21.1.19

La poesia del lunedì. Andrew Motion (Londra 1952)



Sul tavolo

Ci terrei a precisare che ho comprato
questa tovaglia
con il suo semplice disegno ripetitivo
di fiori viola scuro non menzionati
da alcun botanico
perché mi ricorda quel vestito stampato
che indossavi
l’estate che ci siamo conosciuti (un vestito
– hai sempre sostenuto –
che non ti ho mai detto che mi piaceva).
Be’, mi piaceva, sai. Mi piaceva.
Mi piaceva un sacco, che ci fossi tu dentro
oppure no.

Come è potuto uscirsene così in silenzio
dalla nostra vita?
Detesto (proprio detesto) l’idea di qualche
altro sedere
che faccia svolazzare a sinistra e a destra
quelle pesanti corolle.
Detesto ancor più immaginarmelo sgretolarsi
in una discarica
o fatto a brandelli – un pezzo qui che pulisce
un’astina dell’olio
un pezzo là intorno a una crepa in un tubo
di piombo.

È passato tanto tempo ormai, amore mio,
tanto tempo,
ma stanotte proprio come la nostra prima
notte sono qua,
la testa leggera tra le mani e il bicchiere
pieno,
che fisso i grossi petali sonnolenti fino
a quando si mettono in moto,
amandoli ma con il desiderio di sollevarli,
di schiuderli,
persino di farli a pezzi, se questo è quanto
ci vuole per arrivare
alla tua bellissima pelle, desiderosa,
calda, candida come la luna.

Aa.Vv., Nuove poesie d’amore,Crocetti Editore 2010 - Traduzione di Helena Sanson

2012. Luciano Canfora dalla Grecia alla Grecia. Un’intervista sullo choc europeo (Massimo Stella)


Al tempo dell'intervista che segue imperversava il governo Monti, frutto di un golpe oligarchico “europeista” che la sinistra politica e sindacale non ebbero la forza e/o il coraggio di contrastare e che è all'origine di molte disgrazie italiane. Nonostante i sette anni trascorsi le sue riflessioni anticonformistiche mi paiono assai utili. (S.L.L.)


Luciano Canfora negli anni 80 del Novecento
TORINO
Abbiamo incontrato Luciano Canfora a Torino, la città che egli definisce «la vera capitale d’Italia». Il suo ultimo libro, Il mondo di Atene, Laterza, è un vasto affresco sulla democrazia antica che giunge in tempi di grave crisi dei sistemi democratici contemporanei e riattiva la memoria storica del lettore intorno a temi e problemi del nostro mondo, dalla crisi della rappresentanza, al tramonto della concertazione politica, al neoimperialismo del villaggio globale.

Partiamo dalia Grecia di oggi. Dal dopoguerra, in Occidente, consideravamo naturale che stato, istituzioni e democrazia costituissero un trinomio solidale. Ma, se guardiamo quanto avviene oggi in Europa, e in Grecia soprattutto, può venirci il lecito sospetto che stato e istituzioni tornino a essere macchina dispotica di una classe dominante. Dobbiamo recuperare, per fare un esempio, l'analisi di Lenin in Stato e rivoluzione?
Il caso Grecia è un caso limite dei processi economici e dei movimenti istituzionali dall’alto verso il basso che coinvolgono ormai l’intera area euroatlantica, perché di tali processi la Grecia è anche vittima. Ciò che accade oggi in Grecia - paese molto più di confine dell’Italia - risale sicuramente alla posizione geopolitica che essa ha avuto nel confronto tra Est e Ovest dal 1945 al 1991. La guerra civile greca fu un episodio tragico: l’abbandono dei partigiani a se stessi, la brutale tutela sulla sovranità greca, la messa al bando di una serie di formazioni politiche, e poi, dopo la parentesi democratica del patriarca Papandreu, i Colonnelli, diretta emanazione dei servizi americani, in un momento di conflitto totale tra Ovest e Est dell’Europa. Oggi la Grecia è un paese massacrato, con una casta ricca totalmente svincolata dalla popolazione e dal territorio, il che rende la situazione ancor più umiliante e il dramma del povero Papademos è quello di essere sempre prono e tuttavia di deludere sempre i suoi mandanti.

E quanto alla lettura leninista dello stato padrone?
Io non starei così vicino nel tempo. Ci sono due testi, antipodici, più lontani cronologicamente: tra il 1819 e il 1848 ci sono Benjamin Constant e Karl Marx. I due dicono sul punto che ora ci interessa sostanzialmente la stessa cosa: ad alcuni piace ad altri dà disagio. Constant dice: la ricchezza è più forte del governo, il governo si deve inchinare, la ricchezza alla fine si nasconde e vince. Marx dice: i governi sono il comitato d’affari del capitale. Poi uno si schiera come gli pare.

Nel suo libro appena uscito, la democrazia ateniese risulta essere il prodotto di «una grande élite che accetta di governare un popolo bigotto e oscurantista». Si tratta forse di un principio strutturale che genera il sorgere dei grandi sistemi democratici occidentali?
È strutturale. Certo, può sembrare controcorrente dirlo per chi sostenga una versione deamicisiano-democraticistica, o se vogliamo anche mazziniana, risorgimentale, «quando il popolo si desta Dio si mette alla sua testa...». Il culto del popolo come tale, di per sé portatore sano di valori, è una generosa, simpatica ingenuità, perché non esistono portatori di valori innati, se non nella fantasia o nei mistici. Il popolo ha bisogno di un contrasto, di un’élite dirigente - parola antipatica, diciamolo pure - che si ponga in termini di educazione politica. Nessun perbenismo politico ci deve impedire di comprendere questo e comprenderlo sdrammatizza il dramma caratteristico di ogni formazione di sinistra, cioè disperarsi perché non ottiene la maggioranza. La maggioranza non è data dal padreterno: si conquista attraverso la pedagogia politica, ormai da lungo tempo dismessa. Il demo ateniese, nel piccolissimo della società di V e IV secolo, è al tempo stesso egemonico rispetto ai sudditi finché può e incline a sfruttare coloro che ritiene subalterni: il popolo della Lega, oggi, ritiene che gli immigrati siano o dei potenziali schiavi o degli sfruttatori - quindi ha lo stesso atteggiamento ostile e repulsivo, perché disabituato a frequentare un’educazione di tipo progressivo. Ed è un popolo bigotto nel senso che è vittima di pregiudizi di ogni genere: nel caso ateniese pregiudizi di carattere religioso - come quando un noto capo democratico propone di chiudere le scuole di filosofia per andare incontro alla sua base, e in una situazione molto simile si trovò anche il clan pericleo di Anassagora rispetto all’ateniese medio democratico.

Un aristocratico inglese di antichissima famiglia, lord Romney, commentò in questo modo, nel 2008, la perdita del proprio posto ereditario alla Camera dei Lords, in seguito alla riforma già avviata da Blair, non ci vuole democrazia, ma «magnanimità e dirigenza di chi è ben educato», perché la democrazia è «un trucco per consultare tutti e fare ciò che nessuno vuole». Sembra di sentir parlare il Vecchio Oligarca della Costituzione degli Ateniesi. Secondo lei è auspicabile oggi il governo di un'élite «magnanima e ben educata»?
Mi piace quest’episodio evocato che si riannoda ad altri tasselli, uno dei quali è la parola stessa democrazia, controversa in sé stessa e malvista in Inghilterra fino agli inizi del Novecento. La reazione di fronte al fenomeno democratico può essere di due tipi: uno è comprenderne la dinamica e indirizzarla verso gli obiettivi dell’uguaglianza sociale; l’altro e opposto, è quello che accomuna il Vecchio Oligarca, gli artefici del colpo di stato del 411 a. C. ad Atene e Lord Romney: i quali, tutti, sanno benissimo mettere in luce i difetti del potere popolare in virtù di un cinico sofisma: poiché siete una belva incondita, allora il potere passi a noi perché siamo gli unici a potervi educare. Costoro vogliono trascurare che il potere popolare può essere indirizzato in un senso piuttosto che in un altro a seconda della cosciente avanguardia politica che lo guida. Antifonte, nel suo scritto Sulla verità colpisce al cuore l’antiegualitarismo sostanziale dei democratici liberi cittadini primo iure e, però, come rimedio, propone il restringimento del corpo civico ai ben educati. Ecco perché bisogna guardare il fenomeno popolo-governante con due ottiche completamente diverse.

Lei cita più di una volta la definizione che Max Weber dà della democrazia antica come d’una «gilda politica che si spartisce il bottino». Possiamo dirlo anche delle democrazie postmoderne e del nuovo imperialismo globale, sia delle sue élites che dei suoi ‘popoli’?
Io sono un sostenitore dell’analogia come forma a priori del conoscere storico, ma occorre precisare alcune specificità. L’esempio del «vero ateniese» di V sec. a. C. ha delle grandi potenzialità diagnostiche, a più uscite. Da un lato ci fa pensare al meccanismo di esportazione del modello in prospettiva giacobina, poi bonapartista, ovvero all’imposizione di modelli di tipo collettivistico-sovietico, dopo il '45: paesi fratelli, ma in realtà chi diserta viene schiacciato, proprio come accade a Samo quando si ribella all’egemonia ateniese, e allora Pericle porta dieci strateghi, una flotta immensa e la schiaccia. Ma l’impero ateniese si può leggere anche da un’altra ottica analogica che ci porta sul versante opposto. Ad esempio, il fenomeno del gingoismo: il sindacalismo americano, nazionalistico, patriottico, egoistico al massimo, che in nome del benessere d’una parte cospicua della classe operaia americana, era intimamente imperialistico, e riteneva, ad esempio, cosa sacrosanta l’America del Sud come cortile di casa. Il demo ateniese che «si spartisce il bottino» è la stessa cosa, perché compartecipa del vantaggio dell’impero.

E l’attuale «gilda» europea?
La novità nella quale oggi ci troviamo è che, finito il periodo della contrapposizione di sistema, con il disfacimento di uno dei due poli, si è determinato un fenomeno che io amo chiamare la vittoria della Germania nella Seconda Guerra Mondiale. Nella situazione nuova, la Germania ha vinto la seconda guerra mondiale, diventando, con la riunificazione, il pilastro di un impero continentale, che è la cosiddetta Unione Europea, in cui c’è spesso un condominio a due, di antica data, cioè l’asse franco-tedesco.

È una cosa molto forte quella che dice...
In questo sono molto legato a Teopompo: perché Teopompo prosegue Tucidide fino al 394? Per dire che non è vero che Sparta ha vinto la Guerra del Peloponneso, in quanto Conone ricostruisce le mura, ricrea la flotta e, quindi, la vittoria spartana del 404 si è dissolta. Ora, il fenomeno che abbiamo adesso sott’occhio è che l’Unione è una gabbia d’acciaio. Un uomo sicuramente intelligente, Tremonti, ha scritto un libro, se vogliamo tardivo, intitolato Uscite di sicurezza, dove si diverte a mettere tra virgolette le parole di coloro che scrissero le regole di Maastricht, in primis Jacques Attali, eminenza grigia dello staff Mitterrand: «abbiamo creato un meccanismo che impedirà a chiunque di uscire dall’euro». Il senso di questo gioco è creare la certezza che il mercato non si sarebbe disfatto, perché esso è la base dell’egemonia. Noi siamo costretti a stare là dentro perché la Germania ha bisogno del mercato europeo e ha bisogno che abbia una moneta unica. Quindi non c’è solo il processo di svuotamento della democrazia, ma c’è anche un processo specifico di subalternità al paese dominante, cioè al vero vincitore della Seconda Guerra Mondiale.

Lei ha dedicato un libro, tempo addietro, alla filologia come scienza della verità e della libertà. L’intellettuale, lo storico, almeno a partire dalla Rivoluzione francese e in tutte le vere democrazie, ha questa consegna: coltivare la verità e la libertà. Secondo lei, nell’attuale quadro politico ed economico, qual è il compito dell’intellettuale?
Io sono tendenzialmente prudente quando qualcuno vuole additare i compiti dell’intellettuale. L’intellettuale è molto più veloce: egli arriva cioè prima a capire i processi. Quando si parla di opportunismo dell’intellettuale, si dice una cosa vera, ma al cinquanta per cento: perché è in virtù di questa velocità di comprensione che l’intellettuale si spinge a fare per tempo cose le quali poi, a posteriori, sembrano opportunistiche, cioè frutto dell’allineamento rapido sul cangiamento del reale. E questo è un vantaggio e un limite. È un vantaggio perché l’intelligenza va apprezzata comunque. È un limite, perché quello intellettuale è un gruppo sociale che ha bisogno di gratificazioni e, quindi, dove può ottenerle se non dal potere al quale si propone come interlocutore privilegiato? Nell’attuale panorama, in cui tutto è disperso o frammentato in mille situazioni concrete, io credo che il modello socratico del tafano, questo Socrate-tafano che dà una molestia continua, sia un valore positivo, sgradevole sul momento, ma produttivo sulla distanza.

In che senso produttivo?
C’era un sofisma, un tempo, che aveva un certo fascino: il partito politico come intellettuale collettivo, un partito politico, cioè, che, educati i propri quadri alla disciplina mentale e alla conoscenza, si facesse catena di trasmissione di pensieri rispetto a una classe. Ora tutto questo non c’è più. Dopo un’egemonia reazionaria, con varie sfumature, il compito principale degli intellettuali è smascherare un rapporto di potere: ci avete raccontato la favola che questo mondo coniugava libertà e democrazia, non è né l’uno né l’altro e spieghiamo il perché. Si tratta di squadernare questo equivoco logoro, che è servito, durante una fase storica, a vincere una grande partita. Ora che è stata vinta, dobbiamo parlar chiaro: disturbare les fables convenues.

Le oligarchie, come ci insegna l’esperienza degli antichi fino ai nostri tempi, hanno bisogno di formazione e di cooptazione. E le democrazie - cioè noi oggi - come garantiscono i ‘migliori’? Attualmente in Italia è esploso il problema del reclutamento della dirigenza, finalmente...
Con la scuola. Secondo me l’unico grande argine e vivaio fecondo, nel crollo complessivo delle formazioni politiche, anche ormai per la loro povertà di pensiero, è la scuola. Infatti la scuola è il bersaglio: ecco perché viene umiliata, subissata di fatiche inutili, deprivata di risorse, ridotta a parcheggio, perché è il luogo più pericoloso e fecondo.

E l’Università?
Nell’Università è più facile demolire: la riduzione della validità sacrosanta del titolo di studio, la distruzione del sistema statale, le isole beate dell’eccellenza e la depressione da «serie C» di tutto il resto. L’Università è più debole perché non è un approdo obbligato e quindi si può dire meglio che bisogna rinunciare a un egualitarismo deteriore. Purtroppo, le premesse di questo sono state nel semplicismo della rivoluzione culturale sessantottesca, obiettivo altissimo che, poi, di fatto, ha dato una mano a intaccare il funzionamento di quell’istituzione contro cui oggi si può sparare. Fu una partenza sbagliata e si è rivelata tale. L’indurre un processo di banalizzazione o di abbassamento di livello sembrava, all’inizio, solo demagogia e il tutto è stato accolto con entusiasmo da chi voleva realizzare la disuguaglianza. Oggi capiamo che è servito a determinare le isole di quella parola insopportabile che è «eccellenza». E le riforme di centro-sinistra ci hanno sospinto verso il Quarto Mondo: l’Università dovrebbe alfabetizzare masse enormi, facendo passi spaventosi e gratuiti. La sinistra deve fare grossa autocritica su questo punto.

Nel suo libro, ha un ruolo importante l’occhio del comico, Aristofane, puntato sulla scena politica democratica, e d’altra parte lei concesse tempo fa un’intervista a Sabina Guzzanti per Viva Zapatero. Di che cosa ridiamo o vogliamo ridere, in questo momento...?
Sì, certo, ne ho precisa informazione. La gente adesso ride e vuole ridere di questa élite di cui non si fida perché è piovuta dal cielo, élite ancora una volta egemonica, scaturita da mediazioni più o meno credibili, come le ginnastiche elettorali. E ha ragione a non fidarsi: anche l’oligarca Antifonte era un uomo di primo ordine, ma ciò non toglie che non c’è la volontà giusta. Questa reazione nei confronti del nuovo governo si è prodotta in neanche due mesi ed è già sul proscenio.

Chiudiamo sul filo mordente della battuta comica. Ho sentito dire, da più di un amico filologo (non giovane), che l’attuale governo è paragonabile alla svolta oligarchica del 411 a. C. in Atene. Come commenterebbe?
Sì, lo è. Non so se si debba paragonare più a quella del 411 o a quella del 404: il 404 è ancora più ideologizzato. Nel 404 lo stato guida da additare era un modello più completo: si veniva da una catastrofe e da una sconfitta irreparabile. Effettivamente, il governo che è stato abbattuto usava il populismo in maniera quasi perfetta, populismo malvisto dai ricchi veri e professionali, mentre la grande sintonia era con «la bestia bionda», il popolo leghista e televisivo. Quel governo era esemplare dal punto di vista populistico: il consenso è dominio. Questi dell’attuale governo no, perché sono raffinati, sono preparati, tecnici, sanno benissimo che non potrebbero affrontare una campagna elettorale se non con l’aiuto esterno e quindi si tratta di un gruppo oligarchico a tutti gli effetti. Dopodiché la loro tragedia sarà di dover scegliere in che direzione applicare e indirizzare il rigorismo. E sarà appunto la loro tragedia.

Box
IL LIBRO: EXCURSUS E ANATOMIA IDEOLOGICA
Il ritratto di Alcibiade del Museo di Sparta (fonte Wikipedia)
Il libro di Luciano Canfora Il mondo di Atene (Laterza, pp. 508, € 22,00) è una diagnosi politica della democrazia ateniese tra V e IV sec. a. C. Prende le mosse dal mito di Atene, con l’archetipo dell’epitafìo di Pericle in Tucidide, e da lì si rifrange in altre letture (Platone, Isocrate, Lisia, la Costituzione degli Ateniesi), sino alla moderna elaborazione storiografica: la reazione antigiacobina di Constant, per un verso, e di Tocqueville, per l’altro, raccolta, quest’ultima, da Weber e, via-Weber, da Finley, la linea weimariana di destra (Bogner) che si nobilita nel nome di Wilamowitz, e di sinistra, Rosenberg, che rimprovera alla democrazia ateniese il bolscevismo imperfetto; la linea Tory britannica (Mitford); quella del progressismo liberale di Grote fino a Glotz. Quindi si passa alle componenti strutturali della democrazia ateniese - la parola pubblica in assemblea e in teatro, la questione della ricchezza, l’egualitarismo -, considerate da entrambi i fronti del conflitto intemo alla città, la maggioranza democratica e la minoranza oligarchica, sul terreno di due casi esemplari: Melo (con Tucidide, Euripide, Isocrate) e la crisi del 415. La parte centrale del libro esamina la Guerra del Peloponneso come fenomeno storico e politico, evento bellico e sedizione civile: prodotti necessari della polis imperialista, e ‘analoghi’ del lungo periodo di guerra che impegnò l’Europa tra il 1914 e il 1945. Segue l’analisi dei movimenti operati dalle oligarchie all’interno del contesto bellico post-siciliano sino ai Trenta e alla guerra civile finale: Antifonte, Frinico, Teramene, Crizia, tra il va e vieni di un Alcibiade «ornamento di tutte le cospirazioni», sono i protagonisti esaminati nella polifonia delle voci antiche e delle molteplici «verità» su di essi. Figura simbolica del IV secolo, su cui il libro si chiude, è Demostene, che cerca un’ultima possibilità di autonomia per Atene. (ma.ste.)

talpa libri - il manifesto, 11 marzo 2012

L'educazione di un popolo. In Cina De Amicis va a braccetto con Confucio (Maurizio Scarpari)

Xi Jinping, insieme ad altri familiari, porta a spasso il vecchio padre in un parco di Pechino
“L'educazione d’un popolo si giudica / innanzi tutto dal contegno ch’egli tiene per la strada». Leggevo la traduzione di questo aforisma deamicisiano su un pannello «pubblicità progresso» nella metropolitana di Shanghai, meravigliato che il libro Cuore avesse riscosso tanto successo in Cina. Da noi la frase avrebbe fatto sorridere, ma non in quel Paese, abituato ai manifesti e agli slogan un tempo dedicati agli ideali del socialismo, oggi inneggianti ai valori etici confuciani. Sono espressione di un populismo illuminato e al tempo stesso autoritario che trae ispirazione da un principio cardinale del confucianesimo classico, tenuto presente dai governanti di ogni epoca: il primato del popolo (yi min wei zhu; da questa locuzione deriva la parola «democrazia», minzhu).
Il principio, elaborato da Mencio nel IV secolo a.C., ha fissato con chiarezza le priorità del potere istituzionale: «Il popolo occupa il primo posto, poi viene lo Stato e per ultimo il sovrano» in un’ottica in cui «il mondo ha il suo fondamento nello Stato, lo Stato nella famiglia e la famiglia nell’individuo». In Cina il populismo (mincuizhuyi) ha mantenuto nei secoli il focus sulla collettività ancor prima che sull’uomo. Eppure, nonostante le riforme avviate negli ultimi decenni, in Occidente la Cina è ancora percepita come un Paese illiberale. Il suo leader, autoritario e accentratore, è paragonato a un imperatore che governa con pugno di ferro. Rappresenta un modello invidiato da statisti come Donald Trump ma, mentre il presidente americano non riscuote un vasto consenso nel suo Paese, Xi Jinping gode del favore di gran parte dei cittadini, per i quali è Xi Dada, «Zio Xi».
Come si spiega quest’apparente contraddizione? La stima e l’affetto di cui Xi Jinping gode sono dovuti non solo ai buoni risultati conseguiti da quando è al governo, ma anche a un’abile operazione di propaganda, volta a ridurre l’enorme distanza che si era venuta a creare tra il Partito comunista, il solo organo indipendente a cui tutte le altre istituzioni sono subordinate, e l’uomo comune, a lungo vessato da burocrati e politici impegnati nella difesa di privilegi ottenuti illegalmente e ostentati senza alcun pudore. Appena nominato segretario generale del Partito, Xi ha decretato la fine del «periodo dell’umiliazione nazionale» imposto dalle potenze straniere a partire da metà Ottocento e ha annunciando l’inizio di un grande Rinascimento destinato a riportare la Cina al centro del tianxia, «ciò che è sotto il cielo», com’era stato fin prima della Grande Divergenza, promuovendo l’orgoglio nazionale e i valori patriottici, affinché non solo i cinesi residenti in patria, ma anche le comunità all’estero si sentano partecipi del processo di rinnovamento e contribuiscano alla rinascita del Paese e alla diffusione della sua cultura tradizionale.
Questo sogno identitario presuppone uno sforzo corale verso un obiettivo comune che trasformerà il sogno da cinese a globale. Abbiamo così visto il presidente-di-tutto ergersi a paladino della globalizzazione e del libero mercato in un momento in cui i rappresentanti delle grandi economie liberiste sembrano voler andare in direzione opposta, farsi promotore di grandiosi progetti infrastrutturali destinati a cambiare gli assetti geopolitici ed economici del pianeta, realizzare quanto promesso, ma non mantenuto, dai suoi predecessori: combattere i soprusi della casta, moralizzare istituzioni e Paese, cercare di eliminare corruzione ed eccessi di una classe burocratica e politica che aveva spadroneggiato in ogni settore delfamministrazione pubblica e dell’esercito. Ma anche limitare alcune libertà individuali e controllare, e in caso reprimere, forme eccessive di dissenso.
Nonostante la fitta agenda di impegni, eccolo nei panni del figlio devoto a passeggio con la madre nel parco o ripreso dai telefonini dei clienti di un affollato ristorante mentre mangia, inatteso, tra la gente (in pochi minuti le immagini sono arrivate ovunque) o protagonista dei racconti del tassista che l’ha avuto come cliente e ha colto l’occasione per parlargli di inquinamento e dei problemi del proprio lavoro. Eccolo infine ritratto sui gadget di stile maoista e sulla copertina dei libri che riportano i suoi discorsi o raccolgono le citazioni dai classici ch’egli inserisce nei suoi scritti, al pari dei letterati di un tempo che sapevano coniugare la cultura con l’impegno sociale e istituzionale. Il populismo con caratteristiche cinesi può anche lasciarci perplessi, però funziona.

La Lettura - Corriere della Sera, 8 luglio 2018

20.1.19

Turandot a Palermo. Parla Tatiana Arzamasova del gruppo Aes+F



Sono in corso, fino al 27 gennaio prossimo, le repliche della messa in scena della Turandot al Teatro Massimo di Palermo: per la messa in scena il gruppo artistico russo di Aes+F ha affiancato il regista Fabio Cherstich per la scenografia e i costumi. I russi – come ha spiegato la veterana del gruppo Tatiana Arzamasova a Francesco Musolino, per Robinson di “Repubblica hanno immaginato una Pechino futura come capitale di un impero globale «basato su un matriarcato tecno-femminista radicale che potrebbe nascere un domani, come conseguenza estrema del movimento #MeToo, laddove il sentimento della vendetta contro gli uomini prenda una spiccata piega politica. La principessa Turandot del futuro è consapevole del proprio potere. È una donna bellissima e folle che perpetua un’idea di violenza, capovolgendo i ruoli. Nel suo mondo sono gli uomini a essere schiavi in catene».
Il gruppo artistico russo Aes+F
Così Arzamasova ha spiegato l'impiego dei costumi anni Quaranta in questa favola globalizzata: «Un regime totalitario femminile del futuro poteva scegliere qualsiasi stile per rendere il concetto di bellezza e per noi le linee degli anni Quaranta creano un perfetto contrasto con quel potere centrale. Così Liù indossa un costume da infermiera, i tre ministri — Ping, Pong, Pang — hanno uno stile completamente rosso, dalle scarpe ai guanti e Timur, il re spodestato, si presenta con un’uniforme militare un po’ shabby che ricorda lo stile vistoso di Muhammad Gheddafi. Infine, per i membri del coro abbiamo scelto di mescolare lo stile sobrio di Casablanca a un tocco di pop art, colorando impermeabili, cappelli e scarpe con un arcobaleno fatto di toni accesi».

19.1.19

Insieme a voi. Una poesia di Umberto Fiori

Umberto Fiori


Insieme a voi
ho visto il mare brillare, le case correre
sempre più grandi
sotto i carrelli del boeing.
“Che caldo fa oggi”, ho detto
quando era caldo.
Anche per me è stato ottobre,
gennaio. So cos’è un letto,
una stella, un autobus.
Ho riso, ho avuto sete.
La terza ho fatto, la quarta.
Non basta ancora? Quando
mi prenderete?
Potrò essere mai
dalla vostra parte?

da Voi, Mondadori, 2009

18.1.19

Il fiume. Una poesia di Pablo Neruda


Entrai in Firenze. Era
di notte. Tremai nell'ascoltare
quasi dormiente ciò che il dolce fiume
mi raccontava. Non so
quello che dicono i quadri o i libri
(non tutti i quadri né tutti i libri,
solo alcuni),
ma so quello che dicono
tutti i fiumi.
Hanno il mio stesso idioma.
Nelle terre selvagge
l'Orinoco mi parla
e io comprendo, comprendo
storie che non so ripetere.
Ci sono miei segreti
che il fiume s'è portato
e ciò che lui mi chiese adesso eseguo
a poco a poco sulla terra.

Allora riconobbi nella voce dell'Arno
vecchie parole che cercavano la mia bocca
come colui che mai conobbe il miele
e scopre di riconoscere la sua delizia.
Così ascoltai le voci
del fiume di Firenze,
come se prima di esistere mi avessero detto
quello che adesso ascoltavo:
sogni e passi che mi univano
alla voce del fiume,
esseri in movimento,
colpi di luce nella storia,
terzine accese come lampade.
Il pane ed il sangue cantavano
la voce notturna dell'acqua.

EL RÍO
Yo entré en Florencia. Era
de noche. Temblé escuchando
casi dormido lo que el dulce río
me contaba. Yo no sé
lo que dicen los cuadros ni los libros
(no todos los cuadros ni todos los libros,
sólo algunos),
pero sé lo que dicen
todos los ríos.
Tienen el mismo idioma que yo tengo.
En las tierras salvajes
el Orinoco me habla
y entiendo, entiendo
historias que no puedo repetir.
Hay secretos míos
que el río se ha llevado,
y lo que me pidió lo voy cumpliendo
poco a poco en la tierra.

Reconocí en la voz del Arno entonces
viejas palabras que buscaban mi boca,
como el que nunca conoció la miel
y halla que reconoce su delicia.
Así escuché las voces
del río de Florencia,
como si antes de ser me hubieran dicho
lo que ahora escuchaba:
sueños y pasos que me unían
a la voz del río,
seres en movimiento,
golpes de luz en la historia,
tercetos encendidos como lámparas.
El pan y la sangre cantaban
con la voz nocturna del agua.

Da Le uve d'Europa (1954) in Poesie, Sansoni, 1962

17.1.19

Anonima Assassini di stato (Manlio Dinucci)



Suscitano unanime condanna i killer delle bande criminali che, se scoperti, sono puniti con la pena capitale o l’ergastolo. Quando invece a inviarli è lo Stato, sono comunemente considerati legali e ricompensati per i loro meriti. È questo il caso dei killer professionisti delle forze speciali statunitensi. Nate come Berretti Verdi, ufficializzati dal presidente democratico Kennedy nel 1961 e impiegati nella guerra del Vietnam, le forze speciali furono promosse dal repubblicano Reagan, che nel 1987 costituì un apposito Comando delle operazioni speciali, lo Ussocom. Dopo essere state usate dal repubblicano Bush nella «guerra globale al terrorismo» soprattutto in Afghanistan e Iraq, ora, con il democratico Obama, stanno assumendo ulteriore importanza. Come emerge da un’inchiesta del “Washington Post”, le forze per le operazioni speciali sono oggi dispiegate in 75 paesi, rispetto a 60 due anni fa. Decide e pianifica le operazioni la Comunità di intelligence, formata dalla Cia e altre 16 organizzazioni federali. In Afghanistan – confermano funzionari del Pentagono intervistati dal New York Times – le forze convenzionali Usa diminuiranno nel 2013 il loro ruolo di combattimento, «la cui responsabilità passerà alle forze per le operazioni speciali», che «resteranno nel paese ben oltre la fine della missione Nato nel 2014». Loro compito sarà quello di «dare la caccia ai leader degli insorti, catturarli o ucciderli, e addestrare truppe locali». Verrà creato un apposito comando delle operazioni speciali, le cui unità saranno organizzate in una nuova «Forza di attacco in Afghanistan». Quello adottato in questo paese sarà un «modello» per altri. Una direttiva segreta, nel settembre 2009, ha autorizzato «una forte espansione delle attività militari clandestine, con l’invio di commandos per le operazioni speciali in paesi, sia amici che ostili, del Medio Oriente, dell’Asia centrale e del Corno d’Africa». Il Comando delle operazioni speciali, che ufficialmente dispone di circa 54mila specialisti dei quattro settori delle forze armate, organizzati in «piccole unità d’élite», ha il compito di «eliminare o catturare nemici e distruggere obiettivi». Si occupa inoltre di «guerra non convenzionale condotta da forze esterne, addestrate e organizzate dallo Ussocom; controinsurrezione per aiutare governi alleati a reprimere una ribellione; operazione psicologica per influenzare l’opinione pubblica straniera così che appoggi le azioni militari Usa». Nel quadro della «guerra non-convenzionale», lo Ussocom impiega anche compagnie militari private, come la Xe Services (già Blackwater, nota per le sue azioni in Iraq) che risulta impegnata in varie operazioni speciali, anche in Iran. L’uso di tali forze offre il vantaggio di non richiedere l’approvazione del Congresso e di rimanere segreto, non suscitando reazioni nell’opinione pubblica. I commandos delle operazioni speciali in genere non portano neppure l’uniforme, ma si camuffano con abbigliamento locale. Gli assassini e le torture che compiono restano così anonimi. E poiché sono gli Stati uniti a dettar legge nella Nato, molto probabilmente gli alleati stanno adottando lo stesso modello. Quello dell’Anonima Assassini delle «grandi democrazie» occidentali.

“il manifesto”, 7 febbraio 2012

Il cane e la scodella. Una poesia di Giovanni Pascoli


- Buono tu sei - diceva la scodella
al cane, - che me, sola, in abbandono,
così carezzi e rifai nuova e bella! -

Rispose il cane, ancor leccando: - Oh buono
son io per certo, e posso dirlo senza
falsa modestia: ognuno sa ch'io sono

del comitato di beneficenza. -

da Poesie varie in Tutte le poesie, i Mammuth- Grandi Tascabili Newton, 2003

Niente “prendisole” al ristorante. Oscar Luigi Scalfaro contro le vistose scollature delle signore (1950)



“Ciascuno di noi, quando ha accettato l'elezione a deputato, non ha cessato di essere, non dico cristiano, ma uomo e, eventualmente anche padre di famiglia.
In questo senso il deputato non può non sentire il desiderio che la patria comune sia il più possibile pulita. E se vi sono indumenti (...) che si chiamano «prendisole» - e non li ho battezzati io così – si usino per prendere il sole e non per andarsi ad accomodare in un locale chiuso, dove il pubblico ha il diritto di mangiare e non di... pascolare. Vi sono dei diritti nei cittadini di una patria che sono i diritti alla pulizia, e quando ci si appella a questi, onorevoli colleghi, non ci si appella a dei principi di cristianesimo, ma a dei prinicipi umani. L'uomo che affianca una donna, chiunque essa sia, alla quale voglia comunque bene (e non chiedo se a titolo lecito o no) deve sentire quello che sente la mia bimba di sei
Oscar Luigi Scalfaro negli anni 50 del 900
anni quando torno a casa e, non avendo ella il dono di avere con sé la sua mamma, si aggancia più facilmente ai pantaloni del suo papà e dice: «Questo è il mio papà». L'aggettivo possessivo, onorevoli colleghi, dice molto. Chi vi ha rinunziato e non ha più il coraggio o la possibilità di dirlo nei confronti di una donna che, per le eccessivi manifestazione pubbliche, non è più privata (Applausi al centro e a destra – Proteste alla estrema sinistra), non ha calpestato i principi cristiani, ma i primi valori umani”.

Intervento alla Camera dei Deputati sul «caso del prendisole», 14 novembre 1950

16.1.19

Tra tutte le opere. Una poesia di Bertolt Brecht



Tra tutte le opere
io prediligo quelle usate.
I bacili di rame ammaccati, appiattiti sugli orli,
le forchette e i coltelli dai manici di legno
che molte mani hanno logorato: queste mi parvero
le più nobili forme. Così anche i selci
che circondano le vecchie case,
smussati dai molti piedi che li calpestarono,
coi ciuffi d'erba che vi crescono in mezzo : queste
sono felici opere.

Entrate nell'uso molteplice, sovente variando aspetto,
migliorano la loro guisa, si fanno pregevoli
perchè sovente saggiate.
Persino i frammenti di sculture
con le loro mani mozze m'incantano. Per me
vissero anch'essi. Furono portati anche se poi lasciati cadere.
Anche se travolti stettero pure a non grande altezza.
Gli edifici mezzo diroccati
riprendono l'aspetto di maestosi disegni
ancora incompiuti: le loro belle misure
sono già intuibili; è necessario però
il nostro intendimento. Eppure
hanno già servito, sono anzi già sorpassati. Il sentirlo
mi rende felice.

da Poesie inedite e sparse 1913 - 1933 in Poesie - Tascabili Einaudi, 2007

Malattia di Alzheimer: l’epidemia silenziosa della nostra epoca (Armando Genazzani)

Alois Alzheimer

Quando nel 1906 Alois Alzheimer descrisse a Tubingen le sue scoperte sulle demenze, l’indifferenza dei suoi colleghi certo non faceva presagire che di lì ad un secolo la malattia di Alzheimer sarebbe stata una delle principali epidemie silenziose della nostra epoca. La malattia di Alzheimer, che formalmente è caratterizzata da alterazioni del cervello che si possono rilevare solo per via autoptica, riduce progressivamente la nostra capacità di colloquiare con il mondo esterno, di essere auto-sufficienti e di utilizzare quanto di più nobile abbiamo: la nostra mente. Quante persone colpisce non è facile da dirsi con esattezza, ma le stime conservative suggeriscono che vi siano almeno cinquanta milioni di ammalati oggi sul nostro pianeta, che la possibilità di ammalarsi aumenti con l’età e che l’incidenza più alta si verifichi tra gli 80 e gli 85 anni. La nostra volontà e ambizione di vivere più a lungo, quindi, si controbilancia con la volontà di vivere in buona salute, con il tremendo spauracchio della demenza.
Negli ultimi cento anni gli antibiotici, le vaccinazioni e un significativo miglioramento dei presidi igienici molto hanno fatto per ridurre la mortalità infantile, e poi la chirurgia, la medicina, la farmacologia (ad esempio per le malattie cardiovascolari e per il diabete) molto hanno fatto per portarci in buona salute nella terza età. Gli ultimi vent’anni hanno visto anche notevoli passi avanti nella nostra lotta ai tumori, non certo sconfitti ma arginati in molti ambiti (si pensi ai tumori della prostata e del seno). Rimane quindi la malattia di Alzheimer che con il costante aumento dell’aspettativa di vita, aumenta nella sua prevalenza, e quindi ben vengano libri divulgativi che ce la spieghino.
Quello di Arnaldo Benini (La mente fragile. L’enigma dell’Alzheimer, Cortina, Milano 2018) è un libro breve (un centinaio di pagine, se si escludono i riferimenti bibliografici), di facile lettura, che fornisce i rudimenti della malattia di Alzheimer, dalle possibili cause ai problemi etici legati all’eutanasia. Il background dell’autore, neurologo e neurochirurgo, sono facilmente identificabili nelle pagine più belle del libro: la descrizione della malattia, i diversi stadi dell’invecchiamento cerebrale e la possibile trasformazione in demenza, i problemi pratici ed etici che la malattia comporta. È quindi rassicurante in alcune parti e diretto in altre, come dovrebbero essere le parole di un medico che ha a cuore i propri pazienti ma non li tratta in maniera paternalistica. Forse leggermente meno penetranti sono i capitoli dedicati alla eziopatogenesi della malattia, in cui l’autore reitera più volte che la direzione presa dalla ricerca moderna è plausibilmente sbagliata. L’affermazione è forse un po’ troppo tranchant e non prende in considerazione gli argomenti della controparte, ma a onor del vero serve all’autore per ben comunicare che i farmaci basati sulle attuali ipotesi non hanno portato ai risultati attesi e che la diagnostica per immagini che al momento si vorrebbe proporre per identificare gli stati prodromici (prima dell’insorgenza della malattia) al momento non è sufficientemente supportata dalle evidenze scientifiche circa la sua utilità e accuratezza. Affermazione, questa, importantissima, in un mondo di banalizzazione della comunicazione, in cui talvolta vengono vendute per certezze quelle che certezze non sono. Di particolare impatto vi è la non banale affermazione che la malattia di Alzheimer, in quanto malattia dell’età involutiva, in cui la funzione di riproduzione della specie è oramai superata, non è soggetta a selezione naturale e il breve accenno al testamento biologico in questo ambito.
La mente fragile quindi fa quello che ci si aspetterebbe da un libro divulgativo. Fornisce i rudimenti della materia, affronta la maggior parte dei problemi fornendo la possibilità di andare ad approfondire quei temi che più gli sono vicini altrove. Certo fornisce il singolo punto di vista dell’erudito autore, con il limite che, ove vi siano controversie, una prospettiva richiede sempre più punti di vista. La mente fragile è scritto per lettori interessati a capire la malattia, comprendere alcune delle correnti di pensiero che caratterizzano la direzione intrapresa dalla comunità scientifica e clinica, e prendere spunti per ulteriori riflessioni. È un libro di divulgazione scientifica e quindi non intende spaventarci, ma informarci ad esempio comunicando che l’unico presidio al momento conosciuto per ridurre la possibilità di demenza risiede nello stile di vita. Una delle più belle conclusioni del libro, parlando alle angosce di ciascuno di noi, è che è inutile preoccuparsi prima del tempo.
L’Alzheimer non ha ricevuto, negli ultimi anni, così tanto spazio nel panorama editoriale quanto altre malattie quali il cancro. Forse il motivo di questo è che tutte le risorse riversate nella sua comprensione al momento non hanno dato i frutti sperati. Aspettando quindi un prossimo libro che ci racconti i progressi che faremo, ci possiamo informare sul passato leggendo il bellissimo libro di Matteo Borri, Storia della malattia di Alzheimer (il Mulino, Bologna, 2012). È sempre affascinante la prospettiva di uno storico della medicina, perché intreccia scoperte, retroscena, errori, e debolezze umane. Certo questo non è un libro di facile lettura, ma ci fa vedere come nella ricerca biomedica due sono gli elementi essenziali: porsi le domande corrette e trovare risposte idonee a queste domande. Le domande cruciali sulla malattia di Alzheimer sono state poste ripetutamente da Alzheimer in poi. Malgrado l’enorme mole di ricerca sviluppata in questo campo nell’ultimo secolo, le risposte tardano ad arrivare. (...)

Da “L'Indice”, gennaio 2019.
Armando Genazzani insegna farmacologia all’Università del Piemonte orientale.

15.1.19

Letture di classe: l’esotismo di Molnár. I ragazzi della Via Pál in una scuola media (Monica Bardi)



Un classico che sembra improponibile e di fronte a cui viene da storcere il naso. Che alcuni non ricordano, altri associano a coercizioni infantili da parte di una scuola che imponeva la frequentazione della biblioteca d’istituto e la circolazione dei libri all’interno delle classi: I ragazzi della via Pál di Ferenc Molnár.
Scritto da un ungherese 110 anni fa e ancora in grado (provare per credere) a incatenare al banco per un’ora di ascolto una classe di ragazzi della scuola media. Qual è la chiave di questo capolavoro? Innanzitutto proprio quell’esotismo che discende dall’appartenenza a un altro secolo e a un altro mondo: i ragazzi fanno parte della “società dello stucco” (perché masticano lo stucco delle finestre per tenerlo fresco e preparare i proiettili delle cerbottane) e oppongono un forte muro di resistenza al fronte degli insegnanti. Sono poveri, sporchi e cattivi. Intingono le penne nei calamai e si macchiano gli abiti e quando hanno due soldi comprano un pezzo di torrone da un ambulante italiano all’angolo della strada. Se si dividono in bande è per contendersi uno spazio vitale per potere giocare a calcio.
Ma nulla è più serio di questa lotta fra ragazzi della via Pál e Camicie rosse, perché nel rapporto fra i ragazzi emergono i caratteri eterni delle nostre classi: Boka, il capo carismatico, generoso e giusto, Geréb, il traditore (che vive tutte le angosce di un Giuda redivivo), il sottoposto Nemecsek a cui va intera la simpatia del lettore; è l’unico soldato semplice nell’esercito improvvisato dei ragazzi e a lui toccano tutti i lavori pesanti e pericolosi, quelli che gli altri scansano e detestano.
Nessuna attività su bullismo e ruoli all’interno della classe vale la lettura di questo libro. E in più è un ottimo esempio (se letto in una terza) di come uno scrittore sappia sentire “nell’aria” un evento imminente: la lotta fra bande, con tutto il grottesco messo in campo dall’antimilitarismo di Molnár, altro non è se non una rappresentazione minima della prima guerra mondiale che inizierà a breve. La vittima sacrificale di questo conflitto sarà proprio Nemecsek: piccolo grande eroe a cui tutta la classe si sarà nel frattempo terribilmente affezionata. Un ragazzo cinese che non riusciva che a scambiare qualche monosillabo con i compagni e si trincerava sempre dietro la difficoltà di comprendere le richieste dell’insegnante, si tradì proprio durante la lettura del passo relativo alla fine di Nemecsek: “Ma è davvero morto, prof?”.
La scena della morte del piccolo soldato è in effetti indimenticabile, con il padre sarto stroncato dal dolore che, per non bagnare con le sue lacrime la giacca del signor Csetneski che stava riparando, la lascia scivolare sul pavimento: “Boka, in piedi in mezzo alla stanza, abbassò la testa. Poco prima, quando era seduto sulla sponda del letto, era riuscito a stento a trattenere le lacrime: adesso si meravigliava di non poter sfogare col pianto il suo immenso dolore. Si guardò attorno e sentì un gran vuoto dentro di sé. I suoi compagni erano rimasti in un angolo, vicini e sbigottiti. Davanti a tutti, Weiss con il diploma d’onore in mano, che Nemecsek non aveva potuto vedere (…). Non capivano nulla, avevano la mente vuota. Il loro compagno era morto, ma cosa significava per essi la morte? Se ne stavano in silenzio, turbati e perplessi davanti a quell’avvenimento strano e incomprensibile che, per la prima volta, tanto li turbava”.
Una lettura eloquente, per la classe, quanto quella di Veglia di Ungaretti, che tiene insieme l’idea dell’insensatezza della guerra e il senso dello sbigottimento di fronte a una morte assurda e indecifrabile. Nel prato conteso dalle due bande verrà costruito un palazzo a tre piani: con l’immagine di Boka, che si allontana pensando all’inutilità della morte dell’amico, si chiude la storia della piccola comunità infantile di Budapest. La vicenda, piena di colpi di scena e imprevisti, imboscate, agguati e tradimenti, è avvincente e coesa, e non conosce cadute della tensione narrativa.

“l'Indice”,giugno 2016

Lingua concreta. Le poesie d'amore e di lotta di Nâzım Hikmet (Ayşe Saraçgil)



L’uscita del volume Nâzım Hikmet, Poesie d’amore e di lotta, Mondadori, Milano 2013, curato da Giampiero Bellingeri, docente di lingua e letteratura turca a Venezia, commemora il grande poeta turco nel cinquantesimo anniversario della morte, avvenuta nel 1963. In collaborazione con Fabrizio Beltrami e Francesco Boraldo, Bellingeri presenta circa trecento poesie di Hikmet, molte delle quali inedite in Italia, a cominciare da quelle scritte durante l’adolescenza. Generazioni di italiani hanno conosciuto e amato Nâzım Hikmet grazie a Joyce Lussu che aveva incontrato il poeta nel 1958 a Stoccolma, durante un congresso per la pace; su proposta dello stesso Hikmet e con il suo aiuto, Joyce tradusse le sue poesie pur senza conoscere né una parola né una sola regola grammaticale della lingua turca. Ha ricordato in molte occasioni l’estrema traducibilità della lingua poetica di Nâzım Hikmet, che è stato maestro nell’uso di un turco essenziale, malgrado la sua formazione culturale e linguistica fosse avvenuta in ottomano, una lingua impastata di elementi turchi, arabi e persiani, scritta in quell’alfabeto arabo che sarà abbandonato dalla Repubblica turca nel 1928. Le traduzioni delle poesie giovanili curate da Bellingeri e dai suoi collaboratori testimoniano l’essenzialità del linguaggio che ha caratterizzato la poetica di Hikmet sin dagli esordi. Se i vocaboli concreti, senza ambiguità, di tutti i giorni, furono funzionali nel dare risalto alla “nazione turca” negli anni della prima giovinezza, più tardi gli saranno di aiuto nella volontà di dare parola agli esclusi. Come furono certamente di aiuto a Lussu per tradurre da una lingua che non conosceva, quasi quanto lo sono state la capacità di empatia e l’abilità di Hikmet a trasmetterle il significato, utilizzando le lingue note, almeno in parte, a entrambi; oppure ricorrendo a quella loquace gestualità che aveva sperimentato, in carcere, quando cercava di far memorizzare le sue poesie ai visitatori, sotto gli sguardi attenti delle guardie, in modo da superare la censura e far circolare i suoi testi all’esterno.
Collocando Hikmet nel contesto del panorama della poetica turca, e in quello più generale del XX secolo, si getta luce su alcuni degli aspetti meno noti del suo universo poetico Bellingeri, il maggiore studioso italiano di Nâzım Hikmet, apre il volume con una prefazione tanto interessante quanto ricca di importanti e approfondite informazioni, colmando così, almeno in parte, varie lacune degli studi critici hikmetiani. Il suo saggio introduttivo è anche un tentativo di sciogliere i fili che legano la fama del poeta direttamente alle vicende drammatiche della sua biografia: collocando Hikmet nel contesto del panorama della poetica turca, e in quello più generale del XX secolo, si getta luce su alcuni degli aspetti meno noti del suo universo poetico. La profonda conoscenza della lingua e letteratura turca e dell’opera di Hikmet, sottesa alle traduzioni, conferisce alla lettura delle poesie un nuovo gusto. Tuttavia, come anche Bellingeri è costretto ad ammettere, per quanto la si voglia restituire all’‘arte’, la poesia di Hikmet rimane intrinsecamente legata alla sua vita, al suo credo politico, alle sue lotte; al suo essere un uomo profondamente segnato dal Novecento: dalle divisioni, dai settarismi, dalla violenza di questo secolo, ma anche dalla sua generosità, solidarietà, speranza e fede nel progresso.
Nâzım Hikmet era nato nel 1901 a Salonicco in una famiglia dell’élite cosmopolita e illuminata dell’impero ottomano in pieno declino. A Salonicco, che un decennio più tardi sarebbe diventata greca, accanto alla popolazione musulmana convivevano all’inizio del Novecento numerosi ebrei, armeni, greci, che insieme formavano un tessuto sociale, economico e culturale molto particolare. Le molte guerre che costellarono la sua prima giovinezza indussero Hikmet, giovanissimo, a schierarsi prima con il nazionalismo e poi con il comunismo e l’internazionalismo.
Aveva cominciato a scrivere poesie già nella prima adolescenza e la sua poetica si andò delineando sotto l’effetto di correnti culturali contrastanti: l’umanesimo di stampo religioso-mistico che caratterizzava l’alta tradizione poetica ottomana, messa in crisi dalla modernizzazione; la poesia ottomana dell’inizio Novecento, ispirata all’avanguardia francese; una nuova poetica, espressione di un nazionalismo turco, esclusivo, difensivo, elitario che cominciava ad affermarsi nell’atmosfera di violenze interetniche e interreligiose del primo decennio del secolo.
È in tali condizioni e con tale bagaglio culturale che il poeta avrebbe compiuto a diciotto anni la sua prima scelta di campo, attraversando a piedi l’Anatolia per raggiungere il movimento nazionalista che si organizzava sotto la leadership di Atatürk. L’impatto con il territorio destinato a diventare il cuore della patria, con la povertà e l’indifesa arretratezza dei suoi contadini, lo avrebbe presto spinto lontano dai nazionalisti, portandolo fino a Mosca, per partecipare alla rivoluzione bolscevica. Diventare comunista fu una decisione presa a diciannove anni, con un rapido ma definitivo esame di coscienza circa la determinazione ad abbandonare, e per sempre, gli agi di una vita iniziata in un contesto di privilegio, di bellezza, e ad accettare i rischi e i sacrifici di una vita dedicata alla lotta per l’emancipazione degli oppressi.
A Mosca Hikmet frequentò l’università per i lavoratori d’Oriente, immergendosi al contempo nello straordinario laboratorio culturale e artistico di quegli anni; negli esperimenti delle avanguardie sovietiche e occidentali. La sua poetica, che sin dalle origini era parte di una rivoluzione in atto, volta a trasformare profondamente il senso, la funzione, la forma e il linguaggio attribuiti all’arte poetica nella tradizione ottomana, a Mosca si sarebbe inserita in un nuovo movimento della storia, mettendosi al servizio dell’emancipazione delle masse. Cominciò a riscuotere, sin dal 1928, un grande successo anche internazionale, ma la scelta in favore del comunismo gli costò molti sacrifici in patria. L’iniziale ostilità delle autorità cominciò a tradursi in arresti e detenzioni a partire dal 1932. Nel 1938 subì una condanna che lo lasciò dietro le sbarre, ininterrottamente, per quindici anni. Non si arrese mai alle difficoltà, continuò a comporre poesie anche senza carta e penna, trovando sempre un modo per farle uscire dalla prigione. In carcere si ammalò, in carcere perdette un grande amore, sempre in carcere si innamorò della futura moglie, madre di suo figlio.
Le sue poesie, tradotte in molte lingue, furono vietate in turco fino agli anni settanta del secolo scorso. Nel 1950, in seguito a un lungo sciopero della fame e grazie anche alla mobilitazione dei più importanti intellettuali e artisti europei, riuscì a conquistare una libertà vigilata, sentendosi però costantemente minacciato, tanto da decidere dopo pochi mesi di fuggire lasciandosi dietro la moglie in attesa del loro primo figlio. La fuga gli sarebbe costata anche la perdita della cittadinanza, condannandolo a morire lontano dalla sua terra. Le sue poesie, tradotte in molte lingue, furono vietate in turco fino agli anni settanta del secolo scorso. Dal 1951 avrebbe vissuto a Mosca con un passaporto polacco e, come chiarisce per la prima volta il bel saggio di Federica Boscariol che chiude il volume, gli anni dell’esilio furono segnati da profonda delusione. La città e il paese che aveva conosciuto e amato come centri di innovazioni rivoluzionarie, li aveva ritrovati come luoghi di un asfissiante conformismo. Sceglierà di diventare rappresentante dell’Urss nel movimento pacifista e fino alla sua morte, avvenuta nel 1963, viaggerà incessantemente, come a voler recuperare i lunghi anni passati in cattività, rubati alla vita attiva.
Le poesie incluse da Bellingeri nel libro provengono dalla raccolta in 25 volumi dell’opera completa di Hikmet pubblicati a Istanbul nel 2002 dalla Yky, e nel loro insieme forniscono un emozionante quadro complessivo della sua poetica.

L'Indice, febbraio 2014

statistiche