27.3.17

Clientele esterne. E gli ebrei in Egitto salvarono Cesare (Luciano Canfora)

Il ruolo decisivo (e nascosto) delle truppe di Antipatro nella battaglia del Delta

Che la campagna di Cesare ad Alessandria abbia rivestito un ruolo cruciale in tutto l'andamento della guerra civile dopo Farsalo mi è accaduto di affermarlo in più occasioni. Napoleone, nel Précis des guerres de Jules César, scritto o meglio dettato a Sant'Elena, rimproverava a Cesare di essersi lasciato intrappolare in quella campagna. In questo caso l'imperatore sbagliava. L'Egitto era cruciale per Cesare non solo per il controllo del Mediterraneo orientale, ma per la stessa prosecuzione della guerra civile.
Della campagna alessandrina il momento cruciale è stata la battaglia del Delta. Non ne era scontato l'esito. Cesare ha compiuto l'abile mossa di liberare il giovane sovrano Tolomeo, che aveva presso di sé come ostaggio nel palazzo reale, e di restituirlo al campo nemico: il che ha intralciato la strategia dell'abilissimo generale egiziano Ganimede, cui Tolomeo si contrappose immediatamente come rivale nel comando delle operazioni. Jérôme Carcopino, nel suo Cesare, mette molto bene in luce il senso di questa mossa di Cesare. Ma è soprattutto sul sopraggiungere di Mitridate Pergameno e delle sue composite truppe ausiliarie che Cesare doveva poter contare per guadagnare la battaglia. Ed è sul ruolo del contingente ebraico unitosi all'esercito di Mitridate che conviene focalizzare l'attenzione.
Il resoconto di questa battaglia, la battaglia del Delta, compreso nel Bellum Alexandrinum tace completamente del ruolo che le truppe ebraiche al comando di Antipatro hanno svolto. Anzi, in un particolare molto importante l'anonimo autore attribuisce a merito di Mitridate Pergameno quanto da Giuseppe Flavio (Antichità giudaiche) apprendiamo essere stato merito di Antipatro. Fu infatti Antipatro che indusse una serie di tribù e popolazioni dell'area, ivi compresi gli Ebrei che risiedevano nella zona del Delta, ad unirsi all'esercito ausiliario che puntava a ricongiungersi con le truppe cesariane, spezzando l'assedio che bloccava Cesare nel palazzo reale di Alessandria. E nella battaglia, che si svolse in località «Campo degli Ebrei», fu Antipatro a determinare la vittoria sulle truppe egiziane che stavano per aver ragione di Mitridate.
Il resoconto di Giuseppe pone nel massimo rilievo il contributo del contingente ebraico. Su di un punto, che gli sta molto a cuore, egli fa ricorso alla Storia di Strabone, di cui ci dà, per suffragare le proprie affermazioni, un cospicuo frammento (Antichità, XIV, 137-139). Si tratta della effettiva presenza del sommo sacerdote Ircano, accanto ad Antipatro, nel contingente ausiliario capeggiato da Mitridate. Conviene riferire per intero il brano: «Conclusa vittoriosamente la guerra, Cesare sbarcò in Siria e lì rese grandi onori sia ad Ircano, cui confermò il sommo sacerdozio, che ad Antipatro, cui concesse la cittadinanza romana e l'esenzione dalle tasse. Molti sono gli autori che hanno parlato dell'aiuto dato da Ircano a questa campagna e della sua presenza in Egitto. Dà conferma di questa mia asserzione Strabone il Cappadoce. Egli richiamandosi ad Asinio come sua fonte dice esattamente così: “Dopo Mitridate (nel senso di al seguito di) entrò in Egitto anche Ircano, il sommo sacerdote degli Ebrei”. E lo stesso Strabone in un altro passo dice, richiamandosi questa volta ad Ipsicrate: che Mitridate si mosse da solo, che da lui fu convocato ad Ascalona Antipatro, amministratore della Giudea, che Antipatro gli procurò tremila uomini, che riuscì a mobilitare anche gli altri dinasti, e che alla campagna prese parte anche Ircano, sommo sacerdote. Questo esattamente dice Strabone».
E sui meriti precipui di Antipatro a Pelusio e nella battaglia di «Campo degli Ebrei» Giuseppe menziona, ma purtroppo non cita, una lettera di Mitridate a Cesare.
Quando racconta questi stessi avvenimenti nella Guerra giudaica, Giuseppe non dà dettagli così minuziosi. Racconta la battaglia (Guerra giudaica, I, 190-192) ed in particolare il ruolo determinante di Antipatro e dei tremila del contingente ebraico i quali sgominano gli Egiziani che stavano per avere il sopravvento su Mitridate Pergameno e sulle sue truppe. Ma non adduce la testimonianza - per lui preziosa - di Strabone: necessaria, nella sua strategia espositiva, per fugare il sospetto di avere ecceduto nel valorizzare il ruolo del contingente ebraico. Né sono presenti nella Guerra giudaica i numerosi documenti messi a frutto nelle Antichità giudaiche, a cominciare dalla importante lettera di Mitridate Pergameno a Cesare, che attestava e documentava i meriti di Antipatro nella battaglia del Delta. Dunque Giuseppe ha proseguito le ricerche - il racconto presente nelle Antichità è stato elaborato dopo - ed ha seguito, da storico provetto, due piste: cercare le tracce della vicenda in storici non ebrei (Strabone «il Cappadoce», come lo chiama) e attingere alla documentazione epigrafica esposta a Roma, in Campidoglio, ma anche nelle città di Tiro, Sidone, Ascalona, che per una ragione o per l'altra avevano rapporto con la vicenda.
L'utilizzo dell'opera storica di Strabone gli ha consentito di attingere indirettamente a quanto in proposito aveva scritto Asinio Pollione, la cui opera sulle guerre civili, che tanto allarmava Orazio, era stata largamente messa a frutto da Strabone. Grazie a questo fortunato intreccio di fonti (Giuseppe che adopera Strabone, che a sua volta adopera Asinio e lo cita) veniamo a scoprire che anche su questo punto specifico del ruolo degli Ebrei nella battaglia del Delta, Asinio Pollione si discostava dalla tradizione consolidatasi nel Corpus dei «continuatori» dei Commentarii cesariani. Conosciamo bene, grazie a Svetonio, il severo giudizio di Asinio sui Commentarii e sulla loro scarsa veridicità. Tale diffidenza si estendeva a maggior ragione al resto del Corpus , allestito, da uno staff rimasto anonimo, in accordo con l'erede di Cesare e gestore oculato della sua memoria. Tanto più appare rilevante che Asinio abbia voluto esprimersi su questo punto («con Mitridate c'era anche Ircano») se si considera che Asinio dopo Farsalo non ha seguito Cesare ad Alessandria, ma è tornato, con Antonio, in Italia.
Un'ultima considerazione si impone. La politica cesariana di apertura verso gli Ebrei, e verso Ircano e Antipatro in particolare, va compresa nei suoi termini politici. Lo schieramento, al momento della guerra civile, di molti Ebrei dalla parte di Cesare è ben comprensibile: il nemico di Cesare, Pompeo, era stato, al momento della conquista della Siria (65 a.C.) e della Palestina, il profanatore del Tempio (63 a.C.), come racconta con dovizia di dettagli Dione Cassio (XXXVII, 15-16). Dal punto di vista di Cesare, d'altra parte, si trattava di subentrare quanto possibile a Pompeo nella gestione della vasta rete delle sue clientele orientali. Che è la ragione per cui, vinto Tolomeo, Cesare ha preferito sistemare lo scacchiere orientale prima di occuparsi della «insorgenza» catoniana a Occidente.
Orbene Ircano era stato, a suo tempo, gratificato da Pompeo. Proprio la fazione di Ircano, nel 63 a.C., aveva aiutato Pompeo e Pompeo aveva adeguatamente ricambiato Ircano: il Tempio - racconta Dione - fu saccheggiato, dopo che i Romani lo avevano conquistato di sabato senza colpo ferire, ma Pompeo s'era affrettato a ricompensare Ircano «affidandogli il regno».
Ecco perché, nel 47, Ircano, morto ormai Pompeo, aveva voluto essere assolutamente accanto ad Antipatro nel corpo di spedizione che Mitridate Pergameno conduceva in Egitto, a tappe forzate, in soccorso di Cesare per liberarlo dall'assedio alessandrino. E Giuseppe si affanna a portar documenti attestanti che Ircano era davvero lì, in quella vicenda salvifica per Cesare. E Cesare, a guerra ormai conclusa, aveva pensato bene che gli conveniva confermare Ircano nei suoi poteri. Per controllare una regione, è fondamentale un saldo rapporto con le élite locali dominanti: quelle che Ernst Badian ha chiamato nel suo celebre libro, «le clientele esterne». Era l'abc della «sapienza imperiale» romana.


Corriere della sera, 21 settembre 2011

Sindacalismo italiano. Bruno Buozzi, operaio modello (Valerio Castronovo)

Era entrato in fabbrica dalle sue parti, nel ferrarese, quando aveva appena quattordici anni; ed era poi sbarcato a Milano nel 1896 un po' più grandicello, per andare a lavorare alla Marelli. Questa dura esperienza di "bambino-operaio" e la tenace ostinazione con cui, da buon autodidatta, riuscì a prendersi un diploma alle scuole serali per diventare un insegnante ai corsi tecnico-professionali, segnarono profondamente l'identità e gli ideali politici di Bruno Buozzi.
Scriverà Fernando Santi: "Nella schiera degli organizzatori sindacali di prima del fascismo, Buozzi è indubbiamente quello che più di ogni altro rappresenta l'operaio italiano dei primi del secolo: l'operaio metallurgico, intelligente, umano, orgoglioso della sua dignità professionale, che sta a testa alta davanti al padrone, rispettato e rispettoso; che legge L'origine delle specie e frequenta l'Università popolare e i loggioni della stagione lirica; che ammira la tecnica tedesca e odia il kaiser; che ama i nichilisti russi e vota per Turati".
Il nome di Buozzi si identifica con i primi sviluppi del sindacalismo industriale nell'età giolittiana, con il rafforzamento delle Camere del lavoro e la nascita delle federazioni di mestiere. Uno di questi sodalizi, quello dei lavoratori metallurgici, la Fiom, che egli guidò per diciassette anni (dal 1909 al 1926), si affermò fin da allora come l'avanguardia del movimento operaio italiano. Le più importanti conquiste sindacali di quel periodo - dal contratto collettivo all'istituzione delle commissioni interne, all' orario di lavoro di otto ore - recano la sua firma. Segretario generale della Confederazione generale del lavoro dal gennaio 1926, durante l'estrema resistenza contro il fascismo, attivo animatore degli esuli parigini, compagno di lotta dei repubblicani spagnoli, Buozzi finì assassinato alla Storta dai tedeschi in ritirata, il 4 giugno 1944 (il giorno stesso della liberazione di Roma), dopo aver conosciuto il confino politico nell'ultimo scorcio della dittatura mussoliniana e la famigerata prigione nazista di via Tasso.
Sulla vicenda umana e politica di quest'uomo, che per il suo grande coraggio, la sua coerenza intellettuale e la sua assoluta dedizione alla causa del proletariato, ha rappresentato una delle figure più esemplari del socialismo italiano, è comparsa ora una rievocazione biografica La forza tranquilla, Franco Angeli, che ripercorre l' itinerario di Buozzi sulla scorta di parecchi documenti inediti e di varie testimonianze. L'autore, Aldo Forbice, giornalista e saggista politico, si chiede quale sarebbe potuta essere nel secondo dopoguerra la strategia del sindacalismo italiano se la vita di Buozzi (che sembrava destinato, quale artefice del "Patto di Roma", a dirigere la Cgl unitaria) non fosse stata stroncata improvvisamente in seguito a una serie di circostanze inquietanti che non sono mai state del tutto chiarite.
In effetti Buozzi, che univa alle sue doti di organizzatore sindacale d'istinto e pragmatico una formazione politica e culturale sorretta da profonde convinzioni riformiste, aveva intuito fin dalle sue prime esperienze che compito fondamentale del sindacato fosse di creare anche in Italia le condizioni per lo sviluppo di una moderna democrazia industriale. Perciò egli continuò a sostenere, in tutte le sedi, sia il principio della piena autonomia del sindacato, senza alcuna subordinazione ai partiti, sia l'esigenza di un'azione sindacale che avrebbe dovuto eleggere come suoi obiettivi principali la crescita dell'occupazione, la valorizzazione della professionalità, la partecipazione delle rappresentanze dei lavoratori alla gestione aziendale e alle trasformazioni tecnologiche.
Sulla base di questi intendimenti Buozzi fu avversario tanto del sindacalismo rivoluzionario quanto del massimalismo. Ma neppure durante le più dure polemiche che costellarono anche il periodo dell'esilio, egli perse di vista il principio dell'unità sindacale dei lavoratori. Nel 1921 aveva tentato di esorcizzare i contrasti insorti all'interno della classe operaia dopo la scissione comunista di Livorno, temendo giustamente che essi avrebbero favorito l'avanzata del fascismo; fu poi lui, nel 1936, a ricucire con Di Vittorio un programma comune di lotta contro il regime; e successivamente, dopo il 25 luglio 1943 (quando alcuni lo avrebbero voluto a capo di un governo antifascista di unità nazionale), a gettare le basi di un'intesa anche con i cattolici per la ricostruzione di un sindacalismo libero e democratico.


“la Repubblica”,1 marzo 1985  

Agatha Christie (1890 – 1976). Profilo biografico a cura di Carlo Oliva

Verso la fine della sua carriera, Agatha Clarissa Miller Christie scrisse una ponderosa autobiografia (An Autobiography, post. 1977; tr. it, La mia vita, Milano 1979). Niente di strano: lo fanno molti scrittori, non rivelando, solitamente, più di quanto i lettori non conoscano già. Più curioso, se mai, è il fatto che la “regina del crimine” ci abbia lasciato una specie di autobiografica alternativa, una storia ipotetica della vita che non ha vissuto. Possiamo considerare in questi termini i quattro romanzi (The Secret Adversary – Avversario segreto – 1922; N or M? – Quinta colonna – 1961; By the Prickling of My Thumbs – In due s’indaga meglio o Sento i pollici che prudono – 1968; Postern of Fate – Le porte di Damasco – 1979) e la raccolta di racconti (Partners in Crime – Tommy e Tuppence: in due s’indaga meglio – 1929) dedicati alle avventure e alle indagini di tali Tuppence e Tommy, che si incontrano, giovanissima infermiera di guerra lei, giovane pilota della RAF lui, subito dopo la prima guerra mondiale, si innamorano, si sposano e vivranno felici e contenti per almeno sei decenni. Gli eroi dei romanzi seriali di solito non invecchiano, ma a questi due suoi prediletti, e solo a loro, l’autrice ha concesso il privilegio di vivere il mutare dei tempi, di avere figli e nipoti, di godere, insomma, di una vita (abbastanza) normale. Proprio quella che alla scrittrice non era toccata e che, evidentemente, non smise mai di rimpiangere.
Secondogenita di una ricca famiglia anglo-americana del Devonshire, poi segnata da qualche rovescio finanziario (perché “debuttasse” in società, come allora si usava, dovettero farla temporaneamente emigrare in Egitto), la giovane Agatha si era effettivamente arruolata, all’inizio del conflitto, nei servizi ausiliari della Croce Rossa. E aveva sposato un giovane ufficiale di artiglieria, Archibald Christie, che presto sarebbe entrato nella neonata aviazione britannica. Ma era durata poco: il tempo di approfittare dell’esperienza acquisita in ambulatorio per scrivere il primo romanzo (The Mysterious Affair at Styles – Poirot a Styles Court – 1920) e di muovere qualche passo nella carriera letteraria e già Archie si innamora di un’altra – la sua segretaria! – e se ne va. La crisi che ne seguì rappresenta l’unico episodio sensazionale della vita della scrittrice, che si permise il lusso di scomparire e farsi cercare in tutto il paese, per essere ritrovata in una oscura località termale, registrata sotto il nome della rivale. Cosa sia esattamente successo, in realtà, non si sa: lei certo non lo raccontò a nessuno, né nell’autobiografia né altrove.
Si sa esattamente, invece, che cosa fece in seguito. Si mise a scrivere, con serietà implacabile e impressionante regolarità. Un romanzo, due all’anno, e quanti più racconti poteva aggiungerci. Si sarebbe risposata, certo, nel 1930, con un professore di archeologia di quattordici anni più giovane di lei, Max Mallowan, e lo avrebbe seguito nelle sue campagne di scavi in Mesopotamia, ma non avrebbe mai rallentato il ritmo del suo lavoro. Nel loro appartamento di Londra, nella grande villa di Torquay, nella casa che per un certo tempo ebbe a Baghdad, persino nella tenda in cui trascorreva, con il marito, buona parte della stagione degli scavi, in pace e in guerra, in viaggio di piacere o sotto i bombardamenti della seconda guerra mondiale, non avrebbe mancato di applicarsi alla macchina da scrivere.
Agatha Christie (che, per mantenere i lettori acquisiti, non poteva rinunciare in copertina al cognome del primo marito), non scrisse solo gialli. Pubblicò due libri di poesie, uno di viaggi, parecchie commedie e, sotto lo pseudonimo di Mary Westmacott, sei romanzi rosa. Poco, rispetto all’ottantina dimysteries che ci ha lasciato. Storie con Hercule Poirot, soprattutto: il piccolo ex funzionario della polizia belga approdato come profugo in Inghilterra nel 1914 e che, nato come imitazione a contrario di Sherlock Holmes si sarebbe conquistato, con gli anni, una straordinaria orginalità narrativa o investigativa, sia che operasse sugli sfondi urbani e cittadini del suo paese di adozione (The Murder of Roger Ackroyd – Dalle nove alle dieci – 1931; Hercule’s Poirot Christmas – Il Natale di Poirot – 1939 e così via, fino a Elephants Can Remember – Gli elefanti hanno buona memoria – del 1972), sia che seguisse i percorsi esotici che l’autrice batteva nei suoi viaggi (Murder on the Orient Express – Assassinio sull’Orient Espress – 1934; Murder in Mesopotamia – Non c’è più scampo – 1938; Death on the Nile – Poirot sul Nilo – 1938). Altro personaggio di spicco è Miss Marple, l’anziana zitella capace di applicare ai casi criminali la propria conoscenza del male nascosto nella vita quotidiana, un po’ come il Padre Brown di Chesterton; diversamente da questi, la Christie non attinge alla pratica della confessione, ma a quella del pettegolezzo (The Murder at the Vicarage – La morte nel villaggio – 1930; The Body in the Library – C’è un cadavere in biblioteca – 1942). E poi gialli sentimentali, storie di avventura e spionaggio, gialli di puro intrigo senza personaggio fisso, come il celeberrimo Ten little Niggers o And Then There Were None (Dieci piccoli indiani … e poi non rimase nessuno – 1940), insuperato esempio di abilità nell’organizzazione della trama. E, naturalmente, storie con Tommy e Tuppence, con l’ultima delle quali l’autrice chiuse, forse in tono minore, la propria carriera.
Agatha Christie è considerata, in genere, l’esponente più classica del giallo d’indagine “all’inglese”, contrapposto al noir e all’hard boiled di origini americane. In realtà, nella sua opera le convenzioni messe a punto, sul modello di E.A. Poe, da sir Arthur Conan Doyle e dagli altri classici del sottogenere sono sistematicamente stravolte, a un punto tale da non permettere al lettore alcuna anticipazione risolutiva. Molte delle sue trame fecero (e fanno tuttora) scandalo, anche se è proprio la loro anomalia a garantire attualità e godibilità ai suoi romanzi. Lo stravolgimento del genere, costante, pur se abilmente dissimulato, serve all’autrice per andare oltre la superficie della rispettabile società borghese che ci descrive. Forse, sotto la maschera dell’abile confezionatrice di prodotti di intrattenimento, si nasconde una insospettata capacità di critica e analisi culturale, anche se Agatha non ha mai avanzato pretese di particolare dignità letteraria e parlava della propria produzione come della sua “fabbrica di salsicce”. Ma di chi, di mestiere, ha escogitato tanti delitti e tanti inganni non è certo il caso di fidarsi alla cieca.


Dal sito “enciclopedia delle donne”

Giocava la palla in modo squisito. Vita e morte di Aldo Campatelli (Gianni Brera)

Aldo Campatelli
Ero così angosciato di saperlo così malconcio che vigliaccamente evitavo di incontrarlo. Avevo conosciuto in lui uno dei più bei ragazzini del nostro sangue. Esile, elegante, sveglio, sapeva sbrigarsela in tutti i giochi con il sesto senso del prestidigitatore: e fu proprio pensando a lui che mi venne il neologismo prestipedatore, come dire un calciatore capace di compiere con la palla squisitezze cinesi.
Da piccolo veniva chiamato Petrone e invidiato con cieca ferocia. Provammo insieme per il Milan al campo dei ferrovieri, presso la Simonetta. Non avevamo quattordici anni e ci ammucchiammo alla brava per segnalarci agli occhi di Ugo Scarambone, che guidava i ragazzi del Milan e infatti ci mandò al Rapid, sua squadra satellite. Petrone giocava allora da interno sinistro. Toccava con i due piedi, e sempre con tanta eleganza da parer manierato. Era longilineo e fragile, forse pauroso. Tozzo traccagno, animato da feroce emulazione, avevo imparato a salvarmi da lui lavorandolo di ginocchia al primo stacco per conquistare la rimessa del portiere. Come era furbo e orgoglioso, non osava lagnarsi. Girava al largo. Era destinato al Milan: lo dirottò astutamente all'Inter Bruno Slawitz, che ne guidava i ragazzi. Costò qualche centinaio di lire, un pallone, qualche paio di scarpe usate.
Bruno Slawitz onorava il buon Dio in tutte le sue creature, a patto che fossero giovani e di sesso maschile. Di Aldon Campatelli era perdutamente innamorato: ma altri ve n'erano, del suo sesso, che bramivano dietro a lui, incantevole Dorian Gray della pedata. Sedusse immediatamente i tecnici maggiori ma nessuno seppe mai che, finito l'incontro mattutino nel campionato ragazzi di Milano, un'auto lo portava a giocare sotto altro nome nel campionato "liberi" di Pavia, fierissimo centravanti di concetto. Quelle scappate con i vidigulfesi gli fruttavano il pranzo e quindici o venti lire per il biliardo e il poker. Esordì nella prima dell'Inter quando era ancora in crescita di statura. Noi traccagni eravamo già dediti alla filosofia e al culto di tutti i vizi virili: lui era di razza nordica e cresceva ancora. Provò prima da centravanti, fra Meazza e Ferrari, nel posto che doveva essere di Piola, dirottato alla Lazio per ordine superiore (sic).
Aldon non avea scatto, non senso acrobatico, non poteva eccellere da punta. Infatti regredì a laterale, ma era troppo altero, troppo bravo, troppo elegante per degnarsi di marcare l'ala destra avversaria. Così venne subito odiato da Olmi e dai terzini, che mi pare si chiamassero Setti e Bonocore. Era il destino dei purosangue impropriamente tenuti a tirare la carretta. Aldone si accontentava di giocare al meglio le palle che gli passavano o che intercettava casualmente. Non l'ho mai visto portare tackle (incontro, in italiano; andà sotta, in gergo lombardo): però, domata la palla, la colpiva di collo con impressionante nitore. E concludeva spesso da fuori con tiri alti o bassi di rara efficacia.
Alla ripresa postbellica fu una colonna dell' Inter. Gli si addiceva il metodo a W di Carcano, che non lo forzava a correre troppo. Picchiato duramente dagli iloti della pedata, stette anni celando l'impossibilità materiale ad alzare più di tanto il piede sinistro. Affermava senza la minima autoironia di praticare la "tattica del riposo". Centellinava da atleta energie che poi spendeva al tavolo da gioco o in talami privilegiati. Tenorino di grazia, cantava con voce flautata, esile, dolce. Sposò una sarta che gli insegnò a vestirsi da signore in occasione delle prime alla Scala. Vittorio Pozzo ne sfruttò malissimo gli ultimi spicci impegnandolo da mediano centrocampista secondo il WM, che mai riuscì a capire. Finì ingloriosamente ai Mondiali 1950, dove forse ebbe un posto perché a qualcuno del giro interessava portarlo a Bologna.
Fece l'allenatore senza fortuna: non era dotato di molto carattere, non aveva studiato abbastanza da ragazzo. Perdette posti sempre meno importanti e poi andò a vivere nel tepore di Ischia. Il male, orribile, gli lasciò pochi anni. Era solo quando è morto. Solo e triste come un angelo inopinatamente costretto a vivere tra noi. Finita da tempo l'invidia, amavo lui nei miei ricordi di povero. Ed ora ne sento l'acerbo rimpianto. Addio, dunque, povero Aldon. Ti sia lieve la terra.


“la Repubblica”, 6 giugno 1984  

L'erba di Wimbledon. Intervista a Boris Becker (Stefano Semeraro)

Un lampo rosso, trent’anni fa. Boris Becker sbucò dal nulla e a botte di serve&volley (in tuffo) nel giro di due settimane si prese tutto: il Centre Court, Wimbledon, il tennis. Lo stupore del mondo. Aveva 17 anni e 227 giorni, nella domenica della finale contro Kevin Curren: il più giovane vincitore di sempre sui praticelli dell’All England Club. Wunderkind, titolarono i giornali. «A volte mi sembra ieri. Altre che sia passato un secolo», spiega l’ex ragazzo-meraviglia piantandoti addosso due pupille azzurre e perforanti come un laser. Oggi ha 47 anni e sul suo pass c’è scritto che di mestiere fa l’allenatore di Novak Djokovic. Nel frattempo ci sono stati 6 Slam vinti (3 a Wimbledon), due matrimoni, un divorzio, quattro figli. Qualche scandalo, molto tennis. Tanta vita.

Boris, che cosa si ricorda di quel 1985?
«Che ebbi parecchi match duri. Mi ci vollero cinque set sia con Nystrom sia con Mayotte. Nystrom servì due volte per il match: sull’erba di solito basta per vincere. E poi la finale. La prima di servizio vincente sul matchpoint, il giro del campo con il trofeo, i miei genitori. Le emozioni».

Wimbledon: sinonimi?
«Il torneo più prestigioso del mondo. Il più importante. In questi trent’anni lo hanno migliorato, senza mai smarrire la tradizione. Per me non è solo un ricordo sportivo, perché abito a Wimbledon, nel Village. Era il mio giardino, oggi è la mia casa. Sento che appartengo a quel luogo».

Cosa dicono i suoi vicini?
«Credo che siano felici, e un po’ orgogliosi. Però quando mi incontrano mi salutano, mi chiedono come va e finisce lì. Godo di una privacy che in Germania sarebbe impossibile: si innamorarono di me che avevo 17 anni, faticano a capire che adesso ne ho 47 e sono una persona diversa».

L’erba del Centre Court è sempre la stessa?
«È più alta, quindi più lenta. Anche le palle sono più lente. Ma un buon servizio è sempre un buon servizio. Diciamo che neanche oggi puoi vincere Wimbledon senza prendere dei rischi».

Da quest’anno la stagione sul verde si è allungata di una settimana: l’erba conta ancora?
«La strada è giusta, dopo Parigi serviva una settimana in più di riposo. Sì, l’erba è sempre importante, anche se fino agli anni ’70 gli Slam che si giocavano sul verde erano tre su quattro: pensi quanti in più ne avrei potuti vincere io…».

Ai suoi tempi i tennisti avevano più personalità. Vero?
«Djokovic, Federer, Nadal, le personalità non mancano. Certo, trent’anni fa non eravamo messi male. Lei quanti anni ha, scusi? Una cinquantina…».

Più o meno.
«Io ne ho 47, stessa generazione: ecco perché quel periodo ci sembra così bello. Ma i campioni di oggi sono più forti. Basta guardare a tutti i record che stanno battendo».

Djokovic è sottovalutato?
«Forse sì. Può capitare, se cresci nell’epoca di Federer e Nadal. Ma se negli spogliatoi chiede ai tennisti chi preferiscono non incontrare, Novak sta in cima alla lista».

Lei vinse uno Slam adolescente, oggi sembra impossibile. Perché?
«Perché il mondo era diverso. Non c’era internet, non c’erano gli smart phone, solo la tv a colori. Da piccolo non volevi fare il campione, lo diventavi e basta. Oggi c’è tanta pressione. Io nel 1985 neanche sapevo di essere così bravo».

Dopo lei, Michael Stich e Steffi Graf nel tennis non ci sono più stati tedeschi all’altezza: troppo benessere fa male?
«Un po’ la colpa colpa della federazione, che non ha sfruttato i nostri successi, un po’ dei giocatori. Nelle donne siano al top, nei maschi no, ma la ricchezza non c’entra. Contano le persone».

Conosce i tennisti italiani?
«Sono amico di Fabio Fognini, mi alleno con lui quasi ad ogni torneo. Ha carattere, mi piace. A volte non è facile assistere ai suoi match. Ma non è mai noioso».

Di lei dicevano che in campo parlava troppo. E pensava troppo.
«Mi è sempre piaciuto pensare. Qualche volta, è vero, è stato uno svantaggio. Ma è un vantaggio ora, per la mia vita. Ho sempre saputo che il tennis era importante, non la cosa più importante».

Chi vince a Wimbledon quest’anno?
«Il campione uscente si chiama Novak Djokovic, mi pare…».

Federer ha una chance?
«Sicuro. L’anno scorso era in finale, no?».

Becker escluso, chi è stato il più forte erbivoro di sempre?
«Sull’erba avrei voluto veder giocare Rod Laver. Borg era sorprendente, da piccolo è stato il mio idolo. McEnroe aveva uno stile unico, poi ci sono Edberg, Cash. E Federer che se non sbaglio a Wimbledon ha vinto 7 volte. E vincere è sempre difficile».

Sull’erba avrebbe preferito sfidare Laver o Federer?
«Questa è una bella domanda sul passato. Ma io vivo nel presente».


Nel sito “Curiosi di sport” - Postato il 23 giugno 2015

I mondi volano.... Una poesia di Aleksandr Blok

I mondi volano. Gli anni volano. Il vuoto
universo si specchia nei nostri occhi bui.
E tu, anima stanca, anima sorda,
riparli sempre di felicità.

Cos’è la felicità? Le frescure serali
nell’orto che imbruna, nel folto dei boschi?
Oppure le fosche viziose delizie
delle passioni, del vino, del crollo dell’anima?

Cos’è felicità, un breve attimo angusto,
l’oblio, il sonno, e il riposo dal pensiero…
Ti svegli – e di nuovo un insano, un ignoto
volo che ti afferra per il cuore…

Ti rianimi, guardi – è passato il pericolo…
Ma nell’attimo stesso – daccapo una spinta!
Scagliata chissà dove, a rompicollo,
vola, ronza, precipita la trottola!

E, aggrappandosi al margine lubrico, aguzzo,
e sempre ascoltando quel suono ronzante, -
difficile non impazzire nel variopinto alternarsi
di cause illusorie, di spazi, di tempi…

Ma quando la fine? Chi avrà mai la forza
di udire in eterno il fragore molesto?
Com’è orrida e assurda ogni cosa! – Ridammi la mano.
Ci assopiremo di nuovo, compagna ed amica!


Traduzione di Angelo Maria Ripellino

Laura Conti (Udine 1921 - Milano 1993). Profilo biografico a cura di Renata Borgato

Laura Conti
«Obiettività scientifica e partecipazione affettuosa, lucidità di analisi e impegno militante». Con questa formula si esprimeva su Laura Conti Mario Spinella, che con lei fondò e diresse l’Associazione Gramsci. Laura Conti diresse anche la Casa della Cultura di Milano.
La storia di Laura Conti racconta con la molteplicità del suo impegno l’unità di una visione attenta e partecipe in cui non hanno molto significato le separazioni tra privato e politico, poesia e scienza, individuo e ambiente, natura e cultura. La concretezza con cui ha lavorato ne fanno un riferimento politico ed etico utile e necessario ai nostri tempi.
Laura Conti da piccola visse a Trieste, poi a Verona e infine a Milano, che considerò sempre la sua città. I suoi genitori erano stati costretti ad abbandonare Trieste in seguito all’impegno antifascista dei genitori, che avevano perso la propria azienda commerciale. A Milano la famiglia avrebbe avuto una vita dura, isolata, senza contatti: «la mia divenne una famiglia che si opponeva al mondo, disperata e molto sola».
Sulla sua educazione resta una sua testimonianza diretta: «in casa non si occupavano di spiegarmi le cose: avevo tutti i libri a mia disposizione, non avevo che da attingere agli scaffali, liberamente, prima ancora di andare a scuola». Ma probabilmente fu proprio questa modalità ad abituarla alla ricerca autonoma, alla riflessione, alla libertà.
Come molte donne, nella prima giovinezza Laura costruì la propria immagine per differenza, ripensando alle scelte di sua madre: «mia madre era maestra e rinunciò al suo lavoro adattandosi al modello di mio padre che, coraggioso e onesto intellettualmente, era tuttavia un tiranno della peggior specie. Lei era una meridionale succuba del modo tradizionale di concepire la famiglia. Però soffriva e io lo avvertivo…»
Proprio per questo Laura si rese molto presto conto che i ragazzi avevano diversi modelli cui ispirarsi, ma che quello proposto alle donne era prevalentemente quello della casalinga-madre, che a lei risultava estraneo. Forse per questo ebbe una vita ricca di amicizie, intellettualmente, professionalmente e affettivamente importanti, ma non costruì una famiglia, probabilmente anche per il dolore seguito alla perdita di Armando Sacchetta, divenuto suo compagno nel lager di Bolzano e morto pochi giorni dopo la Liberazione in seguito all’emorragia seguita a un intervento chirurgico effettuato nel tentativo di arrestare una cancrena.
D’altra parte lei stessa aveva scritto: «pensavo che mi sarei fatta una vita mia, eventualmente con dei figli, ma priva dei legami coniugali che mi facevano orrore. Così è stato e se i figli non sono venuti, non si è trattato di una mia scelta».
Quando a scuola le regalarono una biografia di Maria Curie, pensò di aver trovato un modello che si le si adattava meglio: «non è escluso che anche di qui sia nata la mia passione per le scienze».
Laura si iscrisse alla facoltà di medicina e nel 1944 entrò nelle file della Resistenza, aderendo al Fronte della gioventù per l’indipendenza nazionale e per la libertà. Ebbe il rischioso incarico di fare propaganda presso le caserme. «Avevo molta paura ma al contempo avevo la sensazione che il mondo fosse troppo piccolo per albergare i nazisti e me, che fosse persino necessario morire, perché se i nazisti avessero trionfato, il mondo non avrebbe più avuto attrattive». Venne arrestata già nello stesso 1944 e, dopo una breve detenzione nel carcere di San Vittore a Milano, fu trasferita nel Campo di transito di Bolzano, dove rimase fino alla fine della guerra.
Questa esperienza le avrebbe suggerito un’opera narrativa, La condizione sperimentale, scritta nel 1965 in cui ripercorre la sua esperienza nella Resistenza e nel Campo di transito di Bolzano.
L’esperienza fatta l’avrebbe indotta anche a riprendere la riflessione sul ruolo femminile, dopo aver constatato la subalternità al modello tradizionale di molte delle donne che avevano condiviso la sua esperienza di detenzione. Donne che avevano scelto di lottare per un mondo nel quale gli uomini vivessero un rapporto democratico, senza che ciò trasformasse la subalternità delle donne.
La scrittura sarà un altro dei tratti costanti della vita di Laura Conti. Prima di La condizione sperimentale aveva già scritto Cecilia e le streghe, sua opera prima, con cui nel 1963 aveva vinto il premio Pozzale. Il romanzo, quasi un thriller scritto con grande finezza per le ambientazione e gli stati d’animo di cui restituisce la potenza, soprattutto nei vuoti impossibili da descrivere, prende le mosse da un misterioso incontro fra due donne, nelle strade deserte di Milano in una sera di mezz’agosto e affronta con toni poetici i temi della malattia, della morte, del dolore, della fede e dell’eutanasia, affrontando pienamente le pieghe del rapporto fra medico e paziente.
Alle opere narrative si sarebbero aggiunti nel tempo molti saggi, che documentano l’intensa attività di divulgatrice scientifica di Laura Conti.
Finita la guerra, Laura Conti si specializzò in ortopedia e affiancò la professione di medico con l’attività politica e l’impegno culturale.
Si iscrisse dapprima allo PSIUP, cui aderì fino al 1951, quindi al PCI e tra il 1960 e il 1970 fu consigliera alla Provincia di Milano, nel decennio successivo fu consigliera alla Regione Lombardia e tra il 1987 e il 1992 fu eletta alla Camera dei Deputati.
Non ebbe mai alcuna remora a prendere posizioni contrarie a quelle ufficiali del partito in cui militava, come avvenne per esempio nella questione del nucleare, decisamente avversato, in contrasto con quanto sostenuto dal PCI.
Si avvicinò alle scienze biologiche e all’ecologia quando le questioni ambientali non erano per nulla nell’agenda politica istituzionale. Il suo approccio a questi temi fu di grande originalità: con grande anticipo sulle riflessioni circa la “sostenibilità” ambientale e sociale delle scelte industriali, economiche e politiche, Laura pose come primaria la relazione fra politica e ricerca tecnologica e scientifica.
Frequentò fin dagli inizi del 1970 “Medicina democratica”, il centro di controinformazione sulla salute e sulla nocività in fabbrica fondato da Giulio Maccacaro. Intorno alla rivista «Sapere» si riunivano scienziati e intellettuali che cominciavano a tessere i primi collegamenti tra posto di lavoro e diritto alla salute, tra economia e diritto all’ambiente.
Il metodo che Laura Conti adottava nel lavoro politico richiedeva l’analisi dei problemi ambientali, condotta attraverso la valutazione di tutta la documentazione disponibile, quindi il coinvolgimento della popolazione nella ricerca di una soluzione che fosse scientificamente efficace, ma anche socialmente accettata. Adottò questo approccio anche nel 1976 durante l’emergenza della nube tossica sviluppatasi a Seveso dagli impianti Icmesa.
Seveso divenne per lei la dimostrazione paradigmatica degli errori nell’uso del territorio: «della mancanza di controlli pubblici contro lo strapotere degli interessi privati, dell’impotenza della pubblica amministrazione di un paese, pur industriale e civile, come l’Italia, di fronte a un disastro ecologico imprevisto, ma non imprevedibile».
Laura Conti ha fatto capire agli italiani che, oltre all’ecologia delle piante e degli uccelli, conta anche quella delle fabbriche, dei lavoratori, delle periferie urbane. Divenne così una figura chiave del nascente movimento ambientalista italiano. Non semplificò mai una materia di per sé complessa e articolata, ma tenne sempre come punto fisso un principio semplice: per occuparsi di politica ambientale è necessario accostare alla sensibilità sociale il sapere scientifico.
Ancora una volta l’esperienza vissuta le ispirò un’opera letteraria Una lepre con la faccia da bambina (1978) che tratta la crisi sociale e di valori che il dramma ecologico dell’Icmesa aveva innescato nella comunità della Brianza. Per essere pienamente apprezzata questa storia dovrebbe essere letta insieme al saggio Visto da Seveso, cronaca rigorosa degli eventi. Queste due pubblicazioni – una narrazione e un saggio – illustrano emblematicamente le due facce dell’impegno di Laura sui temi ambientali e il suo più generale approccio con la realtà.
Dal 1984 la salute di Laura Conti cominciò a peggiorare ed ella decise di andare in pensione dalla sua professione di medico e di non accettare più cariche pubbliche: ma nel 1987 fu nuovamente eletta in Parlamento.
In tutto questo periodo, il suo impegno prioritario fu quello di diffondere la consapevolezza dei grandi problemi ambientali e di affermare l’urgenza di un’azione politica per risolverli. Fu il periodo del grande coinvolgimento nella Lega per l’ambiente.
Nel 1990 si consumò la sua rottura con la Lega per l’ambiente, ma non per questo Laura ridusse le proprie attività: convegni, lezioni, scrittura la impegnavano continuativamente, nonostante fosse affetta da una grave patologia cardiocircolatoria. Alla fine del 92 fu ricoverata a causa di un brusco peggioramento delle sue condizioni di salute, ma non appena ritornò a casa, si rimise al lavoro, benché rassicurasse gli amici dichiarando di aver ridotto le attività.
Morì il 25 maggio 1993, nel pieno della sua attività, mentre stava progettando un nuovo libro.
Attualmente i suoi libri e materiali personali d’archivio sono collocati nella Fondazione Micheletti di Brescia. A lei sono intitolate una scuola media di Buccinasco (Milano) e un premio di giornalismo ambientale. Due giorni di studio le sono stati dedicati a Roma, nell’ottobre 2011 dall’associazione Donne e scienza presso la Casa internazionale delle donne. il suo nome è stato inserito nel 2007 nel Famedio del cimitero monumentale di Milano.

Dal sito “enciclopedia delle donne”

La poesia del lunedì. Carlo Betocchi (1899 - 1986)

Quasi ubriaco
Quasi ubriaco l'amore, declinando
le vampe dei sensi, in me resiste
ed è esigente; e le sue torbide brame
d'una in altra visione volgendo
di tormento in tormento, mi rende
stremato da questa vita di fantasmi,
simile all'acqua oleosa dei porti,
che risciacqua di chiglia in chiglia
un lamento di mare morto,
di vecchi barchi ancorati alla banchina.

Dal definitivo istante. Poesie scelte e inediti. BUR, 1999

Enrico Berlinguer, mite e implacabile (Laura Lilli 1984)

PADOVA
Amante del balletto e dell'opera (l'ultima che aveva visto era il Parsifal di Wagner a Roma). Lettore di romanzi (ne aveva appena finito uno di Marguerite Yourcenar). Giocatore di ramino. Appassionato di calcio. Tifoso del Cagliari. Innamorato del mare e della vela: andava, quando poteva, sulla barca del cugino, a Stintino, manovrando con destrezza rande e fiocchi. Questo era, fuori della politica, Enrico Berlinguer. E ancora: legatissimo alla famiglia. Tutti i Natali insieme al fratello Giovanni e a Giuliana, la cognata regista Tv; mai un'ora di vacanza senza almeno uno dei quattro figli (di solito tutti), visite regolari alla ultranovantenne zia Iole Siglienti ogni volta che metteva piede a Cagliari. Risate scomposte quando vedeva la faccia di Roberto Benigni, ancora prima che questi dicesse la sua battuta (famosa la foto di lui, ridente, in braccio al comico, due anni fa al Festival di villa Borghese). Invece le vignette di Forattini non le capiva quasi mai. "E' un nostro nemico", ripeteva.
Per dodici anni (da quando è stato eletto segretario del Pci) la caccia al Berlinguer "privato", "umano", "quotidiano" è stata l'obiettivo mai raggiunto di direttori di giornali e di politologi in vena di "risvolti" o "chicche". Ma si sono immancabilmente scontrati contro un muro di granito. Berlinguer ha sempre rifiutato la politica-spettacolo; e, per quanto fra i suoi meriti politici vada senza dubbio ascritto quello di avere "capito" il femminismo, il principio femminista che "il privato è pubblico" non è mai stato suo. I cronisti politici - i cacciatori delusi - si sono consapevolmente o meno, vendicati del ricorrente insuccesso usando per lui un bagaglio di parole opache, sempre le stesse: "tetro", "cupo", "introverso", "serioso", "grigio" che ne hanno dato un'immagine remota, esangue e, tutto sommato, antipatica. E c'è una certa agra ironia nel fatto che proprio in questo momento di tragedia il muro del "privato" si sfondi e lasci intravedere, di quest'uomo appena morto, un'immagine tanto diversa da quella di maniera.
Infatti, mentre Berlinguer lottava con la morte, mille sussurri intorno a lui parlavano fitti, ossessivamente, della sua "umanità". Raccontavano aneddoti, cose viste personalmente o riferite da amici: come se questo accanito parlarne potesse tenere lontana la morte. Erano voci anonime: uomini della "vigilanza", "vecchi compagni della Fgci" venuti da altre città per essergli vicini in questo momento definitivo e magari bloccati dalla polizia fuori dell' ospedale, fotografi che lo ricordavano durante comizi e che aspettavano, macchina alla mano, che le "autorità" uscissero dal bianco corridoio dell'ospedale in cui si aggiravano, angosciati, oltre al fratello Giovanni e alla famiglia, alcuni dirigenti del Pci e i suoi fedelissimi: il capo ufficio stampa Antonio Tatò; Ugo Pecchioli; il medico e amico Francesco Ingrao; l'inviato de l' Unità Ugo Baduel, che lo ha seguito in viaggi e campagne elettorali per oltre dieci anni; Alberto Menichelli, l'autista che stava con lui dal 1970 quando Berlinguer era solo vice segretario. E da tutti questi mormorii, da questi "ti ricordi...?" emergeva, tessera dopo tessera, il mosaico della personalità-Berlinguer: umanissima, a tratti fanciullesca, a tratti irriverente e perfino un poco "bohèmienne".
"Quando arrivava a casa di sera, dopo i comizi, si doveva comperare due mozzarelle e un po' di latte perché il suo frigo poteva anche trovarlo deserto". Oppure: "Una volta, dalle sue parti, nei pressi del ministero degli Esteri, vide un gruppo di ragazzini che faceva una partita a pallone: si fermò, si arrotolò i pantaloni e si mise a giocare con loro. Aveva sempre amato il football, fin da quando tirava calci alla palla con Giovanni, da bambino. Passò Moro in una macchina ministeriale: lo guardò, lo riconobbe, ma non si fermò. Aveva un' aria da 'non c' è più religione' in faccia".
O ancora: "Ha un modo di soffiarsi il naso che si sente per tutte le Botteghe Oscure. Gli era rimasto da quando il nonno, che era un pioniere della medicina, gli aveva insegnato che per disinfettarsi le vie respiratorie bisognava portarsi alla faccia, con le due mani a coppa, l'acqua di mare; farla salire su per il naso e passare per i seni e lasciarla uscire dalla bocca".
Si sfonda, il muro del privato, ma non ufficialmente. Le voci ufficiali sono tutte asserragliate dietro un silenzio che mescola vecchie tradizioni comuniste ad antiche tradizioni di riserbo di una famiglia aristocratica e per giunta isolana, "nuragica", e prima ancora probabilmente catalana. I parenti sono inavvicinabili. Giovanni, il fratello, e Letizia, la moglie, durante tutta l'"attesa" hanno volti di pietra. Mi ha detto Nilde Jotti che con Letizia ha parlato a lungo: "E' angosciata soprattutto per i figli, non sa come accetteranno la tragedia". E, mentre si aspettavano i bollettini medici sempre più pessimisti, Letizia trovava la forza di portare la figlia minore, Laura, a vedere Giotto alla cappella degli Scrovegni. Laura ha quindici anni. Prima di lei ci sono Bianca (ventiquattro anni), Maria (ventidue), Marco (ventuno). Sono smarriti. Passano per il corridoio bianco con gli occhi arrossati fissi su un punto invisibile avanti a loro: a chi si avvicina per chiedere uno stato d' animo, un ricordo, fanno un segno negativo e definitivo che sta tra il fastidio e la noncuranza di chi cammina per le strade di un pianeta diverso.
Dicono le voci: "Sono sempre stati legatissimi, i figli col padre. Spesso lui usciva da una riunione politica e andava a fargli ripetizione: Hegel, i presocratici". "Però non è mai stato oppressivo: hanno scelto amori e studi come volevano. L' importante, fra loro, era la fiducia". "Le cose dovevano essere fatte seriamente: il 'come' non contava". "Anche in politica: hanno interesse, ma non un impegno totale come quello del padre. Lui non si è mai sognato di chiederlo". "Però se li portava dappertutto, anche in Cina". "E qualcuno di loro mugugnava". "Come tutti gli adolescenti quando cominciano ad avere i loro amici...". "E' una famiglia alla maniera della vecchia Fgci: un po' scanzonata. Unita, ma in pratica ognuno fa quel che vuole. Per questo il frigo può essere spesso vuoto: chi arriva a casa apre e si prende da mangiare". "Quella del frigo, a volte, è anche una questione di soldi. Lui ne ha sempre avuti pochi, c'è stato sempre attento. Maria poco tempo fa gli ha chiesto diecimila lire. Lui le ha detto: "Te le do, ma per questo mese posso ridartele solo un'altra volta"". "Sui soldi è stato sempre attentissimo anche per quanto riguarda il partito. Se le cose fossero andate come dovevano andare, in questo giro elettorale, da Bologna a Catania, per andare a Comiso, avrebbe preso l' aerotaxi. Costa otto milioni. È stato necessario fargli dieci volte il conto: dimostrargli che fra biglietti 'normali', pranzi e alberghi per lui e per tutta l'equipe, compresa la scorta, avrebbero speso di più. Una volta convinto e superato il tabù della 'questione di costume', era finalmente felice e ripeteva, come un ragazzo: 'Poi prendiamo l'aerotaxi'". "Ad un collaboratore disse anche: 'E atterriamo direttamente all'aeroporto di Comiso'. 'Ma che stai dicendo?' chiese quello. E lui: 'Vedi? Ci hai creduto. Era solo uno scherzo'".
"Dicono tanto che non badava a come si vestiva, che era trasandato. Non è vero. C'ero io a Milano una volta. Dovemmo comprargli dei calzini e gli dissi: 'Te li compro blu come la cravatta, intonati'. Mi disse: 'I calzini devono intonarsi solo alle scarpe. Comprali beige'. Se ne intendeva".
"La scorta: che peso, per lui dopo gli anni di piombo. A volte doveva rinunciare ad andare a vedere la partita...". "Sì, ma per la partita altre volte ha mollato tutto: due mesi fa, a Cuneo ha lasciato a metà un pranzo di compagni per andare a vedere Juventus-Roma". "Poi, nelle sue passeggiate la scorta la 'semina'". "Non lo fa apposta. E' che cammina a passo di marcia".
"Il suo rapporto con Letizia durava da circa 35 anni: dieci di fidanzamento (la famiglia di lei e il partito di lui erano contrari) e venticinque di matrimonio. Appena arrivava in una città o all'aeroporto di Fiumicino per partire, le telefonava. Sempre". "Sembravano freddi, senza smancerie o pubbliche tenerezze, nemmeno davanti ai figli. Invece era un amore da Giulietta e Romeo". "Ha sempre avuto un enorme rispetto per gli altri e infatti non ha mai fatto scenate a qualcuno dei tanti sottoposti che ogni leader ha intorno. Mai uno scatto, un insulto. Però, se uno della vigilanza faceva un po' il bulletto, e magari ostentava le sue lezioni di karatè per fargli largo tra la gente alla fine di un comizio, dopo un po' gli succedeva di cambiare mansione e di trovarsi alla portineria delle Botteghe Oscure. Mite e implacabile".
Già: mite e implacabile. Forse, è la definizione migliore.


“la Repubblica”, 12 giugno 1984  

Carlo Betocchi. Ritratto di un poeta da vecchio (Laura Lilli)

FIRENZE - Cadono, rade, le prime gocce di pioggia quando, dopo una strada tutta tornanti, arrivo a una pompa di benzina a poche centinaia di metri dal microscopico paese di Consuma, fra gli abeti. Carlo Betocchi sta parlando col benzinaio. Ha 85 anni. Oltre che un poeta che in questi giorni fa parlare di sè, è uno dei "ragazzi del ' 99": "volontario per salvare la Patria, certo, volontarissimo, come Bargellini, come tutti noi. Caporetto me la ricordo perfettamente, il cavallo che moriva sgroppando in aria, il generale che fucilava tutti... l' ho scritto, del resto, in un libro che ho intitolato proprio Caporetto". Mi presenta l' uomo del distributore come "il mio unico amico". Ride. E mentre ci allontaniamo in fretta (la pioggia incalza) verso la pensioncina in cui trascorre questo agosto così lungo e vuoto che perfino un cambiamento di tempo è un avvenimento, aggiunge, non si sa se per me o per se stesso: "eh, la vecchiaia... la solitudine... la mancanza di interlocutori...".
Vecchiaia e solitudine: come in Saba, come in Rebora, sono fra i temi portanti della sua poesia. E lo si vede bene dal grosso volume che Mondadori ha messo fuori in questi giorni nella collezione de I poeti dello Specchio, che raccoglie, come dice lo stesso titolo, Tutte le poesie (introduzione di Luigi Baldacci, note di Luigina Stefani, pagg. 668, lire 30.000). Vi sono riunite tutte le sue precedenti raccolte più un cospicuo numero di Poesie disperse e inedite che dà al volume un carattere di assoluta novità e che, come già le tarde, Poesie del sabato, insistono su quella che potremmo chiamare la condizione senile.
Una, la cita Baldacci nell' introduzione: "Ma è pur vero che ai vecchi,/ privati della bellezza,/ resta quel segno, nell'anima/ del suo veloce apparire/ e sparire, quel solco di cosa/ esistita, che sanguina ancora,/ grave, nella coscienza;/ ma che, goccia a goccia, va poi/ lentamente affondando in un quasi/ in un quasi livore/di bianca innocenza..." Lo si direbbe un autoritratto. Scintille d'allegria infantile e momenti di opacità e lontananza si alternano nel mio interlocutore, che appare anche, in qualche modo, incurante. "E' contento del nuovo libro?" gli chiedo. "Contento, sì, contentissimo. Certo non sono stato lì a rileggermi". E poi, dopo una pausa: "Gli inediti però li ho riletti, e mi sono piaciuti. Sì, mi piaccio ancora. Gli inediti. Li ho trovati eccellenti. Se non fosse per quella mai abbastanza lodata Luigina Stefani... ha avuto una pazienza... è andata a frugare in tutti i miei taccuini di geometra: io sono geometra, sa? I miei compagni di vita non sono mai stati i poeti, i letterati, sono stati gli uomini dell'Anas, delle imprese di costruzioni. Potevo diventare geometra capo di tutta la Cirenaica, ma la mia mamma era vedova, c'era bisogno di me, che tornassi nel Mugello...". "E allora gli appunti li prendeva sul lavoro, se li metteva in tasca fra mappe e misurazioni?...". "Eh, sì, è così. E' la realtà che mi ha sempre ispirato, una realtà sopra la realtà, come un' accettazione, una consonanza... Però, vede, la realtà non sono solo le cose che si toccano. Sono anche quelle che si toccano con la mente. Ricorda, in Manzoni, quando c' è la donna con la bambina in braccio, che la porta ai monatti? Ecco: quella è una cosa dentro di lui che è totalmente umana, anche se il fatto è lontano. I temi si sviluppano con una possibilità di accordo, di accettazione delle cose, come dicevo. In questo modo scrive anche Pasternak: dice, e, sotto, esprime un giudizio che rientra nell' orbita dell' universalità degli avvenimenti. Tutto è universale. I motivi per cui ho sofferto, la realtà, ho tentato di renderli palesi con la mia scrittura".
Laura Lilli
"Lei è considerato un poeta cattolico, anche se, dopo un inizio di cattolicesimo, più osservante, ci sono state delle burrasche. È ancora oggi un uomo religioso?". "Religioso, sì, religiosissimo. Ma di una religiosità cosmica". "In testa a una sua poesia lei cita una frase di Einstein: "Mi sento così solidale con ogni corpo vivente che non m'importa dove comincia e dove finisce l' individuo". E' questo il suo pensiero, oggi?" "Oh, sì. Einstein definisce molto bene quello che io sento. La religiosità formale mi urta: quella teatralità, processioni, cantici, non mi tornano. Intendiamoci però: il Cristo rimane per me fondamentale: venerabile e venerato. Non il Cristo di Papini. Anzi quel libro sul Cristo non mi piace. Papini con me e la mia poesia non c'entra: l'hanno scritto ma non è vero. "Sì, sono stato a visitarlo quand' era in una casa di cura. Ma con me aveva a che fare solo come un'umanità che mi è prossima, non letterariamente. Vede, io a volte dico, muto, dentro di me: Gesù, Giuseppe, Maria, salvate l' anima mia. Ma lo dico come farei un esorcismo, quando so che sto per tuffarmi nell'angoscia: e quei tre li vedo tapini come gli altri, spersi in questa esistenza. La morte non mi fa paura, no. Magari arrivasse! Non avrei paura nemmeno del suicidio: ma non posso farlo, perché lascerei un senso di colpa ingiusto sui miei figlioli, specie su mia figlia: loro non hanno fatto nulla di male, e io non potrei lasciargli questo peso. Certo che sono religioso: ma in un modo ampio, che crede nella carità e nell'universo".
"Ricorda i tempi di Bargellini e del Frontespizio, quando lei cominciò?..." "Glielo ho detto che non ho cominciato col Frontespizio, che c' è un precedente con Caporetto... lo sa che Montale, a Parma, fece il corso allievi ufficiali dopo il mio?". "Va bene, ma comunque lei era vicino a Bargellini...". "Ah, questo sì. E nell' animo di Bargellini e Betocchi fanciulli c' è La Voce di Prezzolini (quella che dura fino al ' 14. Poi c' è quella di De Robertis, fino al ' 16, ma è un' altra cosa). Sono nato lì, con Prezzolini, anche se mutamente, dentro di me. Ricordo un articolo di Serra, uno di Rebora per me essenziali: essenziali per la condizione umana, per l'innamoramento totalmente carnale e religioso. Al letto di Rebora ci andai, poco prima che morisse. C'era Scheiwiller, si fece una piccola società di mutuo soccorso...". "Prezzolini l' ha rivisto più tardi, nella vita?" "L' ho rivisto quando ci chiamò Pertini. Pertini gli disse: 'Senta, non voglio sapere cosa faceva in America', lo trattò cortesemente".
"E a lei che disse?" "Niente. Mi diede un foglio bianco, che sopra c'era scritto: cinque milioni. Mi interessava solo che il carabiniere che stava lì presente durante tutta la cerimonia non mosse mai i pollici. Deve essere proprio una disciplina faticosissima quella dei carabinieri".
"Torniamo al Frontespizio, vuole?" "Sì. Però bisogna dire che Il Frontespizio ebbe un precedente nel ' 23, col Calendario dei pensieri e delle pratiche solari, del sottoscritto, di Bargellini e del pittore Pietro Parigi. Poi, non mi ricordo l' anno, mi pare verso il ' 29, nacque l'idea di fare Il Frontespizio come rivista. L'ha raccontato tutto Carlo Bo, in Letteratura come vita. Ad ogni modo: Mussolini diede il permesso di fare una specie di "fiera del libro", per una giornata. La Libreria cattolica aveva un tavolino, e invitava gli scrittori a dare un contributo. Bargellini non stava più in una casetta come un poverino. Insegnava in molte scuole campestri, non solo a leggere e scrivere, ma anche cosa dovevano fare questi contadini...".
"E più tardi ebbe rapporti con gli ermetici? Luzi, Carlo Bo, la rivista Campo di Marte?" "Luzi, il suo ultimo libro è bellissimo. Mi piace di più quando racconta che era nato povero, vicino a Castello. Nei saggi critici del Discorso naturale che gli ha pubblicato Garzanti parla bene di me, mi dedica un saggio. Ma no, non ci siamo mai frequentati. I miei compagni di lavoro erano nelle imprese stradali, gliel'ho detto. Io poi nel '38, all' epoca di Campo di Marte, stavo a Venezia, dove mi aveva chiamato il direttore del Conservatorio. In tempi più recenti vedevo Gatto, quando veniva a Firenze: in particolare con Alfredo Righi, erano compagnoni. Un altro poeta che ho conosciuto era Saba. Andai apposta a trovarlo a Gorizia. Stampai una poesia a Bologna e lui mi amava. Anche lui era una poeta della vecchiaia. A proposito: voglio dirle una cosa sulle mie Poesie del Sabato".
"Vale a dire?" "Avevo i testi belli e pronti, ma non si riusciva a batterli a macchina. Lo fece Altisani, che scrisse anche la prefazione. Una bella prefazione. Non era conosciuto e Marco Forti, che curava Lo specchio, non lo voleva. Io dissi: 'o tieni la prefazione o le dò a un altro'. La tenne. Non sarebbe mica stato giusto, solo perché non era conosciuto... e tutta quella fatica a battere a macchina... lo si faceva in cucina... io in casa ero rimasto solo. Quando veniva la donna con la spesa le si diceva 'sta zitta' e noi s'andava avanti mentre lei magari puliva la verdura. Altisani aveva una macchina bellissima che faceva anche le correzioni. Eh, ce n' è de' bei poeti. Caproni, per esempio".
Una pausa. Carlo Betocchi è stanco. La nostra intervista si è trascinata per l'interno della pensione: prima nella sala comune da dove però ci ha scacciato un pensionante che voleva vedere le Olimpiadi alla Tv, poi nella sua stanza piccola, monacale. "Non parliamo più", dico, "vuole?" "Sì; ma resti ancora un po', chè tutti questi ricordi mi si spengano nella testa". Scendiamo a prendere una spremuta d' arancio. Mentre Betocchi beve, in silenzio, io ripenso a un' altra sua poesia "inedita e sparsa": "A quest'età la vita che rallenta/si riveste d' una grossa corteccia/entro la quale l' anima non è meno/tenera, ma soltanto più solitaria..."


“la Repubblica”,18 agosto 1984

Portami con te. Una poesia di Attilio Bertolucci

Attilio Bertolucci
Portami con te nel mattino vivace
le reni rotte l’occhio sveglio appoggiato
al tuo fianco di donna che cammina
come fa l’amore,

sono gli ultimi giorni dell’inverno
a bagnarci le mani e i camini
fumano più del necessario in una
stagione così tiepida,

ma lascia che vadano in malora
economia e sobrietà,
si consumino le scorte
della città e della nazione

se il cielo offuscandosi, e poi
schiarendo per un sole più forte,
ci saremo trovati
là dove vita e morte hanno una sosta,

sfavilla il mezzogiorno, lamiera
che è azzurra ormai
senza residui e sopra
calmi uccelli camminano non volano.


da Viaggio d’inverno, Garzanti, 1971

Massimo D'Azeglio e i racconti del sor Checco (Nello Ajello)

Massimo D'Azeglio
"Non ho più notizie, nè di te, nè del signor Checco Tozzi", scriveva nell'ottobre del 1856 Alessandro Manzoni a suo genero Massimo d'Azeglio. "Le prime, le spero ottime; le seconde, mi piacciono qualunque siano".
La lettera - raccolta nel terzo volume dell'Epistolario edito da Mondadori - non presenta molti motivi di curiosità. È una classica, breve richiesta di raccomandazione: Manzoni ne indirizzava più d'una a d'Azeglio, che era stato presidente del Consiglio del regno sardo-piemontese e che ancora contava, in politica, a Torino. Nella chiusa del biglietto spicca però quel nome insolito, Checco Tozzi, cui l'anziano scrittore sembra rivolgere un acuto interesse, tanto da dolersi di non saperne più nulla. Di chi si tratta? Sul fatto che Tozzi - o meglio "il sor Tozzi", abitante in Marino, cittadina situata sui Castelli alle porte di Roma - sia esistito davvero, si può nutrire qualche dubbio, nonostante le continue profferte di "verità" e di realismo che Massimo d'Azeglio inserisce nei suoi scritti autobiografici. Si tratta comunque di un nome che - come Manzoni aveva intuito - sarebbe ingiusto non figurasse nella schiera, d'altronde abbastanza ristretta, delle figure salienti della narrativa italiana dell'Ottocento. Una figura certamente minore, o - se si vuole - minima, ma a suo modo poliedrica.
D'Azeglio la inventò - o la riprodusse dal vero? - in una serie di articoli composti nel 1856 per il settimanale torinese “Il Cronista”, poi ripresi e ampiamente rimaneggiati nei Miei ricordi, sei o sette anni più tardi. Ora a quel personaggio azegliano viene dedicato un intero volume (Massimo d'Azeglio, Il sor Checco Tozzi, racconti romani, Guida, pagg. 119, lire 8.500), che ne ripropone le gesta in maniera integrale, senza i ripensamenti e le varianti che l'autore - uno dei padri della patria per il Piemonte in procinto di diventare Italia - ritenne opportuno apportarvi nella sua autobiografia complessiva.
D' Azeglio - è noto - nutriva per Roma e dintorni un amore che era in gran parte di natura artistica. Lo seducevano i suoi paesaggi, e non soltanto quelli urbani, d'impronta classica, rinascimentale, barocca, ma anche e soprattutto scorci di campagna e desolate valli bucoliche: quel "deserto" che, sulla metà del secolo scorso, ancora circondava la città. Per cogliere quest'ultima preferenza, basta seguire la descrizione, che egli fa, d'un viaggio, compiuto in un "legnetto a due cavalli", da Roma a Marino, la cittadina nella quale trascorre molti mesi fra il 1823 e il 1826, ospite nella casa-pensione gestita appunto dal possidente Checco Tozzi, lavoratore (o appaltatore) nelle cave di travertino. Sono quattordici miglia "a mezza costa del monte Albano" e ad attraversarli "non si vede un albero nè un' abitazione": "tutta pianura leggermente ondulata, sulla quale scorre libero lo sguardo per molte miglia, sino ai lontani monti; qua e là sorgono soltanto rovine e antiche tombe, ovvero lunghissimi acquedotti, di quei tanti che portavano fiumi d' acqua a dissetare gli antichi padroni del mondo". Quei mesi trascorsi da giovane, scorazzando, "solo, libero, in mezzo alle macchie del Lazio", influenzarono non soltanto la "maniera" di dipingere di d'Azeglio: a Roma, allievo del pittore fiammingo Martin Verstappen, risentì indirettamente della lezione di un paesaggista-principe come Hackert. Ma, ciò che più conta, quel soggiorno - preceduto da altri più brevi a partire dal 1814, quando egli aveva sedici anni - lo indusse a maturare su Roma e sull'"Italia media e meridionale" idee e propositi che non avrebbe più abbandonato e che, dato l'uomo, le sue successive funzioni e il suo prestigio, avrebbero esercitato un qualche influsso, sia didascalico che politico, su quelli che d'Azeglio medesimo definitiva "gli Italiani piccini", di là da venire.
Le immagini visive che si raccolgono intorno ai Castelli, fra Marino, Grottaferrata, Rocca di Papa e Castelgandolfo, e il panorama umano che si accentra intorno a Checco Tozzi e alla sua casa, diventano in fondo un blocco unico nella memoria azegliana: rappresentano, ai suoi occhi di piemontese, il Sud. Come già per lo Stendhal delle cronache italiane ambientate nel Rinascimento, per l' autore dell'Ettore Fieramosca la materia figurale offertagli da "questa" Italia è un impasto di energia anarcoide e di simpatica indolenza, di crudeltà e di gentilezza d' animo, di ribalderia e di spirito (o meglio di "esprit", alla francese), dote quest'ultima che fa difetto alla sua regione d'origine, il Piemonte. D'Azeglio ha sufficiente finezza per riconoscerlo: "Si suole, o si soleva dire: "L'esprit a tuè la France". Vogliamo credere che gran parte dell'Italia sia morta della stessa malattia? Però questa supposizione mi piace poco, a me che son nato in un paese che grazie a Dio non è morto, e non vorrei che argomentando a contrariis si venisse a credere d'aver trovato il motivo perché è vivo".
In pieno secolo diciannovesimo, per farla breve, l'Italia simboleggiata da Roma e dintorni sembra a d'Azeglio ferma al Cinquecento, ed egli è sempre in attesa di assistere a qualcuna delle scene descritte da Benvenuto Cellini nella sua Vita avventurosa e tracotante. Non soltanto gli anni Venti del secolo scorso erano "l'età d' oro dei briganti"; ma anche per i cittadini comuni il coltello e lo schioppo costituivano normali ingredienti di vestiario, così come in Piemonte (nota lo scrittore) l'ombrello. Fatti di sangue nascevano dai motivi più futili, ad opera di "matti gloriosi" dotati di temerità, di prepotenza e di una rusticana inclinazione al "beau geste". Ma i quadretti di d' Azeglio (e in ciò l' accostamento a Giuseppe Gioachino Belli o a Bartolomeo Pinelli è inevitabile) non mostrano soltanto scene di violenza. C'è tutto un contorno piacevole, blandamente aneddotico, "casereccio", che rende gustoso, specie a una lettura rapida, il suo reportage.
A parte il protagonista - usato in un certo senso come "buttafuori" - Checco Tozzi, una specie di don Gesualdo dei Castelli, self-made-man di paese, "prudente come il serpente se non semplice come la colomba", sono molte le vignette disegnate con sapiente candore. C'è il vecchio sor Baldassarre, cocchiere, anzi "maestro di stalla", dell'ambasciatore di Spagna a Roma, depositario di tutti i segreti necessari per "studiare il secolo XVIII visto dal sottinsù", cioè dai selciati e dalle scuderie della Città Eterna. Si trovano nobili "svitati" e agenti di polizia (quella polizia "che prospera in Italia, tutta orecchie e quasi senz'occhi"), poeti estemporanei e contadini mansueti ma soggetti a improvvisi accessi di violenza "privata".
Ci sono anche figure di donne: la moglie, la cognata del sor Checco, sottomesse a un maschilismo inevitabile e perfino derisorio; la sua giovane figlia, un rustico monumento all'indolenza, "una patata sotto forma umana"; il marito di costei, tale Virginio, che aveva messo a frutto quel ricco matrimonio "essendo sua passion dominante veder stabilito su inconcusse basi il grande affare della sua nutrizione senza obbligo d'alzarsi troppo presto la mattina". Accensioni di humour come quest'ultima ci ricordano la polemica che d'Azeglio conduceva contro la maniera di scrivere in uso in Italia, "uno dei paesi dove più abbondano i facili, i bei parlatori e dove più abbondano al tempo stesso gli scrittori illeggibili".
Ci sarebbe da obiettare che lo stesso d'Azeglio ha dato al suo paese, col romanzo Niccolò de' Lapi, uno dei libri più noiosi dell'Ottocento europeo. Ma egli probabilmente taglierebbe corto, dicendo che lo fece per amor di patria. Il patriottismo, in quanto senso della consanguinità italiana, è invece latitante in questo Sor Checco Tozzi. C'è più ammirazione che stima, più divertimento che consenso, quasi che, nel parlare di Roma e del suo contado, in d'Azeglio l'estetica avesse decisamente divorziato dalla morale e dalla politica. E qui l' accostamento a Stendhal - a parte la diversa qualità letteraria dei testi - è più preciso che mai. Nello scrittore francese, quanto più lo si vede affannato a glorificare le avventure e le congiure degli italiani nei secoli bui e ad osannare la qualità della "pianta-uomo" che cresce nella penisola, tanto più s'intravede lo sbigottimento al solo pensiero che gente simile venisse, per paradosso, chiamata a popolare (non diciamo a governare) la Francia. In questo, il subalpino d'Azeglio non sembra da meno del francese; e si ricordi che, fra i padri del Risorgimento, egli - l'apologetico descrittore, sulle tele e nei libri, dell'"urbe" nel tardo periodo papalino - fu uno dei più aspri avversari "preventivi" (sarebbe morto nel 1866) di Roma capitale.
Le sue obiezioni - espresse fin dal 1861 in un opuscolo dal titolo Questioni urgenti, in polemica con Cavour - erano dominate da un forte moralismo "storico": come si legge nei Miei ricordi, per lui l'antica Roma aveva incarnato "la glorificazione della forza ai danni del diritto" e "Roma papale" aveva abusato "della pazienza del mondo". Che senso ha, si chiedeva in sostanza d' Azeglio, farne il centro di una nazione libera e moderna? "Tutte le grandezze di Roma", egli sosteneva, "costarono prezzi di infelicità e di dolore agli uomini". E concludeva con un monito: "Impariamo dunque a non lasciarci abbagliare dall'ingegno, dalla gloria, da falsi splendori. Lodiamo e ammiriamo chi rende gli uomini felici. Condanniamo sempre e teniamo in dispregio chi invece li fa miseri e sventurati".


“la Repubblica”, 22 settembre 1984  

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