10.8.16

Agosto 1942. La catastrofi del fascismo a Vigàta (Andrea Camilleri)

Il testo che segue è tratto da un racconto di Camilleri, Il terremoto del '38, ma è una storia chiusa in se, un racconto dentro il racconto collocato all'inizio del narrare come esempio di catastrofe determinata dall'azione dell'uomo e perciò diversa dalle catastrofi naturali come appunto il terremoto.
Vigàta, il luogo dove i fatti si svolgono, è – come è noto – una trasfigurazione della città natale di Camilleri, quella Porto Empedocle che nel corso del Novecento sempre più si svincolava dal ruolo satellite di “marina” di Girgenti (oggi Agrigento, in Camilleri Montelusa). Il tono scelto dallo scrittore è quello dell'affabulatore antico che colorisce il ricordo con l'attenzione ai particolari e alle relazioni e mostra dalle cose la distanza di chi ne ha viste e sentite tante: può in conseguenza permettersi di corredare la narrazione di allusioni e di estrarne considerazioni didascaliche. Il racconto può pertanto considerarsi anche un apologo, l'exemplum di un certo tipo di potere presente in molti tempi, molti luoghi, molte forme, del quale il fascismo non è che una pittoresca incarnazione. (S.L.L.)
La spiaggia di Porto Empodocle all'inizio del Novecento (foto Agatocle Politi)
La catastrofi provocata dall’omo che cchiù a longo vinni arricordata dai vigatisi fu il primo granni bummardamento fatto dai miricani a mità del misi d’austo del 1942.
Veramenti veramenti non si dovrebbi acchiamare catastrofi in quanto le bumme miricane affunnaro ’na varcuzza, ammazzaro a un cani randagio, ficiro quattro pirtusa nel basolato della banchina portuali e abbatterò la facciata di un villino. Nisciun morto, nisciun firuto. Se i vigatisi si ficiro pirsuasi che era stata ’na catastrofi non fu dunqui per i danni matiriali. E allura pirchì? Forsi è beni principiari dal comincio.
All’ebica era Fidirali di Montelusa, vali a diri la massima carrica politica, un quarantacinchino che di nomi faciva Raniero Mazzacan, squatrista e marcia su Roma, filetto rosso supra alla manica della divisa che viniva a essiri il simbolo «del sangue versato e fatto versare per la causa della Rivoluzione fascista».
Alla luntana, aviva un minimo di simiglianza con Mussolini, e lui faciva di tutto per aumintarla, però gli ammancavano la masciddra quatrata e la taliata volitiva.
’N compenso, tutti e dù avivano teste accussì lucite che parivano palle di bigliardo.
Era un fissato contro l’accaparratori di generi limintari, li chiamava «sciacalli» e annava proclamanno a dritta e a manca che dovivano essiri mittuti al muro e fucilati. Firriava per tutti i paìsi della provincia proclamanno che gli ’nglisi, essenno il popolo dei cinque pasti, erano distinati a perdiri la guerra contro all’italiani che di pasti ne facivano sì e no dù al jorno, e per junta scarsi, pirchì non erano appisantiti dal troppo mangiari.
«É lo spirito che conta, non lo stomaco!» concludiva.
E per dari l’esempio, quanno stava nella sò casa e la jornata era bona, mangiava con la mogliere e i tri figli con la tavola conzata ’n tirrazzo, ’n modo che i vicini di casa potivano testimoniari quant’erano spartani i pasti che faciva. Tanticchia di pasta o di riso, un secunno di pisci (carni sulo ’na vota a simana), dù patatuzze, un frutto di stascioni e ti saluto e sono. A sira, ’na ministrina, ’na striscia di cacio e bonanotti.
Per i misi di stati si era affittato un villino a dù piani a Vigàta, propio a ripa di mari, e ci si trasfiriva, pirchì a lui piacivano le longhe rimate ’n sandolino, macari di notti.
Tra parentesi, i fratelli Pippino e Giurlanno Garlazzo se la scapolaro per un pilo ’na notti che stavano tornanno a ripa con la varca carrica di sacchi di farina da rivinniri al mercato nero.
C’era ’na gran luna che faciva squasi jorno e, mentri che rimavano, Pippino dissi a voci vascia a sò frati:
«Fermo! Talia ddrà!».
Giurlanno taliò. Un faro a pilo d’acqua corriva viloci verso di loro, in rotta di collisioni.
«Minchia! La Finanza! Scappamo!» fici Giurlanno.
E si misiro a rimari alla dispirata ’n senso contrario. Po’, quanno si sintero al sicuro, mentri il faro s’addiriggiva oramà verso la ripa, Pippino pigliò il binocolo.
Non era un faro, era il riflesso della luci della luna supra alla testa a palla di bigliardo del Fidirali.
Il bummardamento miricano capitò alle deci del matino e siccome che era ’na jornata di grannissimo càvudo, manco si potiva respirari, la pilaja era affollata di bagnanti.
Arrivaro ’sti tri rioplani e, ’n mezzo al foco della contraerea, scarricarono alla sanfasò ’na trentina di bumme supra al porto.
Uno dei tri rioplani però, mentri si nni tornava verso il mari aperto da indove era vinuto, sganciò l’urtima bumma che anno a pigliari propio il villino affittato dal Fidirali.
Non ammazzò a nisciuno, pirchì quel jorno tutti i Mazzacan si nni erano acchianati a Montelusa, e manco abbatti il fabbricato. La bumma si portò via la facciata intera del villino, sicché le càmmare parsero di colpo essiri addivintate pricise ’ntifiche a scinografie di teatro. A pianoterra c’era la scinografia del saloni d’arriciviri, della cucina e della càmmara di mangiari, al primo piano le scinografie delle càmmare di dormiri, al secunno piano le scinografie dello studdio del Fidirali, di ’na càmmara per l’ospiti e di ’n’autra càmmara il cui uso i bagnanti, che passato lo scanto erano corruti a vidiri, in prima non accapero.
Quella càmmara arricordava in qualichi modo il magnifico nigozio di generi limintari che don Savatori Sghembri aviva a Vigàta prima della guerra, quanno non ammancava nenti.
Decine e decine di salami, prosciutti e mortatelle pinnuliavano dal soffitto che pariva ’na foresta, supra a un ripiano di ligno ci stavano una supra all’autra forme di cacio a tinchitè, supra a ’n autro ripiano ’nveci ci stavano chilate e chilate di pasta di tutti i tipi, spachetti, cannelloni, bucatini, capilli d’angilo, tutte 'ncartate di blu e di giallo, e po’ sacchi di farina, di favi, di riso...
La genti ristò ’mparpagliata a taliare. Non si capacitava di quello che vidiva. Po’ ’na voci gridò:
«Robba di mangiari è!».
Turiddru Nicotra, un vintino che non aviva potuto fari il militari pirchì era orbo da un occhio, s’arrampicò lesto supra alla muntagneddra di macerie che arrivavano al primo piano e da lì arringò i bagnanti:
«’Sto grannissimo cornuto del Fidirali! Taliate quanta robba si tiniva ammucciata! E se la pigliava coll’accaparratori, lui, che era ’u primo accaparratore! Davanti a nuautri mangiava pani e cicoria e po’, dintra a la sò casa, si inchiva la panza!».
Non s’arriniscì ad accapiri come fici, ma, finuto di parlari, s’arrampicò come ’na scimia fino al secunno piano dritto nella càmmara stipata di cose da mangiari e accomenzò a ghittari ai bagnanti sottostanti mortatelle, caci, pasta, farina, fino a quanno la càmmara risto completamenti sbacantata.
Nel doppopranzo un ducento pirsone s’arradunaro in piazza e si misiro a fari voci contro il fascio e contro a Mussolini. La polizia e le cammise nìvure stimaro che era meglio non farisi vidiri.
’N sirata, vinni dato foco alla sedi del partito fascista di Vigàta.
Il jorno appresso si vinni a sapiri che il Fidirali Mazzacan era stato chiamato a Roma e non tornò cchiù.
Il novo Fidirali arrivò tri misi appresso, ma non ebbi mai il coraggio di viniri a Vigàta.
Ecco, quel bummardamento fu una catastrofi per il fascismo locali.

Da Le vichinghe volanti e alte storie d'amore a Vigàta, Sellerio, 2015

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