2.10.15

Jack London, il figlio dell’astrologo

Nel 1977, in un paginone dedicato a London, “la Repubblica” pubblicò tra l'altro il sintetico profilo che segue e che “posto” perché mi pare di qualche utilità. (S.L.L.)

Jack London nasce nel 1876 dalla relazione tra Flora Wellmann, maestra di musica e appassionata di spiritismo e W. H. Chaney, strana figura di astrologo-filosofo che abbandona l’amante poco prima della nascita di John (che solo in seguito assumerà lo pseudonimo con cui è famoso: Jack London). La vita del romanziere assomiglia ad un romanzo, precisamente ad un denso e tumultuoso romanzo d’avventure. A quattordici anni lavorava fino a sedici ore al giorno in ima fabbrica di conserve, ma quattro anni dopo è già in viaggio verso i mari orientali, a caccia di foche, esperienza di cui resterà traccia abbondante in Martin Eden (1909). Avventuriero, cercatore d’oro, vagabondo... autore di grande successo: chi era veramente Jack London?
La critica fino a qualche tempo fa liquidava l’abbondante produzione londoniana collocandola sotto
il segno dell’evasione, del romanzo senza aspirazioni propriamente «letterarie», quando non addirittura del romanzo per adolescenti (Il richiamo della foresta, 1903, o Zanna bianca, 1906). Iscrittosi nel 1896 al Partito Socialista, London incarna da un lato il desiderio di riscatto dell’oppresso, il nuovo senso di giustizia che si va diffondendo (su questi temi il lettore può consultare il recente volume antologico di London La lotta di classe e altri saggi sui socialismo Lerici, pagg. 205 lire 4300) e dall’altro inseguendo il mito tutto borghese del successo e della ricchezza. Questa contraddizione, presente anche nei suoi scritti e nei suoi personaggi (l’Ernest Everahard de Il Tallone di ferro, 1907, incarna il mito del rivoluzionario, mentre Martin Eden sarà l'intellettuale pieno di dubbi e angosce) non sarà mai sanata. Al pari di molti altri intellettuali americani della sua generazione, London vivrà un declino senza soste fino alla completa disfatta. Il 22 novembre 1916 muore suicida.

La vita copia il romanzo, dunque, ma, a parte il facile effetto scenografico del London-personag-gio, l’attività dello scrittore resta un capitolo aperto, un «mito» da spiegare.
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