7.9.15

Gli spiccioli di Francis Scott Fitzgerald (Lucio Klobas)


Francis Scott Fitzgerald nel 1931, nel momento più alto della sua popolarità di scrittore, guadagnava 4.000 dollari a racconto pubblicato sulle maggiori riviste dell’epoca. All’anno rimediava la non trascurabile cifra di 40.000 dollari. Nel 1935 le sue entrate per soli diritti d'autore erano scese alla miserabile cifra di 33 dollari. Un disastro. Riusciva a malapena a spedire settimanalmente per posta un assegno di 30 dollari per coprire le spese personali alla figlia Scottie che frequentava con discutibile profitto il prestigioso ed esclusivo college di Vassar (N.Y.). Negli ultimi anni della sua vita Fitzgerald, il celebrato cantore della felicità, dello spreco, del successo, del fascino, e del denaro, l’interprete sublime e insuperato delle perenne illusoria festa, l’animatore instancabile della New York dell’«età del jazz», il leggendario interprete della fama e della ricchezza, era indebitato fino al collo. Da grande e blasonato frequentatore di salotti mondani, era diventato un esangue e infimo dispensatore di pochi e sudati spiccioli a una figlia, peraltro alquanto fatua, distratta e irresponsabile. Sempre più spesso doveva a muso duro e con violenza mortificante scontrarsi con i numeri: 6 giorni a Sea Island a $ 13.00 = $ 78.00, 2 regali $ 40.00, Treno $ 100.00, Vestiti $ 50.00, Spese $ 50.00, Totale $ 310.00 (incluso l’errore della somma), e così via. Segnava tutto, anche il costo dei singoli francobolli.
Queste notizie e molte altre assai interessanti, si possono leggere nell'agile e documentato libro Francis Scott Fitzgerald Lettere a Scottie (Archinto editore, pp. 208, € 18.50), tradotto e curato con grande competenza da Massimo Bacigalupo. Le lettere di Fitzgerald alla figlia furono pubblicate la prima volta negli Stati Uniti nel 1963, ma la pubblicazione considerava solo quelle inviate dal grande scrittore e non le risposte della figlia. Il libro in questione fa ammenda di questa lacuna e finalmente restituisce al lettore un quadro completo e complesso (grazie appunto alle lettere inedite di Scottie tradotte per la prima volta in Italia) dei tortuosi rapporti correnti tra genitore e figlia. Il lettore innamorato degli intrighi societari, dei giochi salottieri di potere più o meno improbabili, delle macchinazioni diaboliche, dei miti di carta ecc., rimarrà un po’ deluso. Dalle lettere emerge, forse più gigantesco che mai, un Fitzgerald deliziosamente incantevole, morbido e spigoloso (a volte), un eccezionale padre di famiglia (anche nei confronti di Zelda, la moglie ricoverata in una clinica per malattie mentali), un mite e instancabile lavoratore, un uomo onesto e preciso, un moralista puntiglioso e pignolo con vocazioni didattiche quasi estreme, insomma un uomo responsabile che cerca di indirizzare la vivace figlia adolescente verso un approccio con la vita meno turbinoso e insensato. È paziente e costruttivo con lei, le descrive con sincerità disarmante i suoi probleijii di scrittore in crisi, le sue angosce, le paure, le dà consigli preziosi sulla scrittura (anche la giovane figlia nutre precocemente ambizioni letterarie), le indica gli autori che deve assolutamente leggere (i classici), le dà lezioni di stile, la incoraggia a esprimersi al meglio in ogni occasione.
È spietato e quasi feroce nel descrivere l’ambiente di Hollywood per il quale lavora (malvolentieri:
l’acclamato romanziere impara a scrivere sceneggiature!): «...al Tennis Club l'altra sera Errol Flynn ci ha raggiunto: sembrava molto simpatico anche se piuttosto sciocco e fatuo». Hollywood per lui è semplicemente un artificio disumano, un mondo freddo e rovinoso, è un panorama irreale, un inferno rancoroso dove le ustioni e le bruciature fanno vittime con mostruosa facilità. In quel mondo selvaggio ovviamente Fitzgerald è un pesce fuori dell’acqua: «In ogni caso il cinema è una vita noiosa e si spera di essere capaci di superarla», scrive in una lettera del ’39 alla figlia. Secondo il parere (perentorio come al solito) della Stein, Fitzgerald possedeva da solo più talento di tutti gli altri scrittori messi assieme della lost generation. Tuttavia non era molto fiducioso nelle proprie capacità, nei propri mezzi espressivi (i fallimenti della prima parte della sua vita, i disastri finanziari del padre e il conseguente ridimensionamento delle ambizioni
sociali della famiglia, l’avevano reso fragile psicologicamente), e questo risulta evidente nella corrispondenza con la figlia: «Non scoraggiarti più di tanto perché il tuo racconto non è perfetto. Allo stesso tempo, non ho intenzione di incoraggiarti a riguardo, perché, dopo tutto, se vuoi fare sul serio e avere successo, devi avere i tuoi ostacoli da superare e devi imparare dall’esperienza. Nessuno è mai diventato scrittore solo perché voleva diventarlo. Se hai qualcosa da dire, qualcosa che senti che nessuno ha detto prima, devi sentirlo così disperatamente che troverai un modo per dirlo che nessuno ha mai trovato, così la cosa che devi dire e il modo di dirla si mescolano come una materia unica: indissolubili come se li avessi concepiti insieme».
Questa citazione appartiene a una lettere scritta il 20 ottobre 1936. Dunque la giovane e spavalda Scottie aveva l’invidiabile e insostituibile fortuna di partecipare privatamente a intense ed elaborate lezioni di tecnica narrativa (e non solo) impartite, con pazienza e tenacia, da un insegnante d’eccezione, cioè dall’autore di alcune delle pagine più rigorose e perfette della letteratura americana del Novecento. Non dimentichiamo, per inciso, che Fitzgerald aiutò Hemingway (i due erano amici e a loro modo si stimavano), in lunghe sedute spesso alimentate da toni accesi e battaglieri propositi, a comporre il notissimo Fiesta: per entrambi una prosa densa e concentrata, ma in apparenza limpida e spontanea, scorrevole come l’acqua. Nondimeno Fitzgerald non incita la figlia solo ad affrontare il «mestiere» dello scrittore con rabbia e determinazione, le proibisce anche, per esempio, di fumare, di spendersi troppo dietro a ragazzi superficiali e insignificanti (sono preferibili quelli che hanno un solido futuro economico), di partecipare a continue feste più o meno scolastiche, e così via. La figlia, in ogni caso, dimostra grinta e caparbietà, tiene testa al genitore famoso con energia, gli risponde con garbo e intelligenza: è giovanissima e idealista, estrema-mente vitale, umorale, ama i piacere della vita, ama il rischio, l’azzardo, insomma sembra tutta il padre da giovane! Infatti non a caso Fitzgerald, nei panni del padre premuroso e del sapiente maestro di vita, invita, anche energicamente, la gaudente figlia a non ripetere gli errori da lui stesso commessi da giovane; ciononostante Scottie gli ricorda molto, troppo da vicino la sua tumultuosa e dissoluta vita condotta, con la complicità della moglie Zelda (altra aspirante scrittrice), in anni ormai considerati remoti e definitivamente tramontati. L’autore del Grande Gatsby, rimosso dai lettori, è stato dimenticato da tutti, agisce ormai fuori dalla nuova realtà culturale e sociale che si sta profilando (la seconda guerra mondiale è alle porte), non vende una copia, addirittura gli editori lo evitano, è diventato alcolizzato, il «cinismo dei molto ricchi» gli si è rivoltato contro: gli è rimasto solo l’orgoglio. Ecco allora che manda in uno dei colleges più esclusivi (pur senza poterselo permettere) l’unica figlia che ha e dalla quale spera di ottenere in cambio (simbolicamente) una affettuosa redenzione, una seconda vita ripulita e trasparente, un nuovo marchio di garanzia, una faccia più presentabile per l’aldilà.


Alias – il manifesto, 27 SETTEMBRE 2003  

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