19.2.17

Don Bosco. Santo, ma anche mago? (Oreste Del Buono)

Riprendo da “Repubblica” stralci una bella recensione a un libro che non cesso di consigliare, quello che l'etnomusicologo Michele L. Straniero dedicò a don Bosco e alla sua leggenda e che qualche anno più tardi ebbe la sua consacrazione attraverso la riedizione in una prestigiosa collana di “tascabili”, la Bur. (S.L.L.)
Viviamo in tempi di crociate per il reinserimento di Satana sul suo trono come antagonista necessario del bene, di conversioni repentine di inveterati marxisti sul letto di morte con contraccolpi di discussioni sull'anima oltre che sull'eredità, di proclami e smentite circa la nuova peste che mieterebbe solo tra i peccatori, di scandalosi miracoli economici e profani, di voli di papi ahimé, più banali di quelli di padre Giuseppe da Copertino, di riprese di misticismo dal sapore di plastica, ma, evidentemente, come la plastica, mai cedevole alla totale consunzione. Logico, dunque, che si apra con qualche diffidenza il Don Bosco rivelato di Michele L. Straniero, appena pubblicato da Camunia . È infatti, solo la curiosità di vedere come se la cavi in un' impresa difficile il fondatore, con Sergio Liberovici, Fausto Amodei, Giorgio De Maria, Emilio Jona, Italo Calvino e Franco Fortini, del gruppo di Cantacronache, l'ex redattore editoriale delle Edizioni Avanti!, il seguace dell'etnologo storicista Ernesto De Martino, l'autore di tanti studi sulle tradizioni del mondo popolare e di tanti epigrammi virulenti e irrispettosi di tutto: è solo l'indiscrezione in bilico tra cinica malignità e patetica complicità che ci spinge a superare la dichiarazione d'intenti delle prime righe del Don Bosco rivelato: “Questo libro rappresenta il saldo di un debito, contratto nei sette lunghi anni che ho trascorso tra i Salesiani, prima a San Giovannino a Torino (casa fondata direttamente da don Bosco) e quindi nell'aspirantato di Chieri...”. Apparentemente, il libro di Michele L. Straniero parte da una replica agli Elementi per una Antiagiografia, uno sfogo di Guido Ceronetti per “la Stampa”, che, dopo aver suscitato qualche sconquasso tra i lettori del giornale unico di Torino, è stato incluso nel fortunatissimo Albergo Italia. Ma non è, come si potrebbe pensare, un'agiografia. Guido Ceronetti cita un giudizio del confessore di don Bosco a Torino, don Cafasso: “Se non fossi certo che lavora per la gloria di Dio, direi che è un uomo pericoloso, più per quello che non lascia trasparire, che per quello che ci dà a conoscere di sé”. Don Bosco, insomma, è un enigma. Michele L. Straniero non pretende di risolvere l'enigma d'un colpo come, invece, fa Guido Ceronetti, ma cerca di dir di più sul santo che, qui da noi, non ha intrigato solo l'editoria religiosa, ma costituisce un argomento ricorrente anche per quella laica.
Valentino Bompiani, quando smise di fare il segretario di Arnoldo Mondadori e decise di essere editore in proprio, più di mezzo secolo fa, fu pure lui di questo parere; e lo racconta divertito, in quel delizioso libro di memorie che è Via privata: “Incontro Mondadori che mi domanda cosa preparo. Una biografia di don Bosco, dico. Don Bosco, fa lui, e perché?. Quel suo stupore mi metteva allo specchio: che cosa avevo a che fare con don Bosco e la sua santità?”. Il suggerimento gli era venuto dalla cronaca. La Chiesa si preparava a beatificare il sacerdote dei Becchi di Castelnuovo, ma i giornali ne dicevano poco. Volendo saperne di più, Valentino Bompiani aveva chiesto a un sacerdote, don Ernesto Vercesi, una biografia non agiografica ma politica del futuro beato.
Michele L. Straniero da ex-allievo, non pentito e non nostalgico, teste a carico e a scarico, si occupa di tutti gli aspetti di questo popolarissimo Santo dell'Ottocento. Nato nel 1815, morto nel 1888, Giovanni Melchiorre Bosco vive la sua straordinaria esperienza in un secolo di eventi straordinari, più ancora per la storia del costume che per la storia in sé e per sé, tra l'invenzione della pila elettrica di Volta e l' apparizione a Torino della prima automobile a benzina. Il primo brevetto dei cuscinetti a sfera di Cardinet, la prima locomotiva a vapore a Londra, il metodo Appert per conservare i cibi in scatolette di latta ermeticamente chiuse, la prima grande fonderia d'acciaio Krupp a Essen, la legge del numero molecolare dei gas formulata da Avogadro, il martello a percussione in grado di battere cento colpi al minuto, il primo cemento artificiale Aspidin, il primo elettromagnete, il primo telegrafo Morse, la scoperta di Sobrero della nitroglicerina, il telefono di Meucci, la prima macchina da cucire a pedale Singer, il primo ascensore per persona E.G. Otis a New York, la prima metropolitana del mondo a Londra, il vaccino di Pasteur, la prima lampadina elettrica a incandescenza di Edison, il primo pneumatico per automobili di uso pratico Dunlop. Eccetera. Su questo sfondo di grandi cambiamenti, il piccolo e robusto prete piemontese raccoglie i ragazzi sbandati per educarli a nuova vita sociale, offrendo loro un oratorio, anzi una catena di oratori che da Torino si diffonde in Italia e in tutto il mondo, per le preghiere e gli svaghi, le scuole professionali e le letture cattoliche per l'istruzione e il lavoro in allegria. Sa parlare, sa suggestionare, sa far giochi di prestigio, sa usare la stampa, sa organizzare; è il gran manager salesiano. Ma al tempo stesso sogna molto, e non sempre si tratta di sogni sereni, si batte contro il diavolo, la sospettosa curia di Torino, i valdesi e il Risorgimento italiano nemico dei papi e foriero di rivoluzione e corruzione, moltiplica le castagne, colloquia con i morti e persino li resuscita, prevede il futuro altrui, vive in dichiarata simbiosi con il soprannaturale. Quando la sera rincasa per le strade buie del quartiere malfamato in cui abita, è protetto contro qualsiasi malintenzionato dal Grigio, un grosso cane ringhioso che si dilegua, anzi si dissolve, con le prime luci del giorno. E chiunque contrasti i suoi desideri, o meglio i desideri che lui nutre per i suoi ragazzi, è colpito rapidamente da sciagure, muore senza essere rimpianto almeno da lui, che espone i fatti e i nomi degli scomparsi quasi come bollettini di vittoria.


“la Repubblica”,19 febbraio 1987  

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