4.5.14

Processi agli animali: rondini scomunicate, maiali al rogo (Alfonso M. Di Nola)

Ancora ai principi dello scorso secolo in Lombardia e in Abruzzo venivano istruiti lunghi processi contro i bruchi che danneggiavano i terreni, si comminava loro l'anatema canonico e la condanna civile, soprattutto il bando e l'espulsione sotto minaccia di pene più gravi. Il costume, che a noi sembra insensato, ha una sua vetusta e ben documentata tradizione medioevale.
Egberto, vescovo di Treviri, scomunicò le rondini che con il loro pigolio disturbavano la devozione dei fedeli nel duomo della città e con gli escrementi gli insozzavano le vesti e l'altare. Fra il 1685 e il 1770 fu più volte portato in processione il bastone pastorale di San Magno, che aveva il potere di allontanare i topi, ratti, scarabei e insetti vari. Nel 1487 i gran vicari del cardinale vescovo di Autun ingiungevano ai lumaconi, che avevano invaso la campagna, di abbandonarla in un determinato tempo sotto minaccia di maledizione. Nel 1519 il comune di Stelvio, in Tirolo, aprì un processo penale contro certi topi di campagna che, scavando gallerie, danneggiavano le messi. Ma perché i sorci potessero dar conto della loro condotta, furono affidati alla difesa di un procuratore. L'avvocato dell'accusa presentò una lunga lista di testimoni che attestavano come i danni prodotti dai topi avessero rovinato i terreni fino al punto che i mezzadri non avevano potuto pagare gli affitti. La difesa dimostrò quali benefici avessero portato, invece, rimuovendo il suolo e distruggendo vermi e altri animali nocivi, e ottenne dal giudice che la sentenza di bando perpetuo fosse mitigata, concedendosi una moratoria di quattordici giorni e un salvacondotto ai sorci con figli piccoli.
Un abbondante incartamento, che manca della sentenza finale, ci consente di seguire le laboriose tappe di un processo che nel 1659 il comune di Chiavenna intentò contro i bruchi, con regolari citazioni, notifiche, bandi attraverso i pubblici cursori, udienze, dichiarazioni di contumacia, condanne ed appelli.
Tali usi vennero a svilupparsi in antiche comunità contadine europee, più raramente cittadine, anche se la storia celebre del pifferaio di Hamelin dimostra come nei paesi nordici, intorno al XVI secolo, nelle città era corrente l'idea che gli animali, dannosi o domestici, avessero capacità di intendere l'uomo, di obbedirgli o di danneggiarlo.
L'aggressione di cavallette, di bruchi, di topi, di bestie selvatiche era considerata normalmente un'intenzionale opera del demonio che in essi si incarnava: e perciò la chiesa creò un'intera rete di difese rituali contro di essi, rappresentata da anatemi e scongiuri, o anche da processi e discussioni giuridiche. Talvolta del processo non v'era bisogno trattandosi di crimine patente, come nei casi di animali, in particolare porci, che aggredivano uomini e bambini.
Al rogo venne mandato nel 1266 presso Parigi un maiale che aveva divorato un bambino, mentre il tribunale di Falaise nel 1386 condannò all'impiccagione una scrofa, rea dello stesso delitto.
Frequentissimi sono i processi fondati su accuse di bestialità, fino ad epoca relativamente recente: al rogo vengono destinato a Montpellier un mulo e un uomo correi di sodomia; al rogo un mulo e una vacca in Slesia nel 1681; un uomo e una cagna a Chartres nel 1606, mentre ancora nel 1750 a Vanvres un sodomita confesso viene mandato a morte e l'asina correa viene assolta sulla base del certificato di buona condotta del parroco.
Queste storie di tempi trascorsi, con tutte le loro implicazioni giuridiche, teologiche e ideologiche, sono rievocate nel breve, ma eccezionale saggio Animali al rogo. Storie di processi e condanne contro gli animali nel Medioevo e nell'Ottocento di Evans (Editori Riuniti, 1989), un erudito americano morto nel 1917, che studiò in particolare la storia dei rapporti fra uomo e animale negli anni del suo soggiorno in Germania.

Evans offre una sintesi puntuale e vivace, che era stata preceduta in Italia da un dimenticato libro di Carlo D'Addosio (Bestie delinquenti, Napoli, 1892), mentre, circa un decennio prima, nel 1881, Cesare Lombroso, in un suo saggio su II delitto degli animali, pubblicato sull'Archivio di Psichiatria, esponeva la sua particolare teoria di una tendenza a delinquere ereditaria in alcuni animali che operano con premeditazione e violenza.

"talpalibri - il manifesto", 29 dicembre 1989

Un frammento di Callimaco dall'Antologia Palatina

Metà della mia anima
ancora è viva e spira,
l'altra non so se Amore
o Morte la portò via...

Ant. Pal. XII, 73 Traduzione di Alceste Angelini

Intervista a Luiz Ruffato, romanziere del nuovo Brasile (Marco Peretti)

Prima della scrittura mille mestieri diversi
Un dialogo con l’autore che in Come tanti cavalli e in Sono stato a Lisbona e ho pensato a te ha descritto aspirazioni e inquietudini del proletariato urbano nel suo paese. Un paese, nota, protagonista attualmente di una delle maggiori rivoluzioni sociali di tutti i tempi. Prima di diventare scrittore, Luiz Ruffato, nato nel 1961 a Cataguases, nello stato di Minas Gerais, ha fatto i classici mille mestieri: ha venduto pop-corn, è stato cameriere, commesso, operaio in un'industria tessile, tornitore metallurgico, giornalista, libraio e ristoratore.

Oggi è considerato uno dei romanzieri più interessanti della letteratura brasiliana contemporanea e i suoi libri sono stati tradotti in diversi paesi. In Italia di Ruffato sono usciti Come tanti cavalli (Bevivino 2003) e Sono stato a Lisbona e ho pensato a te (La Nuova Frontiera, 2011).
Tra le ragioni che spiegano perché i romanzi brasiliani più graditi dal mercato editoriale siano quelli ambientati nelle favelas (ovviamente con annessa «fauna» marginale) c’è che si prestano facilmente a immediate e trainanti riduzioni televisivo-cinematografiche. Se al centro della narrazione c’è un adolescente che sogna il suo riscatto sociale, esitante tra un incerto e modesto futuro lavorativo e una più concreta ascesa criminale nelle gerarchie del narcotraffico, comprarne i diritti potrebbe essere un affare. Autori e critici continuano a discutere se sia ancora opportuno presentare così il Brasile di oggi, ma nel frattempo il dominio di questa «dialettica della marginalità», aumentando in intensità e dosi la violenza rappresentata, si consolida.
Gli interlocutori più ricettivi, tra l’altro, continuano a essere quei lettori benestanti in grado d’investire tempo e reals in cinema e letteratura. Commossi, ogni volta, ringraziano per aver finalmente scoperto quel che succede ai margini dei palazzi blindati nei quali vivono asserragliati. Chi non crede nella loro distratta filantropia e prova fastidio quando si esibiscono in entusiastici paralleli estetici tra le Città di Dio di Rio e le borgate romane di Pasolini, li accusa di «voyeurismo della miseria».
È una salutare anomalia, quindi, che il protagonista del breve romanzo del brasiliano Luiz Ruffato, Sono stato a Lisbona e ho pensato a te (traduzione di Gian Luigi De Rosa, La Nuova Frontiera), sia un modesto impiegato della Sezione Pagamenti della Companhia Industrial Cataguases, un lavoratore con tanto di busta paga, moglie e figlio da mantenere e madre premurosa che finirà per morire di crepacuore. Sarà lui stesso a raccontare i motivi del suo licenziamento e le ragioni che lo hanno convinto a cercar fortuna in Portogallo. Lascerà la sua Cataguases, una piccola cittadina nel Minas Gerais, negli anni ’60 uno dei poli industriali che contribuì alla modernizzazione del Brasile. A quel tempo, i coniugi Ruffato (e il cognome ne tradisce le origini) l’avevano scelta per offrire ai figli una vita migliore e non è casuale che dagli spazi in decadenza di Cataguases s’irradi quasi tutta la letteratura del loro Luiz. Frammenti, racconti, romanzi che si soffermano su singole vite e mete collettive di un itinerario forzato. Tappe di quel continuo movimento migratorio – di andata e mancato ritorno –, sempre e comunque centripeto, imposto da urbanizzazioni, modernizzazioni, globalizzazioni.
Comincerei l'intervista, per quanto possa sembrare insolito, da una nota canzone di Chico Buarque de Hollanda, Construçao. Considerando nel complesso i suoi testi, potremmo definire il suo progetto di scrittura come un tentativo di rendere meno anonimo il quotidiano di quel lavoratore urbano che, altrimenti, verrebbe ricordato soltanto perché morendo ha intralciato il traffico e lo shopping di un sabato metropolitano?
Credo che almeno nell’intenzione il mio progetto letterario sia un po’ più ambizioso. La letteratura brasiliana non ha mai dato spazio alla rappresentazione del lavoratore urbano. Abbiamo rappresentato molto bene i diversi strati della società brasiliana, la borghesia e la piccola-borghesia urbana, l’aristocrazia terriera e i contadini, persino il sottoproletariato. Ma curiosamente il proletariato urbano non ha trovato mai espressione nelle pagine dei libri brasiliani. È stato rappresentato qua e là il sindacalista, come nelle opere di Jorge Amado, per difendere più un’idea di lavoratore (idea, per inciso, in generale romantica, manichea) che non propriamente la vita del lavoratore. La mia ambizione è stata di creare un universo in cui il lavoratore urbano, con i suoi desideri, le sue frustrazioni, le sue contraddizioni, comparisse come protagonista. Così, nella serie Inferno provvisorio, composta da cinque volumi, tento di comprendere la storia del Brasile degli ultimi cinquant’anni, in cui siamo passati da una società rurale a una società post-industriale, senza avere il tempo per assimilare i mutamenti sostanziali di questo processo.

Una scelta in controtendenza, visto che gran parte della letteratura contemporanea brasiliana continua a privilegiare, per dirla con Rubem Fonseca, «i vagabondi alla periferia del capitalismo». Materiale tematico più duttile e all’occorrenza antisistema, tipico prodotto delle città post-industriali e quindi più adatto a una scrittura postmoderna…
A dire il vero, il marginale, il lumpenproletariat, non mi ha mai interessato come tema per i miei libri. Questo tipo ha una sovraesposizione nella letteratura brasiliana (l’ha sempre avuta, fin dal Romanticismo, con i suoi galanti banditi rurali), costruito in genere a partire da una prospettiva idealizzata di eroe antisistema. Le origini dei nostri problemi, evidentemente, cominciano con una constatazione, quella che siamo una società fondata su una impressionante ingiustizia sociale, ma sinceramente, credo che se ci lasciamo ingannare da questa semplice constatazione, non comprenderemo la complessità del problema. La questione sociale rimane ancora oggi fonte di ingiustizia e promotrice di violenza, ma almeno altre tre questioni devono essere prese in considerazione: il traffico di droga, la corruzione (vale a dire il senso di impunità) e i grandi movimenti migratori. Per me, infatti, quest’ultimo elemento, sempre trascurato quando si discute della violenza urbana in Brasile, è di fondamentale importanza per capire il problema. La nozione di «non-appartenenza» che prevale tra imigranti interni, spinti dalle loro regioni verso Rio de Janeiro e San Paolo per essere utilizzati come manodopera a basso costo per il rapido processo di industrializzazione, spiega più di tutto il resto. Ed è proprio questo tema, la perdita dell’identità – qualcuno che ormai non appartiene più alla terra d’origine,ma non appartiene ancora neanche al luogo dove vive – che dà forma alla mia letteratura.

Con le microstorie di Come tanti cavalli (Bevivino editore) lei ha descritto le pene di San Paolo e dei tanti nessuno (marginali o lavoratori che siano) che ne compongono il mosaico, racchiudendole in ventiquattr’ore che sembrano un’eternità. Subito dopo, come ha detto, ha intrapreso un progetto di «macrostoria» in cinque volumi, la saga di una comunità di lavoratori immigrati italiani che ha per titolo, appunto, Inferno provisorio. Perché questo titolo, perché provvisorio?
Inferno provvisorio perché, appunto, ancora non definitivo. È una visione ottimistica del cammino che può compiere il Brasile. L’inferno in cui siamo può essere provvisorio, vale a dire possiamo trasformare questo paese in un paradiso o in un inferno definitivo. Io credo nella prima ipotesi ...

Sono stato a Lisbona e ho pensato a te invece non fa parte della «pentalogia» e questa volta il migrante è un brasiliano. Dal titolo ci si aspetterebbe una storia d’amore. In realtà Serginho, sperimentando come Lisbona non sia un paradiso, sembra pensare con un certo affetto soprattutto alla sua decadente Cataguases, a se stesso in qualche modo…
Non fa parte del ciclo Inferno provvisorio, così come non ne fanno parte Come tanti cavalli e De mimjá nem se lembra, ma tutti convergono nella discussione della stessa problematica: quella dello «sradicamento». Perché Serginho, lasciando Cataguases, la sua città natale, dove non riesce a trovare un lavoro e dove la sua prospettiva di vita è piuttosto limitata, idealizza il Portogallo (l’Europa) come via di fuga dalle sue frustrazioni. Quando arriva a Lisbona e affronta la dura realtà dell’emigrante, rendendosi conto che anche lì non ha prospettive di vita migliore, idealizza Cataguases. È sempre così per chi non ha radici: il luogo dove sta non corrisponde mai alle aspettative.

C’è una nota che anticipa il romanzo («Quel che segue è la testimonianza, leggermente modificata, di Sérgio de Souza Sampaio, nato a Cataguases – Minas Gerais, Brasile»). Sembrerebbe che voglia invitarci a considerarlo oltre che narratore, anche autore. Testimone di se stesso e non per suo tramite. È così?
In effetti, la nota che anticipa il romanzo è un procedimento narrativo che cerca di dare verosimiglianza a quel che si narrerà. In questo caso, per dare consistenza alla storia di Serginho ho preferito la prima persona, ma non una prima persona qualsiasi, una prima persona «reale» la cui spontanea testimonianza sarebbe stata raccolta in un luogo e in una data specifica. Così, penso, Serginho potrebbe esporre, senza intermediari, il suo dolore, la sua angoscia, la sua incomprensione
dell’universo.

Se ci fermassimo qui, chi non ha letto ancora i suoi testi potrebbe pensare a un nuovo «romanzo proletario» alla Jorge Amado. In realtà, le differenze saltano agli occhi, a partire dalla sperimentazione grafica o dal linguaggio dei suoi personaggi. Per non parlare del tempo lineare che scompare per lasciar spazio alla molteplicità di tempi narrativi, a una sorta di ipertesto, insomma, più «concretismo» che neorealismo.
In realtà mi piacerebbe essere riconosciuto come una persona che fa Letteratura, senza aggettivi, e il
cui tema è il proletariato urbano. Quel che distingue fondamentalmente la mia prospettiva da quella di Jorge Amado, per esempio, oltre al fatto che non c’è idealizzazione dei personaggi proletari, è la questione formale. Amado è figlio del Naturalismo, con i suoi romanzi a tesi e il suo linguaggio impoverito. Io flirto con la tradizione dell’antiromanzo borghese, il romanzo sperimentale, che ha le sue radici in Don Chisciotte e Tristram Shandy, passando per Joyce, Faulkner, il nouveau roman, l’Oulipo. Insomma, cerco di fare un romanzo onnivoro, non realista, non naturalista.

Quindi tenendo conto dell’importanza che ha per lei l’intertestualità, anche la divisione in due parti della storia di Serginho («Come ho smesso di fumare» e «Come ho ricominciato a fumare») ha qualche parentela con i problemi di "Coscienza (di Zeno)" di Italo Svevo?
Senza alcun dubbio. Colloco Svevo nella stessa «nicchia» avanguardista che ho elencato prima. Basta ricordare che Svevo aveva un rapporto molto stretto con Joyce...

In qualche modo, però, in un senso politico, si corre il rischio di dover rimpiangere l’epica di un certo regionalismo neorealista, perché lì c’era speranza nel futuro o, perlomeno, valori condivisi. Serginho, al contrario sta solo. Cambiano i coroneis ma nelle loro mani rimane a disposizione sempre un «esercito di riserva». A suggello della sua precaria esperienza a Lisbona anche lui come gli «affittati» delle piantagioni di Cacao potrebbe dire «nasciamo già vinti». O non è così?
Questa visione pessimista, che indicava una sola via d’uscita possibile, la rivoluzione, non fa parte del mio repertorio. In realtà, la via d’uscita è possibile ed è quel che sta accadendo oggi in Brasile. Il paese doveva avere un operaio alla presidenza della Repubblica, un uomo di poche letture, ma con un vissuto interiore straordinario, per perseguire un nuovo posto nel mondo. Oggi il Brasile, piaccia o no ai critici, è protagonista di una delle più grandi rivoluzioni sociali di tutti i tempi. Mai così tante persone, più di trenta milioni, hanno cambiato lo statuto sociale in una sola volta e in così poco tempo. E senza che fosse versata una sola goccia di sangue. Noi, al contrario, non nasciamo sconfitti, noi nasciamo per la vittoria …

il manifesto 8 novembre 2011

Il comunista che alla radio sbeffeggiava il fascismo (Filippo Ceccarelli)


L'avventurosa vita di Luigi Polano, 
primo segretario della Fgci
Come s'intuisce dallo slogan «Dio stramaledica gli inglesi», la propaganda bellica che il commentatore Mario Appelius diffondeva ogni sera dalla radio del regime fascista era più che ridondante. Per cui al netto del dramma, anzi della tragedia, ciò che accadde il 6 ottobre 1941 dovette risuonare come un imprevisto eccezionale, ma anche come uno spasso. Perché nell'attimo in cui Appelius prendeva fiato, si udì distintamente: «Italiani, qui parla la voce della verità!». E a ogni pausa dell'arringa: «Non è vero! — diceva la voce — Tu inganni il popolo italiano!», come pure: «Basta con la guerra fascista!», e così via. Lo scherzo, che poi non era tale, ma un esperimento tecnologico di assai efficace contro-informazione, andò avanti da allora fino alla liberazione di Roma (giugno 1944).
Nel frattempo Mussolini s'imbestialiva perché le sue polizie non riuscivano a capire come diavolo fosse possibile, chi stava orchestrando lo scherzetto e soprattutto da dove provenivano quelle onde così lontane e così vicine. Per giunta, tra un'interferenza e l'altra, il disturbatore antifascista era anche lesto a scendere sul piano personale: «bugiardo!», accusava, come pure «asino!», «venduto!», «criminale!»; e insomma, se si considera che quel programma era la fonte principale per capire come stesse andando la guerra, e che l'ascolto di «Radio Londra» comportava addirittura l'arresto, tutto lascia pensare che a forza di sorprese e interruzioni per una moltitudine di italiani quel rito di consenso coatto fosse anche divenuto, o comunque fosse vissuto come un grande spettacolo.
Così, per depotenziarlo, si mise all'opera una finta voce, addomesticata, cui si poteva ribattere con facilità. Ma l'artificio non funzionò, mentre la vera voce seguitava ad annunciare e preannunciare catastrofi chiamando la popolazione alla rivolta. A un certo punto Appelius prese a rivolgersi a quella misteriosa entità con una maldestra espressione, «lo spettro», che sulla base di quanto di terribile andava accadendo proprio allora sui vari fronti, senza nemmeno rendersene conto in qualche modo restituiva la parola alle migliaia di soldati italiani mandati a morire ammazzati nel fango dei Balcani, nel deserto di Libia o nel gelo della steppa sovietica.
Ecco. A oltre 70 anni di distanza un libro, La voce della verità (Nutrimenti editore), ricostruisce in forma romanzata, ma documentatissima, la storia dell'uomo che su segretissimo mandato di Palmiro Togliatti, allora uno dei tre segretari del Komintern, svolse questa missione itinerante, tra la Serbia e il Montenegro in fiamme, caricandosi una stazione radio e con l'ausilio di due tecnici sovietici, tra mille avventure, compresa quella di procacciarsi le notizie per meglio controbattere le retoriche panzane e le fasulle vittorie dei bollettini bellici del fascismo.
L'autore di questo libro per alcuni versi appassionante, per altri sorprendente, è un giornalista sardo, Vindice Lecis; come sardo, pure di Sassari, era il formidabile personaggio, Luigi Polano, indicato nel sottotitolo come «il comunista che beffò Mussolini ». Già alla guida dei giovani socialisti, conobbe Lenin e partecipò in primo piano alla scissione di Livorno, fu al vertice del Pcd'I insieme con Bordiga e Gramsci, cinque volte arrestato in Italia, poi spedito in Russia dove in veste di sindacalista dei marittimi aveva occasione di entrare e restare in contatto con gli italiani.
In realtà, più che di un politico come lo si può immaginare al giorno d'oggi, quella di Polano è la vita di un autentico professionista della cospirazione e un girovago della rivoluzione, dal Baltico al Mar Nero, dalla Parigi infida dell'emigrazione alla Spagna della Guerra civile, fino ai corridoi puzzolenti di cipolla dell'hotel Lux. Un comunista plurischedato che Lecis racconta anche attraverso le carte di polizia e gli stizziti commenti del suo antagonista quasi personale, l'ispettore (anche lui sardo?) Porfirio Piredda.
Taciturno poliglotta, mago dei passaporti falsi e dotato di mille identità, a tal punto Polano si consegnò all'ideale da alimentare il mito della propria astuzia e inafferrabilità ben oltre i confini del partito italiano e degli altri che come lui avevano fatto base nell'Urss, Robotti, Berti, Grieco, Roasio.
Uomo d'aspetto apparentemente anonimo, di sobria eleganza, con l'hobby di suonare il violino, eppure capace come pochi di dare la caccia alle spie fasciste, ma anche così spietato nella lotta alle «deviazioni» da guadagnarsi la nomea, invero più che plausibile, di agente della terribile Ghepeù.
Come accadeva in quel clima plumbeo e oppressivo fino alla paranoia, ebbe comunque anche lui i suoi problemi, per così dire, di linea e un certo numero di sospetti che lo inseguivano riacutizzandosi di tanto in tanto. Per certi versi, lascia capire l'indagine di Lecis, la missione che Togliatti in persona affidò a Polano in un luogo destinato alla massima segretezza contribuì a tenerlo lontano dalle purghe moscovite.
Ritornato a Sassari dopo la Liberazione carico di onorificenze sovietiche, insieme con moglie, pure decorata, e figlio di nome Prometeo, Polano si adattò benissimo al tran tran della democrazia nel dopoguerra. Fu brevemente a capo del Pci in Sardegna, consigliere comunale, deputato, quindi senatore, pochi seppero delle sue imprese pazzesche in giro per il mondo e del sabotaggio radiofonico che lo aveva trasformato nientemeno che in un fantasma.
Quando nel 1982, di passaggio nella sua Sassari, Enrico Berlinguer e alcuni compagni andarono a trovarlo ormai 85enne, gli fu chiesto se la presenza del segretario poteva scioglierlo dal voto del silenzio sui dettagli e sul luogo da cui trasmetteva la voce. Ma Polano, con la calma di chi aveva subito ben altri interrogatori, rispose: «Ho promesso di non rivelarlo mai a nessuno». E restò in silenzio — virtù, ai suoi tempi, ben lungi dall'essere insidiata dal cicaleccio dei talk-show.

La Repubblica - 16 aprile 2014

Il sequestro di Gabriel Garcia Marquez (Patricio Pron)

L’argentino Patricio Pron (Rosario 1975), che vive a Madrid, è considerato dalla critica uno dei più interessanti fra gli scrittori latinoamericani sotto i quarant’anni. Uno dei suoi romanzi è stato tradotto in diverse lingue, compreso l’italiano (Lo spirito dei miei padri si innalza nella pioggia, Guanda 2013). L'articolo che segue, per “Pagina 99”, commenta l'uscita di scena di Gabriel Garçia Marquez. (S.L.L.)

Forse ciò che distingue uno scrittore davvero grande da uno medio o piccolo è soprattutto l’impossibilità di leggere i suoi testi andando oltre ciò che sappiamo di lui; e se quello scrittore è Gabriel García Márquez, la cosa diventa enormemente difficile. Alla figura del premio Nobel colombiano sono rimaste appiccicate alcune immagini uscite dai suoi libri e altre che sono estranee a essi, ma che lo seguono insistentemente a causa delle sue posizioni pubbliche e del suo impegno politico; ancora più interessante, però, è il fatto singolare che la sua opera sia stata in qualche modo “sequestrata” da una certa letteratura commerciale che si è valsa di un tono e di alcuni procedimenti e materiali che le appartengono per produrre testi inferiori a quelli del colombiano e agli antipodi della sua visione della letteratura e della vita: un discreto numero di studenti tedeschi di filologia (per esempio), all’inizio del corso dichiaravano di conoscere, tra i cosiddetti “scrittori del Boom”, solo Gabriel García Márquez e Isabel Allende, e che preferivano quest’ultima perché era più semplice.
Nessun lettore è obbligato a conoscere le periodizzazioni della storia della letteratura; letta come se fosse epigona di testi posteriori, l’opera di García Márquez risulta insoddisfacente e ridondante, una versione poco attraente di quel genere di testi commerciali cui le case editrici debbono, a quanto pare, un paio di successi di vendita, e i lettori una certa quantità di delusioni.
Com’è ovvio, niente può impedire che gli scrittori latinoamericani tornino a inventarsi villaggi immaginari dove la gente vola (e niente farà sì che certe case editrici europee smettano di credere che quel tipo di letteratura sia rappresentativo di quanto si produce attualmente in America Latina, e desistano dall’assegnarle premi e pubblicarla), ma penso che sia importante parlare del sequestro dell’opera di García Márquez da parte della suddetta letteratura commerciale, se vogliamo capirne il valore e l’ importanza.
Un’estate, quando avevo dieci anni, ho scoperto quell’opera tra i libri dei miei genitori e sono rimasto affascinato: non sapevo niente dell’autore, non conoscevo gli epigoni che quell’opera aveva prodotto (come un vecchio albero perso nella foresta dei propri germogli), ma ho pensato che avrei voluto essere come quell’autore e suscitare nei lettori l’impressione che i suoi libri mi avevano prodotto. Il recupero di quella fascinazione iniziale sembra imprescindibile, per farci ricordare (visto che molti sembrano averlo dimenticato) quanto sia importante quell’opera e quanto siamo fortunati a poterla leggere. (Traduzione di Francesca Lazzarato)


Pagina 99, 20 aprile 2014

3.5.14

1953. Perché ammazzano i coniugi Rosemberg (Pietro Ingrao)

La condanna a morte, nel 1952, dei coniugi Julius ed Ethel Rosenberg, scienziati statunitensi di origine ebraica, incolpati di aver trasmesso all'Urss il segreto dell'atomica, fu probabilmente il punto più alto delle persecuzioni maccartiste, così chiamate dal nome del senatore che più di tutti alimentò la “caccia streghe”. Esse si rivolgevano contro i democratici e i pacifisti degli Usa, accusati di complicità con il comunismo internazionale, oltre che contro i pochi che esplicitamente proclamavano idealità comuniste. La desecretazione degli atti, qualche anno fa, ha dimostrato, senza ombra di dubbio, l'assoluta innocenza di Ethel, oltre all'irrilevanza per la fabbricazione dell'atomica di Stalin delle notizie che la coppia avrebbe trasmesso agli scienziati sovietici, secondo l'unico accusatore, reo confesso di spionaggio. L'articolo di Ingrao è del febbraio 1953, subito dopo il rigetto da parte del presidente USA Eisenhower, da poche settimane insediato alla Casa Bianca, della domanda di grazia. La sentenza sarà eseguita qualche mese più tardi, il 19 giugno 1953.(S.L.L.)
Ethel e Julius Rosenberg
Quando dieci mesi fa fu pronunciata la condanna a morte contro Julius ed Ethel Rosenberg, i difensori fecero ricorso ad un alto, solenne tribunale; si appellarono alla opinione pubblica mondiale. Contro i Rosenberg non esisteva nessuna prova, salvo la denuncia di uno, imputato di spionaggio e che li accusava di esser suo complice. Nessun fatto, nessun gesto, nessun documento potette essere portato contro i Rosenberg. L'accusa stessa di Greenglass era un cumulo di ridicole assurdità, quali non si trovano nel più turpe romanzo giallo. Se per condannare a morte potessero bastare le «prove» addotte contro i Rosenberg ogni uomo sarebbe in pericolo, perché ogni polizia troverà sempre nelle fogne della umanità un delatore pronto ad accusare, dietro mercede. L’accusatore dei Rosenberg ebbe la sua mercede: ebbe salva la vita, mentre i Rosenberg venivano condannati al supplizio.
Queste cose corsero per il mondo, fatte conoscere dai difensori dei Rosenberg. E fu la protesta più larga, unanime che si fosse vista da tanfi e tanti anni, in questi tempi di conflitti e di lacerazioni irreparabili. Parlarono comunisti e anticomunisti, socialdemocratici e liberali, gente senza colore e senza partito, luminari della cultura, uomini della strada; dei loro nomi si potrebbe riempire un elenco senza fine. Milioni e milioni di uomini di ogni fede e di ogni parte: tale fu la giuria che fece la revisione dell’infame, scandaloso processo contro i coniugi Rosenberg.
A questo punto, la grazia, almeno la grazia, parve certa. Nessuno s’illudeva che i tribunali americani volessero tornare indietro e rendere la libertà dovuta agli innocenti, restaurarne l'onore, restituire il padre e la madre ai piccoli figli. La luce della giustizia avrebbe ferito aspramente troppe responsabilità; -troppo grave e pesante sarebbe stata l'onta per i persecutori. Ma si sperò che essi si arrestassero dinanzi all'irreparabile: dinanzi al sangue.
Invece no. L'altro ieri sera è venuto il diniego. Dopo dieci mesi di atroce agonia, dopo il dibattito e l'appello dinanzi al tribunale dell'opinione pubblica mondiale, la sentenza di morte contro Julius ed Ethel Rosenberg è stata rinnovata L'ha firmata il capo supremo degli Stati Uniti.
Non è più dunque l’errore giudiziario. E’ la fredda, premeditata decisione del politico. Ed è questo che fa orrore e che spaventa. Si trattasse solo di una conferma che gli attuali dirigenti americani sono gonfi di odio, sono sordi ad ogni voce di umanità, non ci stupiremmo. Li conosciamo. Sappiamo le banche, i commerci, le imprese spietate da cui vengono e sulle quali hanno edificato la loro triste fortuna. Taft, Nixon, Dulles, Wilson: nomi affiorati in speculazioni di miliardi, divenuti famosi in guerre e massacri, celebrati nei fasti atomici, nelle stragi dei popoli, nelle persecuzioni razziste. Chi è così pazzo da chiedere umanità a costoro? Ma essi sono uomini politici: essi sanno che cosa pensa il mondo dell'iniquo processo contro i Rosenberg e del delitto che dovrebbe coronarlo. E sfidano questo giudizio. Essi sanno che il supplizio dei Rosenberg scatenerà contro di loro una tempesta di collera, trascinerà contro di loro migliaia e migliaia di cuori ancora esitanti, offenderà nel profondo l’animo di milioni e milioni di uomini. Essi sanno che per quella decisione di morte non hanno difesa dinanzi alle coscienze, perché, in questo processo, tutte le maschere, tutti i veli sono stati strappati: l'ingiustizia è nuda. Eppure essi scontano tutto ciò, pagano questo prezzo terribile, pur di avere la vita delle due vittime. Perché? Come possono arrivare a tanto? A che mirano? Ecco la domanda.
La speculazione anticomunista non basta a spiegare; tanto più che essa, stavolta, è marcia in partenza, già fallita. Ci deve essere un'altra molla, una ragione più profonda per questa follia.
- Ostaggi del movimento americano della pace – chiamò i Rosenberg il grande scrittore americano Fast; ostaggi che bisognava colpire perché fosse scoraggiata la lotta contro la guerra, perché ogni americano oggi sapesse dai fatti qual è la moneta che si paga a credere nella pace: non più solo le persecuzioni e i bandi: ma anche la morte. Bisognava che ogni americano apprendesse, dalla fine dei Rosenberg, che una parola per la pace in Corea, un contatto con un movimento progressista, e la semplice fiducia nella coesistenza pacifica degli uomini e dei sistemi possono trascinare in un processo mostruoso e terminare sul patibolo. Necessità di terrore, bisogno disperato di stroncare, nella paura, anche solo l’esitazione e il dubbio sull'obbligo della guerra: questa è la sola logica che può spiegare la sfida imprudente lanciata al grande fronte, che da tutti i Paesi aveva chiesto giustizia e salvezza per i Rosenberg.
Perciò il supplizio decretato ai Rosenberg ha un suono sinistro: è il brontolio del tuono che minaccia il temporale. Sono venti giorni che Eisenhower s'è insediato alla Casa Bianca; venti giorni che sono bastati a seminare allarme e collera nel mondo. Il primo gesto del suo regno è stato di annunciare via libera e appoggio armato a un satrapo corrotto e cacciato dal suo popolo, a Ciang Kai-scek. Oggi viene la decisione di mandare alla sedia elettrica Julius ed Ethel Rosenberg, cui si può addebitare solo un delitto: di avere amato la libertà e odiato il fascismo. Il nesso fra i due avvenimenti è nelle cose. Mai come in queste ore è apparso chiaro che chi protesta contro l'assassinio dei Rosenberg difende la pace difende il mondo dal fascismo, che sempre va di pari passo con la corsa alla catastrofe della guerra.


L'Unità, 13 febbraio 1953

Ayrton Senna. Battere gli avversari, il tempo e la morte (Gabriele Anello)

John Ellis McTaggart pensava che il tempo fosse una semplice illusione. Difficile dargli torto pensando al mito brasiliano. Egli persiste nonostante il tempo che passa: questo è l’eredità di Ayrton Senna, di cui oggi si celebrano i vent’anni dalla scomparsa. Morì facendo quello che amava.
«Non conosci Ayrton Senna?!» è la frase che pronuncio stupito ogni volta che qualcuno non ricorda di un certo pilota brasiliano di Formula 1. Non uno qualunque: Senna non si iscrive neanche allo sport o a una sua celebrità. Senna è Senna. Il suo nome basta e avanza. Son passati vent’anni dalla morte di quello che non è stato solamente un tri-campione del mondo di Formula 1, ma una vera e propria icona. E lo è stato non solo per le vittorie in pista, ma anche per uno stile di vita che lo rendeva amato dalla gente. Specialmente dal suo Brasile, che Senna non ha mai dimenticato. Un personaggio troppo importante per esser scalfito dal tempo, un po' come James Dean o Freddie Mercury. Uno di quei personaggi che rimpiangi di non aver vissuto (a tal proposito, consiglio la visione a questo link del documentario prodotto dalla Universal nel 2010).
La carriera e le gesta di Senna erano già leggendarie prima che accadesse il tragico incidente sul circuito di San Marino. Ayrton Senna ha ottenuto 41 vittorie, che lo issano al terzo posto in questa speciale graduatoria, dietro Michael Schumacher e Alain Prost. Poi ci sono le sue 65 pole position: era un mostro sul giro secco e in generale un vero prodigio della guida. Basti pensare che Senna ha trionfato sei volte nel circuito tecnicamente più difficile, come quello di Montecarlo. Le sue qualità, derivanti da una preparazione maniacale e dagli anni passati nei kart, gli sono valse la seconda posizione nella classifica delle partenze dalla prima posizione. Davanti a lui solo Schumacher: anche se il tedesco ha disputato il doppio delle gare di Senna. Ma soprattutto i tre titoli Mondiali di Ayrton, conquistati nel 1988, nel 1990 e nel 1991.
Al di là di questi dati, a riassumere meglio Senna ci sono alcune singole imprese che lo hanno contraddistinto nella sua decennale carriera in Formula 1. Come quando guidava non la McLaren, ma una Toleman-Hart. Senna svolge dei test nel 1983 per correre con McLaren, Williams o Brabham, ma nessuna di queste opzioni si concretizza. Nelson Piquet - tri-campione del mondo - arriva a definirlo "Il tassista di San Paolo". La Toleman ottiene dei risultati straordinari grazie a Senna: tre podi, ma soprattutto la gara di Monaco 1984. La pioggia ferma tutti, ma non Senna, che con l’antenata della Benetton si issa fino al secondo posto. Poi i giochi di potere – che tanto non piacevano al brasiliano – permettono lo stop alla corsa proprio quando Senna aveva ormai agguantato Alain Prost, allora alfiere numero uno della McLaren.

Senna vs. Prost.
La loro rivalità non ha avuto eguali nella storia della Formula 1. Prost era chiamato “il professore”, perché sempre metodico nelle gare e mai troppo propenso a prendersi dei rischi. Senna invece era pronto a tutto per vincere: basti pensare al GP di Monaco del 1988, quando domina la gara con quasi un minuto di vantaggio su Prost. Tuttavia, pur di spingere fino alla fine, va a sbattere contro le barriere del Portier, regalando la vittoria al compagno-avversario. Mentre Senna si toglie diverse soddisfazioni in Lotus per tre stagioni, Prost vince il campionato del mondo nel 1985 e nel 1986. E le differenze di stile permanagono anche in McLaren, dove Senna diventa il compagno di squadra di Prost nel 1988. Si accendono i primi focolai tra i due, destinati poi a esplodere nel biennio 1989-1990.
Con la McLaren, macchina nettamente più forte del circus, i due non esitano a darsele di brutto, sia in pista che fuori. Fioccano dichiarazioni al veleno, specie nel periodo trascorso assieme alla McLaren. Per Prost Senna: «E’ un pilota senza onore, non è bello battersi con lui». Un astio che esplode però soprattutto in pista: sull’asfalto non c’è pietà. Alla penultima gara del 1989, sul circuito di Suzuka, Prost – vedendo a rischio la propria possibilità di vittoria del titolo – entra in rotta di collisione con Senna. Il francese rimane lì, mentre il brasiliano riparte e conclude una straordinaria rimonta per la vittoria.
Il giorno successivo, una decisione da parte della FIA (Federazione internazionale dell’automobilismo) annulla la vittoria di Senna e consegna il titolo nelle mani di Prost. Il presidente della FIA di allora, Jean-Marie Balestre, era accusato di favorire il connazionale transalpino: su Autosport, dopo Suzuka 1989, escono accuse sul favoreggiamento di Balestre nei confronti di Prost. Il contrasto tra Senna e il presidente della FIA continua anche dopo quella gara, quando Balestre decise di multare il pilota brasiliano e sospenderlo per sei mesi, minacciando anche il ritiro della sua super-licenza, necessaria per correre in Formula 1.
Intanto Senna e Prost continuano a darsele, anche una volta che si separano: il francese va alla Ferrari e sono sempre loro due a giocarsi il Mondiale anche nel 1990. L’ultimo atto è ancora a Suzuka, dove Senna conquista la pole position. Tuttavia la FIA – con una decisione controversa – decide all’ultimo momento di far spostare la partenza del primo qualificato sul lato sporco della pista. Un gioco di potere che non piace a Senna, che promette a sé stesso: "Se le cose non vanno come dico, allora farò di testa mia". Il brasiliano si prende la sua vendetta con gli interessi rispetto a quanto accaduto nel 1989. Alla partenza, Senna viene superato da Prost. La Ferrari è davanti alla prima curva, ma Senna sperona il francese ed entrambi finiscono la gara dopo pochi metri. Di fatto, si chiude così la contesa per il titolo 1990 in favore del pilota McLaren. Ma il duello è tutt’altro che finito e continuerà anche a distanza, quando il francese prenderà possesso della Williams invincibile di metà anni ’90.
Del resto, dopo tre titoli mondiali, Senna capisce che la McLaren non è più il posto vincente di prima. Il binomio Williams-Renault è destinato a dominare la Formula 1 per un po’ di tempo e il pilota brasiliano lo capisce prima di altri. A Woking rimarrà fino al 1993, dopo aver comunque dato prova della sua grande abilità. Un altro esempio è il primo e unico GP di Donington, vinto dalla McLaren del brasiliano nel 1993: quinto dopo la prima curva, Senna supera tutti nel primo giro e si porta in testa, senza mai mollare la conduzione della gara. Il tutto nonostante una pioggia torrenziale e la difficoltà di guidare in un circuito pieno d’acqua. Solo Hill si salva dall’umiliazione di esser doppiato da Senna: una danza sulla pioggia alla quale persino Alain Prost deve arrendersi quel giorno. Ma non basta per rimanere in McLaren: Senna vuole fortemente la Williams. E alla fine ci arriva nel 1994, dopo tante contrattazioni (anche la Benetton di Briatore lo voleva) e l’addio di Prost proprio dalla Williams.
Molti si sono sempre chiesti come mai uno dei più grandi piloti della Formula 1 non abbia mai corso in Ferrari. La verità è che non ci fu mai un accordo: dopo il 1992, la Rossa ci provò, ma venne rifiutata da Senna. In realtà, come rivelato dal suo manager, il brasiliano aveva preso in considerazione l’idea di arrivare in Ferrari nel 1996, per poi ritirarsi nel 2000 all’età di quarant’anni. Un esito mai avvenuto e infatti nel 1996, a Maranello, arrivò un arci-rivale di Senna: Michael Schumacher, allora bi-campione con la Benetton.
A caratterizzare la figura di Senna c'è anche la fede in Dio. Il brasiliano ha sempre enfatizzato un rapporto vicino e quasi personale con la propria fede, che lo ha spinto – secondo lui – verso i successi e le soddisfazioni della sua carriera. Senna afferma di aver visto Dio accanto a lui sulla griglia di partenza del GP di Giappone del 1988, in cui conquisterà il suo primo titolo mondiale. Un personaggio ben diverso da Prost, il San Tommaso della Formula 1. Senna era solito leggere la Bibbia nei lunghi voli che lo portavano in giro per il mondo. La stessa mattina della sua morte, Viviane Senna – sorella di Ayrton – rivelò di come il pilota brasiliano avesse letto un passo significativo della Bibbia: «In quel mattino finale, si svegliò e lesse un passo nel quale gli fu rivelato che avrebbe ricevuto il dono più grande: Dio stesso». Un Dio che lo ha aiutato, a modo suo, anche il 24 marzo 1991, quando Senna trionfa per la prima volta nel GP del Brasile. Un traguardo che gli era sempre mancato, ma che ottiene in modo rocambolesco. La McLaren di quegli anni domina, ma lui soffre di un problema al cambio dopo una gara dominata, che lo costringe a girare unicamente con la sesta marcia negli ultimi giri. Immaginate correre con i cambi di allora e con una sola marcia a disposizione: il dolore di Senna esce fuori in tutta la sua violenza nel team radio dopo la fine della corsa. Finalmente vittorioso, il brasiliano urla come un pazzo per la vittoria ottenuta e l’auto dei medici deve trasportarlo sul podio per la consegna del trofeo.

Primo maggio 1994. 
È un pomeriggio di sole a San Marino, la stagione è stata difficile sin lì per Ayrton Senna. Dopo aver firmato per la Williams, la FIA ha impedito l’utilizzo di alcuni dispositivi elettronici che avevano reso quella macchina la più desiderata del circus. Senna viene da due ritiri e dalla delusione per una macchina non corrispondente alla grandi aspettative di inizio stagione.
I giorni prima avevano già configurato quel gran premio fu uno dei più funesti nella storia della Formula 1. L’incidente – senza conseguenze – di Rubens Barrichello nel venerdì, ma soprattutto la morte di Roland Ratzenberger durante le qualifiche del sabato: il pilota austriaco della Simtek perse la vita dopo la rottura dell’ala anteriore della sua vettura, che causò lo scontro con il muro a 306 km/h. E Senna non può fare a meno di pensare che quello non fosse un bel segnale; va a controllare il punto in cui Ratzenberger perse la vita e cade in un pianto profondo. A questo si deve aggiungere il tremendo scontro in partenza tra la Lotus di Pedro Lamy e la Benetton di J.J. Lehto, con i detriti che ferirono nove spettatori. Infine, la perdita di una ruota da parte di Alboreto ai box della Minardi, che ferì tre meccanici.
Nonostante tutto, la domenica si corre. Come da copione, Senna è in prima posizione, sebbene la Williams gli abbia procurato due ritiri nelle prime due gare. Il brasiliano spinge nei primi giri per portare a casa la vittoria, finché non si arriva alla curva del Tamburello. Racconterà Gerhard Berger qualche anno dopo, che aveva subito lo stesso incidente nello stesso punto nel 1989: «Con Ayrton convenimmo che dovevamo togliere quel muro: era pericolosissimo. Dietro a quel muretto, Ayrton vide che c’era un ruscello. Non si poteva togliere quel muro, ma lui disse che qualcuno ci avrebbe lasciato le penne». Senna perde il controllo della sua Williams e va a scontrarsi contro le barriere. Il piantone dello sterzo cede di colpo e trafora il suo casco. Non solo: la sospensione si rompe e una gomma lo prende in pieno. Chi lo tira fuori dalla macchina ha probabilmente già perso le speranze. Come Sid Watkins, allora medico della FIA e amico di Senna, che racconta di come vide un rantolo nel corpo di Senna: lui lo interpretò come un segnale, di un addio dell’anima di Ayrton al suo corpo. Viene fatto il possibile per salvarlo, ma l’annuncio dell’equipe medica dell’Ospedale Maggiore di Bologna chiude l’ultima corsa di Senna, che aveva già lasciato questa Terra alle 14.17 di quella festa dei lavoratori del 1994. Con la beffa finale: nella sua auto, viene trovata una bandiera austriaca. Se avesse vinto, Senna avrebbe voluto dedicare la vittoria a Ratzenberger. Un ultimo omaggio che non ha mai avuto luogo.
Non so se avete mai visto un funerale di Stato. Se mai voleste averne una buona immagine, quello di Senna ti toglie il fiato: l’intero Brasile si strinse intorno al suo eroe, quello che ne aveva portato il nome all’estero. All’epoca il Brasile non era certo il paese in via di sviluppo che conosciamo oggi e Senna era uno dei pochi motivi di vanto per i brasiliani. Come la nazionale di calcio, che proprio quell’anno centrò il quarto titolo mondiale nella finale di Pasadena contro l’Italia. Leonardo, attualmente a Parigi, rivelerà di aver incontrato Senna e che proprio lui aveva predetto che la nazionale sarebbe diventata Tetracampeão. E che gli dedicò uno striscione dopo la finale. Il governo dichiarò tre giorni di lutto nazionale e la bara di Senna fece un viaggio di 25 chilometri per tutta la città di San Paolo, con 2500 poliziotti a protezione del fu fenomeno. Si dice che furono tre milioni le persone presenti per le strade di San Paolo per l’ultimo addio ad Ayrton Senna. Forse il funerale con più presenze nella storia moderna.
Senna disse una volta: «La mia carriera durerà solo pochi altri anni, ma spero di poter migliorare ancora come uomo e continuare a imparare». Oggi avrebbe 54 anni e tante cose da raccontare. Chissà se avrebbe vinto un altro Mondiale, il quinto della sua carriera. Chissà se avrebbe mai corso in Ferrari, come molti italiani speravano. Chissà se il dualismo con Schumacher sarebbe degenerato o se sarebbe passato alla storia come quello con Prost. Magari oggi lo vedremmo camminare nei paddock, aiutare il suo Brasile e chiaccherare con chi oggi la storia la sta scrivendo: vi immaginate un dialogo tra il gelido Raikkonen e il dinamico Senna? O una sfida in pista con Vettel, Hamilton o Alonso? Il suo epitaffio, degna chiusura di una vita vissuta al massimo, recita: «Nulla può separarmi dall’amore di Dio». E forse nessuno può separarci dal suo ricordo, nonostante un ventennio dalla sua morte.



Pagina99, 1° maggio 2014

Morte Rossa (da Edgar Allan Poe)

E ora si riconobbe la presenza della Morte Rossa. Era venuta come un ladro nella notte. E ad uno ad uno caddero i gaudenti nelle sale insanguinate della loro festa, e morirono ciascuno nella positura disperata della sua caduta. E la vita abbandonò l'orologio d'ebano quando spirò l'ultimo devoto dell'allegria. E le fiamme dei tripodi si spensero. E Tenebre e Sfacelo e Morte Rossa ebbero su tutto un dominio illimitato.

La maschera della Morte Rossa (trad. ital. di Glauco Cambon e Augusto Guidi), Garzanti, 1972

2.5.14

Il duro nocciolo della bellezza. Una poesia di William Carlos Williams (Rutherford, N.J. 1883 ‒ 1963)

Silueta, Una foto di DanY Purcaru (2013
Quel che più meraviglia non è
la bellezza, per quanto profonda,
ma il classico slancio alla bellezza,
nel cuore della palude:
lo stradone a fondo cieco,
abbandonato quando il nuovo ponte fu a termine.
Lì, ai due lati un ingresso
e su questo - cotta dal sole
la tinta che si screpola -
due gerani in un vaso.
Tu entra: su un muro
una targa dipinta raffigura
melograni maturi.
- e nell'andartene, osserva
giù sulla strada - su un'unghia,
puoi schizzarla sull'unghia d'un pollice -
gradini di pietra
che erti arrancano su
al porticato
minuscolo d'un
secondo piano
acuto come il palato
d'un bimbo. Tanta sicurezza
dacci ancora mio Dio.
Cespi di rose
stanno ai due lati
dell'ingresso e susini
(uno morto) alla base
cinti da gomme d'auto
fuori uso! a che scopo
se non a gloria della Deità
che cacciò su le spalle reggendo
il biondo sporco delle chiome
da sotto le onde pazienti.
E noi? l'intero grande mondo abbandonato
per un niente, intatto,
il mondo perduto della simmetria
e della grazia: sacchi di carbone
bene impilati sotto
la tettoia là dietro, e anche più dietro
il fossato, un passaggio
traverso il fango,
trionfante! alla gioia;
gioia dell'andarsene in barca,
scorciatoia domenicale
per il placido fiume.


In “Arancia blu”, giugno 1991, Traduzione di Vittorio Sereni

Il denaro (Karl Marx)


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Ciò che mediante il denaro è a mia disposizione, ciò che io posso pagare, ciò che il denaro può comprare, quello sono io stesso, il possessore del denaro medesimo. Quanto grande è il potere del denaro, tanto grande è il mio potere. Le caratteristiche del denaro sono le mie stesse caratteristiche e le mie forze essenziali, cioè sono le caratteristiche e le forze essenziali del suo possessore. Ciò che io sono e posso, non è quindi affatto determinato dalla mia individualità. Io sono brutto, ma posso comprarmi la più bella tra le donne. E quindi io non sono brutto, perché l'effetto della bruttezza, la sua forza repulsiva, è annullata dal denaro. Io, considerato come individuo, sono storpio, ma il denaro mi procura ventiquattro gambe; quindi non sono storpio. Io sono un uomo malvagio, disonesto, senza scrupoli, stupido; ma il denaro è onorato, e quindi anche il suo possessore. Il denaro è il bene supremo, e quindi il suo possessore è buono; il denaro inoltre mi toglie la pena di esser disonesto; e quindi si presume che io sia onesto. Io sono uno stupido, ma il denaro è la vera intelligenza di tutte le cose; e allora come potrebbe essere stupido chi lo possiede? Inoltre costui potrà sempre comperarsi le persone intelligenti, e chi ha potere sulle persone intelligenti, non è più intelligente delle persone intelligenti? Io che col denaro ho la facoltà di procurarmi tutto quello a cui il cuore umano aspira, non possiedo forse tutte le umane facoltà? Forse che il mio denaro non trasforma tutte le mie deficienze nel loro contrario?
E se il denaro è il vincolo che mi unisce alla vita umana, che unisce a me la società, che mi collega con la natura e gli uomini, non è il denaro forse il vincolo di tutti i vincoli? Non può esso sciogliere e stringere ogni vincolo? E quindi non è forse anche il dissolvitore universale? Esso è tanto la vera moneta spicciola quanto il vero cemento, la forza galvano-chimica della società.
Shakespeare rileva nel denaro soprattutto due caratteristiche: 1) è la divinità visibile, la trasformazione di tutte le caratteristiche umane e naturali nel loro contrario, la confusione universale e l'universale rovesciamento delle cose. Esso fonde insieme le cose impossibili; 2) è la meretrice universale, la mezzana universale degli uomini e dei popoli.
La confusione e il rovesciamento di tutte le qualità umane e naturali, la fusione delle cose impossibili — la forza divina — propria del denaro risiede nella sua essenza in quanto è l'essenza estraniata, che espropria e si aliena, dell'uomo come essere generico. Il denaro è il potere alienato dell'umanità. Quello che io non posso come uomo, e quindi quello che le mie forze essenziali individuali non possono, lo posso mediante il denaro.

Manoscritti economico-filosofici del 1844, Einaudi, 1968


La famiglia Marx e il denaro (Franziska Kugelmann)

Il 29 giugno 1843, in una chiesetta di Kreuznach, Karl sposa Jenny von Westphalen. A ottobre i due lasciano la Germania e si recano a Parigi, ove a dicembre il giovane Marx fa amicizia con Heinrich Heine. Sul ménage della coppia nel primo periodo del matrimonio ecco l'interessante testimonianza di un'amica di famiglia. (S.L.L.)
La dote di spendere il denaro con parsimonia e senso pratico mancava a tutta la famiglia Marx.
Jenny, la prima figlia di Jenny e Karl) raccontava che, poco dopo il matrimonio, sua madre ricevette una piccola eredità. I due sposi si fecero versare l'intera somma e la misero in una cassetta a due manici che si portavano dietro in carrozza; quando smontavano, la portavano reggendola uno per parte, nei vari alberghi toccati durante il viaggio di nozze. Quando ricevevano visite da amici o compagni di fede in condizioni poco floride, aprivano la cassetta sul tavolo della stanza e lasciavano che ciascuno prendesse quanto voleva. Va da sé che la cassetta fu presto vuota.


citato in Karl e Jenny Marx, Lettere d'amore e d'amicizia, Savelli, 1979

1881. Il primo incontro con D'Annunzio (Edoardo Scarfoglio)

Ritratto del vate da giovane
Ero, me ne ricordo benissimo, sdraiato sopra una panca negli uffici del "Capitan Fracassa", e sbadigliavo fra le ciance di molta gente; e alla prima vista di quel piccolino con la testa ricciuta e gli occhi dolcemente femminili, che mi nominò e nominò sé con un'inflessione di voce anch'essa muliebre, mi scossi e balzai su stranamente colpito...
Lo conducemmo nel salotto, e tutta la gente gli si raccolse intorno. Mi par di vedere ancora Gennaro Minervini, quell'ultimo erede dello spirito napoletano, stargli d'avanti a guardarlo con occhi spalancati senza parlare; e Cesare Pascarella, con lo scialle raggruppato intorno al collo, frenare a stento la smania di carezzarlo. E dovunque, poi, lo condussi, era la medesima cosa: perfino la faccia incresciosa di Angelo Sommaruga al primo aspetto di quel fanciullo fu rasserenata da un sorriso.

Citato in Mario Schettini, D'Annunzio, un racconto italiano, Sansoni, 1973

Nuovi contadini. Semi bradi a Migianella (m.f.)

Nel febbraio scorso “L'altrapagina”, il periodico dell'Alto Tevere animato dal prete Achille Rossi, di orientamento “no global”, ha pubblicato un interessante dossier sul cibo dal titolo Il veleno nel piatto. E' lì che ho trovato la nota che segue su un'esperienza produttiva umbra nell'agro-alimentare, firmata m.f., quasi certamente le iniziali di Maurizio Fratta. (S.L.L.)

Nutrire il pianeta senza devastarlo. E nutrire gli animali riprendendo l’allevamento tradizionale, quando i contadini erano attenti a proteggere i pascoli dall’eccesso di deiezioni e quando gli animali si alimentavano con mangimi naturali e con quanto il bosco e il campo coltivato erano in grado di offrire.
Nel mondo più del 70% del cibo proviene dalla “agricoltura contadina” (dati Fao 2013) e nuove leve di agricoltori si preoccupano di produrre cibo salvaguardando il suolo. A Migianella, sulla collina nei pressi di Umbertide, tra la valle del Tevere e quella del Niccone, Leonardo, Fabio e Luca hanno messo su una società, Semi Bradi. Allevano animali e coltivano terreni presi in affitto intorno ai due casali dove sono andati a vivere con le famiglie.
«Pratichiamo un’agricoltura caratterizzata da un basso investimento di capitali e da una bassissima meccanizzazione, rispettando natura e animali senza ricorrere a concimi chimici e a diserbanti», ci tengono a far sapere. «Abbiamo un grande orto comune in cui la maggior parte delle piantine sono autoriprodotte, un vecchio uliveto e due ettari di terra che prepariamo per la semina dei cereali. Il resto è bosco ceduo e pascolo. Alleviamo capre, da cui provengono i nostri formaggi, e maiali allo stato brado. E poi galline, anatre, oche e pure due famiglie di api» si legge sul loro sito (www.semibradi.it).
Collegati al movimento di resistenze contadine Genuino Contadino, vendono carne, miele e formaggi autocertificando i loro prodotti in associazione con i contadini e gli artigiani di Terra Fuori Mercato, presente a Perugia Ponte San Giovanni nei pressi del Cva il terzo sabato di ogni mese.
Nel paese dei veleni, nell’Umbria degli scandali legati allo smaltimento delle deiezioni dei maiali allevati per conto terzi e della eutrofizzazione delle acque di falda e lacustri, una sfida da incoraggiare.

1.5.14

Quella fermata dell’autobus di via Libertà (Mari Albanese)

Ci sono luoghi della memoria davanti ai quali la gente passa senza nemmeno fermarsi. Uno di quelli è a Palermo, dove morirono Biagio e Giuditta, studenti del Meli.
Esistono dei luoghi della memoria obliati dallo scorrere frenetico e sempre uguale della città. Proviamo a fermarci per un attimo, immobili, silenti e a non spostarci per almeno dieci minuti dal quadrato ipotetico di un marciapiede. Troviamo la nostra colonna sonora quotidiana, chi non ne ha una, e iniziamo ad osservare tutto con spirito critico.
Scegliamo un angolo di Palermo: la fermata dell’autobus cittadino in via Libertà all’altezza di piazza Croci proprio di fronte il Banco di Sicilia. Qui è possibile scorgere la frenesia cittadina, donne e uomini che salgono e scendono dagli affollati bus, ragazze e ragazzi che attraversano le strisce pedonali. Ci sono i ladruncoli del 101 che ogni tanto cambiano vettura in maniera schizofrenica e irregolare. C’è la vecchina con la borsa piena di medicine e il vecchino che fuma e tossisce. C’è una giovane mamma con un passeggino che piange al telefono e impreca contro il figlio maggiore che tiene per mano. Una tzigana con due denti d’oro si avvicina offrendo la mano, un violinista sale di corsa sul 106 per allietare i passeggeri. Una donna in tailleur tiene stretta la sua ventiquattrore mentre dialoga col suo ingessato collega d’ufficio, passano e come tutti gli altri non si accorgono di nulla.
Ma di cosa dovrebbe accorgersi questa città che corre come una metropolitana? Che non si ferma mai per porgere il proprio pensiero alla memoria? Eppure sul muro della fermata c’è una targa di ottone che porta incisi due nomi e una data: Giuditta e Biagio, 25 novembre 1985. Semplice e di una purezza disarmante, quasi si potrebbe rimanere ad osservarla come se fosse un’opera d’arte in mezzo alle macerie di una città ferita dalla sua stessa indifferenza. Come pure erano le anime di questi due studenti del Liceo classico Meli che in quegli anni era ospitato nelle stanze di quel palazzo che oggi gestisce denaro e conti corrente.
Giuditta Milella anni 16, Biagio Siciliano anni 15, travolti e falciati dalle macchine di scorta dei giudici Borsellino e Guarnotta alla fermata dell’autobus, nel loro ipotetico quadrato di marciapiede, con la loro colonna sonora in testa a rincorrere i loro sogni adolescenti e dorati, proprio come la targa che ancora li ricorda.
Come erano gli autunni vestiti di primavera a Palermo? Caldi come il fuoco, gelidi come la tensione che si avverte quando si è in guerra. Che colonna sonora avrà avuto il giudice Borsellino in testa quel 25 novembre? Avrà ricordato le musiche degli anni ’50, quando adolescente anche lui frequentava quello stesso Liceo, quelle identiche aule di Giuditta e Biagio? Che cosa avranno provato gli uomini di Stato che combattendo ogni giorno la mafia, correndo contro il tempo si sono scontrati con la morte? E poi come non dire con Peppino Impastato che “la mafia è una montagna di merda”? la donna vestita di nero attraversava e attraversa le strade della città, ha un passo pesante e deciso, porta sulle spalle la falce del distacco, come in un film di Dreyer non ha paura di accarezzare il volto ingenuo della purezza, mentre i belati si attaccano con la loro drammaticità alla pancia della nostra razionalità.
E gli occhi sorridenti di Giuditta, lo sguardo sornione di Biagio ci inchiodano alla nostra responsabilità. Non sono forse vittime della mafia, come lo fu la giovane Rita Atria? Si correva negli anni ottanta a Palermo, di una corsa diversa e inusuale per noi cresciuti portando il peso del post stragi.
Oggi si va come treni verso il non essere, incontro alla nostra triste ed irreversibile sorte di indifferenti che non parteggiano più per nulla. Chissà se i fiori di Giuditta sussultano ancora, se il gatto di Biagio lo attende fedele alla sua porta.
Chissà quando potremo ancora tornare a fare memoria e a raccontare ai nostri ragazzi cosa era questa città, senza ascoltare tra le fila dei revisionisti che la vita a Palermo era impossibile quando erano in vita quei folli di Falcone e Borsellino che si erano messi in testa di cambiarne il volto della Sicilia,di restituire la bellezza alla loro donna deturpata dalla violenza mafiosa. E forse quando saremo capaci di dedicare dieci minuti, solo dieci al nostro quadrato della memoria tutto avrà una luce diversa e per un attimo potremo dare dignità a chi è morto anche per noi.
Torna Palermo ad indignarti, torna a provare orrore per la libertà negata, inizia a pensare ad esempio che la mafia a marzo, alla Zisa avrebbe potuto uccidere altri giovani studenti… Calpesta col tuo piede questo serpente che mai morto ritorna con tutta la sua forza a terrorizzarti. Soffermati per dieci minuti suoi luoghi della memoria e piangi, di un pianto liberatorio e copioso capace di lavare le tue strade rovinose e rovinate da una peste che neanche la Santuzza è mai riuscita a spazzare via.


Resapubblica.it, lunedì 28 aprile 2014

La torre. Una poesia di Gery Geddes (Vancouver – Canada, 1940)

Gary Geddes
A mio modo li ho amati, al punto
da pagare il fucile in moneta sonante,
studiare la strategia l’intera notte.
Non mi lamentai per il vento freddo
o l’estenuante ascesa alla torre;
neanche la lunga attesa e il rancido afrore
dei piccioni fiaccarono la mia pazienza.

Quando, dopo un po’, apparvero,
nel fulgido sole d’inverno, a mezzogiorno
non lesinai sforzi per calibrare il fucile,
posizionare la delicata croce del mirino
in linea con le loro tempie o i petti.

E quando si misero a correre, dopo che il primo
crollò stecchito nella neve molle,
mai persi la calma, ma li presi 
uno a uno, come un gatto coi gattini.


Dal sito “Nazione indiana” (trad. Angela D’Ambra)

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