21.4.15

Il punto zero della democrazia (Gian Carlo Caselli)

Dopo la sentenza della Corte Europea su Contrada è di moda maramaldeggiare contro Gian Carlo Caselli. Ragione di più per “postare” questo testo trovato nel mensile on line “I Siciliani giovani”, su cui sono d'accordo e che trovo assai chiaro nel dettato. (S.L.L.)
1948 - Si firma e si promulga la Costituzione della Repubblica
Sono vicine al traguardo riforme costituzionali che segneranno per decenni il nostro futuro e la qualità della democrazia italiana. Secondo Gustavo Zagrebelsky siamo “quasi al punto zero della democrazia”. E tuttavia – ammonisce Michele Ainis – la riforma “cade nel silenzio degli astanti” come se non ci riguardasse più di tanto. Proviamo allora a ragionarci un poco su.
Punto di partenza è che la Costituzione repubblicana vigente disegna una democrazia pluralista, basata sul primato dei diritti eguali per tutti e sulla separazione dei poteri, senza supremazia dell’uno sugli altri, ma con reciproci bilanciamenti e controlli. A questa concezione di democrazia se ne vorrebbe sostituire un’altra: basata sul primato della politica (meglio, della maggioranza politica del momento) e non più sul primato dei diritti.
Ora, è vero che in democrazia la sovranità appartiene al popolo (per cui chi ha più consensi, chi ha la maggioranza, ha il diritto-dovere di operare le scelte politiche che vuole), ma è altrettanto vero che ogni potere democratico incontra – non può non incontrare – dei limiti prestabiliti. Tali limiti presidiano una sfera non decidibile, quella della dignità e dei diritti di tutti: sottratta al potere della maggioranza e tutelata da custodi (una stampa libera e una magistratura indipendente) estranei al processo elettorale ma non alla democrazia.
Questa necessità di limiti (che la nostra Costituzione stabilisce fin dal suo primo articolo) è fondamentale in democrazia. Altrimenti, come già insegnava quasi due secoli fa Alexis de Toqueville, può sempre essere in agguato la tirannide della maggioranza.

Chi vince prende tutto?
La vera democrazia garantisce spazi anche alle minoranze, spazi effettivi. Perché se questi spazi non sono effettivi, se la maggioranza che ha avuto più consenso si prende tutto, allora l’alternanza, che è la quintessenza, il dna della democrazia, viene ridotta a simulacro e la democrazia cambia qualità. La posta in gioco in sostanza è questa: è meglio il tipo di democrazia voluto dalla Costituzione, oppure quello che si sta cercando di sostituirgli? Quale dei due conviene di più ai cittadini?
E ancora: se prevedere un abnorme premio di maggioranza e liste di “nominati”, con inevitabili decisive ricadute sull’elezione del Capo dello Stato, e sulla composizione del CSM e della Consulta, equivale ad un fortissimo potenziamento dell’ esecutivo, come non chiedersi fino a che punto esso sia compatibile con una autentica democrazia?
Viene in mente Calamandrei, quando ammoniva che la Costituzione non è una macchina che va avanti da sola.Perché si muova bisogna ogni giorno metterci dentro il combustibile, cioè impegno e responsabilità.

Che m’importa della politica…”
Per questo, dice Calamandrei, una delle peggiori offese che si possano fare alla Costituzione è l’indifferenza alla politica, quella che spesso ci porta a dire che “La politica è una brutta cosa, che cosa mi importa della politica…”.
Calamandrei a questo discorso oppone un apologo, quello dei due migranti, due contadini, che attraversano l’oceano su un piroscafo traballante: uno dorme nella stiva, l’altro sta sul ponte; c’è una grande burrasca, onde altissime; il piroscafo oscilla e il contadino impaurito domanda a un marinaio se c’è pericolo; il marinaio gli risponde che se continua così in mezz’ora il bastimento affonda; allora il contadino corre nella stiva, sveglia il compagno e gli grida “Beppe! Beppe! Se continua questo mare, il bastimento affonda!”; ma quello gli risponde “Che me ne importa, non è mica mio il bastimento!”.
“Mica è mio il bastimento!”
Questo, conclude Calamandrei, è l’indifferentismo alla politica. Ma attenzione: “la libertà è come l’aria. Ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare, quando si sente quel senso di asfissia che gli uomini della mia generazione hanno sentito per vent’anni e che io auguro a voi giovani di non sentire mai”. Questo l’augurio di Calamandrei. Un augurio che vale ancora oggi.


“I Siciliani giovani”, marzo 2015

Principio d'estate. Una poesia di Umberto Saba


Dolore dove sei? Qui non ti vedo;
ogni apparenza t'è contraria. Il sole
indora la città, brilla nel mare.
D'ogni sorta veicoli alla riva
portano in giro qualcosa o qualcuno.
Tutto si muove lietamente, come 
tutto fosse di esistere felice.

dal Canzoniere

20.4.15

Mafia e giornali. Una lettera dei “Siciliani giovani” al presidente Mattarella

I “Siciliani giovani” è un mensile che a Catania, con la partecipazione di alcuni reduci dell'esperienza de “I Siciliani”, il settimanale di Pippo Fava, e di nuovi giornalisti impegnati nella denuncia della corruzione e nella lotta alla mafia, intende rilanciare le battaglie di pulizia iniziate trent'anni fa. Questa lettera aperta è stata pubblicata sul mensile negli ultimi giorni di marzo, dopo un discorso del Presidente della Repubblica, in cui si attribuivano al quotidiano catanese “La Sicilia” meriti altamente improbabili. Aggiungo come postilla un “comunicato stampa” della Procura della Repubblica di Catania che giova a chiarire i termini della questione.(S.L.L.)

Signor Presidente,
il quotidiano “La Sicilia” non è “la voce delle forze impegnate nella legalità”; Lei sbaglia a dirlo. La Sicilia non è stata affatto, e non è tuttora, voce d’impegno civile, ma esattamente l’opposto.
Ha combattuto Scidà, ha esaltato i Cavalieri, ha intimidito pentiti, ha insultato Beppe Montana e Giuseppe Fava. Ha ospitato dei boss, sulle sue pagine e fisicamente. E in questo preciso momento essa è inquisita – in persona del suo proprietario – per eventuale collusione con mafiosi. È inquisita da magistrati che dipendono dal Csm, di cui Lei – signor Presidente – è il massimo garante. Son giudici coraggiosi, devoti all’ordine, e non terranno conto delle Sue parole. Ma se non lo fossero stati? Se esse, senza volerlo, avessero poi contribuito a salvare un reo?
Se sotto indagine fosse stato un santo, Lei avrebbe dovuto esitare a parlare – in bene o in male – di questo santo: per scrupolo, per timor d’influire anche minimamente nel giudicato. E qua non si trattava d’un santo, come Catania sa bene.
Scriviamo queste parole non con polemica, non col tono che avremmo usato per un Napolitano o un Cossiga, ma – signor Presidente – con dolore. Lei non è uno dei tanti politici, Lei è dei nostri. Di noi che per decenni abbiamo combattuto – ma questo è il meno – e che abbiamo dovuto chiamare generazioni di giovani a lottare e a soffrire insieme a noi, chiedendo sacrifici e offrendo pericoli, con l’unica ricompensa di servir fedelmente ciò a cui Lei, salendo alla nostra Repubblica, ha giurato.
Mai più, signor Presidente. Mai più di questi dolori.

Postilla
10 aprile 2015
In relazione alle notizie di stampa diffuse in data odierna da varie fonti in ordine all’esercizio dell’azione penale nei confronti di Mario Ciancio Sanfilippo (l'editore de “La Sicilia”, n.d.r.) ed alla avvenuta designazione del Giudice dell’Udienza Preliminare, si precisa che in data 1 aprile 2015 la Procura Distrettuale della Repubblica di Catania ha depositato presso la cancelleria del G.I.P. la richiesta di rinvio a giudizio nei confronti del predetto imputato per il reato di concorso esterno in associazione mafiosa e che la designazione del Giudice, non ancora effettuata, avverrà secondo le previsioni tabellari.”
Catania ore 20.00
Il Procuratore della Repubblica

Giovanni Salvi

Giacobini e Bolscevici. Intervista a Eric Hobsbawm (b.g.)

In un “Contemporaneo” (così si chiamavano i supplementi monografici di “Rinascita”) dedicato al bicentenario della Rivoluzione francese ho trovato questa intervista allo storico inglese Eric Hobsbawm siglata b.g., quasi certamente Bruno Gravaguolo, che curò nello stesso inserto altre interviste e servizi. (S.L.L.)

- Professor Hobsbawm, discutendo di rivoluzione vengono spesso comparati e distinti fra di loro i modelli della rivoluzione americana, inglese e francese. Qual è l'origine e la validità attuale di questo criterio storiografico e in che senso il «modello francese» occupa storicamente una posizione del tutto particolare rispetto ai suoi antecedenti?
«Al di là delle loro profonde differenze le rivoluzioni inglese americana e francese, assieme alla lotta degli olandesi per l'indipendenza contro la Spagna, sono sempre state percepite come una successione di avvenimenti da cui è emersa la realtà della lotta rivoluzionaria quale modello principale dei cambiamenti storici nell'età moderna e come base dello sviluppo nazionale. Ciascuna di queste rivoluzioni naturalmente si è riferita ai suoi antecedenti. Ma la prima novità della Rivoluzione francese è stata proprio quella di aver potuto congiungere le due rivoluzioni precedenti, quella inglese e quella americana. Dalla prospettiva del 1789 infatti queste ultime vennero viste non come incidenti interni e specifici nella storia dei loro paesi, ma come eventi di una serie appartenente ad un insieme storico in movimento. Tradizionalmente il caso inglese e il caso francese sono stati sempre contrapposti come modelli distinti. Per i liberali moderati in particolare la rivoluzione inglese costituiva il modello preferito perché aveva evitato gli eccessi del giacobinismo. La rivoluzione francese del 1830 per esempio si richiamava esplicitamente all'esempio inglese tentando di plasmarsi su di esso. Quanto ai tratti specifici più vistosi e durevoli della Rivoluzione del 1789 essi consistono in quel che segue: 1) le sue ripercussioni straordinarie e immediate (i cui echi politici erano destinati a influenzare anche la rivoluzione russa nel nostro secolo) e sottolineate subito dai successi degli eserciti rivoluzionari francesi i quali hanno conquistato gran parte del continente europeo trasformandolo direttamente o indirettamente; 2) il carattere drammatico e spettacolare degli avvenimenti francesi dagli anni 1789 in poi al punto tale che le personalità e gli episodi della storia rivoluzionaria francese di quegli anni, da Mirabeau a Robespierre a Napoleone, dalla Bastiglia al Terrore, al 18 Brumaio, entrarono a far parte della comune educazione europea dell'800. Thomas Carlyle uno dei grandi pensatori britannici dell'800, autore di una celebre storia della Rivoluzione francese, definì in tal senso la Rivoluzione come "il grande poema dei nostri tempi"; 3) infine la Rivoluzione francese, a differenza delle rivoluzioni precedenti, indicava il cammino verso altre rivoluzioni sociali, più radicali, suggerendo modelli per il loro futuro. Tutti i rivoluzionari dell'800, incluso Marx, cominciavano sempre con l'analisi delle esperienze che andavano dal 1789 al 1799».

Ricominciamo allora anche noi di qui. Quello del carattere borghese del 1789 costituisce un canone consolidato di indagine che ricompare con insistenza negli studi marxisti. Quanto è ancor efficace tale paradigma interpretativo?
«La Rivoluzione francese come rivoluzione borghese non è in prima istanza una definizione marxista, ma il frutto dell'interpretazione dei pensatori e dei politici liberali e borghesi francesi dei primi anni Venti del XIX secolo, i quali riflettevano sulle proprie esperienze dell'adolescenza e sulla giovinezza. È da costoro che Marx asserisce di averla ripresa.
I liberali francesi moderati la videro come rivoluzione borghese perché rappresentò quel che Tocqueville chiamò classe intermedia la quale voleva distruggere sia il feudalesimo che l'assolutismo, cercando nello stesso tempo di tenere le masse lontane dal potere. Difatti le classi borghesi avrebbero preferito una rivoluzione effettuata sul modello inglese, e piuttosto simile a quella del 1688, che non a quella del 1649.
La loro opinione generale fu che nel 1791 la Rivoluzione raggiunse i suoi obiettivi, ma a quel punto i moderati incalzati dalla controrivoluzione per farla sopravvivere dovettero fare appello alle masse, le quali a loro volta espressero un regime giacobino, sebbene di breve durata. Dopodiché il problema fu quello relativo alla modalità con cui ristabilire su durevoli basi la rivoluzione moderata.
I moderati pensarono che un tale traguardo fosse stato raggiunto con la restaurazione di Luigi XVIII quale monarca costituzionale di fatto. Invece il regime cominciò a muoversi verso destra. A quell'epoca dunque il modello di rivoluzione borghese era stato consapevolmente formulato e la rivoluzione del 1830 fu condotta consciamente su quella base. E dovrei aggiungere che i rivoluzionari borghesi non dubitarono mai del fatto che la nuova società borghese sarebbe stata una società capitalistica. Io stesso non mi sento di dissentire da quel che fu al riguardo il pensiero di Mignet, Guizot e Tocqueville.
Tuttavia, c'è una versione della teoria della rivoluzione borghese che è stata puntualmente criticata. È la tesi secondo cui nel 1789 c'era già una consapevole classe borghese capitalista che aspettava di rovesciare il feudalesimo, di sostituirsi al re e all'aristocrazia in quanto classe dominante. Tale versione fu proposta da alcuni storici marxisti, che indubbiamente ragionavano per analogia, vale a dire sul modello del rapporto di classe che essi ritenevano sussistente tra lavoratori e capitalisti nella fase immediatamente precedente l'inevitabile rivoluzione del proletariato. È chiaro adesso che quella russa non poteva essere e non era la situazione nel 1789. E infatti i grandi storici della rivoluzione non hanno mai adottato un approccio così semplicistico. Ad ogni modo criticare una versione della definizione di "rivoluzione borghese" non significa negare che storicamente la francese fu una rivoluzione borghese».

C'è stato comunque nell'ultimo decennio un moltipllcarsi di contributi e di approfondimenti tesi a relativizzare il carattere di classe, la centralità assoluta e il «mito» della stagione rivoluzionaria francese. Un fenomeno questo che riguarda non solo la Francia ma anche il mondo anglossassone. Come giudica questa discussione?
«Gli spunti che emergono dal dibattito francese sulla rivoluzione in occasione del suo bicentenario sono di scarsissimo interesse storico. Investono sostanzialmente la politica e le ideologie attuali, come del resto hanno sempre fatto i dibattiti pubblici sulla rivoluzione. L'attuale dibattito in Francia concerne tanto il 1789 quanto il 1917. I repubblicani e la sinistra tradizionale, comunisti compresi, stanno dalla stessa parte, seppure dissentono sulla questione se le celebrazioni debbano o meno riferirsi anche alla fase radicalizzata della rivoluzione del 1793-94. Una disagiata miscela di reazionari e di liberali anticomunisti invece si attesta sul fronte opposto. I reazionari colgono l'occasione non tanto di commemorare la rivoluzione quanto di condannarla, introducendo nella discussione un elemento insensato concettualmente e improprio quale il "genocidio". I liberali anticomunisti cercano di sconfessare l'idea della inevitabilità della rivoluzione e della sua così vasta e profonda portata e insistono nella critica a quelle che essi ritengono teorie marxiste.
Ma la maggior parte dei contributi francesi a questo dibattito è costituito da reinterpretazioni del dato storiografico e paradossalmente, nell'esaminare il materiale più recente, guardano più a quello anglosassone che a quello francese. Nondimeno si deve notare come, mentre la ricerca anglosassone in anni recenti sia stata critica verso le interpretazioni tradizionali della Rivoluzione francese, il suo sbocco è molto meno politicamente revisionista delle tesi di molti scrittori francesi che se ne avvalgono. Prima di tutto gli storici inglesi e americani riconoscono che la rivoluzione è un fatto fondamentale nella storia del XIX secolo».

Lei ha evocato di sfuggita gli anni 1793-1794. Una delle questioni più dibattute, anche in Italia, è quella del giacobinismo e del suo ruolo. Qual è in sintesi la sua valutazione storica del 'momento giacobino» della rivoluzione e perché questo problema torna ancora a riproporsi?
«Il problema cruciale della Rivoluzione francese come rivoluzione borghese era ed è quello del come conseguire e conservare propri obiettivi senza usare metodi non-democratici. Dovette appellarsi ai giacobini (anche a costo di rischiare una rivoluzione sociale) e a Napoleone (tanto da farne derivare un regime militare). I liberali originari del 1820 ed anni seguenti espressero il parere che la rivoluzione sarebbe stata sconfitta senza la cosiddetta "seconda rivoluzione" del 1792-94; come è chiaro che la Francia sarebbe certamente stata sconfitta nelle guerre di quegli stessi anni se non fosse stato per lo sforzo bellico organizzato dalla Repubblica giacobina.
Invece i liberali moderni dissentono profondamente perché ravvisano in quella giacobina la via maestra che conduce alle rivoluzioni proletarie e sociali che essa indubbiamente ispirò. I giacobini senz'altro ispirano i democratici, i socialisti ed i comunisti del XIX e del XX secolo. La borghesia liberale si è abituata alla democrazia perché non ebbe mai come sbocco la rivoluzione sociale, purtuttavia non rinunciò ad osteggiare il giacobinismo proprio perché era democratico. Comunque sia, i liberali rimangono antigiacobini perché il giacobinismo continuò ad ispirare le rivoluzioni sociali, specialmente quelle socialiste e comuniste. Quel che permane ambiguo in sede di giudizio storico è l'atteggiamento verso i giacobini. Si sostiene al medesimo tempo che fossero e che non fossero borghesi. Tale atteggiamento per esempio si può rinvenire in Gramsci, personalmente credo tuttavia che questo modo di porre la questione sia anacronistico».

Il giacobinismo, Lei sostiene, continuò ad ispirare le rivoluzioni successive. Dal suo punto di vista quindi, anche la rivoluzione d Ottobre, fu in certa misura giacobina. Questo richiamo al passato da parte dei bolscevichi non rivestiva dunque soltanto un carattere simbolico ma coincideva con i tratti effettivi delle vicende nate dall'Ottobre, incluso il «ricorso» termidoriano?
«La rivoluzione di Ottobre fu una rivoluzione giacobina in due sensi. Innanzitutto perché il potere fu conquistato da un corpo politico organizzato, un partito di avanguardia, e senz'altro i giacobini possono essere considerati degli antenati dei partiti di quel genere. In secondo luogo fu una rivoluzione giacobina nel senso gramsciano, perché fu spinta oltre il punto in cui i suoi sviluppi spontanei l'avevano portata, fino a giungere a una posizione più avanzata “di quanto le condizioni storiche le avrebbero consentito di andare". Storicamente parlando, si intende che fu una rivoluzione tutt'affatto diversa dalla francese, anche se i bolscevichi erano costantemente consapevoli del precedente della Francia, specialmente dei pericoli del Termidoro e del bonapartismo. E così, dopo il 1917, la Rivoluzione russa rimpiazzò quella francese come modello internazionale delle grandi rivoluzioni nel mondo.
Gli apparenti parallelismi tra gli sviluppi interni in Francia ed in Russia all'indomani delle rispettive rivoluzioni possono essere guardate in una visione più generale, come davvero Gramsci fece quando paragonò i giacobini a Cromwell e alle Teste Rotonde.
Devono per forza tutte le più grandi rivoluzioni spingersi oltre il punto al quale le condizioni storiche permetterebbero loro di giungere, così da dover sviluppare regimi che devono ritrattare le tesi che nel lungo e nel breve periodo risultarono insostenibili e non funzionanti? Io non credo che specifici esempi tratti dalla rivoluzione in Francia siano oggi calzanti, anche se è comprensibile perché i bolscevichi anche negli anni Venti e Trenta vi si riferirono.
Il problema di fondo è che le grandi rivoluzioni come le grandi guerre non possono né essere pianificate per intero né controllate completamente. Non possono essere iniziate e finite a comando, straripano dalle intenzioni dei partecipanti come dei fiumi in piena e vanno poi reincanalate. Che le grandi rivoluzioni fossero un fenomeno naturale piuttosto che un fatto umano politico, fu una scoperta fatta durante la Rivoluzione francese e come risultato delle esperienze in seno ad essa».

Veniamo infine al presente. A suo avviso l'idea di rivoluzione violenta, così come ci è stata tramandata dalle rivoluzioni del passato, rimane ancora una esperienza centrale e massimamente significativa per la trasformazione storica, oppure essa appartiene ad una costellazione temporale in via di superamento?
«Gli ultimi due secoli costituiscono un'era di globali cambiamenti storici attraverso la rivoluzione. Non c'è motivo di credere che questa era stia finendo. Le fasi più recenti di tali cambiamenti si registrano negli anni Settanta e fanno marcare rivoluzioni in varie parti d'Africa, come l'Etiopia, in Portogallo, in Iran ed in Nicaragua. D'altro canto in molti paesi nel passato si è riusciti ad ottenere sostanziali mutamenti sociali con mezzi diversi dalla rivoluzione, anche se nel loro background storico si colloca una rivoluzione, come nel caso dell'Inghilterra. Tuttavia in Inghilterra dal 17° secolo in poi ci sono stati cambiamenti senza il ricorso alla rivoluzione. Non c'è motivo per cui ciò non possa accadere in altri paesi. In sostanza, la questione circa la sopravvivenza dell'epoca delle rivoluzioni non deve concernere una generalizzazione storica, ma le concrete esperienze storiche di singoli paesi. Se mi si chiede: ci sarà una nuova Rivoluzione francese, la risposta è: non ce n'è né una probabilità né una necessità. Se invece mi si chiede se la rivoluzione è un fattore di cambiamento storico nel mondo che ha esaurito la sua funzione, la risposta è: no».

“Rinascita”, sabato 11 marzo 1989

La poesia del lunedì. José Martí (Cuba 1853 - 1895)

Coltivo una rosa bianca,
a luglio come in gennaio,
per l’amico sincero
che mi dà la sua mano franca.

E per il crudele che mi strappa
il cuore con cui vivo,
né cardo né ortica coltivo:
coltivo una rosa bianca.

18.4.15

Epica di libertà. La rivolta degli schiavi sull'Amistad (Raffaele Laudani)

Il 2 settembre 1839, mentre il pubblico «beveva, faceva a pugni, (…) sputava per ogni dove tabacco masticato» e «le prostitute proponevano i loro servigi nel loggione», il Bowery Theatre, il più grande teatro popolare di New York, metteva in scena uno dei tanti melodrammi marinareschi allora in voga: The Black Schooner, or The Pirate Slaver Armistead, che raccontava il «recente e incredibile episodio di pirateria e ammutinamento» verificatosi a bordo della goletta negriera spagnola «La Amistad».
Qui, il 1 luglio dello stesso anno, un gruppo di africani della Sierra Leone destinati a lavorare nelle piantagioni cubane di Puerto Principe era riuscito a liberarsi dei ceppi che li immobilizzavano sottocoperta. Armati di machete, avevano ucciso il capitano della nave e preso possesso dell’imbarcazione con l’obiettivo di fare ritorno a casa in Africa, prima che una nave da pattuglia della marina militare statunitense li abbordasse a largo di Long Island e li consegnasse nelle prigioni di New Haven (Connecticut) con l’accusa di pirateria. Di lì a poco avrebbe avuto inizio uno dei più celebricasi giudiziari della storia degli Stati Uniti, che alcuni ricordano nella versione cinematografica di Steven Spielberg (1997).

La tournée degli insorti
Curiosa scelta quella dei gestori del Bowery Theatre, il cui pubblico era stato protagonista qualche anno prima di una violenta sommossa antiabolizionista. Curiosa ma azzeccata: l’opera fu un vero e proprio successo al botteghino, vista da oltre quindicimila persone, circa un newyorkese su venti. Era l’inizio di un poderoso processo di spettacolarizzazione del caso, che vide folle oceaniche di curiosi pagare «uno scellino di York» (12,5 centesimi di dollaro) per entrare in carcere e osservare dal vivo i «pirati neri» dell’Amistad. I quali, dopo la loro scarcerazione, furono anch’essi impegnati in una tournée per gli Stati Uniti in cui misero in scena la loro storia per raccogliere i fondi necessari a sostenere la spedizione che avrebbe dovuto riportarli in Africa da uomini liberi.
Anche la versione di questa vicenda data recentemente alle stampe da Marcus Rediker (La ribellione dell’Amistad, Feltrinelli) non sfugge a questa dinamica di drammatizzazione. Diversamente dalla versione hollywoodiana di Spielberg, che celebra il sistema giudiziario americano e la sua capacità «liberale» di resistere alle pressioni altolocate dei sostenitori dell’«istituzione peculiare» della schiavitù, in questo caso però il racconto recupera la sua originaria dimensione atlantica ed è riconsegnato al protagonismo dal basso dei rivoltosi, capaci di «decidere autonomamente del proprio destino» e di sovvertire il «microcosmo galleggiante della nave negriera» in una vera e propria «epopea della libertà».
In linea con una ricerca storiografica più che ventennale, nota al pubblico italiano soprattutto per I ribelli dell’Atlantico (Feltrinelli, 2004), scritto a quattro mani con Peter Linebaugh, e per alcuni volumi sulla pirateria (Sulle tracce dei pirati, Piemme 1996; Canaglie di tutto il mondo. L’epoca d’oro della pirateria, Elèuthera, 2005), lo sfondo su cui Rediker colloca questo dramma è il mare. Vi si respira la stessa atmosfera cosmopolita dell’Incredibile storia di Olaudah Equiano, o Gustavus Vassa, detto l’africano (Epoché, 2008) e di altri simili racconti autobiografici dell’Atlantico ribelle. Qui tutto è mare, spazio aperto alla circolazione e al movimento; anche i fiumi che, visti da questa prospettiva, diventano prolungamenti entroterra delle acque oceaniche, come se il mondo fosse una grande laguna navigabile nella quale città, porti e insediamenti costieri operano da nodi logistici di un viaggio senza fine nel quale l’uomo di mare inventa e reinventa di volta in volta la propria soggettività. Da quest’angolatura, la storia dei ribelli dell’Amistad perde molti dei tratti «americani» che Spielberg le ha voluto assegnare. Al pari della fortezza schiavista di Lomboko sulla costa africana di Gallinas nella quale gli schiavi vengono portati prima di essere imbarcati per il Nuovo Mondo sulla «Teçora», o delle baracche di L’Avana nelle quali sono temporaneamente detenuti prima di imbarcarsi sull’Amistad, gli Stati Uniti sono infatti solo uno degli snodi territoriali in cui si scandisce la circolazione marittima del desiderio di libertà e autonomia che anima questo gruppo di donne e di uomini.
Per Rediker la nave è un vero e proprio spazio politico, una floating factory nella quale si condensano tanto le istanze ordinative e disciplinanti del capitalismo moderno, quanto i processi di soggettivazione e di solidarietà proletaria che a quelle istanze resistono. Ciò vale in modo particolare per la nave negriera, di cui già Paul Gilroy aveva messo in luce la centralità per la definizione dell’identità nera (The Black Atlantic, Meltemi, 2003) e alla quale Rediker ha dedicato nel 2007 un volume importante ora in corso di traduzione italiana presso Il Mulino (The Slave Ship. A Human History, Viking). Così, se nel film di Spielberg le vicende a bordo dell’Amistad costituiscono solo l’antefatto di una storia che si svolge a terra, nelle aule giudiziarie statunitensi, nella versione di Rediker centrale è invece proprio l’esperienza a bordo delle due navi negriere. E lì infatti che un gruppo di uomini e donne catturati nei loro villaggi d’origine in Africa e inseriti forzatamente nei circuiti atlantici del commercio coloniale si reinventano «africani» e, più precisamente, «popolo Mendi» (dal nome del gruppo etnico maggioritario sull’Amistad).
Il volume di Rediker racconta il «farsi» di questo movimento, delle modalità che durante l’attraversamento della «grande acqua» hanno portato un gruppo di africani di estrazione etnica e linguistica differente a dare vita a un soggetto politico radicale. Tra queste particolarmente significative sono le palaver (dal portoghese palavra, parola), una pratica a quel tempo molto diffusa in Africa Occidentale, che prevedeva sedute assembleari nel bari (casa comune) per risolvere le controversie sorte tra i membri della comunità, nel corso delle quali i partecipanti erano chiamati a combinare il rigore intellettuale con l’arguzia e i toni patetici per costruire consenso diffuso attorno alle proprie posizioni. Nel contesto «occidentale» della tratta negriera le palaver divennero un efficace strumento per trasformare la «fratellanza» costruita nell’oppressione in azione
politica condivisa, pur senza annullare le differenze culturali e le diverse opinioni sul da farsi esistenti tra i ribelli.
È all’interno di questo particolare modello di democrazia dal basso che è emersa la leadership di Joseph Cinqué, la figura con cui ancora oggi si identifica la ribellione dell’Amistad, che nel racconto di Rediker emerge più per le sue capacità «discorsive» di interprete delle comuni aspirazioni dei «fratelli» africani, che per le sue indubbie doti di guerriero, condivise del resto anche da altri protagonisti della rivolta. Curiosamente, mentre l’immaginario popolare del periodo provava già a integrare Cinqué nel pantheon degli eroi «americani», quest’ultimo e gli altri ribelli dell’Amistad riuscivano a imporre il modello «africano» delle palaver anche come base per un dialogo tra pari con i militanti abolizionisti. Nelle intenzioni degli africani questi dovevano infatti limitarsi a tradurre nel linguaggio giuridico occidentale le proprie richieste. Così, ad esempio, il giovane undicenne Kale poteva scrivere senza alcun imbarazzo all’ex presidente degli Stati Uniti John Quincy Adams, incaricato di difendere i ribelli africani di fronte alla Corte Suprema: «Vorremmo che lei domandasse al tribunale che cosa abbiamo fatto di male. Perché gli americani ci
tengono in prigione?»

Un’alleanza contigente
Rediker descrive i rapporti tra i ribelli africani e i loro amici abolizionisti nei termini di una «alleanza» tra movimenti portatori di interessi affini ma non coincidenti. Per il movimento abolizionista, la vicenda dell’Amistad era un’occasione per portare avanti la «riforma morale» della nazione (e dei «selvaggi» africani). Per i ribelli dell’Amistad i progetti civilizzatori degli abolizionisti erano invece subordinati all’obiettivo primario del ritorno a casa. Nello stesso modo in cui abbracciarono con curiosità gli usi e i costumi cristiani nel corso del processo e delle fasi preparatorie della spedizione che li avrebbe portati a casa, convinti dagli abolizionisti che questo avrebbe favorito il consenso popolare verso la loro causa, non esitarono a riprendere i loro abiti e le loro abitudini africane non appena rientrati in Africa, quando capirono che di quella missione civilizzatrice essi sarebbero stati più il tramite che non i protagonisti.
In realtà, i processi di ibridazione tra i due movimenti furono molto più ampi di quanto gli stessi attori non fossero disposti ad ammettere. La stessa definizione di «popolo Mendi» è inconcepibile al di fuori di questa relazione: come spiega Rediker, la sua «condensazione» è stata infatti «un diretto correlato dell’apprendimento dell’inglese e della dottrina cristiana» e al tempo stesso un «fenomeno di resistenza» di fronte «alle insistenze degli abolizionisti» di «fare degli africani dell’Amistad uomini nuovi». Similmente, il mito dell’Amistad è stato decisivo per la radicalizzazione del movimento abolizionista statunitense.
Quella vicenda dava infatti un nuovo significato alla «filosofia della riforma» abolizionista: «chi professa di sostenere la libertà e tuttavia depreca le agitazioni – avrebbe spiegato qualche anno più tardi Frederick Douglass – vuole l’oceano senza il terribile scrosciare delle sue tante acque», perché «il potere non concede nulla senza un’insistita richiesta». Di lì a poco il capitano John Brown avrebbe preso in parola questo suggerimento dando fuoco alle polveri a Harper Ferry. Era il preludio alla guerra civile.


“il manifesto”, 6 luglio 2013

Luigi Pintor quando liberarono Priebke (1996)

L'editoriale di Luigi Pintor qui postato fu pubblicato sulla prima pagina del “manifesto” il 3 agosto 1996. Il primo agosto Erich Priebke era stato prosciolto dal Tribunale militare di Roma al termine del processo per la strage delle Fosse Ardeatine. I giudici militari avevano riconosciuto all’imputato le attenuanti, ragione per cui il reato era stato dichiarato prescritto.Alla lettura della sentenza una folla in rivolta, in prima fila le famiglie delle vittime della strage, aveva assediato l’aula del Tribunale. Ma mi pare che l'articolo esca dai limiti della cronaca e del contingente, guardando lontano. (S.L.L.)
Priebke libero saluta i neonazisti che lo acclamano
Ragione e sentimento
Se reagisco emotivamente alla sentenza Priebke provo un senso di pianto. Penso alle vittime come a persone vive e incredule, come se le conoscessi tutte e non una soltanto. Se toccasse a me di informarle, portar loro la notizia nel fondo delle cave, che parole troverei? Più che sofferenza sento però vergogna personale. Che cosa ho fatto in questi cinquant'anni? Sono uno di quelli che debbono a un certo punto domandarsi, secondo Thomas Mann, se gli resti il diritto di noverarsi tra le persone rispettabili. Provo anche dell'odio e altri pessimi sentimenti.
So che non si deve. Ma se alla fine di quel processo, qualcuno si fosse abbandonato a un gesto estremo, l'avrei compreso come un fratello.
So che non si deve. Se invece reagisco alla sentenza Priebke razionalmente, con un criterio politico, allora resto freddo e persuaso. La trovo logica, e contro la logica si indignano i farisei. La trovo un segno dei tempi, e perciò un segno di verità.
Da molti anni i fascismi, tutti i fascismi, sono stati rivalutati. Sottilmente nelle accademie europee, nelle nostre aule parlamentari, nel senso comune. Ora grossolanamente anche nei tribunali. Norimberga non fu che un'ipocrisia dei vincitori.
Non è una rivalutazione storica, è una rivalutazione politica. Non riguarda il passato, riguarda il presente. Non è una memoria cancellata, è una memoria ritrovata. I fascismi sono stati un'incarnazione del potere e una teoria del dominio a cui si riconosce un merito e si restituisce un onore. Perché su di essi si può fare assegnamento futuro. Così ci parla nella sua miseria la sentenza Priebke, anche se preferiamo non sentire. E ci dice coerentemente che ogni strage, ogni crimine contro l'umanità, ogni guerra, trova legittimità e giustificazione in quanto è un esercizio del potere. Questo esercizio insindacabile non è più un'eccezione ma una consuetudine, è la nostra normale frequentazione televisiva. Se condannassimo quel passato, come potremmo assolvere questo presente?
Lasciamo dunque che il buon soldato muoia nel suo letto con la donna che gli ha scritto lettere d'amore. E apriamo subito anche noi, come ad Auschwitz, un supermercato esemplare al posto dell'ossario in disuso, anticipando giubilei e nuove costituzioni.

La stazione. Una poesia di Umberto Saba

La stazione ricordi, a notte, piena
d'ultimi addii, di mal frenati pianti,
che la tradotta in partenza affollava?
Una trombetta giù in fondo suonava
l'avanti;
ed il tuo cuore, il tuo cuore agghiacciava.

dal Canzoniere

17.4.15

La Bastiglia della scienza (Stefano De Rosa)

David - Ritratto dei coniugi Lavoisier
Nel 1794, il presidente del tribunale rivoluzionario che condannò a morte Antoine Lavoisier proclamò che «la Repubblica non aveva bisogno di scienziati». Non si trattava di una posizione isolata, ma dello specchio di una diffidenza generale, di sospetto diffuso verso gli uomini di scienza. L'anno precedente, l'8 agosto del 1793, durante la fase ascendente del Terrore, la Convenzione aveva abolito le accademie scientifiche come incompatibili con la Repubblica.
Nonostatne la presenza nella Rivoluzione francese di molti illustri scienziati, i rapporti dei Giacobini con la scienza furono improntati a forte ostilità. Richiamandosi alla filosofia di Jean Jacques Rousseau, essi consideravano i membri delle istituzioni scientifiche fondate dai re di Francia solo dei cortigiani privilegiati. La scienza, ai loro occhi, era una nuova forma di aristocrazia e l'eccellenza del genio scientifico una sorta di crimine contro gli ideali dell'eguaglianza; il tecnicismo scientifico era un velo ingiustificato interposto fra il popolo e la verità. L'immagine giacobina della scienza identificava quest'ultima con una subcultura aristocratica che continuava ingiustamente ad esistere in una società democratica e egualitaria.

Il rapporto intensamente conflittuale fra giacobinismo e spirito scientifico è stato uno dei punti di maggior interesse del discorso introduttivo di Paolo Rossi, presidente del Centro fiorentino di storia e filosofia della scienza, al convegno su La Rivoluzione francese e la scienza svoltosi a Firenze, presso l'Istituto Francese, il 22 e 23 maggio. All'incontro di studio hanno partecipato Charles Gillispie (Princeton), Roger Hahn (Berkeley), Jacques Roger (Parigi), Robert Fox (Oxford) e gli italiani Pietro Corsi, Paolo Brenni, Ferdi-nando Abbri, Umberto Bottazzini, Paolo Galluzzi.
Come un succedersi di cerchi concentrici, le relazioni hanno seguito un'orbita particolare: il legame tortuoso fra i lumi o la rivoluzione, fra il patrimonio scientifico acquisito prima dell'incendio del 1789 e il riordino delle strutture istii tuzionali in età repubblicana e nella successiva fase napoleonica. E' noto che i lumi avevano favorito la crescita del sapere scientifico: Coulomb nei suoi fondamentali esperimenti sull'elettricità e Lavoisier, nei suoi attacchi all'antica teoria del flogisto e nell'enunciato di una nuova teoria del calore, avevano ricevuto uno stimolo preciso da una società ansiosa di rinnovamento. Si erano dilatati, come mai prima nel passato, i confini della fruizione sociale della scienza.

Artigiani, insegnanti, professionisti, borghesi di buone letture, erano diventati espressione concreta di un'attenzione per il sapere da parte di nuovi soggetti sociali, come Galileo aveva preconizzato nel Salviati e nel Sagredo del Dialogo. Accanto al loro lavoro di ricerca gli scienziati avevano il pugnace gruppo dei philosophes. Come hanno ricordato Corsi, Bottazzini e Galluzzi esisteva un continuo travaso fra scoperte scientifiche e adeguamento del sapere filosofico. D'Alembert, in particolare, si assume il compito di dar vita a una storiografia della scienza i cui quadri fossero aggiornati ai tempi.
Durante il secolo dei Lumi prende vita, così, una sorta di revival del progetto baconiano, la cui sola novità è che la teoria memoria-ragione-immagìnazione, vedeva la posposizione della ragione all'immaginazione. D'Alembert (e prima di lui Condorcet) ha un'idea propedeutica e propagandistica della scienza. Considera che il filosofo debba predisporre la società all'accoglimento critico delle scoperte e pensa che per questo scopo il pubblico debba familiarizzare con il percorso storico delle scienze. Anche gli errori, nella visione di D'Alambert, sono necessari. L'opposizione della chiesa è considerata una sorta di catastrofe naturale, inevitabile, dato il carattere della chiesa come organizzatrice dell'oscurantismo collettivo.

In questo ambito D'Alembert e i philosophes inseriscono la vicenda di Galileo: martire della scienza, più che scienziato innovatore. Gli «eroi» di D'Alembert erano invece Copernico, Keplero, Newton e, defilato ma presente, Locke. Lagrange, nella Mécanique analityque (1788), suggeriva che il compito dello storico della scienza deve essere anche quello di mettere in risalto lo scarto fra gli avanzamenti del sapere e le nuove possibilità offerte alla ricerca. Solo Delambre, nella sua Storia della Astronomia, mette in discussione il modello di D'Alembert. Non a caso la sua opera non vuole essere uno schizzo, o un'interpretazione, ma un repertorio storico. E non a caso inizia il suo racconto storico dai Greci e, come Keplero, considera l'astrologia non la nemica, ma la madre dell'astronomia. Copernico e Keplero sono i pilastri della sua trattazione, mentre Descartes è trattato con freddezza.

Il modello ermeneutico di D'Alembert rimase comunque egemone, ed esercitò una netta influenza sui testi storico-scientifici coevi. Ma, come si ricordava all'inizio, il convegno ha messo in luce anche il modo in cui la Rivoluzione ordinò, materialmente, il mondo della ricerca scientifica. Citando D'Alembert, Robespierre osservava che, pur avendo combattuto memorabili battaglie contro il clero, aveva pur sempre rinsaldato il potere del re, e le benemerenze acquistate durante l'Ancien Regime non potevano essere considerate valide nelle mutate condizioni. Si capisce bene pertanto come solo dopo il Termidoro e la caduta di Robespierre fu istituita una serie di grandi strutture scientifiche ed educative.
L'Institut de France, che ne era il culmine, fu fondato nel 1795, come 1' École Normale e l'École polytechnique. Ciò che cambiò radicalmente, e al convegno lo ha messo in luce Roger Hahn, fu la situazione degli scienziati. La ricerca si configurò, nelle nuove strutture educative e scientifiche, come una professione e un impiego a tempi pieno e retribuito, al quale si accede dopo un periodo di formazione. All'Ecolé polytechnique si entrava per concorso. Il curriculum aveva al centro l'insegnamento della matematica, seguito da quelli di fisica e di chimica. Agli scopi più strettamente professionali provvedevano, al termine del ciclo di studi, e dopo un finale, le écoles de application o di servizio pubblico dedicate ai ponti e alle strade, alle miniere, alla geografia, al genio militare, all'artiglieria, all'ingegneria navale. In questo senso mutò la domanda culturale rivolta alle Accademie.
Robert Fox, che ha studiato l'attività scientifica svolta dalle Accademie negli ultimi cinque anni dell'Ancien Regime e nei primi cinque successivi alla rivoluzione, ha osservato un progressivo mutare di indirizzi, un irrobustimento della spinta alla specializzazione del sapere. Fa eccezione solo la mirabile Accademia Linneiana di Bordeaux, isola di attento studio, impermeabile agli avvenimenti storici. Con Napoleone gli scienziati furono utilizzati per scopi politici e militari.
Il patrocinio offerto da Napoleone alla scienza fu oltremodo generoso. Mentre il regime napoleonico evolveva verso forme di autocrazia, la relativa indipendenza personale dell'uomo di scienza venne progressivamente ridotta. Quando, nel 1803, Napoleone impose una ristrutturazione all'Institut de France, se ne servì come di una copertura per ciò che veramente lo interessava: l'eliminazione della classe di scienze morali e politiche ove si annidavano gli ideologues, che erano i suoi critici più aspri e irriducibili.


“il manifesto”, ritaglio senza data, ma maggio 1989

Ai raggi primaverili... Versi di Aleksandr Puskin

Ai raggi primaverili,
le nevi già dalle montagne
sono scese in torbidi rivi
sulle allagate campagne.
Al mattino dell'anno pura
sorride incontro la natura;
s'inazzurrano i cieli splendenti.
Quasi di piume, trasparenti
inverdiscono i boschi. L'ape
dalla sua colletta di cera
vola, al dono dei campi anela.
Per valli asciutte e variegate
mugghiano martore; e l'usignolo
nelle notti canta il suo assolo.
(...)
E tu, o benigno lettore,
nel tuo calesse verniciato,
della città lascia il clamore,
dove l'inverno ti ha spassato;
con la mia Musa vieni a sentire
anche tu i boschi stormire,
sul fiumicello che non dico,
dove il mio Eugenio da romito
nullafacente e un po' infelice
passato ha un inverno in campagna
negli stessi paraggi di Tanja,
la mia cara sognatrice,
e dove da che se n'è andato
un'orma triste egli ha lasciato.


Eugenio Onieghin, VII, strofe 1 e 5 - traduzione di Giovanni Giudici, Garzanti 1984

Novembre 2011. Massimo D'Alema commemora Lucio Magri alla Camera dei deputati

Signor Presidente, colleghi deputati

Ho chiesto la parola per esprimere il cordoglio dei parlamentari del Partito democratico per la morte tragica e disperata di Lucio Magri, militante e dirigente della sinistra, uomo intelligente, colto e appassionato.
Sono personalmente colpito e addolorato per ciò che è avvenuto. Non è il momento di ripercorrere qui l’itinerario tormentato della sua vita, da giovane dirigente della Democrazia cristiana, alla scelta di militare nel Partito comunista, all’esperienza del Manifesto, che fu per lui fondamentale sul piano
umano e intellettuale. E, ancora, dalla fondazione del Pdup, al ritorno nel Partito comunista, fino alla battaglia contro la «svolta» e alla difesa dell’esperienza del comunismo italiano.
Ebbi modo di incontrare Lucio Magri per la prima volta nel 1969, quando, insieme a FabioMussi e ad altri studenti pisani, raccoglievamo gli abbonamenti al “manifesto”. L’ultima volta - e quindi nell’arco di oltre un quarantennio - l’ho incontrato qualche giorno fa qui, nel Transatlantico di Montecitorio.
Abbiamo passato una lunga vita vicini, per la comune appartenenza e, nello stesso tempo, quasi sempre lontani nelle scelte politiche che a ogni crocevia della nostra storia ci hanno visto su opposte sponde. Da quel lontano 1969, quando noi rifiutammo di spingere il dissenso fino alla scelta di farsi cacciare dal Partito comunista, nella convinzione che non vi fosse prospettiva al di fuori della grande forza storica del movimento operaio. E sino alle discussioni dopo l’89, negli anni sofferti della «svolta» e della diaspora.
Lucio non è mai stato un dogmatico, ha difeso il patrimonio del comunismo italiano, pur essendone stato uno dei critici più acuti e più anticipatori. E non fu neppure un eretico, nel senso della testimonianza solitaria, dell’estremismo.
Non amava la politica predicata, anzi, si sforzò sempre di praticarla. In questo, davvero, proponendosi come un continuatore nel solco della migliore tradizione togliattiana, quella che ha saputo combinare il mito rivoluzionario con il realismo politico, con il gusto per la strategia, il calcolo dei rapporti di forza, la capacità di intravedere i possibili passi in avanti. Così fu quando non si contrappose al compromesso storico nel nome di un moralistico rifiuto della politica, ma nel nome di un’acuta idea del compromesso per l’alternativa.
E così fu quando, nel ’95, non accettò il rifiuto di Rifondazione comunista al governo Dini, in cui vide, pure nella differenza profonda, un possibile passo in avanti. È forse questo gusto per la politica che lo ha reso per me, per molti di noi, un interlocutore importante, intelligente, con cui discutere, approfondire, ricercare le soluzioni, mettere a confronto le analisi e le proposte.
Lucio ci ha lasciato con Il Sarto di Ulm: una riflessione critica e insieme un atto di amore verso la nostra storia. Quel libro contiene la consapevolezza di una sconfitta, perché il sarto di Bertolt Brecht fallisce nell’ambizione folle di volare e si schianta al suolo. Ma egli riteneva che quella testimonianza disperata avesse comunque lasciato un segno, perché è pur vero che poi l’uomo è riuscito a volare.
Lucio portava il peso della sconfitta e non aveva tollerato la morte dolorosa della sua compagna Mara. C’era in lui una lucida disperazione. E resta nei suoi amici e nei suoi compagni il rimpianto di non avere forse compreso fino in fondo e di non essere riusciti ad aiutarlo a restituire un senso alla sua esistenza.
Ecco, non vorrei che l’emozione per le circostanze della sua morte finisca per cancellare la memoria della sua vita, il suo impegno politico e intellettuale, la testimonianza che egli ci ha lasciato delle sue ricerche, delle sue battaglie, dei suoi scritti.
Anche noi, insieme ai suoi compagni, siamo pronti a ricordarlo, a raccogliere le sue opere, a discuterle e a tramandarne il senso ai giovani che vogliono impegnarsi nella politica di oggi.

Postilla
Il testo fu pubblicato dal “manifesto” del 1° dicembre 2011 con il titolo Le sue battaglie, un messaggio ai giovani, in una pagina che ricorda con varie testimonianze la figura di Lucio Magri. (S.L.L.)

Studenti inconsapevoli. Manzoni, la bella lavanderina (Gianluigi Beccaria)

La barzelletta è un vero e proprio racconto. L’arguzia invece non ha struttura narrativa, è un’asserzione il cui effetto dipende dall’efficacia della sorpresa, secondo un gioco che consiste nel far deragliare a un certo punto gli elementi verbali o concettuali, farli arrivare a un punto di divaricazione nettamente bipartito, per cui appena vengono associate due matrici abitualmente incompatibili, scatta l’intelligenza della trovata spiritosa.
Cesare Segre raccontava del grande linguista russo Roman Jakobson, perennemente in viaggio tra Europa e America, il quale per giocosità verbale e senso polemico contro i formulari che ogni volta gli toccava compilare al ritorno negli Stati Uniti, alla domanda sullo «stato civile» attestava il suo essere «poligamo diacronico e monogamo sincronico».
Ma talvolta il divertimento nasce dall’inconsapevolezza. Mi scuso in anticipo con chi si dovesse eventualmente riconoscere nella citazione (assicuro che per par condicio rimanderò in una prossima occasione a siti vari che raccolgono gli strafalcioni dei professori), ma non posso nascondere l’ilarità di quando a un esame, alla domanda chi fosse nel verso di Gozzano quel «Loreto impagliato» messo lì nel salotto tra le cose di pessimo gusto, lo sventurato rispose che doveva essere «il santuario di Loreto»; o quando al «che cosa sono le comunicazioni di massa» lo sciagurato rispose... «il treno».
In altra occasione toccò a Manzoni, le cose non andavano nel verso giusto, e allora ci stavamo accontentando di un «mi dica quello che sa sui Promessi Sposi», ma all’esordio «Manzoni sciacquò i panni in Arno», non mi trattenni dallo sbottare «E che è, la bella lavanderina?».
Me ne scuso, alla distanza, ma addio davvero a ogni ludismo verbale, o motto di spirito! Dell’ignoranza non si dovrebbe ridere, ma come si fa quando uno studente (è capitata anche questa, a una collega romana) ti comincia a parlare dell’«elsi-uone» di D’Annunzio (che sarebbe poi l’Alcyone), o quando un buon giovane dei nostri esordì parlando del «lessico sopraelevato» di Petrarca (e che! lo elaborava in soppalco?).
Petrarca, chissà perché, attiva negli studenti la più scatenata fantasia combinatoria: c’è stato un giovane che a domanda rispose che la lingua del Nostro è «piena di euforismi» (espressione tecnica assolutamente corretta), e alla richiesta di spiegare che cosa fossero aggiunse che li usava «perché era contento di essere tanto innamorato di Laura, e quindi la sua lingua diventava euforica».
Ce n’è stato un altro che venuto a discorrere a proposito di un testo, non ricordo quale, dove compariva la forma «in Ispagna» prese a dire che trattavasi «della famosa i prostatica».
Ancora sulla lingua italiana e le sue varietà un altro (non sto inventando) prese a parlare con disinvoltura della «varietà diamesica» (benissimo), della «diastratica» (bene), e concluse che la più importante però era l’«afasica».
Non so invece se sia vera quella risposta che da un po’ gira per l’Italia, sull’esaminando che alla richiesta di qualche indicazione bibliografica su Manzoni rispose che non esisteva nulla! Aveva letto sul manuale che «la bibliografia è sterminata». Distrutta, forse tra le fiamme di biblioteche andate a fuoco.


“Tuttolibri – la Stampa”, 24 marzo 2012

Sul sentiero di Fenoglio (Maria Corti)

Nella nostra epoca, se qualcuno avanza un'idea culturalmente nuova accade che per il grande rumore dei mass media quell'idea impieghi una ventina d'anni ad affermarsi; e quando si afferma ormai è anonima. Giusto vent'anni fa fu edito, postumo, Il partigiano Johnny di Beppe Fenoglio, e vi fu chi avanzò l'idea che l'opera fosse la prima e non l'ultima dello scrittore, come allora si supponeva. Dieci anni dopo, nel 1978, uscì presso Einaudi l'edizione critica di tutta l'opera fenogliana, che confermò filologicamente quell'idea, ma il rumore della stampa sul rapporto temporale fra le varie opere continuò. Ora, a vent'anni di distanza, in questo 1988 che segna il venticinquennio della morte di uno dei narratori più autentici e validi del Novecento italiano (spentosi a Torino il 18 febbraio 1963), sono usciti dallo stesso editore, Longo di Ravenna, due libri dedicati a Fenoglio, molto diversi fra loro per tematica, metodo e luogo di origine, ma che portano entrambi conferma all'ordine cronologico fissato dall' edizione critica einaudiana.
Il primo, di una italianista americana, Maria Grazia Di Paolo, docente al Lehman College della City University di New York, è uscito nella collana diretta presso Longo da Aldo Scaglione della New York University e ha per titolo Beppe Fenoglio fra tema e simbolo (pagg. 132, lire 18.000). Come si sa, se molte sono le incompiute di Fenoglio, segno della sua inquietudine stilistica, tuttavia la tematica dello scrittore è abbastanza omogenea: l'attività del narrare prende avvio con una storia di guerra, quella partigiana, e si chiude con un'altra storia di guerra, quella mondiale; protagonista lui nella prima, un familiare nella seconda. Accanto alla forza centripeta dell'universo bellico ecco prendere spicco l'altro mirabile universo, il contadino, entrambi drammatici e maturati all'interno dello stesso spazio geografico e ideale: la minuscola immensità delle Langhe. Il volume della Di Paolo offre un'analisi sottile delle zone chiave dei due mondi, partigiano e langhigiano, dove prendono consistenza alcuni temi che accompagneranno con la loro carica simbolica e potere incombente tutta l'opera.
Primo fra tutti il tema della morte, protagonista dei due capitoli centrali del saggio: Il muro e la morte; Il gorgo e la morte. Le due parole chiave, muro e gorgo, pur alla stessa distanza dal tema della morte, riportano a un diverso, quasi opposto modus moriendi: presso un muro si è fucilati nell'universo bellico, mentre il gorgo del fiume è segnale o marca di una morte prescelta nella cupa vertiginosa avventura contadina. Uccisione nel primo caso, suicidio nel secondo. Di qui l'analisi esemplare del trasformarsi di un racconto della raccolta I ventitre giorni della città di Alba e del suo titolo: da Raffica a lato a Un altro muro, dove il termine muro, concreto elemento presente, assume connotazioni chiaramente simboliche fino a diventare l'ossessivo personaggio del racconto. L'autrice non solo segue lo sviluppo tematico, simbolico e stilistico del binomio morte-muro nelle varie opere di Fenoglio ma, impostando con intelligenza lo studio dello sviluppo creativo e stilistico dei motivi di un tema, rinviene una linea di maturazione progressiva che coincide con l' ordine temporale dell' edizione critica in cinque volumi.
A questo proposito è pertinente e ricco di conferme anche l'appello ai personaggi femminili fenogliani, visti nel loro cammino dal direttamente registrato dei primi testi, più autobiografici, all'invenzione deformante degli ultimi. Intendendo la caratterizzazione di un personaggio come la intese il russo Tomasevskij, cioè un sistema di motivi legati indissolubilmente a quel personaggio, la Di Paolo mostra come Fenoglio plasmi a poco a poco da un'opera all'altra i tratti somatici e psicologici da cui viene fuori la sua donna ideale, la Fulvia di Una questione privata.
Non ultimo punto d'arrivo del libro il recupero di testi della letteratura anglosassone, letti e amati da Fenoglio. E qui per l' ennesima volta dalla stampa rivolgiamo agli anglisti italiani l' invito a fare finalmente attenzione alla massa di traduzioni inedite che riempiono le cartelle 18-20 e alcuni quaderni del Fondo fenogliano di Alba: pensare che la Einaudi negli scorsi anni commissionò una traduzione delle Confessioni di un oppiomane di Thomas de Quincey, mentre ad Alba c'era quella di Fenoglio, su cui aveva i diritti!
L'altro libro, recentemente uscito da Longo, è di Mariarosa Bricchi, Due partigiani Due primavere (pagg. 109). E' un libro con altro punto di vista, più storico-filologico, stilistico in senso stretto e narratologico. Esposti con molta chiarezza i termini della lunga querelle fenogliana, l'autrice prende posizione, non attraverso afflati lirici o ispirazioni personali, non con giudizi di valore passibili a volte di sconcertante rovesciamento, ma con un rigoroso confronto, che è frutto di ammirevole umiltà intellettuale, fra le due diverse redazioni del Partigiano Johnny e Primavera di bellezza, edita nel 1959 sulla base di un'analisi variantistica di tutti i passi paralleli tra i tre testi fenogliani in questione. E' chiaro che questo è l'unico modo (non pare che la logica ne consenta altri) per risolvere il problema dell'ordine di composizione dei tre testi.
Non è certo un quotidiano la sede per entrare in dettagli filologici, ma il lettore di questo bel libretto proverà il piacere che danno le dimostrazioni lucide, logicamente incontrovertibili anche in ambito artistico, e si troverà a stupirsi del fatto che la filologia non è solo un prezioso capitale per l'intelletto, ma può anche essere motivo di godimento mentale. Successivamente la Bricchi, indagata la tecnica compositiva di Primavera di bellezza, mette a fuoco le strategie sintattiche in fieri dai due Partigiani alla Primavera edita, in concomitanza con un originale contributo del docente ginevrino Michele Prandi, uscito in Strumenti critici (n. 56, 1988) da cui risulta un dato importantissimo: come la lingua di Fenoglio nei due Partigiani, per affascinante che sia, offre esiti formali che non escono da quell'opera, in quanto lo scrittore si fa poi più maturo e ricorre a strutture stilistiche meno vistose, ma più raffinate e sottilmente eleganti. Questo il linguista Prandi non lo afferma a priori, ma lo prova con suggestiva documentazione e acribia.
Pochi scrittori hanno saputo come Fenoglio essere così monotematici, cioè parlare sempre delle stesse cose, emettendo messaggi tanto differenti da un libro all'altro: accade che il rifiutato, il messo ai margini, il cancellato, sia prima o poi soggetto a un recupero in funzione di un nuovo e parallelo messaggio, da realizzarsi in una nuova tastiera stilistica. Negli ultimi anni di vita (1961-62) egli scrisse racconti oppure epigrammi, questa volta sui cittadini di Alba, città che un tempo descritta in guerra ora è vista in un'atmosfera provinciale e sonnolenta, con le sue maschere umane, le fermentazioni di desideri, una strana futilità. Ancora nel 1962 qualche testo teatrale di argomento partigiano, poi la strada di Fenoglio si fa buia. Solo ora, a un quarto di secolo dalla morte, in un periodo come il nostro di tante piccole, rumorose, caotiche ambizioni, si intravvede la forza solitaria che emerge dal gran numero di opere interrotte, di traduzioni inedite, dal costante esercizio delle lettere che fu segreta e profonda ragione della vita di questo grande scrittore.


“la Repubblica”,18 novembre 1988  

16.4.15

Italia nuova. La morìa delle vacche al tempo dell'EXPO (“la Stampa”)

A frenare gli entusiasmi dei propagandisti che collegano l'EXPO milanese con le “magnifiche sorti e progressive” dell'Italia alimentare, poteva bastare questa denuncia della Coldiretti pubblicata nel gennaio scorso da “la Stampa” senza firma a cura della redazione economica. La riduzione del patrimonio zootecnico è allarmante e gli impegni governativi in materia sono molto generici. Ma i cantori del buon cibo italiano non la smettono mai di intonare peana. (S.L.L.)
La Fattoria Italia è a rischio. Nel nostro paese, dal 2008 e cioè dall’inizio della crisi, sono scomparsi oltre 2 milioni di mucche, maiali, pecore e capre. È la Coldiretti a lanciare l’allarme in occasione della festa di Sant’Antonio Abate, protettore degli animali e patrono di tutti gli allevatori. In occasione di questa festività migliaia di allevatori provenienti da tutta Italia si sono dati appuntamento in piazza San Pietro per partecipare alla Messa celebrata dal Cardinale Angelo Comastri e visitare la fattoria a cielo aperto allestita davanti al colonnato del Bernini dall’Associazione italiana allevatori.
«Stalle, pollai e ovili si sono svuotati dal 2008 con la Fattoria Italia che ha perso - sottolinea la Coldiretti - solo tra gli animali più grandi circa un milione di pecore, agnelli e capre, 800mila maiali e 250mila bovini e bufale».
«Un crollo - continua la Coldiretti - che rischia di compromettere anche la straordinaria biodiversità degli allevamenti italiani dove sono minacciate di estinzione ben 130 razze allevate tra le quali ben 38 razze di pecore, 24 di bovini, 22 di capre, 19 di equini, 10 di maiali, 10 di avicoli e 7 di asini, sulla base dei Piani di Sviluppo Rurale dell’ultima programmazione». La Coldiretti nota che dell’asino romagnolo, noto per il suo temperamento vivace, sono rimasti solo 570 esemplari, impegnati nella produzione di latte a uso pediatrico e per l’onoterapia. Della capra Girgentana dalle lunghe corna a forma di cavaturacciolo, si contano circa 400 capi per la produzione di latte destinato alla Tuma ammucchiata (formaggio nascosto) stagionata in fessure di muro, che in passato venivano murate per nasconderle ai briganti. Ma ci sono anche - continua la Coldiretti - la gallina di Polverara, ritratta con il caratteristico ciuffo fin dal 1400 in quadri e opere conservati anche nei Musei vaticani, la Mora romagnola una curiosa razza di maiale dal mantello nerastro, con tinte dell’addome più chiare, i bovini di razza Garfagnina con mantello brinato e pelle di colore ardesia che annovera una popolazione di appena 145 capi o quelli di razza Pontremolese che sono rimasti appena in 46. A rischio non c’è però solo la biodiversità, ma anche il presidio del territorio dove la manutenzione è garantita proprio dall’attività di allevamento con il lavoro silenzioso di pulizia e di compattamento dei suoli svolto dagli animali.
L’allevamento italiano è soprattutto un importante comparto economico che vale 17,3 miliardi di euro e rappresenta il 35% dell’intera agricoltura nazionale, con un impatto rilevante anche dal punto di vista occupazionale con circa 800mila persone al lavoro. La scomparsa della Fattoria Italia fa aumentare la dipendenza dall’estero che ha già raggiunto livelli preoccupanti: l’Italia importa il 42% del latte che consuma, il 40 della carne di maiale e bovina, il 30% di quella ovicaprina e il 10% della carne coniglio. E proprio per il latte è allarme rosso nelle stalle in Italia nel 2015 con i prezzi pagati agli allevatori che sono stati tagliati di circa il 20% senza alcun beneficio economico per i consumatori. Il prezzo riconosciuto agli allevatori - denuncia la Coldiretti - non copre neanche i costi di produzione e spinge verso la chiusura migliaia di allevamenti che a breve dovranno confrontarsi anche con la fine del regime delle quote che terminerà il 31 marzo 2015, dopo oltre trenta anni.
Secondo la Coldiretti «occorre intervenire a livello comunitario e nazionale per preparare con strumenti adeguati un atterraggio morbido all’uscita del sistema delle quote». Lo sostiene il presidente della Coldiretti Roberto Moncalvo nel sottolineare che sotto accusa è anche «la mancanza di trasparenza nell’informazione ai consumatori che favorisce la concorrenza sleale di latte e carne a basso prezzo importati dall’estero. «Gli inganni del finto Made in Italy sugli scaffali riguardano due prosciutti su tre venduti come italiani, ma provenienti da maiali allevati all’estero, ma anche tre cartoni di latte a lunga conservazione su quattro che sono stranieri senza indicazione in etichetta, e la metà delle mozzarelle che sono fatte con latte o addirittura cagliate straniere», ha denunciato il presidente della Coldiretti Roberto Moncalvo. Attualmente, infatti, in Italia non è obbligatorio indicare in etichetta la provenienza del latte a lunga conservazione in vendita e neanche l’origine del latte di mucca, pecora o capra impiegato nei formaggi. La mancanza di trasparenza in etichetta sulla reale origine colpisce anche la carne di coniglio, pecora, capra o maiale in vendita come fresca o anche trasformata. Le importazioni di carne dall’estero per realizzare falsi salumi italiani di bassa qualità fanno concorrenza sleale ai prelibati prodotti della norcineria nazionale, dal culatello di Zibello alla coppa piacentina, dal prosciutto di San Daniele a quello di Parma.
In Italia sono state importate 57 milioni di cosce di maiali dall’estero destinate ad essere stagionate o cotte per essere servite come prosciutto italiano, a fronte di una produzione nazionale di 24,5 milioni mentre su un consumo di 2,05 milioni di tonnellate di latte a lunga conservazione solo mezzo milione è di provenienza italiana mentre il resto è stato semplicemente confezionato in Italia o addirittura è arrivato già confezionato, con un impatto negativo sul lavoro e sull’economia del Paese. Ma ad essere importati - conclude la Coldiretti - sono anche semilavorati come le cagliate, polvere di latte, caseine e caseinati che vengono utilizzati per produrre, all’insaputa del consumatore, formaggi di fatto senza latte.
«Come governo siamo in campo a sostegno della filiera zootecnica per trovare un nuovo modello sostenibile di produzione, recuperando così margini di efficienza e riducendo la dipendenza dall’estero - è il commento del ministro delle Politiche agricole alimentari e forestali, Maurizio Martina -. Per questo abbiamo deciso, in sinergia con le Regioni, di stanziare per il comparto oltre 200 milioni di euro all’anno di fondi europei nella nuova programmazione 2014/2020».


“La Stampa” sez. Economia 17/01/2015

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