3.12.10

Ricordi di un'educazione libertaria (di Luce Fabbri).

Luce Fabbri
Il fabrianese Luigi Fabbri (1877 – 1935), maestro elementare, fu anarchico. Con Pietro Gori, l’autore di Addio Lugano bella, partecipava alla redazione de "Il Pensiero" e con Errico Malatesta diede un forte contributo alla settimana rossa. Fu direttore di “Umanità nova” e un suo opuscolo, Dittatura e Rivoluzione, rappresenta una delle più interessanti risposte di parte anarchica a Stato e Rivoluzione di Lenin. Dopo l’avvento del fascismo emigrò in America Latina, ove contribuì alla diffusione del pensiero sociale libertario con la rivista “Studi sociali”. Morì a Montevideo.
Luce Fabbri (1908 – 2000) ne fu degna figlia: scrittrice, poetessa, militante e teorica dell’anarchia. Laureatasi in lettere, alla fine degli anni 20 raggiunse il padre a Montevideo. Poi partecipò alla resistenza di Spagna contro il franchismo. Si rivelò nel tempo una delle voci più importanti del filone libertario, nonviolento e antimilitarista presente nel socialismo sudamericano. Nel 1993 rilasciò a Cristina Valenti una bella e lunga intervista autobiografica (Vivendo la mia vita) che fu pubblicata in “A/Rivista anarchica” nel n.162 dell’estate del 1998. E’ da lì che ho ripreso questo brano, che ricostruisce il rapporto tra padre e figlia e restituisce i commoventi ricordi di una educazione libertaria. (S.L.L.)
Luigi Fabbri
Sono figlia di un anarchico. Sono figlia di un anarchico e sono stata educata con criteri libertari. Respiravo la libertà in famiglia, la libertà in senso nostro. Sapevo fin da bambina che mio padre era anarchico. Ho passato due anni dai nonni, dai quattro ai sei anni, non conoscevo quel termine, ma sapevo che mio padre era un ribelle. Abitavamo a Porta Pia dove passavano le sfilate militari. Mi piaceva molto la musica militare e ogni volta andavo alla finestra entusiasta; ma poi provavo dei rimorsi perché sapevo che a mio padre quella musica non poteva piacere: questo vuol dire che avevo già qualche cosa nella testa. Quando sono tornata in famiglia a sei anni, ben presto ho cominciato a dire "Io sono anarchica" ma mio padre mi diceva "Ti sbagli, lo dici perché sai che io sono anarchico e che quelle sono le mie idee, ma questo non vuol dir nulla per te. Quello che penso io non prova niente, perché la maggioranza della gente la pensa in modo diverso; quando sarai più matura, ci ripenserai e deciderai. Ma devi giudicare con la tua testa non con la mia". Ed evitava di portarmi ai comizi, sostenendo che i bambini devono esserne tenuti fuori e liberi da influenze tanto determinate. Naturalmente questo ha influito in senso libertario e sono rimasta zitta per parecchio tempo cercando di pensare con la mia testa a quanto diceva mio padre, però, arrivavo sempre alle stesse conclusioni. Quello che ha influito moltissimo e che penso sia stato il vero punto di partenza del mio anarchismo fu la prima guerra mondiale. M'ha veramente impressionato, in modo profondo, perché avevamo molti amici al fronte e tanti di loro passavano da noi quando partivano, è passato Berneri quando è stato richiamato, sono passati alcuni fuggiaschi dopo Caporetto, venivano a trovarci i disertori. L'atmosfera della guerra l'ho sentita molto, a parte che si è avvertito anche il bombardamento di Ferrara, soprattutto quando il fronte si era avvicinato dopo la sconfitta. I racconti che ascoltavo m'impressionavano molto ma soprattutto mi indignava il fatto che ci fosse un potere capace di obbligare una persona non solo a farsi ammazzare, ma ad ammazzare. Mi sembrava inconcepibile che ci fosse qualcuno che potesse dire ad un altro "ammazza uno che non ti ha mai fatto niente altrimenti ti fucilo". Quella è stata una cosa che m'ha veramente colpita, ho pianto e ricordo che di notte mordevo il cuscino dalla rabbia. È stata una scossa molto forte dal punto di vista morale e credo che il mio anarchismo parta da lì, mi pare che sia quello il punto di partenza. Comunque è molto, molto difficile dare delle precedenze, perché tutto riportava a quello: l'atmosfera famigliare, l'educazione, il fatto che non mi si dicesse mai "Ubbidisci!", ma che mi si dessero consigli a pensarci bene: "Decidi tu, ma prima considera questo, quest'altro e quell'altro". Quindi finivo regolarmente con il lasciarmi convincere.

Un sole di caligine. Dal "Salmo 1 per il Vietnam" di Antonino Uccello

Antonino Uccello spiega l'opra dei pupi nella Casa museo di Palazzolo Acreide
Antonino Uccello (1922 – 1979), grande intellettuale del Val di Noto, maestro elementare, etnologo e antropologo, poeta in lingua, in dialetto siciliano e in dialetto brianzolo, ideatore e realizzatore della Casa Museo, raramente si cimentò con la poesia civile; ma, nel 1967, i quotidiani bombardamenti dei villaggi nordvietnamiti e l’uso del napalm lo obbligarono a gridare forte il suo orrore e la sua simpatia per i deboli. Uccello scrisse e pubblicò un Salmo 1 per il Vietnam, dedicandolo a un suo caro amico, il poeta vietnamita Vo Van Ai. Ne riporto qui una parte. Come si può notare, nel finale si realizza una sorta di legame tra Vietnam e Sicilia: il canto citato nel finale ("a la mafia dici no...")  aveva parole di Ignazio Buttitta ed era stato scelto in quello stesso anno come leit-motiv per la campagna per l’elezione dell’Assemblea regionale siciliana (vedi http://salvatoreloleggio.blogspot.com/2010/12/la-sicilia-persi-vuci-1967.html ) . (S.L.L.)

Un sole di caligine
copre di buio il bambù
la risaia e il giuoco
che a mezzo lasciò
il bimbo nel grembo
della madre colto
da una falce di napalm.

Piccolo Viet,
mani e piedi così
cauti e lievi,
quasi una danza agiti
contro il mostro
di Washington:
e un caruso, una mondina
scagliano ancora
la fionda di David
al filisteo Gigante.

Danilo, Fiore e Anna,
Bruno, Lucio, Ernesto e Carlo,
Hans e Leif, Lorenzo e Michele,
le donne di Sicilia
e i ragazzi di Partanna

… e tu con noi o Vo Van Ai
per le strade dell’isola
col nostro grido e canto:
a la mafia dici no! A la guerra dici NO, NO, NO!”.

2.12.10

Hillary, Berlusconi e la "maschera della falsità".

Tutti i giornali italiani di oggi danno notizia delle manifestazioni di amicizia di Hillary Clinton verso Silvio Berlusconi. Le riprendiamo dal “corrierone”: «Non abbiamo amico migliore. Nessuno sostiene l'amministrazione americana con la stessa coerenza con la quale in questi anni Berlusconi ha sostenuto le amministrazioni Bush, Clinton e Obama». E poi: «Tanto le amministrazioni repubblicane quanto quelle democratiche sanno che possono contare sull'Italia e su Berlusconi per realizzare e sostenere i valori che condividiamo».
Intanto sui giornali americani e nella rete (vedi il sito di Stampa Libera http://www.stampalibera.com/ ) è comparsa un’altra notizia sulle scelte della Clinton dopo l’affaire Wikileaks. A quanto pare il Dipartimento di Stato ha ordinato a tutti i diplomatici statunitensi di “cessare e desistere dal dire la verità, fino a ulteriori istruzioni”. “Stiamo lavorando indefessamente per tentare di assicurarci che non si ripetano nel futuro fughe come queste” ha dichiarato il Segretario di Stato Hillary Clinton ai giornalisti. “Ma fino a quando non avremo tappato le fughe di notizie, è obbligatorio che tutti i nostri diplomatici indossino la maschera delle falsità”.
Pare che il Dipartimento di Stato stia addirittura organizzando una serie di “seminari su come evitare di dire la verità” impartiti dai quadri della Goldman Sachs.
E’ probabile che al successo dell’Operazione Falsità la Clinton abbia voluto contribuire personalmente, dando il buon esempio. Da qui le dichiarazioni su Berlusconi.  

Dalle "Lettere dal carcere" di Antonio Gramsci

Il cielo delle stagioni, legato ai solstizi e agli equinozi, lo sento come carne della mia carne; la rosa è viva e fiorirà certamente, perché il caldo prepara il gelo e sotto la neve palpitano già le prime violette, insomma il tempo mi appare come una cosa corpulenta, da quando lo spazio non esiste più per me.

"La Sicilia persi 'a vuci" (1967)

Alle elezioni regionali siciliane del 1967, cui il Pci si presentava in stretta alleanza con il Psiup lo slogan principale fu “Sinistra unita, Sicilia nuova”. Tra gli strumenti di propaganda un fotoromanzo, Non è destino, dedicato all’emigrazione, molto richiesto dalle ragazze. Per il “giornale parlato” che l’altoparlante rimandava nei quartieri popolari dalla federazione avevano mandato un disco.
Sul lato A c’era un discorso di un grande siciliano, Girolamo Li Causi, ‘u ‘zi Mommu. Cominciava rievocando Portella delle Ginestre: “Com’era azzurro il cielo di Sicilia…”. Altro non ricordo.
Il lato B lo ricordo assai meglio: viene da lì il testo qui proposto. Conteneva una canzoncina le cui parole erano di Ignazio Buttitta. Nel disco la cantavano in coro e nel gruppo c’era lo stesso Buttitta. Forse non era una gran cosa, ma spesso noi giovani attivisti aggiungevamo le nostre voci a quelle che l’altoparlante emanava. Era bello cantare a squarciagola il nostro no alla mafia. E un triplo no alla guerra mentre gli amerikani bombardavano e defoliavano l’eroico Vietnam. (S.L.L.) 
Portella delle Ginestre. Girolamo Li Causi a un comizio commemorativo
La Sicilia persi ‘a vuci
e parlava cu li manu.
Ora pari un gran supranu,
un tinuri addivintò.

La Sicilia aveva perso la voce
e parlava con le mani.
Ora pare un gran soprano,
è diventata addirittura un tenore.

Rit.
A la mafia dici no, ’e riformi dici sì.
A li strati dici sì, a li scoli dici sì, a li dighi dici sì.
A la mafia dici no, a la guerra dici NO, NO, NO.

Alla mafia dice no, alle riforme dice sì.
Alle strade dice sì, alle scuole dice sì, alle dighe dice sì.
Alla mafia dice no, alla guerra dice NO, NO, NO.

II
La Sicilia era signura
e faceva a lavapiatti.
Ora i peri stringi e sbatti
e la testa la jisò.

La Sicilia era signora,
ma faceva la sguattera.
Ora stringe i piedi e li sbatte
e ha sollevato la testa.

Rit.
A la mafia dici no, ’e riformi dici sì.
A li strati dici sì, a li scoli dici sì, a li dighi dici sì.
A la mafia dici no, a la guerra dici NO, NO, NO.

Alla mafia dice no, alle riforme dice sì.
Alle strade dice sì, alle scuole dice sì, alle dighe dice sì.
Alla mafia dice no, alla guerra dice NO, NO, NO.

Nostalgico slow. Quando non c'era ancora la Padania.

Anni ottanta del 900. Una cascina abbandonata nel bussetano 
In un passaggio recente la provincia di Parma non mi è sembrata più quella di trent’anni fa, il tempo di un altro un po’ più lungo passaggio: non solo per alcuni evidenti fenomeni di esagerata edificazione e cementificazione, ma anche per una perdita progressiva di cultura, di civiltà. Ed anche di identità.
Il progredire della Lega, anche qui ormai evidente, non ha nulla a che vedere con la storia del territorio, la conservazione del paesaggio, delle sensazioni che restituisce, delle passioni che alimenta. Ed ha invece molto a che vedere con la paura del diverso, con l’odio. Il “padano” di Bossi nulla conserva in sé dell’ incivilimento della grande Valle, quella che in modi diversi Soldati, Malerba, Guccini hanno cantato e di cui avverti la duratura potenza soprattutto nei cibi, nella loro forma, colore, sapore e, soprattutto, odore.
Questo ho pensato, risfogliando e rileggendo un vecchissimo inserto di “Panorama” (28 marzo 1983) dal titolo Le mie cucine, curato da Marco Garnaschelli Scotti e dedicato a un famoso ristoratore, Giuseppe Cantarelli. Cantarelli racconta di tempi, luoghi e locali, piatti e letture, spiega come si fa il culatello, come il parmigiano, come si prepara la semplice e sublime zuppa di cipolle o la lingua di manzo.
Un’altra volta “posterò” quelle pagine. Oggi che “il mio cuore è pieno di nostalgia” per un mondo che qualcuno sta distruggendo (penso alla musica lirica, tra l’altro), voglio trascrivere qualche rigo di rievocazione, di Garnaschelli Scotti, che mi pare restituire un tempo perduto. Chi abbia trascorso un po’ di tempo tra Busseto, Soragna, Samboseto, San Secondo, anche da turista, purché con attenzione, quando non c’era ancora la Padania e c’era ancora la Valle del Po, sa a che cosa alludo e che cosa rimpiango. (S.L.L.)
Giuseppe Cantarelli
Alle soglie degli anni Cinquanta la provincia di Parma è un’area a economia prevalentemente agricola; la campagna ha ancora il suo aspetto tradizionale, con i grandi filari di gelsi e di olmi cui si aggrappa la vite, come la descrisse Shelley nel 1818: “… il grano e l’erba da foraggio crescono sotto alberi grandi e massicci, legati l’uno all’altro da festoni regolari di vite”. Se industria esiste è prevalentemente dedicata alla trasformazione dei prodotti agricoli, alla produzione di quelle specialità celebrate dai viaggiatori fin dal Rinascimento, il “Jambon de Parme”, il prosciutto che si trova sulle tavole dei re, o il “Parmesan cheese”, il formaggio famoso da Londra a Costantinopoli. Su questa base di prodotti eccellenti si fonda una gastronomia un po’ immobile, che preferisce l’analisi e il perfezionamento infiniti dei piatti classici alla scoperta di sapori nuovi, che fa più del commento che della ricerca o, se vogliamo un paragone letterario, ha a più a che fare con Boileau che con Baudelaire. I “come deve essere” dell’anolino o del tortello d’erbetta danno luogo a discussioni senza fine come quelle sulle interpretazione dei tenori al Regio, di formano accademie in favore o contro il “brodo di terza” (che comprende carne suina). 

“Ficuzza”. Formula per far maturare i frutti del fico (ficu, figues, fichi), Palazzolo Acreide.

Nella tradizione di Palazzolo Acreide, magnifico paesotto del Siracusano dalla raffinata gastronomia, quando si raccoglie una “ficuzza” non ancora matura, la si stropiccia fra le mani ripetendo:

Ficuzza ro Signuri Ddiu,
si nun si fatta
ti fazzu fari iu.

Piccola fico del Signore Iddio,
se tu non sei matura,
ti faccio maturare io.
--- 

Da Antonino Uccello, Canti del Val di Noto, Scheiwiller, 1959

La tv e le minacce del divin Salvatore. Papa Pacelli ai vescovi italiani (1954)

Il primo gennaio 1954 - si era ancora nella fase sperimentale della tv - Sua Santità Pio XII rivolse all'episcopato italiano la seguente esortazione circa le trasmissioni televisive. (S.L.L.)
Noi crediamo opportuno osservare che la normale vigilanza che deve essere esercitata dall’autorità responsabile del pubblico spettacolo non è sufficiente per le trasmissioni tv, al fine di eseguire un servizio ineccepibile dal punto di vista morale, ma è necessario un criterio diverso di valutazione, trattandosi di rappresentazioni che devono penetrare nel sacrario della famiglia. Appare, quindi, soprattutto in questo campo l’infondatezza dei pretesi diritti dell’indiscriminata libertà dell’arte, o del ricorso al pretesto della libertà d’informazione e di pensiero, essendo in gioco superiori valori da proteggere, i violatori dei quali non potrebbero sfuggire alle severe sanzioni minacciate dal divin Salvatore.

Mina e Garavini uniti nella lotta. Contro Topolino.

Questa curiosa storia l'avevo piazzata in questo blog l'anno scorso e l'avevo spostata una ventina di giorni fa. La ricolloco con immagini diverse. Era una pagina visitatissima, sicuramente oltre i suoi meriti. Chissà se tornerà ad esserlo. (S.L.L.)

Contro l'uomo d'ordine Topolino (e a favore dello "sfaticato" e sfortunato Paperino) si era schierato in una intervista nel 1992 il mai abbastanza compianto Sergio Garavini, a quel tempo segretario nazionale di Rifondazione Comunista. Era apparso un album di "Topolino" dal titolo Ciao Minnotchka, disegnato da Sergio Scarpa ed evidentemente ispirato a Ninotchka, il celebre film di Lubitsch con Greta Garbo.
L'anticomunismo un po’ pacchiano e becero, talora volgare e aggressivo, spiacque non poco a Garavini; gli pareva offensivo perfino nei confronti del celebre topo disneyiano, che nel fumetto appariva come una sorta di spione, per di più filomonarchico. Aveva aggiunto di non avere, peraltro, molta simpatia per il personaggio: "Abbiamo sempre considerato Topolino un sincero democratico, ma non ci è mai entrato nel cuore. E' più vicino a Rifondazione Paperino, che non è aristocratico, che sbaglia, che è imperfetto e collerico, ma sappiamo con sicurezza dalla parte dei più deboli ".

L'otto novembre del 2009 è apparso su "La Stampa" un articolo di Mina. Lei non amava (e non ama) neppure Paperino: "Gli unici che un pochino mi andavano a genio erano i personaggini di contorno come Archimede Pitagorico o Amelia la fattucchiera che ammalia. Ma Qui e Quo e Qua, per esempio, li trovavo tre orrendi imbroglioncelli, Gastone irritante, Paperina odiosa, Paperino e Paperone sgradevolissimi".
"Topolino, dunque, mi era antipatico da far paura. Buonista, noioso, ma anche invidioso. Vinceva spudoratamente sempre. E alla fine di ogni storia non poteva fare a meno di ghignare il suo schizzinoso senso di superiorità nei confronti degli impacciati malvagi come Gambadilegno o dei goffi alleati come il commissario Basettoni. Tutte le volte, sia spiaccicato sulla carta che mobile nei cartoons, sempre la stessa faccenda, sempre lo stesso schema narrativo. Gambette nere cilindriche infilate in scarpone gialle. Faccia rivolta al pubblico per ammiccare emozioni banali e reclutare consenso a buon mercato. Furbate senza imprevisti e approvazioni scontate del suo entourage".
La tigre di Cremona, diventata elzevirista, non rinuncia ad un ulteriore graffio. Commentanto la trasformazione di Topolino in personaggio da videogiochi, così commenta: "Finalmente Topolino sarà se stesso e, nelle nostre mani, sganciato dalla sua obbligatoria morale zuccherosa, potrebbe anche comportarsi come un bastardo. Con i nostri, anzi con i vostri, joystick diventerà capace di scelte almeno dicotomiche. Creare o distruggere, dipingere o cancellare, egoismo o altruismo e altre fondamentali opzioni vitali. Lontana per struttura mentale da ogni possibile Nintendo, cercherò di capire come avrete intenzione di conciare l’antipatico. E come sistemare la sua «fidanzata», l’irritante Minnie, ignorante e frivola. Probabilmente, la tratterete come si merita. Da vera stronza".

Gli eroi. Una poesia di Antonio Ghislanzoni.

Marines in Iraq
Eroi, eroi!
Che fate voi?
- Voi massacrate,
Assassinate,
Voi desolate
Borghi e città;
Un vil bifolco
Che suda al solco,
Val più di voi,
Birbe di eroi!
---
Nota
Questa poesiola dell'ottocentesco poeta e scrittore lombardo è tratta dal suo " Libro proibito" (1878). L'autore la corredò di una chiosa che qui riporto:
"Questo Epigramma lo scrissi o pubblicai nell'anno 1870, allorquando Prussiani e Francesi si trucidavano per una obbrobriosa questione di supremazia. Victor Hugo, nel suo splendido discorso recitato a Parigi in commemorazione di Voltaire, espresse presso a poco il medesimo concetto con queste parole: «Il diritto ora ha trovato la sua formola: la forza vien chiamata violenza e comincia ad essere giudicata; la guerra è messa in stato di accusa. La civiltà istruisce il processo.... In molti casi l'eroe è una varietà dell'assassino. I popoli cominciano a comprendere che la grandiosità di un delitto non può essere una attenuante; rubare è un vitupero; invadere non può essere una gloria... No! la gloria sanguinosa non esiste!»".

Il suicidio di Lucentini. Un bricoleur di fronte al dolore (di Carlo Fruttero)

Qualcuno, dopo la morte di Mario Monicelli, ha ricordato un altro suicidio, di alcuni anni fa, del 5 agosto 2002: quello di Franco Lucentini che, di fronte alla prospettiva di un dolore insopportabile e della progressiva perdita di autonomia, si gettò nella tromba delle scale. Mi sono anch'io ricordato delle parole di nobilissima ironia che usò per il discorso funebre in onore del suo grande amico e partner di "scritture" Carlo Fruttero, e le ho recuperate da "La Stampa" del 9 agosto di quell'anno: la loro lettura (o rilettura) mi pare assolutamente raccomandabile anche come antidoto contro il veleno che i clericali vanno spargendo in giro. (S.L.L.)
Fruttero e Lucentini
Franco era un bricoleur perché era capace di escogitare mille soluzioni in situazioni anche difficilissime. Lui trovava sempre un'idea, sapeva sempre mettere un chiodo in un certo modo. Si era fatto un apri-ostriche. Ogni tanto ci vedevamo, in inverno, a Natale, in Francia: gustavamo le ostriche, naturalmente lui non aveva un apri-ostriche, ma nel suo atelier pieno di attrezzi si fabbricò un congegno per aprire le ostriche. Non era semplice: tiravi da una parte, giravi dall'altra, c'era un pedale, alla fine comunque l'ostrica si apriva, in un modo o nell'altro. Gli piaceva fare con quel che c'era. Anche da scrittore: la vita ti mette a disposizione un certo numero di cose e tu con quelle, con quelle parole, quei versi, quei precedenti - quegli Omero, quei Dante, quei Petrarca, quegli Shakespeare -, con quello ti arrangi, non ti è dato di fare di più. Da bricoleur fai con quello che trovi: gli aggettivi sono sempre gli stessi, li rigiri, ci metti davanti un'altra parola. Franco Lucentini ha sempre fatto così. E' stato bricoleur anche di fronte al dolore terribile che gli dava la malattia, soprattutto di fronte all'umiliazione di essere ormai non più autosufficiente, di aver bisogno di tutti, perfino per le necessità quotidiane: per mangiare, per nutrirsi, per portarsi lo yogurt in bocca, per qualsiasi altra cosa. Farsi la barba era diventato uno sforzo immane. D'altra parte lui odiava il rasoio elettrico, perché aveva le sue fissazioni. Tutti sappiamo, noi suoi amici - e siamo tantissimi -, che era un grande fissato, un rompiscatole. Per esempio lui aveva in mente che il Castello di Fontainebleau non valeva niente e ci impediva di andarlo a vedere. Quando noi decidevamo di andare lo stesso a visitarlo, lasciandolo a casa, allora lui, tutto digrignante: “Cosa andate a vedere il Castello di Fontainebleau!”. Era fatto così. In queste e in mille altre cose che non posso raccontare. Forse le racconterò un giorno, se passa questo momento. C'era insomma una crisi: che cosa poteva fare? Quando qualcuno mi ha detto che si era ucciso in quel modo, ho pensato: come ha fatto? Quella tromba delle scale è larga come il tavolino di casa mia, ci è voluto non solo un coraggio mostruoso, da me inconcepibile, ma anche un'astuzia. Si sarà messo in che modo? Come avrà fatto? Come si sarà sporto? Deve avere pensato, escogitato tutto prima. Poi, al momento della disperazione, quando avrà visto che non c'era altra maniera per smettere di soffrire, per levarsi di torno da una vita orrenda, è riuscito a infilarsi in quella tromba assolutamente insufficiente. Perché lui aveva calcolato che sarebbe andata bene lo stesso. Ha fatto un suicidio da bricoleur, per così dire, si è arrangiato con quello che aveva a disposizione. Pillole? Non ne aveva. Buttarsi nel fiume? Gia' sarebbe stato difficile arrivarci col bastone, e poi lo avrebbero ripescato subito. I treni, lontanissimi. Ha fatto come poteva, con quello che aveva sottomano. E purtroppo ci è riuscito. Meglio così, perchè se no... Io ho passato tutta la vita di lavoro con Franco; e Franco trovava sempre un sistema, un modo, una soluzioncina di basso profilo per andare avanti, per fare una frase in più, un capitolo in più, far morire un personaggio, chiudere una finestra, mettere il miglio per gli uccelletti, delle volte mi costringeva a segare delle assicelle dicendo sempre «Eeh, che ci vuole, che sarà mai, che sarà mai». Io certo non ero lì, lunedì mattina, e poi il momento era tragico, disperato, però son sicuro che lui prima di buttarsi avrà pensato: «Ma che sarà mai 'sta morte, insomma facciamola finita. Che sarà mai». La mia è solo e del tutto una congettura. Però son sicuro che lui l'ha pensato: «Che sarà mai».

1.12.10

Il dizionario della canzonetta (di Achille Campanile - 1960)

Achille Campanile

Nel 1960 Achille Campanile, che si definiva “lo scrittore che sa tutto di canzoni”, curò “per gioco e per dovere” per il settimanale “L’Europeo” una sorta di enciclopedia della musica leggera. Le "voci" erano soprattutto nomi di cantanti d'ogni genere, urlo, melodico, sussurrato.
L’enciclopedia andò in stampa in tre puntate nei numeri 31, 32 e 33 del settimanale ed è stata ripubblicata dal nuovo “L’Europeo” bimestrale nel numero di febbraio 2003 dedicato alle Voci che hanno cantato l’Italia.
Tra i lemmi del piccolo dizionario ecco qui un piccolissimo florilegio: ho preferito quelli che mi sono apparsi più estrosi, surreali, divertenti, anche se dedicati a cantanti e a eventi che, 50 anni dopo, sono finiti nell’oblio. (S.L.L.)
Boni Carla
Al secolo Gajano Carla, voleva farsi monaca, ma poi ci ripensò e sposò il cantante Gino Latilla. Non si sa se per rivendicare una precedenza artistica, o per alludere a una particolare situazione di famiglia, il Latilla ha dichiarato: “I veri urlatori siamo io e mia moglie”.
Sergio Bruni
Bruni Sergio
Detto “l’usignolo del Vesuvio”, il fatto che suo antagonista sia il cantante Nunzio Gallo fa circolare battute di sapore avicolo: Gallo contro usignolo e, quando canta il Gallo, l’usignolo tace. Detto anche “Celestino V” all’ultimo Festival di Napoli, dove fu sostituito dal vocalista Ruggero Cori, che portò alla vittoria finale la canzone. Dopodiché il Bruni ha incluso nel proprio repertorio Core ‘ngrato. Appartiene alla scuola del famoso Parisi, a proposito del quale è rimasta storica la frase con cui uno spettatore, non resistendo all’ammirazione, ruppe a un tratto il religioso silenzio degli ascoltatori e, nel mezzo di una delle delicatissime note filate, caratteristiche delle di lui interpretazioni, gridò dal loggione: “Cavaliè, site ‘na miniatura!”.

Cha cha cha
Detto il “minuetto del ventesimo secolo”. I posteri diranno di noi che eravamo “i nonni che ballavano il cha cha cha”.


Jula De Palma
De Palma Jula
Ha il “complesso di Tua” che la spinge a dare interpretazioni drammatiche e passionali, con espressioni tormentate, pause sexy e note sofferte, di componimenti come La Marianna la va in campagna. Incomincia col torcere le palle degli occhi mostrando soltanto il bianco, mentre intona: “La Marianna…”; poi, protendendosi in atto di profferta d’amore: “…la va in campagna”. “Quando?”, sembra domandare con lo sguardo implorante. “Quando il sole tramonterà…”, intona con gesto d’abbandono; e “… tramonterà…”. A questo punto prorompe nel grido di passione: “ Chi sa quando, chi sa quando ritornerà… ritornerà…”. Quest’ultimo “ritornerà” è accompagnato da fremito sexy.

Gorni Kramer
Suona la fisarmonica con un complesso di colpa.

Urlatore
Tipo che rivolge parole d’amore in musica a persone sorde.



Villa Claudio
A Rosolina (Rovigo) suscitò scene di fanatismo. Dai giornali: “Alcune ragazze gli hanno impedito di cantare, facendo scomparire gli strumenti…”; ci sarebbe da pensare che è un tipo d’ammirazione sospetta; ma i giornali aggiungono: “e poi si sono inginocchiate davanti a lui baciandogli le mani…”. nella stessa città perché il cantante vi apponesse l’autografo le fans (dai giornali) “offrivano il collo, le spalle, le braccia e altre parti del corpo”. Questo significa avere un culto per la musica leggera.  

Dai "Pensieri di un fumatore" (di Antonio Ghislanzoni)

Paul Cézanne, Il fumatore (particolare)
Nel luglio e nell'agosto provo un delizioso refrigerio nuotando nel lago o nel mare, ma anche nel più rigido inverno nuoterei volentieri nelle ricchezze.
-
Vorrei essere una ghitarra od anche un contrabasso senza corde, piuttosto che un istrumento dei partiti.
-
Di tutti gli istrumenti a corda credo che il meno dilettevole debba esser la forca.
-
Ad un uomo acceso dell'amore più ardente può accadere in gennaio di gelare dal freddo.
-
La persona più debole e infermiccia può portare sulle spalle un gran carico.... di debiti.
-
Trista cosa, ma vera; nel così detto gran mondo, un uomo che abbia una macchia sui calzoni fa più orrore di quegli che ne abbia dieci sulla coscienza.
-
Quand'uno non ha bevuto, è naturale che faccia dei discorsi senza sugo.
-
A chi non ha i mezzi per recarsi ai bagni si può suggerire di immergersi ogni giorno nel vizio.
-
Quante vecchie frasi occorrono per fare un nuovo programma elettorale?
-
Un filo di speranza non vale neanche ad attaccare un bottone.
-
Un sorbetto è una illusione commestibile che si dilegua nella bocca.
-
Non vi è uomo tanto perverso, il quale non abbia in sé qualche cosa di retto; non foss'altro, l'intestino.
-
Postilla
Antonio Ghislanzoni (1824 -1893), lombardo di Lecco, fu baritono, giornalista, scrittore, poeta, librettista. La più nota tra le sue opere è certamente il libretto dell'Aida. Ma ebbero successo anche le poesie del Libro proibito, collegate per il loro vigore polemico agli ambienti della Scapigliatura lombarda. I Pensieri di un fumatore (ne ho qui ripresi una dozzina) fanno parte del Libro allegro, una selezione di testi umoristici di vario genere: racconti, favole, farse teatrali. Si basano quasi sempre sul doppio senso: talora hanno toni buonsensaioli; altre volte per le bizzarre connessioni che realizzano, sembrano anticipare le invenzioni dei surrealisti. (S.L.L.)

La morte di Paolo Vinti, quasi una metafora (di Osvaldo Fressoia - "micropolis on line", 30 novembre 2010)

Scrivo di getto, dopo un funerale “straordinario” e di popolo, svoltosi dentro una bellissima ex chiesa, giustamente sconsacrata, stipata di sentimenti e commozione autentici. Le lacrime degli amici e dei compagni più stretti, quelli di una vita intera, si sono mischiate placidamente e senza inutili ritegni, con quelle del sindaco, dell’assessore, dell’esponente di partito e delle istituzioni e, soprattutto, si sono intrise con l’affetto di tutti quelli che Paolo lo hanno conosciuto e frequentato nelle assemblee come nei cortei affollati e gioiosamente rumorosi di un tempo, o in quelli più selettivi e pensierosi di questi anni (decenni) difficili. Non c’era assemblea dove Paolo non fosse presente e non c’era incontro che non vedesse un suo intervento, spesso con analisi, solo apparentemente surreali, altre volte invece, tendenti ad una certa astrazione teorica della politica e della rivoluzione, ma ove sempre si fondevano razionalità, passione e sentimenti. Per lui, infatti, il Comunismo è stato sempre come un rapporto d’amore e come una società in cui cielo e terra si dovessero congiungere - “la coniugazione con il Cosmo” la chiamava.
Non era possibile passare impunemente per Corso Vannucci - che ci fosse il sole o la pioggia - senza incrociare le sue stravaganti cravatte al vento e, soprattutto, il suo saluto, anche rumoroso e da lontano, che ci avvertiva delle prossime elezioni in Bolivia o in Egitto, o della imminente caduta di Berlusconi. In ogni situazione, anche la più disperata, Paolo riusciva a vedere una sinistra “sicuramente” e nuovamente vincente, come in una sorta di ottimismo disperato che chiedeva da noi conferma, e forse altro, molto altro… ma che abbiamo, quasi sempre, fatto finta di non capire. Paolo, già giovanissimo, era stato un leader degli studenti medi, e successivamente anche di altro. La sua precocità politica, il suo “successo”, la sua brillantezza, la voracità delle sue letture e il desiderio di conoscenza lo portarono poi a viaggiare per il mondo (Berlino, Praga, Vienna, Managua, America …) e forse - pretendendo troppo da sé stesso - a sfidarlo, con l’entusiasmo e la sfrontatezza di chi sente, erroneamente, di averlo in mano, ma anche con la purezza e l’ingenuità di un Don Chisciotte delle nostre contrade e del nostro tempo. Il mondo, che già allora era diventato più complicato e più crudele di come allora ci appariva, ce lo restituì segnato dalla sconfitta e da un disagio interiore profondo e doloroso che lo hanno accompagnato fino all’ultimo. Un disagio ed una sofferenza che trasparivano dietro le cose che successivamente ha continuato a comunicarci, in molti modi - aveva pubblicato, fra l’altro, anche un paio di libri davvero singolari -, ma che paradossalmente ce lo hanno reso più caro e insostituibile.
L’ex sindaco Locchi ha commentato che Corso Vannucci “non sarà più lo stesso senza Paolo”. Non sono d’accordo: tutta Perugia non sarà più la stessa. Quella stessa Perugia, colta, sensibile, popolare e di sinistra che stamattina c’era tutta, come in una grande bellissima manifestazione, con tutte  - ma proprio tutte -  le proprie anime e sfumature, che cantava “Bella ciao” con le lacrime agli occhi perché avvertiva, quasi in un sussulto emotivo, che oltre a te, caro Paolo, aveva perduto, già da tempo, la propria anima.
Grazie Paolo, anche per questo… Con emozione.

Rivoluzione e colpo di stato (di Norberto Bobbio)

Poco più di un anno fa, il 4 ottobre 2009, in occasione del centenario della nascita di Norberto Bobbio, “La Stampa” recuperò dalla rivista “Teoria politica”, una rivista universitaria, uno scritto poco noto del politologo piemontese sul tema della “rivoluzione” risalente al 1980, quasi una voce da enciclopedia. Nel riproporlo rinvio alla mia lettura critica del saggio di Hannah Arendt Sulla Rivoluzione. Chi vuole può rintracciarlo in questo blog (vedi http://salvatoreloleggio.blogspot.com/2010/05/sulla-rivoluzione-lettura-critica-di.html). (S.L.L.)
La presa della Bastiglia in una incisione del 1791 (Milano, Civica Raccolta Bertarelli) 
 La chiara consapevolezza che per «rivoluzione» nel significato moderno della parola, almeno dalla Rivoluzione francese in poi, s'intende un determinato tipo di movimento e un determinato tipo di mutamento, è anzitutto il presupposto per dare una buona definizione del termine che, come si è visto, viene definito ora accentuando il suo carattere di movimento ora il suo carattere di mutamento, in secondo luogo per ordinare la vasta materia del rapporto tra il concetto di rivoluzione e i concetti affini, che comprendono tanto gli eventi che appartengono allo stesso genere dell'evento rivoluzionario rispetto al movimento ma non al mutamento, quanto gli eventi che possono essere assimilati all'evento rivoluzione rispetto al mutamento ma non al movimento. Rispetto al movimento le definizioni correnti di rivoluzione insistono, essenzialmente come si è visto, sui due caratteri della subitaneità (cui alcuni aggiungono anche la brevità, entrambi caratteri che hanno riguardo alla temporalità dell'evento) e dell'uso della violenza, che ha riguardo alla modalità dell'azione. Si dovrebbe precisare - una precisazione cui sono particolarmente sensibili i giuristi - che la violenza rivoluzionaria è una violenza qualificata entro il sistema politico e giuridico in cui si manifesta come illegittima (non tutte le forme di violenza sono illegittime, per esempio la legittima difesa), ovvero non giustificabile in base alle regole dell'ordinamento. Un carattere essenziale della violenza rivoluzionaria, su cui stranamente la maggior parte delle definizioni sorvolano, è la provenienza dal basso; la violenza rivoluzionaria è una violenza popolare. Questo carattere e' essenziale perché una violenza, pur subitanea e illegittima ma proveniente dall'alto, ovvero dalle stesse classi dirigenti, è il carattere proprio del colpo di stato. Alla distinzione tra rivoluzione e colpo di stato si attaglia bene la contrapposizione, così frequente nel linguaggio comune e nello stesso tempo così incisiva, tra «piazza» e «palazzo», che permette di aggiungere alla dimensione temporale anche quella spaziale: la rivoluzione si fa in piazza, la piazza della Bastiglia (del resto anche la rivolta, esempio attualissimo la Piazza Tienanmen di Pechino), il colpo di stato dentro il palazzo. Al genere di azione violenta, subitanea, popolare, illegittima, in piazza, appartengono fenomeni come i tumulti, le rivolte, le insurrezioni, le ribellioni, o con quale altro nome si vogliano chiamare e siano chiamati, con un nome classico che tradizionalmente tutti li comprende «sedizioni», per distinguere le quali dalla rivoluzione comunemente intesa occorre far capo all'elemento del mutamento. Ciò che distingue la rivoluzione nel senso ora corrente della parola dalla seditio degli antichi e dei moderni è non tanto il tipo di movimento quanto il tipo di mutamento, mentre ciò che distingue la rivoluzione dal colpo di stato è tanto il movimento, violento sì, ma dal basso, quanto il tipo di mutamento, che è radicale […]
Intesa la rivoluzione come rottura tra il vecchio e il nuovo, come evento per cui il corso storico dovrà essere interpretato come discontinuo, ossia come segnato da interruzioni che mutano bruscamente uno sviluppo lineare, il mutamento della società nella sua composizione di classe rappresenta una rottura, un'interruzione, ben più grave che il mutamento del sistema politico o della forma di governo. Se mai non e' estranea alla storia delle interpretazioni della rivoluzione come mutamento radicale, una interpretazione ulteriore di questa radicalità o se si vuole un ulteriore approfondimento della novità dell'evento rivoluzionario, che lo distingue definitivamente da ogni altra forma di cambiamento politico e sociale, e lo avvicina e lo assimila ai grandi rivolgimenti religiosi: la trasformazione non solo del sistema politico, non solo del sistema sociale, ma addirittura della natura dell'uomo. Sotto questo aspetto una rivoluzione, nel vero e pieno senso della parola, tende o dovrebbe tendere alla creazione dell'uomo nuovo. Anzi riesce nel suo intento solo se riesce a trasformare la natura umana, se, oltre a essere un mutamento delle cose, è anche una rigenerazione dell'umanità, una seconda rinascita, l'inizio di una nuova fase della Storia, di una nuova età dello Spirito. 

Beni comuni (di Ugo Mattei - "il manifesto", 27 novembre 2010)

Da "il manifesto" del 27 novembre propongo un articolo di Ugo Mattei che si caratterizza come una "voce" da enciclopedia. Vi ho trovato la "definizione" più chiara della nozione di "bene comune" e una ricognizione sulle implicazioni che il concetto comporta. Il testo contiene alla fine una breve, utile bibliografia.  Recuperandolo penso di fare cosa utile ai frequentatori di questo blog, qualunque sia la loro opinione in materia. (S.L.L.)
Radici di mangrovie.

I bisogni di bene comune non producono profitti se il diritto non li rende artificialmente capaci di tali profitti. Infatti il bene comune offre servizi dati per scontati da chi ne beneficia e il suo valore si misura soltanto in termini di sostituzione quando esso non c'è più.
In un certo senso i servizi essenziali resi dai beni comuni sono simili al lavoro domestico che si nota solo quando non viene fatto. Per esempio, i servizi che le mangrovie o la barriera corallina offrono agli abitanti della costa non sono «apprezzati» perché spesso non sono neppure noti ai loro fruitori: in questo senso i desideri che essi soddisfano non sono «paganti». Quando gli italiani distrussero la barriera corallina in Somalia per consentire alle grandi navi da trasporto di attraccare a Mogadiscio per portar via il bottino coloniale, aprirono un varco per gli squali attratti in frotte dal sangue scaricato in mare dal locale macello. La spiaggia di Mogadiscio divenne uno dei posti più pericolosi del mondo per la balneazione. Per ricreare una barriera capace di trattenere gli squali lontano dalla riva ci vorrebbero moltissimi soldi e moltissima tecnologia. Solo nel momento della sostituzione si può avere un'idea (ancorché molto riduttiva e approssimativa) del valore del bene comune. Discorso analogo vale per le mangrovie, distrutte in gran parte per allevare i famigerati gamberetti: esse svolgevano un servizio inestimnabile per proteggere i villaggi della costa dalle onde di tsunami. Quanto costerebbe costruire artificialmente una simile barriera? La consapevolezza per il valore dei beni comuni può essere creata soltanto attravereso uno specifico investimento sul fronte della domanda lavorando sulla consapevolezza del nostro rapporto con il contesto in cui essi producono il loro servizi.

Nell'arena del marketing
I beni comuni sono entità di cui sussiste un bisogno pubblico e privato che non è pagante a causa di tale mancanza della consapevolezza. Proprio l'opposto della maggior parte delle merci prodotte dal capitalismo attuale di cui non susssiste alcun bisogno reale né pubblico né privato. Che bisogno c'è di un modello di automobili esteticamente diverso, di scarpe griffate, o dell'ennesimo telefonino? Di questi beni il bisogno pubblico sussiste soltanto nella misura in cui si accetti un'idea di crescita e di sviluppo totalmente quantitativa (produrre per produrre) ormai evidentemente insostenibile (proprio perché devastatrice dei beni comuni). Il bisogno privato degli stessi viene creato (inventato) lavorando sulla domanda attraverso uno specifico massiccio investimento anche culturale noto come marketing.
Il marketing infatti è volto a produrre desideri paganti volti all'accumulo o al consumo di beni privati socialmente inutili o dannosi sovente inventandone l'utilità proprio ai danni di beni comuni (si pensi alla pubblicità per l'acqua minerale che fa restar giovani e belli). Il marketing per lo svilupopo del settore pubblico, peraltro reso indispensabile alla stessa ipertrofia del settore privato (ad esempio le costruzioni di strade e i parcheggi per consentire la vendita di automobili) viene indicato dispregiativamente come propaganda.
Il superamento dell'atteggiamento riduzionista proprio dell'equazione fra settore pubblico e Stato offre prospettive non banali. Infatti, il noto ragionamento di Kenneth Galbraith secondo cui la crescita del settore privato (determinata dal marketing) rende necessaria una corrispondente crescita del pubblico (che avviene in modo insufficiente per mancanza di marketing) sconta la fondamentale analogia strutturale fra privato e pubblico interpretati con i tradizionali archetipi di proprietà privata e sovranità statale. La struttura fondamentale di entrambi questi archetipi è infatti il dominio gerarchicamente strutturato del soggetto (persona fisica o giuridica Stato persona) sull oggetto (bene privato territorio). L'opposizione riduzionista a somma zero fra pubblico e privato (più stato=meno mercato; più mercato=meno stato) è tuttavia culturale e politica piuttosto che strutturale perché «inventa» un'opposizione fra pubblico e privato che dal punto di vista strutturale non esiste. In effetti questa falsa opposizione fra due entità che condividono la stessa struttura di dominio esclusivo si colloca pienamente all'interno della logica riduzionista, individualizzante e soprattutto quantitativa propria del paradigma della modernità occidentale.

L'afasia dei riduzionisti
Il marketing del pubblico gerarchico e burocratico è in effetti propaganda nella misura in cui (come quello del privato) non introduce alcun aspetto relazionale (o dialogico) capace di produrre trasformazione qualitativa (sviluppo del capitale sociale?) del significante e del ricettore ma emette segnali solipsistici volti a stimolare una domanda di consumo in un soggetto passivo.
In realtà l'opposizione strutturale autentica è quella fra la logica riduzionistica e meccanicistica della modernità condivisa da proprietà privata e Stato e quella fenomenologica, relazionale, partecipativa e critica propria del «comune». Soltanto quest'ultima logica supera il riduzionismo cartesiano soggetto-oggetto ed il conseguente delirio storico della modernità che ha portato l'umano (soggetto astratto) a collocarsi al di fuori della natura, autoproclamandosi suo dominus. In questo diverso quadro, la consapevolezza del bene comune (e la conseguente trasformazione motivazionale del soggetto) non può essere prodotta dal marketing ma al contrario deve passare attraverso la logica dialettica del sapere critico. In altre parole, per raggiungere la consapevolezza del bene comune occorre una trasformazione del soggetto, una rivoluzione nei suoi apparati motivazionali, una visione del mondo autenticamente rivoluzionaria. Mentre la logica del marketing (o della propaganda) produce motivazioni allineate alla produzione di ideologia dominante riduttivista e incentrata sullo status quo, quella del sapere critico di base produce la trasformazione qualitativa essenziale per la stessa percezione dei beni comuni.

Tra natura e cultura
In definitiva l'investimento necessario per creare domanda di beni comuni (prima di tutto la percezione della loro esistenza e vulnerabilità) si chiama cultura critica ed è a sua volta un bene comune. È cioè la stessa contrapposizione strutturale soggetto\oggetto che deve smettere di fare i suoi danni epocali perchè ad essa è seguita, inevitabilmente, la mercificazione di entrambi. Il bene comune, a differenza del bene privato (cose) e di quello pubblico (demanio, patrimonio della Stato) non è un oggetto meccanico e non è riducibile in merce. Il bene comune è una relazione qualitativa. Noi non «abbiamo» un bene comune (un ecosistema, dell'acqua) ma in gran misura «siamo» il bene comune (siamo acqua, siamo parte di un ecosistema urbano o rurale). Ecco perché alcune delle tassonomie che cominciano ad emergere sui beni comuni quali per esempio quella fra beni comuni naturali (ambiente, acqua, aria pura) e beni comuni sociali (beni culturali, memoria storica, sapere) devono essere oggetto di riflesione critica approfondita e vanno maneggiate con consapevolezza. Esse veicolano in qualche modo la vecchia logica meccanicistica della separazione fra soggetto ed oggetto che rischia di produrre mercificazione. I beni comuni, la loro stessa percezione e la loro difesa passa necessariamente attraverso una piena posa in opera politica della rivoluzione epistemologica prodotta dalla fenomenologia e dalla sua critica dell'oggettività. Il soggetto è parte dell'oggetto (e viceversa). È per questo che i beni comuni sono legati inscindibilmente ai diritti fondamentalissimi, della persona, del gruppo, dell'ecosistema, della natura e in ultimo del pianeta vivo.
E arriviamo così ad un riepilogo sulla vera rivoluzione culturale necessaria per la declinazione del comune come categoria del politico e del giuridico. La separazione riduzionista fra soggetto ed oggetto tipica della tradizione cartesiana (e scientistica da Galileo in avanti) ha strutturato la filosofia dell'«avere» alle cui radici stanno gli appetiti acquisitivi primordiali che spiegano le origini ed il succeso storico della proprietà privata individuale e dello stato sovrano territoriale. Tanto la struttura del giuridico quanto quella del politico istituzionalizzano la logica dell'avere che è poi quella della concentrazione del potere. Esse hanno strutturato istituzionalmente l'idea dell'umano separato dal naturale e di una oggettiva res extensa separata dalla res cogitans: in altre parole di una realtà oggettiva separata dal suo interprete. È noto come la fenomenologia contesti radicalmente questi presupposti ma come tale critica non abbia ancora trovato una declinazione istituzionale. La cultura giuridica non è riuscita a proporre quindi assetti giuridici alternativi a quelli della modernità, rappresentati dal «regime di legalità» (rule of law) ossia dall'illusione che si possa essere governati da leggi (oggettive e ontologicamente esistenti di per sé) e non da uomini che comunque le interpretano introducendo l'inevitabile componente soggettiva.

Una relazione negata
Il comune è invece nozione che può comprendersi solo in autentica chiave fenomenologica ed olistica ed è quindi incompartibile con la logica riduzionistica dell'avere (e del potere). Si può rendere quest'idea con la locuzione «il comune siamo anche noi». Il comune non è solo un oggetto (un corso d'acqua, una foresta, un ghiacciaio) ma è anche una categoria dell'essere, del rispetto, dell'inclusione e della qualità. È una categoria relazionale fatta di rapporti fra individui, comunità, contesti ed ambiente. In altri termini il comune è categoria ecologica-qualitativa e non economico-quantitativa come proprietà e sovranità statale. Per questo il comune non è riducibile ad un diritto (categoria dell'avere: io ho un diritto) ma si collega inscindibilmente con la possibilità effettiva di soddisfazione di diritti fondamentali che è ad un tempo esperienza di soddisfazione soggettiva e di partecipazione oggettiva alla comunità ecologica. Nella logica del comune scopaiono le barriere fra soggetto ed oggetto e anche quelle fra natura e cultura. Un ambiente visto come bene comune non è un' entità statica ma è allo stesso tempo natura e cultura, fenomeno globale e locale, tradizione e futuro. In una parola il comune è civiltà: proprio come l' acqua che stiamo difendendo dalla primordiale logica del potere, della predazione e del saccheggio di cui invece si nutre il capitale.


Scaffale
Uno statuto giuridico
ancora tutto da sviluppare
Il presente scritto fa parte del volume La Società dei beni comuni a cura di Paolo Cacciari (edito da Ediesse e Carta), che sta per arrivare in edicola e contiene numerosi importanti interventi. Una prima posa in opera del «bene comune» come genere alternativo rispetto alla proprietà privata e a quella pubblica si ritrova nei lavori della cosiddetta «Commisione Rodotà». Si vedano: Invertire la rotta. Idee per una riforma della proprietà pubblica (a cura di U. Mattei, E. Reviglio e S.Rodotà, Il Mulino), I Beni pubblici. Dal governo democratico dell'economia alla riforma del codice civile (materiali editi dalla Academia Nazionale dei Lincei). Per un inquadramento ampio della tematica: Privato Pubblico Comune. Lezioni dalla Crisi Globale (volume collettivo curato da Laura Pennacchi per Ediesse). Infine, va segnalato l'importante contributo storico-comparativo di Filippo Valguarnera, Accesso alla Natura fra ideologia e diritto (Giappichelli).

statistiche