19.3.11

La morte di Luigi Pirandello (di Corrado Alvaro)

Propongo qui le celebri “ultime volontà” di Luigi Pirandello e il racconto del trambusto che ne seguì dopo la morte, di Corrado Alvaro, tratto dalla prefazione alle Novelle per un anno (Mondadori, 1957). (S.L.L.)
Luigi Pirandello
Mie ultime volontà da rispettare
di Luigi Pirandello
1. Sia lasciata passare in silenzio la mia morte. Agli amici, ai nemici preghiera nonché di parlarne sui giornali ma di non farne pur cenno. Né annunzi né partecipazioni.
2. Morto non mi si vesta. Mi si avvolga, nudo, in un lenzuolo. E niente fiori sul letto e nessun cero acceso.
3. Carro infima classe, quello dei poveri. Nudo. E nessuno mi accompagni né parenti né amici. Il carro il cavallo e il cocchiere e basta!!
4. Bruciatemi. E il mio corpo appena arso sia lasciato disperdere; PERCHE' NIENTE, NEPPURE LA CENERE VORREI AVANZASSE DI ME. Ma se questo non si può fare sia l'urna cineraria portata in Sicilia e murata in qualche rozza pietra, nella campagna di Girgenti, dove nacqui.

Corrado Alvaro

Solo com’era sempre stato
di Corrado Alvaro
C'era una costernazione in molti, ma come se egli fosse fuggito. Tutti fumavano febbrilmente. Era veramente assurdo. Entrai nella camera dove egli giaceva. Era come abbandonata, c'era quel silenzio sterminato sul lenzuolo che lo copriva delineando quel corpo di « povero cristo » (mi venne a mente questa frase che era tanto solita in lui), poi ci si accorgeva che da una parte due suore pregavano in ginocchio, e il prete che avevamo avvertito lo assolveva. E di là, nello studio, quel chiacchiericcio da ricevimento, come aspettando che egli apparisse. Mi stampai nella mente quel suo viso sotto il lenzuolo che non riusciva a cancellare la sua fronte e il mento aguzzo per la barba, e tutto il profilo del suo corpo che tante volte mi aveva suggerito l'immagine di quell'anfora greca che egli amava, che aveva sempre davanti agli occhi quando tornava a Roma, in cui oggi riposano le sue ceneri al museo di Agrigento.
Tornato di là, fra la gente sempre più fitta e curiosa, il figlio Stefano mi mostrò mezzo foglio di una carta da lettere che conteneva le ultime volontà di lui. La scrittura, per chi la conosceva, era di qualche anno prima, la carta appassita e risecchita. Conteneva quelle volontà senza consolazione, senza rapporti, senza rimedio, di andarsene sul carro dei poveri, di non essere accompagnato da nessuno, di essere disperso al vento con le sue ceneri, o di riposare in quella sua casetta del Caso, o del Caos come egli diceva, presso Agrigento. Se ne andava solo come era sempre stato. Arrivò il rappresentante del Governo e lesse sbalordito quel mezzo foglio in cui la scrittura era sicura come forse era stata sicura soltanto nei suoi manoscritti giovanili, sicura, perentoria, compiuta. Che ne fosse sconcertato il sacerdote, si capiva. Costui si dibatteva nella sua perplessità: solo Dio poteva avere misericordia dell'uomo che disponeva di essere bruciato e disperso; il povero prete non sapeva, non chiudeva nessuna porta, ma non poteva aprirne nessuna. Ne era afflitto, si chiedeva perché, come se colui potesse rispondere, e anche noi eravamo sbigottiti, quelli che lo amavamo, quasi gli avessimo tutti fatto del male per il solo fatto d'essere uomini. Sapevamo che egli si poteva offendere facilmente, ma sapevamo pure come egli sapesse perdonare con un bacio su tutte e due le guance, che non era soltanto un suo modo siciliano, ma qualcosa di umile.
Ma quello che era fuori di sé e per tutt'altre ragioni, era il rappresentante del Governo. Lesse e rilesse quel foglio, se lo copiò, e si domandava come avrebbe fatto a presentarlo al Duce. Un grande uomo, un uomo celebre che va via in quel modo, chiudendosi la porta alle spalle, senza un saluto, senza un pensiero, senza un omaggio sovratutto, chiedendo di essere coperto appena di un lenzuolo ma da nessuna uniforme, da nessuna camicia nera come era di rito, andare via come un povero, senza commemorazioni, senza feste. Il rappresentante del Governo era un bravo tipo e umano, ma doveva risponderne al suo capo, e il capo non poteva raggiungere un uomo nella morte; almeno la morte era cosa tutta privata; la sola, allora. Disse: « Se n'è andato sbattendo la porta ». Di fronte alla perplessità di quel funzionario, c'era da misurare una condizione umana, e veniva fatto di invidiare colui che era dileguato a quel modo con la sua morte, rifiutando quegli onori per cui gli artisti vanitosi si compiacciono di contemplarsi perfino nella morte, e senza paura delle vendette che si potevano fare sulla sua memoria. E fu istruttivo, in quelle ventiquattr'ore, sapere che sul tavolo del più potente tra i cittadini si battevano indignati i pugni, che ufficialmente era negato allo scomparso un discorso maggiore di quello consentito a un fatto di cronaca, che uno, autore di un racconto col titolo C'è qualcuno che ride, annunciava il nulla a tutta la gloria e a tutta la potenza, ed era lui che rideva. Pirandello, nel punto supremo del suo destino terreno, affermava di essere libero e solo. Affermò di essere libero soltanto nella morte. Fu un fatto che tutti sentirono, anche se non se ne spiegarono il valore di riparazione di ogni possibile errore o debolezza.

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