27.1.13

Lutero e Savonarola. Due terribili frati (Valerio Castronovo)


Martin Lutero
Qualcuno, fra i protestanti, ha parlato di Savonarola come di un precursore di Lutero. E c' è chi l' ha dipinto come un avversario della tirannide e un vindice della repubblica. Altri, ancora, ne hanno fatto un antesignano della democrazia in chiave laico-patriottica (così Pasquale Villari) o della conciliazione fra religione e scienza in una prospettiva neoguelfa e cattolico-modernista (basti pensare a Tommaseo, Joseph Schnitzer e Roberto Ridolfi). Insomma, attorno alla persona di fra' Girolamo, idealmente trasfigurata da un'iniqua scomunica papale, e del suo supplizio nel maggio 1498, sono fioriti i miti più diversi.
Così come non sono mancati gli anatemi, non soltanto da parte di coloro che a suo tempo avevano bollato Savonarola alla stregua di un indemoniato e di un eretico, ma anche di quanti hanno visto in lui un visionario esaltato e un demagogo, vittima alla fine dell' intolleranza e delle fobie che egli stesso aveva scatenato e che gli si erano ritorte contro.
D' altra parte, ancor oggi è difficile trovare giudizi concordi su una figura così complessa, esaltata dagli uni, bistrattata dagli altri.
Quello che si può dire con certezza, è che Savonarola non fu un santo, come l'hanno effigiato i "piagnoni" suoi seguaci, e neppure un grande riformatore religioso.
Ben più creativa e poderosa fu la personalità di Martin Lutero, al di là di certe analogie che pur è possibile riscontrare fra il frate domenicano italiano e il monaco agostiniano tedesco: lo stesso temperamento impetuoso e aggressivo, la medesima capacità di suggestione esercitata attraverso i gesti e la parola, una sensibilità spirituale che per entrambi traboccava in una passione mistica e in un'esperienza ascetica carica di pathos medievale.
Ma, detto questo (e ci sarebbe già da discutere fino a che punto si possano spingere simili paragoni), resta il fatto che Lutero fu il protagonista di un'autentica rivoluzione che segnò l'avvento dell'età moderna nel suo momento religioso (la libertà del cristiano salvato dalla propria fede e dalla grazia di Dio) e nel suo momento politico (la testimonianza di sé e della propria coscienza, quale germe e giustificazione dei diritti fondamentali dell'individuo). Sicché ancor oggi - come osserva Hellmut Diwall in una appassionata biografia (Lutero, il frate che divise e incendiò l' Europa, Rizzoli, pagg. 437, lire 30.000), che pur fa giustizia di alcune interpretazioni sovraccariche di significati simbolici - l'eredità spirituale di Lutero rimane viva e stimolante, malgrado i cinque secoli che ci separano da lui: non solo per l'impegno di cui diede prova nel ricercare la verità, ad onta del mondo e dei santi, o per il suo rifiuto di ogni tabù, a dispetto dei dogmi, ma anche per le angosce, i drammi e le contraddizioni con cui egli visse questa sua incrollabile esigenza di percorrere sino in fondo le strade più difficili della fede e della libertà. Anche Savonarola recepì i fermenti e le aspirazioni di palingenesi del suo tempo, denunciò le degenerazioni del papato e il decadimento della morale pubblica, invocò un rinnovamento delle istituzioni ecclesiastiche e della società. Ma le sue soluzioni non si collocavano nella prospettiva di una nuova era; e la sua sfida al potere non ebbe mai lo spessore teorico e la vigorosa coerenza che caratterizzarono il pensiero e l'opera di Lutero.
Gerolamo Savonarola
Queste differenze emergono ancor più nettamente dal saggio (il primo di una trilogia) che Franco Cordero ha dedicato al domenicano ferrarese (Savonarola. Voce calamitosa 1452-1494, Laterza, pagg. 368, lire 35.000). Ripercorrendo passo a passo le vicende di fra' Girolamo, l' autore ne svela gli aspetti più intimi: i penchants masochistico-femminili e le libidini necrofiliache dei suoi deliqui mistici, gli artifici scenico-verbali impiegati per ravvivare i suoi sermoni (le prime prove dal pulpito erano state un disastro, per la voce troppo fioca e il gesto sgraziato), gli espedienti escogitati per richiamare gente e far spettacolo (che cosa c'era di meglio delle profezie, le più ardite e incandescenti, per suscitare sensazioni forti e per imporsi all'uditorio?). Di fatto, proprio questo genere di "comparse", di prediche roventi accreditate come "divine illuminationi" (in cui la condanna della "deboscia e fasto" del clero, la deplorazione dei "peccati della Italia" e la fustigazione dei costumi fiorentini, si accompagnavano alla predizione di un "gran flagello salutifero" per la Chiesa di Roma e l'intera penisola), decretò il successo strepitoso che in breve tempo Savonarola seppe conquistarsi. L'eco delle sue chiose all' Apocalisse, più che alcune sue operette spirituali di tono edificante, finì coll'imporlo anche negli ambienti più colti e sofisticati: tant'è che da quaresimalista in Duomo divenne nel 1491 anche priore del convento di San Marco. D'altra parte, il parossismo agonistico e il profetismo messianico di Savonarola traevano forza e legittimazione dalle infamie e dalle scelleratezze che brulicavano un po' dovunque, sullo sfondo di una società tanto ricca e infiacchita quanto cinica e feroce.
La Chiesa, innanzitutto - andava ripetendo Savonarola -, "haveva a esser flagellata, rinnovata, et presto", ridotta com'era a sentina di ogni malaffare e depravazione. E Firenze, "ombelico d' Italia", avrebbe potuto, una volta emendata dai suoi vizi, guidare l'opera di rinnovamento del mondo cristiano, diventare una "nuova Gerusalemme". D'altra parte, a compiere la vendetta divina nei confronti delle supreme gerarchie della cristianità, cadute scandalosamente nell'incredulità e nel lassimo, e a redimere l'Italia dalle ingiustizie e dalla corruzione che l'opprimevano, sarebbe sceso d’oltralpe un "novello Ciro". Ma quando Savonarola predisse, nella quaresima del 1494, l'uragano che si sarebbe abbattuto sull' Italia, già si sapeva dei preparativi di Carlo VIII e delle trame politiche che avrebbero spalancato alla sua spedizione le porte della penisola. Quindi è lecito pensare che dagli oracoli che andava pronunciando, Savoranola s'aspettasse non già qualche pio ravvedimento, quanto piuttosto un rafforzamento del suo carisma personale. In effetti, l'unico risultato cui approdò la preveggenza pur tardiva del domenicano fu il ruolo di interlocutore privilegiato col re di Francia che la Signoria gli affidò quando, nel novembre 1494, si trovò costretta a mandare a Pisa una propria ambasceria per stornare da Firenze la minaccia dell'esercito francese. Ma le intercessioni del frate non cambiarono di una virgola le condizioni che erano già state imposte a Piero de' Medici. E soprattutto l'atteggiamento di Carlo VIII, interessato a spillar quattrini, smentì in pieno le profezie savonaroliane sulla missione dell'uomo "mandato da Dio" che, nelle spoglie di "ministro dell' Onnipotenete", avrebbe dovuto rigenerare l'Italia e riscattare la religione dalle condizioni di avvilimento in cui versava.
E’ tuttavia innegabile che Savonarola fosse mosso da un ardente zelo religioso e da sentimenti autentici quando deprecava la simonia e la licenziosità dei massimi dignitari della Chiesa (alla cattedra di san Pietro sedeva ancora Alessandro VI Borgia) e quando addebitava al malcostume clericale la causa principale della vergogna e del vituperio a cui era esposta l'Italia. Le sue severe reprimende anticuriali, così come le sue furenti invettive contro le empietà e le nefandezze pubbliche e private che la Chiesa finiva per coprire con la sua latitanza, erano del tutto fondate. Dove Savonarola risultava meno convincente, era nell'indicazione dei rimedi a questo stato di cose. I suoi orientamenti dottrinari erano di per sé estranei a una vera e propria metamorfosi della Chiesa: quasi bastassero il turbamento degli animi, che egli riusciva a destare con la sua concitata eloquenza, o le aspettative apodittiche di rivolgimento che sollevava fra i più umili e malcontenti con le sue profezie di sciagure cosmiche, per dar vita a un radicale movimento di riforma. Il tratto distintivo della predicazione di Savonarola stava, senza dubbio, nella forza delle sue denunce, tanto implacabili quanto ossessive; ma questa stessa enfasi polemica, esibita con l'orgogliosa certezza di una credenziale divina, costituiva anche il suo punto debole, giacché poggiava sulla convinzione che essa potesse da sola svolgere una funzione taumaturgica.
Dalle pagine di Cordero non spira aria di simpatia nei confronti del personaggio. Anzi, la sua biografia dà spesso l'impressione di un'impietosa requisitoria, in cui una sterminata documentazione, più che un' interpretazione partecipe, fa da suggello al giudizio d'insieme. Ma proprio questa eccezionale padronanza delle fonti ha consentito all'autore di scrutare a fondo nelle pieghe più riposte (non è vero, per esempio, che Savonarola sfuggisse l'amicizia dei potenti come "un veleno pestifero" o che fosse completamente avulso da obliqui interessi settari e da faziosità di parte) e di compiere una vera e propria radiografia anche di quanto era stato appiccicato addosso a Savonarola, sgomberando così il campo dalle leggende messe in circolazione da tanta agiografia. Ciò nonostante, rimane in piedi il fascino controverso del personaggio, quella sua singolare capacità di destare, oggi come in passato, reazioni duplici e ambivalenti: da un lato, l' apprezzamento di una testimonianza di fede religiosa e di rigore etico sorretta da una forte ispirazione di perfezione cristiana; dall' altro, l' avversione nei confronti di un utopismo millenarista pervaso da un cupo sentimento apocalittico.

“la Repubblica” 25 marzo 1986

Letture. Il Castello di Otranto (di Vanna Gazzola Stacchini)


Horace Walpole durante il Gran Tour
nel ritratto di Rosalba Carriera
Horace Walpole era figlio di sir Robert Walpole, il grande statista che dominò la politica inglese fra il 1721 e il 1742. Visse perciò nel cuore della società aristocratica e colta del tempo, fra ville gentilizie, e frequenti viaggi a Parigi. Della propria casa di scapolo in Strawberry Hill (che diventerà famosa in tutta Europa) fece un "piccolo castello gotico", arricchendola di torri merlate, di padiglioni (motivi copiati dai principali edifici medievali inglesi): tutto, disse, "per soddisfare il mio gusto, e in qualche misura per realizzare le mie visioni".
Nonostante egli fosse scrittore politico e mondano, la sua fantasia era infatti piena di sogni gotici. In questo amore per le epoche "oscure", piene di suggestione e superstizione, questo irrefrenabile dilettante del medioevo non era - come è noto - solo: si pensi al gusto per l'antica poesia celtica del suo amico carissimo, Thomas Gray, all'Ossian di Macpherson e a tanta altra poesia dell'epoca. Oltre ai castelli, Walpole amava il paesaggio "sublime": attraversando le Alpi, ventiduenne, restò commosso: "Precipizi, montagne, lupi, valanghe, Salvator Rosa. Eccoci, solitari signori di prospettive magnifiche e desolate" (qualcosa di simile, se non erro, scriverà Goethe all' amico Lenz).
Una notte Horace fece un sogno in cui gli era parso di trovarsi in un antico castello e di aver visto in cima a uno scalone una mano gigantesca rivestita di un' armatura. Di qui nacque in lui l'idea di scrivere Il castello di Otranto (che è ora nuovamente riproposto con successo da Theoria, tradotto da Linda Gaia Romano, con introduzione di Andrea Cane, e uno scritto di Mario Praz, pagg. 126, lire 12.000). Questo romanzo, che Walpole presentò (nella prima edizione) sotto la finzione del manoscritto ritrovato, è in assoluto il primo romanzo gotico (o nero o del terrore) della letteratura inglese. Castelli misteriosi, sotterranei terrificanti animati da presenze che dileguano, ritratti che escono dai quadri e si sbattono dietro pesanti porte, scheletri che parlano, altre porte che scricchiolano, oggetti abnormi, e grotte umide nel folto della foresta: tutto l' arsenale che apparirà nella successiva letteratura fantastica, proviene da qui… da un intreccio intricatissimo, fra capovolgimenti di scena, smascheramenti, riconoscimenti e soprattutto equivoci, al punto da presentare a ogni pagina una novità.
L' intenzione di Walpole era stata quella "di fondere i due tipi di romanzo: l'antico e il moderno"; il primo, quello secentesco fatto di inverosimiglianze, il secondo, quello realistico alla Defoe e quello sentimentale alla Richardson, dove si vuol imitare la natura, ricorrendo alle libertà formali sull' esempio di Shakespeare. L' urto fra la sfera del quotidiano (sia pure un quotidiano remoto) e quella del soprannaturale, crea un clima di assurdo.
Il risultato è un coacervo di materiali eterogenei che sembrano sfuggire di mano allo scrittore. Ciò che invece li tiene insieme è un ordine decisamente "teatrale": sostenuto da un uso prevalente del dialogo, dal fatto che i cinque capitoli del romanzo corrispondono ai cinque atti del dramma, anche per la disposizione degli eventi, e che essi si svolgono in tre giorni. Teatrali sono anche i gesti: l'esibizione della virtù e dell' onore come stereotipi del codice cavalleresco nei personaggi "buoni", e teatrale è infine il loro contrappeso comico: gli impappinamenti e i pettegolezzi dei servi che, nel contrasto fra il loro linguaggio e quello dei nobili, echeggiano i servi shakespeariani. L'unico personaggio dotato di una statura eroica e una psicologia complessa è Manfred: orgoglioso, impetuoso, prepotente come chi non è certo del suo potere, non esclude astuzie, bugie o ipocrisie (come il Don Giovanni di Molière tira fuori dubbi sulla legittimità davanti a Dio del proprio matrimonio allo scopo di annullarlo): ma è anche mite di natura, prova segreta vergogna per la propria condotta, talora arrossisce e per questo si arrabbia e diventa più malvagio.
La vera (e profonda) originalità di Walpole sta nell' aver dato voce a cose che sfuggono a una precisa determinazione perchè appartengono a zone della sensibilità che forse solo la pittura di Salvator Rosa e l' arte di Piranesi avevano intuito. Walpole ammirava incondizionatamente Piranesi e forse è proprio a questo artista che si deve l' idea originaria del romanzo: ricorda Mario Praz che in una scena delle Carceri appare proprio un trofeo sormontato da un monumentale elmo piumato che incombe su uomini piccoli come formiche: proprio in questa sproporzione tra persone, oggetti, costruzioni labirintiche, e nella inverosimiglianza e gratuità del loro accostamento, sta la qualità onirica cui si va rivolgendo la nuova sensibilità. In questo senso il castello diviene un luogo psichico (Breton ha parlato di una "questione dei castelli"): mai descritto nei particolari, esso è una presenza oscura. I sotterranei, del resto, sono emblemi dell' inconscio (Freud parlerà di cantina) e non a caso nei romanzi gotici che seguiranno diventeranno anche luoghi di tortura e di efferatezze... Questi fatti psichici universali vennero subito recepiti e furono soprattutto delle donne a farsene interpreti nel romanzo: Clara Reeve, Charlotte Smith, Sophia Lee fra il 1777 e il 1785. Attraverso i romanzi di Anna Radcliffe, che ne usò a piene mani tutto l' armamentario, di Lewis, di Maturin, della Shelley, il romanzo gotico si avviò a divenire un vero e proprio genere di letteratura sensazionalistica e popolare. Se l' incubo che produce Il castello di Otranto è - diciamolo - abbastanza modesto, ciò non è dovuto tanto, come vuole Praz, al fatto che non c' è atmosfera di orrore in un castello che è solo rococò camuffato da gotico e la cui terribilità è quella del melodramma settecentesco: il fatto è, forse, che il nostro palato è abituato agli incubi di Poe o di Hawthorne e, nel nostro secolo, di Lovecraft, i veri eredi di Walpole (nel senso dell' incubo onirico). I loro romanzi fanno impallidire Il castello di Otranto, ma in esso devono riconoscere il loro più sicuro antenato.

“la Repubblica”, 30 agosto 1985

26.1.13

Giugno 1871. La Sicilia nuova (di Luigi Mercantini)

Luigi Mercantini, autore dell'Inno di Garibaldi, parlando a Palermo nel giugno 1871 all'inaugurazione della stazione ferroviaria al molo, profeticamente immaginava il futuro della Sicilia. Riporto un brano del discorso. (S.L.L.)
Palermo nell'Ottocento. Bambini per strada
Noi edificheremo la Società nuova... Io veggo la Sicilia quale fra non molti anni potrà essere: io la veggo ai fianchi e per lo mezzo rigata dalle vie di ferro... e fra gli aranceti, gli oliveti e i vigneti, da tutte le alture e da tutte le valli, veggo le nuove strade dei comuni e delle province a discendere e salire su quelle, siccome rivi...
E le città e le terre fin sui corsi dei monti si rifanno tutte e si abbellano mettendosi quasi un nuovo abito. Acquedotti, ospedali, opifici, scuole, teatri, piazze e fontane, camposanti e ville, e signorili palagi, bellissimo di tutti quello del Comune; sino alla casa del popolano soleggiata, ariosa eretta ed allegra.

Il Partito e i "cacadubbi" (S.L.L.)

Una massima aurea di Stalin e dei quadri comunisti educati nello stalinismo pretendeva che fosse meglio sbagliare con il partito (o, meglio, con il Partito) che fare o dire cose giuste fuori o contro di esso. Così, per esempio, soleva dire un quadro tutt'altro che grigio, un vero eroe dell'antifascismo, Calogero Boccadutri da Caltanissetta, detto Luzzu, quando parlava con Giacomino Lo Presti, un medico che - giovanissimo - era stato suo sodale nell'attività clandestina.
Costui, comunista eretico, per molto tempo isolato e appena degnato di un saluto, lamentava che la sua colpa, quella per cui era stato ostracizzato, era di aver anticipato valutazioni e giudizi cui il partito sarebbe arrivato diversi anni dopo. Luzzu ogni volta ribadiva che chi va contro il Partito ha sempre torto.
Questa fede un po' cieca nell'"intellettuale collettivo" continuò ad essere caratteristica, anche dopo la "destalinizzazione", di non pochi funzionari, peraltro ammirevoli per la loro disinteressata dedizione e, all'occorrenza, per il coraggio. Noi giovani, talora perplessi o esplicitamente critici, venivamo bollati come "cacadubbi".
In effetti, anche adesso che il partito non c'è più, né con la maiuscola né con la minuscola, io resto pieno di dubbi, ma così duri e insolubili che non riesco nemmeno a tirarli fuori e ad esporli se non con grande sforzo. Una sorta di stipsi.  

Il beccafico. Una favola di Carlo Emilio Gadda

Beccafico
Il beccafico vide quella natura morta del buonissimo Tomèa: e ritenutala fico davvovero, quel becco vi diede immantinenti una beccatuzza delle sue. Che in nella tela ne risultò un buco, o pertugio. Questa favola ficaia ne dimostra: che qual non intende, nemmeno agisce a ragione.

da Il primo libro delle favole

Il mio involucro... Una poesia di Marilyn Monroe

Il mio involucro invecchia
ma io devo ancora nascere

l’Unità, 3 agosto 1992

"Le Ménagier de Paris". Prescrizioni per la giovame moglie

L'anonimo Ménagier de Paris («capofamiglia parigino») nel XIV secolo, passata ormai sessantina, istruiva pazientemente la moglie quindicenne sui suoi doveri coniugali. Ecco le semplici regole che egli le detta in materia di pudicizia. (S.L.L.)
Le Ménagier de Paris. Miniatura da un codice del XV secolo
Quando ti rechi in città o in chiesa, fatti accompagnare, come si conviene alla tua condizione, da donne rispettabili, ed evita qualunque compagnia sospetta: non permettere mai che una donna di cattiva fama si faccia vedere con te. Cammina a testa alta e con gli occhi bassi, senza mai batter le palpebre; guarda diritto davanti a te a una distanza di circa quattro pertiche, senza guardare né uomini né donne, né a destra né a sinistra né in alto, non lanciare occhiate di qua e di là, e non fermarti mai a parlare con qualcuno per la strada.

Citato in Angelini-Capizzi, Sinfonia patriarcale, Savelli 1976

Antichi romanzi. Belle e vergini (di Lidia Storoni)


Jean-Pierre Cortot, Dafni e Cloe, 1827, Museo del Louvre
Oggetto del consumismo non sono solo i vestiti, i motori, i lampadari. Appagati i desideri primari, si affacciano altre esigenze: ultima, la curiosità di sapere e la cultura. Anche quello delle emozioni è consumo. Si appaga con gli sceneggiati, le telenovelas, i film, spettacoli di livello spesso più basso del teatro e di consumo infinitamente più vasto. Libanio, un retore d'Antiochia, deplorava nel IV secolo che le arene troppo ampie e il pubblico troppo numeroso non consentissero più la rappresentazione delle tragedie classiche: prevalevano, allora come oggi, gli spettacoli osceni e crudeli, contro i quali scrissero parole di fuoco i Padri della Chiesa, da Tertulliano ad Agostino.
Segue, con passo incerto, la lettura. Dipende dall'aumento dell'alfabetizzazione, dal lancio pubblicitario di opere divulgative, dalle copertine erotiche. Alle tragedie di Shakespeare, di Corneille, di Racine, fecero seguito i romanzi borghesi: vicende drammatiche non più vissute da sovrani e condottieri, ma da gente comune, in ambienti modesti.
Lo stesso fenomeno, e cioè una più estesa acculturazione, stimolò anche nel mondo antico la produzione di romanzi; naturalmente, alla relativa analogia nelle premesse non corrisponde la somiglianza dei prodotti. I fruitori del romanzo settecentesco volevano vedere personaggi della loro stessa condizione sociale in situazioni lacrimevoli simili alle loro, mentre il romanzo antico servì a intrattenere un pubblico semicolto; in quelle trame intricate e drammatiche il lettore proiettava fattori psichici elementari, la sua insicurezza, le sue paure, la sua aspirazione ad amori incrollabilmente fedeli e, a conclusione delle traversie della vita, l'immancabile lieto fine.
Ne restano rarissimi esemplari, forse riassunti da opere anteriori più vaste: moduli narrativi stereotipi; un materiale usato senza preoccupazioni di coerenza o di psicologia. Ma, come osserva Luciano Canfora nell' introduzione del volume edito da Dedalo (Storie d' amore antiche, pagg. 408, lire 35.000), nell'elemento base avventuroso assassini, rapimenti, naufragi si insinua il quotidiano, schiudendo spiragli rivelatori. Lo stesso accade nel Libro dei sogni di Artemidoro. Se il sogno dell'uomo moderno, a prescindere da Freud, lo fa trovare in un incidente d'auto, in balia d'un pirata dell'aria o in attesa dell’atomica, a quei tempi le situazioni da incubo erano diverse. Il sequestro di persona comportava bensì il pagamento d'un riscatto, ma anche la vendita sul mercato degli schiavi; tra gli incontri pericolosi c'era, come oggi, il bandito, ma anche il leone; il viaggio era un'avventura che non sempre si concludeva con il ritorno: partendo da Roma, si usava tare un voto al dio Redicolo (che non fa ridere, ma redire, tornare), il cui tempio bellissimo esiste ancora oggi, tra mucchi di spazzature, a fianco dell'Appia Pignatelli.
Il primo romanzo, Leucippe e Clitofonte, a cura di Onofrio Vox, è di Achille Tazio. L'opera è di un autore forse alessandrino, databile forse al II secolo dopo Cristo, rielaborato forse in epoche successive. Il protagonista, in procinto di sposare la sorellastra — cosa, evidentemente, lecita — perde la testa per una cugina; fugge con lei, ma la nave su cui i due sono imbarcati affonda in una tempesta; si salvano e approdano in Egitto. Qui la fanciulla viene rapita da orrendi masnadieri e di là dal fiume il giovane la vede squartata come sacrificio umano; ma non era vero e dopo poche pagine rieccola più bella che mai.

Crudeli sevizie
Catturata dai pirati, insidiata dal loro capo, drogata da un secondo, all'innamorato che si era dato all'inseguimento su un'altra nave sembra di vederla decapitare e gettare a mare; il giovane sta per suicidarsi per la disperazione, ma poi s'accorge che la vittima era un'altra.
Venduta schiava, la sua Leucippe è sottoposta a crudeli sevizie da parte d'un compagno di schiavitù e dal padrone, decisi a violentarla. Clitofonte però la ritrova, pesta e lacera ma, contro ogni verosimiglianza, ancora vergine. Il malvagio padrone denuncia la giovane coppia: lei per condotta scandalosa, lui per aver commesso adulterio in sua assenza con la sua focosa sposa (il giovane per la verità le aveva sempre opposto una virtuosa quanto improbabile resistenza, tranne una volta, tanto per farla contenta: quel "coup du canapé " che per il codice odierno non costituisce reato).
Il tribunale sottopone le due donne alla prova. La verginità di Leucippe risulta provata dalla musica celeste che esce dalla grotta del dio Pan dove la ragazza è stata rinchiusa, la castità della padrona dalle indulgenti acque dello Stige: evidentemente, la polizia scientifica era in ferie. Riconciliazione tra i padroni e felici nozze dei giovani.
Il secondo romanzo è Dafni e Cloe di Longo Sofista a cura di Ciro Monteleone, autore d'una documentata introduzione e della traduzione (vorrei però chiedergli se il termine "incazzato", incongruo in un testo letterario antico, è stato promosso, come scrisse Enzo Biagi, da parolaccia a parola). Anche di questo romanzo, l'autore è un mistero: non si sa se sia di Lesbo, l'isola dove è ambientata la vicenda, o romano; se visse tra il II e il III secolo. Certo è che si tratta d'una delle opere più famose e sdolcinate che siano mai state scritte, valida per lettori frastornati dalla città rumorosa, fetida e promiscua e anelanti a luoghi incontaminati.
I due protagonisti, abbandonati in fasce e allattati lui da una capra lei da una pecora, poi adottati rispettivamente da pastori, crescono insieme. Portano le pecorelle al pascolo, appendono ghirlande nelle grotte alle ninfe, confezionano caciottine; tranne un conflitto con alcuni play-boys di città, presto sgominati, non hanno altro da fare che amarsi. Ma piano con le parole. Sono sempre a un passo dal consumare 1'atto sessuale, ma non lo fanno perché non sanno come si fa. Ad onta della solitudine e della nudità, si limitano a baci e carezze. Il pastorello, per la verità, riceve una rapida lezione privata da una volenterosa vicina, ma non mette in pratica con Cloe ciò che ha appreso. Avviene finalmente l'immancabile agnizione, ricompaiono i rispettivi genitori, ovviamente ricchissimi, e si celebrano le nozze.
Che questo racconto abbia ispirato opere, madrigali, balletti, statuine; che imperversi tuttora su arazzi e cuscini a petit point è noto. Il curatore enumera gli autori che hanno rielaborato la soave scempiaggine e ne hanno tratto ispirazione, ciascuno con una visione della natura adeguata al secolo in cui visse e ali area culturale alla quale apparteneva. Dall'età bizantina al Rinascimento, da Annibal Caro al Tasso, dal Paolo e Virginia di Bernardin de Saint-Pierre all'operetta di Offenbach, al balletto di Ravel, alla recentissima edizione tedesca illustrata da Cha-gall, i pastorelli innocenti sono assurti ad archetipi.

Il solito lieto fine
Il terzo romanzetto è il più incoerente. Attribuito a un non identificato Senofonte di Efeso e datato al II secolo, si intitola, dal nome dei protagonisti, Anzia e Abrocome. A Giacomo Annibaldi, autore della nota introduttiva e della traduzione, vorrei chiedere perché scrive «incoccia» anziché «si imbatte». Il testo greco è altrettanto triviale?
I protagonisti sono d'una bellezza che rasenta il soprannaturale. Si sposano e sarebbero felici se, pur essendone sconsigliati da un vaticinio, non partissero per l'Egitto. Riferire i guai che li aspettano sarebbe lungo: naufragi, malviventi di terra e di mare, le solite insidie a lui da parte di omosessuali e tardone ninfomani, a lei da tutti quelli che incontra. Altrettanto scontate le loro caste ripulse. Processi, condanne, lavori forzati, fughe, cani feroci, spostamenti frenetici e finalmente l'auspicato lieto fine.
Da questi intrecci ingenuamente macchinosi si rilevano i gusti del pubblico per vicende drammatiche e tremendi pericoli. E inoltre si coglie qualche brandello della mentalità e del costume dell'epoca: la frequenza del sequestro di persona, il banditismo e la pirateria come dati normali, l'omosessualità come un fatto di costume; la fede cieca nei sogni, nei presagi, la pratica corrente di esporre i neonati. Gli autori di queste storie non si proponevano certo di fornire una documentazione sulla realtà sociale dei loro tempi, ma soltanto di conferire una parvenza di veridicità a situazioni inverosimili. Chi ha scritto le chilometriche sceneggiature di Dallas o di Capitol non ambiva a fare di più.

 “la Repubblica”, 08 settembre 1987

Una buona moglie (Esiodo)

Quando verrà il momento, e cioè quando
avrai poco più di trenta anni, ti sposerai:
è questa l'età migliore per le nozze.
La donna diverrà sposa al quinto anno
dopo la pubertà: tu sceglila illibata,
così da poterle insegnare costumi virtuosi.
Soprattutto sposa una donna delle tue parti,
che tu conosca bene, per non correre
il rischio di essere lo zimbello del vicinato.
Non c'è niente di meglio che prendere
una buona moglie, e niente di peggio
che sceglierne una cattiva,
di quelle che pensano solo a divertirsi.
Anche se il marito è forte,
una donna così lo distruggerà
e lo farà diventare vecchio anzitempo.

Le opere e giorni, vv. 695-705

25.1.13

Rosa Luxemburg (di Rina Gagliardi)

Rosa Luxemburg
Un profilo assai "simpatetico" della piccola grande "ebrea polacca" disegnato dalla indimenticabile Rina Gagliardi, una compagna che molto ci manca. (S.L.L.) 
Rina Gagliardi
«Un'ebrea polacca/ che combatté in difesa dei lavoratori tedeschi/ uccisa/ dagli oppressori tedeschi».
Questi versi didattici, scritti da Bertolt Brecht nel 1948, tracciano il profilo essenziale di Rosa Luxemburg: e quella morte «eroica», consumata nella rivoluzione tedesca del 1919, che ne ha consegnata la figura, ma soprattutto la sconfitta, alla storia del movimento operaio.
In questa storia Rosa compare, scompare, ritorna, senza alcun criterio rigoroso, a ritmi rapsodici. Nei primi anni '20, il suo mito, la «Rosa rossa», è nitidissimo, e ottiene il rispetto di Lenin, che la definisce «un'aquila». Con la normalizzazione staliniana, cade nell'oblìo, sepolta dalle accuse di spontaneismo : e il «luxemburghismo» (un «ismo» tra i meno naturali, per un personaggio che combattè tutta la vita contro il dogmatismo e il dottrinarismo) acquistò la cupa dignità di un'eresia. Negli anni successivi, gli scritti ormai quasi clandestini di Rosa Luxemburg interessano piccoli gruppi e microesperienze «revisioniste» : come quella francese di “Socialisme ou Barbarie”. Fu il '68 europeo (ma non solo) a riscoprire la memoria teorica di Rosa Luxemburg, la piccola «ebrea polacca» che esaltava i movimenti delle masse, e collocava la libertà, e la pietà, tra i valori fondativi della rivoluzione.
Rosa Luxemburg nasce a Zamosc, in Polonia, il 5 marzo 1871, in una famiglia relativamente aperta (liberal, diremmo oggi). Studia, con risultati brillanti, nel liceo femminile di Varsavia, dove entra in contatto con i circoli giovanili antirussi e il Proletariat, il partito socialista polacco, col quale collaborerà attivamente. Nel 1884 — a tredici anni — scrive un poemetto satirico contro il kaiser Guglielmo I, in visita nella capitale polacca: un primo atto di «indisciplina», che le viene perdonato a stento. Pochi anni dopo, nel 1890, si trasferisce a Zurigo, per studiare filosofia (ma anche scienze naturali e matematica): in questa capitale dell'emigrazione intellettuale e politica, maturano amicizie importanti (Plechanov, Zasulic, Warski) e il grande amore con un giovane ebreo lituano, Leo Jogisches.
La Luxemburg concentra il suo lavoro di questi anni alla questione polacca: fonda, nel 1893, la Sdkp, il partito socialdemocratico della Polonia, lavora alla rivista “Sprawa Robotncza” (Causa operaia), partecipa alle riunioni della II Internazionale. Soprattutto, si batte con forza contro la causa — fatta propria anche da Federico Engels — dell'indipendenza nazionale polacca: solo l'unità di tutte le classi subalterne soggette al dominio zarista, sostiene, può liberare gli operai polacchi, mentre l'ideologia nazionalista è organicamente «inquinata», e compromissoria. Sosterrà questa posizione per tutta la sua vita, anche in una bruciante polemica con Lenin e il suo Diritto delle nazioni all'autodeterminazione. In coerenza, del resto, con il rifiuto di ogni specificità (ebraica, femminile), da lei vissuto come una secca riduzione di orizzonti politici e ideali.
Un forte tratto «universalistico», e cosmopolita, del resto, accompagna la cultura marxiana di Rosa Luxemburg — che è cultura solida, nient'affatto ideologica, sostenuta da severi studi strutturali, dal gusto dell'indagine sociale, da una curiosità pressoché inesauribile. In quasi trent'anni di lavoro, produce perciò una sola opera organica — L'accumulazione del capitale, sul quale gravò da subito l'accusa di catastrofismo economico — e una miriade di saggi e articoli (la polemica contro
il riformismo di Bernstein, i conflitti con Lenin sulla concezione del partito e del Massenbewegung, il movimento di massa contropposto alla visione ultracentralistica del leader russo-giacobino, le analisi della rivoluzione bolscevica, le battaglie sul suffragio universale), che definiscono un pensiero politico ricco e coerente, anche se scarsamente sistematico. L'intellettuale Rosa Luxemburg, insieme, coltiva le sue passioni per le scienze — la botanica e la zoologia, le opere di Goethe e i grandi romanzieri russi, i lieder di Hugo Wolf, i quadri del Tiziano.
E' a Berlino, dove si stabilisce nel 1898 e diventa cittadina tedesca grazie a un matrimonio bianco, che Rosa vive la sua maturità politica e intellettuale. Nella capitale della Germania, che è anche la capitale della socialdemocrazia, si lega di intensa amicizia a Karl e Luise Kautsky: quando, attorno al 1910, la rottura politica tra Rosa e il teorico della “Die neue Zeit” si farà insanabile, l'affetto si trasformerà in un odio selvaggio.
C'era totale unità di «personale e politico», in Rosa Luxem¬burg, una passione per la vita che — sono parole sue — «non ammetteva meschinità», non tollerava «nessuna bassezza». C'era anche un riserbo di sé quasi assoluto, una ricchezza che non si lasciava né conoscere davvero né penetrare, e che viveva come colpa, sofferenza, tensione, ogni momento di abbandono. E c'era soprattutto una ferrea istanza etica, la volontà che si adegua, senza mai cercare compromessi, alle indicazioni della ragione: quando nel 1919, scoppiano a Berlino i moti spartachisti, Rosa Luxemburg, che pure ne coglie lucidamente l'immaturità, resta a guidarli, sul campo. Non è un gesto estremo di sacrificio: è l'unica scelta possibile di un'esistenza che ha fatto della rivoluzione — dei reali processi rivoluzionari — l'unica meta per cui un'esistenza può spendersi bene. «Sono destinata, lo so, a morire sulle barricate... Ma nell'intimo appartengo più alle cinciallegre che non ai compagni». Bisogna, bruciare «come una candela, dalle due parti», dirà un'altra volta: solo dentro la storia, si esalta anche quella parte profonda di sé che vorrebbe fuggire, verso orizzonti pacificati e distaccati.
Ma in che cosa consiste, alla fine, la fascinazione luxemburghiana che colpisce quasi tutti coloro che si accostano a questa grande rivoluzionaria sconfitta? C'è la modernità del suo pensiero politico, certo: quella notwendigkeit (necessità) della rivoluzione che a torto è stata letta in chiave deterministica o meccanicistica, e che è, al contrario, una compiuta filosofia della contraddizione, e della non rassegnazione all'esistente. Ma c'è la speciale, difficile, forse irripetibile interezza del suo personaggio. «Bisogna abbattere un mondo, ma calpestare un verme per arbitrio è un delitto imperdonabile», scriverà Rosa nei giorni di fuoco della rivoluzione bolscevica, negli ultimi giorni della sua vita. A cui volle apporre come motto Ich war, ich bin, ich werde sein (Io ero, io sono, io sarò).

“il manifesto”, 18 maggio 1986

C.E.L., "comunista, moderno, giovane, forse un po' rozzo" (Raniero Panzieri)


Chou En-lai con Mao Tse-tung a Yenan (1937)
I brani che seguono sono tratti dal diario inedito di un viaggio in Cina compiuto nel settembre-ottobre 1955 da Raniero Panzieri con una delegazione del Psi guidata da Pietro Nenni. Si tratta di appunti rigorosamente personali, rivelatori dello sguardo curioso, disinibito e anticipatore del grande intellettuale e politico socialista e marxista.
Raniero Panzieri


29 settembre, 17,30
Arrivo a Pechino. All'aeroporto, un numero eccezionale di personalità, incalcolabile per la novità delle facce e per la stanchezza del viaggio.
Bellissima strada dall'aeroporto alla città. Quasi a segnare l'identità dei due paesi, dovunque sono in costruzione come a Mosca grandi edifici. Entriamo nella vecchia città. Dovunque, è il mezzogiorno che ci attende. Folla animatissima, disordine, e piccole strade tra muretti alti che schiudono un cielo blu intenso.
Arriviamo sulla via della Pace celeste (gli interpreti dapprima ci dicono eterna, ad usum delphini!) La grande porta, già preparata per la celebrazione del I ottobre (anniversario della fondazione della Repubblica popolare cinese, n.d.r.).
E dovunque, bandiere rosse, vive nella loro straordinaria trasparenza contro il cielo. Tutto si accorda alla gioia straordinaria che è nel cuore. (Grande albergo, appartamento).
La sera stessa, ricevimento ufficiale del governo al corpo diplomatico e altri illustri ospiti. Non sono al tavolo centrale. Mi mettono a un tavolo vicino con il ministro e viceministro della Cultura, e un tipo strano, con molto fascino, membro della segreteria del com. pace, dai gusti raffinatissimi, silenzioso e irrequieto e con lo sguardo immobile ma vivo, malizioso quando guarda le donne, specie europee. Costui ci fa fare una ventina di ganbei con vini diversi, ma soprattutto con vino cinese di riso, buonissimo.
La sala enorme è colma di gente di ogni paese. Non riesco a togliermi dalla testa che questo paese è o almeno diventerà presto la chiave di volta del mondo.
Dopo i brindisi ufficiali con noiose traduzioni, passa tra i tavoli C.E.L. [Chou En-lai], brindando continuamente e gridando con voce estremamente rauca: à l'amitié. É una scena che non dimenticherò mai. Ha evidentemente una personalità fortissima, forse anche primitiva, a contrasto con la maggioranza degli altri dirigenti presenti. Le donne della nostra delegazione già mi hanno dichiarato di essere disposte a tutto con lui.

30 settembre.
Invito per la colazione da C.E.L. Quasi quattro ore di conversazione, anche durante il pranzo, con brindisi finalmente ragionevoli. Credevo che dovessero diventare la parte sgradevole di questo viaggio straordina¬rio.
C. interviene nella conversazione! Inizio sgradevole per noi. C.E.L. fa capire a N. [Nenni] molto chiaramente che la sua missione è ambigua. Prende le cose alla larga, per dimostrare la reale posizione della Cina, la sua forza, la sua spregiudicatezza, e soprattutto, che può aspettare. Rievoca la «lunga marcia», gli episodi più eroici e più cruenti. A un certo momento tira in ballo uno dei vice-premier presenti (l'unico in abito europeo), uno dei più valorosi generali della Liberazione, chiamandolo a testimonio di un grande episodio di guerra, con il quale furono distrutti in un solo giorno centomila nemici.
A questi ricordi sbotta sempre in clamorose risate. Ma non è né primitivo né sadico. É assolutamente naturale. É un grande capo comunista, moderno, giovane, forse un po' rozzo, che vive la rivoluzione. Ed ha un preciso scopo politico: far capire a N. che alla Cina importa assai relativamente il riconoscimento dell'Italia, che la Cina può aspettare, che è vigile contro ogni minaccia di complotto. Fa dell'ironia sulle proposte italiane: dopo le diverse soluzioni della questione diplomatica date dall'Inghilterra, dai paesi nordici, dagli Usa, se ne dovrebbe inventare una nuova proprio per l'Italia? E ci fa su una cordialissima risata. Del resto l'incaricato d'affari d'Inghilterra poiché non è ambasciatore deve sempre nelle occasioni ufficiali comparire alla fine. Quale occasione per l'Italia di mandare un suo ambasciatore davanti al chargé inglese! E qui un'altra risata ancora più lunga. É del resto di una compitezza assoluta, e direi anche cordiale, confidenziale. Ed è di una semplicità formidabile. Tuttavia fa pensare in qualche modo a una formazione marxista un po' estrinseca. Nonostante le apparenze, il suo forte è la diplomazia, e lo si capisce quando parla degli altri paesi e degli altri ministri degli Esteri (Dulles).
N. ci fa una figura meschina. Continua a esporre il punto di vista del governo italiano, nonostante le interruzioni e il palese disprezzo di C.E.L. per delle argomentazioni ridicole.

La sera festa della luna.
Cena in un ristorante caratteristico e giro in barca al lago del Palazzo d'Estate. Giovani comuniste e canzoni popolari cinesi. La semplicità in cui si realizza l'emancipazione della donna presso la gioventù è incredibile. Questa semplicità è anche integrità della tradizione rispetto all'«Occidente». Anche quando cantano le canzoni rivoluzionarie degli altri paesi non c'è nulla che sia internazionalismo livellato, conformista, così come non c'è mai nulla in questa gioventù di tracotante, di nazionalistico.

Da Appunti di un viaggio in Cina, in L’alternativa socialista. Scritti scelti 1944-56, a cura di Stefano Merli, Einaudi, 1982

Lettera "senza scopo" a Pietro Nenni. Una poesia di Pier Paolo Pasolini

Pier Paolo Pasolini
Questa lettera in versi di Pier Paolo Pasolini a Pietro Nenni, pubblicata per la prima volta sull'"Avanti!" del 31 dicembre 1961 insieme a una breve nota dell'autore, venne ripresa da “L’Espresso” nel 1982 come testimonianza significativa dell'atteggiamento di un intellettuale dell'epoca nei confronti del leader socialista.
La prima strofe rievoca il Luglio 60, con gli scontri di piazza e la caduta del governo Tambroni; non manca una attestazione di gratitudine a Fanfani. Le strofe successive esprimono una “disperata speranza” per il tentativo di “collaborazione” con la Democrazia Cristiana che Nenni portava avanti nell’interesse del popolo lavoratore. La poesia ha il suo cuore nella “cara imagine paterna” del capo socialista (“…Lei, acerbo / gli occhiali e il basco da intellettuale, / e quella faccia casalinga e romagnola…) e trova una chiusa – drammatica – in alcuni interrogativi senza risposta.
Forse il testo non ha la potenza espressiva di alcune altre poesie politiche di PPP (penso alle Ceneri di Gramsci o alla discussa Il Pci ai giovani), nondimeno a me appare emblematico dell’approccio di Pasolini alla politica, approccio che ne fa insieme un “poeta civile” e un “poeta incivile” (secondo la felice escogitazione di Gianni D’Elia).  
Nella letterina di accompagnamento Pasolini traccia una storia di questi versi che proclama “buttati giù” in una delle ultime mattine del 1960, l’anno delle Olimpiadi e del tentativo autoritario di Tambroni. Dichiara di essersene vergognato come di una “rinuncia a certe mie posizioni estreme” e tende ad attribuire l’apertura della poesia verso un “riformismo”, anche debole, a un personale “profondo scoraggiamento”. Al poeta friulano sembra tuttavia che – trascorso un anno – la “lettera senza scopo” abbia “trovato il suo scopo”, che il centro-sinistra possa essere “difendibile sul piano razionale e politico” e che i suoi versi possano rappresentare gli auguri agli “amici del Psi, per il nuovo anno”. (S.L.L.)
Petro Nenni
Era il pieno dell'estate, quell'estate
dell'anno bisestile, così triste
per la nazione in cui sopravviviamo.
Un governo fascista era caduto, e dappertutto
c'era, se non quell'aria nuova, quella nuova
luce che colorò genti, città, campagne,
il venticinque Luglio — una sia pur incerta
luce, che dava al cuore un'allegrezza
eccezionale, il senso di una festa.
E io come « il naufrago che guata » (scrivo
a un uomo che certo mi concede il cedere
a delle citazioni antidannunziane...)
felice d'aver salvato la pelle — bisestile
doppiamente per me, è stato l'anno —
ho avuto, per un mattino, dentro, il senso
d'un « poema a Fanfani »: e non soltanto
per solidale antifascismo e gratitudine,
ma per un contributo, anche se ideale,
di letterato: un « appoggio morale », com'è
uso dire. Fu l'idea di un mattino
bruciato dal sole di quell'estate
che qualcuno aveva maledetto, e il cui biancore
faceva, dell'Italia ricca, — che ronzava
in lidi popolari e in grandi alberghi,
nelle strade delle Olimpiadi incombenti
— l'imitazione d'una civiltà sepolta.

E poi, ero ridotto a una sola ferita:
se ancora ero in grado di esistere,
lo dovevo a una forza prenatale, ai nonni
o paterni o materni, non so, a una natura
radicata ormai in un'altra società.
Eppure, in quel mio slancio, mezzo
pazzo e mezzo troppo razionale,
c'era una necessità reale: lo vedo
meglio ora, che la collaborazione
è un problema politico: e Lei lo pone.
Dal quarantotto siamo all'opposizione:
dodici anni di una vita: da Lei
tutta dedicata a questa lotta — da me,
in gran parte, seppure in privato
(quanti interni terrori, quante furie).

Con che amore io vedo Lei, acerbo,
gli occhiali e il basco d'intellettuale,
e quella faccia casalinga e romagnola,
in fotografie, che, a volerle allineare,
farebbero la più vera storia d'Italia, la sola.
Io ero ancora in fasce, e poi bambino,
e poi adolescente antifascista per estetica
rivolta... Timidamente La seguivo
d'una generazione: e L'ho vista trionfare
con Parri, con Togliatti, nei grandiosi,
dolenti, picareschi giorni del Dopoguerra.
Poi è ricominciata: e questa volta,
abbiamo, sia pur lontani, ricominciato insieme.

Dodici anni, è, in fondo, tutta la mia vita.
Io mi chiedo: è possibile passare una vita
sempre a negare, sempre a lottare, sempre
fuori dalla nazione, che vive, intanto,
ed esclude da sé, dalle feste, dalle tregue,
dalle stagioni, chi le si pone contro?
Essere cittadini, ma non cittadini,
essere presenti ma non presenti,
essere furenti in ogni lieta occasione,
essere testimoni solamente del male,
essere nemici dei vicini, essere odiati
d'odio da chi odiamo per amore,
essere in un continuo, ossessionato esilio
pur vivendo in cuore alla nazione?

E poi, se noi non lottiamo per noi,
ma per la vita di milioni di uomini,
possiamo assistere impotenti a una fatale
inattuazione, al dilagare tra loro
della corruzione, dell'omissione, del cinismo?
Per voler veder sparire questo stato
di metastorica ingiustizia, assisteremo
al suo riassestarsi sotto i nostri occhi?
Se non possiamo realizzare tutto, non sarà
giusto accontentarsi a realizzare poco?
La lotta senza vittoria inaridisce.

(Una lettera, di solito, ha uno scopo.
Questa che io Le scrivo non ne ha.
Chiude con tre interrogativi ed una clausola.
Ma se fosse qui confermata la necessità
di qualche ambiguità della Sua lotta,
la sua complicazione ed il suo rischio,
sarei contento di avergliela scritta.
Senza ombre la vittoria non dà luce).

“L'Espresso” - 12 Settembre 1982

Nenni. Le opere (di Giovanni Sabbatucci)

Da un “Espresso” di molti anni fa riprendo una nota dello storico Giovanni Sabatucci sulle “opere” stampate che Nenni ci lasciò. In più, rispetto ad allora, c’è il terzo volume dei Diari e ci sono diverse decine di lettere edite nella raccolte epistolari dei corrispondenti di Nenni o in rivista. “Posto” qui la nota soprattutto perché mi pare assai convincente il giudizio sui Diari, che proprio per la “ingenuità” con cui vennero scritti rappresentano oggi una fonte straordinariamente utile per la storia politica dell’Italia repubblicana. (S.L.L.)

Scrittore dalla vena facile, Pietro Nenni ha lasciato ai posteri una quantità considerevole di scritti, sufficienti a riempire parecchi tomi di un'eventuale Opera Omnia. Nella maggior parte dei casi, si tratta di scritti d'occasione, di articoli e discorsi successivamente raccolti in volumi che si leggono sempre con interesse. Ricordiamo i titoli più noti: La battaglia socialista contro il fascismo (Mursia 1977), Vento del Nord (Einaudi 1978), I nodi della politica estera italiana (Sugarco 1974), tutti curati da Domenico Zucàro.
Saggi di ampio respiro o libri veri e propri, concepiti come tali, Nenni ne ha pubblicati pochissimi, e uno solo veramente importante: la Storia di quattro anni, scritta nel '26 per le edizioni Gobetti e più volte ristampata in seguito (l'ultima edizione è quella Sugarco del 76). Si tratta di un'analisi amara e spietata della sconfitta subita dal movimento operaio italiano negli anni tra la fine della guerra e l'avvento del fascismo, un classico della storiografia sull'argomento che ha ispirato molti lavori successivi ed è legato al periodo forse più fecondo della lunga esperienza politica di Nenni: quello dell' "autocritica socialista" e della collaborazione con Carlo Rosselli sulle colonne del "Quarto Stato".
C'è infine il Nenni diarista, quello che affida quasi quotidianamente agli inseparabili taccuini le riflessioni sui grandi e piccoli eventi politici di cui è testimone o protagonista, mescolandole alle notazioni sulla sua vita privata e familiare. Del Nenni diarista conoscevamo, fino a poco fa, solo qualche frammento. Ora conosciamo quasi tutto, grazie alla pubblicazione dei primi due volumi dei Diari (un terzo e ultimo è annunciato a breve scadenza), editi da Sugarco per le cure di Giuliana Nenni e di Domenico Zucàro e con la presentazione di Giuseppe Tamburrano.
Pur con qualche grosso buco — soprattutto in corrispondenza del '50-51 e del '57-58 — i Diari coprono più di trentacinque anni di storia italiana, dal '43 alla fine degli anni '70. Nel primo volume, Tempo di guerra fredda (1943-56), si parla fra l'altro della caduta del fascismo, della battaglia per la Repubblica, della scissione di Palazzo Barberini, delle elezioni del 18 aprile '48, del frontismo, della morte di Stalin, dei fatti di Ungheria e dell'inizio del dialogo con i cattolici. Il secondo, Gli anni del centro-sinistra (1957-66), riferisce puntualmente sulla travagliata genesi dei primi governi aperti ai socialisti, sui fatti dell'estate '60, su Kennedy e Kruscev, sulle prime esperienze di governo, le delusioni del centro-sinistra, la scissione del Psiup e la riunificazione col Psdi.
L'uscita dei diari, attesa da molto tempo con giustificata curiosità, ha suscitato reazioni contrastanti. I più hanno parlato di «avvenimento straordinario» e di «documento eccezionale». Altri non hanno nascosto la loro delusione. In effetti, mancano le rivelazioni clamorose (un esempio per tutti: la famosa estate del '64, con le minacce di colpo di Stato); e mancano anche le intuizioni folgoranti. Qualche volta, Nenni dà l'impressione di passare attraverso avvenimenti capitali senza registrarne la reale portata. Certo è che i diari ci restituiscono tutto intero lo spessore umano del personaggio (fra i più simpatici e popolari della nostra storia recente), ma al tempo stesso ne svelano i limiti, soprattutto quelli relativi a una concezione ottocentesca della politica.
Ma in fondo le ingenuità e gli abbagli di cui sono pieni i diari costituiscono la prova migliore della loro autenticità: del fatto cioè che di veri diari si tratta, e non di testi rimanipolati a posteriori. In un libro di memorie, scritto molto tempo dopo i fatti narrati, sarebbe stato assai più facile far tornare i conti.

"L'Espresso", 12 settembre 1982

Il leggendario Lawrence (di Nicola Tranfaglia)

Thomas Edward Lawrence, detto Lawrence d'Arabia
Tra i miti eroici del XX secolo, quello di Lawrence d'Arabia è senza dubbio tra i più saldi e duraturi, diffuso ancor oggi in tutto il mondo occidentale e nel vicino Oriente. Dal primo dopoguerra in poi, per oltre cinquant'anni, romanzi, biografie, film, saggi psicologici hanno riproposto centinaia di volte, non solo nel mondo anglosassone, la personalità schiva e per molti versi enigmatica di questo strano gallese, laureato in archeologia ad Oxford, che scoprì giovanissimo l'Oriente e vi tornò allo scoppio della prima guerra mondiale a fondarvi la leggenda dell'inglese che organizza e guida la guerriglia araba contro i turchi nei luoghi sacri dell'Islam. Come avrebbe scritto E. M. Forster nella sua prefazione a I sette pilastri della saggezza, la tormentata autobiografia di Thomas E. Lawrence, "in quella guerra era ancora possibile esprimere una nota personale. Tirare, ad esempio, un bel colpo al grasso capostazione che sta seduto in mezzo agli uomini, agli amici bevendo il caffè... La rivolta araba sarà ricordata proprio perché si svolse in condizioni arcaiche. Fu l'ultima prodezza del dio della guerra prima che rinunciasse alla propria divinità e si trasformasse in mago della chimica".
Ma forse, a consolidare e perpetuare il mito, contribuirono anche le vicende successive della breve vita di Lawrence: l'aver sostenuto alla conferenza di Versailles con grande vigore e fantasia le ragioni degli arabi hascemiti contro le grandi potenze, poi, nel 1922, la decisione di cambiar nome e di arruolarsi come soldato semplice nell'aeronautica britannica, la collaborazione con il celebre commediografo George Bernard Shaw, infine gli anni solitari trascorsi fra meditazioni, letture e corse in motocicletta nella campagna inglese, fino all' incidente del 13 maggio 1935 in cui Lawrence perse la vita.
Così, nella stessa persona, durante un'intensa e drammatica esistenza tra due guerre mondiali, coesistono due aspetti fondamentali dell' eroe contemporaneo: l'impresa straordinaria di una guerriglia condotta con pochi mezzi e scarso spargimento di sangue contro le forze preponderanti dei turchi, ma anche il tormento, la solitudine, le incertezze e i pentimenti che costellano e autobiografia di Lawrence e che sono confermati dalle scelte da lui compiute nel dopoguerra e dalla sua stessa morte romantica.
D'altronde il mito di Lawrence trova un altro elemento di forza nella sostanziale ambiguità che ancora oggi caratterizza il suo ruolo nella guerra araba: campione nello stesso tempo dell'impero britannico in declino e della causa che si identifica con l'abbattimento dell' impero ottomano e l'indipendenza degli arabi attraverso la creazione di nuovi Stati. Proprio quell'ambiguità ha favorito il moltiplicarsi di biografie e rievocazioni dell' impresa di Lawrence, fino all'analisi minuziosa della sua personalità che qualche anno fa ha compiuto lo psichiatra americano Y. E. Mack, definendolo addirittura "un principe del nostro disordine".
Tra i tanti libri, quello del noto storico militare inglese sir Basil Liddell Hart viene presentato in queste settimane ai lettori italiani (Lawrence d' Arabia, Bompiani, pagg. 270, lire 30.000) a cinquant'anni dalla prima edizione inglese, con un'introduzione letteraria piuttosto che storica di Franco Cardini, che insiste soprattutto sul Lawrence "figlio dell'Europa romantica e imperialista, l'Europa dei dipinti di Delacroix e delle imprese di Gordon Pascià". Può darsi che in questo giudizio Cardini abbia ragione. Certo è che a Liddell Hart, abituato a trattare d'arte militare e di grandi guerre, la personalità di Lawrence d'Arabia, cui si era accostato con una certa diffidenza, fece grande impressione: al punto di indurlo a scrivere una vera e propria epopea delle capacità di comandante e di stratega dell'archeologo di Oxford. Sicché leggere oggi il racconto, documentato e preciso, ma intriso di ammirazione, dello storico inglese, fa una certa impressione: come se Liddell Hart, partito per analizzare con distacco le novità della guerra araba, si fosse lungo la strada innamorato del suo eroe e avesse scritto una narrazione che assomiglia non poco a un romanzo storico, sia pure elaborato con tutti i crismi dell'arte militare.
Quel che appare di grande interesse nella rievocazione compiuta da Liddell Hart - il quale ebbe modo di raccogliere la testimonianza dello stesso Lawrence e di altri ufficiali inglesi (durante le operazioni belliche Lawrence fu nominato colonnello) - è prima di tutto il conflitto che si sviluppa durante la grande guerra tra la linea del Foreign Office, quella dell'Indian Office e quella dei funzionari locali in Medio Oriente. Mentre il Foreign Office, nella politica mediorientale, teneva soprattutto conto dei rapporti di alleanza con le altre potenze occidentali, a cominciare dalla Francia, l'Indian Office era per una politica imperialistica intransigente. A loro volta, gli ufficiali e i funzionari locali che seguivano da vicino la situazione, si facevano guidare soprattutto dalle varie contingenze e ritenevano di poter consolidare l'influenza inglese anche al di là dell'occupazione territoriale.
Non c'è dubbio che Lawrence si sentisse più vicino a questi ultimi e portasse avanti un progetto di autodeterminazione araba, che gli inglesi avrebbero dovuto favorire con consigli e aiuti di ogni genere, ricavandone in cambio influenza: nel libro di Liddell Hart il conflitto interno all' impero, così come la scelta innovativa ma non solitaria di Lawrence sono descritti e analizzati dall'interno con grande precisione e mettono in luce assai bene la capacità del giovane archeologo di destreggiarsi all'interno delle divisioni e di utilizzarle per realizzare la sua grande avventura.
L'altro aspetto, che affascina ancora il lettore della biografia scritta dallo storico inglese, è l' analisi del rapporto tra Lawrence e gli arabi e delle conseguenti regole che l'eroe fissa per la lotta nello Hegiaz contro i turchi. Liddell Hart ricorda, a un certo punto, un'intuizione fondamentale di Lawrence contenuta nella sua autobiografia, e che è tra i primi tentativi di rovesciamento della strategia classica: "Quasi tutte le guerre erano state fino allora guerre di agganciamento, nelle quali entrambi i contendenti si sforzavano di mantenersi in contatto per evitare sorprese tattiche. Noi avremmo combattuto una guerra di sganciamento".
Su questa base, Lawrence organizza piccoli gruppi di guerriglia che logorano l'esercito turco con azioni di "commando" e sabotaggi tali da bloccare i rifornimenti e costringere il nemico a crescenti disagi e difficoltà. Le scarse perdite umane e i successi sempre già consistenti convincono un numero sempre maggiore di arabi a ribellarsi e a rafforzare l'armata di Feisal, l'emiro che il giovane inglese ammira e segue fino alla fine.
Quanto ai rapporti con gli arabi, Liddell Hart ne parla a lungo in tutto il suo libro, fino a riprodurre integralmente i "ventisette articoli" nei quali Lawrence condensa una sorta di teoria dell'arte di trattare quel popolo. L'ultimo di quegli articoli ne rappresenta in qualche modo la sintesi, assai significativa: "Il principio e la fine del segreto del modo di trattare con gli arabi è il loro continuo studio. Tieniti sempre in guardia; non dire mai cose non necessarie; tieni costantemente d'occhio te stesso e gli altri compagni; ascolta tutto ciò che succede, cerca di scoprire che cosa sta accadendo al di là dell'evidenza, interpreta i loro personaggi, scopri i loto gusti e le loro debolezze e tieni tutto ciò che scopri per te... Il tuo successo sarà proporzionale alla quantità di energia mentale che vi dedichi". Anche qui, insomma, riemerge la fondamentale ambiguità dell' atteggiamento e della personalità di T. E. Lawrence.
In realtà, negli ultimi decenni, tramontato ormai l'impero inglese, è proprio l'ambiguità del personaggio a garantirne la sopravvivenza mitica: ancora una volta - lo ha ricordato Valeria Camporesi nel suo acuto saggio Lawrence d'Arabia: analisi di una leggenda, apparso nel numero 5 di “Passato e presente” - si sono contrapposti, in Inghilterra e fuori, gli ammiratori dell'eroe carismatico e i detrattori del "mitomane omosessuale". Gli uni e gli altri, evidentemente, non hanno accettato la definizione di Mack: T. E. Lawrence è stato un principe del nostro disordine.

“la Repubblica”, 27 dicembre 1984

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