12.8.16

Matteotti in Sicilia (Andrea Rapisarda)

Nel partito socialista Giacomo Matteotti fu tra i più intransigenti oppositori della guerra imperialista, contestando le retoriche patriottiche con cui si nascondevano gli interessi delle borghesie europee e, anche dopo il 24 maggio del 1915, non interpretò il “né aderire né sabotare” come accettazione passiva della guerra in atto.
Egli riteneva infatti che un “buon riformista”, di fronte al “maggiore male” rappresentato dalla guerra, potesse e dovesse fare appello all'insurrezione popolare. Denunciato e condannato per “grida sediziose” e “disfattismo”, dopo un breve soggiorno in carcere venne richiamato alle armi, benché in precedenza fosse stato riformato. Lo scopo era quello di bloccarne l'iniziativa politica attraverso gli obblighi inerenti alla condizione di coscritto, ma fu mandato, ai servizi sedentari, il più lontano possibile dal fronte, nei pressi di Messina, per impedire un'opera di agitazione fra le truppe.
Nato nel Polesine veneto Matteotti si era laureato a Bologna nel 1907, quando aveva 22 anni. Dopo la laurea si era prospettata per lui una carriera universitaria, ma aveva prevalso la passione politica. I tre anni di forzato soggiorno in Sicilia fecero rinascere in lui l'interesse per gli studi giuridici, ma quando fu congedato, nel 1919, si era in pieno “biennio rosso” e dalle sue parti era in corso una forte agitazione contadina. Matteotti vi contribuì con un ruolo di organizzatore e dirigente politico e grazie alla sua opera il PSI conobbe un vero trionfo: nelle elezioni amministrative del 1920 conquistò tutti i 63 comuni della provincia di Rovigo.
Il testo che segue è tratto da una memoria sull'avvento del fascismo ad Acireale, pubblicata per la prima volta nel 1963 e rilanciata dal sito “Biblioteca di Gino Bianco”. Incidentalmente contiene una testimonianza sulla presenza di Giacomo Matteotti in Sicilia negli anni della Grande Guerra. Ho stralciato il brano che la contiene e che qui propongo. (S.L.L.)
Quando si lesse sul giornale che i fascisti avevano ucciso un deputato socialista che non voleva star zitto, un certo Matteotti, la notizia non fece grande impressione. Quello del deputato è un mestiere come un altro, e per qualsiasi mestiere bisogna saper stare al mondo, cioè tenere la lingua a posto e non prendere di petto chi è più grosso di noi; se a quel Matteotti era capitato un guaio, colpa sua. Per di più era uno di quei socialisti che organizzavano gli scioperi, perciò avrebbe dovuto ringraziare i fascisti che lo lasciavano campare, invece di provare di nuovo a mettere disordine. Non si capiva perché nel continente facessero tanto chiasso per un morto. Questo giudizio non cambiò quando una sera venne al Fascio mio zio Sebastiano, che non ci metteva mai piede perché era sposato di fresco, per raccontare che Matteotti era stato sotto le armi con lui al tempo della guerra, nella batteria da fortezza di Monte Gallo sopra Messina. Quello era un posto da imboscati e figli di papà, Matteotti non aveva nemmeno la forza per le manovre ai pezzi da 280 e gli ufficiali dicevano che il governo ce lo aveva mandato da soldato semplice per levarselo dai piedi, perché a lasciarlo in giro o a mandarlo al fronte era capace di mettersi a fare propaganda contro la guerra. Si era portato appresso una cassa di libri e stava a leggere tutto il giorno, perché i superiori gli lasciavano fare il comodo suo. Lui non dava seccature, era gentile con tutti senza dare confidenza a nessuno, né a ufficiali né a soldati, non parlava mai di politica e regalava soldi di nascosto ai compagni più poveri. Un vero signore, da sembrare impossibile che fosse un socialista.
Gli ascoltatori osservarono che se Matteotti fosse rimasto zitto a Roma come faceva a Monte Gallo non gli sarebbe successo niente. Uno lo paragonò a quel medico di Giarre, socialista anche lui, che si era intestardito a dire di non voler cambiare idea neanche se lo avessero bastonato. Di quel medico non si poteva dire male perché era un gran galantuomo, curava i poveri senza farsi pagare e non aveva mai voluto fare il consigliere comunale, soltanto era diventato un po’ matto a forza di stare fra i libri. Nessuno lo aveva mai toccato con un dito, ma se si fosse messo a predicare in piazza invece di sfogarsi con gli amici e i clienti, certo i fascisti sarebbero stati costretti a muoversi. Insomma, Matteotti l’aveva proprio voluta.

Da "Tempo presente", anno VIII n.1 gennaio 1963, ora nel sito "Biblioteca di Gino Bianco"  

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