3.2.13

"Quell'uomo è un comunista!". Rugby, imbrogli e razzismo (Peter Freeman)

Peter Freeman è tra i più competenti giornalisti di rugby, oltre ad essere un antico militante della sinistra extraparlamentare. L'articolo che segue fu scritto per "alias" in occasione della Coppa del Mondo in Nuova Zelanda nell'ottobre 2011: è pieno di curiosità e di episodi rivelatori. (S.L.L.)
Storie del mondo ovale
Dundedin
Il rugby tiene molto alle forme. Ha i suoi riti e le sue consuetudini, e potete star certi che farà sempre il possibile per preservarle. Culturalmente è conservatore: non ama le novità e ancor meno le apprezzano i rugbymen che, se potessero, non sposterebbero un ago pur di non modificare il loro
mondo di riferimento. E’ un atteggiamento che ha i suoi pregi e i suoi difetti, uno dei quali è una certa dose di ipocrisia che spesso affiora quando chi è chiamato a ordinare le regole della casa oppone un rifiuto ostinato a ogni ventata di aria fresca.
La questione del professionismo è stata per molto tempo la cartina di tornasole dell’ipocrisia rugbistica: tutti sapevano che questo o quel campione veniva pagato per giocare, e che quelli dell’emisfero Sud venivano in Europa dietro lauto compenso, ma tutti facevano finta di nulla. Per accettare il professionismo – avvenne dopo la coppa del mondo del 1995 – ci vollero più di cento anni, lo scisma della Rugby League e la certezza che il rugby, se gestito diversamente, poteva diventare una macchina per fare soldi, cosa che è puntualmente accaduta.
Nei giorni scorsi i vertici della Rugby World Cup hanno confezionato un piccolo capolavoro di ipocrisia. Accade che durante il match Inghilterra-Romania gli inglesi si siano fatti beccare in flagrante mentre commettevano un imbroglio. Al momento di calciare i penalty due membri dello staff cambiavano di soppiatto il pallone: Toby Flood si vedeva così recapitare un pallone diverso da quello utilizzato, certamente meno gonfio e dunque più facilmente indirizzabile tra i pali. Una volta eseguito il calcio, il pallone «truccato» tornava a riposare dalle parti della panchina inglese. E’ stato presentato ricorso (probabilmente dagli scozzesi, che di lì a poco avrebbero giocato contro gli inglesi) per violazione delle regole del gioco. In altri casi sul capo dei colpevoli sarebbe calata la mannaia della commissione disciplinare.
Ma gli inglesi non sono una federazione qualsiasi: sono la federazione, sono quelli che il rugby lo hanno inventato e che nell’International Board contano più di tutti. E allora la RWC ha pensato bene di rifilare la patata bollente direttamente alla Rugby Football Union, ovvero agli stessi inglesi, i quali di lì a poco hanno fatto sapere: a) di avere «investigato» e che le cose stavano effettivamente così; b) che quanto era avvenuto era effettivamente «scorretto» e «disdicevole» per l’immagine del torneo e del rugby inglese, ma che i due colpevoli erano incorsi in«un errore» di interpretazione delle regole; c) che i due responsabili sarebbero stati sospesi per un match, quello contro la Scozia; d) di ritenere che la sanzione comminata fosse più che sufficiente e che la RWC non avrebbe richiesto ulteriori interventi punitivi.
Da parte sua la RWC Limited (la società che ha in mano tutto il comparto economico del torneo) ha reso noto con una nota di «apprezzare» l’intervento tempestivo della RFU: le rassicurazioni della federazione inglese erano certamente convincenti. L’incidente era da considerarsi chiuso e non vi sarebbero state ulteriori note ufficiali. Quanto all’opinione dei rumeni, la «parte lesa», nulla risulta agli atti. I panni sporchi si lavano in famiglia.
Altro caso è quello di Fiji. E’ un paese che vive da tempo sotto la dittatura dei militari. L’ultimo di una lunga serie di colpi di stato è datato 2007, quando le forze armate, guidate dal commodoro Josaia Bainimarama, hanno sciolto il parlamento e rovesciato il governo (che loro stessi avevano insediato). Da allora il potere a Suva è un affare a due tra lo stesso Bainimarama (primo ministro) e il presidente Iloilo. Nel 2009 è stata sospesa la costituzione e disciolta la Corte d’Appello (l’equivalente della nostra Consulta). Il Commonwealth, di cui Fiji è membro, ha chiesto più volte il ritorno alla democrazia e libere elezioni, senza ottenere soddisfazione. Allo stato Fiji resta membro, seppure «sospeso», del Commonwealth; altrettanto è avvenuto con il Forum delle Isole del Pacifico, il più importante organismo intergovernativo dell’area. Quello di Fiji non è un regime feroce e sanguinario ma nel paese non si respira una bella aria. La censura funziona a pieno motore: a capo
della televisione di stato è stato messo un militare, e così è accaduto per la federazione rugby. A fronte di tutto questo l’atteggiamento dell’International Rugby Board è stato quanto meno blando, per non dire di peggio. Per questi mondiali è stato chiesto al governo di Fiji di evitare se possibile la presenza di militari al seguito della squadra. Un po’ poco per uno sport che per tanti anni si è barcamenato tra mille ipocrisie sulla questione dell’apartheid e che vorrebbe invece offrire un’immagine di fratellanza. Per la cronaca qui in Nuova Zelanda la squadra è andata malissimo, vincendo soltanto il primo match con la Namibia e incassando poi sconfitte durissime. Pare che le critiche dei media alla conduzione della squadra siano state assai contenute per non irritare la giunta.
Nella storia del rugby è avvenuto anche di peggio.
Resta celebre quel che accadde nel 1970 quando, in pieno regime di apartheid, gli All Blacks andarono in tour in Sudafrica con una squadra che comprendeva anche giocatori maori. La cosa fu possibile non perché gli organismi internazionali avessero fatto pressione sul governo sudafricano ma perché ai giocatori maori fu concesso di recarsi in tour con la qualifica di «bianchi onorari».
A John Taylor accadde di peggio e la sua è la storia di un’ignominia. Era il terza linea del Galles dei primi anni settanta (il miglior Galles di sempre) e giocò con i British and Irish Lions nel celebre tour che la selezione disputò in Nuova Zelanda nel 1971 (l’unico volta che i Lions riuscirono a vincere laggiù). Taylor decise che non avrebbe più accettato di giocare contro gli Springboks finché i razzisti avessero governato il Sudafrica. La federazione gallese dichiarò di rispettare la sua decisione e che in nessun caso questo avrebbe compromessola sua carriera internazionale. E invece John Taylor, che era considerato un titolare inamovibile, non giocò più un match in quella stagione. Privatamente gli fecero sapere che se invece che la maglia gallese avesse indossato quella dell’Inghilterra, la sua carriera si sarebbe chiusa lì.
Ma la rappresaglia più pesante arrivò tre anni dopo, quando gli All Blacks andarono nelle isole britanniche e alla fine del tour sfidarono i Barbarians nel tradizionale «final challenge». Si giocò a Cardiff il 27 gennaio 1973, e quella fu forse la partita più famosa di tutta la storia del rugby: vinsero i Barbarians e Gareth Edwards segnò quella che è considerata «The Try», la meta più bella di sempre. John Taylor avrebbe dovuto essere lì, in campo. E invece non c’era. John Dawes, il capitano dei Baa’baas e compagno di squadra di John Taylor nei London Welsh chiese ragione della sua assenza tra i convocati. La risposta gli fu data dal presidente dei Barbarians, Hugh Llewellyn Glyn Hugues, un ex ufficiale pluridecorato, militare tutto d’un pezzo. «No, lui non gioca. Quell’uomo è un comunista».

“alias – il manifesto", 8 ottobre 2012

La Volpe e Montale (Nicolò Scaffai)

Recensione di un libro recente (2011), l'articolo che segue, di Scaffai, rievoca con grazia una storia d'amore letteraria, una delle più celebri del Novecento italiano. (S.L.L.)
«Pedala, angelo mio!». Così, in un suo ‘madrigale’ (Nubi color magenta…), Montale si rivolge a una donna cui altrove attribuisce il nomignolo di Volpe, senhal della poetessa Maria Luisa Spaziani.
Montale e la Spaziani si erano conosciuti all’inizio del ’49; ne era nata una relazione che ispirerà almeno due sezioni della Bufera e altro (1956): ‘Flashes’ e dediche e proprio i Madrigali privati.
Potremmo leggere un ossimoro in quell’esortazione, che ritrae l’«angelo» nel gesto terreno della pedalata. Se non fosse che lì «angelo mio» è un’allocuzione di affetto e non designa più la ‘donna angelo’, figura di una tradizione lirica sublime che Montale aveva immesso nei suoi versi precedenti a garanzia dei valori – l’amore, la fermezza morale, la poesia – minacciati dalla Storia.
Ma è meglio rinunciare a un confronto interno all’opera per insistere invece sulla dimensione personale e biografica dell’autore. Possiamo, in altre parole, prendere alla lettera l’attributo dei madrigali montaliani: privati, appunto. Perché solo a questi patti si apprezzano le memorie che Maria Luisa Spaziani ha consegnato al suo Montale e la Volpe. Ricordi di una lunga amicizia (Mondadori, pp. 114). Atteso da tempo, il volume è infatti più svelto di quanto non avremmo creduto e forse voluto: il catalogo delle lettere di Montale alla Spaziani (1999) e i sondaggi condotti da Maria Antonietta Grignani nelle sue Dislocazioni (1998) lasciavano credere che i frutti letterari e psicologici del rapporto fossero più succosi. Se a questo aggiungiamo il divieto che impedisce di consultare direttamente le lettere, si comprende perché nel libro autobiografico della Spaziani il montalista riponesse qualche speranza.
Invece – tanto vale dirlo a chiare lettere – dal punto di vista del lettore specializzato Montale e la Volpe è deludente. Sì, apprendiamo che la famosa frase «pedala, angelo mio!» fu effettivamente esclamata da Montale anche se in luoghi e circostanze diversi da quelli allusi nella poesia; acquisiamo una tessera variantistica («l’esule di Charleville» in Per un ‘Omaggio a Rimbaud’ sarebbe nato come «angelo» – pure quello! – e poi sostituito dall’altro trisillabo sdrucciolo su proposta della stessa Volpe); riceviamo qualche conferma sul ruolo di ghost writer della Spaziani al servizio del Montale prosatore e sulla sua presenza in controluce nel racconto Clizia a Foggia.
Per il resto, il libro consiste soprattutto in una schidionata di episodi curiosi, eleganti pettegolezzi e datate mondanità che restituiscono quell’immagine un po’ balzana dell’uomo Montale accreditata anche da altri testimoni.
Ciononostante, Montale e la Volpe non è un libro futile né comico; umoristico, semmai, se è vero che l’umorismo ha sempre un retrogusto serio. Bisogna disporsi a provare una specie di sentimento del contrario per intravedere cosa c’è sotto la superficie di leggerezza: «una scelta di genere», come scrive l’autrice nelle conclusioni, che obbliga a tacere dei «risvolti oscuri e dolorosi». A suo modo, Volpe è stata veramente degna di essere Volpe.

"alias - il manifesto", 8 ottobre 2011

Psichiatri che abbaiano (Karl Kraus)

Il brano che segue è uno dei frammenti che compongono il libretto di aforismi di Karl Kraus che nel 1993 Paola Sorge raccolse e tradusse dalle pagine di Die Fackel, la rivista che lo scrittore boemo di origine ebraica e di lingua tedesca fondò a Vienna nel 1899 e che diresse per 37 anni. Rileggendolo, benché risalga a più di cento anni fa, l’aforisma mi ha fatto pensare – mutatis mutandis - ai processi televisivi che si svolgono da Vespa o nei lunghi pomeriggi delle reti ammiraglie. (S.L.L.)

18 novembre 1906
La psichiatria giudiziaria è il più divertente di tutti i giochi di società. I più vecchi giocatori di tarocchi della giustizia assicurano che è il passatempo più utile.
Gli esperti in grafologia, come tutti i rappresentanti di una scienza seria, sono compagni di gioco obiettivi. Indovinare il carattere di una persona da tempo ormai non costituisce più un divertimento: oggi oramai si passano ore di serena gaiezza solo nell'ambiente degli psichiatri.
Prima la giustizia giocava a mosca cieca, ma evidentemente ora risulta più raffinato il gioco del somaro cieco. Gli psichiatri vengono introdotti in aula, devono guardare attentamente l'imputato e dire: «s-ì», come vuole l'accusatore. Qualche volta può anche capitare che all'autorità vada bene l'assoluzione. Comunque sia, gli psichiatri chiamano il compito che debbono assolvere allegramente in gruppo, il «ripulisti» di casi difficili, paragonandosi così ad animali domestici certo più intelligenti di loro.
Esistono difatti psichiatri fedeli che hanno fatto la guardia perfino ad un cortile; e se poi sono legati ad una catena, si lamentano della ingratitudine del padrone per il quale hanno «ripulito» il cortile degli ossi più duri. Se un passante va a passo veloce, pensano che è un ladro.
L'affidabilità del cane non consiste nel fatto che il suo parere è affidabile, ma nel fatto stesso che lo dà. Abbaiare è una cosa che all'autorità serve sempre.

Da Aforismi in forma di diario (a cura di Paola Sorge), Newton Compton, 1993

2.2.13

1911-12: dall'Italia alla Libia. Cinematografie perdute (di Sila Berruti)

Natale 1911, Roma e Torino. Centinaia di famiglie ricevono un telegramma dal Ministero della Guerra o della Regia Marina. Il governo le invita a ritirare un tagliando che dà diritto a essere cinematografati gratis.
Consegneranno alla macchina da presa saluti da inviare ai soldati. Da tempo infatti le comunicazioni con la madre patria sono difficili. I soldati, bloccati sul fronte libico da oltre due mesi, iniziano a essere stanchi. Alcuni, nel grande stress della guerra, impazziscono. Troppo sole, troppa fatica, troppi orrori. Troppo lontano quel mondo desertico da quello lasciato a casa.
Anche la posta però, ingolfata dalla enorme richiesta di corrispondenza, impazzisce. E in Italia ci si preoccupa. Che succede davvero laggiù? Così, mentre le rotative delle tipografie, per iniziativa del Ministero della Guerra, sfornano un milione e mezzo di cartoline prestampate e preaffrancate con messaggi di rassicurazione da spedire dal fronte ai propri cari, il Generale di Corpo d’armata Carlo Caneva - responsabile delle operazioni libiche - e la Casa Cinematografica Cines, decidono di organizzare delle riprese destinate a comporre, a uso dei soldati, la cartolina animata di una intera Nazione. L’idea ha successo. In tutta la Penisola le riprese si estendono a macchia d’olio: al cenno dell’operatore, centinaia di famiglie salutano, lanciano baci, mostrano oggetti, esibiscono cartelli, sorridono, piangono.
Provocando questo straordinario evento, le macchine da presa imprimono però sulla pellicola, senza accorgersene, una lunghissima fotografia in movimento, un ritratto inedito di una nazione ancora giovane. Di quelle cinematografie perdute, proiettate solo per 5 giorni, fra il 20 e il 25 marzo, in una Tripoli che non le aspettava più, rimangono solo due foto sbiadite, due disegni per la “domenica del corriere” e delle tracce su carta, articoli.

Le case da tè giapponesi (Osho)

Osho è un filosofo e "maestro di meditazione indiano del XX secolo che si inserisce nella tradizione dell’Illuminazione orientale.  (S.L.L.)
In Giappone, nei monasteri ci sono delle piccole case - le case da tè. Quando i giapponesi si recano in una casa da tè, è come se si recassero al tempio. Fanno un bagno purificatorio, indossano vesti pulite e lasciano le scarpe fuori dalla porta; si muovono in silenzio, con grazia; si siedono... Ed è un lungo rituale. Gli dèi vanno trattati bene, e il tè è un dio, il dio della consapevolezza. Così resteranno seduti in silenzio, e il bollitore andrà avanti a cantare la sua canzone, e loro come prima cosa l'ascolteranno. E si prepareranno. Meditando sul bollitore che canta.
In seguito verranno date loro le tazze. Toccheranno le tazze e i cucchiaini, li contempleranno come opere d'arte. Ogni monastero si fabbrica i propri. I ricchi si fabbricano i propri. I poveri, se non possono permettersi il lusso di fabbricarseli, li comprano al mercato, poi li spezzano e li riattaccano ad arte: diventano così pezzi unici.
Poi il tè viene versato. E tutti sono in un profondo, ricettivo stato meditativo, respirano lentamente e profondamente. Alla fine il tè viene bevuto, ed è come se in loro scendesse un nettare divino.

Da Segreti e misteri dell’eros, ES, 1991

La vera storia della monaca di Monza (Valerio Castronovo)

"E' la verità ch'io ho fatto l'amore, ma però amore sforzato che per conto d'amore volontario non l'havrei fatto con il re di Spagna...".
Con queste parole si apre la confessione della "monaca di Monza", al secolo Virginia Maria de Leyva, davanti al vicario criminale della curia arcivescovile di Milano. E' il 22 dicembre 1607.
Due mesi dopo, il suo amante Gian Paolo Osio verrà deferito al tribunale per rispondere di tre tentati omicidi, di un assassinio e di altri misfatti da lui compiuti per tappar la bocca ai testimoni più scomodi della sua "sacrilega relazione" con la suora: riuscito a sfuggire alla forca, finirà ammazzato a tradimento, qualche anno dopo in data imprecisata, per mano di un amico presso il quale aveva pensato di trovar scampo.
La vicenda si concluderà tuttavia soltanto nel dicembre 1622, quando suor Virginia Maria uscirà infine, dopo tredici anni, dalla cella di un monastero, larga tre braccia e lunga cinque, in cui era stata murata viva a seguito di una sentenza firmata dal cardinal Federico Borromeo. L'incontro fatale con l'Osio era avvenuto in una giornata dell'ottobre 1597. Bel giovane, ricco e ozioso, Gian Paolo abitava in una casa "da nobile" contigua al monastero di Santa Margherita. Passava per "amico del convento", che si serviva spesso dei suoi domestici per le proprie commissioni e se lo teneva buono per le sue amicizie altolocate. Non si trattò tuttavia del classico colpo di fulmine: anzi, all'inizio, suor Virginia Maria si era mostrata inflessibile nel redarguire con "un gran rebuffo" Gian Paolo, sorpreso a insidiare una giovanissima educanda a lei affidata e nel tener ferma la denuncia contro di lui, accusato dell'assassinio di uno dei suoi procuratori.
Nemmeno quando, dopo averlo perdonato, se l'era trovato davanti un anno dopo, con la vigile compiacenza di alcune suore, le cose erano andate lisce. Suor Virginia Maria non disdegnò di farsi vedere alla finestra, di salutarlo, di scambiare con lui lettere e doni; ma poi, più che l'assiduo corteggiamento di Gian Paolo, fu un vero e proprio stupro ("sopra il basello della prima porta", dirà la monaca ai giudici, "esso Osio mi violentò gettandomi per terra, e nonostante ch'io critassi e dicessi ah traditore, ah traditore hebbe comertio contro di me...") a trascinare suor Virginia Maria in una controversa avventura amorosa, turbata (oltre che da un aborto e dalla nascita di una bambina illegittima) da continue crisi di coscienza e remore morali, che la portarono spesso a lunghe interruzioni degli incontri senza peraltro riuscire a troncare definitivamente il rapporto.
Di questo fosco dramma aveva già parlato Giuseppe Ripamonti nelle sue Historiae patriae, edite a Milano tra il 1641 e il 1643 (quando la monaca di Monza era ancora in vita), senza tuttavia rivelare né il nome del casato, né quello del luogo in cui si erano svolti i fatti. Fu poi il Manzoni, come si sa, a dare definitivamente notorietà alla perversa storia d'amore di Virginia Maria e di Gian Paolo (trasfigurata nei personaggi di Gertrude e di Egidio e posticipata al periodo 1628-1630), prima nel Fermo e Lucia, poi in alcune sorvegliatissime pagine dei Promessi sposi.
Con una premessa di Giancarlo Vigorelli (che sottolinea come la figura della monaca di Monza sia stata vissuta dal Manzoni con un "amore apprensivo", fatto d'attrazione, di sottrazione, di giustificazione) appaiono ora gli Atti originali del processo, dopo che ne è stata finalmente autorizzata la pubblicazione in edizione integrale, accuratamente annotati e commentati da diversi specialisti (Vita e processo di Suor Virginia Maria de Leyva monaca di Monza, Garzanti, pagg. 956, lire 48.000). Dopo le numerose e svariate versioni - monche, romanzate o sommarie - che si sono susseguite fin qui, possiamo perciò finalmente disporre di una trascrizione fedele e filologicamente corretta di tutti gli incartamenti giudiziari.
Da questa massa di documenti esce fuori un racconto di grande efficacia e immediatezza. Sono infatti gli stessi protagonisti e comprimari a narrare passo per passo tutta la storia. E le loro testimonianze si intrecciano con le argomentazioni degli inquisitori, con le deposizioni di patrizi e di notabili, di mercenari e di servi infidi, di preti e di monache, ma anche con le impressioni di semplici contadini e paesani: sino a disegnare lo scenario multiforme di una intera società sul finire del Cinquecento.
D'altronde Virginia Maria de Leyva non era una semplice suora. Era la figlia di uno dei membri più autorevoli dell' aristocrazia spagnola, signore del borgo monzese e di altre terre; e nei suoi primi anni di vita in convento, aveva esercitato a pieno titolo, in assenza del padre, i diritti feudali che le competevano. Questa sua condizione privilegiata, propria della casata cui apparteneva, continuerà a giocare una parte rilevante anche in seguito, quando sul capo di suor Virginia Maria si addenserano i primi sospetti. Chi in paese sapeva della sua relazione amorosa preferì starsene zitto, per timore di una vendetta; né dal convento, fin quando le cose non precipitarono in seguito ai delitti perpetrati dall' Osio, uscì una sola parola sull' argomento.
E' significativo, del resto, come l'educazione aristocratica e l'orgoglio del suo rango avessero portato la monaca-feudataria di Monza, dopo essere stata violentata da Gian Paolo, a cercare di difendere la propria verginità gridandogli in faccia: "racordatevi chi sono io". Eppure la de Leyva fu una vittima sventurata, più che una sciagurata colpevole di questo torbido intrigo. Lo fu, prima di tutto, del padre che, volendola derubare dell'eredità materna, l'aveva chiusa in un convento; e poi di quanti, accogliendola a undici anni perché studiasse da novizia, l'avevano irretita sollecitandola a pronunciare i voti in vista dei benefici che potevano trarre dal possesso della sua "dote spirituale".
Ma il dispotismo paterno e la violenza subdola dei superiori ecclesiastici di Virginia Maria non furono che il prologo di una ben più lunga sequenza di inganni, di sopraffazioni e di viscide ipocrisie.
Milano, Palazzo Marino. Vi nacque Marianna di Leyva,
poi suor Virginia, la cui madre era appunto una Marino.
A quell'epoca, la barbara usanza di chiudere le figlie in un chiostro (così come la connivenza del clero con questo genere di pratiche) era tanto diffusa da non destare scandalo alcuno, a parte qualche condanna formale della Chiesa. D'altra parte, per rendere meno opprimente e tediosa la vita delle infelici recluse, votate loro malgrado a indossare l'abito religioso, era tacitamente tollerato che esse si prendessero qualche svago, con la complicità degli stessi parenti, che in tal modo pensavano di tacitare la propria coscienza. Sicché, sia pur tra artifizi e sotterfugi disdicevoli per le monache "vere", non era affatto infrequente che tra le mura dei conventi si tenessero degli autentici festini, o che si lasciasse sfogo ai temperamenti sessualmente più esuberanti: tant'è vero che di alcuni monasteri si parlava, con cognizione di causa, come di "pubblici postriboli" o di luoghi dediti più alla mondanità che alla preghiera e all' astinenza (ma c'era anche chi si rivoltava contro l'assurdità delle monacazioni forzate: "in questo chiostro, in cui devo morire / morirò sì, ma chiamerò vendetta / quando giunto sarai al punto estremo / barbaro genitor, per dare i conti / saprò ben dire al Giudice supremo / lungi lungi Signor la tua pietade / che non merita pietà che tanto è fiero / chi di coltel ferisce, anch' ei ne cade": così recitava il dolente lamento di una monaca, costretta a prendere il velo al convento milanese di Santa Radegonda).
Insomma, per quanto odiosa fosse la condizione delle poverette recluse in un convento contro il loro volere, il caso della monaca di Monza non avrebbe avuto una così grande risonanza se tutto si fosse esaurito nelle tribolazioni dovute a una monacazione forzata. A farne una vicenda emblematica dello spirito e dei costumi del tempo fu piuttosto la trafila di pressioni e di soperchierie che suor Virginia Maria subì quando cercò di trovare una via di uscita alla sua esperienza, tormentata e combattuta com'era fra una ardente passione amorosa e una mai sopita coscienza del peccato. Giacché la poveretta si trovò a che fare con la violenza morbosa delle altre monache e con quella gaglioffa dei conniventi dell'Osio, con la violenza brutale dell' inquisitore (che non esitò a farla torturare), e infine con la violenza spirituale, ma non meno implacabile, dell'autorità ecclesiastica: che, dopo averla segregata in una fetida cella per tanti lunghi anni, giunse a negarle per parecchio tempo il conforto di una possibile "redenzione" sia pur attraverso le prove più ingrate dell'umiliazione e della penitenza.
Più volte suor Virginia Maria, benchè "cruciata al cuore", s'era sforzata di togliersi di dosso quello che a suo dire era un "ammaliamento malefico", quasi una possessione diabolica; ma non era riuscita a liberarsi della sua "afettione"; e così, dopo il primo "tempestoso" incontro con l'Osio, era tornata ad avere "comertio carnale con lui più e più volte che non so dire quante". Riferirà una delle due suore prestatesi a far da complici: "la notte di s. Steffano cominciò esso Osio entrar dentro al monastero et andò con suor Virginia Maria nella sua camera et cominciò a dormire con lei in un letto, et suor Benedetta et io dormevamo in un altro letto, et così restò gravida di lui quale dormeva una o due volte la settimana se ben alcuna volta stava una settimana, quendeci giorni et anco un mese mentre stava a Milano, e continuava anco di venir da suor Virginia Maria sendo lei gravida...". Dopo il parto di un "putto morto" avvenuto nel 1602, che le aveva procurato uno stato di profonda prostrazione ("per il grande dolore ch'io ho avuto cascai in infirmità et febre che mi durò tre anni"), suor Virginia Maria, lacerata fra la "fascinatione" e la "ripulsa", era ricorsa a tutti gli esorcismi possibili, persino alla coprofagia, per liberarsi dal "male d' amore" e "salvar l'anima" ("e perchè havevo inteso che magnandosi del sterco di colui che si amava tre volte... sarebbe venuto in odio io perciò ne magnai tre volte col fidigo e con delle cepolle...").
D'altra parte, a tenerla avvinta a Gian Paolo s'era messo di mezzo anche un prete, Paolo Arrigone, che, anzichè cercar di sottrarre i due amanti alla loro passione, se ne fece il mandante prima ancora che il complice (ispirando egli stesso le lettere galeotte che Gian Paolo inviava a Virginia Maria) e che, al colmo della bassezza, si fece poi avanti per sostituire il suo pupillo ("e detto prete Paolo... si scoperse meco che lui era inamorato di me e dessiderava di fare l'amore meco"). Salvo poi, nel corso del processo, a negare ogni addebito cavandosela così a buon mercato, grazie anche al riguardo usatogli per l'abito talare che tanto indegnamente aveva portato.
La relazione fra suor Virginia Maria e Gian Paolo si interruppe definitivamente nel 1607, quando i delitti commessi dall'Osio per impedire che della tresca fosse informata la Curia, infransero una volta per tutte il muro dell'omertà, scatenando "livore e malignità". A farne per prima le spese fu la monaca di Monza, prelevata nottetempo dal suo monastero (dopo che aveva cercato di ribellarsi e che, brandendo una spada, aveva minacciato financo di uccidersi) e rinchiusa nelle segrete di un convento milanese destinato alle monache colpevoli di reati gravi e alle prostitute convertite. Qui, sottoposta a tortura, suor Virginia Maria cercò di difendersi disperatamente, non già rinnegando la "mala pratica", ma attribuendola agli incanti e alle malie, rievocando lo sconforto e le angosce di cui era stata continuamente preda, elencando tutti i tentativi che aveva messo in atto per troncare la relazione con Gian Paolo.
E quando nel 1622, verrà abbattuto il muro della cella in cui era stata gettata, non ne uscì una creatura fragile e smarrita, benché segnata profondamente nel corpo tanto da essere irriconoscibile dalla bella donna di un tempo. Suor Virginia Maria ebbe ancora la forza di invocare e di ottenere infine un colloquio con il cardinal Federico per proporre essa stessa il suo successivo itinerario di espiazione e di contrizione: lei che, dopo lo scandalo, i familiari s'erano affrettati a cancellare dall'albo del casato, quasi che non fosse mai nata; lei che, già "tanto potente", al primo incontro col Borromeo dopo la prigionia s'era sentita apostrofare come "una femmina miserabile" e "indegna di stare sulla terra, degna piuttosto di ogni supplizio, degna di essere rinchiusa tra due pareti, finché sei viva, come pure di essere sepolta all'inferno una volta morta".

“la Repubblica”, 30 ottobre 1985

Stevenson e i suoi cinque tavoli (di Italo Calvino)

Robert Louis Stevenson
Tra i ventisette e i trent’anni Robert Louis Stevenson collaborava a un settimanale, il “London”, di tendenza «tory», diretto da amici suoi. Fu nel “London” che R.L.S. pubblicò la prima serie dei suoi racconti, tra i quali Il Club dei suicidi e Il diamante del Rajah, più molte collaborazioni non firmate riprese poi nei suoi volumi di saggi. Ma prima ancora era parso nel “London”, anonimo, un racconto lungo o romanzo breve d'una cinquantina di pagine, An Old Song, che è sicuramente di Stevenson ed è sicuramente la sua prima prova narrativa compiuta (1877).
Nessuno se n'era mai accorto prima di quest'anno, quando uno studioso americano, Roger G. Swearingen, ha scoperto che alcune minute trovate nei manoscritti giovanili di R.L.S. (il fondo più importante di carte stevensoniane è all'università di Yale) appartengono a quel frammento trovato nei manoscritti giovanili, in un volume non facile da trovare, coedizione di due piccole case editrici, una del Connecticut e una scozzese.
Il fatto che l'autore non abbia mai pensato a ripubblicarlo, prova che egli considerava An Old Song un tentativo ancora immaturo. Difatti lo sviluppo narrativo è ancora povero, ma si tratta comunque d'un testo molto interessante perché, nel legame e contrasto tra due fratelli (o cugini), contiene un netto preannuncio del suo capolavoro, il Master of Ballantrae. (Qualcuno dice anche del Dr. Jekyll and Mr. Hyde, ma direi solo nel senso che dimostra come già Stevenson tendesse a contrapporre due personaggi che sono come le due metà dissimmetriche d'un'unica persona).

Educazione puritana
L'azione si svolge in una solitaria casa scozzese, dove un anziano colonnello convertitosi allo zelo religioso educa severamente due nipoti, cugini tra loro, John e Malcolm. Lo zio preferisce palesemente John, di carattere più fiero e impulsivo, al più docile e saggio Malcolm, ed è già deciso che John sarà il suo erede. Questo Colonnello Falconer è la prima incarnazione che R.L.S. dà d'un'immagine paterna che aveva avuto un peso considerevole negli anni più sofferti della sua breve vita, dominati dai dissidi col padre per motivi di comportamento e sul modo d'intendere la religione. Difatti nel racconto la severità dell'educazione puritana è uno dei moti vi che scatenano il dramma. Non il motivo principale, però: tutti restano prigionieri d'equivoci su se stessi e sugli altri.
Un giorno la fidanzata dichiara a John che non ama lui ma Malcolm; John decide che è suo dovere rinunciare tanto al matrimonio quanto all'eredità in favore del cugino. La stessa sera egli trova il modo di ribellarsi allo zio in modo tanto irreparabile da dover abbandonare la casa Inizia per lui una vita grama, d'impieghi in giornali che falliscono, alcolismo, disoccupazione. Finisce per tornare alla vecchia casa solo dopo la morte dello zio, accolto con qualche impaccio da Malcolm e dalla moglie. A poco a poco scopre che lo zio non aspettava altro che il suo ritorno, che non è vero che la ragazza non lo amasse, che il cugino non meritava la sua abnegazione. Dopo una rissa violenta col cugino, in cui quasi 1' ammazza, abbandona la casa per sempre.
La frase finale dice: «Pioveva senza soste, e le strade da quelle parti erano percorribili a mala pena per chi viaggiava a piedi».
Il pudore nell'esplicitare sentimenti e passioni, l'esclusione d'ogni giudizio o commento sono i segni d'uno stile come scelta poetico-morale che il giovane R.L.S. si prefigge, ma manca ancora tutto quello che il lettore di R.L.S. adulto s'aspetta come efficacia di visione e d'emozione. Tutti gli aspetti tenebrosi e avventurosi che saranno presenti nel Ballantrae, qui sono soffocati, anzi negati. Quello del giovane Stevenson è un romanticismo che castiga se stesso.
Già ben delineato è però quello che sarà il grande tema del Ballantrae: il «buono» che a poco a poco si dimostra, implicitamente, egoista e subdolo, mentre, altrettanto implicitamente, la nostra simpatia viene conquistata dal «cattivo». In più qui c'è il risalto che acquista la figura del vecchio zio: è a questo personaggio che appartiene il tratto psicologicamente più sottile del racconto: il severo colonnello, nonostante tutto, segretamente comprende il nipote ribelle più di quello obbediente, perché riconosce nel primo un'esigenza morale d'andare fino in fondo affine alla sua. E vi possiamo vedere una definizione che il giovane Stevenson cercava di dare ai suoi problemi col padre.
L'altro testo (un inedito assoluto) che il volume contiene è l'inizio (una ventina di pagine) d'un romanzo epistolare, le Lettere edificanti della famiglia Rutherford, anteriore all'altro di quattro o cinque anni e più giovanile ancora come contenuto, ma d'una scrittura molto più ricca. Anche qui dissidio tra padre e figlio sulla religione e 1'austerità di condotta, e anche qui accenni a una possibile comprensione nella diversità.
L'altra novità dell'annata (questa nell'ambito italiano) da segnalare agli appassionati di Stevenson è l'uscita del volume dei «Meridiani» Mondadori dedicato al narratore scozzese, a cura dell'infaticabile Attilio Brilli (R.L. Stevenson, Romanzi, racconti e saggi, pagg. 2000, lire 30.000).
La scelta è ricca e comprensiva di tutte le opere f ondarne ntali e di parecchi testi più rari: oltre ai romanzi maggiori, e a tutte o quasi le raccolte di racconti (ma i titoli dei singoli racconti non figurano nell'indice, e nemmeno nei titoli correnti, cosicché cercare un racconto sfogliando le duemila pagine in carta India è un bel problema), ci sono alcuni dei romanzi meno conosciuti, come Il riflusso della marea (The Ebb-Tide), una selezione delle memorie di viaggio di questo grande infermo che viaggiava come un hippy, e un centinaio di pagine di saggi.

Precursore dì Jakobson
La scelta dei saggi è la maggiore novità per l'Italia (almeno, io non ricordo altre traduzioni) e la più interessante, dato che questo maestro del romanzesco era un uomo d'una coscienza critica più unica che rara. Purtroppo non è stata inclusa nella scelta la più fondamentale dichiarazione di poetica stevensoniana: A Humble Remon-strance, saggio scritto nel 1884 in risposta al saggio The Art of Fiction del suo amico Henry James. (L'ha ricordato recentemente in televisione il vecchio stevensoniano Mario Soldati). Mentre James sosteneva che il romanzo deve «competere con la vita», R.L.S. ribatte che il romanzo deve funzionare come romanzo, mentre la vita è un'altra cosa, molto meno ordinata e finalizzata. La lucidità e la concretezza di Stevenson nel capire cosa sono i mezzi letterari e le strategie del loro impatto sono d'una modernità e d'una esattezza straordinarie. Tra i saggi compresi nel volume dei «Meridiani» ce n'è uno ancora più inaspettato: quello sugli Elementi tecnici dello stile, dove R.L.S. per spiegare la suggestione di certi versi e di certi brani di prosa precorre le analisi fonetiche e fonologiche di Roman Jakobson.
Un gioiello del volume è il saggio La casa ideale. Vi si dice tra l'altro che lo studio dello scrittore deve avere cinque tavoli: uno per il lavoro del momento, uno per i libri da consultare, uno per manoscritti e bozze, un quarto sgombro per ogni occorrenza e un quinto per le carte geografiche! Tra le molte meraviglie che R.S.L. sogna per la sua casa — tutto d'un'estrema semplicità, compresi «un Corot e un Claude o due» — c'è uno spazio in soffitta per le battaglie dei soldatini di piombo.

“la Repubblica”, 2 dicembre 1982

1.2.13

Jack London? Gli davamo del tu (di Giovanni Arpino)

Jack London
Ideologicamente? È rischioso palleggiarlo. Stilisticamente? Può far arricciare più di un naso fine. La sua importanza? Forse sta solo nel gorgo fangoso — ma proprio per questo straordinario — di una letteratura popolare e vitalistica.
Jack London, che tempra. Nasce un anno prima che la regina Vittoria diventi l'imperatrice delle Indie. Muore mentre Freud scrive l'Introduzione alla psicanalisi, mentre Dostoevskij medita i Karamazov e Apollinaire sta per coniare il termine « Surrealismo ».
Ma lui, che ne sapeva? Per me, quest'uomo vagabondo, rissoso, narratore che si sente marinaio, giornalista che si sente narratore, è un grande. E lo è anche se gira non in tenuta poetica, ma con una camicia a rozzi quadri, con le tasche rigonfie e lacere del randagio. Scrive legando nodi d'avventure, spezzando i capitoli con l'accetta? Benissimo, vivaddio. Il suo vitalismo gli procurerà smorfie da parte dei fedeli di una pagina ben coltivata? Controprova decisiva, a mio parere.
Per Jack London, la vita è una tigre, una iena, un terremoto dove ognuno deve pagar prezzi mostruosi, dove chi manca di coraggio è giusto che vada sulla forca, e dove chi ha coraggio non può non diventar cinico e bruto, in modo da meritarsi la forca anche lui. Il suo miglior personaggio, la sua più felice creatura è un cane, quel Buck che «serve» per una vita poi cede al «richiamo della foresta».
Sempre ingolfato, disperato, sanguigno, velleitario, con tutti i muscoli gonfi, London è un «qualcuno » con cui fare i conti (e divertirsi al giro avventuroso che combina). Un «qualcuno» che i lettori schietti sanno capire: penso a un ferroviere, a un ubriacone, a un giocatore di carte della profonda provincia piemontese, che mi parlavano di London come di un fratello. Spartivano con lui l'identica visione cruda e nuda della vita, la stessa rabbia contro il destino, crogiuolo di ingiustizie.
Titano dalle scarpe scalcagnate, Jack si fa dare del «tu» da chicchessia. Per uno scrittore è il massimo dell'elogio. Le riserve lasciamole al professorini ignari del battito cardiaco, sordi ai «richiami ».

Postilla
Il testo proviene da un ritaglio su “Tuttolibri” de “la Stampa” senza indicazioni di data, ma certamente risalente agli ultimi anni 70 del Novecento. (S.L.L.)

Orwell (di Maurizio Flores d'Arcais)

Il “manifesto” del 10 luglio 1988 rievocava, con articoli di Gianni Riotta e Severino Cesari, la figura di Maurizio Flores d’Arcais, morto giovane e suicida 10 anni prima (12 luglio 1978), un “giovane maestro”, redattore delle pagine culturali del “quotidiano comunista”. Alle testimonianze dei suoi antichi compagni di lavoro il giornale fa seguire tre scritti di Flores, su London, su Orwell, su Trotzkij, molto belli.
Qui riprendo il secondo. Formalmente è la recensione o, più precisamente, la stroncatura di un volume antologico di George Orwell giornalista e polemista, che era appena uscito in Italia;  in realtà è il profilo appassionato di uno scrittore che la sinistra, anche quella più radicale, non avrebbe dovuto consegnare agli apologeti dell’ordine borghese e capitalistico. (S.L.L.) 
George Orwell
George Orwell è conosciuto principalmente per due romanzi e un pamphlet politico-giornalistico. I romanzi sono La fattoria degli animali, metafora esopica sul passaggio dalla fase eroica della rivoluzione russa al terrorismo e alla normalizzazione staliniana, e 1984, utopia negativa, scritta sulla traccia della geniale anticipazione del Noi di Zamjatin (1922), sul destino di un «socialismo» costruito dall'alto, alienante e antiumano. Il pamphlet è Omaggio alla Catalogna, diario dell'esperienza vissuta in Spagna nel corso della guerra civile, dove Orwell aveva militato nelle file del Poum, che si chiude amaramente durante le «giornate di Barcellona» del '37, con il massacro di anarchici e trotzkisti ad opera del partito comunista.
Oltre che scrittore, Orwell fu giornalista e polemista, intervenne costantemente su temi politici e letterari su diverse tribune, anche se spesso in modo occasionale e non sempre convincente. Questa parte dei suoi scritti è stata raccolta in Inghilterra nel '68, successivamente pubblicata nella serie degli economici «Penguin», e appare ora in Italia nella scelta antologia Tra sdegno e passione (Rizzoli) : titolo retorico che rispecchia tuttavia l'impegno e la personalità di Orwell, socialista umanitario e bohémien. Fastidiosamente retorica è invece l'introduzione di Enzo Giaclùno, che non solo presenta un'interpretazione assai discutibile delle singole opere di Orwell, ma offre un'immagine del «personaggio» quanto meno distorta. In più il taglio dell'antologia, che vuole ricostruire l'itinerario biografico di Orwell, non è affatto convincente: mantenere la partizione cronologica dell'originale edizione inglese sarebbe stato assai meno arbitrario.
Perché allora parlare di un libro inutile, che passerà probabilmente inosservato fra i lettori di sinistra? Chi conosce i meccanismi dell'industria editoriale sa bene che le stroncature valgono quanto le migliori recensioni. Voglio correre il rischio perché, se il libro è un'occasione sprecata, non bisogna sprecare l'occasione per alcune riflessioni a mio avviso necessarie.
Si tratta di un rimprovero alla sinistra, a tutti noi, perché Orwell è scrittore nostro, militante. Parlando delle ragioni del suo impegno scrisse una volta: «Sono uno scrittore. L'impulso di ogni scrittore è di tenersi al largo della politica. Ciò che desidera è di essere lasciato tranquillo, in modo da poter scrivere in pace i suoi libri. Ma disgraziatamente diventa sempre più evidente che questo desiderio non è realizzabile più di quello di un piccolo negoziante, che vorrebbe mantenere la sua autonomia in mezzo ai supermarket...».
Consapevole delle sue contraddizioni, Orwell non ha mai esitato a schierarsi, senza cedere tuttavia all'opportunismo di tanti intellettuali, quando lo sfacelo del socialismo e le sirene (e i dollari) dell'occidente spingevano chi non voleva identificarsi con la Russia di Stalin ad abbandonare il «dio che è fallito». Scrisse nelle pagine finali di Omaggio alla Catalogna : «Quando s'abbia avuto uno scorcio d'un simile disastro — e, comunque finisca, la guerra di Spagna si rivelerà uno spaventevole disastro, indipendentemente dai massacri e dalle sofferenze fisiche — il risultato non è necessariamente disillusione e cinismo». Il disinteresse della sinistra per la sua battaglia anticapitalista e antiburocratica ha avuto il risultato di vedere oggi i suoi saggi pubblicati da Rizzoli, in un'edizione «irraggiungibile» per taglio, numero di pagine e prezzo.

In morte del cinepanettone ucciso dalla grande crisi (Roberto Brunelli)

Dalla rubrica Abissi del quotidiano "Pubblico", prematuramente scomparso, una convincente lettura di un genere cinamatografico diventato un fenomeno di costume e della sua fine ingloriosa. (S.L.L.) 
In quest’Italia sprofondata nella crisi dove però la crisi appare sui giornali e sui tg solo come un’astrazione folle, fatta di numeri e di termini bizzarri come spread e similari, una notizia che non ha avuto il risalto che meritava è la morte del cinepanettone.
Cosa incredibile, perché la morte del cinepanettone è un evento epocale, gonfio di una fortissima carica simbolica. Sembra ere geologiche fa, ma ogni santo natale che il signore metteva in terra approdava nelle sale un nuovo “Vacanze a...”o similari ed ogni volta il mondo si divideva in due: quelli che il cinepanettone è onesta cultura popolare, e quelli che il cinepanettone è l’abominio del cinema tricolore.
Forse non è vera né l’una né l’altra cosa: quel che è vero che il cinepanettone, tecnicamente parlando, è una forma di pornografia. Badate bene, non c’è nessuna rilevanza morale in questa definizione: è una questione formale, semplicemente vuol dire che si tratta della pornografia della comicità. Come in un film porno il dettaglio (ossia la copula o gli organi genitali) viene ingrandito all’estremo e ripetuto ossessivamente, così avviene nel cosiddetto cinepanettone: la battuta trucida, la situazione esageratamente ovvia nella sua dinamica comica, è ingigantita e replicata in una specie di infallibile meccanismo automatico. Il che, peraltro, rende il cinema panettone un oggetto straordinario sotto il profilo strettamente cinematografico: ha un ritmo tutto suo, sfrenato e quasi isterico, che ha pochi paragoni nella storia della settima arte.
Ma ora è finita. Addio cinepanettone. Addio Boldi e De Sica, riconvertiti a ritmi più soavi, a temi più morbidi, a commedie più soffici, in sintonia con i tempi. Addio ricconi e sbruffoni, vacanze spendaccione a Miami o sul Nilo, adolescenti procaci e amanti ingioiellate, battute grevi come le interiora di un porco. Tutto questo, al tempo del governo sobrio dei tecnici - e forse nemmeno di quel che al governo dei tecnici seguirà - non ha più motivo d’essere.
Probabilmente gli stessi spettatori, nonostante il sacrosanto diritto-dovere all’evasione, non hanno più la voglia né la capacità di sganasciarsi dalle risate. E anche questa è una notizia. Che probabilmente non leggeremo sui giornali.

"Pubblico", 30 dicembre 2012

Corruzione sistemica (S.L.L. - stato di fb)

C'è una cosa che tutti noi, comuni cittadini, fuori dai giri della politica e della finanza, stentiamo a capire. La confusione pubblico-privato, l'appropriazione di beni comuni e risorse di tutti, la distribuzione di regalie, in una parola la corruzione (delle istituzioni, dei gruppi, dei singoli) non è più patologica, ma sistemica. Peggio che ai tempi di Tangentopoli e mani pulite.
Spesso la corruzione è stata... legalizzata: gli enormi entroiti di manager pubblici e semiprivati, l'esosità del ceto politico in alto e in basso, la struttura delle banche, i meccanismi dei grandi appalti, eccetera eccetera eccetera sono di per sè strumenti legali per accaparramenti e ruberie mascherate.
E' questo che rende la crisi italiana più acuta e lacerante di quella (già gravissima) del capitalismo occidentale.
Non c'è futuro per nessuno se non si estirpa la malapianta. Chi parla di sviluppo e non affronta il tema della corruzione sistemica è un illuso o un imbroglione. In ogni caso parla d'altro.

Napolitano e il gioco al massacro (S.L.L. - stato di fb)

Napolitano vorrebbe che il MPS di Siena venga risparmiato dal gioco al massacro della politica. Un discorso a pera, se fatto da un presidente costituzionale, il quale, al contrario, dovrebbe rivendicare il "primato della politica", condannare l'omertà di tutti santuari finanziari, parte integrante di quella che il mio amico professor Marino chiama "globalmafia". 
E invece no. Anche stavolta ha deciso di proteggere averi, poteri e saperi, quelli che posseggono, quelli che possono e quelli che sanno. Invece che Presidente potrebbe farsi chiamare Lord Protettore, correndo il rischio dei sinonimi.

Gige e il candaulismo (dalle "Storie" di Erodoto)

Le Storie di Erodoto sono ricche di truci vicende di tradimenti, perversità e morti violente, veri e propri racconti “gialli” o “neri” che si incastonano nelle alterne vicende dei regni e dei popoli mediterranei. Strano e a suo modo affascinante è il primo di questi racconti, che copre i capitoli tra l’8 e il 12 del primo libro.
E' ambientato nell’antica Lidia, una regione interna della penisola anatolica, nell’odierna Turchia e vi si spiega come si originasse in quel regno la dinastia dei Mermnadi, onde derivò quel Creso celebre per la sua ricchezza.
Capostipite ne era stato un Gige, cui altre fonti (Platone, per esempio) attribuiscono arti magiche e anelli ultrapotenti. Qui invece la sua ascesa al trono, in luogo del re Candaule da lui stesso ucciso, si lega ad una storia di sesso.
I dizionari più ricchi registrano candaulismo, per indicare una perversione sessuale: credo che non sarà difficile per chiunque legga, rammenti o rilegga le pagine di Erodoto indovinare il vizietto cui il re Candaule diede il nome. (S.L.L.)  
Jean Léon Gérôme (1824 - 1904), Le Roi Candaule
8.
Candaule era innamorato di sua moglie; e, nell'esaltazione dell'amore, credeva di possedere la donna di gran lunga più bella di tutte.
Convinto di ciò, dato che fra le guardie del corpo c'era un certo Gige, figlio di Dascilo, che godeva in modo particolare la sua simpatia, a lui faceva le sue confidenze sugli affari più seri; e, fra l'altro, anche sulla bellezza della moglie, che esaltava oltre ogni dire.
Ma era proprio destino che Candaule dovesse finir male. Dopo un po' tenne a Gige questo discorso : « O Gige, poiché ho l'impressione che tu non mi creda quando ti parlo della bellezza di mia moglie (in effetti gli uomini prestano meno fede a quello che odono, in confronto a quello che vedono), fa' in modo di vederla nuda».

9.
Ma quello, alzando grida di protesta, esclamò: «O signore, quale discorso dissennato mi vai facendo tu, che tu, che mi inciti a guardare nuda la mia signora? Insieme con la veste la donna si spoglia anche del pudore.  Già da antico gli uomini hanno trovato precetti di saggezza, dai quali giova trarre ammaestramento; uno di essi è che ciascuno volga lo sguardo a ciò che è suo. Io sono convinto che essa è la più bella di tutte le donne e ti prego di non chiedermi delle cose disoneste».
Con tali ragioni egli tentava di schermirsi, temendo che gliene dovesse derivare qualche malanno.
Ma quello replicò cosi : «Fatti animo, Gige; e non temere né di me, per paura che ti faccia questa proposta per tentarti, né di mia moglie, al pensiero che te ne possa venire del danno; poiché tutto io combinerò in modo che nemmeno s'avveda di essere da te osservata. Infatti, ti farò entrare nella stanza dove passiamo la notte e ti collocherò dietro un battente della porta che si apre; subito dopo che io sarò entrato, verrà anche mia moglie per coricarsi. Vicino alla porta di entrata c'è una sedia e su questa essa deporrà gli indumenti, a uno a uno, man mano che se li toglie di dosso e tu potrai contemplarla con tutta tranquillità. Quando, poi, dalla sedia si dirigerà verso il letto e tu ti troverai alle sue spalle, abbi cura che essa non ti veda mentre te ne andrai attraverso la porta».

10.
Sicché Gige, visto che non poteva avere scampo, era disposto a ubbidire; e Candaule, quando gli parve giunta l'ora d'andare a dormire, lo introdusse nella stanza da letto: subito dopo ecco anche la moglie e mentre essa entrava e deponeva i suoi vestiti Gige la contemplava.
Poi, quando la donna, accostandosi al letto, gli volse le spalle, di soppiatto se ne uscì; ma mentre se ne andava essa lo scorse. Pur comprendendo quello che il marito aveva combinato, non si mise, però, a strillare per la vergogna, né fece mostra di essersene accorta, ma nell'animo meditava la vendetta contro Candaule: per i Lidi, infatti, come pure, in generale, per gli altri Barbari, essere visto nudo, anche per un uomo, è cosa che procura grande vergogna.

11.
Per il momento, dunque, senza dare a veder nulla, se ne stette così, quieta; ma non appena fu giorno, messi sull’avviso quelli dei servi che vedeva esserle particolarmente devoti, mandò a chiamare Gige.
Questi, convinto che la regina nulla sapesse di quanto era avvenuto, si presentò all'invito, poiché anche prima era solito recarsi da lei quando la regina lo chiamava.
Quando, dunque, Gige arrivò, la donna gli disse: «Ora, Gige, delle due vie che ti si presentano, lascio a te scegliere quella che vuoi seguire: o, ucciso Candaule, ti prendi, insieme con me, anche il regno dei Lidi; oppure tu stesso, qui subito, devi morire, affinché, in tutto ligio a Candaule, non abbia per l'avvenire a veder più ciò che non si deve. Poiché bisogna pure che scompaia o lui che ha combinato questo tranello, o tu che mi hai vista nuda e hai fatto ciò che non è lecito».
Gige per un poco rimase sbalordito ad ascoltare ciò che gli si diceva; ma poi si mise a scongiurarla di non metterlo nella necessità di dover fare una tale scelta. Siccome, però, non riusciva a piegarla e vedeva che era assolutamente necessario o uccidere il suo signore o essere egli stesso ucciso da altri, scelse di sopravvivere.
Quindi le rivolse questa domanda: «Poiché mi costringi a privare della vita il mio padrone, contro mia voglia, suvvia, che io sappia in qual modo potremo mettere le mani su di lui».
Ed essa di rimando disse: «Dal medesimo luogo partirà l'insidia donde anche egli mi ha fatto apparire nuda; lo si colpirà mentre è immerso nel sonno».

12.
Quando si furono accordati sulle modalità dell'insidia, sopraggiunta la notte, Gige (dato che non lo si lasciava libero, né vi era alcuna via di scampo, ma bisognava proprio che morisse lui o uccidesse Candaule) seguì la donna nella stanza da letto.
Essa, dopo avergli messo in mano un pugnale, lo nascose dietro la stessa porta; e, più tardi, mentre Candaule riposava, Gige, sbucato fuori dal nascondiglio e uccisolo, divenne padrone della moglie di lui e del suo regno.
Anche Archiloco di Paro che visse nello stesso periodo ne fa menzione in un trimetro giambico.

Erodoto, Le Storie, Libro I, capp.8-12
Traduzione Luigi Annibaletto (Mondadori, 1956)

Storie. Il Calidario di Venturina (di Luca Telese)

Nell’articolo che segue Luca Telese racconta una vicenda imprenditoriale che per molti versi può definirsi di eccellenza. Un luogo abbandonato dall’incuria privata e dimenticato dalle pubbliche istituzioni, recupera – grazie a un uomo coraggioso e controcorrente – sia il passato che il futuro.
Il racconto suscita più di un interrogativo: il più angosciante riguarda la qualità culturale e umana del nostro ceto politico e imprenditoriale, non solo a livello nazionale e regionale, ma anche a livello locale. Storie come quella qui narrata – nel segno del pubblico e/o del privato – potrebbero contarsene e raccontarsene a centinaia, in contesti appena più ricettivi di quelli attuali, quasi sempre refrattari per ignoranza oltre che per avidità. (S.L.L.)

Il Calidario di Venturina ieri ed oggi
Questa è una storia, come a volte capita, apparentemente al contrario. E’ una storia – contro ogni cliché - di un Sud che emigra al Nord e produce ricchezza. E’ - fra l’altro - la storia di un laghetto in cui si può fare il bagno anche il 31 dicembre. E’una storia di Terme etrusche concepite in provincia di Avellino. E’una bella storia italiana, contro ogni stereotipo: una storia di coraggio e di impresa. La storia di un uomo che inventa (ma si potrebbe anche dire re-inventa) un meraviglioso complesso termale in mezzo ad un bosco di ulivi, di fronte alla rovine di una cartiera abbandonata, in un incantato angolo di Toscana. Questa è la storia di quello che oggi è il Calidario etrusco di Venturina e dell’uomo che lo ha costruito, Giuseppe D’Onofrio.
Però, per rimettere a posto tutti i tasselli di questo viaggio nel tempo bisogna partire dai primi anni sessanta. Venturina è il borgo operaio di uno splendido antico municipio: Campiglia marittima. Campiglia è una miniatura medievale arrampicata su una collina, affacciata sul Tirreno. Venturina si sviluppa ai suoi piedi: ci sono case basse e rosse, gli svincoli dell’Aurelia, la stazione, le meravigliose campagne trapuntate di ulivi che si dipanano intorno a Castagneto Carducci. Questa zona passa dal mare alla montagna in un pugno di chilometri, un fazzoletto incantato di prati verdi e boschi, dove di notte ti ritrovi i cinghiali in mezzo alla strada e tutti i maschi adulti (o quasi) hanno il fucile da cacciatore sul camino. Il sottosuolo è una miniera nascosta di vapori e sorgenti: a Larderello, poco lontano, ci hanno costruito persino una centrale termica. Questo è un panorama che custodisce uno snodo di destini: a Sud l’Aurelia porta verso Piombino un frammento di classe operaia che (esiste ancora oggi) va a lavorare in acciaieria. A Nord si va verso la solarità scanzonata di Livorno passando per la maestosità neoclassica di Castagneto Carducci, l’eleganza vinicola di Bolgheri, l’operosità cittadina di Cecina.
In questo scenario toscano, alla periferia di Venturina c’è un posto strano. Tecnicamente è un acquitrino, alimentato da una sorgente di acqua calda. Nei primi anni sessanta lo chiamano ancora «Il Bottaccio».
D’estate qualche temerario ci va a fare il bagno, d’inverno ci vanno gli innamoratini a limonare, tutto l’anno ci va anche chi vuole disfarsi di qualcosa, dalle gomme rottamate in giù: lo usano come una discarica. A completare il quadro di abbandono ci sono le rovine di una cartiera che ha smesso di produrre agli inizi del Novecento: per anni usava l’acqua calda per le sue lavorazioni, poi è diventato uno scheletro diroccato, come il fondale di una scenografia distrutta.
Poi arriva quest’uomo, dal sud. Si chiama Giuseppe D’Onofrio viene da Gesualdo, un paese della provincia di Avellino. Fino a 22 anni ha fatto il cavatore di marmo. Ma è il suo talento che lo ha messo in viaggio facendolo emigrare. A quell’età arriva in questo angolo incantato, perché riesce a scoprire delle cave di marmo a Bagnarello, nella zona di Suvereto. Arriva come arrivano gli uomini che viaggiano, ma trova una moglie e mette radici in Toscana. Poi un giorno vede quel posto – il Bottaccio - e se ne innamora. E non solo: guarda quell’acquitrino e pensa che potrebbe essere tutto diverso, immagina di poter reinventare uno spazio naturale.
Nel 1969 si presenta davanti ad un notaio con 15 milioni di lire e lo acquista. Quando pochi giorni nei bar del paese si diffonde la voce che il cavatore di marmo venuto dal Sud ha fatto dei debiti per comprare l’acquitrino qualcuno ride e qualcuno dà di gomito: «Ha saputo? C’è uno così bischero da spendere soldi per il Bottaccio!». E sembra davvero una follia: 15 milioni per una discarica con acqua calda.
Giuseppe è nato nel 1935: ha 34 anni, nell’Italia del boom in cui tutto sembra possibile. Ha addosso il senso di positività del suo tempo, l’anno del grande boom. Per prima cosa bonifica il laghetto naturale, restituendolo alla sua forma e purgando il fondale da ogni impurità. Poi apre un dancing dove tutte le coppie della zona venivano a ballare con la musica dal vivo. Quindi inaugura un ristorante bar. Ovviamente a questo piccolo mondo Giuseppe gli trova anche un nome. Il cavatore ha una istruzione elementare, ma anche intuito e cervello fino: il vecchio «Bottaccio», viene ribattezzato in «Calidario». Alla moglie che gli chiede come mai abbia scelto proprio quel nome risponde: «Semplice! Ho cercato nei libri. Calidarium, è latino. Ovvero: luogo delle acque calde. O tolto la (a)um che nel mio dialetto irpino significa non pagare».
Il primo Calidario, quindi, è un laghetto dove c’è musica e vita, la gente corre a fare il bagno lasciando le macchine sul ciglio della spiaggetta. Dopo pochi anni, poi, arriva l’ultimo tocco di genio, la piccola grande invenzione che cambia ancora una volta il paesaggio.
Giuseppe si ricorda della sua prima vita di cavatore, e di quanto era bello, per lui, tenere la pietra frammentata tra le mani. Così prova a ricoprire tutto il fondale di ciottoli. Ciottoli piccoli e grandi, ciottoli colorati di ruscello che preservano le infiltrazioni dell’acqua calda, e filtrano ogni fondale: il lago traspira – è questa l’idea – ma è bellissimo poterci camminare dentro con quei piccoli sassi lisci sotto i piedi: come in un ruscello, senza sporcarsi mai.
Alla fine degli anni ottanta il Calidario ha continuato a crescere: è diventato un frammento di paesaggio inedito, diverso. Come definirlo, infatti? E’ artificiale e naturale allo stesso tempo. E’ un
luogo che ingloba e recupera il passato, e dentro questo scenario anche la vecchia cartiera non è più un monumento al passato, ma un presepe che si rianima, con la sua struttura novecentesca
e i suoi mattoni antichi.
Ci sono tre sorgenti che alimentano il laghetto, getti che dal muro della cartiera precipitano nel lago, e - con il tempo - tutto il bordo viene pavimentato con mattonelle di cotto toscano. Dal 1999, al signor Giuseppe si affiancano i due figli Massimo e Luca. E’l’ultimo salto nel futuro, ma anche nel passato: il Calidario diventa il luogo delle Terme etrusche. I due figli di Giuseppe sono cresciuti in questi luoghi. Si dedicano alle ricerche, scoprono che per quelle terme erano passati sia gli etruschi (che lì vicino avevano costruito delle fucine) che gli antichi romani. A 400 metri dal Calidario è stata persino trovata una antica Torricella Caldana edificata da loro con una iscrizione: Ad onta dei seguaci di Galeno dona salute a Venere e Mercurio ignea vena che mi stilla in seno. Si scopre anche che il primo muro di contenimento delle acque era stata edificato nel 1249. Il Bottaccio era stato di proprietà dei conti della Gherardesca, e poi sotto il dominio dei Medici, al punto che Cosimo aveva regolamentato con un editto «gli argini della “Fossa calda” nella palude di Caldana».
Così ti chiedi: che il Calidario sia sempre esistito? Possibile. Oggi, però, esiste questo Calidario, quello che con Massimo e Luca ha continuato a crescere. Sotto il laghetto sono nate sale termali in stile neoclassico con saune e bagni turchi.
Una parte della vecchia cartiera è già un resort (e un’altra parte potrebbe diventarlo presto), il dancing non c’è più, ma il ristorante ora sforna anche eco-piadine. Ci sono gli sconti per le comitive, c’è gente d’estate e d’inverno, da fuori arrivano i tedeschi, innamorati del gioco caldo-freddo. C’è persino una piccola cappella recuperata. C’è un salone per convegni, dove siamo passati anche noi di Pubblico (ma questa è un’altra storia).
Spiega Massimo, il figlio più grande: «Abbiamo continuato in questa impresa con lo spirito di nostro padre e gli occhi di oggi». La temperatura media dell’acqua è di 36 gradi, domani, a Capodanno, qualcuno saluterà il 2013 con il vapore che gli esce dalla bocca e il corpo a mollo nella sorgente. Ci sono tanti piccoli grandi luoghi come questo, in Italia.
Luoghi che sono un po’ magici perché puoi percorrere la loro storia in due direzioni: sia verso il passato che in direzione del futuro.

“Pubblico”, 30 dicembre 2012

statistiche