21.8.15

Agrigento 1966: la frana, il sacco, il potere politico- mafioso (Pio La Torre)

1966 - La frana di Agrigento
Il 19 luglio 1966 una frana si abbatté su Agrigento, producendo crolli e obbligando circa un quarto dei residenti ad abbandonare le abitazioni pericolanti. Fu subito evidente che all'origine del disastro era il mostruoso disordine urbanistico ed edilizio della città, con i famosi “tolli” che si ergevano dove non avrebbero dovuto essere e che tutto ciò era conseguenza di un sistema di potere mafioso-clientelare potente e ramificato. Si parlò, a buona ragione, del “sacco di Agrigento”.
C'erano già state denunzie e inchieste sull'abnorme crescita della città e perfino sulle frane, ma venivano sistematicamente ignorate. Fece ridere mezzo mondo l'intervista al sindaco di Agrigento, il prof. Ginex, fratello di un rinomato monsignore. Disse: “Smentisco quel che si dice in giro: non si sapeva che quella fosse una zona franosa”. Il giornalista insisteva: “Ma tre anni fa, per un'altra frana, non è rimasta lesionata anche la cattedrale?”. E lui: “Io sono sindaco solo da un anno e mezzo, cosa vuole che le dica?”.
Il ministro dei Lavori Pubblici, il socialista Mancini, mandò un integerrimo ispettore, Martuscelli, che con rigore espose nella sua relazione fatti e misfatti. Il ministro promise provvedimenti straordinari e punizioni esemplari per i responsabili. Il suo sottosegretario democristiano, il deputato agrigentino Giglia, smorzava, lasciava intendere che – passato il momento critico – le cose si sarebbero aggiustate.
Il partito comunista italiano, nella denuncia del “sacco d'Agrigento” s'impegnò al massimo livello. Ad agosto tenne un durissimo comizio nella città dei templi Mario Alicata, prestigioso membro della segreteria nazionale. Ebbi la ventura di parteciparvi e ne conservo ancora viva l'emozione.
Al dibattito in Assemblea Regionale Siciliana intervenne Pio La Torre, segretario regionale del PCI. Fu un discorso teso e vibrante, una vera e propria requisitoria contro il sistema di potere politico-mafioso incardinato nella DC. È riportato nei verbali dell'ARS ed è consultabile nel sito del Centro Studi intitolato a Pio La Torre. Ne riprendo qui uno stralcio, dedicato alla situazione politica e amministrativa di Agrigento e della sua provincia. (S.L.L.)
Pio La Torre
[…]
Si tratta di un’eccezione? No, noi sappiamo qual è la gravità del fenomeno della speculazione edilizia e del clientelismo mafioso in tutte le città siciliane. Per quanto riguarda la Sicilia occidentale la documentazione, presentata da noi comunisti per Palermo, Trapani, Agrigento e Caltanissetta alla Commissione antimafia, rappresenta una vera e propria radiografia del sistema di potere dominante. Il rapporto Bevivino per Palermo non ha fatto altro che elencare un certo numero di fatti ormai di dominio pubblico senza approfondire l’inchiesta per colpire i veri responsabili.
Ma perché la situazione di Agrigento si configura oggi come la più scandalosa e la più mostruosa? C’è una spiegazione politica.
Subito dopo la liberazione, Agrigento si caratterizzò come la provincia siciliana con la maggiore arretratezza economica e sociale, con le maggiori contraddizioni e nello stesso tempo come la provincia politicamente più avanzata dell’Isola. Il movimento contadino e operaio, sotto le bandiere comuniste e socialiste, irruppe sulla scena politica con una forza travolgente. Che risposta seppero dare le classi dominanti alla fame di libertà e di terra dei contadini agrigentini? La risposta fu quella della repressione, il tentativo di ricacciare indietro quel movimento. Ma fatta questa scelta si capì che non era possibile fermare le masse contadine di Canicattì o Campobello, di Sciacca o di Favara, di Raffadali o di Cattolica, di Sambuca o di Santa Margherita Belice nell’ambito della legalità repubblicana. Ecco perché subito in quella provincia avvenne la compenetrazione tra mafia e potere costituito. L’assassinio di Miraglia, segretario della Camera del Lavoro di Sciacca, e il modo con cui non si vollero scoprire i mandanti del delitto mette in evidenza questa compenetrazione. In molti comuni marescialli dei carabinieri, commissari di pubblica sicurezza, mafia, banditi e forze conservatrici locali sono in combutta.
Spezzatasi sul piano nazionale l’unità delle forze antifasciste e la collaborazione dei tre grandi partiti di massa, estromessi comunisti e socialisti dal governo, avviene la restaurazione capitalista e la classe dominante nazionale inizia l’azione di erosione dello Statuto e della Autonomia. Per realizzare questo obiettivo essa ha bisogno in Sicilia di gruppi di potere subalterni, che non contestino la politica antimeridionalistica e antisiciliana, ma anzi la assecondino, avendo in cambio mano libera nella politica di sottogoverno, del clientelismo, della speculazione, della corruzione amministrativa. Tutto ciò nelle particolari condizioni di arretratezza economica e sociale dell’agrigentino ha condotto ai risultati mostruosi che oggi constatiamo.
Quali sono i risultati di questa politica? Negli ultimi dieci anni sono fuggite le migliori energie: 80.000 emigrati, interi comuni svuotati; il quaranta per cento della popolazione. Comuni come Cattolica svuotati del 40 per cento della popolazione.
La riforma agraria è stata tradita con la vendita fasulla delle terre e l’arricchimento dell'intermediazione mafiosa. Ancora oggi si continua su questa strada, nonostante le manifestazioni contadine che hanno scosso la provincia di Agrigento.
A Campobello, uno dei feudi richiesti dai contadini l’anno scorso, è stato venduto in questi mesi agli emigrati dall’agrario per circa 200 milioni. Ecco come si perpetua la politica di sempre a danno del Mezzogiorno. A Campobello c’è sindaco l’onorevole Giglia, con l’appoggio del centrosinistra, e Giglia non fa fare la riforma agraria ma assume — proprio in questi mesi - trenta dipendenti.
E quale è la politica che è stata seguita nel settore minerario? Quello che avete consentito di fare ad un gruppo di sfruttatori parassiti? Voglio citare un solo caso: la più importante miniera, la «Lucia», che rappresentava la speranza per centinaia di operai, l’avete lasciata in mano al vostro amico, ingegnere Ippolito, che ha ricevuto più di un miliardo di finanziamenti. Oggi l’Ente minerario siciliano riceve una triste eredità di opere da rifare e solo 80 operai occupati.
E qual è la politica per la industrializzazione? Avete puntato tutto sulla Montecatini a cui avete consegnato tutte le risorse del sottosuolo e ben tredici miliardi di finanziamenti.
In questa drammatica situazione economica e sociale si è sviluppato il boom edilizio agrigentino su cui disserta stamani, sul “Giornale di Sicilia” l’amico Aristide Gunnella.
Mentre la provincia si spopolava, il capoluogo si gonfiava come un tumore mostruoso, cosicché al momento della frana Agrigento contava 50 mila abitanti: in dieci anni è aumentata di 10 mila abitanti cioè 1000 abitanti in più all’anno. Ad Agrigento la massa fondamentale dell’occupazione è data dai pubblici dipendenti; 8 mila pubblici dipendenti su 50 mila abitanti! Credo che sia una percentuale da record del mondo. Mille impiegati alla provincia, di cui 350 distaccati presso altri enti, cioè galoppini; 500 impiegati al comune; 170 netturbini di cui 50 non conoscono l’uso della scopa; l’ospedale psichiatrico ha 350 infermieri su 700 ricoverati e di questi 350 infermieri solo 100 stanno nelle corsie, mentre il resto sono per «incarichi speciali». Ora, in una situazione come questa, prevale l’arte di arrangiarsi ed è su questa base, la raccomandazione per il lavoro, per la casa, per il sussidio, per il passaporto, per il porto d’armi, per ogni tipo di licenza amministrativa, del favoritismo, della discriminazione e della corruzione, che si è fondato un vasto sistema di potere.
Tutto viene investito da questo sistema: ogni ente, ogni organo dello Stato e della Regione deve soggiacere a questa legge. Tutto si corrompe e degenera. Si è imposto alla Regione di acquistare l’albergo dei templi con l’argomento che questo serviva alla valorizzazione turistica della città. Si sono spese decine e decine di milioni, dopo di che a che punto siamo? L’albergo è chiuso, si dice che è cadente, colui che è preposto alla sua amministrazione ha costruito a 50 metri di distanza l’albergo della valle, ottenendo lauti contributi dalla amministrazione regionale. Non solo, ma continua a ricoprire la carica di amministratore dell’ente e nel bilancio di previsione del 1966 delle aziende autonome speciali leggo che quest’anno vi sono 10 milioni in bilancio per pagare stipendi ai funzionari e accessorie a consiglieri di amministrazione del fantomatico ente. Ecco come stanno le cose, qual è la concezione del potere. Ho saputo di un grosso scandalo che ha investito l’istituto professionale per il turismo, l’industria e l’artigianato; uno scandalo per cui c’è stata una inchiesta, ma le cose restano in gran parte in famiglia e non se ne fa nulla; così come non si è saputo più nulla per l’inchiesta all’istituto magistrale di Ribera sulla compra-vendita delle promozioni.
[...] In queste condizioni i cittadini, gli elettori finiscono col convincersi che il diritto è una beffa, e che il problema invece è farsi «proteggere». Nel corso della campagna elettorale capita a noi — dirigenti del Partito comunista — di parlare con dei cittadini che ci dicono: «Si, voi comunisti avete ragione ma non potete fare nulla, non siete al potere. Io so che l’onorevole tal dei tali mi ha fatto un importante favore». Qual è difatti l’attività fondamentale di molti deputati della Democrazia cristiana? Sbrigare le pratiche degli elettori. Conversando con qualcuno di noi cosa ci sentiamo dire: «Fortunato tu che sei nel Partito comunista, da voi le preferenze sono un'altra cosa. Io invece debbo stare dietro ad una miriade di pratiche e sapessi quanto mi costa di fatica e anche di spesa; di sole lettere, francobolli e non parliamo di sussidi ai capi-elettori, ed ecco che lo stipendio di deputato diventa un’inezia». Ci vogliono tanti soldi per fare politica di questo tipo, ed ecco allora l’ingranaggio dell’involuzione politica ed amministrativa che travolge anche chi tra voi aveva cominciato con le migliori intenzioni. .Ci sono deputati democristiani che non hanno mai fatto un comizio, un discorso, una conferenza o scritto un articolo, di cui sarebbe invece interessante esaminare l’archivio.
Si dice che l’onorevole Volpe abbia un archivio con 80 mila indirizzi di beneficati che poi vengono visitati dai capi elettori con «coppola storta» o con cravatta, nel corso della campagna elettorale: che l’onorevole Volpe sarebbe seguito a ruota dall’onorevole Bontade di Palermo e così gli altri. In queste condizioni, con questo sistema di potere da voi creato non rimane spazio per una dialettica politica fondata su una gerarchia di valori. E questo fu denunciato a suo tempo dal professore Gaspare Ambrosini che dovette fuggire dalla provincia di Agrigento. Ci viene da ridere quando l’onorevole Rumor ci dice che ciò che ci divide è la concezione dello Stato, della democrazia.
Ad Agrigento nella Democrazia cristiana la concezione dominante è stata quella della eliminazione fisica dei concorrenti con la lupara. Campo, Eraclide Giglio, Montaperto, eliminati con la violenza, erano concorrenti pericolosi.
Il Commissario Tandoi, ucciso, sapeva troppo e minacciava di parlare dopo che era stato trasferito a Roma.
Onorevoli colleghi, la frana che nel mese scorso ha colpito Agrigento è una tragedia che ci impone di prendere tutte le misure necessarie per aiutare le famiglie colpite a ricostruirsi la casa, la bottega, il negozio, il lavoro, una vita.
Il nostro partito inviando per primo, il 23 luglio, una autorevole delegazione parlamentare sul posto, ha indicato proposte precise per dare l’assistenza immediata ai sinistrati e per affrontare su basi serie il problema della ricostruzione urbanistica, per assicurare il lavoro a chi lo ha perduto.
Il prefetto di Agrigento ha dovuto dare atto della validità di molte proposte accogliendo per prima quella della requisizione degli alloggi, che ha consentito in poco tempo di liquidare lo sconcio delle tendopoli. Abbiamo fatto appello alla solidarietà dei comuni popolari e la risposta è stata pronta e generosa e solo le difficoltà ambientali, la mancanza di collaborazione degli amministratori agrigentini non ci hanno consentito di fare tutto quello che era possibile; 130 bambini stanno avviandosi alle colonie adriatiche dei comuni emiliani.
Lascio ai compagni parlamentari di Agrigento il compito di illustrare le proposte che noi presentiamo per la ricostruzione della città e per assicurare una ripresa immediata della occupazione operaia agrigentina. Ci sono molte cose da precisare e da definire di intesa con il Governo nazionale a proposito del decreto dei venti miliardi e della parte che deve mettere la Regione ed in particolare quanto la Regione deve fare con urgenza.
Io voglio fare solo poche altre considerazioni a conclusione di questo mio intervento. Che lezione dobbiamo trarre dalle vicende di Agrigento?
Noi abbiamo dato atto al ministro Mancini del suo impegno di voler fare luce sulle responsabilità per punire i responsabili; abbiamo dato atto a quei dirigenti del Partito socialista e del Partito repubblicano e a tutti coloro che hanno appoggiato almeno sino ad oggi l’azione del ministro per spezzare tutti i tentativi della Democrazia cristiana di fare quadrato attorno ai gruppi di potere agrigentini. Ma parliamoci chiaro, qui non si tratta di fare volare alcuni stracci o di fare pagare soltanto alcuni funzionari statali che hanno avallato gli scandali, trasferendoli in altra sede. Qui si tratta di aggredire un sistema di potere che è il vero responsabile della situazione che si è verificata ad Agrigento. Ora, quando Ì dirigenti regionali del Partito socialista italiano, dopo avere contestato ai gruppi di potere della Democrazia cristiana agrigentina la loro responsabilità, concludono riproponendo come soluzione politica quella della estensione della formula di centro-sinistra a quel comune, finiscono con il tradire tutte le loro affermazioni. Il comune di Agrigento è stato la culla del centro-sinistra.
Ricordo ancora l’articolo entusiasta pubblicato sull'“Avanti!”, scritto dal mio caro amico Pietro Ancona, con cui si annunziava, nel lontano 1960, all’Italia e al mondo che al comune di Agrigento si era insediata la prima giunta di centro-sinistra. Ma quella giunta non ha intaccato nulla nel sistema di potere della Democrazia cristiana, anzi ha un poco infangato i socialisti, compromettendoli in alcune operazioni che oggi i democristiani locali cercano di utilizzare come arma di ricatto nel corso di questo dibattito per dire che sono tutti compromessi.

Né le cose sono andate meglio negli altri comuni della provincia dove Lauricella e i suoi compagni hanno voluto esportare il centro-sinistra. Non parliamo poi della situazione dell’amministrazione provinciale di Agrigento, dominata ormai da molti anni dal centro-sinistra. Lì c’è una paralisi permanente, un susseguirsi di crisi.

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