro mondo» appare possibile.
Sennonché, in mancanza di un chiaro progetto politico, la rivoluzione senza frontiere si è tradotta in una mobilitazione senza domani. Mentre l’internazionalismo tentava di scalfire la globalizzazione capitalistica, una nuova forza ha fatto una spettacolare irruzione sulla scena della storia: l’islam politico. E ben presto, con la sua logica transnazionale, la sua aspirazione trascendente, per un verso ha lanciato una sfida inedita all’immanenza profana del capitale, per l’altro ha tentato di spodestare la sinistra terzomondista. In un saggio pubblicato nel 2015, Marxism, Orientalism, Cosmopolitanism (Haymarket), Gilbert Achcar, uno dei pochi intellettuali ad aver toccato questo argomento scottante, è ricorso a espressioni taglienti: «L’integralismo islamico è cresciuto sul cadavere in decomposizione del movimento progressista».
A parte rare eccezioni, la sinistra ha reagito con una ambivalenza fatale. Già durante la guerra d’Algeria era emerso con chiarezza che l’islam non costituiva un semplice «di più» ma era piuttosto il cuore pulsante della rivolta. Via via che l’islamismo si è imposto nel paesaggio politico internazionale, la sinistra terzomondista è stata costretta a scegliere: o prendere le distanze dai movimenti islamisti, piccolo-borghesi, antimodernisti, per molti versi reazionari, schierandosi dalla parte delle donne, degli omosessuali, fino a coalizzarsi con le correnti liberali; oppure scegliere il «fronte unico» islamo-socialista, in nome della comune lotta anti-imperialista. Malgrado le frequenti oscillazioni, ha finito per prevalere la tattica rischiosa dell’alleanza, dettata da numerosi motivi. Anzitutto dalla convinzione che malessere e ideali dei giovani islamisti avrebbero potuto essere facilmente «canalizzati» verso obiettivi progressisti. Sostenuta a chiare lettere nel fortunato pamphlet The Prophet and the Proletariat, pubblicato nel 1994 dall’attivista britannico Chris Harman, questa tesi, che ha resistito almeno fino alle «primavere arabe», spiega il sostegno incondizionato all’islamismo inteso come movimento anti-capitalista e anti-imperialista. Il sostegno è giunto fino ad appoggiare organizzazioni fondamentaliste come Hezbollah in Libano, Hamas a Gaza, e a unire, nelle manifestazioni contro la guerra in Iraq, le proprie bandiere a quelle di gruppi vicini ai Fratelli musulmani.
Il criterio che ha preso il sopravvento è quello del nemico principale: dato che si deve sconfiggere l’imperialismo, sarà giocoforza essere dalla parte dei talebani. Al fondo si scorge una presunzione paternalistica mista all’ottimismo, molto occidentale, di riportare quei fratelli minori, non ancora emancipati, che si muovono sull’onda dell’integralismo religioso, all’interno della grande flotta socialista.
E la religione? L’islam politico non ha forse sempre rinviato al suo orizzonte teologico? Certo. Ma c’è un precedente, spesso sottovalutato, nella storia del terzomondismo, ed è la teologia della liberazione. Nell’America latina, a partire dagli anni Sessanta, la sinistra atea trova un formidabile alleato nel profetismo anti-imperialista di quei preti delle favelas che, appellandosi alla giustizia e alla uguaglianza, coniugano il Vangelo con la lotta di classe. Sembrano così realizzare quel vincolo tra socialismo moderno e antico messianismo ebraico-cristiano, evocato già da Rosa Luxemburg. Ecco che la religione appare — secondo il famoso e complesso passo di Marx — non tanto espressione della miseria quanto «protesta» contro la miseria, non tanto «oppio» quanto eccitante dei popoli.
Perché non dovrebbe accadere lo stesso con l’islam politico? Che la fiducia domini ancora nella sinistra latino-americana non è un caso. Molto presto, però, sembra evidente che l’islamismo non intende appoggiare i movimenti progressisti, bensì emarginarli e soppiantarli. Questo accade già nell’Iran di Khomeini. Nel 1978 Michel Foucault smette gli abiti del filosofo per recarsi a Teheran come inviato del più grande quotidiano italiano, il «Corriere della Sera». Critico verso il marxismo, è attratto dall’evento dell’insurrezione. Intervista operai e studenti: «Che cosa volete?». Si aspetta in risposta «la parola “rivoluzione”». Invece quelli replicano «il governo islamico». Per Foucault la religione non è il velo che maschera la rivolta bensì è il suo vero volto. «L’islam — che non è semplicemente religione, ma modo di vita, appartenenza a una storia e a una civiltà — rischia di costituire una gigantesca polveriera». Così scrive in un articolo dell’11 febbraio 1979.
Si capisce allora perché quei suoi testi rari e appassionanti, grazie ai quali Foucault si chiama fuori dal coro, siano ancora oggi fonte di discussione. Su questo tema è tornato di recente Slavoj Žižek nel suo volume In difesa delle cause perse (Ponte alle Grazie). Proprio Žižek fa parte di quei pochi che sollecitano l’abbandono di alcuni tabù, a cominciare dalla «proibizione di ogni critica dell’islam in quanto caso di “islamofobia”». Tanto più che — come ha osservato Jean Birnbaum nel suo ultimo libro — prevale ancora un «silenzio religioso». Come se fosse impossibile da un canto dissociare la fede musulmana dalla perversione islamista, dall’altro riconoscere la dimensione religiosa della violenza jihadista.
Non è facile per la sinistra terzomondista scoprire oggi che, seguendo una bussola ben diversa, altri hanno imparato a navigare meglio nell’oceano della collera universale e della speranza senza frontiere. Troppo tardi? Forse no. Purché si ammetta che i jihadisti del Levante non vogliono aprire un nuovo capitolo della storia umana ma chiudere una volta per tutte con la storia profana, non vogliono portare la politica alla sua apoteosi ma disertarla. E purché si riconosca che la fraternità del terrore non è la fratellanza dei popoli, che il califfato, a cui aspira il jihad mondiale concentrato in Siria, non è l’Internazionale per la quale combatterono i volontari di Spagna.


“Corriere dela sera - La Lettura” 3 luglio 2016

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