27.12.11

Marx nel belpaese (di Roberto Monicchia - "micropolis dicembre 2011)

Il marxismo italiano costituisce una tradizione culturale cospicua, che pur con molti limiti, è decisiva per l’esistenza di una sinistra forte e autonoma: è l’asse interpretativo che sorregge la ricerca di Cristina Corradi in Storia dei marxismi in Italia (manifestolibri, Roma 2011). L’opera pionieristica di Labriola è volta a dimostrare l’autosufficienza scientifica del marxismo, che proietta la dialettica hegeliana sul piano storico e fa della lotta di classe la base dell’autonomia politica del proletariato. Questa visione organica viene disgregata dal neoidealismo: Croce riduce l’originalità marxiana alla separazione della politica dalla morale; Gentile riporta la dialettica della prassi al proprio “attivismo”, mentre Sorel include il solo Marx “politico” tra le fonti della sua mistica dell’organizzazione proletaria.
Contro tale operazione, Gramsci cerca di ricostruire l’autonomia filosofico-politica del marxismo, a partire dalla riflessione sulla sconfitta della rivoluzione in occidente, la vittoria del fascismo, la costruzione dell’Urss. La “filosofia della prassi” mostra un’intima omogeneità tra filosofia, economia e politica, che permette di superare economicismo e liberalismo. Fondendo apparati di dominio e organizzazione della società civile, lo stato moderno pone il problema della rivoluzione non come “tecnica”, ma come attività critico-pratica che realizza la compenetrazione tra intellettuali e popolo.
La sintesi gramsciana è alla base dello sviluppo della cultura marxista nel secondo dopoguerra: l’edizione togliattiana dei Quaderni mira a farne il punto terminale della linea De Sanctis-Croce, uno “storicismo nazionale” funzionale alla strategia della democrazia progressiva. I temi privilegiati
sono il risorgimento, la questione meridionale, la cultura nazional-popolare, mentre si trascurano le note sul fordismo, la critica a Croce e al moderatismo. E’ una linea “ufficiale” che tiene il campo per un ventennio, marginalizzando altre letture, a cominciare da quella di Bordiga, il quale ipotizza inascoltato un trentennale ciclo di sviluppo del capitalismo postbellico, con l’accentuazione del carattere “impersonale” del dominio sul lavoro sociale.
Un’interpretazione antistoricista si fa strada con Galvano della Volpe, che in Marx individua un “rovesciamento pratico” basato sulla “persona storica”, che non è pura autocoscienza e tiene conto di natura e società. In questo modo il marxismo costruisce un’“etica sperimentale”, sostituendo alla
dialettica idealista quella galileiana del circolo concreto-astratto-concreto. Questa impostazione è uno degli spunti della critica marxista al Pci dopo il ’56.
Lucio Colletti rilegge Marx in senso antievoluzionistico, polemizzando con il marxismo della II come della III internazionale. Altre letture, che incideranno sulla incipiente stagione dei movimenti, affrontano i temi delle nuove forme di organizzazione del capitalismo.
Per Panzieri il “ritorno” a Marx è la guida di uno sbocco non riformista alla crisi del ’56. Lo sviluppo di una “sociologia critica” dell’organizzazione del lavoro nella fabbrica fordista rivela la natura autoritaria del comando capitalistico, occultata dalla presunta razionalità dello sviluppo tecnico, che nella fase monopolistica si estende all’intera società, ma che si combatte a partire dalle lotte di fabbrica per il “controllo operaio”.
Dalle medesime premesse si sviluppa l’attività di Tronti e Negri, padri dell’operaismo. In Operai e Capitale Tronti rovescia la relazione tra sviluppo capitalistico e movimento operaio: è l’opposizione del lavoro all’assoggettamento a generare ristrutturazioni e sviluppo. In seguito Tronti evolve verso la considerazione dello stato come terreno decisivo di lotta, teorizzando l’“autonomia del politico”. Negri sviluppa diversamente la tesi del ruolo operaio nel ciclo capitalistico: le lotte degli anni ’60 hanno permesso di rompere il legame tra salari e produzione, proiettando sul territorio la figura dell’operaio-sociale, protagonista di uno scontro che verte sulla capacità di “autovalorizzazione”, di bisogni soddisfatti autonomamente dall’accumulazione.
Tra i protagonisti del neomarxismo degli anni ’60, meritano una menzione anche Timpanaro, il cui “socialismo leopardiano” si pone all’incrocio di critica della modernità e liberazione umana, e Fortini, con la sua incessante critica della separazione tra lavoro culturale e militanza politica.
Sul piano dell’ analisi economica, l’opera di Sraffa Produzione di merci a mezzo di merci riapre il dibattito sulla trasformazione dei valori in prezzi e dunque sulla validità della teoria del valore. Da un lato Garegnani sostiene che Sraffa, fornendo un sistema di prezzi corrispondente ad un uniforme saggio di profitto, conferma le nozioni marxiane di sovrappiù e circolarità del processo di produzione. Si inaugura così la lettura “neoricardiana”, che postula la centralità del conflitto redistributivo. Al contrario, Napoleoni vede nella proposta di Sraffa una confutazione della teoria del valore, base necessaria di spiegazione dello sfruttamento, e giudica altresì improponibile un confronto matematico tra valori e prezzi. In ogni caso, sia dal lato dell’autonomia del politico che da quello neoricardiano-keynesiano, l’accento è posto sui “rapporti politici di distribuzione” piuttosto che sui rapporti sociali di produzione.
I segni premonitori della crisi del marxismo si avvertono nel dibattito sulla teoria dello stato, avviato da Bobbio come critica al deficit democratico marxista, proseguito con gli sforzi di Vacca, Bongiovanni e Tronti di porre Gramsci alla base del “compromesso storico” e della democrazia compiuta, e idealmente concluso con il congedo di Colletti dal marxismo, additato come sinonimo di totalitarismo.
Dopo lo spartiacque dell’89 diversi sono i tentativi per reagire alla crisi del marxismo. Il più noto è quello di Negri, che, accentuando una lettura adialettica della società, aggiorna all’epoca dell’impero la centralità dell’operaio sociale, che diviene la “moltitudine”, capace di rovesciare la “messa al lavoro” dell’intera società attraverso le pratiche dell’esodo. L’originale ricognizione di Preve cerca di tenere insieme l’analisi dei limiti dei marxismi novecenteschi con la critica al capitalismo contemporaneo. Il ribaltamento delle logiche ideologiche post ’89, che squalificano l’“hegelo-marxismo” a perversione religiosa all’origine di ogni male, è il compito che si assume Losurdo: la condanna di Hegel, Marx e Lenin non è altro che il rigetto delle tendenze di liberazione umana dispiegate dalla rivoluzione francese in avanti.
La nuova edizione dell’opera di Marx feconda le più recenti interpretazioni, tra le quali è da segnalare quella di Finelli, che valorizza il Marx che recupera dalla dialettica hegeliana la figura dell’astrazione, che si trasforma da figura logica in principio di organizzazione della realtà sociale. Per Corradi il limite maggiore del marxismo italiano è una propensione storico-filosofica che trascura la critica economica. Dalla sua precisa e appassionata rassegna emerge il peso del legame tra marxismo e sinistra in Italia, ancor più evidente se misurato sui meschini esiti della sinistra “postideologica”, risucchiata dalle sirene del neoliberismo e del populismo, e incapace di mantenere identità e peso politico.

1 commento:

Marco Fulvio Barozzi ha detto...

Io avrei fatto un cenno anche alle tesi di Cervetto e allo sviluppo della corrente leninista in Italia, ma magari nel libro c'è e io non l'ho letto...

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