4.8.13

Palazzeschi erotico. L'interrogatorio della Contessa (Angelo Guglielmi)

Annunciato (e poi non pubblicato) nel 1926, l’Interrogatorio della contessa Maria di Aldo Palazzeschi fu pubblicato postumo nel 1988. E’ romanzo erotico-ironico, divertentissimo, l’unica cosa italiana degna di fare il paio con le Centomila verghe di Guillaume Apollinaire. Qui riprendo l’acuta recensione di Guglielmi, da “Tuttolibri”, il supplemento culturale del “La Stampa”. Nel ritaglio non c’è data, ma l’anno deve essere quello di pubblicazione, il 1988. (S.L.L.)

Credo che abbia ragione Luciano De Maria quando afferma che Palazzeschi non ha pubblicato in vita il romanzo Interrogatorio della contessa Maria — che è uscito postumo a circa sessanta anni dalla sua redazione (Mondadori, pp. 147, L. 18.000) — perché «sentiva il tempo». Il clima culturale degli ultimi Anni Venti (periodo in cui all'incirca il romanzo fu scritto) non era più in tono con opere sperimentali e di avanguardia. (alle quali Interrogatorio indubbiamente appartiene) e già predicava il ritorno o la scelta di una scrittura ordinata, dedita più che al giuoco verbale, al racconto serio, alla fabulazione realistica.
Non è incomprensibile allora che Palazzeschi, così attento agli umori del tempo (e non certo per conformismo quanto per un eccesso di sensibilità), decidesse di rinviare la pubblicazione di un romanzo già scritto (e addirittura già annunciato), che temeva, ove lo avesse reso pubblico, divenisse causa di equivoci e di incomprensioni più che di divertimento e di eccitazione, fine cui l'aveva destinato.
Si sa che Aldo Palazzeschi fu uno dei maggiori protagonisti delle avanguardie del primo Novecento che, pattinando tra futurismo, surrealismo e dadaismo, si trascinarono in Italia fino a metà degli Anni Venti. Caratteristica (perlomeno esteriore) di quei movimenti era di mischiare (per un retaggio romantico ancora presente) arte e vita quasi che la tensione e la spregiudicatezza che erano i requisiti obbligati della prima dovessero essere il riflesso di eguali caratteristiche da coltivare nella seconda. Poi verso gli Anni Trenta, ci fu una correzione di rotta con l'affermarsi di una nuova coscienza estetica che, rovesciando le carte, poneva la garanzia dell'esteticità dell'arte nella sua capacità di essere altro dalla vita.
Palazzeschi, che peraltro non aveva mai tollerato per intero, nemmeno nei momenti di più appassionata militanza avanguardista, la compromissione della propria persona con l'opera scritta, raddoppiò le distanze dalla sua soggettività più immediata e, raggiunto un punto di osservazione più lontano, sfebbrò e ricompose il tiro e la natura della sua affabulazione. Primo frutto o esempio dì questo nuovo atteggiamento furono Le sorelle Materassi.
Ma Interrogatorio della contessa Maria appartiene — come sopra anticipato — al periodo precedente, agli anni del grande divertimento di Palazzeschi, quando lo scrittore non aveva alcun ritegno (perché i tempi lo consentivano anzi lo esigevano) ad aprire la serietà della letteratura agli exploit dello scherzo, della beffa, dello scherno, dell'irrisione.
Diciamo subito che Interrogatorio è un romanzo di gran classe: racconta, nella forma di una lunga conversazione che l'autore impone alla protagonista, la storia di una donna di origine nobile che, ribellatasi alla famiglia e alla ipocrisia cui quella fa risiedere la sua onorabilità (e ben più il succo della sua esistenza), si mette sulla strada dove, passando di uomo in uomo (se ne fa quattromila in poco più dì dieci anni), costruisce la più bella (e provocatoria) metafora della creatività della vita con i suoi complementi di libertà e allegria.
Ovviamente la scrittura è tenuta a livello di alta ironia che le consente esilaranti discese in linguaggi bassi: «Appena a casa corsi nel cesso, dove si leggono le lettere d'amore...»; e battute persino salaci (come lo scambio di dialogo tra la governante e la protagonista in occasione della visita al vescovo della città «Ah contessina, sua eminenza le toccherà certamente il cuore». «Sì, toccami qualcos'altro»).
E l'approccio ironico (con forte tendenza al farsesco) investe anche la struttura del romanzo (il suo disegno architettonico) che si articola in due parti: la prima imita il romanzo di confessione, con la protagonista lanciata nel racconto roboante (e un po' spaccone) delle sue gesta di peccatrice anzi di donna dai desideri sfrenati (e doviziosamente soddisfatti) — racconto che si arricchisce di una critica beffarda alla società del tempo e alla sua cultura (soprattutto letteraria) dominata dal lacrimoso Pascoli, dal troppo eroico Carducci, dal divino vate D'Annunzio.
La seconda parte fa il verso al romanzo d'appendice in cui la protagonista racconta come ancora adolescente (quasi bambina) commise peccato d'amore, fu sorpresa dalla famiglia (straordinario il ritratto del padre reso apoplettico dalla vergogna e del fratello maggiore in cui l'ottusità ha i colori della bruttezza), fu incarcerata in casa sotto la sorveglianza di una perfida governante ma con la debolezza del bere, dalla quale si liberò fuggendo, anzi (è classico!) calandosi dalla finestra con una corda procuratale da un bel tenente di cavalleria che, raccoltala tra le braccia sotto la finestra, s'involò con lei a Parigi.
Che già negli Anni Venti Palazzeschi praticasse l'ironia delle forme, anticipando intuizioni che la cultura europea avrebbe messo a disposizione soltanto qualche tempo dopo, è una ragione in più, se mai ce ne fosse bisogno, per ammirare la grandezza e la felicità di uno scrittore che, in tempi di soggezione alla pagina bella, sapeva scegliere di fare letteratura irridendola, di affidare a un romanzo erotico, per intero centrato sulla gloria del sesso, un messaggio di liberazione, di fare della parola della letteratura, tanto apparentemente leggera e indifferente, una parola di intervento.
Dobbiamo meravigliarci allora se, tra le ragioni della non pubblicazione dell’Interrogatorio, vi era il timore dell'autore di non essere compreso, cioè il timore che le novità formali che proponeva sfuggissero al giudizio di un tempo non attrezzato (non disposto) a coglierle? Non dunque lo scandalo dei contenuti ma lo scandalo delle forme potrebbe aver contribuito a lasciare l’Interrogatorio nei cassetti. Ma non ce ne lamentiamo, se oggi siamo più pronti ad amarlo.

3.8.13

"Scassapagliara" (Leonardo Sciascia)


Pagghiaru nel Palermitano, pagliaru nelle province di Agrigento e Caltanissetta, è «stanza di frasche e di paglia, dove ricoverare la notte al coperto quegli che abitano la campagna. Capanna». Così nel dizionario siciliano del Mortillaro; e così io li ricordo, i pagliara (plurale in a) di cui nell'estate si animava la campagna: a guardia del grano falciato, degli orti; e un pagliaru alloggiava intere famiglie, nelle ore calde e quando si faceva pungente il gelo della notte. Non più di quattro metri quadrati, dentro: e vi si ammonticchiavano un numero incredibile di persone. Alle prime piogge, cominciavano a infradiciare; finché, raccolta l'ultima mano di pomodoro, non venivano smontati. E la famiglia tornava in paese, al triste autunno tra le case.
Di cose, dentro un pagliaru, ce n'erano pochissime: un paio di pentole di coccio, una per preparare la minestra (quasi sempre minestra: e chi passava di sera vicino a un pagliaru sentiva l'odore della cipolla che bolliva insieme alla zucca, al pomodoro, all'aglio) e una per l'estratto di pomodoro; tanti piatti quante erano le persone, e così le posate dette di stagno, ma erano di peltro, immemorialmente ereditate; pochissima biancheria e, ma non sempre, un paio di vecchie coltri di cotone. Andare a rubare in un pagliaru, nei rari momenti in cui restava incustodito, sarebbe stato dunque tanto facile quanto infame: e perciò scassapagliara erano detti i ladruncoli, quelli che rubavano povere cose a gente povera quanto loro. Ironia, disprezzo: i pagliara erano sempre aperti, che abilità c'era ad entrarvi e a rubare? E che se ne cavava, poi? Qualche piatto, una pentola, un mazzetto di posate di stagno, un paio di stracci.
Ladro povero, dunque, lo scassapagliara o scassapagliaru. Senza sentimento. E senza dignità di ladro. La quale dignità sembra consista, oltre che nell'entità del bottino, nella capacità di guadagnarselo con qualche difficoltà: lo scassinamento, l'effrazione. Nessuna difficoltà e nessun frutto: l'estrema abiezione, per un ladro. E perciò su di lui scende il disprezzo del ladro grosso, del ladro che ha mestiere, regole e sentimenti. Del mafioso. Scassapagliara. E il termine comincia ad avere ora una certa fortuna: nel giornalismo, nel lessico nazionale. Ed ho voluto fissarne il significato originale, nel dubbio che la parola segua la stessa sorte di quella lupara che ormai quasi tutti credono sia un'arma, e precisamente il fucile a canna mozza, mentre è invece il piombo che si usava per la caccia al lupo, per la caccia grossa; i pallettoni, insomma, i goccioloni del Tommaseo.
S'intende oggi per azione di scassapagliara ogni fatto delittuoso che avviene in Sicilia in zona mafiosa ma senza l'intervento della mafia. I colpi più o meno grossi, i delitti più o meno efferati: ma dilettanteschi, senza radici nell'humus fecondo e protettivo dell'ambiente; e anzi l'ambiente subito li rigetta, rendendo facile alla polizia la ricostruzione del crimine e l'identificazione dei colpevoli.


da Nero su nero, Einaudi, 1979

Eduardo. Un ricordo di Franco Quadri

Franco Quadri

Eduardo nei panni di Pulcinella
La mia memoria di spettatore mi riporta, ragazzo, alle vecchie stagioni napoletane del teatro Odeon, a Milano, negli anni ’50. Alla prima assoluta di Mia famiglia, quando l’autore e capocomico, assunta la dimensione molieriana, interrompendo una battuta del suo interprete, si fece avanti in ribalta e rivolgendosi sommesso al pubblico disse: “Un momento, è stata saltata una pagina. Torniamo indietro”.

In Il mio Edoardo, “il manifesto”, 2 novembre 1984

Primo 900 in Austria. I rapporti tra letteratura e scienza (Claudia Monti)



Arthur Schnitzler
Una volta Musil scrisse che l’«ingenuo» ordine narrativo, quel filo del racconto su cui è così pacificante allineare beatamente gli eventi e che for­se «in campagna» si può ancora infilare attraverso tutto quel che succede nel tempo e nello spazio, «in città» si è disper­so: perché qui tutto è già diventato non-­narrativo, non segue più un filo, ma si spande in intrichi sterminati e dilaganti. In questo passo di Musil c'è, strabollito e distillato, quasi tutto il successo di un pro­blema che da qualche tempo sembra ap­passionarci.
Alcune avvisaglie in questo senso si erano già notate un anno fa — in un terre­no per la verità non specificatamente let­terario, anzi più vicino alle arti visive — con il dibattito suscitato dal bel numero della Rivista di Estetica su «Arte e Metro­poli». Confluito e dispersosi poi nei meandri serpentini del discorso sul «po­stmoderno», il tema sembra riemergere ora in tutt'altra area e in tutt'altra forma, e approdare ai lidi della letteratura.
Che reazioni ha espresso la letteratura di fronte alla progressiva urbanizzazione e tecnologizzazione del pianeta? E' que­sto, all'incirca, quanto si sono chiesti re­centemente a Palermo i partecipanti al convegno Letteratura e civilizzazione, organizzato da Aldo Gargani e Natale Te­desco: dove si è tentato, per l'appunto, di investigare i modelli, gli atteggiamenti e le modalità stilistiche con i quali la lette­ratura contemporanea ha reagito alle strutture materiali e culturali sempre più complesse della civiltà tecnologica. E un quesito per alcuni versi contiguo verrà posto oggi a Trieste (dove i convegni si di­stinguono ormai per la scelta sensibile dei temi: l'anno scorso a quest'epoca vi si svolgeva quello sul «nichilismo»), al con­vegno sul tema Il ruolo della scienza nel­la letteratura austriaca nel secolo vente­simo, organizzato da Claudio Magris e dal consolato austriaco di Milano. Ci si in­terrogherà cioè sulle reazioni della lette­ratura di fronte alla profonda penetra­zione in ogni ambito delle scienze esatte e specialistiche.

I dubbi di Broch
Già, perché quella semplice e antica «ingenuità del narrare» di cui si diceva al­l'inizio, quella che nel caos complesso e eterogeneo della metropoli è andata di­sperdendosi, tanto più si disperde nel proliferare sterminato dei saperi specia­listici che all'avvento di quella metropoli si accompagnano. Ed è qui, allora, che ci si rivolge ancora una volta all'Austria, a quel curioso e composito paese dove in uno spazio relativamente ristretto una grande letteratura (quella di Kafka, Mu­sil, Broch o Schnitzler) si è trovata a con­vivere gomito a gomito con un grande sviluppo delle scienze naturali ed umane (da Boltzmann a Freud, da Mach alla psi­colinguistica, dal circolo di Vienna a Wit­tgenstein). E dove si assisteva a scambi o travasi non da poco fra scienza e lettera­tura, e poteva anzi capitare che compli­cati modelli fisici e matematici si tradu­cessero in teorie letterarie. O anche ma­gari — perché no — che teorie poetiche e letterarie si traducessero talvolta in modelli matematici!
Certo, i rapporti fra scienza e lettera­tura non sono stati sempre dei più sem­plici. Infatti la letteratura, un tempo si­gnora indiscussa nel morbido terreno della conoscenza degli uomini e dell'ani­ma, si è vista minacciata dal vorticoso sviluppo di quelle scienze umane — psi­cologia o sociologia, linguistica o psicoa­nalisi — che hanno invaso i suoi domini. E ha reagito nei modi più svariati: talvol­ta accentuando all'estremo una propria idilliaca separatezza, talaltra cercando, al contrario, di far propri questi nuovi sa­peri, talaltra ancora dichiarando sfidu­ciata la propria inadeguatezza a conosce­re e dominare un mondo diventato così problematico e complesso.
E' questo il caso, ad esempio, di Her­mann Broch, scienziato e filosofo oltre che scrittore, che visse nel modo più tor­mentoso la tensione tra scienza e lettera­tura. Roso da un dubbio persistente circa le capacità conoscitive della letteratura di fronte alla complicata modernità, ten­tò in un primo momento di dilatare i con­fini della letteratura riassorbendovi i sa­peri scientifici e legittimandola di fronte ad essi come una «conoscenza totale», di contro alla settorialità specialistica di quelli. Ma poi, dopo avere sperimentato romanzi come I Sonnambuli, dove la narrazione qua e là si interrompeva in­farcendosi di interi trattati teorici, perse fiducia nella letteratura e se ne allontanò sempre più, dandosi a studi sulla psicolo­gia delle masse e sulla teoria della scien­za: conoscenze, queste, certamente «par­ziali», ma che gli sembravano più reali.
Si dà però anche il caso opposto. Quel­lo della letteratura che si dilata, sì, verso la scienza, assorbendone metodi e conte­nuti; ma che, conscia della crisi da cui so­no attraversate la stessa scienza e la filo­sofia, ormai dubbiose verso le «verità» assolute e universali dei propri sistemi teorici, esce da questa trasmutazione raf­forzata e sicura del proprio ruolo conoscitivo. Perché, come si chiesero alcuni scrittori, se i filosofi o gli scienziati dicono il «pensiero» universale, e il narratore in­genuo dice l'«uomo», chi mai dirà l'«uomo che pensa», il pensiero cioè nell’incerto e nebbioso processo del suo for­marsi, quando non si è ancora staccato dalla singola effimera esistenza, dall'uo­mo cioè che lo pensa? Così, per risolvere questo quesito, si escogitarono via via forme di letteratura e forme di romanzo «saggistiche», che riassorbissero anche il pensiero scientifico e filosofico, ma che, togliendolo dalla sua supponente pretesa di certezza, lo calassero nella precarietà incerta e mutevole dell'esistenza.
Così nacque, ad esempio, L'uomo senza qualità, romanzo saggistico dove narrazione e riflessione intimamente si incorporano e che costituisce uno dei tentativi più interessanti di rispondere al­le esigenze incrociate tanto del roman­ziere moderno — per il quale l'antica in­genuità del narrare non è più sufficiente di fronte allo sviluppo del pensiero — quanto del pensatore moderno che, tra­montate le certezze assolute e universali dei suoi padri, cerca un pensiero più rela­tivo e contingente, ma che aderisca al particolare caldo ed effimero dell'esi­stenza. Qui allora la letteratura vive la sua grande rivincita, perché essa, nient' affatto inferiore alla scienza, diventa an­zi il luogo dove può finalmente venir det­ta l'ombra rimossa della stessa scienza, cioè quei significati filosofici e scientifici che i linguaggi delle scienze non possono dire, soggiacendo, per la loro intrinseca natura di «saperi forti», alla falsificazione del potere, all'irrigidimento ideo­logico, alla chiusura nella sistematicità.

Arthur Schnitzler contro la psicoanalisi
Analoga è la rivincita che la letteratura si prende sulla sua rivale più temibile an­che se più seducente, la psicoanalisi, quella che osava spingere i suoi affilati strumenti teorici fin dentro il terreno morbido e oscuro del profondo, in cui un tempo spalancavano sprazzi di luce sol­tanto le intuizioni e le metafore dei poeti. La letteratura, talvolta spiazzata da que­sta invasione, o attratta e spinta ad attin­gere anch'essa a quegli strumenti, mani­festa in fondo però la certezza un po' suf­ficiente che soltanto nel suo luogo il pul­lulare sotterraneo possa essere detto sen­za soggiacere al riduttivismo dell'orto­dossia, da cui neppure la psicoanalisi an­dava indenne.
E' questa l'intuizione anche dello scrit­tore austriaco che viene più spesso af­fiancato a Freud, quello Schnitzler che, psichiatra a sua volta, in novelle di sottile scavo psicologico già nel 1900 smontavai meccanismi profondi che presiedono al­la formazione dei gesti o del linguaggio, degli atti mancati o dei lapsus (Il sottote­nente Gusti, La signorina Elsa). Ma mentre Freud dichiarava verso di lui una sorta di riverente «timore del sosia», Schnitzler avanzava invece critiche au­daci alla psicoanalisi per la sua ortodos­sia o per l'eccessiva codificazione della sua simbologia onirica, e si spingeva ad attaccarne capisaldi come la definizione topografica di inconscio o il complesso di Edipo.
Certo, il rapporto letteratura-psicoanalisi è anche di quelli che più evidenzia­no scambi e travasi assai stretti e segreti fra scienza e letteratura. Da una parte, in­fatti, Freud scriveva storie che qualcuno ha proposto di leggere come romanzi (Dora, L'uomo dei lupi); dall'altra i ro­manzi si arricchivano e addensavano di affilati scavi analitici. Il raccontare in analisi e il raccontare letterario appariva­no sempre più spesso ramificazioni dissi­mili di esigenze in verità assai simili. E se l'analisi veniva dichiarata da Freud «in­terminabile», anche i romanzi venivano lasciati sempre più spesso «opera aper­ta», incompiuti e sterminati.


“la Repubblica”, 1981



Scrittori dell’abbondanza e scrittori della povertà. Dizionari e letteratura (Giovanni Raboni)

Uno dei più grandi poeti che la civiltà occidentale abbia prodotto, Jean Racine, scrisse tutti i suoi capolavori - da Andromaque» a Phèdre, da Berenice a Athalie - usando una lingua fatta di pochissime centinaia di vocaboli; ed è davvero difficile credere che si sia mai posto il problema di trovare un sinonimo più calzante, un termine più appropriato o prezioso, dal momento che a una sola parola - «flamme» o «désordre», «fatal» o «funeste» - riusciva a dare, per forza di immaginazione psicologica e morale, le più varie e sottili sfumature...
Racine è, probabilmente, il «campione», il rappresentante più tipico e, insieme, il caso estremo di una vasta famiglia di scrittori, quelli che fondano, più o meno coscientemente, la forza espressiva del proprio linguaggio sulla semplicità e rarefazione, insomma sulla «povertà» della lingua; per fare un esempio italiano, e vicino a noi nel tempo, si pensi alla poesia di Sandro Penna. All'estremo opposto ci sono quelli che chiamerei gli scrittori dell'abbondanza, i quali affidano la propria espressività non solo alla ricchezza, ma anche alla singolarità e, spesso, alla stravagante ricercatezza del lessico: in Francia, per fare un solo esempio, Victor Hugo; in Italia, i grandi prosatori barocchi, come Daniello Bartoli e Giacomo Lubrano e - naturalmente - Gabriele D'Annunzio; ma anche alcuni dei maggiori prosatori del nostro secolo, da Carlo Emilio Gadda e Tommaso Landolfi fino a Giorgio Manganelli.
È evidente che a queste due categorie contrapposte (fra le quali si stende un'infinita varietà di atteggiamenti intermedi e meno facilmente caratterizzabili) corrispondono, almeno idealmente, due atteggiamenti diversissimi nei riguardi di quella stratificata memoria della lingua, di quegli sterminati repertori - al tempo stesso ordinati e magmatici, asettici e inquietanti - di parole vive e parole morte, che sono i dizionari. Gli scrittori della povertà ricorreranno ad essi raramente, per indispensabili verifiche; gli scrittori dell'abbondanza ne trarranno invece alimento o addirittura ispirazione. È noto che D'Annunzio compilava lunghi elenchi di parole estremamente specifiche o desuete che colpivano la sua immaginazione e che proprio da tali elenchi, non di rado, sono nate le sue lussuose metafore sonore. Non meno emblematica, anche se di tutt'altro segno, la beffarda impresa compiuta da Landolfi quando scrisse un intero racconto con parole apparentemente incomprensibili e che tutti credettero inventate da lui, finché l'autore non rivelò che ciascuna di esse figurava, regolarmente attestata e spiegata, nel Tommaseo-Bellini.
Insomma, non è proprio possibile dire, in generale, quale sia il rapporto fra scrittori e dizionari; mentre è possibile (e anche illuminante) dirlo a proposito di ogni singolo scrittore. Per quanto mi riguarda, e per il poco che l'esempio può valere, mi sono accorto che, da qualche anno, uso i dizionari assai più di una volta. Perdita di ispirazione primaria o reazione inconscia all'omologazione, alla burocratizzazione, all'appiattimento della lingua italiana? Continuo, comunque, a fare una distinzione fondamentale fra scrittura creativa (che penso debba prevalentemente usare - per darle sempre nuove tensioni e ambiguità, cioè più senso - la lingua comune, la «lingua della tribù», bella o brutta che sia) e scrittura critica (che penso debba essere, invece, più suggestiva, impressionante e mimetica, e basarsi dunque su una lingua più articolata e varia, vale a dire più «da dizionario»).
Ma non faccio la minima fatica a immaginare che questa distinzione possa sembrare ad altri paradossale. Sarebbe solo un'altra prova che davvero, in materia, non esistono regole valide per tutti. O forse una soltanto: tenere sempre dei buoni dizionari a portata di mano, per usarli e persino per non usarli.

Postilla
Il testo è ripreso da un ritaglio de “L’Europeo”, che ho conservato senza data. Da alcuni indizi si può congetturare pubblicato nel 1980. (S.L.L.)


Luglio 1960 a Milano. I ricordi di Franco Fortini

Una pagina di Franco Fortini tratta da un inserto del “manifesto” che rievocava – trent’anni dopo – il tentativo di svolta autoritaria messo in opera dal governo Tambroni e la resistenza popolare. Spiccano, in un racconto che strettamente collega pubblico e privato, due momenti: la morte del poeta Giacomo Noventa (che usava anche lo pseudonimo Giacomo Ca’ Zorzi), il corteo operaio e popolare diretto dalla Camera del Lavoro a Piazzale Loreto. (S.L.L.)

Franco Fortini
Nella memoria gli avvenimenti di quella settimana sono associati a due miei casi. La sera del lunedì 4 luglio ero andato alla clinica della Madonnina, Milano. Il corpo di Giacomo Noventa, morto al mattino sotto l'operazione, posava in seminterrato, già nella bara, con una benda bianca intorno alla grossa fronte. Il giorno prima avevo potuto parlargli. Sapeva che non sarebbe sopravvissuto. Molti amici erano venuti a quell'addio. Al patriarca di Venezia, da due anni papa Roncalli, che lo conosceva e si era interessato alle sue condizioni di salute, il poeta, fino all'estremo giocando seriamente sulla distinzione fra poesia e biografia, aveva telegrafato: «Giacomo Ca' Zorzi e Giacomo Noventa ringraziano Vostra Santità nella speranza che uno dei due sopravviva». Mi parve di aver salutato nei corridoi Aldo Garosci e Alberto Carocci. Accanto al letto vidi una di quelle funeste bottiglie di champagne che si concedono ai morituri.
Gli avevo ricordato, fingendo di scherzare, le parole che mi aveva scritto, un giorno sui Charmes di Valéry, poeta che non amava. Ci siamo abbracciati. Non importava che negli ultimi anni opinioni politiche e frequentazioni ci avessero allontanati. Guardandolo nella cassa pensai: Più di ogni tua parola a me maestro... ma non volli continuare, era indecente versificare davanti al suo corpo. Molti anni dopo seppi da Franco Loi (mai lo aveva conosciuto da vivo) che nella notte di lunedì Noventa gli era apparso in sogno a profetargli un avvenire di poesia, come racconterà nei versi di Stròlegh.
Il giorno dopo, la polizia di Tambroni, presidente del consiglio sostenuto dai voti del Msi (Aldo Moro era segretario della De) ammazzò a Licata, un manifestante e ne ferì cinque. Giovedì 7, quando arrivò la notizia del massacro di Reggio Emilia (cinque morti e diciannove feriti) si pensò fosse venuto il momento di scendere, a qualunque costo in piazza, di affrontare (con ogni mezzo, anche con le armi, ne avessimo avute) quello che si configurava senza ombra di dubbio come un «colpo» fascista. Per quelli della mia generazione tanta determinazione non era né eccitata né torbida. Le memorie erano lucide. Non avevo dimenticato  che  il governo «antifascista» del maresciallo Badoglio, dopo  l'arresto di Mussolini e poco prima della capitolazione, agosto '43, aveva schierato i soldati contro gli operai di Modena che manifestavano per la pace e - così si disse - un giovane sottotenente, dopo aver comandato il fuoco al suo reparto e irato perchè i tiri erano alti, avrebbe di persona premuto con lo stivale sulla canna di un fucile mitragliatore manovrato da uno dei suoi soldati disteso a terra, in modo da non mancare la folla, dove fu strage. Chi queste cose non le sa farebbe bene a studiarsele per giudicare l'imbecillità o la bassezza con cui tanti nostri odierni virtuosi dell'informazione impartiscono lezioncine di democrazia a questo o a quel popolo.
Qualcuno mi avvisò per telefono. Tutti alla Camera del Lavoro. Il corteo non era autorizzato ma ci sarebbe stato lo stesso. Quel venerdì 8 era una bella giornata calda, appena velata, in corso Porta Vittoria una folla - si diceva - da '45 - '48. Arrivano gli operai a frotte e la gente della periferia. Dai gradini dell'ex casa del Fascio, sede della Camera del Lavoro, locali squallidissimi come una caserma o una scuola abbandonata, si agitava la gente in bianco e blu nel sole, tutt'intorno Palazzo di Giustizia e lungo il corso, verso Porta Vittoria. Riconoscevo e salutavo chi non avevo più veduto da anni.
L'autunno del 1956 - Polonia, Ungheria - ci aveva divisi; poi lo scioglimento dell'unità d'azione fra comunisti e socialisti. Nenni d'accordo con Sagarat. Il Psi lo avevo lasciato da due anni. Nel 1957, interrotto “Ragionamenti”, il nostro piccolo gruppo si era disperso, solo il nostro «doppio» francese, “Arguments” continuava le pubblicazioni. Guiducci aveva pubblicato da Einaudi Socialismo e verità io da Feltrinelli Dieci inverni. Molti veleni si erano intanto accumunati. A Torino, Panzieri aveva da poco impreso il suo lavoro che presto sarebbe stato “Quaderni rossi”; ma quando, due mercoledì al mese andavo alle riunioni di Einaudi, l'aria che spirava era di compromesso col nuovo schieramento dei socialisti. Calvino e Vittorini si impegnavano sul “Menabò”, a promuovere («Letteratura e industria») la prima o la seconda delle «modernizzazioni antideologiche» che vedo succedersi da quarant'anni. Pasolini scriveva le Poesie incivili («Io non so cosa sia/ questa non ragione, questa poca ragione:/ Vico, o Croce, o Freud mi soccorrono,/ ma con la sola suggestione/ del mito, della scienza,  nella mia abulia/. Non Marx..»). Proprio in quelle giornate cominciava i «dialoghi coi lettori» su “Vie nuove” (bisognava trasformare l'«irrazionalismo disperato e anarchico borghese, nell'irrazionalismo...nuovo»; e «i clerico-fascisti stanno tirando troppo la corda», sic. 9,16 luglio).
Salutai Roberto Guiducci e Franco Momigliano. Che quei due ex partigiani, combattenti (sul serio) della Resistenza, fossero lì, e in particolare Franco Momigliano, il più disincantato e intelligente di tutti noi, dirigente industriale da molti anni assente dalle manifestazioni politiche, ecco quel che mi dette la misura della gravità del momento. «Possono sparare, hanno sparato ieri», questo si diceva. E tutti erano decisi a non scappare dal corteo. Ci saremmo diretti a piazzale Loreto, dove c'era ancora il traliccio metallico che quindici anni prima aveva retto i corpi di Mussolini e dei gerarchi.
La manifestazione avanzava senza grida. Verso l'obelisco di piazza Cinque Giornate presero a lampeggiare gli elmetti della Celere e i cofani delle autoblindo. Si fece silenzio. Fu allora che cominciò a diffondersi la notizia: nella notte la prefettura aveva avuto da Roma, si diceva, l'assicurazione che non sarebbe stato aperto il fuoco.
Il momento più teso fu alla svolta dei Bastioni. Il corteo procedeva fra due schieramenti di armati. Ci fu qualche urlo, subito zittito. L'odio fra loro e noi pareva facesse tremare le foglie dei grandi platani. Non successe nulla. Ci dicemmo: «Tambroni è fottuto».
Cominciarono i canti, che erano di gioia. Fu una lunghissima camminata, il sole era alto e picchiava. Si tornò verso casa, indolenziti, che erano le prime ore del pomeriggio.
Alle cinque della mattina dopo partivo con Ruth sulla «1100» per un mese in Urss, sperando nella benevolenza delle strade orientali. Al mio ritorno seppi che in quel giorno la polizia aveva fatto altri morti a Palermo e Catania e che Tambroni si era dimesso solo due settimane più tardi per lasciare il posto a Fanfani.

da “il manifesto – la talpa”, 5 luglio 1990

Religioni (S.L.L.)

Kenia, Cammello sulla spiaggia
Ho qualche esperienza del Kenia costiero, intorno all’equatore. Anglicani e protestanti non avevano mai attecchito tra i neri per il loro rigore contro stregonerie e animismi, considerati come peccati gravissimi contro il primo fondamentale comandamento, "Non avrai altro Dio", i responsabili dei quali erano stigmatizzati con parole di fuoco e a volte allontanati dalla comunità. Il prete cattolico ha successo perché li confessa e, assolvendoli con blando rimprovero, suggerisce di lasciare perdere lo stregone e le pietre magiche. Dona invece loro un santino della Madonna o di San Leopoldo oppure un piccolo crocifisso, garantendo una maggiore efficacia.
Attecchiscono anche i musulmani, ma dipende da altre ragioni. Lì la borghesia mercantile locale, di origine araba o indiana, è musulmana da secoli: il nero che si è arricchito e/o affermato si stacca dalle antiche solidarietà tribali, ma non per questo è pronto ad accettare il cristianesimo dei colonialisti occidentali. Trova pertanto nell'islamismo quel tanto di antimperialismo e di terzomondismo necessario a segnalare un’ascesa sociale compiuta o almeno auspicata.

2.8.13

Stan Laurel. Un dandy pronto a tutto, ma con stile (Silvana Silvestri)

Oxford. Tutto il segreto di Max Beerbohm sta nel pronunciarlo nel modo corretto, altrimenti si è già tagliati fuori, mi diceva qualcuno al Martin nella stanza diventata cimelio (al primo piano? sul cortile del collegio? Ma un gentiluomo non guarda mai fuori dalla finestra), le caricature sotto il vetro dell'esile scrivania, Zuleika dappertutto, il monocolo attorno acui si tratteggia brevemente il resto del celebre studente.
Si, ma Stan Laurel? C'è sempre un buon motivo per parlare di Stan Laurel, ma è arrivata la sua occasione giusta. È lui il vero grande dandy a cui pensiamo. Quando capita di vedere Noi siamo le colonne come primo film nella vita qualcosa segna irrimediabilmente il futuro. Il colto, il raffinato del cinema più irresistibile perché matematicamente esatto, logico come un gioco del professor Lewis Carroll: Stan Laurel, con un'unica debolezza, pensare che Chaplin fosse più grande.
Dopo indizi sparsi si arriva a questo A Chump ai Oxford del '40, riassunto di un'intera carriera e chiave del personaggio («Un testone a Oxford» si potrebbe tradurre, ma in italiano più goliardicamente Noi siamo le colonne).
Spazzini a New York, Stanlio e Olilo catturano senza volerlo per via di una buccia di banana il rapinatore di una banca. Il banchiere per premiarli esaudisce il loro desiderio di studiare per migliorare la loro condizione sociale che ha veramente toccato il fondo. Il meglio del meglio: li manda a Oxford dove arrivano vestiti come ragazzini di Eaton tra l'ilarità generale. Oggetto immediato di scherzi feroci da parte dei compagni, si installano nell'alloggio del rettore, trovandolo di proprio gusto («Il whisky è finito» «C'è una sola cosa da fare» «Sai qual è?» «Prenderne dell'altro»).
Il maggiordomo non fa una piega perché ha riconosciuto il signore che serviva anni prima e che torna in sé per un colpo in testa ricevuto dalla finestra a ghigliottina: Stanlio è in realtà sua eccellenza Paddington («Your Lordship»), si rimette la veste da camera come se l'avesse lasciata il giorno prima. È «il più grande atleta e il migliore studente che questa università abbia mai vantato e, oh, che mente brillante!»
Non ce ne scorderemo più, neanche se lo troveremo in altri film al centesimo piano di un grattacielo in costruzione o nella legione straniera. Ci sono piccoli segnali di dandismo dappertutto, come naturalmente consumare il lunch senza battere ciglio su una trave sospesa nel vuoto.
Sempre un po' ubriaco o decisamente ubriaco: sua preoccupazione è tenere d'occhio il San Bernardo con la sua botticella piena e convincerlo che sta morendo assiderato in piena estate, mettendo in scena una nevicata con le piume di pollo (Swiss Miss, 1938). Ma può anche scolarsi un intero pozzo di acquavite, una botte da travasare, tutti i cocktails degli ospiti.
Travestito da donna o mentalmente travestito da donna. Partner di una coppia e insieme profondamente solitario come ogni personaggio di élite. Tutte cose che la classe dirigente inglese apprende insieme all'alterigia fin negli anni di public school in cambio di un consistente numero di milioni.
Non riconosce più il suo compagno dopo la botta in testa e scopre così la sua vera natura: è lui il cervello della coppia, è ben diverso dal personaggio Stanlio: «Chi è codesto buffo personaggio dall'aspetto stravagante? (O, meglio: «Who is the coarse person with the foreign accent?»). Lo butta fuori per la sua impertinenza («Come chi sono, facevamo gli spazzini insieme a New York!»). Lo assume poi come servitore, chiamandolo preferibilmente «Fatty» (ciccione) «Giovanottone, voi avete un singolare umorismo, grassone» («Chi è quel grassone?» chiedeva a Byron il «bean» Brummel vedendo passare il principe di Galles presso cui era caduto In disgrazia). Butta fuori con la sua forza atletica tutti gli studenti che vorrebbero fare la stessa cosa con lui dopo avergli tolto i pantaloni («Come? levarmi i calzoni davanti al famiglio?» commenta Paddington con un'irresistibile battuta degna di Oxford).
Il rettore si scusa, ma il professor Einstein è venuto a incontrarlo perché ha le idee confuse circa la sua teoria (primo piano indimenticabile dell'espressione di Olilo). «Scusate, ma il mio valletto è di un'idiozia esasperante («so horribly stupid»). Vedete, ha un buon faccione allegro, mi aiuta a rompere la monotonia — e poi mi riempie la stanza». Ollio gli fa a questo punto una scenata per la sua ingratitudine, gli dice il fatto suo e sta per tornare in America, ma un altro casuale colpo in testa e Stanlio ritrova il vecchio amico, scena fondamentale dei rapporti fra i due attori, del distacco aristocratico di Stanlio, dei rapporti impossibili per un vero dandy se non siano mediati dal rifiuto.

“il manifesto”, 29 settembre 1982

«Il dio in terra». Un profilo del Re Sole

Louis XIV nacque a Saint-Germain-en Laye il 5 settembre 1638 e morì a Versailles il 1 settembre 1715. Sua madre, Anna d’Austria, gli diede un'educazione religiosa assai rigorosa. Il tutore, il Cardinale Mazarin, gli insegnò, invece, l'arte di governare. Louis diviene re a 5 anni, alla morte di suo padre, Louis XIII. Malgrado l'amore del suo allievo per sua nipote, Marie Mancini, il cardinale gli impone il matrimonio con Maria Teresa di Spagna. Alla morte di Mazarin, nel 1691, Louis decide di governare da solo, scelta giudicata «rivoluzionaria» perché, in quell'epoca, ministri o favoriti prendevano le decisioni in nome del re. Egli allontana, allora, il soprintendente alle Finanze Fouquet e nomina al suo posto Colbert.
L'essenza della sua dottrina politica fu la monarchia «assoluta». Louis XTV esercita « il mestiere di re » con la certezza di essere «il rappresentante di Dio sulla Terra».
Riequilibrando la sua statura media (circa 1,68 m) con dei tacchi alti e un'enorme parrucca, riusciva a conferire al suo personaggio un atteggiamento imponente e maestoso. Ammirato dalle donne, ebbe moltissime avventure. Tra le sue relazioni amorose più notorie, citiamo: M.lle La Vallière con cui ebbe tre figli; Mme de Montespano con cui ebbe 7 figli; M.lle de Fontanges e, infine, M.me de Maintenon con cui si sposò segretamente dopo la morte della sua moglie legittima. Roi-Soleil marcherà la Francia con una politica di «grandeur» e con una serie di guerre di conquista. Il regno personale di Louis XTV comprende, infatti 31 anni di guerra contro solo 23 di pace. In tutti i campi, egli impone la sua autorità e il suo mecenatismo, circondandosi di una straordinaria élite letteraria, scientifica e artistica. La creazione di Versailles, malgrado l'opposizione di Colbert, fu imposta e diretta dal re.

Lea Penouel, “Avvenimenti”, 10 aprile 1991

STORIA SANITARIA DI LUIGI XIV. UNO STRACCIO DI RE (Lea Penouel)

Luigi XIV. 
A soli nove anni prese il vaiolo, ma fu solo l'inizio: colite cronica, scarlattina, itterizia, il Roi Soleil «acchiappò tutto, con annessi e connessi». 
Si prese anche una malattia sessuale (attribuita a un eccesso di esercizi di equitazione). 
Fu poi vittima di vertigini, sonnambulismo e incubi notturni: le sue urla risuonavano in tutta Versailles. 
Dopo settantadue anni di regno, Sua Maestà, spossato, scarno, corroso dalla cancrena senile, rese l'anima a Dio.

Il re malato. Luigi XIV in una caricatura di Madonna
Una persona malata può restare al timone dello Stato? Pare di si! Gli esempi non mancano. Negli annali della storia contemporanea, in prima linea, l'ex Presidente della Repubblica francese, Georges Pompidou, e l'ex Capo del Cremlino, Leonid Breznjev: tutti e due, l'uno dopo l'altro, hanno cominciato a gonfiarsi, a muoversi con passo malfermo, a riempirsi di catarro e a parlare con una certa difficoltà. Poverini, non stavano bene, e tutti questi sintomi facevano parte del loro quadro clinico.
Ma ciò che ha suscitato l'imbarazzo generale è stato il comportamento dell'entourage che ha sempre negato la verità, dichiarando che si trattava di chiacchiere «false e infamanti». Morale della favola: i due uomini sono morti di un male incurabile, mentre — a detta dei rispettivi consiglieri — godevano di una perfetta salute. Rischi del mestiere, senza dubbio. Invece il noto cow-boy Ronald Reagan pubblicizzava in lungo e in largo la forma e la condizione del suo intestino e delle sue escrescenze nasali, facendosi fotografare in tutte le pose con cerotti e aggeggi vari. A ciascuno lo stile che gli conviene.
Se torniamo indietro nel tempo, la cronaca ci offre una gamma fioritissima di malattie «regali» in corpi «regali». Il prototipo del «malade non imaginaire» è senza dubbio Louis XIV, re di Francia e di Navarra, figlio di Louis XIII e di Anna d'Austria, nato a Saint Germanin-en-Laye il 5 settembre 1638 e incoronato il 14 maggio 1643. Sovrano di una monarchia di diritto divino, fine politico che riuscì a tener testa all'Europa intera, lavoratore infaticabile: questa è l'immagine del Roi-Soleil che ci è tramandata dalla Storia. Tuttavia, grazie al «Journal de santé» che hanno redatto scrupolosamente i suoi medici e che ora Michelle Caroly analizza in un libro assai piccante, scopriamo che il più grande dei re di Francia, soffrì tutta la vita di una serie inimmaginabile di malanni. Il 1° settembre 1715, dopo settantadue anni tre mesi e diciotto giorni di regno, Sua Maestà, spossato, scarno, corroso dalla cancrena senile, rese l'anima a Dio, con «qualche sospiro e due rantoli».
Il Re è morto. Viva il Re. Dopo aver squartato, sezionato, decapitato il cadavere e tagliata la testa a metà, i diversi organi, furono — secondo la tradizione — separati: le viscere messe in un'urna a Notre-Dame-de Paris e il cuore incastonato in una reliquia alla Chiesa Saint Antoine. Durante la Rivoluzione, il pittore Saint Martin ne tritò la metà e ci aggiunse dell'olio per farne una mistura con cui verniciò le sue tele. L'altra metà fu resa a Louis XVIII in cambio di una tabaccheria d'oro. Poi, ciò che restò del corpo (molto poco, a dire il vero), fu imbalsamato e collocato in una bara di rovere, cerchiata di una lastra di rame, sulla quale venne inciso: «Qui riposa l'Alto e Potente Principe Louis XIV, chiamato "il Grande"».
Vaiolo, blenorragia, scarlattina, gotta, crisi epilettiche, colite cronica, vertigini, itterizia, infezioni renali eccetera, eccetera, eccetera... Il Roi- Soleil «acchiappò, tutto, con annessi e connessi».
Malgrado i suoi acciacchi quasi quotidiani, Louis XIV aveva una volontà di vivere e una forte costituzione che gli permisero di resistere a tutte le gravi infezioni, spesso mortali in quell'epoca, a dispetto della notoria incompetenza dei medici che, incaricati di conservare in buono stato la sua preziosa salute, lo «seviziavano» somministrandogli, a gogò, «eccellenti» (così affermavano) ma inefficaci rimedi.
Nel mese di novembre 1647, all'età di 9 anni, Louis si ammala di vaiolo. «Dopo una grande eruzione di pustole, il corpo si infiammò, si screpolò. La cancrena attaccò perfino le dita dei piedi fino all'osso». Il giovane principe, abbandonato nelle mani di un'armata di dottori, «fu sminuzzato, inciso, salassato, purgato». Diciotto giorni di martirio. Improvvisamente la febbre scende e l'enfant-roi guarisce. Il popolo grida allora al miracolo. A 14 anni «Luigi» soffre di una terribile diarrea che viene curata con clisteri di acqua di rose, miele e grani di lino. Il tutto alternato a salassi più o meno importanti, secondo il desiderio dei sanitari. A 15 anni: vertigini, allergie, indigestioni (ma quanto mangiava il sovrano! Porzioni pantagrueliche, è il meno che si possa dire) e, dulcis in fundo, due cisti piuttosto dure nella rosa dei seni. Trattamento classico unito a impiastri di uova di rana marinate nell'urina. Tutto è bene quello che finisce bene. Ma, a 16 anni, rieccoci da capo con risipole, herpes e verruche.
Nel 1655, il diciassettenne Louis XIV dichiara al Parlamento: «Lo Stato, sono io». Nel medesimo anno mette in grande imbarazzo il suo medico personale a causa di «una indisposizione che sarebbe stato preferibile tenere nascosta allo stesso sovrano e ai suoi sudditi». Questo male «segreto» non era nient'altro che la blenorragia, chiamata dal popolo «lo scolo». L'archiatra che voleva a tutti i costi difendere la casta reputazione del re — un vero angelo d'innocenza — attribuì l'infezione venerea a un eccesso di esercizi di... equitazione che, a suo dire, avrebbero alterato il funzionamento degli «augusti» organi genitali. Terapia: 8 bicchieri di acqua minerale al giorno, tre salassi, sei clisteri, 2 purghe e 10 frizioni locali a base di essenza di formiche.
A 20 anni, la scarlattina. Macchie rosse, febbrone, delirio, sincope, lingua nera, incontinenza d'urina e di feci («una materia verdastra e gialletta»). Cura di antimonio, qualche oncia di vino emetico mischiato con una tisana lassativa. Il Re, dopo aver vomitato e defecato per ben 22 volte, si rimise in salute. In seguito, Louis soffre di emicrania, di malesseri digestivi e di «sincopette». Insomma, niente di molto grave. 25 anni: morbillo. «Un'eruzione furiosa, temperatura altissima con delirio, sudori abbondanti, vomiti spasmodici». Dopo un ennesimo salasso, «Dio interviene e lo salva». Cominciano, poi, nel filo degli anni successivi, le crisi epilettoidi, le vertigini, le vampate di calore, gli stordimenti e le emorragie nasali. Nel 1672, il consumo — sotto ricetta medica — di afrodisiaci gli procura la bocca amara, sonno agitato e sonnambulismo. Come antidoto contro l'angoscia gli vengono prescritte energiche purghe che lo costringono a restare ore intere sulla «sedia di comodo». A 37 anni, è colpito da dissenteria acuta, espelle catarro sanguinolento e fa incubi notturni orribili. Le sue urla riecheggiano in tutto il Palazzo.
Per evidenti ragioni di spazio, siamo costretti a saltare, qua e là, qualche anno di cronaca sanitaria del Roi-Soleil. Possiamo assicurarvi, però, che la sua vita quotidiana fu costellata di vertigini, mal di testa, febbri da cavallo, terribili indigestioni con diarree purulenti, una serie di ascessi sotto l'ascella e infezioni dentarie a ripetizioni. Basta pensare che a soli 47 anni, il sovrano è quasi completamente sdentato e il suo alito è insopportabile.
Nel 1686, i malanni diventano più seri. Tutto comincia nel mese di gennaio con un banale grosso foruncolo al perineo, che fu curato con i soliti cataplasmi di farina, compresse di foglia di rosa, clisteri e bevande purgative. Alla fine di marzo, l'ascesso diviene un'ulcera suppurata che non riesce a cicatrizzarsi. Il povero paziente vedeva le stelle, tanto il dolore era acuto. Dopo consulti vari, viene diagnosticata una fistola anale. L'Europa intera fu tenuta al corrente del focolaio infettivo di cui era vittima il re di Francia e del decorso della malattia. Si decide di operare. Nei mesi che procedono l'operazione tutti i «fistolosi» del reame vengono reclutati per servire da cavia ai chirurghi. L'intervento viene effettuato il 18 novembre in presenza di quattro speziali, del Primo Ministro Louvois, di Madame de Maintenon e del confessore. Louis XIV mostra il suo culo regale all'Assemblea. L'operatore Felix ci infila un lungo bisturi d'argento, effettua qualche abile manovra e seziona con maestria la lesione canalicolare. Due giorni dopo il re è in piedi e... le fistole diventano di moda !
A 50 anni, Louis XIV si ammala di gotta e resta immobile settimane e settimane. A 56, è «grosso, vecchio e malandato». Dovrà regnare ancora venti anni.
Il Re-Sole passerà il resto della sua esistenza, afflitto da dolori svariati, con la pelle squamata da affezioni dermatologiche, con i vermi che prolificano nelle sue viscere, con calcoli renali che lo fanno urinare con difficoltà, con sudori freddi dovuti a un indebolimento progressivo del suo organismo.
Louis XIV ha dato il suo nome al suo secolo e ha fatto grandi cose, dicono alcuni storici, soprattutto i suoi apologisti. Essi parlano della sua attività politica, senza attardarsi sulle miserie della sua cattiva salute. Ma il corpo fa parte essenziale del «personaggio» ed è interessante conoscerne le trasformazioni. La morte di Sua Maestà, nel settembre 1715, è uno dei capitoli più allucinante del saggio di Caroly. Dall'inizio del mese di agosto, il Re si sposta soltanto sulla sedia a rotelle.
Le sedute «corporali» si facevano al cospetto di un alto dignitario della Corte (oltre la presenza dei medici), perciò «tutto» era verificato nei minimi particolari. Il re ha battuto il record delle scariche diarrroiche. Cinque barili pieni al giorno! «La cacca era liquida o semiliquida, rossastra o verdastra, vulcanica o bella liscia, ma sempre estremamente copiosa». In questo caso si può affermare, senza tema di smentita, che Re Soleil è stato veramente un grande monarca.

“Avvenimenti” 10   APRILE 1991

1.8.13

Stendhal. Il ritorno di Henry Brulard (Massimo Raffaeli)


Scritta come su due tavoli, fra il romanzo e l'autobiografia fittizia, a lungo chiusa nel faldone con la materia prima dei Souvenirs d'égotisme, infine oscurata dalle grandi imprese narrative (Il Rosso e il Nero, 1830; Lucien Leuwen, 1834; La certosa di Parma, 1839) che in quegli anni eternavano Henri Beyle con lo pseudonimo di Stendhal, la Vita di Henry Brulard (Garzanti «I grandi libri) torna nella accurata versione di Nunzia Palmieri e con una smagliante introduzione di Mario Lavagetto, la quale si affianca, per acume e chiarezza espositiva, alle pagine ormai classiche di Trompeo, Foscolo-Benedetto, Macchia, Del Litto e, ovviamente, di Jean Starobinski.
Stesa a cavallo del 1835-36 ( retrocessa al '32 da un incipit che la avvia a San Pietro in Montorio, sul Gianicolo, la mattina d'una memorabile ottobrata) la Vita rappresenta il bilancio di un borghese cinquantenne, esule e scrittore semiclandestino, che evita la presa diretta del racconto di formazione e sceglie piuttosto la retrospettiva del romanzo familiare. Nella simbiosi di travestimento e impudicizia, il modello è rintracciabile nelle Confessioni di Rousseau, tuttavia dedotto in uno stile che ne reprime l'enfasi e comunica per scatti e soprassalti, anzi per stenogrammi che aboliscono il connettivo e fissano soltanto l'essenziale. In gioco, ancora una volta, è quanto lo stesso Stendhal definisce il «debordante ammasso di io e di me», l'ingombro irremovibile dell'autobiografia, alla lettera la «cosa indecente»: vale a dire, qui, l'infanzia nell'odiata Grenoble, le figure parentali (un padre gretto e reazionario, la madre invece amata di un amore che lambisce il carnale), i postumi della Grande Rivoluzione, il mito di Napoleone (scriverà, malgrado un cocente disamore: «Rispetto un solo uomo: NAPOLEONE»), infine i luoghi/libri/passioni di un'attitudine erratica che vive la superficie dell'esistenza come profondità, aderendo ai dati sensibili e sospettando qualunque trascendenza non coincida con la promise de bonheur, cioè l'emozione estetica, la ricompensa già iscritta nelle molecole del cristallo amoroso o nelle forme dell'opera d'arte: fossero un volto di donna, l'incarnato di un Raffaello, un'aria dell'adorato Cimarosa. Così conclude Lavagetto: «Lo pseudonimo diventa un espediente per dire l'indicibile (...) e soprattutto per dire 'io'. Qualche anno dopo Edgar Allan Poe parlerà di un libro impossibile (...) che nessuno potrebbe scrivere anche se ne avesse il coraggio, My Heart Laid Bare, Il mio cuore messo a nudo. (...) Henry Brulard consente ad Henri Beyle di avvicinarsi a quel libro impossibile (...) lasciando che sia lui ad essere io e a mettere a nudo, episodicamente, il suo cuore». Del resto Brulard è proprio un nome-scrigno, tiene dentro di sé l'antico batticuore, l'ardore etimologico di ogni adolescenza.

“alias”, 7 febbraio 2004

Barthes e Stendhal (Domenico Scarpa)

Roland Barthes
Il 25 febbraio 1980, giorno in cui fu investito da un'automobile, Roland Barthes lasciava nel rullo della macchina da scrivere il se­condo foglio d'un testo intitolato On échoue toujours a parler de ce qu 'on aime: si fallisce sempre nel parlare di ciò che si ama”. Era un saggio dedicato a Stendhal, desti­nato a un congresso milanese. Di­ceva della passione di Stendhal per l'Altro (dove l'Altro era innan­zitutto l'Italia) e della sua «polyphonie de plaisirs», del suo amore irresponsabile per il nostro paese, della velocità di una scrittura che guizza inanellando stereotipi ma irradiandoli d'incanto, fino a pro­porre un'intuizione paradossale: Stendhal, filosofo dei sensi, nei suoi diari e scritti di viaggio è il meno sensuale degli scrittori francesi. L'Italia lo riduce al bal­bettio, all'impotenza espressiva per ingorgo di sensazioni; dice, ma non comunica. Si sbloccherà con la Certosa di Parma, dove l'ir­ruzione delle truppe napoleoni­che in Milano è l'irruzione dell'e­roe Bonaparte, del mito, dell'e­spressione musicale. La bellezza, messa in movimento, diventa fe­sta; l'Italia era una festa mobile. Parlando di Stendhal, Barthes aveva parlato fin dal titolo, per l'ultima volta, di se stesso.

“alias”, 7 febbraio 2004

Berlusconi. Se arrivasse la botta... (S.L.L. - stato di fb)


Ché, se arrivasse la botta, lui è deciso ad andare sul colle e a cantargliele senza peli sulla lingua, con o senza la chitarra di Apicella, a quegli stronzi dei comunisti e al loro comandante in capo: "A furia di ripetere che i rossi controllano qui, controllano là, ci avevo creduto anch'io. E invece non controllate neanche voi stessi. Siete il niente mescolato con nessuno. Tornate nelle tane, puzzole. Se ho da mettermi d'accordo direttamente con gli ermellini".

Nostalgia. Il ritorno non guarisce (di Silvia Calandrelli)

Un recensione che è anche una prima ricognizione su un tema culturale importante. Si rievoca, tra l’altro, la rinascita e il successo della parola nostalgia. Dico “rinascita più che “nascita”, perché il termine è documentato in Omero che soleva formare una parola nuova da due vecchie. Usato (in pochissimi casi, due, se non ricordo male) a proposito di Ulisse non ebbe nell’antichità successo e seguito. (S.L.L.)

(…) Ci sono esilii interiori, non per questo meno crudeli e velenosi. A questa geografia interiore, a quella cruda esperienza di allontanamento e fuga, hanno da sempre guardato moltissimi scrittori e poeti, questo diventando loro tema di vita e di letteratura... Sempre con la tensione del ritorno, sempre con la paura di rimettere piede in patria, sempre con le parole accese d'ira per le terre che via via li adottavano e per quella che li aveva rifiutati. «Noi umani siamo ora una razza straniera, contrassegnata dall'assenza e l'assurdità delle nostre vite risuona dentro di noi». Paròle del sudafricano Breitenbach, ma che potrebbero essere di altri come Wiesel. Manea, Galeano, Giabra Ibrahim Giabra, Kanafani, Brodskij, Darwich, Ngugi wa Thiong'o, Paz, Puig, Milosz... Solo qualche nome. Se Lamartine nel secolo scorso affermava «non vi è nulla in comune tra la mia terra e me», è con questo secolo che quella frase ha acquistato un rilievo prima impensabili.
C'è un sentimento che accomuna tutti, scrittori e boat people: la nostalgia. «Alla condizione dell'esilio, alla sua rappresentazione si addice la nostalgia: ma il desiderium patriae scava solitudini, consuma speranze», scrive Antonio Prete presentando la bella monografìa Nostalgia, storia di un sentimento (Cortina 1992). Una raccolta di testi (di Kant, Starobinski, Von Haller, Rousseau, Pinel, Jankelevitch, Boisseau) che riserva una perla: per la prima volta viene pubblicata la Dissertatio medica preparata nel 1688 da Johannes Hofer (1669-1752). Là il conio della parola nostalgia, originata dalla fusione di nostos (ritorno) e algos (dolore). Prima di allora non esisteva un termine capace di raccogliere con tanta efficacia il sentimento di sradicamento che prova chi è costretto a vivere lontano dalla terra madre, nel caso di Hofer l'oggetto di studio erano i soldati svizzeri. «Cosicché per il significato della parola, Nostalgia starà a significare la tristezza ingenerata dall'ardente brama di ritornare in patria», spiegava Hofer.
Da allora quel termine è diventato tanto comune che forse se ne è persa la ricchezza, dimenticate le variegate sfumature d'esperienza che la compongono. Il senso di estraneità, il sentirsi in nessun luogo, la mancanza di familiarità: la vita dell'esule si muove lungo i costretti itinerari segnati da queste emozioni in un continuo risuonare di evocazione della propria lingua originaria e del suo stridere con la nuova. Dove lingua indica gli spazi di ignote città, i volti stranieri che riflettono l'immagine ben altrimenti straniera dell'esule. Tutta la realtà circostante perde forma e peso, si è guidati dalle ragioni interiori che rivolgono lo sguardo al passato, alla perdita, all'abbandono, all'assenza, alla separazione.
«La nostalgia è una melanconia umana resa possibile dalla coscienza, che è coscienza di qualcosa d'altro, coscienza di un altrove, coscienza di contrasto tra passato e presente, tra presente e futuro. Questa coscienza scrupolosa è l'inquietudine del nostalgico», osserva Jankelevitch. E poco oltre parla di doppia vita dell'esule, «qui e là, né qui né là, presente e assente, due volte presente e due volte assente». In nessun luogo appunto.
E' condizione di chi ha esperienza dello sradicamento, forzato a vivere altrove, ma è condizione anche di colui che fa esperienza di sradicamento interiore. Non più la patria dunque: ai connotati geo-politici si sostiuisce l'individuo, l'identità, l'io, la solitudine dell'esserci. La malattia dei soldati svizzeri indagata dal giovane medico Johannes Hofer diviene, nella storia letteraria, passione catturata dai poeti, «si apre in un ventaglio di sensi, sfuma nell'indefinito, si contamina con tutte le forme di una sensibilità che conosce l'abbandono alla reverie e il bianco torpore dello spleen, diviene insomma la sponda sensitiva e increspata della memoria» (Prete).
Si lascia così, nella storia di questa straordinaria parola, il terreno delle patologie per occupare la dimensione dell'anima. E la nostalgia diviene l'emozione nella quale riverbera il senso di finitezza della nostra vita. Emozione del lutto e della vecchiaia, del tempo conclusivo, rivelazione ineludibile che il ritorno, di cui si era coltivata l'illusione, non è dato. Nell'esperienza del lutto presto la rabbia, la delusione e il dolore lasciano il campo allo struggimento della nostalgia, mezzo grazie al quale si perpetua l'amore, unica possibilità di colmare il senso di vuoto. L'iniziale torpore del dolore, stordente per chi rimane, si tramuta nella coscienza lucida della separazione, della detrazione che una volta di più si è ripetuta. Una cosciente nostalgia che rimane costante, pervasiva, incancellabile: rimpianto dolente per la scomparsa di una parte di sé.
«Il vero oggetto della nostalgia non è l'assenza contrapposta alla presenza, ma il passato in rapporto al presente; il vero rimedio per la nostalgia non è il ritorno indietro nello spazio ma la retrogradazione verso il passato nel tempo» scrive ancora Jankelevitch. Di nuovo accomunati si ritrovano il senza patria e lo straniero a se stesso, l'esule e l'uomo invecchiato. Per nessuno il ritorno è analgesico al dolore. Se anche riuscisse, il ritorno non sarebbe ritorno nel tempo. Itaca e Penelope sono altro dal sogno e dal ricordo, altro è Ulisse, che si chiude in un silenzioso pianto. Il ritorno non guarisce la nostalgia dell'esule, semplicemente perché non vi sarà mai vero ritorno.

“latalpalibri – il manifesto”, 17 luglio 1992

Giancarlo Fusco (di Pino Corrias)

Giancarlo Fusco
Se non fosse che ha scritto due libri memorabili (Le rose del Ventennio e Duri a Marsiglia), qualche migliaio di articoli, interviste, viaggi, rubriche, racconti; se non fosse che la sua faccia rotonda - riccioli e baffi neri, occhi trasparenti come l'acqua - compare in decine di foto, be', si potrebbe dire che Fusco non sia mai esistito.
Si potrebbe dire che l'inarrivabile Giancarlo (La Spezia, giugno 1915 - Roma, settembre 1985) sia solo un insieme di aneddoti smentiti da altri aneddoti, di ricordi smentiti da altri ricordi.
Ha fatto il pugile? Sì, diceva lui. Forse, dubitavano gli altri. Girava senza denti. No, aveva una dentiera comprata a colletta dai giornalisti dell'"Europeo", anno 1950, soldi raccolti dalla sua amica Camilla Cederna. La dentiera se l'è venduta per mangiare. Non è vero niente, al massimo gli mancavano tre denti. Era litigioso. Era un pezzo di pane. Frequentava la mala. Giocava d'azzardo. Era di casa nei bassifondi di Parigi. No, non Parigi: Marsiglia. Possedeva una pistola. Dormiva sotto alle barche in secca sulla spiaggia di Viareggio. La pistola forse era un giocattolo e a Viareggio aveva una casa. Da ubriaco scriveva qualunque cosa. Da ubriaco non scriveva un bel nulla. Per riuscirci doveva dormire almeno un'ora e bersi un litro di caffè. Allora sì, scriveva qualunque cosa, con uno stile inconfondibile, pieno di divertimento: una tappa del giro d'Italia, una udienza del processo Montesi, il Ferragosto a Rimini. Spendeva cifre colossali nei bordelli. Non ha mai avuto una lira. Frequentava solo puttane. Ma no, ha avuto una sola donna e per bene. Che lo amava, riamata. Beveva fino a trenta grappe al giorno, tanto che il signor Nardini (produttore delle medesime), spedendo casse al suo indirizzo, pensava si trattasse di un bar: vero o falso? Chi era Giancarlo Fusco?
Vaime: “Metà delle storie che giravano sul suo conto le aveva raccontate lui, l'altra metà i suoi amici come Oreste Del Buono o Enzo Biagi, che anno dopo anno infilavano varianti. Ma il più bravo di tutti a cambiare le storie era sempre lui”.

In Vita agra di un anarchico, Feltrinelli, 2011

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