25.11.10

Attenti al Duce! (di Leonardo Sciascia)

Il brano postato è la prefazione a un libro di Rizzo sugli attentati al duce di cui si ha traccia negli archivi dell'Ovra, il servizio di spionaggio del regime fascista. Mi chiedo se certe considerazioni del grande Sciascia siano applicabili ai tempi d'oggi. Mi sa di sì. (S.L.L.)
Ho del fascismo ricordi molto vivi, e che anzi si fanno più nitidi ed articolati nell’avvento della vecchiaia, per quella sorta di presbiopia che la memoria viene acquistando. Si annebbiano e presto si cancellano i fatti vicini, gli incontri, le letture; e imprevedibilmente si dispongono a fuoco, come nel mirino di una macchina fotografica o nelle lenti di un binocolo, le cose lontane e che credevamo perdute. A volte, ripeto, imprevedibilmente, sollecitate da vaghe percezioni, da inavvertiti richiami; a volte per più scoperte, evidenti sollecitazioni.
Questa ricerca sugli attentati a Mussolini – attentati più vagheggiati che progettati e vagheggiati anche da parte della polizia fascista – condotta sul superstite carteggio dell’Ovra, è in tal senso ricca di sollecitazioni: a ritrovare nella memoria tutti quei fatti, personaggi, discorsi, riti, feste e luoghi comuni che s’appartengono alla dimensione comica del fascismo. Di questa dimensione non si è voluto o saputo sufficientemente tener conto. Non si è saputo o saputo sufficientemente ridere: che sarebbe stato salutare. Il solo che ci ha provato, in letteratura e per trasposizione nel cinema, è stato Vitaliano Brancati: ma, appunto, isolatamente e senza apprezzabili effetti nella società italiana. Si è preferito dare del fascismo una rappresentazione piuttosto tetra, quasi strettamente informata a una diagnosi stalinista. E non che tetraggine e tragedia nel fascismo non ci fossero; ma almeno ugualmente catartica, se non più, sarebbe stata una rappresentazione del versante comico. Il ridicolo uccide: e ci ostiniamo a credere uccida anche in Italia, nonostante le contrarie apparenze.
Non ricordo se in quella specie di enciclopedia del fascismo comico che si può cavare dall’opera di Brancati la voce “attentati” vi abbia parte. E’ certo una voce importante: e come in quelli che ebbero un minimo di progettazione e di cui gli italiani furono informati si scopre il volto bieco e feroce della dittatura fascista, in questi soltanto vagheggiati che Rizzo ha saputo, direi con vena brancatiana, spigolare, se ne scopre il volto farsesco, irresistibilmente comico. E nel comico trova coinvolgimento anche un certo antifascismo, specialmente degli esuli. Non tutti avevano l’intelligenza, la lucida comprensione del corso effettuale delle cose, che aveva un Salvemini: da capire, insomma, che l’attentato – peraltro difficilmente attuabile – serviva alla polizia fascista, al fascismo, al mito mussoliniano come lubrificante e corroborante.
All’apice dei sogni dell’antifascismo era la morte di Mussolini. Ragionevolmente, considerando che in Italia in fascismo per pochi è stato ideologia, sistema, dottrina e per i più, specialmente negli anni del quasi totale consenso, mussolinismo. Morto Mussolini, il fascismo sarebbe crollato: da ciò il sorgere, negli oppositori interni, del mito dell’ulcera di cui si diceva Mussolini fosse affetto. Negli anni in cui veniva scemando il consenso, la notizia che Mussolini avesse un’ulcera , e abbastanza grave, prese proporzioni tali che la sola parola – ulcera – era come un segnale, come un’intesa tra coloro che lo volevano morto. Gli oppositori interni, più avvertiti e guardinghi nei riguardi dell’efficienza e capillarità della polizia politica, vagheggiavano l’ulcera, avevano il culto dell’ulcera – “galoppante” si aggiungeva: e si era presi da quel galoppo come nel finale di un film western – così come gli esuli vagheggiavano l’attentato. Ricordo lo sconforto di un antifascista del mio paese che, tra la meraviglia di coloro che come antifascista lo conoscevano, nell’estate del ’37 andò alla stazione ferroviaria a vedere Mussolini passare. Ci andò per controllare a che punto fosse arrivata l’ulcera nel suo galoppare: ma Mussolini gli apparve così in buona salute, abbronzato, alacre da perdere ogni speranza riguardo all’ulcera. “Ma quale ulcera!”, confidò agli amici, “Quello campa cent’anni!.
Al vagheggiamento dell’attentato da parte degli esuli corrispondeva, come abbiamo detto, il vagheggiamento da parte della polizia. Bastava un nulla – un sentito dire a Parigi – perché l’ipotesi dell’attentato prendesse corpo, muovesse una sproporzionata attività. In certi casi, è da credere si trattasse di pura invenzione da parte degli informatori: che non potevano meglio giustificare i compensi che ricevevano. Erano, gli informatori, per lo più gente di poco affare, senza alcuna intelligenza delle cose: al punto che uno di loro si meraviglia nel sentire, in ambienti di antifascisti, che c’è intenzione di colpire, oltre che Mussolini e il re, anche il ministro della Giustizia: “So di sicuro, per quanto non ne comprenda la ragione, che tra essi c’è l’on. Rocco”. Non ne capiva la ragione: che è una ragione con la quale, a tanti anni dalla caduta del fascismo, ci troviamo a fare i conti. E direi che per questo particolare, per questo non capire, l’informatore trova un accento di verità che non si trova in molti dei rapporti antologizzati da Rizzo, tra i quali spicca – come di un Conrad di seconda mano, forse anche perché ha la Polonia come scena – quello che s’intitola al “sicario mistico”.
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Prefazione a Vincenzo Rizzo Attenti al Duce, Vallecchi editore, 1981

Vajassa (di Raffaele La Capria)

La Capria Raffaele detto Dudù
«Vajassa», il suono della parola è bello, è antico, diciamo che mi fa pensare a origini caucasiche, come «circassa» per esempio, o alle donne armate e guerriere d' un poema cavalleresco. Nel caso in questione «cavalleresco» non è la parola adatta, ma armate e guerriere sono certo le due contendenti, la Mussolini e la Carfagna. La parola mi interessa, anche perché mi ricorda un poemetto in versi di Giulio Cesare Cortese: La vajasseide. E già questo titolo suscita immediatamente l' idea del vicolo e dello scambio plateale di insulti da un basso («vascio») all' altro. «Vajassa» potrebbe dunque anche derivare da «vascio», donna di «vascio», «vasciaiola». Certo che è parola di vicolo e di gente che urla nel vicolo le sue invettive, più per il piacere di recitare la rissa che per quello di viverla davvero. Tutto è teatro a Napoli, città della vita come recita quotidiana, dove per dirla con Pessoa «si arriva a fingere che è dolore/ il dolore che davvero si sente». Dunque speriamo che sia teatrale finzione anche lo scontro tra le nostre due animose onorevoli. «Vajassa» è parola che potrebbe trovarsi benissimo (ma devo verificarlo) nel Pentamerone, il Cunto de li Cunti, il capolavoro di Giambattista Basile, un libro dove re e regine si comportano come le «vajasse» e si affacciano in vestaglia e pantofole dal balcone per litigare con chi sta sotto nel «vascio». Comunque una parola che richiede tante spiegazioni ma che finora risultava ai più incomprensibile o ignota, è diventata un altro pretesto per rinfocolare l' assurdo discorso pubblico italiano cui tutti, costernati, siamo costretti a partecipare.

dal "Corriere della Sera", 22 novembre 2010

Il cappotto rosso. Una poesia di Michele Parrella.

Il cappotto rosso (1975)
a Barbara von Markonay

Per tutta la notte nel piccolo hotel
seduta sul letto mi hai parlato:
delle auto distrutte in un anno,
di tutti i soldi perduti in una bisca
a te sconosciuta.

Poi alzandoti, mi dicesti:
vedi, ho soltanto questo cappotto rosso,
queste scarpe, questa borsa,
e questa manciata di soldi
che stasera ho salvato.

Non voglio più gettare nel vento
il frutto degli abbracci che non vedo,
delle carezze che non sento.

Quella notte avevi paura
che qualcuno, come uno straccio,
gettasse i tuoi diciott'anni
in un cespuglio dell'autostrada.

Portami al Nord, mi dicesti,
portami dove nessuno può farmi
del male.

Tu avevi già perdonato
l'ingordo compagno.
Era il tuo corpo nudo
uno scrigno d'oro.
Al mattino era freddo
in questa città di alberi
e di chiese.

Non c'è nessuno, io dissi.
Non guardare intorno
non guardare indietro,
quella macchina laggiù è vuota.
A quest'ora anche lui dorme
sul suo nero guanciale.

24.11.10

Una kermesse. Il giovane Sciascia racconta l'arrivo degli Alleati in Sicilia

Questa puntuale, ironica e drammatica rievocazione dell'arrivo in un paese siciliano degli Alleati, nel 1943, fu pubblicata nel 1950, nel primo numero della rivista letteraria "Galleria", edita a Caltanissetta da Salvatore Sciascia. Leonardo Sciascia, che dell'editore-libraio era solo omonimo, fu il principale animatore della rivista.
La Sicilia è fascista fino al midollo.
Mussolini

Meno caffè nelle tazze e meno zucchero nel caffè;
ecco quello a cui i più saranno sensibili.
(“Diario” di André Gide, 13 luglio 1940)

Il primo separatista fu in Sicilia il generale Roatta. Accanto a manifesti che ricordavano ai siciliani i Vespri e li invitavano a un nuovo vespro “tra la sabbia e il mare”, dove secondo Mussolini le truppe d’invasione si sarebbero arrestate, altri ne comparvero più piccoli e meno vistosi – e i siciliani che vi incollarono gli occhi a leggerli e a rileggerli, appresero che italiani e tedeschi erano pronti a fiancheggiare il loro vespro, che non c’era niente da temere, tutto era saldo lubrificato pronto allo scatto. Qualunque cosa ne dicano oggi i separatisti, a qualunque lontananza e continuità si rifacciano per affermare il mai addormentato spirito d’indipendenza dei siciliani, fu il generale Roatta il primo ad avvertire i siciliani che italiani proprio non potevano considerarsi e che gli italiani si proponevano di difendere i siciliani allo stesso modo e nello stesso sentimento dei “camerati” tedeschi.
D’altra parte i siciliani erano palesemente convinti, quanto il generale Roatta lo era segretamente, che la guerra era già decisa in favore degli alleati e che, se un vespro c’era da accendere, quelli con le aquile in testa dovevano farne le spese. In proposito una storiella girava per i caffè e i circoli; una delle tante storielle che maliziosamente chiosavano i bollettini delle operazioni, i commenti di Appelius, i rapporti dei gerarchi.
Un ufficiale dell’esercito passeggia dentro la stazione in attesa del treno; in senso inverso passeggia un ufficiale della milizia. E poiché c’è un punto in cui si vengono incontro e si sfiorano, accade all’ufficiale dell’esercito di pestare un piede a quello della milizia. Si scusa e vuole riprendere a passeggiare, ma l’altro lo ferma, non sa che farsene delle scuse. L’ufficiale dell’esercito gli offre di pestare in cambio il proprio piede, ma quello non sente ragione; e vengono alle mani. In quel momento arriva un treno; un viaggiatore apre lo sportello per scendere, carico di valigie e di ombrello; vede quei due che se le danno; lascia la valigia e con l’ombrello corre a dare addosso a quello della milizia, gridando agli altri ancora sul treno: “Avanti, che cambia bandiera!”.
Questo era lo stato d’animo dei siciliani: l’attesa che “cambiasse bandiera”, nel senso di un rovesciamento della situazione interna. Tale rovesciamento era impensabile non avvenisse per il delinearsi o per il realizzarsi di una vittoria anglo-americana. Così americani e inglesi erano attesi; magari vagamente, che pur nutrendo la più grande fiducia per il colonnello Stevens, la voce di Palazzo Venezia manteneva una sua tenue ragnatela d’incanto.
Ma la notte del 9 luglio scoppi lontani e lontano sbocciare di luci cangianti svegliarono i siciliani. Gli alleati sbarcavano, ma nemmeno i siciliani della costa pensavano che lo sbarco fosse quello buono e definitivo; una puntata d’assaggio come a Dieppe, credevano. Quando l’indomani sirene e campane a martello annunciarono l’emergenza, la cosa apparve diversa. Dalla proclamazione dello stato d’emergenza ha inizio quella che, senza ironia e senza risentimento, ha tutti i caratteri di una kermesse. S’intende che cadenze tragiche non mancarono; che città e paesi interi assunsero un volto di morte sotto la violenza, spesso inutile e sciocca dell’invasore. Ma un’aria di festa popolare accompagnò da Gela a Messina il cammino delle armate anglo-americane. Ci auguravamo allora fosse la kermesse della libertà. Forse lo era. Ma quel che dopo è accaduto, fino ad oggi, ci fa diversamente credere. Era la kermesse dei servi che finalmente si liberano di un padrone ed un altro ne attendono che sperano più largo, più generoso, più stupido. Era la festa che degnamente terminava un ventennio di diseducazione, di adorazione alla forza, di culto al proprio stomaco. Era giusto che la più balorda e cieca primogenitura, che un capo abbia mai offerto ad un popolo, venisse dal popolo cambiata per una scatola di “razione K” dell’esercito nemico. Era giusto…Tuttavia pensiamo che l’Italia, la pena e la vergogna dell’Italia là dove era più forte e più pura, rimase tra le pareti di case i cuoi specchi non conobbero per un ventennio le camicie nere gli emblemi i ritratti di Mussolini: le finestre chiuse, chiusi i portoni, chiuse soprattutto le cantine.
(Bisogna avere in certi casi avere non l’impudenza, ma l’onestà di ricordare. Oggi che in special modo i liberatori, cioè – e il duce riassume la sua maiuscola).
La mattina del 10 gli americani erano sulla costa tra Gela e Licata. Il paese in cui mi trovavo, e che era il mio, distava da Licata una cinquantina di chilometri; ma era compreso in una zona rimasta alle semplici operazioni di rastrellamento. Così gli americani non giunsero che una settimana dopo. Giungevano alla spicciolata i feriti di un reggimento di bersaglieri che, nel punto più vicino alla costa, erano entrati in contatto isolato con gli americani. Non erano siciliani, ma in gran parte veneti. I siciliani non erano fatti cogliere, sapevano dove andare, si sbandarono al primo urto: che era in realtà urto insostenibile e grottesco, se si pensa che si contava su fossi mal scavati e in gran fretta per arrestare i carri armati, e che soltanto un paio di aerei si videro timidamente sorvolare i margini della zona.
Dunque i feriti giungevano e finivano proprio là dove il regime in vent’anni non aveva speso una lira né sostenuto i muri poco saldi. Finivano nell’inutile e vuoto ospedale del paese dove un medico frettolosamente fasciava le loro ferite; ma in quanto a mangiare, proprio niente da fare. Non avevano niente le suore, niente sapeva che fare il podestà, ancora meno il segretario politico. C’era, sì, una colonia della GIL piena di buone cose e dotata di buone somme; ma via, proprio in quel momento, per dei soldati che perdevano la guerra – mica si poteva perdere di vista il futuro, che era altrimenti nero che l’orbace. Allora i giovani cercarono di rimediare alla meglio, quei pochi giovani del paese che erano ancora capaci di sentire qualcosa di buono. Cominciarono dal più ricco del paese, pieni di speranza gli chiesero un po’ di farina, del latte, qualche uovo. L’uomo non disse né sì né no, si ritirò con la figlia nelle altre stanze; e rivenne fuori con dieci lire delicatamente sospese tra pollice e indice, quasi si trattasse di una farfalla dalle ali preziose. Dieci lire, per dei soldati che perdevano la guerra, un sacrificio. La gente più povera, quella che unica ricchezza ha i figli, dava più largamente: pensava, appunto, ai figli lontani. E così i feriti poterono mangiare qualcosa, fino all’arrivo delle gallette e del corned beef americano.
Già un venditore ambulante era riuscito a passare dalle linee americane alla nostra zona, che gli americani non si decidevano ancora ad occupare. Portava, come la colomba di Noé il ramo di ulivo, un paio di Chesterfield e qualche quadretto di zucchero. Nonostante i carabinieri volessero deserte le strade, intorno gli si raccolse una gran folla. Quando il venditore ambulante accese una delle sigarette, intorno ci fu quel ieratico silenzio che accoglie gli eventi capitali.
Gli americani, spiegava il venditore ambulante, non vengono perché credono ci siano ancora i tedeschi. Eravamo al 14 luglio. Nel pomeriggio si diffuse la notizia che gli americani arrivavano. Il podestà, l’arciprete e un interprete si avvicinarono ad incontrarli. La popolazione in attesa si preoccupò di bruciare, ciascuno nella propria casa, tessere ritratti di Mussolini opuscoli di propaganda. Dagli occhielli i distintivi scivolarono nelle fogne. Ma gli americani ancora non venivano. Passarono due autocarri carichi di soldati tedeschi; la popolazione taceva e i tedeschi, bagnati di sudore e con le armi al piede, seduti per quattro, avevano lo sguardo fisso in avanti, stanco ed allucinato. L’indomani passarono ancora due tedeschi con un’automobile munita di radio. Fecero sentire il bollettino trasmesso da Roma che da più giorni non sentivano, mangiarono tranquillamente, fumarono i loro sigari. Due ore dopo la loro partenza, cinque soldati col lungo fucile abbassato, sbucarono improvvisamente sulla piazza, indecisi. Videro, davanti una porta semiaperta, qualche uomo in divisa; e si mossero sicuri. I carabinieri si trovarono puntati addosso i fucili senza ancora capire che gli americani erano finalmente arrivati. Le loro pistole penzolavano nelle mani di uno della pattuglia. Un applauso scoppiò. Una voce chiese sigarette e il caporale americano tastò le tasche del brigadiere dei carabinieri, né tirò fuori un pacchetto di Africa e le lanciò agli spettatori. Come in un salotto quando fiorisce una battuta di spirito, un senso di amenità di diffuse al gesto del caporale.
La festa era cominciata. Da tutte le strade la popolazione affluiva. Non si sa come, “cannate” di vino passate di mano in mano sorvolarono la folla, bicchieri si arrubinarono, pieni e grondanti venivano offerti con dolce violenza alla pattuglia che li rifiutava. L’inglese degli emigranti sciamava goffo e servile intorno a quei cinque uomini stupefatti: tutti coloro che in America avevano guadagnato quel po’ di denaro che in patria era divenuto casa e podere erano corsi come ad un appuntamento felice. Una enorme bandiera di seta lacera, la bandiera degli Stati Uniti, fu tolta di mano a quel pover’uomo che l’aveva tirata fuori: passò saldamente nelle mani di un altro che per caso, proprio in quei giorni, aveva lasciato le carceri regie. Fu allora il momento di pensare alle insegne della casa del fascio. Tirate giù, furono accompagnate a calci per tutte le strade: e l’indomani si trovarono galleggianti dentro un abbeveratoio. Sembravano di bronzo, ma in realtà erano di latta.
La kermesse era al suo vertice. Camionette e carri blindati affluivano tra ali plaudenti di popolo. Alquanto nervoso, e nervosamente sorridendo, un soldato dalla faccia di meticcio puntava, dall’alto di un carro, la mitragliatrice sulla folla. In cambio ne riceveva un sorriso cordiale riflesso su centinaia di facce, un ammucco d’intesa: “Vuoi scherzare, lo sappiamo, ma domani mangeremo insieme tutte le buone cose che ti porti dietro, i biscotti salati e gli spaghetti in scatola”. Qualche sigaretta pioveva sulla generale letizia, e alla mischia che ne seguiva , la macchina fotografica di qualche soldato scattava.
Nel frattempo un contadino che, vedendo in campagna spuntare una pattuglia di americani, tentava chissà perché di fuggire, veniva raggiunto ed ucciso da una scarica di mitra: ma la notizia non incrinò la generale allegria.
Eravamo al punto in cui, in una festa che si rispetti, le danze si accendono. Qualcuno in realtà danzava, intorno a quella bandiera, come abbiamo visto, mal capitata. Ma la danza di circostanza era in preparazione. Si chiamava il ballo delle spie.
Le spie della federazione, ormai certe di essere rimaste disoccupate: le persone che, pur avendone la vocazione e l’ambizione in vent’anni non erano riuscite a divenire spie delle federazioni; tutti coloro che da anni covavano risentimenti non troppo chiari – eccoli disegnare il ballo mascherato delle delazioni. Mentre il popolo si scatenava nell’ebbrezza, il vecchio avvocato C., con mano tremante di gioia, intestava una specie di supplica: “Onorevole Comando Militare Alleato di…”, e chiedeva la testa di una cinquantina di fascisti locali che, da ex massone passato al fascismo, mai lo avevano tenuto nella giusta considerazione.
Il segretario politico, il podestà, il maresciallo dei carabinieri, furono l’indomani prelevati; e loro notizie giunsero alle famiglie, qualche mese dopo, da Orano. In fondo nemmeno il segretario politico era quel che agli americani fu riferito su tutti e tre. Si può dire anzi che aveva una qualità che, in un gerarca, potrà sembrare strana al lettore: non era ladro. Ma qualcuno bisognava proprio mandarlo in galera, almeno per dare un segno dei tempi nuovi.
Il fascismo lasciava una pingue eredità di spie di ladri di odio di diffidenza. Chi qualche giorno dopo si trovò a calcolarne un inventario, dovette proprio cominciarlo col cittadino che gli americani subito predilessero.

L'attore e il falegname (di Totò)

Sono ormai all’età in cui si tirano le somme, e non ho fatto nulla. Sarei potuto diventare un grande attore, ed invece di cento e più film che ho girato ve ne sono degni non più di 5. Ma anche se fossi diventato un grande attore, cosa sarebbe cambiato? Noi attori siamo solo venditori di chiacchiere. Un falegname vale certo più di noi: almeno il tavolino resta nel tempo dopo di lui.

Da un’intervista a Luigi Costantini in Totò, a cura di Goffredo Fofi, La nuova sinistra – Samonà e Savelli, 1972

La comicità ha un fondo macabro (di Totò)


Oggi si è persa l’arte del far ridere. Oggi si tenta di divertire la gente con le barzellette, con le battute. Io le barzellette non ho mai saputo dirle. Se voglio raccontarne qualcuna, mi imbroglio. Ne vien fuori una cosa penosa. Io non so raccontare. Sono un comico muto. Io sono sempre andato in scena con canovacci di dieci minuti, che sviluppavo sul momento, fino a farli durare tre quarti d’ora. Dicono che ho la faccia triste. Non ce l’ho triste, ce l’ho storta perché mi sono rotto il naso. Ma con questa faccia ho fatto ridere per tanti anni, risate vere, e la gente ride anche oggi, modestia a parte. Glielo dico io perché. Perché la comicità ha sempre un fondo macabro, tragico. La mia comicità è di questo tipo. Non c’è niente che provochi singulti di ilarità, assalti mal trattenuti di fou rire quanto un funerale, che è lo spettacolo della morte.

Da un’intervista a Silvio Bertoldi, Totò, a cura di Goffredo Fofi, La nuova sinistra-Samonà e Savelli, 1972

Tovarish (compagno). Da "Voci cancellate del dizionario sovietico"

Il primo gennaio 1992 scompariva dalla scena della storia l’Unione sovietica. Qualche giorno dopo, il 9 gennaio, “la talpa” l’inserto monografico del “manifesto” aveva come titolo Voci cancellate del dizionario sovietico. Così veniva illustrato: “Con il crollo dell’Urss, scompaiono molti vocaboli. Parole che articolavano il pensiero, l’azione, l’esistenza di centinaia di milioni di persone”. La Talpa si proponeva di offrire un primo arbitrario scampolo di quelle parole che avevano segnato il ventesimo secolo, “termini familiari ai giovani di ieri e che i giovani di oggi non sentono più”. L’inserto, strutturato come un piccolissimo dizionario, era curato da Marco D’Eramo, Rina Gagliardi, Aldo Garzia e Osvaldo Sanguigni. In questo blog riprenderò ad una ad una quelle voci, costruite benissimo a mio modo di vedere. Comincio da Tovarish (compagno). (S.L.L.)
Una volta pronunciato da tutti, questo termine sta cadendo in disuso a Mosca. Sono sempre di meno le persone che si rivolgono ad un’altra dicendo tovarish. E’ il segno minimo, linguistico, ma forse più toccante , della caduta dell’Unione sovietica. Se scompaiono Gosplan e Obkom, nessun cuore ne sarà toccato. Ma in sé la parola compagno aveva un’idea umana così profonda, di comune destino, comune sentire, compagno di lotta, di vita, d’avventura, che il disuso attuale misura tutta la distorsione che il potere sovietico ha compiuto dei suoi ideali originari fino a farla diventare un termine burocratico, rituale, che può cadere in disuso, lasciando – pare – solo pochissimi rimpianti.

23.11.10

Maria vergine offende le donne d'oggi.

Riprendo da “il manifesto” di martedì 16 giugno 1987 un’intervista di Gunhild Scoeller alla teologa Uta Ranke-Heineman, preceduta da una breve nota firmata g.a., che la contestualizza. (S.L.L.)
Piero della francesca, Madonna del Parto, particolare

A Essen si attende il rientro dalla Polonia del vescovo titolare, Franz Hengsbach, che ha accompagnato il papa nel suo viaggio. Tornato il vescovo, si metterà in moto senza indugi la procedura per ritirare il permesso di insegnare a Uta Ranke-Heinemann, teologa ribelle che in passato si scagliò contro i “vescovi Nato, megafoni del riarmo” e ora attacca il dogma della verginità di Maria.
Già Karl Ranher, uno dei più stimati teologi cattolici di questo secolo, ebbe a scrivere che “da un punto di vista esegetico è possibile considerare il parto verginale di Maria come un modo legato alla cultura dell’epoca per esplicitare la singolarità dell’evento, come un modello interpretativo storicamente determinato”.
Martedì scorso, al termine di un incontro con il vescovo ausiliario e il vicario generale, Uta Ranke-Heinemann ha sottoscritto una dichiarazione congiunta formulata sulla falsariga del testo di Ranher. Sembrava raggiunta un’intesa, ma forse in seguito a una consultazione telefonica col titolare in Polonia, il vescovado ha aggiunto di sua iniziativa due periodi al testo diffuso sulla stampa: “Considero la mia posizione suscettibile di revisione, ed essa non è oggetto della mia attività d’insegnamento”.
Uta Ranke-Heinemann ha dichiarato che nel testo da lei firmato mancava ogni accenno a una rinunzia a presentare le proprie convinzioni agli studenti. Il vicariato l’ha a sua volta accusata di non tener fede alla parola data, annunciando come inevitabile il ritiro del nulla osta. L’intervista che qui pubblichiamo qui di seguito è apparsa il 6 giugno 1987  sul quotidiano “Die Tageszeitung”. (g.a.)

Uta Ranke-Hainemann
Lei mette pubblicamente in dubbio che Maria abbia concepito e partorito come vergine. Con quali argomenti?
Il parto verginale è un modello interpretativo legato alla cultura dell’epoca, di cui si può seguire l’elaborazione nei secoli successivi. In un primo stadio Giuseppe è ancora il padre di Gesù. Nel secondo secolo qualche ostetrica deve aver stabilito che l’imene rimase intatto anche durante il parto, e che Gesù sarebbe venuto al mondo “come un raggio di luce”. L’opera fu coronata dal padre della Chiesa Gerolamo, il quale sostenne che Giuseppe rimase anche lui sempre in uno stato verginale come Maria. Questa è a tutt’oggi la posizione della teologia cattolica.
Lei rifiuta come misogina la venerazione della verginità di Maria. Perché?
In realtà Maria si è sverginata. Sarebbe finalmente ora di dire “giovane donna” (junge Frau) e non “vergine” (Jung-frau). Oppure come diceva Paolo senza tanti giri di parole: “Nato da una donna”. l’idea che Maria sia rimasta vergine durante il parto è un pesante insulto per le donne. Le lacerazioni che una normale partoriente subisce al momento del parto – proprio perché il figlio non viene al mondo “come un raggio di luce” – vengono presentate come una maledizione. In un documenti teologico assai rinomato, Mysterium salutis del 1969, si parla per ben sette volte in una pagina della “maledizione della maternità”, tranne che per Maria. Una donna moderna non può più tollerare di sentirsi dire una cosa del genere. anche il papa, nella sua enciclica di quest’anno su Maria, proclama il mito – o meglio, la superstizione – per cui “Maria è diventata madre conservando intatta la sua verginità”. In altri termini: tutte le altre donne madri dovrebbero portare un distintivo di invalidità.
Il vescovato di Essen le impone di ritrattare queste opinioni, pena il ritiro del nullaosta all’insegnamento. Cosa farà?
Mi sembra osceno pretendere che io dica il contrario di ciò di cui sono convinta. Non accetterò una proposta così oscena. Non credo che nemmeno il vescovo, da parte sua, voglia ritrattare.
Lei è una “convertita”, che negli anni ’50 ha scelto consapevolmente di passare dalla chiesa evangelica a quella cattolica. Lo rifarebbe oggi?
Allora i cattolici mi sembravano discriminati, e ciò mi indusse a solidarizzare con loro. Nel frattempo mi sono resa conto che della mia solidarietà non sanno che farsene. Si sente perfino dire che i protestanti mi avrebbero infiltrato nella chiesa cattolica, come l’uovo del cuculo nel nido altrui. E qualcuno comincia a chiedersi: non si potrebbe rispedire al mittente la convertita?

Finezza

Palermo, il Capo (di Croce Taravella)
Non so come sia mutata nel tempo l’indole della plebe di Palermo. Quando vivevo in quella bellissima città non condividevo il disprezzo piccolo-borghese verso gli abitatori degli antichi mandamenti e ne valorizzavo l’eloquio musicale e la creatività linguistica. E mi scocciava non poco che i popolani della vuccirìa o del Capo o del “borgo” venissero additati come esempio di inciviltà e maleducazione. Nonostante questa simpatia non posso non ammettere che taluni di quei sottoproletari palermitani, e in specie quelli che per una qualche ragione si davano arie, fossero  insigni monumenti di scostumatissima arroganza.
L’episodio che qui narro me l’ha raccontato uno dei miei fratelli, che dice di avervi assistito personalmente. Forse non è vero, ma è credibile.
In un autobus sale una signora con due figlie in età da marito, tutte e tre agghindatissime. Senza avviso alcuno travolgono nel passaggio un signore anziano e due su tre  gli schiacciano un piede malconcio. Costui, confidando nel rispetto dovuto all’età, osa  rimproverarle, ironico: “Che finezza! Potevate chiedere permesso. O almeno scusa!”. La signora platealmente e sconciamente replica: “A noi per finezza ce la possono sucare”.
Chissà perché, la scena e la battuta mi sono tornate alla memoria in questi giorni, nel sentire delle baruffe tra le finissime Carfagna e Mussolini.  

Teologia della liberazione. Un martirologio latinoamericano degli anni 80.

Nel ritaglio di una vecchia “Talpa libri” (l’anno è certamente il settembre 1984), trovo come lettura esemplificativa della teologia della liberazione di padre Leonardo Boff alcuni passaggi da un moderno “martirologio” latinoamericano.
Nei secoli precedenti il martirologio era stato tra i libri liturgici fondamentali: ogni giorno ricordava i martiri della cui morte ricorreva l’anniversario e rianimava nei credenti la fede. Negli anni Ottanta la Chiesa latino-americana più vicina ai poveri tornava a scrivere un martirologio: studenti e sindacalisti, operai e contadini, vescovi e parroci, uccisi perché testimoniavano la fede. Ma in modo nuovo, combattendo con e per i fratelli più poveri, nelle campagne e nelle città, per una giustizia che non è solo celeste, ma terrena e sociale. Le loro storie furono raccolte in un libro e messe in ordine secondo i giorni del calendario. La traduzione italiana Il sangue dei giusti. Memoria di martirio in America latina, fu edita dalla Cittadella di Assisi e comprendeva anche lettere, pagine di diario e testimonianze poetiche. La “talpa” ne pubblicò un piccolo campione da cui ho ricavato questo minuscolo campioncino. Propongo qui un’ipotesi che un po’ confligge con il mio militante ateismo: che, oltre all’esempio morale di comunisti come Ernesto Guevara e socialisti come Salvador Allende, alla base dell’odierno risveglio sociale e politico dell’America del Sud funzioni da lievito la memoria di tanti eroici credenti in Gesù. Non posso dimenticare peraltro che Salvatore Carnevale, il martire socialista di Sciara, alle minacce mafiose dei campieri del feudo soleva rispondere che facessero pure, ma che sarebbe stato come uccidere Cristo  (S.L.L.).
Manuel Antonio Reyes
3 ottobre
MARIA MAGDALENA HENRIQUEZ
Salvador
Incaricata stampa della Commissione diritti umani del Salvador. Sequestrata a casa sua da otto uomini e trovata assassinata in una fossa del porto di La Libertad. Il corpo presenta quattro colpi d’arma da fuoco e il colpo di grazia; è stata violentata, strangolata, torturata… Maria Magdalena, membro della Chiesa battista e del Movimento studentesco cristiano (Mec), si occupava soprattutto di domande di “Habeas corpus” in favore degli scomparsi. Maria Magdalena rimane nel Salvador insieme ad altri membri della Commissione, nonostante le minacce di morte ricevute a causa dll’azione in favore dei diritti dei fratelli. Pochi giorni prima del suo sequestro l’avvisano che sarebbe stata assassinata se non avesse lasciato immediatamente il paese. Il governo afferma di “non essere implicato nel fatto”, anche se due dei sequestratori erano in divisa da poliziotti. Maria Magdalena aveva 32 anni, un figlio di 10, un padre di 87 e soprattutto una vita totalmente consacrata al servizio del suo popolo salvadoregno. (m.1980)
 
7 ottobre
MANUEL ANTONIO REYES
Salvatore
Sacerdote salvadoregno, parroco di santa Marta nella “Colonia 10 settembre”. La sua casa viene perquisita e lui sequestrato da individui che si identificano come “rappresentanti dell’autorità”. Lo portano via per “interrogarlo”. Il giorno seguente il Ministero della Difesa promette di fare un’inchiesta presso la polizia sulla scomparsa del sacerdote. Ma nello stesso giorno viene ritrovato per strada il suo corpo senza vita. Manuel aveva 35 anni, era nato in San Rafael Oriente e il suo legame con le comunità cristiane del quartiere operaio era stato considerato un motivo sufficiente per decretarne la morte. (m.1980)    

7 ottobre
JOSE’ OSMAN RODRIGUEZ
Honduras
Contadino di 26 anni, celebrante della Parola in Santa Rosa di Copàn, Honduras. Assassinato in presenza della moglie. José Osmàn ha una fede profonda e la sua chiara visione della realtà lo fa lottare instancabilmente per i fratelli emarginati. Eletto coordinatore dei celebranti in tutta la zona di santa Barbara, partecipa ai Cursillos, visita le comunità cristiane, portatore del messaggio liberante del vangelo, che risveglia le coscienze dei contadini e ne promuove il livello di vita. José Osman dà fastidio ai proprietari terrieri che varie volte lo minacciano di morte e poi si servono di un contadino per ucciderlo. Una sera , quando ritorna da una riunione di contadini e alla vigilia di altri viaggi, gli sparano, davanti a casa sua: cade ferito di fronte alla moglie con cui era sposato da poco tempo. José Osmàn è un eroe per i suoi fratelli contadini e martire cristiano. (m.1878)   
Nestor Paz Zamora
8 ottobre
NESTOR PAZ ZAMORA
Bolivia
Figlio di un generale boliviano, Néstor entra in seminario per fare studi di teologia. Poi si lega alle comunità di P. de Foucauld ed è studente di medicina al momento in cui entra a far parte della guerriglia di Teoponte, dove muore di fame. Tutta la sua esperienza di cristiano militante e impegnato è affidata alle pagine del diario, dedicato alla moglie Cecy, in cui traspare il senso trascendente e coraggioso della lotta per la “terra nuova”, dove la legge fondamentale sia l’amore. Il 12 agosto scrive: “Sono un fermento che opera passo dopo passo. Questa per lo meno è la mia sensazione. Mi sento pieno di una gran pace e di una grande tranquillità. Vitalmente, sto passando dall’idea ‘morte’ come diminuzione, alla realtà ‘morte’ come pienezza, passaggio a una nuova dimensione. Certo non la cerco, ma se arriverà l’aspetterò con la tranquillità e serenità che il momento merita; chiederò che si dia notizia che sono passato al Padre, che il ‘Vieni signore’ si è fatto realtà in me”. (m.1970)

Fratelli musulmani. Alla radice dell'integralismo islamico (di Isabella D'Affitto)

Una vecchia “talpa giovedì”, il supplemento monografico de “il manifesto”, del 6 febbraio del 6 febbraio 1992 è intitolata Futuri integrali è dedicata agli integralismi, religiosi e non solo. La tesi di fondo, sviluppata in due distinti articoli di Marco Bascetta e Marco D’Eramo, è che l’integralismo è un frutto, un esito della modernità. Dopo quasi venti anni le riflessioni di D’Eramo mi pare che reggano al tempo. Posterei il suo testo (Guerra all’individuo. 6 tesi sull’integralismo) ma è troppo lungo per la mia pazienza di battitore: lo cerchi chi ha interesse. Qui riproduco parte di una scheda sui “fratelli musulmani” curata da Isabella D’Affitto che trovo di grande chiarezza espositiva e che ho trovato molto utile. Naturalmente la scheda si ferma ai primi anni Novanta. Sarebbe bello che chi per competenza può, mantenendo il medesimo encomiabile andamento didascalico, l’aggiorni ai nostri tempi confusi e convulsi.  (S.L.L.)
Pellegrini alla Mecca.

A partire dalla rivoluzione iraniana del 1979 si è cominciato a parlare di fondamentalismo islamico, come se fosse nato sotto la spinta dell’Imam Khomeini, e quindi in ambiente sciita. E anche oggi, quando si parla del recente fenomeno dell’integralismo islamico nel Maghreb si fa spesso riferimento all’Iran. E’ vero che si sono visti anche ritratti dell’Imam Khomeini anche per le strade di Algeri, ma non ha detto che l’integralismo algerino debba essere irano-dipendente.
Se si analizzano le radici del fenomeno dell’integralismo, si può constatare come sia nato proprio nell’Islam sunnita, e cioè in Egitto, dove le condizioni di vita erano tali che era facile raccogliere il malcontento popolare. Nel 1928 Hasan al-Banna (m.1949) fonda a Ismailiya il movimento dei Fratelli Musulmani, caratterizzato da un rigoroso rispetto per la legge islamica, la shari’a, e da uno spiccato orientamento antimperialista e anticolonialista. Il movimento recluta seguaci da ogni fascia sociale, attecchisce nei centri urbani più poveri, si proclama associazione religiosa avente come scopo quello di “imporre il bene e vietare il male” e di liberare l’Egitto da ogni influenza straniera, politica, militare e culturale. Il movimento ha presto una frangia femminile con l’Associazione delle Madri Musulmane anch’esse fondata nel 1928 che nel 1933 diventa “Associazione delle Sorelle Musulmane”. Inizialmente compagna di lotta della femminista Huda ash-Sha’ravi, Zainah al-Ghazali riesce a intraveder un miglioramento per la donna araba solo nella rigorossa applicazione della shari’a.
In poco tempo l’organizzazione di Fratelli Musulmani diventò movimento di massa. Il governo egiziano ne decretò lo scioglimento nel 1948 quando, in seguito alla sconfitta della guerra arabo-israeliana, i Fratelli Musulmani organizzarono manifestazioni antigovernative. Con l’assassinio del premier al-Nuqrashi (1949), per il movimento iniziò un periodo di illegalità, persecuzioni, riabilitazioni, culminate con l’arresto di molti “fratelli” e la condanna a morte dei suoi capi. Le persecuzioni s’intensificarono dopo il fallimento degli attentati contro Gamal Abd an-Nasser nel 1954 e nel 1966.
Nel 1966 venne giustiziato l’ideologo Sayyid Qutb, autore di molti libri ancora stampati e ristampati in tutto il mondo arabo, come La giustizia sociale nell’Islam, pubblicato al Cairo nel 1949 (e tradotto a Washington nel 1955); Lineamenti sulla strada (Beirut, 1965) e All’ombra del Corano, pubblicato postumo a Beirut nel 1978.
Dopo la repressione in Egitto il Movimento dei Fratelli Musulmani, e altre associazioni più o meno simili come Takfir wa hijra, il gruppo Gihad, si organizzano fuori dall’Egitto, in Siria, in Giordania, nei paesi del Maghreb e, fuori dal mondo arabo, in paesi islamici come il Pakistan, dove già prosperava la Giama’at islami di Abu’l Ala al-Mawdudi, e l’Indonesia, conl’associazione Dar al-Islam. Ma sarà l’insegnamento del pakistano Abu’l Ala al Mawdudi (m.1979) – che propone l’immediata istituzione islamicamente perfetta – a fare proseliti nel mondo arabo.
Come alla radici dei Fratelli Musulmani c’erano concreti motivi di protesta contro le condizioni economiche dell’Egitto prebellico e contro il dominio politico-culturale e militare della Gran Bretagna, così oggi non si deve vedere tanto la “marea montante” di un Islam indifferenziato e fanatico, quanto il risultato di una mobilitazione popolare fondata su altrettanto concreti motivi d’insoddisfazione per la crescente ingiustizia sociale, per la dipendenza economica dall’occidente, per l’arrendevolezza ufficiale di fronte al dilagare dell’imperialismo culturale, che caratterizzano l’Algeria, e altri paesi arabi di oggi. Rifugiarsi nell’Islam sembra a molti l’unica difesa contro la corruzione portata dal modello occidentale.

La bicicletta contro la pelliccia. L'orgoglio di non possedere (di Rossana Rossanda)

Sparse qua e là in articoli su vari temi, memorie di adolescenza e di giovinezza di Rossana Rossanda, corredate da opportune riflessioni storiche, sono state pubblicate nel tempo da "il manifesto". Alcuni tra questi frammenti di autobiografia, come quello che segue, sulle conseguenze della crisi del 29 nella vita e nelle mentalità delle due ragazze Rossanda (l'altra è la sorella Marina), possono essere considerati il nucleo originario del romanzo autobiografico che l'intellettuale comunista ha pubblicato qualche anno fa per Einaudi: La ragazza del secolo scorso
Il brano è tratto da una "talpa giovedì", uno degli inserti monografici che uscivano settimanalmente con "il manifesto", dal titolo La proprietà privata non è più un furto?, del 19 aprile 1990. (S.L.L.)
La proprietà non è un bisogno, tanto meno è un diritto: è una cultura. Se qualcuno ne ha avuto la percezione immediata è stata, credo, la generazione piccolo e medio borghese che ha avuto traversata la vita dalla crisi del 29. Nel 29 gli assetti proprietari, immobili e denaro, e lo stile di vita ad essi collegato furono spazzati dall’uragano. E anche là dove riuscirono ad essere conservati perdettero la sicurezza che avevano avuto: erano diventati labili. Le famiglie furono dissolte, e la ricerca di un’altra città o un altro lavoro dal quale ricominciare fu la dimostrazione, trasparente anche ai bambini – perché per molti anni se ne parlò – di quanto fragili fossero le proprietà. Nel bene o nel male, la persona doveva trovare un’ancora fuori dal conto in banca, la casa o la terra.
Non so come questa esperienza fu vissuta dei ricchissimi o dai poverissimi: i documenti non mancano ai due estremi dell’arco sociale, le grandi famiglie e I disoccupati di Marienthal. So come fu vissuto dai medi ceti: per alcuni fu la fine del mondo, per molti l’ingresso nella modernità, Roosevelt e Tempi moderni, l’essere restituiti a sé e le  avventurose traversate dell’esistenza. Mio padre morì 20 anni dopo, ancora sgomento di non essere riuscito ad assicurare alla giovane moglie e alle bambine la casa col parco comprata per loro; mia madre si asciugò presto le lacrime, scoprì che parlare alcune lingue era utile e cambiò allegramente i pigri ricami pomeridiani sul telaio con gli svolazzi della stenografia in due mesi di corso intensivo. Noi bambine ci applicammo a mettere, accanto agli uscieri del tribunale, i cartellini del pignoramento sotto mobili e tappeti, ignare che strappavamo il cuore a mamma e papà; e trasportate a destra e a sinistra senza fame né freddo, venimmo su convinte che noi sole saremmo state certezza a noi e tutto il resto vanitas vanitatum.
Era una certezza niente affatto lugubre, per i ceti che confinavano con la cultura, ed erano antifascisti o afascisti. Che fosse traballante quel poco che avevamo intuito della tradizione ci faceva fiutare confuse libertà. Legate agli eventi, slegate dal denaro: a dieci anni ingoiando ubbidienti la minestra, sentivamo uscire dalla Phonola notizie e sangue sulla guerra di Spagna e non credevamo a nulla di quel che veniva detto. Una relativa stabilità del mondo e prevedibilità del tempo sarebbero entrate nelle nostre esistenze soltanto verso i vent’anni, finalmente grandi. E si accompagnarono senza tremare a desideri di tempestose palingenesi: avevamo avuto, tutto sommato, buona formazione. In cui la proprietà era secondaria e mutevolissima, come quasi tutto, potenze, poteri e confini inclusi. Né potevamo rimpiangerla, noi che non avevamo conosciuto né vera ricchezza, né vera miseria. Nella piccola e media borghesia la proprietà non si legava all’agio, ma alla paura, paura di perderla. Forse questa era anche precedente al 29, certo fu generale dopo. Crescemmo con vivaci antipatie per case da usare con precauzione senza entrare nel salotto buono, né sedersi sui divani, per il servizio di Boemia miracolosamente salvato la cui incrinatura era una tragedia, per la pelliccia di astrakan comprata in Ungheria dalla mamma o dalla zia per esser indossata la domenica nelle messe, in piedi onde non sedercisi sopra, per i brillanti, un investimento da chiudere nella cassetta di sicurezza, per l’abito bello da non sciupare, le cose buone da non mangiare e i soldi da non spendere. Per cui, ragazze e adolescenti, scegliemmo la libertà e disprezzammo la proprietà: parrà strano, ma l’equazione della nostra giovinezza fu questa. Andavamo a scuola come veniva, colletti aperti e via le sciarpe appena la mamma non vedeva, biciclette rottami e libri nella cinghie di gomma. Con stupore vedo oggi i bambini domandare lo zainetto Fiorucci e la cintura Charro. Temo ci lavassimo i capelli col sapone, al riparo degli adulti, i discorsi fra noi erano grandiosi, sui fini ultimi di vite che avremmo avuto immancabilmente altrove.
Nel mondo. Chi la voleva la casa di proprietà? Le ragazze meno che mai, perseguitate dalla coazione dei parquet tirati a cera. Eravamo fervide nel modernismo, avremmo abitato per breve tempo case d’affitto da cui avremmo strappato le tappezzerie a fiori, intonacato di bianco, grandi cuscini per terra e libri dappertutto. Ne saremmo uscite come da un paio di scarpe, per andare dove eventi o traversie, interessi o passioni ci avrebbero portato. Oggi chi va in cerca di radici penserà che eravamo matte a strapparle. Non riuscimmo mai a piangere la perdita di un luogo o di un oggetto – erano stati per i nostri padri e nonni qualcosa non da “usare” ma da “custodire” con angoscia. La modernità era il viaggio e non sul Queen Mary. Come per i ragazzi dell’Attimo fuggente – film da anni 30 – l’essenziale nel quale ci saremmo tuffati non sarebbe stato “una cosa”. Le cose erano inessenziali, crudeli, fugaci: tutte come il denaro.

22.11.10

La poesia del lunedì. Vladimir Majakovskij (1893 - 1930)

Il mare va a ritroso
il mare va a dormire.
Come suol dirsi, -
"l'incidente è chiuso",
la barca dell'amore
è naufragata contro il quotidiano.
Fra noi due siamo pari
e non serve elencare
i dolori reciproci,
le sventure
e le offese.

Riarmo. Vorrei una sinistra...

“Il manifesto” di venerdì 12 ci dà, con un articolo di Manlio Dinucci (http://www.ilmanifesto.it/il-manifesto/in-edicola/numero/20101112/pagina/03/pezzo/291090/), notizie di una voce di bilancio che non conosce tagli, quella delle spese militari: 934 milioni in bilancio solo per i nuovi acquisti in materia di armamenti. Dinucci si sofferma in particolare sull’acquisto di un supersiluro, lo Squalo Nero, prodotto dalla Wass di Livorno, che con questo governo va a gonfie vele e riesce perfino ad assumere.
Non è un problema solo italiano: i governi di molti grandi paesi occidentali, mentre tagliano le spese in tutti i settori civili, continuano ad aumentare la spesa militare, acquistando (col denaro pubblico) nuovi armamenti e creando nuove infrastrutture militari.
L’ultima notizia, tutt’altro che tranquillizzante, riguarda il presidente Obama che, a leggere i giornali di ieri, 21 novembre, avrebbe convinto Medvedev, presidente della Russia, ad una cooperazione sullo scudo spaziale antimissili, motivato da pericoli provenienti dal terrorismo internazionale. I riferimenti all’Iran e alla Siria sono chiari e non è difficile pensare anche a un Pakistan alleato e armatissimo, ma con fragilissimi equilibri. E tuttavia in questo “parlare a nuora” la suocera che dovrebbe intendere è certamente la Cina.
L’impressione, in ogni caso, è che sarà sulle spese militari il tipo di intervento governativo anticrisi preferito da molti governi. Ma i sistemi di armamenti (anche quelli pudicamente chiamati “di difesa”) non sempre si rassegnano ad invecchiare in funzione di deterrenza, prima di essere distrutti; spesso reclamano per essere usati e trovano generali megalomani che reclamano per usarli. Notizie di questo tipo confermano le mie paure che sia la guerra generale, alla fine, la scelta dei potenti del capitalismo occidentale per risolvere una crisi che ogni giorno di più si rivela di sistema.
La domanda che ne deriva, ingenua, è la seguente. E’ mai possibile che non si trovi, in Italia, una sinistra normale che si opponga al riarmo? Vorrei una sinistra alla Pertini, capace di pronunciare parole antiche e giuste: si svuotino gli arsenali, si riempiano i granai.

21.11.10

L'articolo della domenica. La melma e la jena.

Riccardo Barenghi, la jena.
Quello che più disgusta della settimana che s’è chiusa, e probabilmente disgusterà di quelle che verranno, per noi che viviamo in Italia è il moltiplicarsi di ridicole guerre e di squallide vendette politiche, a destra come a sinistra. In contemporanea con  le tragicomiche scaramucce del ceto politico, nel Parlamento un governo virtualmente in crisi ha portato avanti una legge finanziaria che chiama "di stabilità”, dai  contenuti nettamente antipopolari.
In realtà più che il governo è il suo fantasma la propone, ma Napolitano, dal Quirinale, fa intendere che è fondamentale e l'opposizione parlamentare è solo di facciata. La sofferenza, la rabbia e la disperazione in giro crescono.
Nel frattempo sui giornali imperversa la Carfagna, oggi  maltrattata dal cavaliere e dallo scudiero La Russa. Ha chiamato "vaiassa" una sua odiatissima rivale  e  -garantiscono alcuni - non si fermerà. Drammatico interrogativo: andrà con Miccichè?
Imperversa anche il Papa, che, bontà sua, avalla l’uso del profilattico per la prostituta in via di pentimento che, con tale comportamento, mostra attenzione per la salute dei clienti.
E’ la jena Barenghi a rappresentare, più di ogni altro commentatore, il nostro stato d’animo: “Ratzinger apre al preservativo, Berlusconi scarica la Carfagna. Non ci sono più i Papi di una volta”.

18.11.10

Papa Pecci, un liberale immaginario.

Curzio Nitoglia, come è facile ricavare da una visita al suo sito, è un prete tradizionalista che abita gli spazi del lefebvrismo italiano ed è peculiarmente agitato da una sorta di ossessione antigiudaica, con tutte le suggestioni complottistiche del caso. I suoi idoli sono pertanto i papi più tradizionalisti degli ultimi due secoli, i più bravi a scomunicare a destra e a manca e i più scatenati contro i “perfidi giudei”, che il prete considera origine di quasi tutti i mali della modernità. Sarebbe pertanto difficile trovare persona più lontana dal nostro modo di pensare e di leggere la storia.
L’omino, tuttavia, nel suo cercare pezze d’appoggio per le sue tesi, ci aiuta a ristabilire una verità che soprattutto a Perugia sovente s’oblia. Qui a Perugia, intorno alla Curia, è cresciuto una sorta di mito sulla figura di Leone XIII, che come vescovo Gioacchino Pecci guidò a lungo la locale diocesi proprio negli anni del Risorgimento, mito rinverdito quest’anno per il secondo centenario della nascita: lo si ricorda come il papa della Rerum novarum, aperto alla questione sociale e al mondo moderno, perfino un po’ liberale al modo che può essere liberale un papa. E gli si dedicano centri, convegni e studi che vorrebbero rivendicarne la positiva eredità.
In verità Pecci era vescovo quel 20 giugno del 1859 quando i mercenari di Pio IX, successivamente da costui premiati per le uccisioni, i saccheggi e gli stupri, esercitarono feroci vendette papaline sul popolo perugino. La tradizione cattolica ha voluto tenerlo sempre al riparo dalle accuse di complicità con la strage, cui testimonianze americane diedero notorietà internazionale, ma è certo che non ne prese mai le distanze e guidò la fase di reazionaria e clericale riscossa che seguì quelle orribili giornate di Perugia.
Ora il prete Nitoglia, in un suo articolo del febbraio scorso, ci rende edotti di altri aspetti della personalità del cardinale Pecci che rendono una sua complicità con gli sgherri papalini se non probabile almeno verisimile. È infatti evidente la consonanza delle sue posizioni con quelle del Mastai Ferretti postquarantottesco, promulgatore del Sillabo che tra l’altro condannava la libertà di coscienza, di stampa e d’opinione, come pure gli Stati che assumessero come propri questi principi liberali. Scrive il Nitoglia, citando mons. Antonio Piolanti, ex rettore della Lateranense e postulatore della causa di beatificazione di Pio IX: “La prima idea del Sillabo risale al card. Gioacchino Pecci, il futuro Leone XIII, che nel novembre 1849, come arcivescovo di Perugia, durante il Concilio provinciale di Spoleto, propose di chiedere al Papa la condanna in globo degli errori moderni concernenti la Chiesa, l’autorità, la proprietà”.
Secondo il prete tradizionalista tutto ciò sfata “la leggenda di un Leone XIII liberale in contrapposizione a un Pio IX antiliberale: il Manifesto dell’antiliberalismo, o Sillabo, è stato ideato per primo dal futuro Leone XIII nel 1849, un anno dopo i moti liberali in Italia e circa quindici anni prima della sua promulgazione avvenuta l’8 dicembre 1864 da parte di Pio IX”. Così continua Nitoglia: “L’8 dicembre del 1864, nel 10° anniversario della proclamazione del dogma della Immacolata Concezione di Maria SS., Pio IX promulgava il Sillabo, dopo 12 anni di lavoro e 15 dall’idea lanciata per primo da mons. Pecci. Gli errori condannati riguardavano soprattutto il panteismo, il naturalismo, l’indifferentismo e il razionalismo, che sono il principio e fondamento teoretico del liberalismo. Inoltre il Papa condannava il social-comunismo, la massoneria e le sètte segrete, il cattolicesimo-liberale, la separazione tra Stato e Chiesa, che è l’anima del catto-liberalismo”. Su tutto ciò Pecci non cambiò idea neanche quando divenne papa: “Leone XIII, infine, riprese il Sillabo e lo citò ampiamente nella sua enciclica Immortale Dei, che espone i principi cattolici sui rapporti tra Stato e Chiesa e condanna gli errori del separatismo liberale e catto-liberale (“libero Stato, in libera Chiesa, ma separatamente”), il quale vuole la separazione tra le due Società perfette nell’ordine naturale e soprannaturale. Onde l’accusa di liberalismo nei confronti di Leone XIII cade totalmente”.

Da "micropolis on line", 17 novembre 2010

La pensione di Bertolaso (di Roberta Carlini)

Sulla pensione di Bertolaso propongo qui una breve nota di Roberta Carlini per http://www.sbilanciamoci.info/ .
I due emeriti.
L'ex capo e sottosegretario della Protezione Civile Guido Bertolaso
con l'ex presidente della Regione Umbria Maria Rita Lorenzetti.
La scorsa settimana Guido Bertolaso, capo del Dipartimento della Protezione civile nonché sottosegretario alla presidenza del consiglio con delega all'emergenza rifiuti in Campania, ha annunciato il suo imminente pensionamento. Omaggi, sberleffi, critiche, bilanci. E una domanda: come fa Bertolaso ad andare in pensione a soli 61 anni? La finestra per il buen retiro gliel'ha aperta Brunetta, con il suo decreto del 2008 che permette ai dipendenti della pubblica amministrazione di essere “esonerati dal servizio nel quinquennio antecedente la data di maturazione dell'età massima contributiva di quarant'anni”. Lo stesso decreto (all'art. 72) detta poi le condizioni dell'esonero. E sono condizioni assai vantaggiose per il nostro. Infatti si stabilisce che finché non matura il diritto alla pensione – a 65 anni – il dipendente esonerato prenderà il 50% dello stipendio che aveva al momento di lasciare; ma la percentuale sale al 70% nel caso in cui si svolga attività di volontariato (cosa che il generoso Bertolaso ha già annunciato pubblicamente di voler fare, del resto è già nel ramo). Nello stesso periodo, sempre ex art. 72, il nostro potrà anche svolgere attività di lavoro autonomo retribuito per chi vuole. Ma il vero vantaggio del pensionamento arriva dopo: quando la legge stabilisce che, al momento del compimento dell'età giusta, la pensione sarà calcolata “come se fosse rimasto in servizio”. Cioè, come se fosse ancora Capo dipartimento (euro 179.723 annui) e contemporaneamente sottosegretario (retribuzione parificata a quella di un parlamentare). Anche se nel frattempo saranno cambiati – speriamo – governo e parlamento. Dunque grazie alla legge Brunetta, Guido Bertolaso, congela il tempo, e il magico momento che ha vissuto cumulando le due cariche. Momento magico che, dato il contesto politico, non sarebbe comunque durato a lungo. Chapeau.

Il vescovo e il massone (di Franco Molinari)

Il brano è parte di una lezione su La Chiesa e la massoneria tenuta nel 1989 da Franco Molinari, che all’epoca era docente di Storia moderna all’Università cattolica del Sacro Cuore di Milano. L’ho ripreso dal numero di maggio 1989 di “Storia illustrata”. (S.L.L.) 
Giovanni XXIII, che coltivò per tutta la vita interessi storiografici, era decisamente convinto che sulla massoneria, nell’Ottocento, fosse stata montata una colossale mistificazione. C’è un significativo aneddoto che mostra quali fossero le sue idee al proposito ancor prima di diventare Papa ed è accluso ai documenti nella causa per il processo di beatificazione.
Un giorno il presidente dell’Azione Cattolica di Venezia disse al patriarca Roncalli che era bene non ricevesse in udienza un dignitario massonico che perdipiù viveva anche nel concubinato.
Il futuro Papa Giovanni XXIII commentò: “Chi vuol stare nella mia barca deve navigare secondo la mia direzione. Se chiudiamo le porte incominciamo male. Intanto venga questo signore, sentiamo cosa vuole. Gli risponderò con garbo, all’occorenza gli ricorderò il dovere suo, ma respingerlo proprio non posso farlo. In fin dei conti non ho mica pensato di nominarlo presidente dell’Azione Cattolica, né di proporlo per una onorificenza pontificia, né di approvare il suo operato".

Così come ormai sono. Una poesia di Carlo Betocchi

Così come ormai sono
quasi niente divento,
se non qualche dolore
qualche delirio spento,

tal quale una fiammella
al vento, di candela,
quale pone alla Vergine
chi nel suo poco spera

e tra sé molto esige
dallo sperar che umilia:
di quisquilia in quisquilia
sono un uomo che muore.

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