16.4.15

Collezione Acchiappati. Lettere dall'Ottocento (Maria Corti)

A partire dal Quattrocento sino ai primi decenni del Novecento gli scrittori italiani hanno spedito per le vie della penisola lettere in tal numero che si è parlato addirittura di una civiltà epistolare italiana, oggi purtroppo minacciata di morte dal telefono. Eppure questo tipo di comunicazione e conversazione, avviata nella tranquillità e nell'agio del proprio tavolo di lavoro, apparteneva alle virtù di una civiltà compiuta: si pensi agli epistolari rinascimentali. La riflessione viene a proposito per il nuovo stimolantissimo volume della «Raccolta foscoliana Acchiappati», dal titolo Lettere autografe e manoscritti di contemporanei (Cordani, pagg. 188,s.p.).
Sulla “Repubblica” del 15 maggio di quest'anno si è parlato del primo volume di questa Raccolta del collezionista Acchiappati e della figura così meritevole del Direttore Sanitario dell'Istituto Ortopedico Gaetano Pini di Milano, che ha trascorso buona parte della sua vita a collezionare tutto ciò che in qualche modo potesse riguardare il Foscolo e a postillarlo accuratamente. Se il primo volume è di particolare pregio in quanto raccoglie ben cinquantasette testi foscoliani (di cui quindici seno lettere inedite in assoluto), questo secondo non è da meno: contiene infatti settantotto lettere autografe di vari illustri contemporanei del Foscolo: da Ippolito Pindemonte a Melchiorre Gioia, a Gian Giacomo Trivulzio, a Giovanni Battista Niccolini, Silvio Pellico, Carlo Porta, e poi Monti, Giordani, Tommaseo, Bettoni, Rosini, la contessa Luisa Stolberg d'Albany, Isabella Teotochi Albrizzi e via di seguito, per non dire di Napoleone, Mazzini, Garibaldi e vari stranieri amici del Foscolo.
Come nell'altro volume, Gianfranco Acchiappati in veste di curatore fornisce per ogni lettera spiegazioni contestuali e notizie preziose: se ne può dedurre che questo epistolario ottocentesco è stato raccolto ai fini di portare luce al grande protagonista assente, il Foscolo. Non vi sono infatti in esso missive indirizzate a Ugo Foscolo, salvo una di Francesco Chiarenti del 1801 di argomento militare, con l'intestazione: «Al cittadino Foscolo Capitano aggiunto al G. Pino» (cioè al generale di divisione Domenico Pino, giacobino amico del Foscolo). Vi sono bensì lettere che hanno per oggetto il Foscolo, oppure che illuminano il contesto storico in cui si mosse il poeta, le sue amicizie e inimicizie.
Eccone qualcuna del primo gruppo. Nel 1810 Niccolini, scrivendo al Valeriani, giurista e letterato veneziano, che gli ha trasmesso i saluti del Foscolo, chiede notizie del poeta rammaricandosi del suo silenzio. La lettera tuttavia maggiormente interessa per la condanna della traduzione omerica del Cesarotti, cui è contrapposta quella lodata, del Monti. Mazzini da Londra invia nel 1837 uno scritto in inglese a Thomas Dixon, che ci sollecita per due ragioni: perché Mazzini ringrazia di aver ricevuto gli Essays on Petrarch del Foscolo, esemplare dell'edizione londinese del 1823. e perché dichiara di non voler più vedere Silvio Pellico, reo di troppa remissività verso gli austriaci. E giacché siamo coi grandi nomi della storia d'Italia, si può ricordare Garibaldi: da Caprera nel 1864 egli risponde alla duchessa di Sutherland che gli ha scritto (la lettera è utilmente riprodotta nei punti essenziali dell'Acchiappati) di essere andata a visitare la tomba del Foscolo, di averne ammirato la «grande semplicità» e inoltre di aver ricevuto una missiva del signor Gurney, un ottantenne che conobbe il Foscolo e lo considerò «la persona più eloquente che mai abbia conosciuto». Orbene Garibaldi, al suo solito piuttosto enfatico, domanda alla duchessa: «Non ricordò nella sua visita a Foscolo — quei bei versi "Celeste, è questa corrispondenza d'amorosi sensi?" Celeste dote di un cuor ben fatto veramente — il porger omaggio ai grandi che furono».
Quanto alla tomba del Foscolo a Chiswick e al successivo trasporto delle sue ceneri a Firenze in Santa Croce nel 1871, vi è qualche lettera sull'argomento: dell'Aleardi al sindaco di Firenze Ubaldino Peruzzi, del Boccardo al principe Corsini, presidente del Comitato appositamente istituito.
Interessante anche una lettera di Giulio Foscolo, fratello minore di Ugo, dalla Moravia, scritta nel 1827 tre mesi dopo la morte del poeta e diretta al nipote Pasquale Rocco Molena, figlio della sorella Rubina. Sulla sorte tragica di vari membri della famiglia Foscolo il postillatore Acchiappati giustamente insiste con dati puntuali, quindi proficui: questo Giulio, mittente della lettera, finirà suicida da tenente colonnello dell'esercito austriaco nel 1838, come era finito l'altro fratello Giovanni Dionigi, tenente ventenne nel 1801; il primo con un colpo di pistola, il secondo con autopugnalata al cuore: segrete avventure di un destino familiare alquanto sconvolgente.
Nella lettera qui edita, Giulio Foscolo dice di accludere al plico notizie su Ugo che devono essere «inserite nel foglio di Venezia tali e quali le spedisco»; da una sorta di poscritto si apprende che le notizie riguardano le origini nobiliari della famiglia, l'ascendenza greca per parte di madre, mentre «da parte di Padre siamo Italianissimi, cosa di cui anche le altre famiglie Foscolo sono con noi d'accordo»; si accenna infine al povero zio paterno Marco Foscolo, medico in Dalmazia, che possedeva l'albero genealogico della famiglia. Anche in questa lettera di Giulio, come in altre dei membri della famiglia, si riscontra un tono qua e là eccitato, fra l'offeso e l'iracondo, che doveva essere un po' una marca familiare.
C'è poi una curiosa lettera in francese di Silvio Pellico all'abate L. Dagatte del 1842, da cui si apprende che al povero Pellico è successo come a Monica Vitti, è stato dato per morto in Francia; egli ringranzia del De Profundis e dei Memento e informa di essere ancora vivo, anche se così sofferente da considerarsi prossimo alla fine. Il lungo carcere lo ha profondamente segnato e ormai nulla rimane Hel Pellico a cui era indirizzata la festosa lettera del Foscolo pubblicata nel numero citato della “Repubblica”.
Forse la lettera autografa in sé più bella dell'epistolario è quella del poeta milanese Carlo Porta all'amico Tommaso Grossi, datata 19 luglio 1817, spiritosa, vivacissima e ricca di motivi. Essa è stata edita da Dante Isella (in Le lettere di Carlo Porta e degli amici della Cameretta, Ricciardi 1967, n. 154) non sull'autografo allora irragiungibile, ma sulla trascrizione del Salvioni. L'autografo offre qualche significativa lezione diversa, ma non è questa la sede per segnalarla.
Come si sa, il Porta era cassiere generale presso l'Imperial Regio Monte Lombardo-Veneto; vediamolo al lavoro: «Anche oggi scrivo nel mio modo solito, nel tiretto cioè del mio bancone di Ufficio, e tratto tratto conviene che lasci la penna per servire i bravi, e buoni reverendoni della campagna, che vengono a truppe a riscuotere le loro congrue, ed i redditi de lor benefici». Poi descrive una salita sul Duomo fino all'ultima loggia, da dove guarda verso Treviglio, dove l'amico Grossi è in villeggiatura. Ma il dato più curioso, e non si sa fino a che punto ludico, è il seguente: «Io non mi sono mai accorto di essere poeta morale, e ciò sarà forse uno di que' doni d'Iddio che ci entrano in corpo per afflato, e di cui si si trova al possesso senza avvedersene. Per dir meglio io sono il Bue che non conosce la propria forza». Non si può chiudere questa panoramica senza ricordare almeno le lettere di due particolari ambienti. Uno è quello dell'editoria, così viva nel Nord allora. Lettere dell'Arici all'editore Stella, del prestigioso stampatore Nicolo Bettoni a Giovanni Gherardini perché collabori al giornale “L'Ape”, dello stampatore parmigiano Luigi Mussi all'editore Stella (lettera da cui si rileva che il problema del numero di copie di stampare e delle vendite era già di attualità). Agli storici invece interesserà in particolare un insieme di documenti quali sono le lettere del generale Pietro Teulié a Carlo Innocenzo Porro dal 1803 al 1807.
Un ultimo cenno a tre lettere del Cesarotti a Tommaso Ulivi sulla tragedia Tieste del Foscolo, data a Venezia e stampata nel 1797. Le tre lettere sono datate al secolo XVIII: risultano cioè fra le più antiche dell'epistolario, insieme a una di Pietro Moscati, una del Pindemonte e un'altra della Teotochi Albrizzi. Nel chiudere il volume si ha la sensazione di aver percorso le strade di un'epoca lontana, quando le più tenui circostanze o i drammi delle varie vite avevano un valore ormai oggi incongetturabile, dimenticato.


“la Repubblica”, 28 luglio 1988

15.4.15

Expo 2015: la famosa invasione dei cinesi a Milano (Gianni Barbacetto)

I conti di Expo non tornano. Non parliamo di soldi e bilanci, ma di cinesi. Sì, perché nelle mirabolanti previsioni del successo planetario di Expo 2015, si è annunciato che per l’esposizione universale arriveranno a Milano 20 milioni di visitatori, tra cui 2 milioni di cinesi. Poi, per paura di essersi fatti prendere la mano dall’entusiasmo, le cifre sono state un po’ ridimensionate: i visitatori saranno 12 milioni, tra cui 1 milione di cinesi. Ma proviamo a fare i conti.
L’Expo dura sei mesi, cioè 180 giorni. Se in sei mesi i cinesi arrivati saranno 1 milione, significa che ne sbarcheranno a Milano 5.555 al giorno. Vuol dire 20 aerei al giorno di soli cinesi per portarli e altrettanti per farli tornare in patria, 40 aerei al giorno. Consideriamo pure che la metà dei cinesi arrivi dalla Cina sbarcando in altre città d’Italia e d’Europa, per fare un tour più ampio di quello del solo sito di Rho-Pero, e che poi raggiunga Milano in bus o in treno. Restano pur sempre 2. 700 cinesi ogni giorno, per sei mesi, che devono sbarcare a Li-nate o a Malpensa: almeno 10 aerei al giorno Pechino-Milano, o Shanghai-Milano, e altri 10 sulla rotta opposta. Faccio fatica a immaginare la scena. Ma se andrà così, val la pena di fondare subito una compagnia aerea dedicata. Se poi ai cinesi uniamo tutti gli altri stranieri attesi, l’affare si fa ancor più complicato. Almeno la metà dei 12 milioni ipotizzati potrebbero arrivare in aereo: 6 milioni di persone, più di 30 mila al giorno. Vuol dire 120 voli in più ogni giorno in arrivo e altrettanti in partenza. Ma è possibile? Non oso poi pensare l’impatto dei previsti 12 milioni sulle strade milanesi, sui taxi, sugli autobus, sui tram, sul metrò. Anche perché chi vorrà visitare l’Expo ci andrà preferibilmente la mattina e ne uscirà la sera tardi, per passarci un po’ di ore e ammortizzare il costo del biglietto (non proprio a buon mercato).
Vuol dire che in città si muoveranno in media oltre 60 mila persone al giorno in più rispetto alla popolazione normale. Un po’ meno nei giorni feriali, molti di più il sabato e la domenica. E prevedibilmente i movimenti saranno concentrati al mattino subito dopo l’apertura (in andata), e la sera a ridosso della chiusura (al ritorno). Decine di migliaia di persone in più, rispetto agli utenti abituali, che useranno auto, bus e mezzi pubblici. Un ingorgo programmato permanente. Quasi quasi agli organizzatori (e ai gestori di servizi, dai trasporti ai ristoranti) conviene sperare che i visitatori siano molti meno del previsto, per evitare di bloccare tutto o collassare il sistema.
Come andrà? Comunque vada, sarà un successo. Ne sono convinto, alla faccia dei gufi. Chi mai dirà che le cose non sono andate secondo le previsioni? A nessuno conviene dichiarare il flop. Il grande circo si metterà in moto, magari con qualche ritardo e larghe aree non finite. I molti lavori in corso anche dopo il 1 maggio saranno nascosti dalle “quinte di camouflage”, come previsto da una gara (da 1 milione e 100 mila euro) per mascherare i ritardi. E i milanesi vivranno per sei mesi immersi nell’aria frizzante e internazionale del “fuori salone”, come succede ogni anno nella settimana del Salone del mobile. Magari all’Expo non ci andranno nemmeno, ma potranno frequentare aperitivi, feste, eventi, manifestazioni, mostre, esibizioni, happening, concerti e auto in doppia fila. Ci sarà da divertirsi, qualche soldo arriverà dai visitatori, cresceranno i seguaci di Airbnb (affittare la propria casa ai turisti e andare a vivere dalla fidanzata o dai parenti). Forse non si nutrirà il pianeta, ma un po’ di energia alla vita dei milanesi, chissà, potrà arrivare.


il Fatto Quotidiano, 20 marzo 2015

Agosto 2010. Luciano Canfora ricorda Elvira Sellerio

La forza d’essere anti intellettuale
Trent’anni fa proposi a Elvira Sellerio una traduzione del più importante pamphlet dell’Atene classica, la cosiddetta Costituzione degli Ateniesi, con un titolo suggeritomi dal compianto e pugnace Lino Micciché: La democrazia come violenza. Einaudi aveva avuto molteplici contorsioni di fronte a quel testo essenziale e sferzante. Elvira Sellerio lo accolse subito nella «Memoria». Molto dopo mi disse: «Naturalmente è il testo di un autore moderno!». Era solo in superficie un «errore». L’editrice, così strutturalmente anti intellettualistica, coglieva la sostanza della questione: che cioè quel libello del tardo V secolo a.C. dice ancora oggi a noi l’essenziale sulla «democrazia».
Così nacque la nostra reciproca stima e, da parte mia, ammirazione. Ricordo la disarmante domanda: «È importante questa cosa che lei vuole mettere in una nota?» (Si trattava del lungo lavoro per La sentenza, sulla uccisione di Gentile: un libro che le deve moltissimo). Risposi di sì. «E allora perché non lo diciamo nel testo? I suoi antichi non mi pare che mettessero le note!».
Vestendosi di «socratica» ignoranza insegnava un po’ di mestiere agli autori. I Greci erano una sua passione. Perciò volle una traduzione completa di Diodoro di Sicilia, dopo aver letto le sue pagine grandi e atroci sulla rivolta degli schiavi in Sicilia. E volle che nascesse una collana, che tuttora vive, «La città antica», dove accogliere testi non triti, corredati di sussidi essenziali. Attraverso la sua collana prediletta, «La memoria», coltivava i legami che non possono spezzarsi. Penso ai numeri di quella collana, lasciati in bianco in memoria di Sciascia. E non posso non esserle grato per avervi accolto il Lessing postumo di mio padre.


Corriere della Sera, 4 agosto 2010

La gatta. Una poesia di Umberto Saba (1883 -1957)

La tua gattina è diventata magra.
Altro male non è il suo che d’amore:
male che alle tue cure la consacra.

Non provi un’accorata tenerezza?
Non la senti vibrare come un cuore
sotto alla tua carezza?
Ai miei occhi è perfetta
come te questa tua selvaggia gatta,
ma come te ragazza
e innamorata, che sempre cercavi,
che senza pace qua e là t’aggiravi,
che tutti dicevano: «È pazza».

È come te ragazza.

dal Canzoniere

Colpi di Stato. La marcia su Roma di Ottaviano Augusto (Luciano Canfora)

Ottaviano, il giovane principe
È il 19 agosto dell’ anno 43 avanti Cristo. «Attraversato il Rubicone, il fiume che segna il confine tra Gallia Cisalpina e Italia, proprio quel fiume che suo padre aveva attraversato allo stesso modo quando ebbe inizio la guerra civile, Ottaviano divise l’esercito in due parti. All’una ordinò di procedere con calma; con l’altra, migliore, mosse rapidamente verso Roma». Così lo storico Appiano di Alessandria narra il secondo passaggio del Rubicone.
Ottaviano, figlio adottivo di Cesare, nonché unico superstite dei capi che, per conto del Senato, hanno affrontato Antonio - l’erede politico di Cesare! -, nella campagna ferocissima sotto Modena, per impedirgli il controllo della Gallia Cisalpina, marcia, appena diciannovenne, contro Roma. Vuole imporre al Senato la propria elezione al consolato, massimo potere statale, in violazione di tutte le leggi della Repubblica. Due legioni chiamate dall’Africa, incaricate di presidiare il Gianicolo per sbarrare la strada all’usurpatore, passano dall’altra parte. Il Senato manda a dire all’usurpatore che si potrebbero indire regolari elezioni cui lui potrebbe partecipare.
Ma è troppo tardi. Un manipolo di uomini armati, capeggiati dal centurione Cornelio - è Svetonio che lo racconta - è ormai davanti al Senato. Entrato, getta indietro il mantello e mostrando l’elsa della spada quasi del tutto sfoderata «non esita a dire in piena Curia: «Questa lo farà console se non lo farete voi!».
Ottaviano era un precoce. Poco più che adolescente era già un politico consumato, capace in ogni istante di misurare i risultati delle sue azioni ed i rapporti di forza. Usava dire che «coloro che corrono dietro un piccolo vantaggio con un grande rischio sono come quelli che vanno a pesca con un amo d’ oro». Mentre marciava su Roma aveva fatto rifugiare le sue donne - la madre Azia e la sorella - nel tempio di Vesta, sotto la protezione delle vestali. Entrato in Roma volle che esse gli venissero incontro sulla soglia del tempio. Sapeva, come già il suo padre adottivo - che era uno scettico, ma anche pontefice massimo - che la religione ha un ruolo fondamentale nella politica.
Al suo ingresso in Senato, dopo il liquefarsi degli eserciti regolari che avrebbero dovuto fermarlo, incontrò con fare condiscendente i senatori che fecero la fila per stringergli la mano. In coda alla fila c’era Cicerone, il quale ebbe la debolezza e il cattivo gusto di vantarsi con lui di essere stato il primo a proporre in Senato che gli fosse aperta la strada al consolato. Ottaviano rispose con sarcasmo definendolo «l’ultimo dei suoi amici»: gioco di parole sul doppio valore di «ultimo».
Il vecchio statista che si umilia davanti al giovane avventuriero ha suggerito a Ronald Syme in quel capolavoro della storiografia del Novecento che è La rivoluzione romana, il confronto con il vecchio Giolitti che avalla la presa del potere, previa «marcia su Roma», da parte di Mussolini. Come ha scritto efficacemente Arnaldo Momigliano, che lesse quel capolavoro nella Oxford ormai oscurata per timore delle bombe tedesche nel settembre 1939, «il libro afferrava il lettore, stabiliva un rapporto immediato tra l’antica marcia su Roma e la nuova, tra la conquista del potere di Augusto e il colpo di Stato di Mussolini, e forse quello di Hitler». (Momigliano scriveva queste parole nel 1962 quando non era obbligatorio, per essere «politicamente corretti», affermare che Hitler aveva preso il potere con regolari elezioni). Un pregio grande del libro di Syme era che l’analogia scaturisse dalle cose, mai i nomi della vicenda politica contemporanea sono pronunciati. Le analogie più incisive sono che quelle che non hanno bisogno di cartelli segnalatori.
Il fulcro era proprio sul ruolo di Cicerone, statista di consumata esperienza che si illude di pilotare il giovane avventuriero il quale a sua volta si presenta come il difensore della legge e dell’ordine contro l’«eversivo» Marco Antonio. Il «ragazzo» - così Cicerone lo chiamava scrivendo ad amici fidati lettere che tuttora si conservano - sarebbe stato messo da parte una volta assolto il suo compito. Cicerone lo fece colmare di onori prematuri e comandi straordinari, lo fece affiancare ai consoli che combattevano Antonio intorno alla città di Modena. Diceva «bisogna sollevarlo»: tollendus, che in latino significa tanto «portarlo in alto» quanto «toglierlo di mezzo». Credeva di avere a che fare con una pedina. Ottaviano stette al gioco, perseguendo il suo gioco. Riuscì a rimanere unico comandante sul campo delle truppe «regolari» della Repubblica, e qualcuno con buona ragione pensò che avesse liquidato o fatto liquidare lui i due consoli, incredibilmente morti entrambi nella campagna contro Antonio («pari fato» diceva Ovidio, con un allusivo «per uguale fatalità»). Dopo di che, sventato il rischio di vedersi dare il benservito - ma non era facile coi consoli morti tutti e due sul campo -, fece una conversione netta degli eserciti piovutigli tra mano e marciò contro il Senato, attonito e frastornato, invano messo in guardia da Marco Bruto, lontano e pronto ad una nuova guerra civile.
Syme aveva scritto il suo grande libro nel 1938, e lo licenziò per la stampa nel giugno 39. La situazione politica europea tra la vigliaccheria anglo-francese a Monaco e la caduta di Madrid (marzo 39), mentre montava la crisi per Danzica, era radicalmente cambiata. Perciò stonano le parole di comprensione per il regime augusteo che Syme pone al centro della sua prefazione: «Alla fine non resta che accettare il principato poiché esso se da un lato abolisce la libertà politica, dall’altro vale a scongiurare la guerra civile». Illusione rovinosa.

Postilla
Anticipazione di una conferenza tenuta all'Auditorium di Roma qualche giorno dopo, questa sintesi fu pubblicata sul “Corriere della Sera” l'11 novembre 2006.

"Così vogliono gli dei". La persecuzione dei cristiani nell'antica Roma (Lidia Storoni)

Masaccio - La Crocifissione di San Pietro nel Polittico di Pisa
Non sono ancora spenti gli incendi accesi dalle bombe di Israele, e nel Libano un presidente cristiano, la cui elezione aveva subito messo in agitazione i cittadini musulmani, viene assassinato. In Iran, Khomeini infierisce contro i dissidenti e annuncia una crociata islamica contro l'Occidente. Londra è funestata dagli attentati dei cattolici irlandesi, Parigi da quelli contro gli ebrei. In Polonia, il culto della Madonna diventa sempre più il simbolo dell'istanza di indipendenza nazionale e di autonomia sindacale. Dal ciclo di Auschwitz non si è ancora dissipato il fumo dei forni, e a Roma c'è chi, per esprimere il proprio dissenso verso uno Stato straniero, va a insultare il tempio delle sua religione, dove sono incisi i nomi dei morti di quei forni.

Oracoli bruciati
Ma, si sa, dietro i conflitti religiosi, e eresie, le riforme, dietro Arnaldo da Brescia, Savonarola e Lutero c'è sempre un vasto retroterra di malcontento economico-sociale, e di rivendicazioni nazionali. Anche nell' antica Roma, filoni mistici e correnti di pensiero offrivano sfogo allo sgomento e al dissenso di strati emarginati; la contestazione si esprimeva nel rifiuto degli irritabili numi tutelari, nell'anelito a un Dio unico per tutti i popoli e nell'attesa di un Salvatore vindice degli oppressi. Spesso gli oracoli che ne annunciavano l'avvento furono bruciati, spesso i filosofi e i sacerdoti di religioni straniere furono espulsi; infatti i culti diversi da quello ufficiale, le dottrine che minavano i valori ortodossi erano, come scrive Mc Mullen, «enemies of the Roman Order», nemici dell'ordine imposto da Roma; e come tali sospetti.
Nel complesso, però, a Roma gli dèi delle comunità immigrate, purché restassero nel loro ambito, erano tollerati. La sala dei culti orientali, nei Musei capitolini, contiene statue di Cibele, Iside, Giove Dolicheno; nel sottosuolo dell'Urbe, i Mitrei rintracciati da Vermaresen sono circa un centinaio. Perché, dunque, i cristiani furono perseguitati?
Questo interrogativo è stato al centro dell'ultimo convegno internazionale dell'Accademia Storico-Giuridica Costantiniana che ha sede a Spello e fa capo all'Istituto di Storia del Diritto dell'Università di Perugia (nelle sue tornate annuali gli studiosi d'ogni paese che vi partecipano prendono in esame problemi di diritto romano del IV e V secolo).
In realtà, come ha osservato nella prolusione Gabrio Lombardo, i dati giuridici delle persecuzioni scarseggiano. Del resto, al contrario di quel che si crede comunemente, le condanne non derivarono da una politica coerente, da una legislazione regolare; furono piuttosto misure d'ordine sporadiche, prese in luoghi e tempi diversi da governatori docili a denunce o a manifestazioni del popolo, che voleva un capro espiatorio in occasione d'una siccità, d'un incendio o d'un terremoto: sciagure inflitte agli uomini dagli dèi offesi. Mentre la discontinuità della politica imperiale sta a indicare l'incertezza nell'identificare il fenomeno della nuova setta, l'ostilità delle masse rappresenta la difesa della propria identità culturale, dell'appartenenza rassicurante a un gruppo omogeneo.
Il rinnovamento promosso dal Vangelo non era una rivoluzione di classe, non poneva rivendicazioni nazionali o economiche; postulava invece la libertà dell'individuo nella sfera del sacro: una dimensione ignota ai romani, avvezzi a identificare gli dèi con lo Stato. Altri elementi d'opposizione, già operanti, si immettevano nel cristianesimo: il corruccio dei moralisti, le attese dei mistici, il diniego dei filosofi ai valori di Roma: virtus, amor patrio, gloria, onori, potenza; mète ingannevoli per chi si librava nel ciclo cristallino della metafisica. I cristiani apparivano atei, per la semplicità delle loro cerimonie; si astenevano da spettacoli osceni e cruenti, dalle feste nazionali, dai mestieri attinenti alla religione dei pagani e ai loro piaceri. Avversi alla violenza, erano implicitamente obbiettori di coscienza. Le testimonianze della loro astensione dalle armi sono rade e tarde: il De Corona diTertulliano è del 211, i due legionari renitenti citati da Cipriano furono suppliziati nel 250 — reati gravi in un'epoca in cui i disertori erano mandati al rogo. Via via che aumentava il numero dei convertiti, più allarmante si faceva il loro diniego globale dei valori fondamentali di Roma; diventava più inquieta la vigilanza, più spietata la repressione.
La versione tradizionale delle persecuzioni è prevalentemente posteriore ai fatti, probabilmente amplificata per motivi di propaganda; i martiri servono sempre alla causa. Si è cosi creato un patrimonio figurativo oleografico, riprodotto migliaia di volte dall'arte cristiana, didattica e ripetitiva, dagli affreschi delle Catacombe ai santini di Sacrestia, dai Misteri Medioevali a films come Fabiola o QuoVadis. Dai primi Acta Martyrum sono scaturite leggende che in qualche caso si sono adagiate nell'alveo di miti classici lentamente dimenticati, con perfetta coincidenza di luoghi e date festive e analogia di vicende e di nomi (le leggende agiografiche e «i santi successori degli dèi» sono stati studiati dallo storico francese Déléhaye). Alcuni tratti dei racconti, inoltre, ricalcano le Vite degli oppositori stoici che, come racconta Tacito, si tagliarono le vene sotto Nerone e Domiziano: vi si incontra lo stesso atteggiamento fermo e sereno di frante a sbirri e proconsoli, invariabilmente goffi e brutali.

Ossatura invisibile
Direttive precise del governo appaiono abbastanza tardi. Anzi, secondo Tertulliano — che scriveva in Africa 200 anni dopo — Tiberio avrebbe proposto al Senato di accogliere nell'Olimpo romano il nuovo Dio di Israele: una notizia, a mio avviso, insostenibile. I padri coscritti si sarebbero opposti, dichiarandosi non sufficientemente informati sulla resurrezione; e questo rifiuto, secondo alcuni studiosi, fu un regolare senatus consultus, che pose automaticamente il cristianesimo nella categoria delle religioni illecite. Tale precedente giuridico avrebbe consentito anni dopo a Claudio di espellere dall'Urbe i cristiani perché fautori di disordini, e nel 64 a Nerone di imputar loro l'incendio di Roma ed emettere quel decreto detto Institutum Neronianum, di cui non c'è traccia, nel quale avrebbero trovato giustificazione legale le successive persecuzioni.
Se fosse così, alla legge di Nerone si sarebbe appellato Plinio, governatore della Bitinta, anziché scrivere a Traiano per chiedergli come doveva comportarsi verso quegli inoffensivi contestatori che si chiamavano cristiani, rei soltanto di sottrarsi ad atti di culto rivolti alla statua dell'imperatore. E se Plinio non avesse conosciuto quel provvedimento, poteva rammentarglielo Traiano o emanarne un altro, anziché rispondere, come fece, con molta moderazione. Evidentemente non ne sapeva nulla neanche Adriano, il quale, pochi anni dopo, in una situazione analoga, ordinò che fossero puniti soltanto coloro che, a seguito di denuncia firmata e regolare processo, risultassero autori di reati contemplati dal codice. Se, nel secolo successivo, i sovrani infierirono contro la nuova setta, fu per la sua enorme diffusione in anni particolarmente difficili; le svalutazioni monetarie, le rivolte militari, le incursioni barbariche, l'imposizione fiscale intollerabile pesavano sulla popolazione: tutta colpa — dicevano — di quei lugubri negatori degli dèi; nelle loro riunioni si compivano atti osceni e sacrifici umani.
A metà del III secolo, con Decio, con Valeriano, l'intervento dello Stato fu inesorabile. Era prevista la condanna a morte per chi si rifiutava di bruciare incenso davanti all'immagine imperiale, sacrificare e consumare la carne dell'animale ucciso. Di questa imposizione — trasgredire alla quale era reato di lesa maestà, equiparato già sotto Augusto ad alto tradimento — ci sono pervenuti i documenti: 43 formulari — i famosi libelli — conservati in papiri egiziani, che si dovevano firmare a prova del rito compiuto e venivano poi rilasciati a guisa di certificati che il cittadino era in regola con la legge. Questa specie di censimento religioso non aveva il minimo contenuto dottrinario, ma dimostra gli sforzi delle autorità per raggiungere con la forza una coesione etico-politica e religiosa in uno Stato in disgregazione. Se ne furono vittime i cristiani e non gli adepti di altri culti, ciò dipese dal fatto che il credo cristiano vietava quell'atto di totale dedizione allo Stato.
Da allora la persecuzione diventò ufficiale, imperversò sotto Diocleziano, ebbe sussulti di recrudescenza. Ma per pochi anni: la Chiesa ormai aveva definito la dottrina, le norme etiche, la liturgia, le gerarchie; aveva costruito un'ossatura invisibile ma salda all'interno d'uno Stato in disfacimento. Ben presto gli sarebbe subentrata.
Soltanto dalla seconda metà del III secolo, dunque, la repressione fu il mezzo adottato dallo Stato per soffocare un movimento che ormai aveva raggiunto una vastità allarmante: se noi ci ritirassimo, scrive Tertulliano, le piazze e i mercati sarebbero deserti. Vi pose termine Costantino con la sua conversione; o meglio, con la sua perspicace valutazione dell'entità numerica e culturale del fenomeno.
Sarebbero poi cominciate le persecuzioni contro i pagani.


“la Repubblica” - Ritaglio senza data ma 1982

14.4.15

Il pittore. Una poesia di Gianni Rodari

Una volta c’era un pittore
povero in canna:
non aveva nemmeno un colore,
e per fare i pennelli
si era strappati i capelli.

Andò dal padrone del Blu
e gli disse:” Per favore, dammi tu
un po’ di colore
per dipingere un cielo.
Ma mica tanto, un soffio, un velo”.

“Vattene, vattene, fannullone,
pezzo di accattone,
se non vuoi che ti lisci il groppone
col bastone!”

Andò dal padrone del Giallo
e gli disse così:
“Prestami qualche avanzo
di colore, un ritaglio,
abbastanza per fare un girasole”.

Ma quello lo aggredì
con un torrente di male parole:
“Pezzente, delinquente,
la finisci di seccare la gente!”

Andò dal padrone del Verde,
andò dal padrone del Bruno,
ma non gli dava retta nessuno.

Infine pensò:
“Il Rosso ce l’ho!”
Detto fatto un dito si tagliò.
E il Rosso gocciò sulla tela:
era una lagrima appena,
una perla di sangue,
ma tinse in un istante,
la tela intiera,
rossa come un falò di primavera,
rossa come una bandiera,
come un milione di rose.

E il povero pittore
adesso che aveva un colore
si sentì ricco più di un imperatore.

da Filastrocche in cielo e in terra

13.4.15

La poesia del lunedì. Federico Garçia Lorca (1898 - 1936)

El canto quiere ser luz.
En lo oscuro el canto tiene
hilos de fosforo y luna.
La luz no sabe qué quiere.
En sus limites de ópalo,
se incuentra ella misma
y vuelve.

---

Il canto vuole essere luce.
Nel buio il canto possiede
fili di fosforo e luna.
La luce non sa che cosa vuole.
Nei suoi confini di opale,
viene incontro a se stessa
e se ne va.

da CANCIONES (1921 - 1924) - Traduzione S.L.L.

12.4.15

Carlos Fuentes, la sovversione barocca (Guy Scarpetta)

Nel 2013, a un anno dalla scomparsa Guy Scarpetta propose un bilancio dell'opera di Carlos Fuentes in grado di andare al di là dell’immagine ingentilita che talora si dà dello scrittore messicano. Non è male rileggerlo. (S.L.L.)
Carlos Fuentes
La questione è nota: ciò che qualifica i grandi romanzi è la capacità di produrre effetti di verità che sfuggono a tutti gli altri sistemi di rappresentazione e di interpretazione; di rivelare una parte dell’esperienza umana a cui solo l’arte del romanzo permette di accedere. Questa era la tesi di Hermann Broch, sviluppata oggi da Milan Kundera, e che Carlos Fuentes, dal canto suo, non ha cessato di riprendere e di amplificare.
E infatti, se si vuole comprendere, per esempio, qualcosa del Messico (dei suoi paradossi, delle sue ambiguità, della sua violenza fondatrice nascosta e sempre presente, della sua memoria plurale e ingarbugliata), più dei discorsi storici, filosofici, politici e sociologici, vale la pena leggere romanzi come L’ombelico della luna, La morte di Artemio Cruz, Cristóbal Nonato e La frontera de cristal...
Quando Fuentes ha cominciato a scrivere, i giovani scrittori dell’America latina erano per così dire obbligati a scegliere il proprio campo: ci si doveva schierare per il realismo o per l’immaginario e il fantastico: per l’ancoraggio alla realtà nazionale o per l’apertura cosmopolita; per la letteratura impegnata o per le pure ricerche formali. Alcuni intorno a lui (il colombiano Gabriel García Márquez, l’argentino Julio Cortázar, il peruviano Mario Vargas Llosa, il cubano José Lezama Lima) decisero di non scegliere, di iniziare a superare queste antinomie immobilizzate, e di riconciliare ciò che la doxa si ostinava a contrapporre, Questo è stato definito il boom del romanzo latinoamericano – in realtà, probabilmente il più prodigioso rinnovamento dell’arte del romanzo che si sia sviluppato nella seconda metà del XX secolo.
Di questo movimento, Fuentes fu in qualche modo il federatore, e in larga parte il teorico. Tuttavia, non si trattava di una scuola: ciascuno di questi romanzieri, aldilà di ciò che li riuniva, resta irriducibilmente unico. Quanto a Fuentes, ciò che lo distingue è il fatto di essere indubbiamente il più balzachiano di tutti, non perché egli si sottoponesse a un codice di rappresentazione convenzionale, ereditato dal secolo precedente (egli avrebbe piuttosto teso a fare andare in frantumi tale codice), ma nel senso che ha avuto l’ambizione incessante, nel cuore stesso della più sfrenata immaginazione, di dipingere l’implacabile ritratto di una società.
Qualche capolavoro da eleggere, nel mezzo di una produzione sovrabbondante? L’ombelico della luna e La morte di Artemio Cruz, due romanzi magistrali, capaci di abbracciare, attraverso la pluralità di voci e di visioni, l’intera genesi contradditoria e violenta del Messico contemporaneo, o ancora Cristóbal Nonato, parossistica antiutopia in cui lo stesso Messico è proiettato in un’Apocalisse carnevalesca, un «turbine di ilarità e orrore» (per riprendere la formula di Stéphane Mallarmé) capace di farne emergere la parte oscura molto meglio di tutti i racconti realisti.
L’apice della sua opera? Certamente Terra Nostra, il «mostro» di un migliaio di pagine in cui un messicano del XX secolo sogna la Spagna di un tempo così come la Spagna stessa aveva sognato il Nuovo mondo; e in cui la Spagna, di colpo, nel 1975, sul punto di risvegliarsi dall’incubo franchista, riceve in pieno viso il romanzo sulla sua verità, ovvero sia sul suo mito originario che sulla dislocazione di questo. Siamo contemporaneamente in numerosi luoghi e in numerose epoche, i personaggi si trasformano e si reincarnano, la storia è fantasticata, trasfigurata; le figure storiche reali si mescolano a quelle del romanzo e del mito (la Celestina, Don Juan), gli incantesimi e i malefici proliferano; il fanatico desiderio di ortodossia del personaggio centrale, il Monarca, la sua ansia di purezza, lo trascinano verso una sorta di religione della morte, mentre attorno a lui turbinano le eresie, i sogni di emancipazione propri dei tempi moderni, e la scoperta del nuovo mondo genera un’autentica commozione, uno strano intreccio di temporalità. L’incrocio che ne risulta resuscita misteriosamente la pluralità rimossa e disconosciuta dello stesso mondo ispanico (la sua triplice origine musulmana, ebrea e cristiana). Nell’insieme, un romanzo sbalorditivo, barocco, sovversivo, in grado di suscitare, grazie ai suoi stessi straripamenti, effetti di lucidità e profondità che nessuno storico toccherà mai.
Aggiungiamo a ciò alcuni saggi fondamentali: El espejo enterrado, summa senza precedenti consacrata alla civiltà latinoamericana, esplorata in tutte le sue dimensioni; Valiente mundo nuevo e Geografia del romanzo in cui Fuentes, attraverso una meditazione critica su alcuni grandi scrittori contemporanei, ci svela in filigrana la sua arte del romanzo. Fuentes nota che il mondo indio (quello di Montezuma, «l’uomo dalla grande voce») e del mondo ispanico (quello, cattolico, dei conquistatori) condividevano in fondo la stessa rigidità dogmatica, generando la medesima tirannia di una verità unica. A ciò, egli oppone l’universo creato dal romanzo, in cui i punti di vista si confrontano e si contraddicono, capace di fare emergere il non detto e il rimosso delle verità ufficiali: un universo nel quale «nessuna voce e nessuna persona detiene il monopolio della verità»; «il romanzo, non soltanto come luogo di incontri di personaggi, ma come spazio di incontro di linguaggi, di tempi storici differenti e di civiltà che non avrebbero senza di esso alcuna chance di entrare in relazione».
La conquista ispanica del Nuovo mondo fu sanguinosa e distruttrice? Si, ma ne è nata una civiltà meticcia, vivace, ricca della sua diversità. Le società precolombiane sono state annientate? Si, ma l’immaginario indio è passato nella lingua dei vincitori, come quelle chiese messicane in cui il paradiso degli indigeni si muove nell’iconografia cattolica imposta. Gli abbondanti romanzi di Fuentes, in fondo, non hanno cessato di incarnare tutto questo.
Era sufficiente frequentare Fuentes per un po’ di tempo per riuscirne talvolta a percepire, al di là dell’immagine ufficiale che egli poteva dare di se stesso (quella di uno scrittore controllato, educato, «diplomatico», lucido, ipercolto, cosmopolita, dalla logica intellettuale abbagliante), il sorgere fugace, quasi a sua insaputa, di qualcosa di molto più enigmatico, oscuro, selvaggio e irrazionale. Si poteva pensare che fosse esattamente il suo immaginario indio a trasparire così, in qualche istante di abbandono.
Gli intellettuali più radicali, in America latina, gli hanno talvolta potuto rimproverare le sue posizioni troppo saggiamente socialdemocratiche, la sua ammirazione eccessiva per dirigenti come Felipe González, François Mitterrand e William Clinton, per non parlare dell’antipatia più recentemente dimostrata verso Hugo Chávez… Tali rimproveri possono essere giustificati; resta il fatto che sarebbe comunque assurdo ridurlo a questo. Chi penserebbe di ridurre Gustave Flaubert alla sua allergia per il suffragio universale? O Victor Hugo alla sua incomprensione della Comune di Parigi? Ricordiamo che Fuentes, tuttavia, non ha mai cessato di denunciare l’imperialismo degli Stati Uniti e la dominazione imposta all’America latina. Non fu tra coloro, numerosi, che sono scivolati dalla legittima critica antitotalitaria all’accettazione dell’ordine mondiale esistente; questo è stato anche il senso profondo della sua rottura con Vargas Llosa e della sua leggendaria polemica con Octavio Paz.
Ma l’elemento essenziale dell’apporto politico di Fuentes è evidentemente altrove: nei suoi stessi romanzi. Non perché essi sarebbero sottomessi a una tesi, ma perché la visione che danno della società permette di rendere chiare esperienze umane misconosciute, ignorate dalle concezioni strettamente politiche del mondo; cosa che faceva supporre uno sguardo critico senza concessioni sulle ingiustizie, sugli abusi di potere, sulle disuguaglianze, una costante attenzione verso gli esclusi e i paria della sua nazione, a cominciare dalle popolazioni indigene.
Fuentes scriveva che «la letteratura è necessaria alla politica quando dà voce a chi non ne ha.» Una delle grandi funzioni del romanzo consiste nel «dare la parola ai muti e un nome agli anonimi.» La maggior parte dei messicani, osservava, figli degli spagnoli e degli indios, si identifica spontaneamente, nella mitologia, con i secondi; cosa che non impedisce loro di essere indifferenti alle sorti degli indigeni reali che vivono tra loro… Uno dei documenti politici più appassionanti di questo tempo potrebbe essere, tutto sommato, la sua conversazione epistolare, sul tema, con il subcomandante Marcos. Per il resto, ancora una volta, è sufficiente leggere i suoi romanzi: non vi è stato nessun altro scrittore, nel XX secolo, così vicino al suo popolo.
Ma soprattutto è necessario vedere in Fuentes un vero militante del romanzo. Come se il romanzo, per lui, fosse una causa da difendere. Un’arte la cui visione è così eterodossa, nel nostro mondo sottomesso alla dittatura combinata dello spettacolo e del mercato, che merita che ci si batta per essa. Da qui la sorprendente rete di solidarietà che Fuentes ha saputo tessere intorno a sé, le sue relazioni con la maggior parte dei veri romanzieri contemporanei in tutti i paesi. Una sorta di connivenza a distanza, che ignora le frontiere, l’internazionale segreta di tutti coloro che sanno che il romanzo è molto più di un genere letterario tra gli altri: piuttosto un’indispensabile istanza di resistenza alle visioni dominanti. È indubbiamente qui che Fuentes ha potuto dispiegare una qualità poco diffusa, in generale, negli ambienti letterari convenzionali: quella di essere eccezionalmente fraterno.


“Le Monde diplomatique – il manifesto” Luglio 2013 - Traduzione di Al. Ma.

La vera poesia (Eugenio Montale)

La vera poesia è simile a certi quadri di cui si ignora il proprietario e che solo qualche iniziato conosce. Comunque la poesia non vive solo nei libri e nelle antologie scolastiche. Il poeta ignora e spesso ignorerà sempre il suo vero destinatario. Faccio un piccolo esempio personale. Negli archivi dei giornali italiani si trovano necrologi di uomini tuttora viventi e operanti. Si chiamano coccodrilli. Pochi anni fa al Corriere della Sera io scopersi il mio coccodrillo firmato da Taulero Zulberti, critico, traduttore e poliglotta. Egli affermava che il grande poeta Majakovskij avendo letto una o più mie poesie tradotte in lingua russa avrebbe detto: “Ecco un poeta che mi piace. Vorrei poterlo leggere in italiano”. L’episodio non è inverosimile. I miei primi versi cominciarono a circolare nel 1925 e Majakovskij (che viaggiò anche in America e altrove) morì suicida nel 1930. Majakovskij era un poeta al pantografo, al megafono. Se ha pronunziate tali parole posso dire che quelle mie poesie avevano trovato, per vie distorte e imprevedibili, il loro destinatario.

Dal discorso tenuto all’Accademia di Svezia per il conferimento del premio Nobel
12 dicembre 1975.


Piccolo valzer viennese (Federico Garçia Lorca)

Pierre-Auguste Renoir, Bal a Bougival (1883)
A Vienna ci sono dieci ragazze
una spalla dove singhiozza la morte
e un bosco di colombi disseccati.
C’è un frammento del mattino
nel museo della brina.
C’è una salone con mille finestre.
Ahi, ahi, ahi, ahi!
Prendi questo valzer con la bocca chiusa.

Questo valzer, questo valzer, questo valzer,
di sì, di morte e di cognac
che bagna la coda del mare.

T’amo, t’amo, t’amo
con la poltrona e col libro morto,
nel malinconico corridoio
nell’oscura soffitta del giglio,
nel nostro letto della luna
e nella danza che sogna la tartaruga.
Ahi, ahi, ahi, ahi!
Prendi questo valzer dalla cintura spezzata.

A Vienna ci sono quattro specchi
dove giocano la tua bocca e gli echi.
C’è una morte per piano
che tinge d’azzurro i ragazzi.
Ci sono mendicanti sui tetti.
Ci sono fresche ghirlande di pianto.
Ahi,ahi,ahi,ahi!
Prendi questo valzer che muore nelle mie braccia.

Perché t’amo, t’amo, amor mio,
nella soffitta dove giocano i bambini,
sognando vecchie luci d’Ungheria
nei rumori della tiepida sera,
vedendo pecore e gigli di neve
nel silenzio oscuro della tua fronte.
Ahi,ahi, ahi,ahi!
Prendi questo valzer del “T’amo sempre”.

A Vienna ballerò con te
con una maschera
a testa di fiume.
Guarda che rive di giacinti!
Lascerò la mia bocca tra le tue gambe,
l’anima in fotografie e gigli
e nelle onde oscure del tuo passo
voglio, amor mio, amor mio, lasciare
violino e sepolcro, i nastri del valzer.


Traduzione di Carlo Bo. Dal sito “La poesia e lo spirito”

Un punto nel tempo. Una poesia di Hugh Mcdiarmid (1892 – 1978)

Ora tu capisci come le stelle ed i cuori si uniscono l’uno con l’altra,
E come ora ci può essere una fine, ora un ostacolo
Come le dimore sconfinate, perfette ed inseparabili nello spirito,
Come ogni parte può essere infinitamente grande o infinitamente piccola,
Come la lontananza estrema non è che un punto, e come
Luce, armonia, movimento, forza 
Tutti identici, tutti separati, tutti uniti sono vita.

11.4.15

Gualtiero Bertelli: Venezia e una fisarmonica (Alessandro Portelli)

“Mia mamma diceva sempre che ero nato roverso, che fassevo tuto el contrario de quelo che dovevo far. Eccomi qua”. Gualtiero Bertelli racconta come canta e come parla: con naturalezza, con semplicità e con profondità. Il suo libro, Venezia e una fisarmonica. Storie di un cantastorie (Nuova Dimensione, 2014, pp. 251, 15 euro) intreccia lingua e dialetto come le sue canzoni, per raccontarci di un’infanzia e adolescenza dentro una Venezia operaia di cui oggi resta poco o niente, di una storia musicale che comincia con una fisarmonica strimpellata e passa per l’epopea del Nuovo Canzoniere Italiano, di una scuola pubblica dove un maestro intelligente e creativo può fare tante cose importanti. La canzone più famosa di Gualtiero Bertelli è Nina, probabilmente la più bella di tutto il nostro canone della canzone politica e di protesta, proprio perché la politica non è sbandierata ma incarnata nei suoi effetti sulle vite, i sentimenti, i rapporti dei protagonisti. Anche questo è un libro politico, che racconta senza fare prediche tante stagioni di lotte e stagioni di crisi, con uno sguardo al tempo stesso partecipe e disincantato, con l’ironia e il senso dell’umorismo di chi, attraverso cambiamenti ed evoluzioni, crede ancora alle cose fondamentali che lo hanno formato. E anche per questo il libro si legge con un piacere non superficiale. Fra l’altro, non mancano momenti divertenti – per esempio, l’incontro con un timido e sconosciuto Fabrizio De André all’esame di compositore per la SIAE; o le irresistibili canzoni anticlericali scritte con Mario Isnenghi.
Le protagoniste, come dice il titolo, sono due: la città e la musica. Giustamente, il libro comincia prima della nascita del protagonista, con la nascita delle case e dei quartieri: “All’inizio degli anni 30 il governo fascista pensò di affrontare il problema devastante dei senzatetto con un piano nazionale di costruzione di case che, per pudore, definì ‘minime’”. Il ragazzo che ci è vissuto canterà poi: ci vuole un bel coraggio a chiamarle case, una stanza di quattro metri con un gabinetto alla turca; “I le ciama case quei disgrassai che ga vissuo per ani da bestie, che ga ciamà case le sofite, i magaseni, i sotoscala”. Ci vorrà un sindaco comunista negli anni ’50 per costruire le case popolari alla Giudecca –
“Campomarte, più o meno cinque ettari pullulanti di gente, uomini, donne, giovani, anziani e un numero infinto di bambini riversati da mattina a sera, d’estate come d’inverno, per le strade”. Da queste strade comincia la musica di Gualtiero Bertelli, figlio e nipote di operai che qualche strumento lo suonavano e che alla nascita sentenziano: “Gualtiero farà il musicista” e lo spediscono a lezione di fisarmonica all’età di cinque anni: “Metite in testa che la fisarmonica ti ga da impararla, parché chi che sa un strumento no mor de fame”. Gualtiero debutterà suonano l’Ave Maria di Schubert con la fisarmonica alla festa dell’Unità di Campomarte. La storia di Gualtiero Bertelli musicista, militante politico, autore di canzoni indimenticabili (“Primo agosto Mestre sessantotto”, “Stucky…”) è parte della storia della cultura di opposizione da almeno mezzo secolo;: l’incontro con Luisa Ronchini, la ricerca sulla canzone popolare a Venezia, l’incontro con Gianni Bosio, i concerti in giro per l’Italia… Ma Gualtiero non appartiene solo agli anni ’60: a dieci anni di distanza, darà un seguito a Nina raccontandone disillusioni e rimpianti; all’inizio del terzo millennio fa squadra con Gianantonio Stella cantando il racconto dell’emigrazione italiana anche per ammonirci sulla xenofobia e il razzismo che prendono piede in Italia e nel suo stesso Nordest; e più tardi ancora riscopre le figure dei cantastorie antichi e canta ballate nuove su storie del Novecento veneto e italiano, sconosciute, marginali e necessarie.
In mezzo, c’è il suo vero mestiere: quello di maestro elementare, che sceglie, negli anni di fermento nella scuola, del Movimento di Cooperazione Educativa, di andare a insegnare nella roccaforte operaia di Mira e scandalizza il provveditorato presentandosi in jeans e maglietta, e fa i conti con i doppi turni, con il travaglio della scuola media unica, con la difficoltà di dare la parola a bambini che non ci sono stati abituati… “L’altro giorno Luciano non aveva la penna e il quaderno…” racconta una sua canzone: e lui è il maestro capace di accorgersi che non è per negligenza ma perché suo padre è operaio alla Mira, sono in sciopero, non hanno quasi da mangiare.
“Ho sempre amato la storia”, scrive verso la fine. “Le canzoni l’accompagnano e la documentano, con continuità e con rappresentatività. Si sono cantati fatti, speranze, desideri, ma anche contrasti, dolori, inganni… Non c’è fase della nostra storia che non sia stata accompagnata da canzoni che ancora oggi la fanno ricordare, amare, rifiutare o temere”. E conclude: “Non ho mai smesso di dare concerti per raccontare storie con parole e canti. Storie che avete letto, o che forse leggerete domani”.



il manifesto 10.2.2015  

Lu Hsun. Lo spettro cinese (Franco Fortini)

La statua di Lu Hsun all'Università di Pechino
I saggi di Lu Hsun sono utili e attuali. Ci provano che fra la prima e la seconda guerra mondiale i temi di fondo della coscienza intellettuale sono stati, nonostante le apparenze, identici in Occidente e in Cina. E castigano tanti oggi, e fra i più giovani e generosi, indotti a credere che qualsiasi tentativo di sintesi fra «trasformazione del mondo» (rivoluzione) e «mutamento della vita» (salvezza personale) sia possibile senza una iniziale sconfitta dell'individuo. Non voglio dir nulla, qui, della bellezza formale dei saggi, peggio per chi non se n'avvede; del gusto della ricchezza ironica, della sapiente futilità, della scherma stilistica, tutti se ne possono accorgere da soli, da noi nessuno è cosi sprovveduto da non capire certe cose e magari solo quelle. Comunque, dalla introduzione e dalle sedici fitte pagine di brevi biografie corrispondenti ai nomi cinesi del testo, Lu Hsun — uno di quegli autori che come Pil'niàk o Vallejo hanno avuto bisogno di un intero giro di boa dalla cultura per venire o tornarci innanzi - è situato, per la prima volta, in termini storici e culturali cosi chiari da non perdonar più nessuna pigrizia. Lu Hsun razionalista, uomo della «luce », educatore, combattente, politico, narratore, traduttore; ma anche uomo delle «tenebre», che sa bene come il suo lavoro, se pure assunto come mestiere e servizio, «consista intrinsecamente nella continua ricerca di una soluzione formale» e quindi non «serva» alla rivoluzione; e che, pur lottando contro la tradizione, testimonia come nei livelli anche infimi della vita arcaica e contadina, nella «morte che vive» dei villaggi e della propria stessa memoria è contenuta una verità irrinunciabile che può e deve esser restaurata man mano che ci si venga liberando dall'oppressione, pietà filiale insomma che si deve esprimere simultaneamente alla distruzione della casa paterna. Chi avesse difficoltà a capire questo discorso, rammenti che nella poesia occidentale la più tragica figurazione di questa verità è nel dialogo del viandante con Filemone e Bauci, al quinto atto del II Faust.
Ricordo la casa di Lu Hsun a Shanghai e come le foglie di una pianta, dal cortile, movessero le loro ombre sul piccolo tavolo di lavoro. «In questi trent'anni, sotto i miei occhi il sangue di tanti giovani strato a strato si è ammucchiato fino a seppellirmi cosi da non poter respirare; posso solo scrivere qualcosa con questa penna e l'inchiostro, come scavassi tra il fango una piccola fessura e vi sporgessi la bocca per un ultimo respiro — che mondo è questo ».
Il male e la negatività sono rifiutati, con ogni energia; eppure quel che è accaduto e accade è irrecuperabile e insanabile. Lu Hsun detestava Dostoevskij ma era spinto al tavolo di lavoro da un orrore che il russo aveva ben conosciuto; solo che nel cinese subentrava la certezza della irrilevanza dell'individuo e l'ironia disperdeva ogni resto di retorica. Ma prudenza, nella lettura; si rischia di mancarne il meglio se ci si lascia ingannare dalla leggerezza apparente.
Sulla linea di un pensiero di Mao («Mettete al primo posto la distruzione e nel corso del processo avrete l'edificazione») scrive nella sua introduzione E. Masi: « ... il recupero della tradizione, possibile solo a misura che se ne distrugge il dominio... ». Questo significa che, per poter essere efficacemente combattuta la tradizione (in quanto autorità, passato) dev'essere quella dominante. Quella particolare forma di potere che è il potere ideologico è tanto più forte quanto più è impietrito, quanto più è cosificato, prossimo a farsi struttura, ad esserlo. Di qui l'ordine rivoluzionario di colpite alla radice; ma essa è, lo sappiamo, «l'uomo stesso». Dove credevi trovare un modo, una forma, una struttura, trovi uomini ossia qualcosa che dev'essere risolto sempre e di nuovo in modi, forme e strutture. Le menti scientifiche qui si impazientiscono, dicono che quella dello uomo « microcosmo » è un'idea da letterati. Eppure basta voltare il capo ed ecco che quanto avevi astratto è tornato a quagliare, a riconfondersi. Vieni — nella ricerca della tradizione, ossia della tua determinazione dominante — a non poter più distinguere la coazione «materiale» della tua struttura biologica e dei modi di produzione in cui sei immerso, dal peso dei criteri ideologici (etici, ad esempio, o estetici). «L'ultima analisi» della famosa frase di Engels continua ad essere rimandata. Di qui la tendenza inevitabile a falsi scopi, ad oggetti interlocutorii; a battaglie contro tradizioni parziali.
Gramsci, più di trent'anni fa, non aveva opposta una ad un'altra tradizione, per la cultura italiana? Nei suoi medesimi anni, Lukacs non aveva fatto lo stesso nei confronti della filosofia classica tedesca e del marxismo, a livello «occidentale»? Oggi l'Occidente rivoluzionario, ove esista, sa che se vuole rivelare fino in fondo i caratteri di classe della propria tradizione culturale e sormontarli — quella che di solito connota per feudal-cristiana, illuministico-borghese, socialdemocratica — può farlo solo commisurandola con la sua impresa maggiore: l'assoggettamento coloniale o semicoloniale del resto del mondo (e delle proprie medesime classi oppresse). Naturalmente, una tale descrizione è già stata compiuta, dalla storiografia, dalla antropologia; per quanto su fronti opposti, un Lévi-Strauss e un Fanon, per dire i primi nomi che vengono alla mente, escono certo dai fianchi dell'Occidente. Ma anche Tacito scriveva sui Germani molto tempo innanzi che i vescovi imprendessero a considerare le invasioni come nemesi allo smisurato potere imperiale. La «distruzione del dominio», ossia della «tradizione» dell'Occidente continua ad essere un fatto della coscienza culturale, ossia in realtà un caso di falsa coscienza finché non si dia rivoluzione politica nell'Occidente.
E chiediamoci se questo tema si è mai posto, in questi termini, prima d'ora, all'Occidente. Nemmeno la Rivoluzione di Ottobre aveva potuto farlo. Oggi è possibile, invece. Perché la «negazione della negazione» è quella nuova forma di «proletario» che si chiama in verità vecchio e nuovo colonizzato, il «colonizzato nazionale» dell'industria (culturale e no) e quello «internazionale», lontano o vicino, negro, USA, brasiliano, indiano o come si voglia.
La condizione del continente cinese (fa osservare E. Masi) è, in questo processo, paradossale: come quella di una cultura di altissima tradizione che vuol negarsi e superarsi in presenza di due elementi contradditori, quelli che appunto si affrontano nella Cina moderna la cultura-scienza occidentale — già usata come strumento distintivo dalla generazione del 4 maggio — che presiede oggi, in parte recepita e in parte combattuta, alla costruzione socialista; e la forma che, «linguaggio degli schiavi», quella cultura-scienza ha assumo nell'universo coloniale. Di qui, tra parentesi, l'ambiguità dell'esperienza cinese per l'Occidente, le violente reazioni che suscita in Unione Sovietica. Per l'Occidente è più facile affrontare — al limite, integrare — l'«uomo con la roncola» cubano o congolese, di cui ci parlò Fanon, che non l'inafferabile (più «avanti»? più «indietro»?) Rivoluzione cinese.
Il problema della distruzione rivoluzionaria si è posto alla coscienza di un Lu Hsun, nella Cina 1915-35, con una evidenza che non aveva avuto nella Rivoluzione sovietica. Mezzo secolo di lotta ideologica e politica nella Russia zarista aveva dibattuto a fondo il tema dei rapporti vuoi con il passato storico nazionale, vuoi con l'Europa occidentale. E il risultato era stato nulla meno che Lenin. In Cina, tutto s'era svolto invece nell'imputridimento coloniale di un intero universo unitario. Ecco perché mi sembra che, in un Lu Hsun, la violenza delie dilacerazioni — che solo per via d'ironia potevano trovare espressione —, l'estrema frantumazione dell'opera scritta — e pare quasi di aver a che fare con i frammenti d'una esplosione; i frammenti di una complicatissima tradizione... — tutto quel che insomma con un linguaggio ancora metaforico e rozzo chiamavo, tanti anni fa e proprio parlando di Lu Hsun, «rapporto fra decadentismo e rivoluzione», non è altro che la voce di quella verità di cui prima parlavo, della unione di necessità biologico-economica e di necessità ideologica che si rivela, abbagliante, nei momenti di rivoluzione-conversione, quando una scelta formale (di linguaggio, di scrittura, di criteri, etici) diventa, per chi vuol compierla, indistinguibile dai macigni storici, dalle sterminate campagne alluvionali che sono state il regime della proprietà nella Cina postimperiale, dal fiume di conflitti che le travolgono e dalle scariche di piombo del Kuomintang.
Come lo sapeva — letteralmente morendo della contraddizione — lo scrittore Lu Hsun quando, lui che nel 1927 aveva detto agli ufficiali dell'Accademia Militare di Whampoa «la migliore cosa è che non abbiate rispetto per la letteratura... il meglio è ancora comporre un canto di guerra che, se ben scritto, letto durante il riposo dopo la battaglia può essere piacevole», nove anni più tardi, poco prima della morte, scriverà: «la vita quotidiana di un combattente non è tutta canti e pianti; ma quando tutto è legato a canti e pianti, allora si ha un vero combattente»! L'autodistruzione dell'intellettuale non è più, forse, quella dei poeti suicidi della Rivoluzione d'Ottobre, di cui pure Lu Hsun ci parla; e nemmeno la prospettiva storica d'una scomparsa della divisione del lavoro; mai e poi mai, naturalmente, l'« impegno » del mandarino rivoluzionario e funzionario. È semmai in una non compiaciuta né voluttuosa ma ironica «contemplazione della morte», nella coscienza di essere veramente l'unione di un morto e di un vivo. Ma che cos'è l'unione di un morto e di un vivo? È uno spettro. Questa può essere la letteratura in una età di rivoluzione.
Lu Hsun da ragazzo, nel suo villaggio, recitava le parti di spettro nelle notti del teatro tradizionale, all'aperto, davanti ai contadini. Il tema dello spettro torna frequentemente nelle sue pagine. E l'uomo che in punto di morte detta le sue magnifiche e implacabili disposizioni testamentarie che guardano verso la vita è quello stesso che ha sempre guardato anche verso le creature che dal passato, dalla tradizione, si nutrono del nostro sangue: Se a mezzanotte mi comparisse una donna dal viso incipriato e le labbra rosse come la Dea Impiccata, vecchio come sono correrei ancora verso di lei...
Per questo l'opera di Lu Hsun è un episodio della rivoluzione mondiale. Distrugge i tumuli degli antenati, ne sparge i resti, vi semina i cereali di cui i sopravvissuti si nutriranno. Esercita atterrita la necessaria empietà filiale.


Da Verifica dei poteri, Il Saggiatore, 1965

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