14.5.15

Gerolamo Cardano (Italo Calvino)


Qual è il libro che Amleto sta leggendo, quando entra in scena al second'atto? A Polonio che glielo domanda, risponde: «parole, parole, parole», e la nostra curiosità resta insoddisfatta, ma se una traccia di fresche letture possiamo cercare nel monologo dell'«essere o non essere» che apre la seguente entrata in scena del principe di Danimarca, dovrebbe essere un libro in cui si discute della morte come d'un sonno, visitato o no da sogni.
Ora, in un passo del De consolatone di Gerolamo Cardano, libro tradotto in inglese nel 1573 in un'edizione dedicata al conte di Oxford, quindi noto negli ambienti che Shakespeare frequentava, il tema è diffusamente discusso. «Certo il sonno più dolce è quello più profondo, - vi si dice tra l'altro, - quando siamo come morti e non sogniamo nulla, mentre è di gran molestia il sonno leggero, inquieto, interrotto da dormiveglia, visitato da incubi e visioni, come suole occorrere ai malati».
Per concludere che il libro letto da Amleto sia senz'altro il Cardano, come fanno alcuni studiosi delle fonti scespiriane, forse questo è troppo poco. E troppo poco rappresentativo della genialitas di Cardano è quel trattatello di filosofia morale per fare da piedistallo a un incontro tra lui e William Shakespeare. Però in quella pagina si parla di sogni e non è un caso: sui sogni, specie sui propri, Cardano in vari luoghi della propria opera insiste, e li descrive e li commenta e interpreta. Non solo perché in lui l'osservazione fattuale dello scienziato e il ragionamento del matematico si fanno largo d'in mezzo a un vissuto dominato dalle premonizioni, dai segni del destino astrale, dagli influssi magici, dagli interventi dei demoni, ma anche perché la sua mente non esclude nessun fenomeno dall'indagine oggettiva, e meno che mai quelli che affiorano dalla soggettività più segreta.
Che qualcosa di quest'inquietudine dell'uomo Cardano sia riverberata attraverso la traduzione inglese del suo ispido latino, è possibile: vediamo allora ben significativo il fatto che la fama europea che Cardano godette come medico e che si rifletterà nella fortuna della sua opera straripante in tutti i campi dello scibile, autorizzi a stabilire un nesso Cardano-Shakespeare proprio ai margini della sua scienza, nel terreno vago che sarà in seguito percorso in lungo e in largo dagli esploratori della psicologia, dell'introspezione, dell'angoscia esistenziale, e dove Cardano si spinse in un'epoca in cui tutto questo non aveva ancora un nome, né la sua investigazione rispondeva a un chiaro proposito, ma solo a una continua oscura necessità interiore.
Questo è l'aspetto per cui più ci sentiamo vicini a Gerolamo Cardano, oggi che è il quarto centenario della sua morte, senza togliere nulla all'importanza delle sue scoperte e invenzioni e intuizioni che lo fanno figurare nella storia delle scienze tra i padri fondatori di varie discipline, né alla sua fama di mago, d'uomo dotato di poteri misteriosi, che sempre si portò dietro e che egli stesso largamente coltivò, ora vantandosi ora mostrandosene come stupito.
L'autobiografia (De propria vita) che Cardano scrisse a Roma poco prima di morire è il libro per cui egli vive per noi come personaggio e come scrittore. Scrittore mancato, per la letteratura italiana almeno, perché se avesse tentato d'esprimersi in volgare (e certo ne sarebbe venuto fuori un italiano aspro e accidentato sul tipo di quello di Leonardo) invece d'accanirsi a stilare tutta la sua opera in latino (era questa secondo lui la condizione per raggiungere l'immortalità) il nostro Cinquecento letterario avrebbe avuto non un classico ma un autore bizzarro in più, tanto più eccentrico quanto più rappresentativo del suo secolo. Invece, sperduto nel mare magno della latinità rinascimentale, resta una lettura per eruditi: non perché il suo latino sia sgangherato come pretendevano i suoi detrattori (anzi, quanto più è ellittico e insaporito da idiotismi, più può dar gusto a leggerlo) ma perché certo lo relega come dietro uno spesso vetro. (La traduzione più recente credo sia quella
pubblicata nel 1945 nell'«Universale Einaudi»).
Scriveva non solo perché scienziato che deve comunicare le sue ricerche, non solo perché poligrafo che tende all'enciclopedia universale, non solo perché grafomane che smania di riempire fogli su fogli, ma anche perché scrittore, che insegue con le parole qualcosa che sfugge alla parola. Ecco un passo di memorie infantili che potremmo mettere in un'ideale antologia di precursori di Proust: la descrizione di visioni o reveries a occhi aperti o fughe d'immagini o allucinazioni psichedeliche che - tra i quattro anni e i sette - lo prendevano al mattino quando indugiava a letto. Cardano cerca di rendere conto con la massima precisione del fenomeno inesplicabile e insieme dello stato d'animo di «spettacolo giocondo» con cui lo viveva.
«Vedevo immagini aeree che sembravano composte di minutissimi anelli come di una maglia di ferro ("lorica") sebbene io non ne avessi allora mai viste, e che sorgevano dall'angolo destro ai piedi del letto, salivano lentamente tracciando un semicerchio e scendevano all'angolo sinistro dove sparivano: castelli, case, animali, cavalli con cavalieri, erbe, alberi, strumenti musicali, teatri, uomini variamente vestiti, soprattutto trombettieri che suonavano le loro trombe, senza che si sentisse suono né voce, e poi soldati, folle, campi, forme mai viste prima, selve e boschi, una congerie di cose che scorrevano senza confondersi ma come sospingendosi. Figure diafane, ma non come forme vane e inesistenti, bensì nello stesso tempo trasparenti e opache, figure cui mancava solo il colore per potersi dire perfette, e che pure non erano fatte solo d'aria. Mi dilettavo tanto scrutando questi miracoli che una volta mia zia mi chiese: "Cosa guardi?" e io tacqui, temendo che se avessi parlato, la causa di quella pompa, qualsiasi essa fosse, potesse aversene a male e sottrarmi la festa».
Questo passo figura nell'autobiografia in un capitolo riguardante i sogni e le particolarità naturali fuor del comune che gli toccarono in sorte: l'esser nato coi capelli lunghi, il freddo alle gambe di notte, i sudori caldi al mattino, il sogno ripetuto di un gallo che sembra stia per dire qualcosa di terribile, vedere la luna che splende di fronte a sé ogni volta che alza gli occhi dalla pagina scritta dopo aver risolto un problema difficile, l'emettere odore di zolfo e d'incenso, il non accadergli mai, quando si trova in una rissa, d'essere ferito o di ferire o di vedere ferite altre persone, cosicché una volta accortosi di questo suo dono (che peraltro conobbe varie smentite) si butta a cuor leggero in tutti i tafferugli e i tumulti.
Domina l'autobiografia una continua preoccupazione per se stesso, per l'unicità della propria persona edel proprio destino, conformemente all'osservanza astrologica, per cui la congerie di particolarità disparate in cui consiste l'individuo trova una origine e una ragione nella configurazione del ciclo alla nascita.
Gracile e malaticcio, Cardano esercita sulla propria salute una triplice attenzione: di medico, d'astrologo, d'ipocondriaco o come ora diremmo di psicosomatico. Cosicché la sua cartella clinica è quanto mai minuziosa, dalle malattie che lo tengono a lungo tra la vita e la morte ai minimi brufoli sul viso.
Ciò è materia d'uno dei primi capitoli del De propria vita, che è un'autobiografia costruita per temi: per esempio i genitori («mater fuit iracunda, memoria et ingenio pollens, parvae staturae, pinguis, pia»), la nascita e i suoi astri, il ritratto fisico (minuzioso, spietato e compiaciuto in una specie di narcisismo a rovescio), il vitto e le abitudini fisiche, le virtù e i vizi, le cose che più lo dilettano, la passione dominante per il gioco (dadi, carte, scacchi), la maniera di vestire, di camminare, la religione e le pratiche devote, le case abitate, la povertà e i danni al patrimonio, i pericoli corsi e gli accidenti, i libri scritti, le diagnosi e le terapie più fortunate nella sua carriera di medico, e così via.
Il racconto cronologico della sua vita occupa solo un capitolo, ben poco per una vita così movimentata. Ma molti episodi sono raccontati più diffusamente nei vari capitoli del libro, dalle avventure di giocatore, in gioventù, (come riuscì a colpi di spada a fuggire dalla casa d'un baro patrizio veneziano) e in età matura (a quei tempi a scacchi si giocava per denaro, e lui era uno scacchista così imbattibile da essere tentato d'abbandonare la medicina per guadagnarsi da vivere giocando), allo straordinario viaggio attraverso l'Europa per raggiungere la Scozia dove l'arcivescovo malato d'asma attendeva le sue cure (dopo molti tentativi vani, Cardano riuscì a ottenere un giovamento proibendo all'arcivescovo il cuscino e il materasso di piume), alla tragedia del figlio decapitato per uxoricidio.
Cardano scrisse più di duecento opere di medicina, matematica, fisica, filosofia, religione, musica. (Solo alle arti figurative non si accostò mai, come se l'ombra di Leonardo, spirito sotto tanti altri aspetti simile al suo, bastasse a coprire quel campo). Scrisse anche un encomio di Nerone, un encomio della podagra, un trattato di ortografia, un trattato sui giochi d'azzardo (De ludo aleae). Quest'ultima opera ha un'importanza anche come primo testo di teoria della probabilità: così viene studiato in un libro americano che, capitoli tecnici a parte, è molto ricco di notizie e godibile, e mi pare l'ultimo studio apparso su di lui a tutt'oggi (Oystein Ore, Cardano the gambling scholar, Princeton 1953).
«The gambling scholar», «II dotto giocatore»: era quello il suo segreto? Certo la sua opera e la sua vita sembrano un susseguirsi di partite da rischiare una per una, per perdere o per vincere. La scienza rinascimentale non sembra essere più per Cardano un'unità armonica di macrocosmo e microcosmo ma un continuo interagire di «caso e necessità» che si rifrange nell'infinita varietà delle cose, nell'irriducibile singolarità degli individui e dei fenomeni. E cominciato il nuovo cammino del sapere umano, volto a smontare il mondo pezzo per pezzo, più che a tenerlo insieme.
«Questa benigna struttura, la terra, - dice Amleto, tenendo in mano il suo libro, - mi sembra diventata una sterile escrescenza, e l'eccelsa volta aerea, il firmamento saldamente sospeso su di noi, maestoso soffitto intarsiato d'oro fiammante, m'appare come una miscela esplosiva di vapori perniciosi...».

Corriere della sera, 21/9/1976

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