26.9.16

In Spagna con Chopin. Una lettera di George Sand

Nell'autunno del 1979 l’editore Cappelli mandò in libreria un'ampia scelta delle Lettere di George Sand, con prefazione di Angela Bianchini. Il quotidiano “la Repubblica” ne pubblicò alcune come anticipazione. Ne riprendo qui una su un soggiorno della scrittrice in Spagna, insieme a Chopin. (S.L.L.)
 Frédéric Chopin e George Sand

A Charlotte Marliani
BARCELLONA, 15 febbraio 1839 — Mia buona cara, eccomi a Barcellona. Dio faccia che ne esca alla svelta e che non rimetta mai piede in Spagna. È un paese che non mi si addice sotto nessun aspetto e del quale vi dirò la mia impressione quando «ne saremo fuori», come dice Lafontaine. Il clima di Maiorca diventava sempre più funesto per Chopin. Mi sono affrettata a uscirne. Un cenno sui costumi degli abitanti! per lasciare la mia montagna avevo tre leghe di cammino molto scabroso fino a Palma. Conosciamo dieci persone che hanno carrozza, cavalli, muli, ecc. Nessuna ha «potuto» prestarci la sua. Si è dovuto compiere questo tragitto su un barroccio non molleggiato preso a nolo, tanto che Chopin ha avuto uno sbocco di sangue spaventoso quando è arrivato a Palma. E perché questa scortesia? È che Chopin tossisce: in Spagna chiunque tossisca è dichiarato tisico. Chiunque sia tisico, è pestifero, lebbroso, rognoso. Non ci sono abbastanza pietre, bastoni e gendarmi per mandarlo via dappertutto, perché secondo loro la tisi si attacca, e per questo si deve, se si può, ammazzare il malato, come si soffocavano gli arrabbiati 200 anni fa. Quello che vi dico è alla lettera. A Maiorca siamo stati come «paria», a causa della tosse di Chopin e anche perché non andavamo alla messa. I miei figli erano accolti a colpi di pietra, per strada. Dicevano che eravamo «pagani», che ne so? Bisognerebbe scrivere dieci volumi per dare un’idea della viltà, della malafede, dell’egoismo, della bestialità e della cattiveria di questa razza stupida, ladra e bigotta. Credo che non potrò mai più rivedere la faccia di Valldemosa.
Finalmente siamo arrivati a Barcellona, che in confronto ci sembra il paradiso. Abbiamo viaggiato sul battello a vapore in compagnia di 100 maiali, il cui odore infetto e le urla feroci non hanno certo contribuito a guarire Chopin. Ma il povero piccolo sarebbe morto di «spleen» a Maiorca e bisognava farcelo uscire a qualunque prezzo. Mio Dio! se lo conosceste come lo conosco io adesso, lo amereste ancora di più, cara amica. È un angelo di dolcezza, di pazienza e di bontà. Lo curo come un figlio e lui mi ama come sua madre. Dal battello maiorchino siamo stati trasportati sul brigantino francese che è in porto. Il comandante di stazione è molto gentile con noi, la sua nave è un salone per l’eleganza e la pulizia. Il medico della nave ha visitato Chopin e mi ha rassicurato sull’incidente dello sbocco di sangue che durava ancora e che si è finalmente arrestato questa notte all’albergo. Mi ha detto che era un petto eccessivamente delicato, ma che non c’era niente di disperato, che con il riposo e le cure avrebbe presto riacquistato la sua fragile salute...

"la Repubblica", 4 novembre 1979

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