3.6.10

La sinistra e la nazione. Che fare? In dialogo con Pietro Ancona


Non ho la gioia di conoscere di persona il compagno Pietro Ancona, so che come me proviene dall’Agrigentino e apprezzo molte delle cose che scrive nel blog che cura e che ha titolato con doloroso acume “Medioevo sociale”. Mi scuserà pertanto se in questo intervento manifesterò anche nei suoi confronti taluna delle mie pignolerie da insegnante in pensione. E’ un difetto che di quando in quando mia figlia mi fa notare (“ma perché fai sempre il prof?”), ma che forse è incorreggibile.

Entro subito nel merito: un recente intervento di Ancona, dal titolo Nazionalismo della "sinistra" italiana, mi pare dettato più dal rancore (giustificatissimo ma sterile) che dal rigore; la linea di meridionalismo che ne risulta è, di fronte all’aggressività del leghismo, sbagliata e perdente.

D’Ancona comincia con: “La sinistra italiana è sempre stata patriottica e nazionalista”. Quel “sempre”, a mio parere, non ha fondamento.

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La nascita delle nazioni

Partiamo da lontano, dagli uomini della sinistra risorgimentale. Non potevano non essere patriottici, erano loro i padri della patria e, per di più, la loro retorica nazionale si edificava su una storia fantasticata più che studiata. Basta leggere con senso critico l’inno di Mameli per accorgersene: mette indiscriminatamente insieme l’elmo di Scipione e Ferruccio Ferrucci, Legnano, Balilla e i Vespri siciliani. E’ un tipico procedimento esaminato dagli antropologi quello di fondare il futuro su un passato favoleggiato (il siciliano Cocchiara ne fornisce molti esempi quando, nel fondamentale Il mondo alla rovescia, studia i miti millenaristici). Gli storici più acuti (per tutti si veda Nazioni e nazionalismo di Hobsbawm) lo vedono all’opera anche nell’invenzione delle nazioni, che hanno sempre bisogno di “miti”, di un passato di gloria e di potenza da vivificare. Non è un caso che, perfino in quelle terre d’Africa ove prima del colonialismo non c’era nulla che ricordasse l’organizzazione statuale, la nascita delle nazioni in chiave anticoloniale favorisca la diffusione di leggende su antichi, favolosi regni. Nel Vecchio mondo, pertanto, quasi mai si parla di nascita della nazione, semmai di “rinascita”, “resurrezione”, “risorgimento” e simili. Nazioni nuove possono nascere solo nel Nuovo Mondo. C’è un film di Griffith che s’intitola Nascita di una nazione e parla degli Stati Uniti d’America: in verità vi si racconta con toni elegiaci la sconfitta del Sud. Ma c’è nella grande nazione un altro, più potente, mito di fondazione, quello della frontiera, e pertanto i suoi cineasti, veri e propri aedi, non senza un barlume di pietà per i vinti (Toro Seduto come Ettore), preferiscono cantare in centinaia di film l’epopea del West.

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Ma Garibaldi era nazionalista?

Ma, i padri della “patria”, gl’inventori della “nazione italiana” erano nazionalisti? In senso proprio e stretto non direi.

Mazzini, per esempio, fin da principio, affianca alla “Giovane Italia” la “Giovane Europa” e spera che, insieme alla nuova Italia democratica, si costituiscano in repubblica altre nazioni in tutto il continente.

Garibaldi, poi, è dichiaratamente internazionalista e dichiara di esserlo stato assai prima che l’Internazionale venisse fondata (“Io appartenevo all’Internazionale quando servivo la Repubblica del Rio grande e di Montevideo, cioè molto prima che venisse costituita in Europa tale società”). La sua adesione all’Internazionale non si basa sul rifiuto della proprietà o dell’eredità che considera “massime inaccettabili”, ma sui quattro punti che espone all’inglese Arnold: “ 1. Il suo titolo non deve fare punto differenza tra l’Africano e l’Americano, fra l’Europeo e l’Asiatico, e perciò proclama la fratellanza degli uomini, a qualunque nazione appartengano; 2. l’Internazionale non vuole preti né, per conseguenza, menzogna; 3. non vuole eserciti permanenti a perpetuare la guerra, ma una milizia cittadina a mantenere l’ordine; 4. Vuole il governo amministrativo della Comune…”.

Si può ragionevolmente dubitare delle qualità politiche di Garibaldi, imputargli errori e cedimenti che assegnarono alla parte monarchica e moderata l’egemonia nel processo unitario; ma è esagerato definire nazionalista uno che guida un esercito volontario internazionale, che porta italiani e slavi a difendere la repubblica nella Francia del 1871 e che a Lincoln che gli chiede di guidare l’esercito unionista risponde sì, ma a condizione che il presidente Usa dichiari che la guerra è per l’abolizione della schiavitù e non solo per la sottomissione degli stati del Sud secessionisti”.

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I confini scellerati

Andiamo avanti nel tempo. Era nazionalista il movimento operaio socialista? Credo proprio di no. Credo anzi che nella sua parte preponderante si muovesse sulla linea dell’internazionalismo marxiano, per il quale “gli operai non hanno patria”. Mi riferisco non tanto ai massimalisti, ma soprattutto agli esecrati riformisti, che erano in genere internazionalisti senza sbavature. L’Inno di Turati, quello che continuiamo a cantare il primo maggio, in una delle sue strofe fa così:“I confini scellerati / cancelliam dagli emisferi; / i nemici, gli stranieri / non son lungi ma son qui”.

E’ vero peraltro che anche il Partito socialista passò attraverso la “nazionalizzazione del movimento operaio” iniziata dalla socialdemocrazia tedesca e che taluni suoi esponenti di spicco (più della sinistra che della destra interna) si convertirono in tempi diversi al colonialismo e al nazionalismo (uno di loro divenne addirittura “duce del fascismo”); ma è altrettanto vero che nel “radioso maggio” del 1915 i socialisti italiani manifestavano per la pace e che dopo, pur non scegliendo la linea del sabotaggio attivo, i deputati socialisti non votarono i crediti di guerra, a differenza di quanto avevano fatto il partito francese o quello tedesco per affermare il loro carattere “nazionale”. In Germania addirittura i socialisti si divisero in maniera paradossale: i più con l’“ortodosso” Kautsky favorevole alla guerra, in minoranza i pacifisti, con il “revisionista” Bernstein accanto alla rivoluzionaria Rosa Luxemburg.

Si comprende perché nel dopoguerra italiano i fascisti e i nazionalisti (quelli veri, cioè di destra) si scaglino con virulenza contro i socialisti e i neonati comunisti, nemici della guerra e della patria, mutilatori della vittoria.

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La via nazionale del Pci

Per vedere in Italia una sinistra che riabiliti il principio nazionale bisognerà attendere la Resistenza, quando il Pci (assai meno il Psi) recupera il patriottismo risorgimentale in funzione antitedesca. Addirittura i comunisti chiamano “Garibaldi” le brigate partigiane combattenti organizzate sulle montagne e fanno cantare l’antico inno delle camicie rosse:“Va fuori d’Italia…”.

A dare una sistemazione teorica alla cosa è Togliatti, con la svolta di Salerno. Applica “creativamente” la linea di Stalin, che aveva promosso lo scioglimento dell’Internazionale ed indicato ai comunisti e alla classe operaia il compito di “sollevare le bandiere buttate nel fango dalla borghesia”, le bandiere della libertà e dell’indipendenza nazionale. Il “nazionalismo” di Togliatti, di Berti e di molti capi del Pci (l’unica eccezione importante è Terracini) di patrie ne prevedeva due, quella italiana e quella sovietica, ed al dilemma mussoliniano “O Roma o Mosca” sostituiva l’accoppiata “Mosca e Roma”. Nei loro canti i comunisti buttavano loro nel fango la bandiera nera (simbolo della galera), la bandiera bianca (simbolo dell’ignoranza) e, a volte, perfino quella rosa (simbolo di chi riposa), ma nel contrassegno elettorale la falce e martello campeggiava su “due bandiere sovrapposte”, la rossa quasi identica a quella della patria sovietica e la tricolore, di cui si scorgeva un lembo. La “via italiana al socialismo” dell’VIII Congresso (1956) supera la “doppiezza” tra via parlamentare e via insurrezionale, ma sul carattere nazionale del partito non presenta particolari novità.

Su questo punto il compagno Ancona ha pienamente ragione. L’impostazione del Pci negli anni 50 restringe l’orizzonte internazionalista del marxismo: alla classe operaia non si assegna più il ruolo di “classe generale” che “liberando sé stessa libera l’umanità”, ma una più modesta “funzione nazionale”. In questa logica essa si sarebbe dovuta opporre agli egoismi della borghesia industriale monopolistica del nord e del latifondo meridionale e, in generale, delle classi privilegiate, indicando una prospettiva di salvezza e di sviluppo per tutte le categorie produttive. La via nazionale, insomma, è un altro nome della “politica delle alleanze”.

Non so se sia “nazionalismo” la parola giusta per indicare questo atteggiamento. Di solito il lemma indica un ruolo speciale assegnato alla propria nazione nel mondo, un ruolo che giustifica progetti imperiali o quanto meno egemonici. Nella sinistra italiana di tutto ciò non c’è traccia, mentre comincia invece ad esserci quello che chiamerei il “feticcio dell’unità nazionale”.

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Sicilianismo e milazzismo

In Sicilia talora l’italianità si stempera e l’autonomismo si sposa con qualche nostalgia per un’altra nazione, quella siciliana appunto: al Blocco del Popolo prima e poi al Pci del resto aveva aderito Nino Varvaro, uno dei leader della sinistra separatista siciliana.

Sul finire dei 50 Macaluso parla di “unità delle forze autonomiste” contro i monopoli continentali per giustificare il sostegno al governo Milazzo e in molti comunisti dell’isola si risentono toni “sicilianisti”. A sostenere la svolta ci sono Mimì La Cavera, artefice di una scissione in Confindustria (Sicindustria) e l’avvocato Guarrasi, da molti indicato come “la testa del serpente”. Sul tema del sicilianismo io la penso esattamente come Mario Mineo (vedi il documento costitutivo del Centro d’Iniziativa Comunista sul finire del 1970): “… alla borghesia siciliana (come, a suo tempo, ai baroni) il sicilianismo è servito per rivendicare la propria “autonomia” – il proprio diritto cioè di esercitare nei modi tradizionali il potere locale, nei rapporti con il potere centrale, e nei rapporti con le masse soggette, per mantenere il proprio prestigio, scaricando sul potere centrale le responsabilità del malgoverno ed atteggiandosi a protettrice degli interessi e delle tradizioni isolane. In questo senso, si può dire che il sicilianismo è, in ultima analisi l’ideologia della mafia, se per mafia si intende, come deve intendersi , la forma specifica, la genesi e il modo di essere specifico della borghesia siciliana”.

A questo ragionamento non deve essere rimasto insensibile Achille Occhetto, il segretario regionale che, a partire dal 1972, rinverdì “l’unità autonomistica”: ci tenne a spiegare che l’autonomia è cosa diversa dal “sicilianismo” perché si rivolge anche contro i “nemici interni” e non solo contro i “nemici esterni”.

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Unità e solidarietà nazionale

Gli anni settanta sono quelli in cui “l’unità nazionale” e la connessa “solidarietà nazionale” entrano massicciamente nel linguaggio e nella prospettiva politica del Pci. Ancona ricorda i comizi di Berti degli anni cinquanta, io ne ricordo negli anni settanta un paio di Amendola (a Gela e a Palermo) e qualcuno di Napoleone Colajanni, che a volte lo imitava nelle perorazioni finali. La conclusione era spesso un riferimento alla doppia bandiera, soprattutto al tricolore, sugellato dalla frase “viva l’Italia”, con l’aggiunta di “democratica e antifascista”, onde evitare confusioni con Almirante e i neofascisti.

La solidarietà nazionale di cui allora il Pci parlava riguardava le classi sociali (di cui tutti, perfino la Dc interclassista, riconoscevano l’esistenza e la fungibilità politica) e non il territorio della Repubblica, la cui unità nessuno metteva in discussione. Il Pci non si preoccupava pertanto di secessioni che non erano affatto all’orizzonte, ma piuttosto proponeva di sospendere la lotta di classe e la conflittualità sociale di fronte a pericoli che, a sentire i suoi dirigenti, minacciavano l’intera nazione: essi mettevano sul piatto la loro “responsabilità nazionale” e i “sacrifici” dei lavoratori per combattere il golpismo stragista, il terrorismo e la crisi economica. In questo modo si offrivano come forza di governo. E’ noto che l’uccisione di Moro mise termine a quella politica e che il Pci non riuscì a “portare la classe operaia alla guida del Paese”. Il leader del Pci, Enrico Berlinguer, approdò alle posizioni prima respinte come gruppettare o radicali, quelle dell’alternativa alla Dc.

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Anni settanta

Gli anni settanta comportarono dunque un fallimento della sinistra o quanto meno di quella sinistra? Sul piano strettamente politico sì, ma sul piano di cui Ancona parla, quello di un “welfare che garantiva a tutti diritti e spesso benessere e sicurezza”, furono quelli i “migliori anni della nostra vita”: fu allora che quel welfare arrivò davvero, prima non c’era.

Riprendo dal libretto di Giovanni Moro (Anni settanta), per me assai lucido, una lista di riforme conquistate negli anni che vanno dall’autunno caldo del 69 alla marcia dei quarantamila dell’ottobre dell’80, che segnò la dura sconfitta dell’avanguardia operaia di quel tempo, i lavoratori della Fiat di Torino: “Si tratta di riforme con uno spettro molto ampio delle quali, peraltro, non è facile trovare un elenco completo. Erano relative al sistema del welfare (sanità, psichiatria, interruzione della gravidanza, istituzione dei consultori familiari, equo canone per le case in affitto), ai diritti dei lavoratori (statuto dei lavoratori, gabbie salariali, regole della contrattazione collettiva, costituzionalità dello sciopero politico, corsi di formazione delle 150 ore); ai diritti di proprietà (fondi rustici); ai diritti civili (obiezione di coscienza al servizio di leva e istituzione del servizio civile, divorzio, diritto di famiglia, sistema carcerario); ai diritti politici (referendum abrogativi, finanziamento pubblico dei partiti, organi collegiali nelle scuole e nelle università, voto ai diciottenni); all’assetto dello stato (istituzione delle regioni, creazione del ministero dei beni culturali e ambientali, creazione delle istituzioni del decentramento amministrativo, riforma dei servizi segreti e delle forze armate, riforma della televisione di Stato); all’ambiente e al territorio (sentenze sull’inquinamento, norme sull’edificabilità dei suoli, sull’aria, sulla difesa del suolo, sull’acqua)”. Moro peraltro omette quella che non fu una riforma, ma un accordo sindacale, e che è per me, veteroclassista e salarialista come il Foa o il Garavini di quegli anni, la cosa più importante: il punto unico di scala mobile. Queste riforme furono anche conseguenza di un amplissimo movimento di base che percorreva fabbriche, scuole, uffici e caserme, Nord, Sud e Isole.

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Il sacrificio del Sud

Lo stato sociale, dunque, arriva in Italia assai tardi e porta assai visibile il segno del movimento operaio: le pensioni ai contadini e alle casalinghe sono affidate all’Inps e pagate in primo luogo con le contribuzioni che vengono dal lavoro operaio. Queste precisazioni sui tempi danno ancora un volta ragione al compagno Ancona, forse più di quanto lui stesso non creda. Per gran parte degli anni sessanta del Novecento il welfare e la coesione sociale di cui lui scrive non c’erano; c’era invece la massiccia emigrazione che spopolava il Sud delle energie più vive. Il Meridione e le Isole erano usati come riserva di manodopera e mercato di sbocco, neanche fossero colonie. Insomma voglio dire che i meridionali sono in credito con lo Stato nazionale non solo per ciò che accadde nell’Ottocento monarchico, ma anche per quanto è accaduto nell’Italia repubblicana e democristiana.

In questa luce è giusto recuperare la lettura gramsciana del Risorgimento come conquista regia e come rivoluzione agraria mancata e riaprire anche le pagine del decennio 1860-1870, ma senza smarrire il senso della distinzione. Nel Meridione d’Italia quello che fu chiamato brigantaggio fu una guerra e una guerriglia di resistenza da parte delle popolazioni; quello che fu chiamato repressione del brigantaggio fu guerra di conquista. L’esercito piemontese compì nel Sud d’Italia deportazioni e massacri simili a quelli degli israeliani contro i palestinesi e rappresaglie paragonabili alla strage di Marzabotto; ma è innegabile, d’altra parte, che ad egemonizzare la resistenza del Sud fossero sanfedisti e legittimisti. Non voglio qui sminuire la lotta dei vinti né giustificare la barbarie dei vincitori, solo dire che quei capi contadini chiamati briganti, quei preti che li appoggiavano, quei cafoni che li seguivano non erano portatori di un progetto di liberazione e di progresso, ma piuttosto gli eredi delle armate cardinale Ruffo che impiccarono “donna Lionora” nella piazza del mercato, quando nel 1799 cadde la Repubblica giacobina e borghese.

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La specificità siciliana

In Sicilia le cose non andarono allo stesso modo, anche per la diversa situazione storica. Il Borbone per i cafoni della bassa Italia era il Re, per i villani siciliani era il Re di Napoli. Anche per questo i “picciotti” che ingrossarono la spedizione dei Mille non venivano solo dalla borghesia o dall’aristocrazia liberaleggiante, ma anche e soprattutto dal mondo contadino. Nell’episodio di Bronte, anche nell’analisi della trasfigurazione letteraria che ne fece Verga, si è molto spesso sottolineata la violenza della rivolta o la durezza della repressione; la cosa più importante è invece la speranza che l’arrivo di Garibaldi suscita e il significato che acquista per i contadini la parola “libertà”, inscindibile dalla parola “terra”, come nel film di Ken Loach. Poi arriva Bixio e i garibaldini scelgono l’ordine dei ceti proprietari invece della libertà dei villani.

Ciò nonostante l’unica rivolta che in Sicilia si svolge nel decennio 1860-1870, quella del Sette e Mezzo nel 1866, non ha i caratteri sanfedisti del cosiddetto “brigantaggio” meridionale, ma conserva connotazioni garibaldine, “di sinistra”. A spogliare la Sicilia, impadronendosi di usi civici, terre demaniali e beni ecclesiastici, del resto non sono i piemontesi, ma la “borghesia mafiosa”, i Sedara del Gattopardo, una borghesia violenta e famelica che perpetua il peggio del latifondismo baronale e succhia il sangue ai contadini mentre sventola il tricolore. Ma, ancora nel movimento dei Fasci dei primi anni Novanta del diciannovesimo secolo, non mancherà chi si richiamerà all’esperienza garibaldina.

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I socialisti e la questione meridionale

In ogni caso è vero che tra le stesse classi subalterne del Nord e del Sud si determina un distacco cui neppure il socialismo del primo Novecento si sottrae. Un meridionalista democratico che aveva simpatizzato per il partito socialista, come Gaetano Salvemini, se ne allontana quando nel dialogo tra Giolitti e Turati intravede un “blocco corporativo” tra gli operai e gl’industriali del “triangolo” Milano-Torino-Genova, in funzione anticontadina e antimeridionale.

La svolta nell’approccio del movimento operaio alla questione meridionale si ha solo con il Gramsci dell’“Ordine nuovo”. Essa culmina con l’analisi delle classi nella società italiana, appena abbozzata ma fondamentalmente corretta, che sostanzia le tesi di Lione del PcdI nel 1926.

L’impostazione gramsciana rompe con l’impostazione sostanzialmente razzista che era circolata anche all’interno del socialismo riformista. Rileggiamone un passo, ché fa sempre bene: “E’ noto quale ideologia sia stata diffusa in forma capillare dai propagandisti della borghesia nelle massse del Settentrione: il Mezzogiorno è la palla di piombo che impedisce più rapidi progressi allo sviluppo civile d’Italia; i meridionali sono biologicamente degli esseri inferiori, dei semibarbari o dei barbari completi per destino naturale; se il Mezzogiorno è arretrato la colpa non è del sistema capitalistico o di qualche altra causa storica, ma della natura che ha fatto i meridionali poltroni, incapaci, criminali, barbari, temperando questa sorte matrigna con la esplosione puramente individuale di grandi geni, che sono come le solitarie palme in un arido e sterile deserto. Il partito socialista fu in gran parte il veicolo di questa ideologia borghese nel proletariato settentrionale”.

Per Gramsci il modello di sviluppo dualistico che caratterizza l’Italia ha altre ragioni: non l’azione cieca delle leggi del mercato, ma l’azione politica delle classi dominanti nello Stato unitario e peculiarmente l’alleanza suggellata dal patto protezionistico del 1887, quello che sancisce il blocco storico tra industriali del Nord e agrari del Sud e delle Isole, l’asse che determina la composizione e l’orientamento dei gruppi dirigenti fino a tutto il periodo fascista.

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Leggende contrapposte

Forse è qui il caso di fare il punto su una questione storiografica che continua ad essere sullo sfondo di molte polemiche attuali. Essa è rappresentata da un paio di domande. Qual era la condizione economica del Sud rispetto al resto d’Italia al momento dell’unità? Dall’unità il Sud guadagnò o perse?

Credo che la leggenda di un Mezzogiorno caratterizzato da un “ritardo storico”, indiscriminatamente e assolutamente feudale, propagandata dai “nordisti”, sia altrettanto falsa di quella di un Sud d’Italia industrialmente avanzato raccontato dalla pamphlettistica filoborbonica o di una ricca Sicilia navale, vinicola, granaria e zolfifera inventata dal sicilianismo mafioso.

Gli studiosi più avvertiti della più aggiornata storiografia economica ci dicono che nel 1861 l’Italia è arretrata al Sud come al Nord, che piccoli e rari poli di sviluppo capitalistico si trovano sia al Sud che al Nord, nell’agricoltura come nell’industria, e che se proprio si dovesse assegnare la palma del sottosviluppo essa andrebbe al Centro, all’immobilità clericale e feudale dei domini del Papa.

La stessa storiografia ci dice peraltro che le condizioni economiche del Sud, di tutto il Sud, peggiorarono con l’unità, perché ad esso fu sottratta, soprattutto attraverso la politica fiscale, una grande quantità di capitali che finanziarono l’infrastrutturazione e lo sviluppo capitalistico del Nord.

Ma dall’arretratezza del Sud non guadagnano solo i capitalisti del Nordovest (il Veneto è altra cosa), ma anche gli agrari e i ceti parassitari del Mezzogiorno che fondano il loro potere economico proprio sull’arretratezza. Tutto ciò sembra confermare l’approccio classista di Gramsci contro l’interclassismo del vecchio meridionalismo: non c’è un Settentrione sfruttatore e un Mazzogiorno sfruttato, ma ci sono sfruttatori e sfruttati sia al Nord che al Sud e il dualismo economico è funzionale al blocco storico dominante.

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Il Pci, la nazione, il welfare

Il secondo dopoguerra vedrà, almeno in parte, colmata la distanza tra sfruttati del Nord e del Sud. Merito di comunisti e socialisti che riescono ad organizzare la parte più combattiva delle masse sfruttate in tutto il paese: i contadini delle campagne del Sud che lottano per la terra contro il latifondo, i muratori e gli operai delle città meridionali che cercano lavoro, i mezzadri del centro Italia che respingono gli antichi patti agrari di stampo feudale, gli operai del triangolo i cui salari e diritti sono, al tempo della ricostruzione postbellica, fortemente compressi.

E tuttavia il dualismo economico permane nell’Italia repubblicana ed è ancora il Sud a pagare, come ho già detto, il prezzo del boom degli anni cinquanta e sessanta. Ha ragione Ancona: è lo stato sociale a garantire la tenuta unitaria, anche territoriale, della Repubblica. E lo stato sociale, in Italia, costruito come si è visto soprattutto negli anni Settanta, è prodotto da diverse spinte: le lotte operaie, sindacali e sociali; il Pci, partito nazionale, non tanto per il richiamo al Risorgimento, ma per la formazione politico-culturale dei suoi quadri di ogni latitudine; l’altro partito nazione, la Dc, che nel welfare introduce una peculiare impronta familistica e clientelare.

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Dopo l’89

Il passaggio dell’89 vede il crollo del progetto comunista del XX secolo così profondamente segnato dallo stalinismo. In Italia crolla il sistema politico della cosiddetta Prima repubblica e tre fenomeni politici sembrano accompagnare i nuovi assetti.

Primo: la “pancia” del paese, rappresentata dai gruppi privilegiati di ogni tipo (dalle corporazioni professionali ai costruttori, dai manager agli alti burocrati, da proprietari e rentiers di ogni tipo) si libera delle remore democristiane e sceglie una nuova destra, liberista, populista e autoritaria, erede storica del fascismo che si incarna in Berlusconi, trova veicolo nelle sue tv e trascina demagogicamente pezzi importanti di “popolo basso”.

Secondo: il grosso del ceto politico del Pci si produce in una grande operazione trasformistica, abbandonando ogni profilo classista, coniugando liberismo temperato e buonismo valoriale e mischiandosi con i postdemocristiani nella ricerca di consensi in quello che è spregiudicatamente chiamato “mercato politico”. Sul piano elettorale la sua base prevalente è il pubblico impiego.

Terzo: al Nord si afferma un movimento che ha il suo nerbo nella piccola borghesia dei padroncini e dei piccoli professionisti falliti (commercialisti, geometri, ragionieri, avvocati, dentisti). Esso gioca sulle paure connesse alla globalizzazione liberistica e, su basi razzistiche, propaganda un egoismo territoriale che alla fine si incontra con l’egoismo sociale della nuova destra. Come i nazisti nella Germania degli anni trenta, i Leghisti del Nord Italia usano come bersaglio l’opportunismo carrieristico e il vuoto di politica presente nella sinistra, anche estrema, per penetrare tra gli operai e conquistarne l’adesione in nome di una inventatissima “Padania”.

Il risultato di tutto ciò è l’aumento di tutte le disuguaglianze, tra ricchi e poveri, tra padroni e operai, tra redditieri e nullatenenti, tra dirigenti e diretti nel lavoro pubblico, tra Nord e Sud. Il lavoro è stato deregolato e i lavoratori sono stati messi sotto in nome del liberismo; lo stato sociale è in via di smantellamento, l’obiettivo dichiarato del federalismo sono livelli diversi di protezione sociale nelle diverse aree del paese.

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Uno stato del Sud?

Torniamo ad Ancona. Anche lui è “modernista” e rifiuta il concetto di classe o almeno non ne percepisce la fungibilità politica attuale. E sussume la “classe operaia” in un generico “lavoratori”, mentre per la classe dominante parla di ceti. E’ innegabile che la classe operaia è ormai “un volgo disperso che nome non ha” e che ormai, senza autonomia politica e organizzativa, esiste tutt’al più come “classe in sé” e non come “classe per sé”. Ma si può cambiare la situazione senza avviare un processo di ricostruzione?

Entro nel merito. Dire oggi che la Lega e il suo egoismo territoriale oscillante tra secessione e federalismo rappresenti l’eredità delle forze che asservirono il Sud dell’Italia è una lettura un po’ grossolana. Bossi e Calderoli eredi della Destra Storica, il gruppo dirigente più colto e meno corrotto che l’Italia unita abbia avuto? Non ci crederei neanche di fronte a un dettagliatissimo albero genealogico. Il successo della Lega ha altre radici. E’ giusto battersi per un lettura della storia meno pacificata e più veritiera del rapporto Nord-Sud, sia per l’Ottocento che per il Novecento, ma questa battaglia culturale, pur necessaria, non dà di per sé una strategia, una prospettiva credibile. Ancona individua un pilastro da abbattere, il liberismo, ed anche dei nemici da sconfiggere (i ceti privilegiati tradizionali cui giustamente aggiunge una famelica Oligarchia, cioè il ceto politico allargato). Ma non nomina neppure le forze motrici della lotta che propone. Parla di sinistra, ma non s’intende a chi si riferisca. E in ogni modo la sinistra politicamente e sindacalmente attiva, anche usando i criteri più larghi, è oggi poca cosa.

Credo tuttavia di indovinare il non esplicitato: il racconto veridico del Risorgimento dovrebbe, potrebbe mobilitare il popolo meridionale.

Mah! Se raccontiamo che l’Unità d’Italia fu una conquista, che il Sud fu sacrificato e sfruttato, che ci furono carneficine a Forte Fenestrelle e a Pontelandolfo e altrove, può darsi che persino i leghisti e i preti ci diano ragione e dicano che è tutta colpa dei frammassoni senza religione, di Vittorio Emanuele, di Camillo Benso e di Garibaldi che sottomisero il Sud e tradirono il Nord. Ma non cacceranno un euro. E corriamo un rischio anche più grave: di trovare a darci ragione Lombardo. O Cuffaro. O anche tutti e due.

Se poi la parola d’ordine diventasse “non siete voi a cacciarci, siamo noi che ce ne andiamo”, potremmo anche vincere, con l’aiuto dei nostri nemici. Ma, una volta indipendenti, che facciamo? Cerchiamo un Borbone in qualche parte del mondo che ci faccia da re? O, con i rapporti sociali oggi vigenti, facciamo del Sud un’Albania, un Montenegro o un altro stato franco delle mafie? Sarebbe una cura peggiore del male. Sul risentimento non si costruisce niente di buono.

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Una sinistra di classe

C’è, per finire, un’altra cosa che non digerisco: dare per persi a una politica di progresso gli operai del Nord, che peraltro stanno soffrendo fortemente la crisi. E’ accaduto loro come agli operai tedeschi negli anni trenta: si sono lasciati sedurre dalle sirene del razzismo e dell’identità, nella persuasione di essere più protetti nelle mani di Bossi e dei suoi caporali. E’ normale: perdono da vent’anni salario e diritti, oggi stanno perdendo il lavoro. La Lega e la destra offrono sicurezza e vicinanza contro la concorrenza dell’intruso meridionale, non importa di quale meridione, gli altri neppure quello. Ma il tempo della verità potrebbe arrivare presto. Ce la facciamo ad avere per quel momento una buona sinistra? Io, se fossi in salute, comincerei dal sindacato. Poi dal “manifesto”. Poi da Vendola. In mancanza comincio da qui. E soprattutto da “micropolis”.

2.6.10

Vendola: questione democratica e questione sociale.

Domenica 30 maggio Nichi Vendola, in una intervista per “l’Unità”, ha risposto a Paola Natalicchio a proposito della legge sulle intercettazioni attualmente in discussione in Parlamento.

Credo che nessuno abbia proposto con tanta chiarezza un aspetto della normativa in discussione: il suo carattere dichiaratamente classista, il suo essere destinata a proteggere i misteri (ed eventualmente i reati) dei potenti della politica, della finanza, della burocrazia, dell’economia, della magistratura, del’esercito e della mafia. Non una legge ad personam, forse, ma una legge ad personas sì. E ciò spiega anche la prudenza di certe opposizioni parlamentari di centro e di centrosinistra nel contrastare in radice una legge da cui più d’uno, anche nelle loro file, potrebbe trarre motivi di tranquillità e di sicurezza. Riproduco qui ampi stralci dell’intervista per comodità dei visitatori, ma vorrei fare una aggiunta particolare.

In Umbria (come altrove, immagino) a diversi Comuni di sinistra, con il sostegno entusiastico delle destre, è saltato il ghiribizzo di fare installere per strade e piazze telecamere. Un po’per placare la domanda (mediaticamente indotta) di sicurezza, un po’ per stimolare la produzione di sistemi di controllo. Il combinato disposto dei progetti del governo centrale e delle iniziative dei governi locali risulta pertanto essere: “proteggere il Palazzo, controllare i tuguri”. Mi risulta che gli unici a denunciare questo spionaggio sui passanti (senza molte garanzie sull’uso delle registrazioni, magari contro chi protesta o fa volantinaggio) siamo stati noi di “micropolis”, in particolare Maurizio Mori, vecchio trotzkista libertario. Nel frattempo Stefano Vinti, il gran rifondarolo, organizzava assemblee sulla sicurezza, chiedendo controlli e poliziotti in ogni anfratto, come nella Russia di Stalin e Brezhnev. Speriamo che da assessore alle palazzine non pretenda che le costruiscano con incorporate le telecamere per inquadrare la strada (S.L.L.).

Nichi Vendola: «Le intercettazioni? Strumenti pericolosi, perché violano i santuari del potere».

I giornalisti dell’Unità hanno deciso di disobbedire alla nuova legge sulle intercettazioni. Se passerà in Parlamento noi non la rispetteremo. Cosa pensa di questa iniziativa?

«Dobbiamo iniziare a immaginare la diffusione di una pratica di disobbedienza civile a fronte di leggi che hanno un tasso di violenza istituzionale così evidente, così palpabile e così insopportabile. Il punto è uscire dallo schema consueto di una battaglia di opposizione il cui punto fondamentale è l’emendamento. Dobbiamo invece provare a riconnettere il senso di quello che accade nelle istituzioni alla sensibilità del Paese. Abbiamo bisogno davvero di ricostruire un elemento di indignazione nei confronti delle molteplici e organiche aggressioni al diritto di libertà, al diritto di essere informati e a una serie importanti di diritti costituzionali».

Pochi giorni fa lei stesso ha dichiarato che senza questa legge non avrebbe potuto mandare via i suoi assessori dalla vecchia giunta...

«È così. Le intercettazioni telefoniche servono non solo come strumento di contrasto ma anche come strumento di difesa. Certo, vanno usate in maniera ben vincolata e fuori da qualunque abuso. E non c’è dubbio che l’abuso c’è stato in questi anni. Ma sono uno strumento fondamentale, tanto più perché i fenomeni criminali reali hanno un carattere transnazionale e riguardano la criminalità economica e la criminalità mafiosa. Il problema è che in questo paese ormai il concetto di criminalità è applicato solo a tutta la sfera della marginalità sociale. Si sta lavorando alacremente per rimettere in pista il “doppio codice”».

In che senso? Cosa intende per doppio codice?

«Da un lato c’è il codice penale per i galantuomini, cioè i colletti bianchi, i ricchi e i potenti, che sono dentro una specie di ontologica innocenza. Dall’altro il codice per i briganti che oggi sono i nuovi poveri, prevalentemente stranieri, sempre e comunque colpevoli. L’immunità per le classi dirigenti e la criminalizzazione e la colpevolizzazione della povertà. Le intercettazioni non servono a catturare e colpire un clandestino extracomunitario. Servono per andare a vedere cosa c’è dietro la patina di perbenismo, dietro la retorica pubblicitaria che cinge le “magnifiche sorti e progressive” di questa classe dirigente».

Per molti anni, come parlamentare, lei è stato in prima linea nella lotta alla mafia. L’impegno in Commissione antimafia le è costato minacce, è stato messo sotto scorta... Questa legge colpisce anche la lotta alla mafia: siamo davanti a un cambiamento radicale?

«Lo dicono tutti i procuratori antimafia. Lo dice il procuratore generale Grasso. Lo dice l’amministrazione nordamericana, i cui apparati repressivi di intelligence e di contrasto restano a bocca aperta dinanzi al fatto che noi stiamo praticando questa specie di harakiri, cioè l’impedimento al contrasto più raffinato».

Disobbedire però è possibile. E sono con noi in questa battaglia anche personalità del mondo della cultura e dell’arte: Dario Fo, Francesco Guccini, Ascanio Celestini e molti altri. Possono servire a creare un movimento di opinione più vasto?

«A condizione che questa battaglia si connetta con l’altra battaglia: quella per la questione sociale. Lo dico con una battuta: non ci vuole un’intercettazione telefonica per conoscere le intenzioni del ministro Sacconi sullo statuto dei diritti dei lavoratori. Se non si coglie la connessione tra l’attacco ai diritti di libertà, l’attacco ai diritti sociali e l’attacco ai diritti umani che si sono impastati in questi ultimi anni, facendo quel “pane cattivo” del berlusconismo che mangiamo tutti i giorni, la battaglia diventa difficile. Se quella degli strumenti di indagine diventa una battaglia elitaria e autoreferenziale è una battaglia perduta. Dobbiamo farne una grande questione di giustizia sociale.

Fondamentalismo (di Alfonso Maria Di Nola – da “Giano” N. 11 maggio-agosto 1992)

Nei primi anni Novanta la rivista “Giano. Ricerche per la pace”, diretta da Luigi Cortesi, inserì nelle proprie pagine la rubrica “Lessico”, cercando di dare senso alle parole che al tempo si incontravano con il movimento della pace, impegnato dopo la fine dell’Urss nel contrastare il progetto unipolare di dominio del mondo intrapreso da Reagan e continuato da Bush padre, che, come ognuno può vedere, ha prodotto danni incalcolabili, in primis agli stessi Stati Uniti. Riprendo qui, con lievi rimaneggiamenti, la voce Fondamentalismo, curata da Alfonso Maria Di Nola, marxista e antropologo di grande spessore, a lungo collaboratore de “il manifesto”. Nonostante il tanto che è avvenuto dopo (i talebani, l’11 settembre, le guerre in Afghanistan, in Iraq e in Libano, Hamas ed Hebzollah), il testo mi pare tuttora utilissimo a comprendere di che cosa stimo parlando (S.L.L.).


La crescita delle realtà storiche e culturali, che vengono comprese sotto il termine generico di Islam, ha comportato la proliferazione aggressiva di un linguaggio giornalistico troppo spesso impreciso e improprio, che, del resto, sottende non soltanto formali anomalie lessicali, ma travisamento dei dati concreti che soggiacevano alle parole. Basti pensare che in tutti questi anni di inevitabili rapporti con le molteplici presenze islamiche, i nostri giornali continuano a discutere della gihad al femminile, laddove il termine in arabo è maschile (un po’ come se gli arabi parlassero della papa e del guerra).

Questa arbitraria trasformazione di genere di un sostantivo, ormai cristallizzata e consolidata, potrebbe restare soltanto uno strafalcione lessicale e rivelare unicamente la superficialità di quanti rifiutano di prendere conoscenza degli istituti di universi culturali sui quali quotidianamente discutono. Ma ben più gravi situazioni meritano l’attenzione dello studioso e del lettore comune. Il rapporto di ostilità e di emarginazione con molta parte del mondo arabo ha fatto esplodere nel linguaggio corrente una confusa costellazione terminologico-concettuale, quella enucleata intorno ai lessemi fondamentalismo-integralismo-estremismo, per rappresentare correnti, atteggiamenti scelte ideologiche e politiche arabe e, in genere, musulmane. Si è, quindi, tenuti ad una definizione più attento di tale terminologia, come tentativo di precomprensione storico-logico dei dati cui esse si riferisce.

La prima osservazione antropologica da avanzare – indipendentemente dai legittimi giudizi di valore sui dati indicati con i termini – sta nel dovere di costatare che, utilizzando la costellazione indicata (fondamentalismo-integralismo-estremismo), siamo vittime o intenzionali portatori di una ideologia etnocentrica che qui si rivela nell’indebita e incongrua applicazioni semantiche nate e nutrite all’interno della cultura occidentale, a statuti culturali radicalmente diversi. Sempre a titolo di premessa va tenuto presente che la nostra è una cultura empirico-tecnologica, espressa in modelli settorializzati e fra loro incomunicabili, che correntemente si riflettono nella schizofrenia culturale di una conflittuale compresenza dell’adesione a schemi di conoscenza razionale del mondo e a fantasmi persistenti di un piano religioso-mitico di matrice arcaica.

L’Islàm, con altre civiltà, si inserisce in quella categoria di culture che l’antropologia francese di Poirier e Balandier indica come “globali” o “integrate” o anche con il termine di économie sacralisée. Vale a dire che nell’Islàm, o almeno nella prevalenza delle sue forme storiche anche attuali, il mondo delle umane fatiche, delle lotte, dell’economia non trovano una reale cesura dal mondo della trascendenza o, se si vuole, dall’invadente presenza di Allah e del suo messaggio. Il che significa che Occidente e Islàm esprimono il loro essere attraverso due codici radicalmente diversi ed incomunicabili; e che il dato storico in cui ci si imbatte da almeno un secolo sta nella permanente erosione occidentale del sistema ideologico “globale” e “integrato” dell’Islàm quasi che la democrazia, nata da un lungo travaglio della rivoluzione borghese, possa essere artificiosamente applicata a una società che non ha attraversato le varie fasi storiche che hanno portato alle divisioni classiste occidentali.

Insomma nell’attuale situazione è anche da individuare un preciso processo di ripulsa di quelle forme “democratiche” che si sono costantemente associate al colonialismo culturale dell’Occidente. alle spalle di questa ribellione coesiste, naturalmente, un interesse della classe clericale alla conservazione della propria funzione direzionale all’interno di una società deteriorata dal sottosviluppo economico.

Questa premessa consente di entrare, forse con migliore orientamento, nella selva terminologica della quale abbiamo parlato. “Fondamentalismo" è un lessema colonialistico occidentale che applica alla società musulmana (umma), estremamente complessa, una qualità propria dei cristianesimi di matrice anglo-americana.

Fin dai principi del Novecento, nelle dinamiche della realtà religiosa americana e inglese si delineò un movimento che, per sintesi, si suole indicare come Fundamental Church o Fundamentalism, movimento decisamente reazionario e conservatore che respingeva da un lato la proliferazione parassitaria dei culti cattolici, e da un altro optava per un cristianesimo “integralista” fondato sulla Bibbia ed ostile a tutte le acquisizioni della scienza contemporanea (i Fondamentalisti hanno ottenuto in diversi momenti e in molte scuole la soppressione della teoria evoluzionistica sull’origine della specie). Questo fondamentalismo, che tuttora investe l’assoluta maggioranza delle confessioni religiose in Usa, trovò il suo ardente rappresentante in Ronald Reagan, il quale vedeva , secondo l’interpretazione letterale della Bibbia, il mondo spaccato in una dicotomia Cristo-Diavolo, nella quale il rappresentante del diavolo era addirittura il patetico Gorbaciov che ora gli stringe la mano. Mezzi televisivi imponenti, per quanto squallidi e barbarici, hanno diffuso per decenni questo messaggio negli Usa e sono arrivati in Italia attraverso i movimenti “missionari” americani.

Nell’Islàm la determinazione scientifica del termine è estremamente incerta. In senso generale, perché, essendo l’Islàm cultura di tipo globale o integrato, il carattere dell’integralismo ha una connessione diretta con le stesse radici del messaggio profetico di Muhammad, il quale non ammette altra fondabilità dello Stato politico se non quella della legge religiosa (sharia). Ma nei secoli l’Islàm ha avvertito profonde scosse nel suo rapporto con le democrazie occidentali (fino al punto che il fiqh, il diritto, ha superato talora il problema di una non fondabilità di un diritto internazionale fra gli Stati islamici). Al momento attuale molti paesi islamici avvertono la sostanziale delusione dei tentativi di applicazione della teoria democratica alla condizione attuale dei credenti. Quella teoria è vista come lo spettro coloniale, come il fantasma creato dai dominatori. E perciò fondamentalismo diviene un itinerario, per noi incomprensibile, di totale recupero dell’identità storica nel seno del Corano e delle scuole da esso derivate.

In questo senso il fondamentalismo, direttamente connesso al messaggio del Profeta, diviene anche “integralismo”, come tentativo di riacquisizione di una propria identità nel mondo e nella radicalità della propria cultura. E si tratta di un integralismo ben distante da quello consueto nel mondo occidentale: l’integralismo, per esempio, dei La Pira e dei Fanfani, che vivevano nel delirio di una rifondata res publica cristiana, ora proiettata nei disordinati sogni di Giovanni Paolo II; o l’integralismo del dominium mundi proclamato recentemente dal Pentagono.

Vi parlo dei proletari: sono il 98% del mondo (di Edoardo Sanguineti - da "l'Unità" - 30 marzo 2006)

Come si diventa materialisti storici

Alla domanda perché non posso non dirmi materialista storico – almeno io non posso non dirmi tale – la mia risposta (basata su argomenti personali, la mia storia, e teorici) potrebbe essere questa. Se ci opponiamo alle condizioni concrete della società, se critichiamo lo sviluppo capitalistico e le sue forme e alle condizioni di sfruttamento che il capitalismo pratica per essere tale e poter sussistere e svilupparsi, e se vogliamo sottrarci a questa prospettiva, non si può che partire da una posizione di rivolta e consolidarla poi in una posizione di rivoluzione.
Passando, cioè, a una consapevolezza storica di quelli che sono i rapporti di classe. Allora, il vero problema è la coscienza di classe: come questa si determina, si organizza in modo adeguato a quelle che sono di volta in volta le condizioni storiche, che mutano nel tempo e nello spazio e, all’interno di un medesimo tempo e un medesimo spazio, anche in rapporto a quelle che sono le posizioni conflittuali delle diverse classi. Credo che, se si giunge a comprendere il senso reale di un testo molto limpido, come è il Manifesto del Partito Comunista di Marx e Engels, non si può non arrivare alla determinazione che, in ultima istanza, per ragioni economico-sociali, le classi che si oppongono si riducono a due: il proletariato e la borghesia capitalistica. Nel concreto storico, allo stato attuale, il capitale finanziario.

E a questo punto il processo diventa irreversibile. Non è possibile, una volta acquisita questa consapevolezza, abbandonarla, salvo per delle ragioni che sono di debolezza di diagnosi e di incapacità di cogliere quello che la realtà ci offre. La tradizione teorica della sinistra ci dice che il proletariato, per le sue condizioni concrete e storiche, non ha necessariamente coscienza di classe e che pur essendo, effettivamente e puntualmente, in una condizione di sfruttamento, non sempre acquista coscienza di ciò. È dall’esterno della classe proletaria che arriva la consapevolezza di un atteggiamento realmente critico della realtà, di una filosofia della prassi che permetta un’azione politica coerente, un progetto rivoluzionario. Il problema allora è: chi porta questa consapevolezza? (Gramsci direbbe l’intellettuale). E, come diventa, colui che porta questa consapevolezza, un materialista storico?

Come hanno fatto ad arrivarci due borghesi come Marx e Engels? Noi abbiamo una tradizione molto ricca (Lenin, Lucàks, Benjamin, Gramsci, Brecht, per citare i classici essenziali), ma loro due no. Marx lo ha spiegato abbastanza bene. In linea generale credo si possa dire che il passaggio da una posizione che chiamerei anarchica – quella dell’uomo in rivolta, che del resto è la formula usata da Camus – a una posizione invece storicamente articolata e consapevole, avviene attraverso un processo che è, insieme, pratico e teorico. Pratico vuol dire che si pone la questione di superare i conflitti così come si presentano nella loro crudezza, in un mondo di cui si comprendono le ragioni, le radici e il valore rivoluzionario sviluppato dalla borghesia. Il secondo, che ci viene dalle prime pagine del Manifesto, è porsi il problema se questa posizione sia superabile o no, se si possa andare o no al di là della situazione capitalistica.

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Siamo tutti in esubero

Questo mi pare sia la radice di tutta la questione. Oggi il proletariato, a livello planetario, rappresenta il 98 per cento dell’umanità. Ma, altrettanto a livello planetario, oggi assistiamo a una grande debolezza di coscienza proletaria e comunista. Attraverso la globalizzazione capitalistica si è verificata la sconfitta di una prospettiva alternativa, con riferimento a delle forze precise, storicamente organizzate: crisi di stati e crisi di partiti, la fine del comunismo come esperienza di socialismo reale. A partire da questo momento, è soltanto una condizione veramente disperata di vita, l’insorgere di bisogni elementari insoddisfatti, che può spingere in maniera decisa verso una posizione di dissenso e di contrasto nei confronti dell’ordine delle cose. L’insoddisfazione e il senso di difficoltà a realizzare i propri desideri, riescono ad acquistare significato, sia personale che collettivo, soltanto di fronte a delle difficoltà estremamente dure nel concreto dell’esistenza.

Non trovo un lavoro, trovo un lavoro esclusivamente precario, non riesco a inserirmi nella società perché sono immigrato o perché la mia condizione è marginale, vivo in periferia o in ambienti di degrado sociale… Per un poco queste cose possono essere attenuate dall’apparato alienante della cultura borghese (il fascino della merce, il grande magazzino, il divertimento, la caccia al prodotto che hanno tutti gli amici, il trovarsi insieme in maniera disorganica attraverso spettacoli e giochi di massa) e riversarsi nella famiglia, per chi ce l’ha. Ma la famiglia oggi non regge più: padri indebitati, figli che non vedono soddisfatte le loro richieste esistenziali e di crescita, abbandono di ogni interesse culturale.

Risultato: una condizione infelice e demotivata. Quando queste condizioni diventano assolutamente insostenibili, questo decadimento sociale o questa impossibilità di arrivare a quello che ieri il fratello maggiore, o gli amici più grandi, ancora riuscivano a raggiungere, costringe a una posizione di insubordinazione e di rivolta. I co.co.co cominciano ad acquistare coscienza che la condizione di lavoro precario non è quella felice mobilità che viene vantata dal potere, per cui oggi faccio una cosa, domani un’altra ed è bello (che è una cosa che hanno sempre fatto solo i capitalisti).

A un certo momento, secondo la proposizione di base «non si arriva alla fine del mese», scoppia la rivolta. In questa condizione di infelicità e assenza di motivazioni, tra l’altro, la seduzione della violenza e delle organizzazioni criminali è forte. E viene utilizzata dal potere come indizio di corruzione che deve essere repressa. Questo è il tempo in cui il capitalismo, attraverso un fortissimo sviluppo tecnologico, ha pochissimo bisogno di forza lavoro, e si arriva a una soluzione paradossale di una società composta di persone che sono in esubero fondamentale, strutturale. Siamo tutti in esubero. Se non lo siamo già, lo saremo. Viviamo in una società di precariato strutturale, e quello che è il centro dell’esperienza umana, cioè la pratica del lavoro – non a caso la nostra Repubblica è fondata sul lavoro e nei suoi articoli iniziali della Costituzione dice subito che il lavoro è un diritto e un dovere e identifica la condizione del cittadino con quella del lavoratore – viene meno. Il problema diventa come far soldi senza passare attraverso il lavoro.

Facendosi «imprenditori di se stessi», secondo il noto motto. Che è una frase totalmente priva di senso, perché l’imprenditore, precisamente, è colui che si organizza in modo da sfruttare il lavoro degli altri, e quindi io dovrei diventare lo sfruttatore di me stesso, essere sfruttatori di se stessi vuol dire essere vittime, succubi di qualsiasi spinta possibile fino a quella condizione perfetta che è l’essere totalmente superflui, e quindi non trovare nessun tipo di lavoro.

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La sola alternativa a Berlusconi

Berlusconi ha ragione su un punto che è un punto centrale: quando lui vede in tutti quelli che non sono berlusconiani dei comunisti. La sua è una diagnosi sbagliata, perché per lui credo sia già comunista Casini quando non gli obbedisce e che Fini sia sospetto di simpatie verso modelli sociali che in fin dei conti non vanno molto bene, non parliamo dei giornalisti, della magistratura, dei sindacati… chi si salva più?, tutti fanno parte di un complotto colossale di filocomunisti. Ma ha ragione, perché la sola alternativa al berlusconismo è il comunismo.

La lotta che il capitalismo classico conduceva era una lotta che certamente aveva il suo punto di riferimento nel proletario, qualcosa che esisteva. Oggi, nella fase suprema del capitalismo, è nata un’«associazione» che è diventata planetaria: ogni terrorista è un comunista e ogni comunista è un terrorista. Un’associazione che qualifica qualunque tipo di opposizione. Se la prendiamo in grande, questa associazione vuol dire, per esempio: Bush, con la teoria della guerra preventiva, vuole il controllo imperialistico del mondo. Una volta si chiamava fase suprema del capitalismo ed è l’imperialismo sfrenato, assoluto, che si assume il diritto di gestire l’universo. Partendo da questa posizione, qualsiasi dissenso è un dissenso definibile come terroristico anche quando non compie atti di terrorismo.

La democrazia americana è diventata altro, non è più americana, ma della fase suprema del capitalismo, fondata sul potere assoluto del capitale sopra i destini del mondo. La globalizzazione è il compimento di questo fatto. Ma, nel momento stesso in cui questo mondo non è più gestibile capitalisticamente, proprio per effetto della globalizzazione, non c’è più il consenso. A questo punto l’alternativa diventa secca. E qui bisogna stare veramente attenti, perché il carattere rabbioso di tutta l’ultima fase berlusconiana, fallito il tentativo di vendere sogni fino in fondo, poiché mancano ormai gli acquirenti di quei sogni («non ho i denari per accedere a quel sogno, non venitemi a raccontare che ho tanti telefonini, sono disperato ugualmente») a una visione apocalittica dell’Italia e del mondo: siamo sotto una minaccia tremenda, bisogna salvare a tutti i costi la libertà democratica imperialistica, il potere del capitale finanziario non deve trovare nessun ostacolo, e tutto questo viene detto rabbiosamente e ferocemente.

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Questa cosa può essere analizzata

Bene, questo passaggio è un segno di disperazione, perché non c’è più la capacità di gestire un’egemonia culturale in senso largo – proporre dei modelli, ridurre tutto a un parco veline o a un parco calciatori -, non c’è più la capacità economica di controllare i mercati, perché ormai tutto è una roulette, si spostano capitali da un posto all’altro e non esiste più alcuna possibilità di previsione economica, non c’è più il potere militare, perché la guerra non è più capace di ottenere risultati. Allora tra essere autenticamente e democraticamente civili, terroristi e comunisti, non c’è più nessuna differenza. Chiunque si appelli a dei principi democratici – per esempio sia contrario allo stravolgimento della nostra Costituzione – diventa un terrorista, al limite una persona che non accetta le regole della democrazia del nostro presidente operaio. Impera inoltre la cultura del berlusconismo, che è stata organizzata con la stessa forza, e spesso con mezzi superiori di quelli che ha l’organizzazione culturale. Il materialismo storico è la sola via praticabile, sia teoricamente che praticamente, per superare il «berlusconismo».

Teoricamente perché può dare ragione di quello che leggiamo, vediamo e sentiamo quotidianamente. È solo attraverso il materialismo storico che questa «cosa» può essere analizzata e compresa. In Italia manca una coscienza di classe, il dibattito diventa dibattito di opinione, agli elettori viene chiesta una scelta secca, destra o sinistra, e contemporaneamente si dichiara che i soggetti destra e sinistra hanno in fondo perso il loro significato, è in atto una sistematica, e per molti consapevole, organizzazione della disinformazione culturale, assistiamo al trionfo sterminato e completo dell’ideologia della merce. E, soprattutto, la «vecchia» opposizione di classe è diventata un’opposizione di opinione. Quando i gruppi politici che dovrebbero essere all’opposizione accolgono la libertà del mercato come un punto che non si può mettere in discussione, cioè accolgono quell’unico mercato che esiste, quello capitalistico, non hanno più nessuno strumento di analisi alternativa.

Quando il grottesco rafforza il potere (di Michel Foucault)

Questo brano, pubblicato in volume per la prima volta nel 1999, fa parte del corso tenuto al College de France nel 1974-75, dedicato agli "anormaux". L'ultima edizione italiana di Feltrinelli (2009), con la cura e la traduzione di Marchetti e Salomoni, ha come titolo, appunto, Gli anormali.

Chiamerò “grottesco” un discorso o un individuo che detengono per statuto degli effetti di potere di cui, per la loro qualità intrinseca, dovrebbero essere privati…

Il grottesco o, se preferite, l’“ubuesco”[1], non è semplicemente un epiteto ingiurioso. Non è comunque come tale che io vorrei usarlo. Ritengo, anzi, che si dovrebbe formare una categoria dell’analisi storico-politica che tratti del grottesco o dell’ubuesco. Il terrore ubuesco, la sovranità grottesca, oppure, in termini più austeri, la massimizzazione degli effetti di potere a partire dalla qualificazione di colui che li produce: tutto questo, io credo, non è accidentale nella storia del potere, non è una disfunzione del suo meccanismo. Mi sembra, al contrario, che sia uno degli ingranaggi che fanno parte integrante dei meccanismi di potere. Il potere politico – per lo meno in alcune società, e comunque nella nostra – può darsi, anzi si è effettivamente dato la possibilità di far trasmettere i suoi effetti, e, ancor più, di trovarne l’origine in un recesso che è manifestamente, esplicitamente, volontariamente squalificato dall’odioso, dall’infame o dal ridicolo. Dopo tutto, questa meccanica grottesca del potere, o questo ingranaggio del grottesco nella meccanica del potere, è molto antico nelle strutture e nel funzionamento politico delle nostre società. Ne abbiamo esempi chiarissimi soprattutto nella storia dell’impero romano, dove la qualificazione quasi teatrale del punto di origine, del punto di aggancio di tutti gli effetti del potere nella persona dell’imperatore, fu se non proprio un modo di governare, per lo meno un modo di dominare: una qualificazione che fa sì che colui il quale è detentore della maiestas, cioè del di più di potere rispetto a qualsiasi altro potere, è allo stesso tempo, nella sua persona, nella sua realtà fisica, nel suo abito, nel suo gesto, nel suo corpo, nella sua sessualità, nel suo modo di essere, un personaggio infame, grottesco, ridicolo.

L’ingranaggio del potere grottesco, della sovranità infame, è stato messo in opera perennemente nel funzionamento dell’impero romano: da Nerone a Eliogabalo.

Il grottesco è uno dei procedimenti essenziali della sovranità arbitraria. Ma il grottesco è anche un procedimento inerente alla burocrazia applicata. Che la macchina amministrativa, con i suoi insormontabili effetti di potere, passi attraverso un funzionario mediocre, nullo, imbecille, superficiale, ridicolo, consunto, povero, impotente, tutto ciò è stato uno degli elementi essenziali delle burocrazie occidentali a partire dal XIX secolo. Il grottesco amministrativo non è stato semplicemente la percezione visionaria dell’amministrazione che hanno potuto avere Balzac, Dostoevskij, Courteline o Kafka. Il grottesco amministrativo è una possibilità che la burocrazia si è realmente data. Ubu “rond de cuir” appartiene al funzionamento dell’amministrazione moderna, come spettava al funzionamento del potere imperiale a Roma essere nelle mani di un istrione folle. E quello che dico dell’impero romano, ciò che dico della burocrazia moderna, si potrebbe dire di molte altre forme meccaniche di potere, nel nazismo o nel fascismo. Il grottesco di uno come Mussolini era di per sé iscritto nella meccanica del potere. Il potere si dava l’immagine di essere generato da qualcuno teatralmente travestito, disegnato come un clown, come un buffone.Mi sembra che vi siano qui, dalla sovranità infame sino all’autorità ridicola, tutte le gradazioni di ciò che si potrebbe chiamare l’indegnità del potere.

Sappiamo che gli etnologi – penso in particolare alle belle analisi che Clastres ha appena pubblicato – hanno individuato il fenomeno che fa sì che colui al quale si dà un potere sia, allo stesso tempo, attraverso un certo numero di riti e di cerimonie, ridicolizzato o reso abietto, oppure venga mostrato sotto una luce sfavorevole. Si tratta, nelle società arcaiche o primitive, di un rituale per limitare gli effetti del potere? Forse. Ma direi che, se sono davvero ancora questi i rituali che si ritrovano nella nostra società, essi hanno una funzione del tutto diversa. Mostrando pubblicamente il potere come abietto, infame, ubuesco o semplicemente ridicolo non se ne limitano gli effetti. Né viene detronizzato, con un atto magico, colui al quale si dà la corona. Si tratta, al contrario, di manifestare in modo evidente l’insormontabilità e l’inevitabilità del potere, che può per l’appunto funzionare in tutto il suo rigore, e al limite estremo della sua razionalità violenta, anche allorquando è nelle mani di qualcuno realmente squalificato. Il problema dell’infamia della sovranità e del sovrano squalificato, in fin dei conti, è il problema di Shakespeare. Tutta la serie delle tragedie dei re pone proprio questo problema, senza che mai, mi sembra, si sia fatta la teoria dell’infamia del sovrano. Ma, ancora una volta, nella nostra società, a partire da Nerone – che è forse la prima grande figura iniziatrice del sovrano infame – sino al piccolo uomo dalle mani tremanti che, nel fondo del suo bunker, coronato da quaranta milioni di morti, domandava solo due cose (che tutto il resto al di sopra di lui venisse distrutto e che gli si portassero, fino a creparne, dei dolci al cioccolato), c’è uno smisurato funzionamento del sovrano infame.



[1] L’aggettivo “ubuesco” è stato introdotto nel 1922, a partire dal lavoro teatrale di Alfred Jarry, Ubu roi, Paris 1896. Vedi Grand Larousse, VII, 1978, p. 6319: “Si dice di ciò che, per il suo carattere grottesco, assurdo o caricaturale, ricorda il personaggio di Ubu”; Le Grand Robert, IX, 1985, p. 573: “Che rassomiglia al personaggio di Ubu re (per un carattere comicamente crudele, cinico e codardo, con eccesso).

1.6.10

Cultura e tagli. Bondi: "A me le forbici!".

Per quel che riguarda i tagli alla cultura è circolata nei giorni scorsi una curiosissima lista preparata dal ministro Tremonti, 232 enti definiti inutili da far morire di asfissia. Dentro ci si trovava di tutto: dal festival dei Due mondi di Spoleto all’associazione dei veterani e reduci garibaldini, dall’Istituto della Resistenza al Comitato nazionale per le celebrazioni del bicentenario della nascita di Guglielmo Massaja, dalla Pro civitate christiana di Assisi al Centro ricerche aerospaziali. Tra le “fondazioni” sacrificate si ritrovano poi tanti nomi illustri della storia politica italiana: Alcide De Gasperi e Bettino Craxi, Filippo Turati e Pietro Nenni, Lelio Basso e i Rosselli; con l’Istituto Gramsci è colpito anche quello dedicato al “federalista” Carlo Cattaneo. Quando Bondi, per la prima volta nella vita, si è lamentato, a sinistra qualcuno è stato contento e c’è stato perfino chi lo ha incoraggiato. Non lo avesse mai fatto! Bondi ha ottenuto le forbici: i tagli sono confermati, ma sarai lui adesso a scegliere, con il metodo del “tu sì, tu no”. Ne vedremo delle belle. (S. L.L.)

Sull’argomento ho già postato un ironico pezzo di Sandro Portelli (http://salvatoreloleggio.blogspot.com/2010/05/enti-inutili-il-museo-della-liberazione.html). Dal sito Eddyburg, fondato dall’economista Edoardo Salzano, rilancio ora un intervento assai pertinente di Maria Pia Guermandi e dal “manifesto” un articolo serio e puntuto Arianna Di Genova.

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Il colore della cultura

Maria Pia Guermandi


Nel balletto di ipocrisie che nasconde ferocissimi scontri di potere all’interno del governo sulla manovra finanziaria in discussione in queste ore, spicca quest’oggi la “protesta” di Bondi sui tagli indiscriminati alla cultura. E già, perché a tutti – in maniera bipartisan - una presa di posizione critica da parte di un ministro da sempre appiattito fino al masochismo sulle decisioni del governo è apparsa novità da sottolineare a riprova delle storture della manovra stessa.

Eppure, quando due anni fa la scure di Tremonti si abbatté, pesantissima, sul bilancio del suo Ministero, Bondi difese l’operato del governo sostenendo l’inefficienza ministeriale nella gestione delle risorse e sbandierandone come prova lampante l’elevato ammontare dei residui passivi. In quella occasione ad economisti anche non di parte fu facile smontare la versione del ministro: la realtà a tutti nota è che nessun governo di alcun colore politico ha mai investito seriamente sul nostro patrimonio culturale e il Ministero è da sempre mantenuto in una sorta di bagnomaria che gli permette solo di sopravvivere.

Ma è altrettanto vero che in questi ultimi due anni è stata messa in atto, consenziente il Ministro, una vera e propria strategia di asfissia progressiva e sempre più accelerata.

Pensionamenti anticipati, girandola di trasferimenti, sostituzione, nei ruoli di maggiore ruolo decisionale sul territorio come le Direzioni regionali, di personale amministrativo al posto di tecnici del settore, e, soprattutto, quella politica dei commissariamenti sotto l’egida della Protezione Civile che ha interessato via via le Soprintendenze e poli museali principali e i cui meccanismi distorti solo le inchieste giudiziarie sono riuscite a bloccare.

Mentre per quanto riguarda il paesaggio gli organi politici del ministero hanno posto in atto, da un anno a questa parte, una sistematica operazione di depotenziamento dell’intero sistema delle tutele sul quale torneremo a breve, sul piano politico, è giunta pressoché a compimento l’espulsione progressiva di tutte le voci di dissenso, avviata in grande stile con le clamorose dimissioni di Salvatore Settis da Presidente del Consiglio Superiore dei Beni Culturali, trasformato poi, in pochi mesi, in un organismo tanto consenziente sul piano politico quanto ininfluente su quello culturale.

Anche in questa occasione, del resto, le dichiarazioni del Ministro sono in realtà molto più coerenti di quel che non possa apparire ad una prima lettura: nulla Bondi ha detto sull’ulteriore taglio del 10% al bilancio del Mibac previsto dalla manovra. Briciole in termini assoluti, ma ad un organismo sottoposto, come detto, ad una dieta draconiana, se gli si sottrae anche il tozzo di pane secco, se ne decreta di fatto la soppressione.

E nel comunicato di precisazione diramato in giornata, Bondi ribadisce anche, sulla stessa linea, la necessità di quella “riforma” degli enti lirici che ha scatenato proteste a livello internazionale.

Il dissenso del Ministro riguarda invece la soppressione dei finanziamenti statali ad una lunga serie di istituzioni culturali del più vario tipo che, inaspettatamente, egli si trova a difendere, almeno in parte, rivendicando – unico caso nel suo mandato – la competenza del proprio Ministero a decidere sui tagli.

Su “eddyburg” abbiamo pubblicato da subito le molte ragioni che si oppongono, in linea di principio, ad ulteriori tagli su enti di ricerca, ma adesso leggetevi la lista delle istituzioni cui verrebbero (condizionale d’obbligo) sottratti i fondi statali. Sfido chiunque a non riconoscere fra quelle che, a seconda delle proprie competenze, ci sono maggiormente note, alcuni (molti) carrozzoni polverosi e da anni sonnecchianti in iniziative di basso profilo: uno o due convegni l’anno in amene località, una pubblicazione patinata e poco altro.

Si tratta, in molti casi, di istituzioni dalla storia gloriosa, a volte pluricentenaria, ma che da alcuni decenni ormai vegetano in un’assoluta irrilevanza culturale (sul tema, sempre su eddyburg).

Eppure sono sopravissute sempre alle minacce che periodicamente i governi, preferibilmente di centro destra, scagliano contro i famosi “enti inutili”: spauracchio demagogicamente agitato ad ogni manovra finanziaria. La ragione, tutta italica, della loro sopravvivenza risiede nel fatto che molte di queste istituzioni si sono di fatto trasformate in comode sinecure per amici, sodali e congiunti.

Anche la sinistra, e qui vengo al punto centrale della questione, ha favorito questo andazzo, sicura di mantenere, garantendo elemosine di Stato a questi rifugi per intellettuali a riposo e per il loro corteggio, sacche di consenso spendibili alla bisogna. In molti casi questo calcolo di bassa cucina si è rivelato pure sbagliato, poiché, come noto, al cambio della guardia, i vari responsabili, direttori, presidenti, ecc. si sono in larga parte allineati al padrone di turno, al grido di “la cultura (archeologia, geografia o storia che fosse) non è di destra, né di sinistra”.

Appunto. Ciò che un governo realmente consapevole dell’importanza della ricerca e della cultura quale strumento strategico di progresso sociale e anche economico di un paese avrebbe dovuto fare, sarebbe stato quello, internazionalmente affermato, di costituire un sistema di controlli e verifiche periodiche e realmente autonome sull’attività di tali enti, in modo da premiarne quelli (non molti, ma pure presenti nella black list tremontiana) di reale eccellenza, facendo anzi confluire su questi le poche risorse disponibili.

Perché un’altra delle ipocrisie che si celano dietro questa operazione è quella di sottolineare l’esiguità delle elargizioni statali a riprova della loro ininfluenza in termini di risparmio complessivo delle risorse. Va detto, piuttosto, che la ricerca di alto livello ha dei costi non comprimibili al di sotto di una certa soglia e che, per converso, la scarsità di risorse cui sono costrette tante di queste istituzioni diviene prova evidente della miserevole incidenza culturale raggiungibile dalle loro attività.

Così, invece di contribuire a consolidare, con una politica di finanziamenti culturali trasparente e fondata sul merito, le istituzioni di ricerca di eccellenza che, nonostante tutto, sopravvivono nel nostro paese, la sinistra può annoverare anche questa colpa: nella bagarre che già si è scatenata sulla lista nera, vi sarà un arrembaggio giocato esclusivamente su prove di forza di bassa politica e dal calderone nel quale tutti sono appiattiti, saranno salvati non i migliori, ma quelli legati ad interessi o anche solo conoscenze di maggior potere.

Amaramente pertinenti appaiono le considerazioni di Barbara Spinelli nell’odierno editoriale: “Quello che urge da noi non sono sacrifici, ma un’autentica disintossicazione […] Si tratta di uscire dallo show, di entrare nella realtà, di vederla. Si tratta di rompere con gli usi e costumi vigenti dietro le comunità transennate”.

Si accettano scommesse sul finale di partita.

(da “eddyburg” – 30 maggio 2010)

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La lista nera di un banditore

Arianna Di Genova


Dopo aver finto di essere caduto dalle nuvole e aver recitato la parte dell'offeso con il suo stesso governo («mi hanno esautorato», si lamentava di fronte alla imponente lista di tagli che di fatto censurava ogni manifestazione culturale in Italia) ora il ministro Bondi gongola e ha ritrovato il sorriso. Di più, si lancia in sperticati elogi: «Ringrazio il presidente del consiglio Silvio Berlusconi, il ministro Tremonti e il dottor Gianni Letta per la sensibilità che hanno dimostrato», stralciando la black list di fondazioni e istituti.

Ha anche assicurato i suoi di non sentirsi per nulla arrabbiato e di essere pronto a mettersi «al lavoro come sempre, con l'assoluta convinzione della necessità e giustezza della manovra, coinvolgendo tutti i colleghi ministri, presidenti dei gruppi parlamentari e l'intero mondo della cultura su come e in che modo ridurre le spese inutili, salvaguardando le eccellenze...».

Questo il suo editto pauroso. Perché non è poi così vero che i tagli agli istituti di cultura e al pensiero libero tout court siano stati scongiurati o ridotti di importanza: la discrezionalità politica e ideologica non è preferibile al calderone caotico della lista. Il ministro, infatti, deciderà quali rami recidere, in base a motivazioni imperscrutabili e certamente non tarate su ragioni economiche. Bondi potrebbe disporre che i fondi non debbano più andare alla Casa Buonarroti perché magari ama più Raffaello che Michelangelo; oppure, che Galileo sia ormai desueto con quell'ossessione della terra rotonda che gira intorno al sole o ancora che la Magna Grecia sia da cancellare perché le generazioni future si «istruiranno» con l'iPad e non spolverando antichi reperti di civiltà sepolte.

In un teatrino politico alla ricerca del consenso acritico (le parole di Mariastella Gelmini sulla manovra sono illuminanti al riguardo: «le promesse di Berlusconi sono state tutte confermate. Tutela dei ceti deboli, senza tagli alle pensioni, alla sanità, alla scuola, ai centri di ricerca e al fondo per l'università...»), un paese colto, costituito di individui consapevoli e formati non è augurabile, è anzi fattore urticante. Assoggettare è una ricetta migliore. Così come l'editoria costretta a rimettere i suoi diritti nelle mani del governo di turno. E va ribadito che non è un'umiliazione per la cultura ricevere contributi e sostegni pubblici perché il suo campo magnetico non è esattamente il mercato, ma la ricerca, la libertà degli studi, la passione intellettuale. E un welfare serio non si sognerebbe mai di abbrutire un paese lasciandolo al palo, deprivato del futuro e a corto di cervelli (dopo averli istigati alla fuga). Per non toccare poi il tasto dell'occupazione in questo settore e dei livelli agghiaccianti di depauperamento e depressione raggiunti già oggi, con il progressivo dimagrimento (fino in alcuni casi alla sparizione) dei finanziamenti.

Non siamo di fronte a una manovra economica, ma a una farsa politica in cui l'arma di Tremonti è un silenziatore delle coscienze. Basta mettere in fila i termini del «confronto con la crisi»: editoria, scuola, ricerca, università, cultura. E come mai nelle voci «contabili» sono sparite le spese militari?

(da “il manifesto” 1 giugno 2010)

Elogio degli amori ancillari. Una poesia di Guido Gozzano.

Elogio degli amori ancillari

I

Allor che viene con novelle sue,

ghermir mi piace l'agile fantesca

che secretaria antica è fra noi due.

-

M'accende il riso della bocca fresca,

l'attesa vana, il motto arguto, l'ora,

e il profumo d'istoria boccacesca...

-

Ella m'irride, si dibatte, implora,

invoca il nome della sua padrona:

«Ah! Che vergogna! Povera Signora!

-

Ah! Povera Signora!...» E s'abbandona.

*****

II

Gaie figure di decamerone

le cameriste dan, senza tormento,

piú sana voluttà che le padrone.

-

Non la scaltrezza del martirio lento,

non da morbosità polsi riarsi,

e non il tedioso sentimento

-

che fa le notti lunghe e i sonni scarsi,

non dopo voluttà l'anima triste:

ma un piú sereno e maschio sollazzarsi.

-

Lodo l'amore delle cameriste!

***
Da I Colloqui

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