2.8.14

Franco Serantini. Il sovversivo trent'anni dopo. Intervista a Corrado Stajano

Nel 2002, trent’anni dopo la morte di Franco Serantini, Franco Bertolucci ne parla con Corrado Stajano, autore della biografia Il sovversivo (1975) ,che molto contribuì a farne conoscere la storia tragica, commovente ed emblematica. (S.L.L.)

Cosa ti rimane oggi a distanza di trent’anni dalla vicenda Serantini, dell’esperienza del libro?
È stato un momento di passione, quando seppi della morte di Franco Serantini provai una profonda angoscia. Decisi che ne avrei scritto. Non lo feci subito perché detesto i libri che vengono pubblicati a ridosso degli avvenimenti. È necessario analizzare i fatti, studiare i documenti, vedere i luoghi, pensarci su. Serantini è morto nel maggio del ‘72 e io ne ho scritto due anni dopo, al termine di una indagine che ho fatto in Sardegna, in Sicilia, nei posti dove Franco era vissuto da bambino, e poi a Pisa dove ho cercato di parlare con tutti quelli che l’avevano conosciuto, da Luciano Della Mea, ai vecchi anarchici della Federazione, a Valeria, la giovane figlia di Luciano, ai professori, agli studenti, alle giovani coppie della società borghese pisana che l’avevano aiutato a crescere culturalmente. E anche umanamente. I Podio Guidugli, i Prampolini, i Caleca.
Ero andato al San Silvestro a parlare con il direttore della Casa di rieducazione che ospitava Serantini, avevo parlato con alcuni magistrati e, più tardi, a Roma con il commissario che dopo l’assassinio aveva avuto una crisi di coscienza e si era dimesso dalla polizia. Il mio modo di scrivere sta tra la narrazione, la testimonianza, l’inchiesta. Ho raccolto tutto quanto era possibile, i documenti giudiziari, quelli politici. Il sovversivo uscì nel ’75, ebbe numerose edizioni, fu molto letto dai giovani delle passate generazioni, quasi duecentomila copie. Ebbe anche un’edizione per le scuole medie.

La storia di Serantini è stata in parte interpretata come quella di un ragazzo sventurato, povero, figlio di nessuno, e questa è la lettura che è passata soprattutto a livello giornalistico, tuttavia oggi, a trent’anni di distanza, intervistando alcuni suoi amici, gente che andava a scuola con lui, alcuni suoi insegnanti, viene fuori come Serantini non fosse del tutto sprovveduto. Era un ragazzo come molti altri che aveva una gran voglia di vivere, un grande entusiasmo e una propria concezione libertaria della vita e della società. In alcune cose era molto deciso, per esempio, Soriano Ceccanti, ci ha descritto un Serantini che a volte assumeva le caratteristiche del “leader” nel gruppo degli amici più intimi, era trainante, era determinato.
Sì, questo risulta in parte anche dal libro. Serantini era rimasto colpito da quanto era accaduto in Italia in quegli anni, dalle agitazioni operaie e studentesche del ’69 alla strage di piazza Fontana. Voleva sempre parlare di Valpreda, di Pinelli, veniva anche rimproverato dagli anarchici più anziani di voler fare un’azione di tipo movimentista uscendo dalla tradizione classica dell’anarchismo. Serantini stava costruendo la sua cultura politica.

Dalle interviste che stiamo facendo ai militanti dell’epoca viene fuori una lettura della realtà pisana condivisa, e cioè quella di una piccola città di provincia che a un certo punto entra sul palcoscenico nazionale proprio grazie al movimento studentesco, al contempo però pare che nei gruppi dirigenti della città ci sia una chiusura netta nei confronti delle richieste e dei bisogni di rinnovamento da parte degli studenti. In questa città così piccola, in alcuni momenti, la violenza della repressione diventa enorme, qui basta ricordare il caso di Soriano Ceccanti, ferito per l’ultimo dell’anno del 1968, o quello di Cesare Pardini, che viene ucciso su quello stesso lungarno dove viene picchiato Serantini. Tre fatti clamorosi cui vanno sommati le centinaia di arresti e denuncie. Come si può interpretare questa realtà anche rispetto al resto del contesto italiano?

È vero quel che tu dici. Pisa, in quegli anni, è importante rispetto al panorama nazionale. Nasce in quella città Potere Operaio, il movimento studentesco ha un grande sviluppo, la presenza di una delle università di maggior prestigio è rilevante. L’attenzione della polizia a Pisa fu costante e anche la presenza dei servizi segreti. Ed era seguita dalle autorità politiche e dell’ordine pubblico con estrema attenzione. Le infiltrazioni nei movimenti furono costanti con l’intento di dividere, controllare e reprimere. La classe dirigente politica locale fu incapace di interpretare quel che stava accadendo, di capire che cosa rappresentavano i gruppi della sinistra extraparlamentare. Capirlo, tra l’altro, avrebbe evitato tante tragedie che sono accadute dopo, avrebbe evitato forse le violenze del terrorismo che hanno riportato la società italiana indietro di dieci, quindici anni. L’insufficienza dei gruppi dirigenti era ben visibile.

Non ti sembra che a trent’anni di distanza dal Sessantotto, dalla Strage di Stato, e da casi come questo di Franco, sia giunto il momento di aprire gli archivi dello Stato?
In Italia sono accaduti almeno tre fatti politico-criminali sui quali non sapremo mai, forse, la piena verità: Portella della Ginestra (1947) e Piazza Fontana (1969): nonostante il nuovo processo finito da non molto non sappiamo nulla sui veri e propri mandanti. Il terzo fatto è il sequestro Moro (1978). Sono i tre fatti nodali intorno ai quali si muove la storia italiana dalla fine della Seconda Guerra mondiale ad oggi. Essenziali perché conservano ancora oggi le tossine di possibili ricatti. Sono poche le persone che sanno. Non è certamente negli archivi che troveremo i documenti di quanto è avvenuto. Forse potremo trovare ancora qualcosa di marginale capace di aiutare le persone di buona volontà nella ricerca di qualche pezzo di verità. Ma gli scheletri non sono rimasti negli armadi.

I procuratori generali, come Calamari nel caso di Serantini, avevano un grande potere e promossero grandi inchieste e azioni repressive contro i movimenti di contestazione. Quale ruolo ebbero questi magistrati?
Allora furono i procuratori generali a far da argine contro i movimenti di contestazione. Si commette però, sempre, l’errore di valutare le istituzioni come un tutto omogeneo. Non lo furono allora come non lo sono adesso. Nel caso Serantini, abbiamo a Pisa l’esempio di magistrati che si comportarono esemplarmente, come Paolo Funaioli, il giudice istruttore, e Salvatore Senese, allora pretore di Pisa. Non ci furono insomma soltanto i procuratori generali con la loro cultura medioevale, ci furono anche all’interno delle istituzioni uomini che si comportarono secondo verità e giustizia, con un modo diverso di intendere la vita e la società.

Al momento della Strage di Stato vi fu un gruppo di giornalisti coraggiosi che non si accontentò di riportare supinamente le veline della questura e si contrappose ai tentativi da parte delle autorità di dare una “verità accomodante”. Ecco, di quell’esperienza, di quel gruppo che cosa è rimasto?
Ci fu la grande esperienza dei giornalisti non “estremisti”, borghesi, piuttosto, che diedero, anche per questo, molti pensieri agli uomini della polizia i quali non capivano quel che stava accadendo ed erano molto preoccupati perché questi giornalisti denunciavano con coraggio le responsabilità della polizia e dei servizi segreti nella repressione nei confronti dei movimenti politici. Volevano fare il loro mestiere, conoscere la verità dei fatti. Molti di loro sono stati fedeli per tutta la vita a questo stile di lavoro come Camilla Cederna, come Marco Nozza, come Giorgio Bocca. Che ancora oggi continua a scrivere coraggiosamente su quel che accade nel nostro paese dopo che la destra è andata al potere: contro la continua violazione della legalità, il mancato rispetto delle regole, il conflitto d’interessi che avvilisce tutti, l’offesa delle minoranze. È vero che le generazioni di giornalisti venute dopo non hanno fatto quel che fece quel gruppo di giornalisti democratici, al quale appartenevo anch’io. Si è perso il gusto della ricerca e della verità, la spoliticizzazione seguita al terrorismo ha reso arido il panorama del giornalismo. Non c’è più un’inchiesta, o quasi, un po’ perché i giornali non le vogliono, preferiscono spettacolarizzare la vita, un po’ perché i giornalisti non le sanno fare, un po’ perché manca la sincera passione di quel tempo. Non si può non pensare che anche il giornalismo non sia stato toccato, come le altre forme di espressione, da una sorta di impoverimento, di degenerazione, di passività; anche se mi sembra che ora si avverta qualche segno di risveglio. Forse le persone si stanno accorgendo che occorre vigilanza nei confronti di quanto stiamo vivendo. Non vogliamo infatti vivere un altro fascismo. I fascismi non appaiono nella storia sempre con le stesse modalità, ma possono comparire sotto altre forme. Sotto l’influenza mediatica. Ho l’impressione che ci sia ora qualche moto dell’anima e qualche presa di coscienza collettiva. La protesta e il rifiuto vanno dagli operai delle fabbriche ai professori, agli avvocati, ai giuristi, agli studenti. Perché vengono violati i diritti di chi lavora, perché la scuola pubblica è diventata nemica, perché si cerca di soffocare la giustizia. Insomma, la gente ricomincia a scendere in piazza e questo non è soltanto un fatto fisico, è una scelta di persone che in piazza non ci sono mai andate. E questo è molto importante, il “grido di Nanni Moretti”, è soltanto un segno. Chissà quante grida sono nascoste.

L’incontro con gli anarchici a Pisa come è stato? Ti ricordi qualcuno in particolare che ti ha colpito?
Me li ricordo come delle figure affettive, erano anziani [i Ciuti, Cazzuola, Capocchi ecc., n.d.c.] che trovavo nella sede anarchica. Non mi ricordo là dentro di giovani anarchici. Erano pochi, allora. Mi ricordo di Renzo Vanni, che mi aveva dato il suo libro [La Resistenza dalla Maremma alle Apuane], un libro che aveva indignato Serantini. Aveva fatto delle fotocopie del bando firmato da Almirante – la condanna a morte dei renitenti della Repubblica Sociale – ed era corso a distribuirle in tutti i quartieri della città. Vedi come si manifesta la grande passione politica. In poco tempo Serantini diventa cosciente. Che cosa era rimasto del ragazzo dell’orfanotrofio di Cagliari?

Per uno che arriva a Pisa e cerca di conoscere la sua storia colpisce come la memoria di Serantini sia ancora viva, nel senso che lo conoscono più o meno tutti, più o meno sanno della sua vicenda umana e politica, come te lo spieghi?
Perché fa parte della storia, delle viscere, della vita collettiva. Quella tragedia si è trasmessa dai padri ai figli. Quel lungarno Gambacorti è diventato un simbolo. La memoria è essenziale nella storia di una comunità. E forse oggi i giovani ricominciano a voler conoscere le storie di chi è venuto prima: la storia di Franco Serantini è la storia di un loro coetaneo, sfortunato, vittima dell’ingiustizia. La storia di una doppia morte. Quella di un ragazzo di vent’anni ucciso in modo selvaggio dalla polizia e quella scritta dalle istituzioni dello Stato che non fa giustizia perché non vuole processare se stesso. (Franco Bertolucci)


“A – Rivista Anarchica”, 2002

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